CAPITOLO LXXVI.
Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di questo monarca e suo carattere.
1455 = 1458.
Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie ed a straniere invasioni.
Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede. Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del danno cagionato[50].
Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace. Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara; ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace, passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato, Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].
Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore. Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.
Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini, era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa contrada.
Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a violenti convulsioni.
Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario a distruggerla.
Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina. Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.
I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia: applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se esercitassero esclusivamente la sovranità.
Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia, della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità, l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi, opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza, tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la pubblica opinione.
Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro, avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova, due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura, lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori. Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova, ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2 novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel 1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita, doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge in forza della precedente elezione[53].
I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria, o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare, che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini, sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello. Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale, come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].
La nomina di Giovanni Fregoso, altro fratello di Tommaso, al comando di una seconda flotta destinata nel 1441 a soccorrere lo stesso re, fu cagione di un'altra guerra civile. I nobili, quantunque con rincrescimento, si erano assoggettati alla legge che gli escludeva dalla suprema magistratura; ma conservavano la pretensione di comandare le flotte e le armate della repubblica, ed i Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi, avevano troppo ben dimostrato con infinite intraprese di esserne degni. Pretendevano essi che il senato fosse obbligato di scegliere alternativamente gli ammiragli tra i patrizj ed i plebei; non pertanto di già quattro popolani erano stati incaricati del comando delle ultime quattro flotte. La nomina del quinto era un'ingiuria ch'essi non volevano in verun modo soffrire. Giovan Antonio del Fiesco, cui i talenti non meno che l'alta opinione di cui godeva, e le sue ricchezze, davano giusti titoli alla carica accordata ad altri, accompagnò le sue rimostranze con maggiore alterigia e risentimento. Non avendo potuto ottenere giustizia ritirossi ne' suoi feudi nelle montagne, ove non tardarono a raggiugnerlo gli emissarj del duca di Milano sempre apparecchiato ad offrire soccorsi a tutti i ribelli; il Fiesco si era di già rivolto ad Alfonso d'Arragona. La guerra cominciò nello stesso tempo in tre luoghi. Il Fiesco co' suoi Alpigiani e coi Milanesi era sceso fino alle porte della città e guastava la Polsevera; Galeotto del Carretto, marchese di Finale, aprì i suoi porti e le sue fortezze ai nemici della repubblica, i quali in ogni tempo avevano trovato asilo nel suo feudo; i Catalani colla loro flotta ruinavano le due riviere[55]. Malgrado il pericolo e la ruina di questa guerra civile, i Genovesi, infiammati dal loro odio contro i Catalani, e dalla persuasione di non ottenere giammai perdono da Alfonso, continuarono a consacrare le loro forze, i loro vascelli, il loro danaro in soccorso del re Renato: ma la guerra di Napoli era un vortice che la repubblica non poteva colmare, sebbene vi gettasse tutti i suoi tesori. La generosa assistenza de' Genovesi sostenne Renato nella sua miseria, e non si ritrasse dal soccorrerlo nè pure quando Alfonso ebbe occupato Napoli; essi vittovagliarono ancora Castelnuovo; ed all'ultimo trasportarono nel 1442 colle loro galere il re Renato prima a Firenze, poi a Marsiglia[56].
Ma questa guerra, che tanto aveva accresciuta la collera d'Alfonso contro i Genovesi, era appena terminata colla totale ruina del partito d'Angiò, che Tommaso Fregoso, che l'aveva diretta, fu ancor esso levato di carica. Suo fratello Battista era morto nel 1442, ed i funerali di questo valoroso capitano erano stati celebrati con un fasto che aveva offeso i cittadini di uno stato libero. Giovann'Antonio del Fiesco, informato nel suo esilio del loro malcontento, si rese più audace, persuadendosi che i suoi concittadini lo seconderebbero; perciò avendo ricevuto soccorsi da Alfonso e da Filippo, si apparecchiò a fare uno sbarco, la notte del 15 dicembre del 1442, fra le chiese di san Nazaro e di san Celso. Il suo progetto era stato preveduto, e collocate delle guardie nel medesimo luogo per impedirne l'esecuzione; ma il rigore del freddo e la violenza di un vento contrario sembrando custodire bastantemente la costa, i soldati si ritirarono dopo la mezza notte. Il vento improvvisamente cambiò, e Giovanni Antonio del Fiesco, avendo saputo approfittarne, entrò in Genova senza incontrare resistenza.
I Genovesi, incoraggiati dalla presenza di questo capo di partito, si sollevarono per cambiare il governo. Invece di un solo magistrato, che sempre faceva temere lo stabilimento di un potere dispotico, pensarono di nominare otto cittadini, che col titolo di capitani della libertà amministrassero la repubblica. Tommaso Fregoso, da tutti abbandonato, erasi renduto prigioniero a Giovanni Antonio del Fiesco ed a Raffaello Adorno, i quali furono del numero de' nuovi magistrati con un Doria ed uno Spinola. Ma le fazioni di Genova erano troppo fra di loro accanite, e troppo inflessibili i capi delle opposte fazioni, perchè mantenere si potesse un consiglio in cui si erano voluti riunire. Non era ancora passato un mese, quando la scissura tra le due parti sempre irreconciliabili obbligò a sopprimere il consiglio, ed a nominare di nuovo un doge. Raffaello Adorno, che fu in allora scelto, era figlio di Giorgio e nipote d'Antoniotto, che avevano pure occupata la stessa carica. Giovanni Antonio del Fiesco, fieramente irritato nel vedere che una rivoluzione da lui condotta a fine altro non aveva fatto che traslocare l'autorità ducale da una famiglia popolare ad un'altra egualmente popolare, senza che i nobili ne sentissero alcun vantaggio, uscì di città, occupò Recco e Porto Fino, e ricominciò la guerra civile. D'altra parte Pietro Fregoso, nipote di Tommaso, giovane audace ed ambizioso, esiliato dal nuovo governo cogli altri Fregosi, erasi ritirato a Novi, di cui il duca di Milano gli aveva dato la fortezza; indi cominciò dal canto suo le ostilità contro i Genovesi[57].
La famiglia Adorno era stata quasi continuamente esiliata da Genova durante la guerra che i Genovesi avevano fatta ad Alfonso nel regno di Napoli, ond'era meno odiata da questo monarca; ciò le agevolò il modo d'intavolare con lui un trattato di pace, che fu non senza molta difficoltà accettato dalla repubblica. Questa finalmente si obbligò nel 1444, a mandare al re di Napoli, in forma di tributo, un piatto d'oro[58]. Nel susseguente anno Alfonso, invece di ricevere quest'offerta senz'apparato, volle ostentare la sua gloria e far conoscere l'umiliazione de' nuovi tributarj. Fece entrare i loro ambasciatori in mezzo alla sua corte; tutti i grandi del regno erano stati chiamati per essere testimonj del suo trionfo, ed i Genovesi, sorpresi da questa impreveduta pompa, conservarono un implacabile risentimento per la vergognosa parte che avevano dovuto sostenere[59]. Alfonso, che andava debitore di questo trionfo alla famiglia Adorno, cominciò a considerarla come sua alleata, e la eccepì dal suo odio contro i Genovesi. Ma questa famiglia andava perdendo la considerazione de' suoi concittadini in ragione di quella che acquistava presso un monarca nemico.
Gli Adorni non trovavano che Raffaello, loro capo, li facesse abbastanza partecipare della sua potenza, ed avrebbero voluto alla testa della repubblica un uomo che tenesse la bilancia meno eguale tra le fazioni, e che, invece di riconciliarle colla dolcezza, arricchisse l'una colle spoglie dell'altra. Persuasero a Raffaello che per calmare gli spiriti, agitati dal contegno di Alfonso verso i loro ambasciatori, conveniva che l'autore del trattato non fosse più capo dello stato. Raffaello, pieno di moderazione e di confidenza ne' suoi consiglieri, rinunciò il giorno 4 di gennajo del 1447 ad una carica, che aveva cercata per giovare alla sua patria, non a sè medesimo. Gli Adorni, approfittando di quest'inconsiderata moderazione, lo stesso giorno gli sostituirono Barnabò Adorno, che loro prometteva una parte assai più ricca delle spoglie de' loro avversarj[60].
Per porre in sicuro la propria autorità, Barnabò accettò da Alfonso una guardia di seicento Catalani. E siccome era questa la sola truppa assoldata della repubblica, si vide quello stato medesimo, che in guerra aveva fatto crollare il trono di un gran re, tremare in pace innanzi ad un branco di soldati ammessi tra le sue mura. Non eravi violenza che non dovesse aspettarsi da un primo magistrato, capo di partito, che in una libera città si era circondato di una guardia straniera. Ma Barnabò non era appena da oltre un mese salito sul trono ducale, quando Giano Fregoso osò entrare in porto nel cuor della notte con una sola galera, sbarcare ottantacinque valorosi giovani, che erano il fiore de' suoi partigiani e determinati di tentare una rivoluzione, ed attaccare il palazzo pubblico difeso dalla guardia del doge. Un'ostinata zuffa si attaccò nelle anguste strade di Genova, che rendevano meno sensibile il vantaggio del numero. Molti compagni del Fregoso caddero estinti, tutti furono feriti, ma nessuno di loro, finchè potè sostenersi, abbandonò la battaglia. La guardia fu rotta, Barnabò cacciato fuori dal palazzo, e Giano Fregoso innalzato in sua vece sul trono ducale il 30 gennajo dei 1447. Pietro Fregoso venne richiamato dal suo esilio, e nominato comandante della città[61].
Giano dichiarò la guerra a Galeotto del Carreto, marchese di Finale, che sempre alleato con tutti i nemici della repubblica, aveva approfittato delle lunghe turbolenze di Genova per esercitare insoffribili soverchierie sopra i suoi vicini. Per odio del marchese di Finale i Genovesi si rendettero colpevoli di una mancanza di fede fin allora senza esempio negli annali della loro città, appropriandosi gl'interessi a lui dovuti dalla banca di san Giorgio. Giammai, nè prima, nè dopo, si fecero lecito di non pagare ai loro nemici un debito legalmente contratto. Finale fu preso nel 1449, saccheggiati furono i sobborghi della città, e spianata la fortezza; ma sebbene avessero i Genovesi prima determinato di distruggere questa città da cima a fondo, fecero poi grazia agli abitanti; anzi restituirono ancora un terzo del marchesato a Marco del Carreto, parente dell'ultimo feudatario, che non aveva abbracciato il di lui partito[62].
Questa guerra non venne condotta a fine da Giano, morto in sul declinare del 1448, ma da Luigi Fregoso, suo fratello, che gli era stato sostituito. Per altro non corrispondendo questi all'universale aspettazione, venne deposto in luglio 1450. I consiglieri offrirono la corona ducale a quel Tommaso Fregoso ch'era stato doge nel 1415 e nel 1436; ma questi, trovandosi allora ritirato nella sua signoria di Sarzana, rispose di essere troppo indebolito dall'età, dai travagli e dalle inquietudini per governare lo stato in tempi così difficili, e consigliò di preferire suo nipote Pietro Fregoso, in allora comandante della città, il di cui carattere e talenti si meritavano la pubblica confidenza. Infatti Pietro venne di comune assenso eletto il giorno 8 dicembre del 1450[63].
Di quest'epoca la difesa di Costantinopoli era ciò che più importava ai Genovesi, e doveva credersi che occuperebbe un lungo spazio negli annali di Genova. Infatti la colonia genovese di Pera, rapidamente crescendo in ricchezze ed in potenza, pareva che un giorno dovesse eguagliare la città imperiale, di cui inaddietro non era che un sobborgo. Nel 1452 la repubblica vi aveva mandati novecento tra arcieri e corazzieri per difenderla contro i Turchi. Giovanni Giustiniani, che li comandava, partecipò valorosamente a tutte le fatiche ed a tutti i pericoli dell'ultimo Costantino; ma costretto da una ferita ad abbandonare la battaglia, parve che tutt'ad un tratto perdesse la presenza di spirito ed il coraggio. Egli abbandonò il suo posto, come se tutto fosse perduto, e la ritirata della piccola sua truppa aprì la città ai Musulmani. Pera s'arrese immediatamente dopo Costantinopoli, e la perdita di così fiorente colonia fu una delle più funeste sventure provate dalla repubblica di Genova. Gli storici genovesi appena accennano avvenimenti di tanta importanza, e pare che non siano stati informati delle particolari circostanze dai loro compatriotti; perciocchè niente aggiungono ai racconti degli storici Greci, cui strettamente si attengono, e non accennano veruna parziale cronaca di Pera. Pure i loro mercanti furono in Oriente testimonj di rivoluzioni troppo meritevoli di ricordanza, e l'esistenza medesima ed il governo della loro colonia offrivano uno straordinario fenomeno politico e mercantile degno della loro attenzione[64]. Dopo la perdita di Pera, temendo i Genovesi di perdere ancora gli altri stabilimenti del Levante, ed in particolare Caffa, ossia Teodosia, sul mar Nero, ne trasferirono la sovranità alla banca di san Giorgio, che sempre ferma in mezzo alle loro rivoluzioni, sempre saggia in mezzo alla follia ed all'ebbrezza delle fazioni, più che il doge ed i suoi consiglj pareva capace di salvare una colonia tanto difficile a custodirsi[65].
Nello stesso anno 1453 i Genovesi cedettero la sovranità dell'isola di Corsica alla stessa banca di san Giorgio, perchè Alfonso aveva loro tolta la città di san Fiorentino, e minacciava il rimanente dell'isola. Questo monarca aveva risguardato il ristabilimento dei Fregosi in Genova come una dichiarazione di guerra; e senza dubbio dopo tale epoca più non gli si pagò il tributo del piatto d'oro. Il papa, spaventato dalle conquiste dei Turchi, intromise la sua mediazione, ed ottenne da Alfonso, ancor esso inquieto e spossato, una tregua di sei mesi. Ma i vascelli catalani, che ne avevano approfittato per vittovagliarsi nel porto di Genova, violarono la tregua nell'istante che uscivano dal porto. Pietro Fregoso scrisse al re con molta nobiltà per chiedere conto di queste ostilità, quando tutti i sovrani d'Italia avrebbero dovuto riunire le loro forze contro i Turchi, veri nemici del nome cristiano; gli proponeva di porre le loro liti in arbitrio del papa, o di chiunque altro credesse Alfonso di nominare[66]. Questi non si curò punto di questa rimostranza; ed il suo ammiraglio, Bernardo di Villa Marina, dopo essersi concertato cogli Adorni e coi Fieschi, stese le sue piraterie sulle coste delle due Riviere[67].
Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de' loro capi con pena capitale[68].
Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto, non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa della cristianità[69].
Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli. «Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo contrario altrettanto nobile che misurata[70].
In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].
Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine, quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato d'Angiò[72].
Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].
A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della difesa della città[76].
Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno, scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso, accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna, altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de' malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra, avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].
Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo, che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo, qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo morì[80].
La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di magnanimo, di cui questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano, non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto sotto il nome di Panormitano, pretende di averlo a Capoa risanato da una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].
I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo, Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano. Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme, e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza. Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]». Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle accordare al re questa domanda[84].
Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi, togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana; nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono il quindicesimo secolo[85].