CAPITOLO LXXVIII.
La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de' Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. — Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici.
1460 = 1464.
Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze. Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134]. Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano chiamava i cittadini alle armi[135].
Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso, ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare. In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni; e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto, vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri della città[136].
All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso, che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello. Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai infrequente[137].
Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro, Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].
Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova. Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi, con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].
Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa: ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne, per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli, dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti prigionieri[142].
Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta. Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre; non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai, come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima di regnare[144].
La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini. Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una guarnigione napolitana[145].
In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria. Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico. Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità, assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].
Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse, colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere; scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte, Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti, che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino, cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.
Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza, il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e geloso de' loro progetti e della loro grandezza.
I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando, occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151]; ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino, volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18 agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino, osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la Puglia tra le mani di Ferdinando[154].
Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini, incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati, era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino, approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo spogliati de' loro soldati[155].
Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, presso al quale trovavansi adunati tutti questi generali, cominciò da quell'istante a risguardare gli affari della casa d'Angiò come disperati, e si affrettò di conchiudere con Ferdinando un trattato, che da lungo tempo aveva segretamente intavolato. Dopo la battaglia di Sarno egli non aveva spinta la guerra con molto vigore; aveva dati consiglj al duca di Calabria che avevano ritardato i suoi progressi, e non avevalo ajutato co' suoi immensi tesori tuttavia intatti. Vero è che non era da sperarsi che un principe assai vecchio, e febbricitante la maggior parte dell'anno, spiegasse l'attività propria della gioventù; e gli Angioini, temendo d'inimicarselo, scusavano le sue infermità, e la sua intempestiva avarizia. Intanto Ferdinando aveva incaricato il cardinale di Ravenna, ed Antonio Trezzo, ambasciatore del duca di Milano, di fargli le più vistose offerte: egli chiamavalo sempre suo zio, e parlavagli sempre del rispetto e dell'amore che per lui conservava sempre; e non solo gli prometteva la conservazione di tutti i feudi e giurisdizioni possedute dall'Orsini sotto il regno di Alfonso, ma gli rendeva inoltre la carica di capitano generale, cui andava congiunto il pagamento di cento mila fiorini. E perchè il principe di Taranto potesse onoratamente ritirarsi dall'antica sua alleanza, Ferdinando offriva un salvacondotto al duca di Calabria, al Piccinino ed alla loro armata, purchè nel termine di quaranta giorni evacuassero gli stati del principe e s'incamminassero alla volta degli Abruzzi[156]. A tali condizioni fu sottoscritta la pace a Biseglio in Puglia il 13 settembre del 1462, ed il papa ed il duca di Milano si fecero garanti per il re.
In fatti il principe d'Angiò ed il Piccinino presero i quartieri d'inverno negli Abruzzi, che nella susseguente primavera (del 1463) furono il teatro della guerra. Le spedizioni del Piccinino non avevano oramai altro scopo che quello di trovare sussistenza alle sue truppe; ed il duca di Calabria, caduto sotto la dipendenza del suo generale, era obbligato di ruinare affatto i suoi sudditi pel di cui amore aveva creduto di salire sul trono. Per tale motivo Celano fu abbandonato al saccheggio, e Sulmona, presa dal Piccinino, non si sottrasse al sacco che con una contribuzione[157]. Ma malgrado questi parziali vantaggi il Piccinino risguardava come affatto prossima la ruina del suo padrone, e non volendo trovarvisi avviluppato, sottoscrisse il 10 agosto una separata convenzione con Alessandro Sforza, in conseguenza della quale passò colla sua armata ai servigj di Ferdinando, che gli accordò la città di Sulmona con molte castella, e novanta mila fiorini d'oro all'anno[158]. La città dell'Aquila, minacciata dalle armi di Alessandro Sforza, capitolò, ed il suo esempio fu seguito dalla maggior parte degli Abruzzi: all'ultimo Marino Marzano, duca di Svessa e principe di Rossano, ne' di cui feudi trovavasi in allora il duca di Calabria, capitolò dopo gli altri; onde lo sventurato duca d'Angiò, dopo essere stato accolto con entusiasmo da un grossissimo partito, e proclamato in tutte le province, si vide abbandonato dalla fortuna, tradito dagli amici, e forzato a cercarsi un asilo in vicinanza degli stati cui pretendeva, nell'isola d'Ischia, che gli fu data per tradimento insieme al castello dell'Ovo in faccia a Napoli da due Catalani malcontenti di Ferdinando[159].
Intanto Sigismondo Malatesta, il solo alleato che restasse alla casa d'Angiò in Italia, veniva caldamente inseguito da Federico da Montefeltro: egli aveva di già perduti Fano e Sinigaglia e quasi tutti i suoi castelli, ed aveva più volte invocata la clemenza del pontefice. Gli ambasciatori veneziani peroravano a suo favore; quelli di Firenze lo raccomandavano alla generosità di Pio II, e rappresentavano che Sigismondo, spinto agli estremi, potrebbe dare in mano ai Turchi il suo porto di Rimini[160]. Il papa finalmente risolvette d'accordargli la pace in ottobre del 1463, ma riducendo il suo territorio a cinque miglia di raggio intorno a Rimini, e quello di suo fratello, Domenico Malatesta, ad un eguale raggio intorno a Cesena. Alla morte di questi due principi, le due loro città dovevano ricadere sotto l'immediato dominio della Chiesa romana[161].
Mentre ciò accadeva, Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, morì il 16 novembre nel suo castello d'Alta-Mura; si ebbe grandissima cura di dire ch'era morto di vecchiaja, ma pure si vociferò bentosto ch'era stato strozzato da' suoi servitori, guadagnati da Ferdinando. Il re diffidava tuttavia di questo principe, che manteneva sempre corrispondenza col duca di Calabria. Quand'ebbe avviso della sua morte, si affrettò di recarsi ne' suoi feudi per prendere possesso della sua eredità come marito di sua nipote: vi trovò grandissimi tesori in danaro, in mercanzie di ogni sorta, in superbe razze di cavalli, in numerose greggie, oltre quattro mila uomini di buone truppe. Le ricchezze mobiliari del principe di Taranto si valutarono un milione di fiorini, ed i suoi feudi, che vennero riuniti alla corona, erano i più ricchi ed i più vasti del regno di Napoli. Così Ferdinando, per la morte d'un uomo, che egli temeva più d'ogni altro, diventò tutt'ad un tratto il più ricco e potente sovrano dell'Italia[162].
La morte del principe di Taranto terminò di rovesciare le speranze della casa d'Angiò: il vecchio re Renato era partito da Marsiglia con dieci galere in primavera del 1464 per soccorrere suo figliuolo; ma dopo averlo raggiunto all'isola d'Ischia, ed aver seco deliberato intorno allo stato dei loro affari, essi convennero che sarebbe cosa inutile lo spargere altro sangue ed erogare altri tesori per una causa di già perduta. Si rimbarcarono adunque e tornarono in Francia, abbandonando, dopo una guerra di sei anni, un paese nel quale avevano fatto risplendere il loro valore e la loro lealtà; ma dove nè il coraggio, nè le più dolci virtù gli avevano preservati da una lunga serie di calamità[163].
Sarebbesi detto che i Francesi, disgustati delle guerre d'Italia, volevano perfino privarsi della possibilità di tornare in questo paese. Altro non restava in poter loro che Savona, ove Lodovico XI manteneva una guarnigione che gli costava assai senza promettergli verun vantaggio. Risolse di cederla allo Sforza per riacquistare in tal maniera l'amicizia di questo principe, col quale aveva avute anteriori relazioni. Si fece un trattato in forza del quale, non solo Corrado Foliano, ufficiale del duca di Milano, fu posto in possesso di Savona in principio di febbrajo del 1464, ma vennero inoltre trasfusi nel duca di Milano tutti i diritti che il re di Francia aveva acquistati sopra Genova col suo trattato coi Genovesi: e questo singolare trattato, che chiamava Francesco Sforza a far valere diritti che aveva fin allora combattuti, fu dagli ambasciatori francesi comunicato a tutte le corti d'Italia[164].
Il duca di Milano, dopo essersi in tal modo posto al sicuro dai risentimenti della Francia, non dubitò di conseguire in breve la signoria di Genova. I quattro anni ch'erano decorsi dopo la cacciata dei Francesi, erano stati per Genova una continua serie di sedizioni, di violenze, di assassinj. Luigi Fregoso, ch'era stato riconosciuto per doge, era un uomo dolce e giusto, ma debole, che, cercando di rimettere in città la calma e l'impero delle leggi, trovavasi sempre contrariato dal violento suo cugino Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova. Questi adunava intorno a sè tutti i faziosi, nudriti nelle guerre civili, tutti gli assassini amnistiati, che avevano valorosamente combattuto per la loro fazione, ma che in tempo di pace non avevano nè entrate, nè industria alcuna per supplire ai loro bisogni o ai loro vizj. L'arcivescovo andava loro sempre ricordando ch'erano essi che avevano scacciati da Genova i Francesi, i nobili e gli Adorni; che questa triplice vittoria erasi conseguita coi pericoli e col sangue loro; ma che un'ingrata patria condannava, lui a timide funzioni ecclesiastiche in mezzo ai suoi preti, essi al disprezzo ed alla miseria. Pure se volevano dargli fede, non sarebbe per altri ma per loro che avrebbero combattuto. Coloro che gli avevano offesi non oserebbero più alzare gli occhi in faccia loro, e le ricchezze sarebbero proprietà de' più valorosi. Avendo con simili ragionamenti infiammate le passioni di questi formidabili partigiani, egli condusse il 14 maggio del 1462 ad attaccare il palazzo pubblico; vi sorprese il doge, suo cugino, che di lui non diffidava, e, scacciatolo, si fece proclamare doge. Ma questa violenza eccitò un movimento generale d'indignazione; tutte le persone dabbene, tutto il popolo si mostrarono così alieni da un prelato che tanto bruttamente turbava la pubblica tranquillità ed oltraggiava le leggi, ed il numero de' suoi partigiani fu così debole in confronto del partito contrario, che Paolo Fregoso spaventato abdicò volontariamente, prima che passasse un mese, l'usurpata autorità. Otto capitani del popolo presero subito il suo luogo, e pochi giorni dopo, l'otto giugno seguente, Luigi Fregoso venne per la terza volta decorato della corona ducale[165].
Per altro Paolo Fregoso non aveva abdicato che per aver tempo di ragunare nuove forze con nuove pratiche, ed avanti che terminasse l'anno sorprese suo cugino con un branco di scellerati, lo fece condurre avanti alla fortezza del Castelletto, e, fatta piantare una forca, minacciò di far appiccare il doge, se non gli si aprivano le porte della fortezza. Luigi non resistette, e la fortezza fu consegnata all'arcivescovo, il quale ottenne bolle dal papa, in data del 31 gennajo del 1463, con cui Pio II, dopo alcune ammonizioni, lo riconosceva doge di Genova e lo scioglieva tanto dai proprj giuramenti che dalle censure ecclesiastiche, che potevano impedire ad un prelato l'esercizio delle funzioni civili e militari[166].
In questa seconda amministrazione Paolo Fregoso diede libero corso alle sue passioni ed alla sua cupidigia. Aveva preso per suo aggiunto un uomo nè meno di lui violento, nè meno ambizioso, e questi era Ibletto del Fiesco, cui diede il comando di quella truppa di facinorosi, che lo servivano come guardie e come soldati. L'autorità delle leggi e quella de' magistrati furono in città sospese; i partigiani dell'arcivescovo entravano di qualunque ora del giorno nelle case dei ricchi, per prendere il danaro, le mercanzie, le donne che volevano rapire. Ogni giorno veniva macchiato dalla morte di qualche cittadino, che aveva osato di resistere a queste violenze, o che spirava vittima di qualche antica nimicizia. Sarebbesi detto che la città era stata presa d'assalto, se il saccheggio, autorizzato dal capo della religione e della giustizia, invece di essere passaggero, non si fosse protratto per molti mesi[167]. Tutta la nobiltà, tutti coloro che avevano di che vivere, uscirono di città per sottrarsi a tanta tirannide. Le città delle due Riviere più non riconoscendo in alcun modo l'autorità della repubblica, e non sapendo come conservarsele fedeli, spiegarono le insegne del duca di Milano. Questi sedusse Prospero Adorno, Spineta Fregoso e Jacopo del Fiesco, e diede a questi potenti cittadini nuovi feudi in Lombardia, per legarli più strettamente al suo partito; all'ultimo guadagnò lo stesso Ibletto del Fiesco, ch'era stato fin allora l'agente ed il ministro dei furori dell'arcivescovo. Fece in pari tempo avanzare contro Genova Jacopo da Vimercato con una potente armata, cui si unirono Paolo Doria e Girolamo Spinola con tutti i vassalli di queste due nobili case[168].
Paolo Fregoso si conobbe troppo debole per resistere a questo turbine; pure non volle porgere orecchio ai negoziati che Francesco Sforza era disposto ad aprire con lui, nè rinunciare al suo principato, nè esporsi ad essere oppresso dal popolo, se aspettava il nemico in città. Era in sua mano la fortezza del Castelletto, ch'egli risguardava come il pegno del futuro suo ritorno in Genova. Ne affidò la custodia a Bartolommea, vedova del doge Piero suo fratello, ed a Pandolfo, altro suo fratello. Diede loro cinquecento de' suoi migliori soldati per difendersi; indi, presi seco gli altri facinorosi più attaccati alla sua persona, s'impadronì di quattro vascelli che si trovavano nel porto, li provvide di armi e di munizioni, ed uscì di Genova per esercitare la pirateria, finchè una più propizia sorte gli permettesse di venire a riprendere e la mitra pontificale, e la corona ducale, ch'era forzato a deporre momentaneamente[169]. Infatti lo vedremo ricuperare in appresso tutta la sua grandezza, ed inoltre aggiugnervi nel 1480 la porpora cardinalizia, sotto il titolo di sant'Atanasio.
Partito Paolo Fregoso, Ibletto del Fiesco occupò una delle porte, ed i giardini di Carignano; e da quella banda il 13 aprile del 1464 introdusse in città Jacopo Vimercato. Questo generale assediò subito il Castelletto, che per altro difficilmente avrebbe preso; ma dopo quaranta giorni la vedova Fregoso glielo vendette per quattordici mila fiorini d'oro, introducendovi i soldati milanesi di nascosto di suo cognato, che doveva dividerne con lei la custodia[170]. Frattanto si spedirono a Milano ventiquattro deputati dalla repubblica per deferire la signoria a Francesco Sforza alle medesime condizioni convenute col re di Francia e per prestare in sua mano il giuramento di fedeltà[171].
Le rivoluzioni, che dopo avere ruinata la repubblica di Genova finirono col precipitarla sotto un giogo straniero, avevano cominciato in tempo delle guerre del regno di Napoli. Per iscacciare la casa d'Arragona la repubblica aveva vuotati i suoi tesori, e versati torrenti di sangue, e finalmente soggiacque essa medesima alle turbolenze che aveva voluto eccitare nelle lontane provincie. Aveva in appresso abbandonata una causa abbracciata con tanto ardore; aveva sperimentata tutta la violenza del governo d'un capo di faziosi, ed era stata all'ultimo costretta per trovar pace, di rinunciare alla libertà. Nello stesso tempo la repubblica di Firenze si sottrasse alle stesse violenti convulsioni, perchè cercò d'isolarsi dalla grande contesa che divideva tutta l'Italia. Aveva da prima preso un interessamento, quasi così vivo come la repubblica di Genova, per l'ingrandimento della casa d'Angiò, ed era stata in sul punto di entrare nella medesima guerra; ma la prudenza di uno de' suoi cittadini l'aveva ritenuta nella neutralità, evitando ad un tempo gli esterni pericoli e le grandi commozioni interne. Per altro non si sottrasse alle disgrazie attaccate all'impero delle fazioni, e se non perdette la sua libertà, la vide per lo meno crudelmente compromessa da quei medesimi ch'eransi sollevati nel suo seno come difensori e protettori del popolo.
La forma legale del governo di Firenze si avvicinava assaissimo alla democrazia; niun corpo nello stato aveva uno stabile potere, veruno nominava i suoi proprj membri, veruno conservava spirito ed interessi indipendenti da quelli del popolo. I consiglj, la magistratura, lo stesso capo dello stato, tutto continuamente mutavasi, tutto si rinnovava con somma rapidità, e tutti i cittadini dovevano la volta loro comandare, ed essere comandati. E per impedire che lo spirito di corpo non si perpetuasse ne' consiglj, per impedire che il favore, od i maneggi restrignessero le elezioni ad una sola classe di cittadini, ad un piccolo numero di persone, erasi preferita la sorte alla scelta, e la repubblica riceveva il suo governo dall'estrazione d'una lotteria.
Questa esagerata ricerca dell'eguaglianza fra i cittadini fu propriamente ciò che la distrusse. La repubblica non sarebbe stata mai più chiamata a violare le proprie leggi, se si fosse accontentata di far eleggere il proprio gonfaloniere, i priori, i consiglj dai suffragj del popolo; e se, considerando alcuni di questi mandati del popolo come irrevocabili, avesse, almeno ne' consiglj, conservati fino alla morte coloro che vi fossero stati una volta collocati dal voto dei loro concittadini. Sarebbesi in tale maniera data un'áncora che l'avrebbe tenuta ferma nelle agitazioni popolari, ed avrebbe conservata nello stesso corpo la tradizione de' suoi interessi e della sua politica. Ma nella forma del governo adottato dalla repubblica era impossibile il ripromettersi dai suoi magistrati, sempre nuovi, unione ne' sistemi, costanza ne' progetti, e combinazioni politiche che richiedessero molti anni per la loro esecuzione. Formavasi subito fuori del governo un partito, una fazione che diventava il vero centro dell'autorità, il vero governo della repubblica. Questo partito, per darsi un'esistenza legale, ricorreva al parlamento di tutta la nazione. Con un atto della sua sovranità il parlamento sospendeva la costituzione e creava una balìa, come i Romani creavano un dittatore, per salvare la repubblica con un'autorità superiore alle leggi. Formava questa balìa o commissione con un determinato numero di cittadini, i più distinti, i più attivi del partito dominante, e talvolta il loro numero ammontava a parecchie centinaja. In appressa il parlamento affidava a questi cittadini il diritto di riempire a loro scelta le borse da cui si dovevano levare a sorte i nomi de' magistrati, di scegliere ancora ogni due mesi in queste borse i nomi di coloro che dovevano aver luogo nella signoria, lo che dicevasi fare le elezioni a mano, d'esiliare senza forma di giudizio coloro che si risguardavano come pericolosi pel partito dominante, e finalmente di trovare con mezzi arbitrarj il danaro necessario ai bisogni dello stato. La creazione d'una balìa era una tirannide stabilita in una repubblica, ed era errore grossolano del legislatore l'averla renduta necessaria. Tale era non pertanto l'incostanza del governo costituzionale, che quando spirava la balìa (giacchè non era mai creata che per un tempo limitato) la repubblica era sempre minacciata di ricadere nella anarchia.
Dopo la rivoluzione del 1434 la repubblica di Firenze aveva avuto alla sua testa due uomini d'un merito eguale, sebbene la loro riputazione non siasi conservata eguale, Neri Capponi e Cosimo de' Medici. Il primo, grande politico, destro negoziatore, in guerra generale vigilante e felice, erasi fino dal 1420 renduto caro egualmente ai cittadini ed ai soldati coi continui servigj prestati alla repubblica. Cosimo de' Medici, non meno destro politico, invece della riputazione militare godeva quella di generoso protettore delle lettere, delle arti e della filosofia. Inoltre la sua immensa ricchezza gli somministrava il modo di spargere dappertutto i beneficj, e l'estrema sua generosità lo portava a prevenire tutte le domande di danaro che gli si potevano fare. Appena eravi in tutto il suo partito un cittadino, che non si fosse gratificato. Così, mentre Neri Capponi non aveva che ammiratori e partigiani. Cosimo de' Medici aveva clienti che gli erano affatto devoti[172].
Malgrado la rivalità loro e malgrado alcune vicendevoli offese, questi due grandi cittadini conservaronsi tra di loro generalmente uniti, sia per zelo per la repubblica, sia per timore dell'opposto partito degli Albizzi, che, sebbene abbattuto, era ancora potente. Perciò, in ventun anni che furono unitamente alla testa dello stato, fino alla morte di Capponi, accaduta l'anno 1455, trovarono sempre il popolo propenso a continuar loro l'autorità della balìa quando spirava. In questo spazio di tempo fu rinnovata sei volte, e sempre in un modo legittimo dal parlamento adunato dietro inchiesta dei consiglj.
Ma l'autorità dell'ultima balìa terminava il primo luglio del 1455. Non esisteva plausibile ragione per rinnovarla, trovandosi lo stato in pace co' suoi vicini, essendo internamente la fazione degli Albizzi abbattuta affatto, e la rivoluzione da troppo lungo tempo ultimata, perchè si osasse di conservare un regime rivoluzionario. Altronde essendo morto Neri Capponi, Cosimo de' Medici, rimasto solo, eccitava maggiore gelosia. I suoi amici, che mai non avevano avuto intenzione di farlo principe, non erano meno de' suoi nemici diffidenti dell'ingrandimento del suo potere: essi si opposero perciò ne' consiglj al rinnovamento della balìa, e si tornò ad estrarre a sorte la signoria: pure ciò si fece colle liste e colle borse ch'erano state fatte dalle precedenti balìe, e che non contenevano che i nomi degli amici dei Medici. Pietro Rucellai, che entrò in carica il primo luglio del 1455, fu il primo gonfaloniere nominato dalla sorte[173]; la sua magistratura eccitò trasporti di gioja nel popolo, che credette di rientrare soltanto allora nel godimento de' suoi diritti e della sua libertà. Il cambiamento era infatti per lui reale, perciocchè nella precedente amministrazione, i giudizj dei tribunali, e la ripartizione delle imposte erano diventati oggetti di favore e di brighe. I Fiorentini in tutti gli affari contenziosi eransi trovati in necessità di sollecitare e spesso di comperare coi doni il favore de' potenti cittadini che governavano lo stato con Cosimo de' Medici. Ma dopo la cessazione della balìa, non solo la nuova magistratura più non diede orecchio alle raccomandazioni del favore, ma per lo contrario ebbe piacere di maltrattare coloro, innanzi ai quali erasi fin allora tremato. Que' medesimi cittadini, le di cui case pochi mesi prima erano affollate di clienti che recavano doni, si videro abbandonati ed esposti ai sarcasmi della moltitudine. Cosimo de' Medici aveva preveduto questo cambiamento, che a lui non fece torto, perchè i suoi clienti avevano sempre di lui bisogno. Aveva sentito che i suoi amici verrebbero puniti della loro gelosia, ed erasi compiaciuto di vederli colle pratiche loro privarsi essi medesimi del loro credito senza recare pregiudizio al suo[174].
Il governo cercava di estinguere il debito pubblico, ch'era cresciuto assai durante la precedente guerra; uno dei mezzi adottati per accrescere le entrate fu il rinnovamento del catastro del 1427, in forza del quale tutte le proprietà mobili ed immobili di ogni cittadino erano state stimate, ed assoggettate ad un'imposta di un mezzo per cento del capitale. Dopo tale epoca i ricchi avevano trovato modo di sottrarre gran parte de' loro averi alle pubbliche imposte, valendosi del credito che esercitavano sopra i magistrati; onde una legge che stabiliva un'eguaglianza proporzionale nelle imposte, venne risguardata dal popolo come un trionfo. Fu fatta in principio del 1458, e vennero incaricati dieci commissarj di fare entro l'anno il riparto dell'imposta a seconda delle sostanze[175].
Bentosto i grandi ed antichi amici di Cosimo lagnaronsi del cambiamento introdotto nello stato, lagnaronsi d'essere abbandonati al capriccio della moltitudine. Le stesse persone, che per gelosia del Medici avevano ostato al rinnovamento della balìa, lo supplicavano adesso di unirsi con loro per ottenerne una. Non avendo voluto Cosimo cedere alle loro istanze, Matteo Bartoli, che fu gonfaloniere ne' due susseguenti mesi, si provò a chiedere la balìa senza di lui; ma non solo non vi riuscì, ma diede luogo a portare una legge ne' consiglj, in forza della quale non poteva adunarsi il parlamento senza essere domandato dagli unanimi suffragj della signoria e del collegio, e senza che la proposizione fosse approvata dai due consiglj[176]. Questo trionfo del partito popolare, cui aveva contribuito lo stesso Cosimo, accrebbe l'avvilimento di quegli amici che si erano da lui allontanati, e fece loro più vivamente desiderare una riconciliazione.
Frattanto, dopo aver data questa lezione al suo partito, Cosimo de' Medici credette che fosse tempo di rendergli il primo vigore e d'impedire che Firenze non si accostumasse al godimento della sua libertà. Avendo la sorte dato per gonfaloniere di luglio e d'agosto del 1458 Luca Pitti, Cosimo lasciò a questo ricco, potente ed audace cittadino la cura di adunare un parlamento, determinato di tenersi al coperto da ogni avvenimento, non secondandolo apertamente e non contrariandolo, onde poter approfittare del buon successo, e non essere a parte delle sue perdite, ove la cosa non riuscisse. In fatti il Pitti riempì il palazzo di gente armata, costrinse colle minacce i priori, suoi colleghi, a domandare il parlamento; coprì tutte le uscite della piazza di soldati e di contadini cui aveva distribuite le armi, e l'undici d'agosto del 1458, avendo fatto suonare la maggior campana, tenne un'adunanza del popolo tremante e sommesso, che approvò e sanzionò tutti i regolamenti che a lui piacque di proporre, rinnovando la balìa del 1434, ed aggiugnendovi dieci nuovi elettori e dieci segretarj. Si pretestò pel rinnovamento di quest'autorità dittatoriale della repubblica il pericolo che poteva farle correre la morte di papa Calisto III, gli assassinj del conte Averso dell'Anguillara e l'anarchia di Roma. Si resero depositarj di tutta l'autorità dello stato 352 cittadini, e loro si attribuirono le nomine dei magistrati, i giudizj stragiudiziali e le imposte[177].
La balìa fece il più violente uso, che fare si potesse, dell'arbitraria autorità che le era affidata: Girolamo, figliuolo d'Angelo Machiavelli, aveva gagliardamente parlato intorno al pericolo inerente alla convocazione dei parlamenti ed alla sovversione della libertà cagionata dalle balìe. Venne arrestato ed assoggettato alla tortura per forzarlo coi tormenti a palesare, come una trama, i motivi della sua legittima opposizione ad intraprese contrarie alle leggi. In fatti strapparonsi di bocca al Machiavelli i nomi d'Antonio Barbadori e di Carlo Benizi, che dichiarò essere a parte delle sue opinioni; furono ambidue posti alla tortura: dopo di che il Machiavelli e suo fratello, il Barbadori con suo figlio, il Benizi e tre suoi parenti vennero condannati a grosse ammende ed alla relegazione. I due primi non essendosi recati nel luogo del loro esilio, Girolamo Machiavelli fu arrestato per tradimento di uno de' signori della Lunigiana, e dato alla signoria di Firenze, che lo fece morire[178].
Luca Pitti fu fatto cavaliere in premio del vigore che aveva mostrato. Cosimo de' Medici e tutti gli amici del governo si credettero obbligati a fargli dei regali; egli ne ricevette da tutti coloro che desideravano di guadagnare il suo favore, e dalla stessa repubblica; si dice che ammontassero a ventimila fiorini. Peraltro Cosimo era vecchio e logoro, frequentemente veniva tormentato dalla gotta, onde pareva disgustato degli affari pubblici e trattenevasi in villa la maggior parte del tempo. Luca Pitti, ambizioso ed orgoglioso, approfittava della ritirata del suo amico per innalzarsi. Pareva egli il vero capo della repubblica, e la fazione dominante omai più non chiamavasi il partito di Cosimo, ma quello di Pitti. Per illustrare il suo trionfo, egli prese a fabbricare due palazzi, uno alla distanza di un miglio fuori delle mura e l'altro in città; ne gittò così estesi i fondamenti e con fasto tanto insolito, che Firenze, accostumata ai prodigj dell'architettura, Firenze, che non aveva trovato che Cosimo fosse uscito dai confini della modestia di un cittadino innalzando il palazzo Medici (oggi palazzo Riccardi in via larga), riguardò il palazzo Pitti come un'intrapresa reale. Per terminare questo superbo edificio, diventato poscia la residenza dei gran duchi, Luca Pitti ricevette regali da tutti coloro che avevano bisogno della sua protezione o del suo favore. Non solo i particolari, ma i comuni, che dovevano chiedere qualche cosa ai consiglj della repubblica, s'addirizzavano a Pitti; e tutti sapevano che il suo appoggio non si otteneva, che dandogli materiali pel suo edificio. Tutti i banditi, tutti i malfattori, che avevano ragione di temere la pubblica vendetta, si rifugiavano in quel ricinto, e finchè lavoravano a fabbricare, non erano molestati dagli ufficiali della giustizia, che ivi non osavano inseguirli[179].
Cosimo de' Medici, che aveva sempre cercato di non offendere gli occhi dei suoi concittadini con verun fasto esteriore, e che, sebbene considerato negli altri stati come principe, non aveva lasciato di essere in patria un semplice cittadino, vedeva con dolore il partito ch'egli aveva formato, e che ancora appoggiavasi al suo nome, dare un tiranno alla repubblica. Egli tenevasi lontano dagli affari, e fabbricava chiese in Firenze e nelle vicinanze; si circondava di letterati, ed occupavasi con Marsilio Ficino del rinnovamento della filosofia platonica, quando in principio di novembre del 1463 ebbe la sventura di perdere il suo secondo figliuolo, Giovanni de' Medici, in età di quarantadue anni. Sopra di questi fondava Cosimo le sue speranze per la grandezza della sua famiglia, sembrandogli che i talenti ed il carattere di Giovanni fossero d'una tempra abbastanza forte per governare la repubblica, per guadagnarsi il cuore de' suoi concittadini, mantenere al di fuori la riputazione de' Medici, e per proteggere nell'interno e far fiorire le lettere e le arti. Il primogenito, Piero de' Medici, allora in età di quarantasette anni era di così debole salute, che non poteva credersi capace di portare il peso degli affari. Il figlio di Giovanni, detto Cosimo, era morto prima di lui, ed i due figli di Pietro erano ancora fanciulli. Il vecchio Cosimo de' Medici facevasi portare pel suo vasto palazzo, pel quale più non poteva girare a piedi, e diceva sospirando: «Questa è troppo gran casa per così piccola famiglia[180]!»
Cosimo de' Medici non sopravvisse lungamente al figliuolo di cui non sapeva scordarsi: egli morì nella villa di Careggi il 1.º agosto del 1464 in età di settantacinque anni, egualmente compianto dagli amici e dai nemici. I primi lo amavano per i suoi infiniti beneficj, i secondi avevano di già imparato a temere coloro che dovevano succedergli nel governo della repubblica. Sapevano che Cosimo li forzava ancora a qualche moderazione pel solo credito del suo nome, e tremavano in vista della tirannide, sotto la quale caderebbero, quando lo stato più non avrebbe questo moderatore.
Cosimo, il più grande cittadino che siasi mai innalzato in un paese libero, era stato trent'anni capo della più ricca, potente ed illuminata repubblica che allora esistesse. Con una felicità più costante, ed un più lungo potere di quello di Pericle, egli aveva, come il Greco, arricchita la nuova Atene di tutti i prodigj delle arti. Aveva in Firenze fabbricati il convento e la chiesa di san Marco, quello di san Lorenzo ed il chiostro di santa Verdiana; sulla montagna di Fiesole, san Girolamo e la Badìa; nel Mugello, la chiesa de' Frati minori. Aveva ornati di cappelle, di statue, di quadri, di argenterie destinate al culto, le chiese di santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di san Miniato. Aveva per se medesimo fabbricati quattro palazzi in campagna, a Careggi, a Fiesole, a Caffaggiuolo ed a Trebbio: aveva innalzato in città il magnifico palazzo, ora Riccardi; finalmente aveva in Gerusalemme eretto uno spedale pei pellegrini. Ma invece d'impiegare, come Pericle, le pubbliche entrate nell'innalzare questi monumenti, che fissarono il gusto della bella architettura, aveva tutto fatto col proprio danaro[181]; e mentre questi pubblici lavori annunciavano un sovrano, e sorpassavano di lunga mano la magnificenza de' più gran re dell'Europa, nè i suoi abiti, nè la sua mensa, nè i suoi servi, nè i suoi equipaggi, superavano quelli della classe comune; egli trattava da eguale e come semplice cittadino ogni Fiorentino; si era ammogliato ed aveva dato marito ai suoi figliuoli ed alle sue nipoti non in famiglie principesche, che avrebbero avidamente cercato il suo parentado, ma in famiglie di Fiorentini, ch'egli risguardava sempre, ed ognuno considerava come sue pari.
Senza dubbio la riputazione di Cosimo de' Medici si conservò più luminosa, perchè la sua famiglia, dopo di lui, s'innalzò al supremo potere nella sua patria. Quasi tutti gli storici, nati sotto i Medici, vollero adularli nel ritratto del loro capo; coloro che avrebbero potuto tenere un contrario linguaggio si videro forzati al silenzio. Pure un secolo dopo la sua morte, gli amici della libertà accusavano ancora Cosimo de' Medici, d'avere, avanti il suo esilio, eccitata la prima guerra di Lucca per accrescere la propria importanza, e d'averla poi fatta andare a male per perdere i suoi nemici; di essersi arricchito col maneggio del pubblico danaro, da cui il suo credito teneva lontani tutti gli altri cittadini; d'avere estese le sue vendette a tutto quanto eravi nella repubblica di più illustre; e finalmente d'essersi alleato a Francesco Sforza pel solo vantaggio della propria famiglia, e contro il bene della patria[182].
Durante l'amministrazione di Cosimo, Firenze fece alcuni acquisti di poca importanza, cioè Borgo san Sepolcro, che comperò dal papa poco dopo la battaglia di Anghiari, Montedoglio confiscato a danno della casa di Pietra Mala, il Casentino a danno dei conti Guidi, e la Val di Bagno a danno della casa Gambacorti. Ma Cosimo aveva sempre avuto l'ambizione di fare per la repubblica un più ragguardevole acquisto, quello di Lucca. Francesco Sforza gli aveva promesso che, tosto che sarebbe duca di Milano, l'ajuterebbe ad occupare quella città, e Cosimo non gli perdonò la sua mancanza di fede a questo riguardo[183]. Pure fu l'unico de' suoi progetti non condotto a fine. In generale la sua amministrazione fu non meno felice che gloriosa, e Firenze riconoscente gli rese la più nobile testimonianza, ordinando che venisse scritto sul suo sepolcro il nome di Padre della patria[184].