CAPITOLO LXXVII.
Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi.
1458 = 1460.
Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano, Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde, soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona. Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava, accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e dai deputati delle città del regno[87].
Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III, quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14 giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la clausola, legittimi, ed in loro mancanza alla linea transversale[88]. Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando, dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura, pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del 1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di tutti gli stati d'Italia.
Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati. Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi, il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont, figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].
Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi. Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].
Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95]. Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui ricoprì sè medesimo.
I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de' più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96]. L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV, ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].
Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta, per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio, abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria, figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.
Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani. Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona. Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].
Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale: i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra. Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando, nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di Cattolico. Troppo occupato trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia, Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].
I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni, figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione, guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino, il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo, padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].
Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de' Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri, perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati. L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa, che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue promesse[108].
Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni, conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria. Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi, di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata. Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina. Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].
Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano; aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani; sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città, ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo figlio.
Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale, unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico, abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo, perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri, onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].
Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].
Dopo tale vittoria, il duca di Calabria, risguardando Genova come bastantemente sicura, apparecchiò tutto quanto occorreva pel suo imbarco. Andò a bordo il 4 ottobre del 1459, e toccò in viaggio Luna, indi Porto Pisano, ove la repubblica di Firenze gli offrì magnifici doni, accompagnati da' suoi sinceri voti. Malgrado l'alleanza conchiusa con Alfonso, ella non poteva dimenticare l'antica sua parzialità per la casa d'Angiò: ella, in sull'esempio del duca di Milano, non assoggettava ogni suo affetto alla politica; e giudicava il proprio carattere de' combattenti, piuttosto che la convenienza d'impedire i progressi de' Francesi in Italia. Francesco Sforza per lo contrario non lasciavasi sgomentare dal cattivo successo delle due intraprese sopra Genova; non perdeva di vista i mezzi di soccorrere Ferdinando, e dirigeva in particolare verso questo scopo le conferenze di Mantova, alle quali Pio II aveva invitati tutti i principi cristiani.
Pio II, che sperava di regolare in questa dieta gli sforzi combinati dei Cristiani contro i Turchi e la politica dell'Italia, aveva presa la strada di Mantova con una pompa religiosa, che di già disponeva gli spiriti volgari ad ubbidirgli. Lo accompagnavano dieci cardinali e sessanta vescovi, varj principi secolari eransi uniti al di lui seguito, ed altri vi avevano mandati i loro ambasciatori. Perugia lo aveva ricevuto come suo sovrano, Siena per compiacerlo aveva richiamata la sua nobiltà, e rendutile i diritti di cittadinanza; a Firenze Galeazzo Maria, figlio di Francesco Sforza, i Malatesta, i Manfredi e gli Ordelaffi, ch'erano venuti ad incontrarlo, portarono la sua lettica, e la repubblica lo accolse colle onorificenze riservate ai più gran re[113]. Le feste destinate pel passatempo della sua corte sarebbero state più confacenti a quella di un giovane conquistatore, che non a quella del padre spirituale de' fedeli. Era stato apparecchiato un gran torneo sulla piazza di santa Croce, un magnifico ballo nella piazza di mercato nuovo, ed un combattimento di bestie feroci in quella della signoria. Si videro con maraviglia scendere sull'arena dieci leoni, e lo stupore de' forastieri crebbe a dismisura, quando videro comparire la gigantesca giraffa, fino a quell'epoca quasi sconosciuta all'Europa. Ma per quanti sforzi si facessero per provocare questi rarissimi animali alla pugna, non si potè giammai eccitare la loro collera ed offrirne lo spettacolo alla corte pontificia[114]. Continuando il suo viaggio Pio II entrò in Mantova il 27 maggio del 1459, portato nella sua lettica dai deputati dei re e dei principi, che lo stavano aspettando[115].
Giammai non erasi dispiegata, dopo il rinnovamento delle lettere, tanta eloquenza latina. Pio II con varj discorsi, pronunciati intorno all'infelicità di Costantinopoli ed ai pericoli del cristianesimo cavò le lagrime a tutti gli uditori. Fu ammirato Francesco Filelfo, allorchè parlò pel duca di Milano, e più ancora Ippolita Sforza, figlia di Francesco, e promessa sposa d'Alfonso, allorchè complimentò il papa con un discorso latino. I deputati del Peloponneso fecero una profonda impressione sopra quest'augusta assemblea col racconto dell'invasione dei Turchi, e col quadro dell'orribile schiavitù in cui erano caduti i Greci; e i deputati di Rodi, di Cipro, di Lesbo, d'Epiro, dell'Illiria, fecero sentire che senza i pronti soccorsi dei Latini i loro stati non potevano sottrarsi alla sorte che minacciava tutto il Levante. Quasi tutti i principi d'Italia assistevano personalmente a questa dieta, ove trovavansi pure gli ambasciatori di quasi tutti gli stati della Cristianità. Da molti secoli non erasi veduta in Italia un'adunanza più solenne e più imponente; nessun'altra era stata chiamata a discutere più grandi, più immediati, più universali interessi. Il papa accordò la pace a Sigismondo Malatesta, attaccato e quasi spogliato dal Piccinino e da Federico di Montefeltro; fece accordare l'onore del comando di tutte le forze della Cristianità a Filippo, duca di Borgogna, che si era consacrato alla crociata; fece decidere dalla dieta, che l'armata che si spedirebbe contro i Turchi sarebbe levata in Germania, e pagata dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia. Le contribuzioni di quest'ultimo paese vennero ripartite in proporzione della ricchezza degli stati, ed i deputati di Firenze, di Siena, di Genova e di Bologna si obbligarono in nome delle loro città al pagamento della tangente, che loro verrebbe assegnata. Borso d'Este, duca di Modena e signore di Ferrara, forse di già prevedendo che veruna di queste risoluzioni avrebbe effetto, sorprese l'assemblea colla smisurata offerta di 300,000 fiorini. Tutto pareva preventivamente regolato per la guerra che la Cristianità stava per muovere di comune consentimento[116]; ma questi apparecchi della crociata vennero tutt'ad un tratto sospesi dalla notizia delle ostilità che scoppiavano dovunque tra i popoli latini. Le galere, che si erano armate alle rive del Rodano, e che credevansi destinate contro i Turchi, erano state cedute dal re di Francia a Renato per tentare la conquista di Napoli; erano giunte alle foce del Garigliano, ed il duca Giovanni di Calabria aveva invasa la Campania. Nella stessa Roma i Savelli, e nello stato della Chiesa il Piccinino e Sigismondo Malatesta avevano ricominciata la guerra. Le rivoluzioni d'Inghilterra, di Castiglia, di Boemia, di Ungheria, distruggevano le speranze fondate su questi diversi popoli; e la dieta di Mantova, che aveva avuto così imponenti principj, e che pareva animata da tanto zelo, si divise senza veruna fondata sicurezza di recare soccorso ai Cristiani del Levante[117].
Pio II sentì vivamente questo totale sovvertimento delle sue speranze e de' suoi progetti; ed il tentativo della casa d'Angiò contro il re di Napoli sembrandogli la causa immediata dell'abbandono della crociata, il di lui risentimento si confuse ai suoi occhi collo zelo per la Cristianità. Altronde Francesco Sforza, nelle frequenti conferenze avute con questo pontefice, accrebbe ancora la sua parzialità per la casa d'Arragona. Per quanto sia grande lo zelo pel pubblico bene che nutre un papa quando acquista la tiara, gl'immediati interessi della sua sovranità di Roma vincono bentosto nella sua mente quelli della repubblica cristiana. Francesco Sforza fece sentire a Pio II, che l'ingrandimento de' Francesi in Italia lo ridurrebbe in un'assoluta dipendenza. Dietro questa considerazione risguardò la difesa di Ferdinando e la guerra di Napoli come un affare personale, e consacrò alla difesa della casa d'Arragona i tesori e le armi che aveva raccolte per la guerra contro i Turchi.
Il duca Giovanni di Calabria, giugnendo sulle coste del regno di Napoli in ottobre del 1459, aveva contato sull'ajuto d'Antonio Centiglia, conte di Catanzaro e marchese di Cotrone, ma seppe non senza inquietudine che Ferdinando l'aveva fatto arrestare pochi dì avanti[118]. Fu per altro in breve riconfortato dalla insurrezione degli altri feudatarj, suoi alleati, che si manifestò in ogni lato. Marino Marzano, duca di Svessa, fu il primo a spiegare l'insegna d'Angiò e ad accogliere il duca di Calabria, a favore del quale si dichiarò tutta la Campania. Negli Abruzzi, Antonio Candola o Caldora, figlio di Giacomo, diede un esempio simile, e fu bentosto imitato da Pietro Gian Paolo Cantelmo, duca di Sora, e da Niccolò, conte di Campo Basso[119]. Il principe d'Angiò, allontanandosi dalla sua flotta, visitò tutti questi feudi, passando prima all'Aquila, che gli aprì le porte. Dall'Abruzzo si recò nella Puglia, ove venne ad unirsi a lui colle sue truppe Ercole d'Este. Ercole, legittimo erede della signoria di Ferrara e del ducato di Modena, era venuto a cercare servigio nel regno di Napoli, mentre che i suoi due fratelli naturali regnavano successivamente in sua vece; egli era stato da Ferdinando incaricato dì comandare nella Puglia di concerto con Alfonso d'Avalos; ma si lasciò come gli altri strascinare dall'entusiasmo generale per la casa d'Angiò. Luceria, Foggia, san Severino, Troja e Manfredonia avevano a gara aperte le porte ai Francesi; e la strada di Taranto più non essendo chiusa al duca di Calabria, il principe Giovanni Antonio Orsini, che fin allora aveva dissimulato con Ferdinando, abbracciò il partito d'Angiò. Avendo questi adunati sotto i suoi ordini tre mila cavalli, attaccò contemporaneamente in più luoghi le truppe di Ferdinando e costrinse i feudatarj, suoi vicini, a dichiararsi pel partito ch'egli aveva abbracciato[120].
Spargendosi per l'Italia le notizie dei prosperi avvenimenti del principe d'Angiò, esse vi cagionarono un generale fermento. Renato e suo figlio Giovanni erano conosciuti dagl'Italiani, e dovunque avevasi avuto qualche relazione con loro, si conservava per le persone loro un affettuoso rispetto. La bontà, la semplicità, la lealtà, la sincerità formavano il fondo del loro carattere, e vantaggiosamente li distinguevano da tutti gli altri principi. Alfonso d'Arragona non aveva al certo risvegliato il medesimo interessamento a suo favore. Si era temuta la di lui politica, il di lui orgoglio aveva dato luogo a lagnanze, e tutte le potenze d'Italia, Venezia, Firenze, Genova, il duca di Milano ed il papa, erano stati la volta loro in guerra con lui. Pure sapevasi quanto questo principe era superiore a suo figliuolo; sapevasi che questi era maligno e crudele, che aveva inspirata una insuperabile avversione a tutta la nobiltà napolitana, e ch'era l'odio concepito contro di lui, non già l'illegittimità de' suoi diritti, che rendeva la ribellione universale. Altronde diversi stati d'Italia erano, in forza d'antica alleanza, uniti alla casa d'Angiò. In particolare i Fiorentini risguardavansi come i perpetui alleati della Francia in Italia. Da circa dugent'anni e fino dai tempi di Carlo il vecchio avevano consacrati le loro fortune ed il loro sangue per istabilire il suo dominio nel regno di Napoli; ed udirono colla più viva gioja le vittorie di Giovanni, cui credevano che dovesse in breve tener dietro la conquista di tutto il regno.
Ferdinando, che coll'avviso dell'invasione del suo rivale, era subito tornato dalla Calabria a Napoli, mandò, dietro i consiglj di Francesco Sforza, ambasciatori a Firenze ed a Venezia per domandare i sussidj che gli stati coalizzati si erano vicendevolmente promessi per venticinque anni nella lega d'Italia del 1455. Il duca Giovanni, avuta notizia di questa ambasceria, ne mandò ancor esso un'altra simile per chiedere gli stessi soccorsi in virtù dell'antica alleanza della casa di Francia colle due repubbliche. Il diritto dei trattati stava apertamente a favore di Ferdinando, ma tutti i cuori inclinavano verso Giovanni. Altronde siccome si suppone che tutti i governi vengono sempre trattati a nome dei popoli, le due repubbliche si credevano obbligate verso il regno di Napoli, non già verso la casa d'Arragona, e pretendevano che l'alleanza loro col re e col regno di Napoli non poteva obbligarle a dare per forza a questo regno un re detestato. I Veneziani, siccome i Fiorentini, cercarono di più una scusa nella guerra che Alfonso aveva fatto fare in Toscana dal Piccinino; pretesero che questo monarca avesse in tal maniera derogato egli stesso alla lega d'Italia, e ch'egli aveva perduto ogni diritto ai soccorsi stipulati, poichè lungi dal darne allora alla repubblica egli erasi apertamente collegato col suo nemico. I Fiorentini, più zelanti nel loro attaccamento alla casa d'Angiò, risolsero di accordare al duca Giovanni un annuo sussidio di ottanta mila fiorini, finchè avesse terminata la conquista del regno. Pure avanti di prendere un pubblico impegno vollero concertarsi col duca di Milano. Cosimo dei Medici gli scrisse caldamente, nulla dimenticando di ciò che credeva utile per fargli sentire quanto egli stesso doveva alla casa d'Angiò e quanto poteva sperarne, enumerandogli d'altra parte tutti i torti che la casa d'Arragona aveva verso di lui e verso tutta l'Italia. Gli rappresentò la fortuna di Ferdinando di già affatto in fondo, e lo supplicò a non ostinarsi, se non altro per prudenza, nel voler risuscitare un morto; gli offriva di trattare a nome del duca di Milano col duca di Calabria, e prometteva d'ottenergli le più onorate e vantaggiose condizioni. Ma Francesco nella sua risposta, dopo di avere allegati i suoi obblighi, che dichiarò sacri, mostrò che Ferdinando, tuttavia padrone della capitale e delle principali fortezze, trovavasi in migliore situazione che non il duca Giovanni. Aggiunse che il primo, non avendo altri stati che quello di Napoli, non potrebbe mai dipartirsi dagl'interessi degli Italiani, e rendersi formidabile a tutta la penisola, come lo era stato suo padre che governava nello stesso tempo molti regni barbari[121]; o come lo diventerebbero Renato e suo figlio, che terrebbero Napoli in dovere coi soccorsi dei Francesi. Se i principi della casa d'Angiò erano di troppo superiori pel loro carattere ai principi arragonesi, Cosimo non poteva d'altra parte negare che i Francesi, loro sudditi, non fossero vicini assai più pericolosi. Lo Sforza gli rammentava la loro petulanza, l'insolenza loro nella prosperità, l'insaziabile loro ambizione, il disprezzo per le costumanze e per le leggi straniere, e l'ingratitudine loro verso quelli che gli avevano fatti grandi. Li mostrò di già avere bloccata l'Italia colle loro guarnigioni d'Asti e di Genova; mostrò le loro alleanze in Romagna, le conquiste in Calabria, e fece vivamente sentire a Cosimo tutto il pericolo di renderli ancora più potenti. Pio II, al suo ritorno dalla dieta di Mantova, ebbe una conferenza con questo illustre capo della repubblica fiorentina, e insistette intorno agli stessi motivi di politica, e le sue insinuazioni, unite a quelle dello Sforza, persuasero Cosimo a far rivocare dalla repubblica il decreto de' sussidj a favore del duca di Calabria. Allora i Fiorentini ed i Veneziani dichiararono di comune consentimento, che osserverebbero una stretta neutralità fra i due pretendenti, o che, per quanto potesse dipendere da loro, accorderebbero all'uno ed all'altro la loro amicizia, ed i loro buoni ufficj[122].
Dietro domanda di Pio II e di Francesco Sforza, Ferdinando aveva accordata la pace a Sigismondo Malatesta, e richiamato il Piccinino; ma questi, che vedevasi preclusa la strada al compimento delle sue vittorie, e strappate di mano le conquiste promessegli in feudo come premio della sua attività, che di più vedeva il tesoro di Ferdinando esausto nel cominciamento della guerra, e che non poteva avere da lui il pagamento del suo soldo arretrato, si guardò come sagrificato da questo trattato, ed entrò in trattato con Giovanni d'Angiò per passare al suo servigio. Invano, per rimoverlo da questa risoluzione, Francesco Sforza gli mandò il padre dello storico Corio coll'offerta di dargli in matrimonio Drusiana, sua figlia naturale[123]. Quando, a fronte di queste pratiche, il Piccinino si pose in movimento con un'armata di sette mila uomini per passare nell'Abruzzo, il duca di Milano scrisse a suo fratello, Alessandro Sforza, signore di Pesaro, ed al conte di Montefeltro di chiudergli il passaggio; ma nè l'uno nè l'altro volle esporsi a trattenere la guerra nei suoi stati, ed il Piccinino arrivò senza combattere fino ai confini del regno[124].
Tutte le forze dell'Italia radunavansi in queste province. Alessandro e Bosio Sforza, fratelli di Francesco, vi condussero l'armata del duca di Milano, il Simonetta quella di papa Pio II, e dall'altro canto la flotta Genovese era nuovamente comparsa sulle coste della Campania, ed il duca Giovanni erasi avvicinato a Nola per assediarla. Ferdinando gli si fece incontro, dopo avere ingrossata la sua armata con quella che gli mandava il sommo pontefice. All'avvicinarsi del re molti castelli, ch'eransi dichiarati per gli Angiovini, rialzarono le insegne arragonesi. Il duca Giovanni ed il principe di Taranto, sperimentando di già l'incostanza attribuita ai popoli del mezzodì dell'Italia, sentirono il pericolo della loro posizione; perciò ritiraronsi in una specie di penisola formata da due fiumi che, sboccando da montagne impraticabili, dopo il corso di due miglia in sul piano si uniscono per gettarsi nel mare. Questa naturale posizione, appoggiata ancora dal castello di Sarno, era formidabile; ma d'altra parte sarebbe stato facile a Ferdinando il chiudere Giovanni in questo luogo con istretto assedio[125]. In fatti aveva da principio presa tale risoluzione, e, se avesse continuato in questo genere d'attacco, avrebbe forse terminata la guerra nella pianura di Sarno; ma gli mancava il danaro per pagare le truppe, e di già dugento fucilieri erano passati nel campo nemico, allorchè si erano veduto ricusato il pagamento[126]. Altronde gli si era fatto credere che il papa stava per richiamare le sue truppe e dichiararsi neutrale. Onde pensò di venire a battaglia per incoraggiarlo con una vittoria, o per risvegliare il suo risentimento con una disfatta. Un prigioniero, rilasciato dagli Angioini, gl'indicò una strada a traverso le montagne, per la quale potevasi penetrare nella penisola; vi entrò di fatti nella notte del 7 luglio 1460, e sorprese i suoi nemici. I soldati di Ferdinando, credendo di già il duca di Calabria affatto perduto, si sbandarono per saccheggiare il campo; molte migliaja di contadini, che avevano seguito il re per partecipare alla sua vittoria, diedero l'esempio del disordine; e quando i capitani angioini, rinvenuti dalla prima sorpresa, cominciarono ad attaccare gli assalitori, questa truppa di saccomani terminò di spargere la confusione nelle truppe arragonesi. La cavalleria, chiusa in angusto spazio, non poteva spiegarsi da verun lato[127]; intanto era venuto il giorno, e bentosto il caldo crebbe a dismisura. Gli Arragonesi, ammucchiati nello stesso ricinto dove avrebbero potuto chiudere i loro nemici, rotti senza potersi riordinare, signoreggiati dalle fortificazioni rimaste in potere degli Angioini, furono tanto più compiutamente rotti, quanto più lunga era stata la loro resistenza. Ferdinando si salvò a stento seguito da una ventina di cavalli, e la maggior parte della sua armata fu fatta prigioniera. Si trovò tra gli estinti Simonetta da Campo san Piero, generale della Chiesa, sul cui corpo però non si rinvenne veruna ferita. Si suppose che fosse stato rovesciato da cavallo e calpestato, e che per essere vecchio ed assai pingue non avesse avuto forza di rialzarsi[128].
Dopo la rotta di Ferdinando a Sarno, tutte le terre murate della Campania e del principato si arresero agli Angioini; i Sanseverini e tutti i gentiluomini, che si credevano i più affezionati agli Arragonesi, abbandonarono il loro partito per quello del duca di Calabria. Onorato Caietano, conte di Fondi, fu quasi il solo che si conservasse in questa provincia fedele al re: Ferdinando si era rifugiato a Napoli coi deboli avanzi della sua armata, e perchè non aveva alcun mezzo di resistere, se Giovanni d'Angiò fosse venuto colla sua armata sotto le mura della città subito dopo la sua vittoria, è probabile che la guerra sarebbesi terminata in pochi giorni. Ma il principe di Taranto, il di cui potere era cresciuto a dismisura in tempo della guerra civile, non desiderava che avesse subito fine. Era zio della regina Isabella, moglie di Ferdinando, e raccontasi come cosa indubitata, che questa, travestita da frate francescano, penetrasse nel di lui campo, e, gettataglisi ai piedi, lo supplicasse a non farla scendere da un trono sul quale l'aveva egli medesimo innalzata. Giovanni Antonio Orsini parve commosso, ed allora cominciò a spingere la guerra con minor vigore[129]. Egli persuase il duca Giovanni di attaccare le piccole città della Campania, piuttosto che Napoli, facendogli così perdere la state senz'alcun frutto, indi mettere le sue truppe ai quartieri d'inverno nella Puglia quando appena cominciava l'inverno[130].
Nello stesso tempo il Piccinino trovavasi negli Abruzzi a fronte dell'armata milanese, comandata da Alessandro e da Bosio Sforza, ed a fronte di Federico, conte di Montefeltro e d'Urbino. Il Piccinino stabilì il suo campo sopra un poggio in faccia a san Fabbiano, un solo miglio distante dai Milanesi. Una larga fossa terminava il pendio del colle, e presso a questa i cavalieri delle due armate solevano frequentemente scaramucciare. La scaramuccia, cominciata quattr'ore avanti notte il 27 di luglio, diventò bentosto una battaglia generale. I soldati dello Sforza volevano impedire a quelli del Piccinino il passaggio della fossa, e questi per lo contrario vi si ostinarono in tal maniera, che la battaglia si protrasse al lume delle fiaccole fino a tre ore di notte. Veruna battaglia italiana non era per anco stata nè così ostinata, nè così micidiale, e non eransi ancora veduti i soldati di due armate mantenersi sette ore nello stesso luogo senza avanzare o ritirarsi. Finalmente il Piccinino, disperando di superare la fossa, fece suonare la ritirata; ma la perdita era stata assai maggiore nell'armata dei fratelli Sforza, che in quella del Piccinino, avendo soprattutto sofferto assai i cavalli, quasi non essendovi più un solo corazziere che potesse valersi del suo. Grandissimo era il numero de' feriti, ed i capi, quando videro la zuffa sospesa, invece di rientrare nel loro campo, ad altro più non pensarono che alla ritirata. Quando fu giorno fecero partire i feriti sui muli dell'equipaggio, che lasciarono in balìa dei nemici, e nella seguente notte presero quietamente la strada della Marca, e non si fermarono finchè non ebbero passato il Tronto[131].
Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini, mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della guerra fosse decisa[132].
Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano, conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto, univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese, nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso, il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati, cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli, quando morì in sul finire della guerra.