CAPITOLO LXXV.
Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. — Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazie e deposizione di Francesco Foscari a Venezia.
1447 = 1457.
Nel 15.º secolo la storia politica dell'Italia presenta un maraviglloso contrapposto colla sua storia letteraria; imperciocchè, mentre ogni giorno s'andava sempre più accostando colla ruina della libertà, quella pure de' costumi, dell'energia, e di ogni virtù pubblica e privata, vedevasi per lo contrario nascere ed aggrandirsi la passione per la poesia, l'ammirazione per l'eloquenza, ed in particolare per l'erudizione, che sembravano indicare qualche cosa di più nobile e di più elevato nel carattere del secolo. Ad ogni modo quando si fissano più a lungo gli sguardi sopra i celebri letterati che fiorirono in quest'epoca, per quanto ci sorprenda la loro laboriosa attività, per quanta riconoscenza c'inspirino i capi d'opera dell'antichità ch'essi ci conservarono, ed i capi d'opera de' moderni tempi ch'essi ci apparecchiarono, si scorgono però nel loro carattere e nel loro spirito gli effetti del disordine sociale, e scorgesi la ragione per cui non potevasi niente sperare dal loro lavoro che fosse degno di que' tempi che erano oggetto della loro ammirazione. In fatti i progressi dei lumi nel quindicesimo secolo non erano uno sviluppamento nazionale; non erano la riflessione, la meditazione, l'immaginazione italiana, che avevano fatti nascere i Guarini, i Valla, i Filelfo, i Poggio, ed i Ficino, ma l'ostinato studio di un'antichità che non aveva relazione col tempo presente, ma l'adozione dei pensieri, delle formole di ragionamento, d'immagini e di leggi poetiche, ch'erano state fatte per altre nazioni, per altre lingue, per altri costumi, ed un'assoluta preferenza accordata alla memoria in pregiudizio di tutte le altre facoltà, una servile sommissione del gusto individuale ai modelli ed all'autorità letteraria. Forse quest'assoluto abbandono delle naturali e vere impressioni, del pensiero originale, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova nazione, fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta l'Europa, che non furono loro di vantaggio i modelli, greci e romani, malgrado la loro sublime bellezza. Ma soprattutto nella politica del secolo presentemente vedremo come sia stato servile il carattere dato dall'erudizione al pensiero. La storia ci conduce a cercare le pubbliche virtù negli scrittori del quindicesimo secolo, e li troviamo mancanti di elevazione, di nobiltà, di amore di patria, di sentimenti politici.
Le repubbliche ed i piccioli principati produssero dei filologi; la sola Firenze coi suoi Leonardo Bruno, Poggio, Ambrogio Camaldolese e Marzuppini poteva a quest'epoca avere la palma sopra tutti gli altri paesi: ma quantunque tre di questi siano stati un dopo l'altro cancellieri della repubblica, non si videro acquistare nello stato un'influenza proporzionata ai vasti loro studj, nè adoperare utilmente in servigio della patria i sommi loro talenti, nè introdurre ne' consigli e nel foro un'eloquenza persuasiva, nè ricordare colle virtù e coi talenti degli antichi l'antichità che essi imitavano.
Il passaggio a Firenze dell'imperatore Federico III pose al cimento i talenti di questi pretesi oratori e politici. Carlo Marzuppini, ch'era succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'ufficio di segretario della repubblica, venne incaricato di complimentare l'imperatore. Gli addirizzò un discorso in lingua latina, che compose in due giorni; la sacra e profana erudizione, onde l'aveva arricchito, e l'eleganza dello stile eccitarono, l'ammirazione degli uditori. Ma nè i consiglj, nè lo stesso oratore avevano pure pensato allo scopo politico di questo discorso d'etichetta. L'imperatore fece rispondere al Marzuppini dal suo segretario, Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II. Questi, ch'era ben più politico che filologo e ch'erasi accostumato nelle deliberazioni del consiglio di Basilea a parlare con uno scopo determinato, fece nella sua risposta alcune domande alla repubblica, ed alcune osservazioni, che richiedevano una replica; ma il Marzuppini, che non vi si era apparecchiato, si trovò incapace di dire una sola parola, e Giannozzo Manetti dovette prendere la parola invece del Marzuppini[1].
Questi uomini che non sapevano pensare che dietro gli altri, e che, sempre parlando al pubblico d'eloquenza, lasciarono il loro secolo così sterile nelle cose di quell'arte oratoria, che pure avrebbe dovuto esercitare il suo impero nelle repubbliche; questi uomini avevano più vanità che amore di gloria, più cupidigia che ambizione, e preferivano le corti dei principi nelle quali l'erudizione teorica era più stimata che la scienza applicata. Nelle repubbliche si sentivano umiliati, qualunque volta venivano paragonati a magistrati di fermo carattere, d'idee giuste, quali erano Neri Capponi, Maso degli Albizzi, o Cosimo de' Medici, che, sebbene ignorassero le eleganze del parlare latino e l'arte di prendere a prestito dagli antichi dei falsi ornamenti, pure sapevano muovere le menti colla forza dei loro pensieri. Si trovavano in migliori acque presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un Gonzaga, d'un marchese d'Este, di un Montefeltro; la loro vita era totalmente consacrata ad un genere d'erudizione, che non poteva adombrare il più sospettoso principe, nè turbarne lo stato. Quand'erano chiamati a qualche pubblica incumbenza, non richiedevasi che i loro discorsi d'etichetta fossero l'espressione dell'interno loro convincimento; perciò essi giustificavano senza scrupolo quegli atti tirannici, cui non avevano preso parte. Le incumbenze loro non erano quelle d'analizzare o di giudicare le azioni, ma di velarle con belle frasi ciceroniane; impiegavansi non come pubblici magistrati, ma come retori; non si tenevano responsabili nemmeno agli occhi del mondo de' loro pensieri o dei loro giudizj, ma soltanto del loro stile; e quando avevano l'opportunità di sostenere il pro ed il contro, di parlare successivamente in due opposti sensi, vi ravvisavano una doppia gloria, avendo con ciò occasione di mostrare in tutto il suo lume il loro merito d'oratore e di sofista.
Per avere in tal modo separata la scienza dall'azione, l'eloquenza dalla politica, lo stile dal pensiero, gli eruditi del quindicesimo secolo non procurarono ai tempi in cui fiorirono nè maggiori virtù pubbliche, nè nuovi lumi intorno alle scienze che hanno relazione col governo. Non pertanto alcuni di loro s'innalzarono alle più sublimi cariche della repubblica cristiana. Uno de' più illustri ad un tempo e de' più fortunati fu forse Tommaso da Sarzana, che sotto il nome di Niccolò V occupò la cattedra pontificia nel periodo da noi percorso. Protettore zelante degli eruditi, ai di cui lavori aveva avuta tanta parte, splendido rimuneratore delle belle arti, di cui ne moltiplicò in Roma i capi d'opera, non si mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali come alle arti liberali. Egli aveva presa nella società dei clienti e dei protetti di Cosimo de' Medici quell'indifferenza per la libertà, che rimpicciolì la loro anima; e segnalò il suo regno mandando al patibolo l'ultimo patriotta romano, e rendendo vano l'ultimo sforzo fatto per la libertà di Roma.
Niccolò, allora chiamato Tommaso, era figlio di Bartolomeo Parentucelli, medico pisano, ammogliato a Sarzana, ed era nato nel 1398. Aveva ricevuto i primi ordini in età di dieci anni, poi era stato mandato a Bologna per continuarvi i suoi studj[2]. Essendo egli affatto povero, era stato costretto a tenersi lontano da questa università dai diciotto fino ai ventidue anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai figliuoli di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi[3]. Quando tornò a Bologna, il cardinale Niccola Albergati lo prese al suo servigio e lo nominò suo maggiordomo. Tommaso lo accompagnò da principio a Roma, poi nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, in Germania, supplendo presso di lui, per lo spazio di vent'anni, le incombenze d'intendente, di segretario e di medico[4]. Il cardinale Albergati avendolo ricondotto a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tommaso opportunità di legare domestichezza coi più illustri letterati colà riuniti, quali erano Leonardo Bruno d'Arezzo, Giannozzo Manetti, Poggio, Carlo Marzuppini, Giovanni Aurispa, Guasparro di Bologna, ed altri molti. Usavano questi di adunarsi ogni mattino sull'angolo del palazzo, e di disputare, sola maniera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro ingegno. Tostocchè Tommaso aveva accompagnato in palazzo il suo padrone, raggiugneva quest'adunanza, vestito con una semplice tonaca turchina, e con una berretta da prete; e prendeva caldamente parte nella disputa[5].
Tommaso di Sarzana aveva di già fatto vantaggiosamente conoscere il suo gusto per i classici, avendo arricchiti con giudiziose note i manoscritti copiati di suo pugno[6]; perciò quando Cosimo dei Medici aprì al pubblico nel convento di san Marco la collezione dei manoscritti di Niccolò Niccoli, chiese a Tommaso istruzioni intorno al modo di distribuire una biblioteca, intorno alla divisione dei libri ed alla formazione del catalogo. La scrittura dettata per soddisfare a tali inchieste, non servì soltanto di norma per la distribuzione della biblioteca di san Marco, ma inoltre per quella della Badìa a Fiesole, del conte di Montefeltro ad Urbino, e di Alessandro Sforza a Pesaro[7]. Il cardinale Albergati aveva generosamente provveduto al mantenimento di Tommaso, procurandogli due beneficj semplici, uno de' quali fruttava trecento scudi; e morendo gli avea lasciato altri beni. Ma la generosità di Tommaso, e più ancora le sue spese in libri ed in copisti superavano di molto le sue entrate[8]. Dopo la morte del cardinale Albergati, Eugenio IV chiamò alla sua corte questo dotto ecclesiastico col titolo di vicecameriere apostolico, e lo mandò di nuovo in Germania col cardinale di sant'Angelo per persuadere i Tedeschi a rinunciare alla loro neutralità tra il concilio di Basilea e la corte di Roma. Di ritorno da questa missione lo fece vescovo di Bologna, e poi cardinale nell'anno medesimo che non doveva terminare, prima che il nuovo prelato salisse sulla cattedra di san Pietro[9].
Eugenio IV essendo morto il 23 febbrajo del 1447, vennero consacrati nove giorni alle pompe funebri, prima che i cardinali entrassero in conclave. Durante quest'interregno Alfonso s'avvicinò a Roma, e stabilì il suo soggiorno in Tivoli onde dare maggior peso al suo partito. Tutti i baroni romani cercavano di far valere i loro diritti; Battista Savelli pretendeva di avere quello di custodire le chiavi del conclave, ma i cardinali non vollero riconoscerlo. D'altra parte il consiglio della città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli, riclamava tutti i privilegj anche recentemente esercitati dal popolo; fu propriamente in questo consiglio che Stefano Porcari, gentiluomo romano d'incontaminata riputazione, cominciò a farsi conoscere. Il pontefice or ora morto aveva disgustati i Romani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le leggi; la tirannide del patriarca Vitelleschi, che fu lungo tempo il suo favorito, aveva eccitata l'indignazione. Il Porcari che sospirava dietro la libertà, e che voleva imitare le virtù dell'antica Roma più che il suo idioma, esortò i cittadini adunati ad approfittare di quest'unica circostanza per consolidare la loro costituzione. «Non trovasi, loro disse, in tutti gli stati della Chiesa così piccola e misera città, che non abbia leggi e statuto, e che contro un annuo tributo non goda della sua libertà: dovrà la sola Roma esser priva d'un beneficio comune? Non si trova così piccola e misera terra, che, quando la morte la rende libera dal suo tiranno, non approfitti dell'interregno per ricuperare i suoi diritti, o almeno per porre un limite alle prerogative de' suoi oppressori; alla sola Roma mancherà l'energia, che hanno i più oscuri popoli[10]?» Ma l'arcivescovo di Benevento, che presiedeva a quest'assemblea, vietò a Porcari di continuare, e lo denunciò in appresso al nuovo papa come un uomo pericoloso.
I cardinali, che entrarono in conclave nella chiesa di santa Maria sopra Minerva, erano diciotto. Rendevasi dunque necessaria per la nomina del papa l'unione di dodici voci. Il cardinale Prospero Colonna in due differenti scrutinj, tenuti in diversi giorni, ebbe solo dieci voci; gli altri erano divisi, e Tommaso di Sarzana veniva appena indicato. Dopo il secondo scrutinio il cardinale di Maurienne alzossi e disse: «Miei padri, non prodigare il tempo, niente può riuscire tanto pericoloso alla Chiesa quanto questo ritardo: Roma è agitata; il re d'Arragona trovasi alle nostre porte; Amedeo di Savoja ci tende delle imboscate; il conte Francesco Sforza è in guerra con noi; qui noi soffriamo mille disagi nella nostra reclusione; affrettiamoci adunque di nominare un pontefice. Ecco un angelo di Dio, un agnello innocente che di già riunì dieci suffragj, non gliene mancano che due; un solo di voi si alzi e gli dia il suo, e la cosa sarà fatta, che un'altra voce non gli mancherà.» Tutti rimasero immobili; finalmente alzossi Tommaso di Sarzana per andare a dare la sua voce al Colonna; ma il cardinale di Taranto, trattenendolo per la sua veste, lo supplicò ad aspettare ancora, a pensare a ciò che andava a fare, a ricordarsi che nominando un papa, dava un Dio alla terra, un uomo che avrebbe il potere di legare e di sciogliere, d'aprire e di chiudere il cielo, che questa scelta domandava mature considerazioni. «Tutti questi ritardi (ripigliò il cardinale di Aquilea) non sono chiesti che per impedire l'elezione di Prospero Colonna; ma dimmi tu stesso, quale papa vorresti fare?» — «Il cardinale di Bologna, Tommaso di Sarzana» (rispose il cardinale di Taranto) — «Piace a me pure (rispose quello di Maurienne)» e gli altri furono subito dello stesso parere, e si riunirono in un istante i dodici suffragj. Era il 6 marzo del 1447; e Prospero Colonna, il decano del sacro collegio, annunziò allora al popolo adunato, che il papa era stato nominato[11].
Il pontefice, assistito dalla sua personale considerazione, e dall'appoggio dell'imperatore e del re di Francia, riuscì in aprile del 1449 a far cessare lo scisma prodotto dal concilio di Basilea, e ottenne l'abdicazione di Felice V. Amedeo di Savoja ripigliò l'antico suo nome, ma venne dalla corte di Roma riconosciuto come cardinale e legato della santa sede in Germania, e tutti i cardinali da lui creati furono ammessi nel sacro collegio[12].
Le antiche lettere approfittarono bentosto dell'innalzamento del più zelante loro ammiratore. Egli chiamò alla sua corte moltissimi copisti e traduttori dal greco e dal latino. Mandò dei dotti in traccia di manoscritti, che faceva loro comperare per conto suo in ogni parte dell'Italia, della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e del Levante. Negli otto anni del suo regno furono tradotti in latino più autori greci che non eransene tradotti in cinque secoli prima di lui e sotto cento diversi papi. Strabone, Erodoto, Tucidide, Zenofonte, Polibio, Diodoro, Appiano, Filone giudeo, vennero sotto il regno di Niccolò V posti in mano di coloro che non intendevano il greco. Molte opere di Platone, d'Aristotile, di Teofrasto si aggiunsero a quelle che di già si avevano. I padri ed i teologi dei primi secoli della Chiesa non furono dimenticati, e si tradussero le opere di Eusebio di Cesarea, di Dionigi Areopagita, di Basilio, di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni Grisostomo, di Cirillo: nello stesso tempo si studiarono con ardore le lingue orientali, e lo stesso Giannozzo Manetti venne incaricato dal pontefice di fare una traduzione della sacra scrittura sul testo ebraico; lavoro rimasto imperfetto per la morte di Niccolò V[13], il quale non era meno sollecito dei progressi dell'erudizione che di quelli dell'architettura. In tutte le città de' suoi stati riparò o edificò chiese; ingrandì, decorò e cinse di sontuosi edificj le pubbliche piazze, e rialzò le distrutte mura. Assisi, Cività Vecchia, Cività Castellana riconoscono da lui ornamenti che sorprendono in così piccole città. Fabbricò magnifici palazzi in Orvieto ed in Spoleti; costrusse in Viterbo bagni per gl'infermi, degni di ricevere non solo private persone, ma principi. Intorno alla stessa Roma rialzò le mura mezzo ruinate, ristaurò la maggior parte delle chiese, che di que' tempi erano quaranta, e profuse particolarmente le splendide sue cure alle sette principali basiliche. Quella di san Pietro in Vaticano cadeva in ruina; Niccolò vi fece cominciare sopra i disegni di Bernardo Rosellini e di Gio. Battista Alberti una nuova tribuna più vasta dell'antica. Egli voleva innalzare nella capitale de' Cristiani un tempio, la di cui magnificenza non avesse esempio, di già n'erano gettati i vasti fondamenti, ma i muri non avevano ancora tre gomiti d'altezza sopra il suolo, quando la morte di Niccolò V fece sospendere questo prodigioso edificio, che non si ripigliò che mezzo secolo dopo da Giulio II coll'opera di Bramante[14]. Per supplire a queste regie spese aveva nel 1450 accordato un giubileo, che riempì i tesori della Chiesa, e passar fece in pochi giorni ne' forzieri de' Medici, banchieri della santa sede, parecchie centinaja di migliaja di fiorini[15].
Nello stesso tempo Niccolò V soddisfece pure al suo gusto per le arti, fondando la biblioteca del Vaticano; egli adunò cinque mila volumi in quel palazzo pontificio, ed allora non credevasi che dopo i tempi di Tolomeo altra biblioteca avesse mai avuta così gran copia di libri[16]. I dotti, cui era destinata, e coi quali viveva familiarmente, lo amavano teneramente, e lo apprezzavano e rispettavano. Pare che Niccolò V fosse di carattere faceto, semplice, ingenuo. Quando il Vespasiano andò a trovarlo dopo l'elezione, il papa gli disse sorridendo: «Ebbene i vostri compatriotti di Firenze avrebbero creduto che un povero prete, fatto per suonare le campane, fosse nominato pontefice?» Il Vespasiano rispose, che quel popolo, che lo conosceva, erasene rallegrato, perchè da lui sperava la pace; ed il papa replicò subito, che se Dio gli dava grazia di soddisfare il suo desiderio, altr'arma mai non adoprerebbe in sua difesa che la croce di Gesù Cristo[17].
In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale, meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna, con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora governatore di quella città[19].
Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici, la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni, veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio, guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più alcuno non dava l'esempio.
A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la canzone del Petrarca: Spirto gentil, che quelle membra reggi; nella quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire, e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto l'indicazione di cavaliere:
Un cavalier, che Italia tutta onora,
Pensoso più d'altrui che di sè stesso.
············
Dice che Roma ognora
Cogli occhi di dolor bagnati e molli
Ti chier mercè da tutti i sette colli[20].
La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.
Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne sarebbero state aperte le porte[22].
Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].
Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12 gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari, che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti, detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo, detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli amici[27].
Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità, che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine, chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo. «Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale congiura?
Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].
Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice, di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.
Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti. Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure, come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel 1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria, terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed amministratore della repubblica di Bologna[32].
Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere. Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace. Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino, senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari. Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino, generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia, generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].
Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra, e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare, nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de' Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui, ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento, lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di ristabilirsi[36].
La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli, chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione. Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana, effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa. Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata; la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini, intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era bastantemente rintuzzata[37].
I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale dell'impero turco[38].
Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto, perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco; finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra. L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia, egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo padre[40].
Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua, fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].
Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il 26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato l'uccisore d'Almoro Donato[44].
Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli, che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.
Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre, giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].
Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto, spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento; ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di dolore[47].
Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino, d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione. Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze, Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato (rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza. Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello, scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri, procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].