CAPITOLO LXXIX.
Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. — Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de' Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie e morte di Scanderbeg.
1443 = 1466.
L'Italia parve respirare in pace dopo le accanite guerre che avevano accompagnato lo stabilimento delle due nuove dinastie ne' due suoi più potenti stati, quella degli Sforza nel ducato di Milano, e quella del ramo bastardo di Arragona nel regno di Napoli. Questa contrada più non fu travagliata che da brevi e poco importanti guerre fino all'invasione de' Francesi nel 1494. Allora il cambiamento della politica di tutta l'Europa la rese il teatro di una nuova contesa tra le più formidabili potenze, e la ridusse nel corso di un mezzo secolo al rango di tributaria o di suddita degli oltremontani. I trent'anni di pace che godette l'Italia avanti quest'ultima rivoluzione, che pose fine alla sua esistenza politica, vennero consacrati allo studio delle antiche lettere, rendute di meno difficile accesso dopo il ritrovamento della stampa, al rinnovamento della filosofia peripatetica e platonica, della poesia e dell'eloquenza latina, della poesia volgare, del teatro, dell'architettura, della scultura e della pittura. Tutto il lusso dello spirito e dell'immaginazione fu spiegato o preparato almeno in questo luminoso periodo; lo splendore delle arti e delle lettere, favoreggiate da tutte le corti, deve oramai nella storia prendere il luogo delle antiche virtù, di cui più non rimangono tracce, e che eccitavano tanto interesse. La sincerità, il disinteressamento, la grandezza d'animo eransi dileguate colla libertà, la quale, sbandita dalle corti dei signori, non conservavasi nè meno nelle repubbliche. Il sempre crescente potere di un'ambiziosa famiglia ristringeva ogni giorno questa libertà a Firenze ed a Bologna, Genova perdeva la sua nell'anarchia, e Venezia sotto il giogo di una sospettosa oligarchia. Molte belle opere e poche belle azioni illustravano l'Italia, e mentre trovavasi presso i dotti tanto ardore e perseveranza nel lavoro, poco carattere trovavasi presso i magistrati, poco coraggio ne' soldati, poco patriottismo ne' cittadini.
Questa non curanza dei sentimenti e dei doveri pubblici si palesò principalmente nella contesa in cui di quest'epoca l'Italia trovossi impegnata coi Turchi. Diventata tutt'ad un tratto confinante dell'impero musulmano, dal quale non la separava che un angusto braccio di mare, sentì a più riprese lo spavento d'una imminente guerra; risuonò bensì di prediche di crociate, ma non adottò veruna energica misura per sottrarre al giogo degli Osmanli le isole e le colonie possedute dagl'Italiani ne' mari della Grecia; lasciò conquistare le coste della Dalmazia, dell'Epiro e del Peloponneso, che, conservate ai Cristiani, avrebbero loro assicurato l'impero dell'Adriatico, e che, venute in mano ai Turchi, esposero l'Italia in tutta la sua lunghezza al saccheggio ed alle invasioni di un popolo che minacciava la sua religione, i suoi costumi, la stessa sua esistenza. Vero è che quel primo impeto de' Musulmani si allentò più presto che non poteva sperarsi; la loro corruzione non fu meno rapida delle loro vittorie, ed il dispotismo distrusse il loro vigore, prima che avessero terminato di opprimere i loro vicini. Ma il paese in cui le arti e le lettere si rinnovavano con tanto splendore, non si salvò per virtù sua dall'invasione dei barbari, ma andò debitore della sua conservazione a cagioni che prevedere non poteva, nè dirigere, ed alla quale l'infingardaggine del nostro spirito dà il nome di accidente.
Finchè l'impero greco si mantenne in Costantinopoli, questa capitale potè risguardarsi come il centro di stati addetti alla religione greca, i di cui interessi, la di cui politica pochissime relazioni avevano con quelli dell'Occidente. Le invasioni dei Turchi avevano separate le antiche province dell'impero d'Oriente, e data loro un'indipendenza che spesso non cercavano. Ma la violenza della tirannide musulmana faceva fuggire gli abitanti dai paesi che occupava, ed accresceva con ciò la popolazione di quelle dove non era ancora penetrata. Formavano questi frammenti d'un grande stato nuovi regni che ancora avrebbero potuto opporre una lunga resistenza, se le leggi, i costumi, il coraggio, non fossero stati distrutti avanti la popolazione. Quando Costantinopoli cadde in potere dei Turchi, il piccolo stato di Trebisonda, che assumeva il pomposo titolo d'impero, sussisteva ancora all'estremità del mar Nero, ed un altro stato cristiano sullo stesso mare aveva il titolo di regno d'Iberia[185]. I Genovesi possedevano lungo le coste della Tartaria la potente colonia di Caffa. Il continente, situato tra il mar Nero ed il mare Adriatico, contava sette regni, dei quali la corona d'Ungheria pretendeva di avere l'alta signoria ed erano la Croazia, la Dalmazia, la Bosnia, la Servia, la Rascia, la Bulgaria e la Transilvania[186]. Nello stesso continente trovavansi eziandio i Valacchi, che pel loro idioma sembravano appartenere all'Italia, e gli stati di Scanderbeg, il difensore, il vendicatore dell'Epiro, le di cui vittorie avevano rialzata la gloria del nome Cristiano. La Grecia era quasi tutta saccheggiata o dominata dai Turchi: pure conservavasi ancora nell'Acaja il ducato di Atene, ed il Peloponneso era tuttavia diviso fra Tomaso e Demetrio, i due fratelli dell'ultimo Costantino, che avevano il titolo di despota. Delle isole, Rodi appartenea al valoroso ordine de' cavalieri di san Giovanni, e Cipro ubbidiva alla casa di Lusignano sotto la protezione del soldano d'Egitto; Candia, ossia Creta, il Negroponte o l'Eubea, erano suddite della repubblica di Venezia con varie altre isole di minore importanza, e Chio di Genova. Molti cittadini veneti e genovesi possedevano in feudo altre isole dell'arcipelago; altre isole, ridotte alle sole forze greche, mantenevansi indipendenti, e per ultimo molte fortezze su tutta la costa del mare Adriatico erano sotto l'immediata dipendenza de' Veneziani. Dopo la distruzione dell'impero d'Oriente, tutti questi stati risguardavano l'Italia come centro delle loro negoziazioni, e la corte del papa e la repubblica di Venezia come le naturali loro protettrici. Tutte le città d'Italia ridondavano di emigrati levantini, alcuni de' quali avevano seco portate le reliquie dei santi del Cristianesimo, altri i più preziosi manoscritti dell'antichità pagana, altri ancora i monumenti delle arti. Molti sforzavansi con tali ricchezze di guadagnare soccorsi, non per sè, ma per la loro patria; altri per lo contrario non pensavano che a formarsi un pacifico domicilio in Italia, e, quando avevano trovata la mediocrità e la sicurezza, rinunciavano ad ogni speranza di riavere il loro potere ed il loro rango in Levante. Molti ancora non avevano potuto sottrarre che le loro persone alla schiavitù dei Turchi, senza conservare verun effetto prezioso; a costoro tornavano utili per vivere l'erudizione, la memoria, la cognizione della lingua greca, oggetti dello studio di tutti, ed il più alto oggetto dei loro voti era quello di farsi ricevere in un monastero per trovarvi il nutrimento ed il riposo. L'Italia era piena di Greci e di Cristiani orientali; s'incontravano in ogni luogo, in ogni luogo si parlava del loro infortunio; e gli avanzamenti dei Turchi, cui appena erasi data un'astratta attenzione finchè Costantinopoli si era difesa, erano diventati, dopo la sua caduta, un imminente flagello, un pericolo, che doveva occupare la mente di tutti.
La devastazione avanzavasi verso l'Occidente, ed ogni anno vedevasi cadere un nuovo regno. Il primo a seguire la sorte di quello di Costantinopoli fu quello della Servia. I due regni della Rascia e della Servia, posti nel paese degli antichi Triballiani, erano stati conquistati e governati dalla casa di Nemagna dal 1177 al 1354, e forse ancora più tardi[187]. Era succeduta a quest'antica stirpe quella dei Lazari, che portavano il titolo di Cralli di Servia; riconoscevano il loro regno, posto tra il Danubio, la Sava, la Morava, dalla generosità di Stefano, re dei Bulgari, ed avevano la loro residenza a Senderova poco distante da Belgrado. Fino dalla sua origine questa dinastia aveva sperimentato il furore de' Turchi, perchè il suo fondatore, Lazaro Bolco, fu, nel 1390, tagliato in pezzi sotto gli occhi di Bajazette per vendicare la morte d'Amurat I. Stefano Bulkowitz, suo figlio, nel 1427, venne spogliato de' suoi stati da Amurat II; i suoi figliuoli e duecento mila de' suoi sudditi erano stati condotti in ischiavitù, ed il loro paese era rimasto quasi deserto[188]. Giorgio Bulkowitz, figlio di Stefano, educato presso i Turchi, ed indifferente tra le due religioni, era stato nel 1442 rimesso ne' suoi stati da Amurat II, il quale aveva sposata la di lui figlia Cantacuzena[189]. Questi, alleato a vicenda de' Cristiani e de' Turchi, conservò finchè visse l'affetto degli ultimi, ma morì nel 1457, e suo figlio Lazaro nel susseguente anno. Allora Maometto II occupò la Servia, che Lazaro aveva col suo testamento lasciata alla santa Sede, e che il Sultano riclamava come un'eredità della vedova d'Amurat II[190].
Nello stesso anno 1458 si videro scomparire gli avanzi del ducato d'Atene, che una lunga serie di rivoluzioni aveva fatto giugnere alla casa fiorentina degli Acciajuoli. Dopo la conquista di Costantinopoli, fatta dai Latini, le case francesi De la Roche, poscia di Brienne, e la casa Catalana dei bastardi di Sicilia, avevano posseduto il ducato d'Atene, che comprendeva, oltre il territorio di quell'antica repubblica, quelli delle sue più illustri rivali, di Tebe, di Corinto, di Megara e di Platea. La casa Acciajuoli, stabilitasi in Grecia nel 1364, aveva di già dati parecchi sovrani ad Atene ed a Tebe, quando Antonio II morì nel 1435. Suo figlio Francesco rifugiossi alla corte di Amurat II, di cui ne implorò la protezione, mentre che Renieri II, fratello di Antonio, andò da Firenze in Atene, e fu installato nel governo[191].
Renieri II, o Neri morì dopo la conquista di Costantinopoli: sua consorte, che aveva di lui un figliuolo in tenera età, ricorse, per mantenersi, alla protezione del sultano; distribuì ragguardevoli doni ai favoriti di Maometto II, e si fece riconoscere duchessa. Poco dopo si lasciò sedurre da una folle passione pel figliuolo di Pietro Priuli, senatore veneziano, governatore di Nauplia, e gli offrì di farlo duca di Atene se voleva sposarla, disfacendosi perciò della sua sposa. Il giovane Priuli acconsentì al delitto che gli veniva consigliato, ma ne colse poco frutto. Gli Ateniesi, sdegnati del vergognoso mercato che aveva loro dato un nuovo sovrano, ricorsero a Maometto II, e gli chiesero per duca quello stesso Francesco Acciajuoli, che si era rifugiato alla corte di suo padre. Francesco occupò Atene senza contrasto; fece arrestare la vedova di Neri, suo predecessore, e la tenne qualche tempo in prigione a Megara. Tale era l'ordine che aveva ricevuto da Maometto; bentosto però l'oltrepassò e fece morire questa principessa; onde il sultano si affrettò di punire un rigore da lui non ordinato. Omar, figliuolo di Turacano, pascià di Tessaglia, venne ad assediare Atene: l'Acciajuoli si difese lungo tempo nella cittadella, e non capitolò che in giugno del 1456, ricevendo in cambio di Atene la signoria di Tebe ed il governo della Beozia. Due anni dopo perdette l'una e l'altra colla vita, avendolo Maometto II fatto strozzare nel 1458 per sospetto di una trama ordita per ricuperare Atene[192].
I due fratelli, che si dividevano il Peloponneso, Tomaso e Demetrio Paleologo, avevano provato essi pure la potenza del sultano. Per acquistare da lui la pace gli avevano ceduto Corinto, in allora staccata dal ducato di Atene, Patrasso ed alcune altre delle loro migliori città. Frattanto furono abbastanza storditi per non sentire la necessità di conservarsi uniti sotto il peso delle comuni calamità. Cercavano alternativamente di sorprendersi le città: l'uno e l'altro assediava le città del fratello invece di difendere le proprie, ed essi impiegavano come soldati gli Albanesi sparsi nel Peloponneso, che saccheggiavano egualmente tutti i Greci[193]. Demetrio si pose sotto la protezione di Maometto II, promettendogli sua figlia in matrimonio. Maometto venne a trovarlo a Sparta nell'inverno del 1460[194], e lo costrinse a rinunciare ai suoi stati per andare a vivere in Adrianopoli colle entrate che gli pagava il sultano: e colà morì Demetrio Paleologo nel 1471[195]. D'altra parte Tommaso, suo fratello, fuggendo innanzi a Maometto, si ritirò prima a Corfù, di dove passò in Ancona il 16 novembre del 1461, per chiedere soccorsi a Pio II e al duca di Milano. Seco portava, come titolo di raccomandazione presso ai principi cristiani, la testa dell'apostolo sant'Andrea; ma nè le sue sacre reliquie, nè i suoi ereditarj diritti all'impero di Costantinopoli, punto non mossero i Latini, i quali non s'armavano nemmeno per la propria difesa. Sua figlia, la regina di Servia, l'aveva seguito a Roma, ma non fu più fortunata del padre. Egli tornò scoraggiato a Durazzo, ove morì il 12 maggio del 1465, sua moglie era morta a Corfù tre anni prima. Così si spense la famiglia imperiale, ed il Peloponneso passò in potere de' Turchi, tranne poche fortezze, che Tommaso aveva cedute al papa o ai Veneziani[196].
Nel 1462 gli stati cristiani, posti sul Ponte Eussino, caddero sotto il giogo de' Musulmani. Sinope, Ceraso e Trebisonda pare che si dassero a Maometto II, senza avere opposta alcuna resistenza, allorchè si avvicinò alle loro mura. Il sultano accordò poche entrate a Davide Comneno, imperatore di Trebisonda, affinchè potesse vivere a Monte Mauro, luogo del suo esilio; ma questa pensione non gli venne più corrisposta al primo sospetto ch'ebbe di lui il sultano: e Davide Comneno, che si era renduto odioso colla sua empietà contro il padre e contro suo nipote, di cui era tutore e ch'egli aveva spogliato dello stato, morì poco dopo assassinato. I principi di Sinope, di Ceraso e degli altri piccoli stati delle coste del Ponte Eussino furono mandati ad Adrianopoli, ove vissero nella mollezza, mercè le beneficenze del sultano[197].
Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia, venne attaccato da Maometto II immediatamente dopo l'impero di Trebisonda. Un'armata non meno numerosa di quella che aveva conquistato Costantinopoli portò la desolazione in tutte le province dell'antica Dacia; ma il sovrano di questo barbaro paese aveva fatte ritirare tutte le donne e tutti i fanciulli entro boschi inaccessibili, e tutti gli uomini erano con lui montati a cavallo per inquietare l'armata turca; in mezzo a questi deserti il vincitore ed il vinto trovavansi press'a poco alla stessa condizione ridotti. Pure il feroce Maometto fremè d'orrore, quando giunse colla sua armata presso di Praylab, campo destinato dal principe cristiano alle sue esecuzioni. Un piano di diecissette stadj era tutto sparso di pali, e ventimila persone vi erano state impalate per ordine dell'atroce tiranno. Il più leggiere sospetto bastava per infligere questa pena, che stendevasi sempre a tutta la famiglia del supposto colpevole; e vedevansi nel campo di Praylab sopra quegli infami pali a canto agli adulti, vecchi, donne e fanciulli, molti de' quali ancora lattanti[198]. Verun mostro giammai non spinse la ferocia tanto avanti quanto Dracula; niuno inventò più terribili supplicj. Egli cadde all'ultimo vittima dell'orrore che aveva inspirato; i suoi sudditi lo abbandonarono per suo fratello, che aveva vissuto nel serraglio di Maometto II, come uno de' suoi favoriti; e Blado Dracula, rifugiato a Belgrado, venne arrestato dagli Ungari, che lo fecero morire in prigione[199].
In mezzo a tanta desolazione della Cristianità nell'Oriente, lo spirito si riposa alcun tempo per la nobile resistenza di Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg, ossia il Bey Alessandro. Suo padre Giovanni, signore di Croja nell'Albania, di Sfetigrad e delle Valli di Dibra, era stato vinto dai Turchi nel 1418, e costretto di dare in ostaggio tutti i suoi figli, quattro maschi e cinque fanciulle. Giorgio di tutti il più giovane era stato circonciso come i suoi fratelli, educato nella religione musulmana, ed in appresso impiegato nell'armata. Non aveva più di nove anni quando fu dato ai Turchi, e diciotto quando Amurat l'innalzò alla dignità di Sangiak, dandogli cinque mila cavalli, ed adoperandolo nelle guerre dell'Asia[200]. Il valore, la destrezza, e la generosità di Scanderbeg, lo rendettero bentosto caro ai Turchi ed illustre nell'esercito ottomano. Egli contribuì a' suoi prosperi successi in Asia ed in Europa, combattè valorosamente contro Giorgio Bulkowitz, despota della Servia, e quante volte fu mandato contro di lui, altrettante tornò vincitore in Adrianopoli[201].
Il padre di Giorgio Castriotto era morto nel 1432. A quest'epoca Amurat occupò Croja, fortezza quasi inespugnabile posta sulla sommità d'un monte, ventun miglia al nord di Durazzo, e poco discosta dal mare. Vi fu posta una grossa guarnigione musulmana, e tutto il restante del paese venne in potere dei Turchi; Giorgio Castriotto, che da Amurat vedevasi spogliare di tutta la paterna eredità, seppe dissimulare altri dieci anni il suo malcontento, continuò a prestare al sultano segnalati servigj, e dolcemente rifiutò le offerte de' signori Epiroti, che lo invitavano a farsi loro capo. Finalmente gli si presentò la favorevole occasione che stava aspettando, dopo la grande vittoria ottenuta nel 1442 in vicinanza di Sofia e della Morava da Giovanni Unniade, vaivoda di Transilvania, e da Uladislao, re d'Ungheria[202]. Il pascià di Romania era stato totalmente disfatto; Scanderbeg fermò nella sua fuga il segretario di questo pascià, e lo sforzò a spedirgli un ordine diretto al comandante di Croja, perchè gli consegnasse quella fortezza come se ne fosse stato dal Sultano nominato governatore. Dopo ciò il segretario e tutti i Turchi che servivano sotto di lui, e quanti formavano la guarnigione di Croja, o trovavansi sparsi nell'Epiro e nell'Albania vennero sagrificati ad una barbara politica, ed uccisi per suo ordine[203]. Di già dodici mila cristiani si erano adunati sotto le sue insegne, allorchè, se crediamo al suo storico, loro parlò in tal modo: «In questa rivoluzione, o miei amici, io nulla vedo di nuovo, nulla d'inaspettato. Io non aveva mai dubitato del vostro coraggio, dell'antica vostra fedeltà verso mio padre, della vostra nobiltà, siccome io non aveva mai dubitato di me stesso. Spesse volte, mentre sembrava ch'io servissi il tiranno, mi avete invitato a prendere le vostre difese, ed io vado orgoglioso di questa vostra confidenza. Quando non vedendo alcuna fondata speranza, alcun progetto determinato, io vi rimandavo colmi di tristezza alle vostre case, credeste senza dubbio che avessi dimenticata la mia patria, il mio onore, la nostra libertà; pure in allora sotto questo stesso silenzio servivo ai vostri ed ai miei interessi. Trattavasi di cose che dovevano essere fatte prima di dirle, ed apertamente vedevo che voi avevate bisogno di freno e non di sprone. Vi tenni nascosti i miei disegni e le mie disposizioni, non perchè diffidassi della vostra fede, ma perchè l'amore della libertà strascina piuttosto che lasciarsi guidare; quando vi si fosse presentata la più piccola occasione per ricuperarla, voi avreste sprezzate mille morti, avreste congiurate contro di voi mille spade: pure se mancavamo un solo tentativo, avevamo per sempre perduta l'occasione di scuotere il giogo, noi perivamo in mezzo ai supplicj, e coloro che sarebbero stati risparmiati sarebbero stati condannati ad una servitù cento volte più dura di quella che adesso per noi finisce. Voi potevate scegliere in mezzo alla vostra nazione altri ristauratori della vostra libertà; ma per divina disposizione avete preferito di ripromettervi questa libertà da me, piuttosto che cercarla voi medesimi. Uomini tanto coraggiosi, educati nell'indipendenza, non isdegnarono di rimanere tra le vergognose catene dei barbari, per aspettare che io mi unissi a loro. Ma come poss'io usurpare il nome di vostro liberatore? No, certamente, non sono io quello che vi ha recata la libertà; io la trovai presso di voi. Appena ebbi posto il piede sul vostro suolo, appena udiste il mio nome che accorreste, volaste, come se renduti vi fossero i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli dal seno dei morti, come se tutti gli Dei fossero scesi sulla terra. Io non sono già quello che vi ha date le armi, io vi trovai armati; non ho conquistata io questa città, quest'impero, ma voi me gli avete dati. Dunque io trovai la libertà ne' vostri cuori, sulle vostre fronti, sulle spade, sulle lance; voi vi risguardaste quali fedeli tutori, e mi riponeste in possesso dell'eredità de' miei antenati. Terminate adunque l'opera cominciata con tanta gloria e felicità. Croja è ricuperata, le valli di Dibra sono evacuate dai nemici, tutto il popolo dell'Epiro è liberato, ma rimangono in mano del tiranno de' castelli e delle fortezze. A non considerare che le loro forze ed il numero delle guarnigioni, senza dubbio che abbiamo bisogno di grande arte e di somma costanza. Ma in presenza del nemico e col ferro ardente nelle mani noi potremo meglio giudicarne. Spieghiamo adunque i nostri stendardi, marciamo coll'entusiasmo dei vincitori, e la fortuna ci sarà propizia»[204].
In fatti la fortuna assecondò gli Epiroti; sebbene il paese in cui cominciarono la rivoluzione sia situato press'a poco sotto il paralello di Roma tra il 42.º e 43.º grado di latitudine, le alte montagne ond'è coperto lo rendono freddo quanto la Svizzera. Dense nevi coprivano il suolo, tutte le acque erano gelate, e non pertanto Scanderbeg occupò in un mese Petralla, Petralba e Stellusio, fortezze situate sopra la sommità delle montagne; perciocchè in quel selvaggio paese, in cui l'ordine e la pace erano da lungo tempo sconosciute, eransi scelti per abitazione dell'uomo non luoghi proprj all'agricoltura ed al commercio, ma inaccessibili ritiri sulla sommità di rupi scoscese, ove non conduceva che un angusto e difficile sentiero con infiniti avvolgimenti[205].
Dopo aver ricuperato quanto apparteneva a suo padre, Scanderbeg adunò un'assemblea de' principali Epiroti suoi eguali, non già ne' proprj, o ne' loro stati, ma in Alessio (Lissa), città posta tra Croja e Scutari, che apparteneva ai Veneziani[206]. I nomi di questi principi, che per più secoli avevano conservato il diritto di proteggere e di condurre alla guerra, piuttosto che di governare vassalli affezionati alle loro famiglie, presentansi rare volte nella storia, e la guerra di Scanderbeg è l'ultima fiamma che li rischiarò prima di consumarli. Vedevansi alla dieta d'Alessio, Arianite Thopia, che governava il paese collocato presso alle bocche di Cattaro, Andrea Thopia, signore dei monti della Chimera, che mai non soggiacquero al giogo musulmano, i Musacchi alleati dei Castriotti, i Ducagini che abitavano le rive del fiume Lodrino, Lecca Zaccaria, signore di Dayna, Pietro Spano, signore di Drivast, la di cui famiglia pretendeva essere discesa da Teodosio il grande, Leccas Dusmano, Stefano Czernowitzch, signore di Montenegro, e varj altri principi, che in questa assemblea trovavansi uniti ai comandanti di Scutari, d'Alessio, e di altre città e fortezze veneziane[207].
Quest'assemblea, a nome di tutta l'Albania, dichiarossi per la guerra che Castriotto faceva prima ai Turchi colle sole forze delle sue signorie: lo nominò generale di tutto l'Epiro; promise un sussidio, che, unito alle saline che di già possedeva, portò le sue entrate a dugento mila fiorini, e gli apparecchiò un'armata di otto mila cavalli e di sette mila fanti[208].
Con questa piccola armata Scanderbeg sostenne vent'anni tutti gli sforzi della potenza de' Turchi, lo che parve cosa tanto più prodigiosa in quanto che inauditi disastri affliggevano in questa stessa epoca la cristianità in Levante. Dopo la rotta di Varna, in cui Uladislao re di Polonia e d'Ungaria fu ucciso il 10 novembre del 1444, e dalla quale si sottrasse a stento Giovanni Uniade per rifugiarsi nella Transilvania[209], Scanderbeg, che nel precedente anno aveva ottenuta una grande vittoria sopra Alì pascià[210], raccolse i dispersi avanzi dell'armata unghera, li fece passar per mare a Ragusi, e di là in Ungheria, e si vendicò, facendo delle scorrerie nella Servia, dei soccorsi che il Cralo Giorgio Bulkowitz aveva dati agl'infedeli[211]. Feyrouz, ed in appresso Mustafà, due pascià, mandati contro Scanderbeg da Amurat II, furono disfatti l'uno dopo l'altro. Amurat sospese qualche tempo una guerra che gli costava troppi soldati, ma Scanderbeg, insofferente di riposo, approfittò di questa tregua per attaccare i Veneziani, perchè avevano accettata l'eredità di Lecca Zaccaria, signore di Dayna, ed uno de' piccoli principi dell'Epiro, ch'era stato ucciso da un suo vicino[212]. Ma era più facile a Castriotto il vincere i Turchi in aperta campagna, o colle imboscate, che l'occupare una sola città fortificata. Assediò invano Dayna, e dopo averne guastato il territorio, fece la pace coi Veneziani. In tale occasione venne dal senato ammesso nel corpo della nobiltà veneziana[213].
Amurat, irritato di vedere i suoi pascià successivamente disfatti da Scanderbeg, risolse nel 1449 di condurre egli stesso la sua armata in Albania. Il principe Epirota credeva di vedere assediata Croja, e ne fece uscire tutte le donne ed i fanciulli, che mandò nelle città marittime, o presso i Veneziani. Mandò in lontane parti tutti gli armenti sparsi nelle campagne, e dispose pure Sfetigrade ad una ostinata difesa[214]; ma invece di chiudersi egli stesso in una di queste città si tenne a qualche distanza dai nemici per sorprendere i corpi staccati. Amurat dopo un lungo assedio s'impadronì di Sfetigrade; ma si vuole che questa campagna non gli costasse meno di trenta mila uomini. Di più andò debitore di tale vittoria alla perfidia di un abitante che gettò un cane morto nella sola cisterna che somministrasse acqua alla fortezza. I Bulgari che facevano parte della guarnigione, avrebbero preferito di morire di sete, piuttosto che toccare l'acqua resa impura da un cadavere[215].
Nel susseguente anno Amurat tornò nell'Epiro con quaranta mila uomini, ed assediò Croja. Fece fondere nello stesso suo campo i cannoni che adoperò nelle sue batterie, il di cui calibro superava di molto quello de' più grossi pezzi che si usino al presente[216]; questa formidabile artiglieria aprì qualche breccia, ma così difficile era l'accesso per giugnervi, e tanto scoscesa la collina, che Tennero sempre respinti gli assalti dei Musulmani con grande carnificina. Intanto Scanderbeg sorprendeva dei corpi staccati, penetrava la notte fino nel campo di Amurat, e lo riempiva di sangue e di terrore. Queste frequenti sorprese costrinsero all'ultimo il sultano a levare l'assedio. L'avvicinamento di Giovanni Uniade con un'armata ungara, ch'era di già entrata nel territorio turco, affrettò ancora la ritirata del monarca ottomano[217]. Dopo quest'umiliante campagna, in cui Amurat aveva veduto oscurarsi sotto un miserabile castello una gloria stabilita colla disfatta di tanti re, questo vecchio sovrano ritirossi in Adrianopoli, ove dopo trentun'anni di regno morì improvvisamente in un banchetto il decimo mese dell'anno dell'Egira 855, ossia 1451 di Gesù Cristo[218].
Gl'Italiani avevano appena osato soccorrere Scanderbeg, mentre trovavasi sulle braccia tutte le forze del sultano, ma lo felicitarono con trasporto intorno alla sua vittoria. Alfonso, re di Napoli, gli mandò trecento mila moggia di frumento e cento mila di orzo per indennizzarlo del raccolto che aveva perduto[219]. Ma Scanderbeg, quasi sempre felice nelle battaglie, era sempre sventurato negli assedj delle città. Volle ricuperare Sfetigrade, e fu respinto; assediò Belgrado degli Arnauti, e fu costretto a ritirarsi dopo avere perduta molta gente[220].
I tesori di Maometto II, succeduto ad Amurat II, trovarono de' traditori nel consiglio di Scanderbeg, tostocchè fu ricominciata la guerra d'Albania; Mosè Golento, suo confidente, ed il migliore de' suoi capitani, rivolse le proprie armi contro di lui. Per altro Golento non potè sostenere lungo tempo la collera d'un eroe; egli tornò colla corda al collo a gittarsi ai suoi piedi, gli chiese grazia, e l'ottenne[221]. Aveva questi appena espiato il suo delitto, quando un altro generale di Scanderbeg, Amesa, suo nipote, ed in qualche modo suo collega, passò dalla banda del nemico[222]. Questi tornò subito nell'Epiro con un sangiacco che comandava l'armata turca: Maometto II l'aveva dichiarato re d'Albania, ed aveva veduto Scanderbeg fuggire innanzi a lui. Ma fu breve il suo trionfo, essendo stato sorpreso nel suo campo, fatto prigioniero col sangiacco, e mandato nelle prigioni di Napoli[223]. Scanderbeg annunciò a tutti i sovrani d'Europa questa vittoria, nella quale pretese che perissero trenta mila Turchi. Mandando ai principi latini parte delle spoglie e de' prigionieri, chiedeva i loro soccorsi per continuare la guerra[224].
Pure i Latini non formarono una crociata per soccorrere Scanderbeg; anzi quest'eroe medesimo fu chiamato in Italia da Pio II per difendere Ferdinando, ed attestare in tal modo la sua riconoscenza al figlio di quell'Alfonso, da cui aveva ricevuti de' beneficj. Omai da qualche tempo i Turchi evitavano una guerra, in cui avevano tanto sofferto: Amur e Sinan, due pascià vicini all'Epiro, erano stati incaricati di custodire i confini, ma non di oltrepassarli. Pieni di rispetto pel valore dell'eroe albanese, avevano chiesta la sua amicizia, e l'avevano ottenuta. Le due nazioni non avevano fatta la pace, ma con una tacita convenzione avevano sospese le ostilità, e gli Epiroti si abbandonavano senza distrazione all'agricoltura ed alla pastorizia. Le sollecitazioni del papa avevano in appresso determinato Scanderbeg a passare in Italia, ed allora accettò le onorate condizioni che gli fece offrire Maometto II; e la pace fu sottoscritta fra i due stati il 22 giugno del 1461[225]. Abbiamo osservato che infatti Scanderbeg venne a raggiugnere Ferdinando a Barletta, e che partecipò alla vittoria di Troja ed alla guerra di Puglia contro gli Angioini. Quando fu terminata questa guerra, il re di Napoli gli diede in ricompensa Trani, Monte-Gargano e san Giovanni Rotondo, tre città della Puglia, che poste essendo in faccia alla Macedonia, potevano essere per lui un prezioso asilo, ove finalmente soggiacesse nella lotta troppo disuguale contro i Turchi[226]. Egli l'aveva di già sostenuta diciannove anni questa lotta, e gl'Italiani, oziosi spettatori di questa grande contesa, applaudivano l'eroe, senza somministrargli soccorsi, che lo ponessero in istato di approfittare delle sue vittorie. Erano ancor essi distratti da importanti guerre, ed ancora non pensavano al pericolo che li minacciava in tanta vicinanza. Ma quando fu quasi terminata la guerra di Napoli, e che Scanderbeg ritornò al suo paese, si dolsero che questo campione della fede rientrasse nell'ozio. Era pel proprio loro vantaggio, non per quello di Scanderbeg, ch'essi volevano decidere della pace o della guerra in Albania. Pio II ripigliava con ardore il progetto della crociata per la quale aveva, pochi anni prima, adunati a Mantova i deputati della Cristianità; ed una recente conquista dei Turchi aveva finalmente portate le formidabili loro insegne fino ai confini della stessa Italia.
Sulla strada che i Turchi dovevano tenere per entrare in Italia pel Friuli, o in Germania per la Carniola, trovavasi il regno di Bosnia, che le aspre sue montagne, e gl'inespugnabili castelli che le coronavano, potevano far risguardare come l'antemurale della Cristianità. Ma i Bosniaci non erano ortodossi; si accusavano di manicheismo, lo che probabilmente voleva soltanto dire, che, in sull'esempio dei Bulgari, avevano abbracciata la riforma dei Pauliciani. Altronde l'ignoranza e la barbarie del popolo avevano soffocati i lumi che potevano originariamente distinguere questa setta. Quando i Bosniaci si conobbero minacciati da imminente pericolo, cercarono di stringere alleanza coi Cristiani occidentali, e nel 1445 il loro re, Stefano Tommaso, si riconciliò colla Chiesa[227]. Ma perchè ricusò di castigare quelli de' suoi sudditi, che continuavano ad essere attaccati all'antica credenza, i Latini rimanevano dubbiosi intorno alla sua ortodossia, e risguardarono come un castigo del cielo la disgrazia onde in seguito fu oppresso quel paese.
La conquista della Servia fatta nel 1458 aveva renduta la Bosnia confinante coi Turchi; Maometto II aveva chiesto un tributo al suo re, ed aveva fortificato il castello di Cziftin fabbricato al confluente della Sava e della Bosna, per avere sempre libero l'ingresso del paese. Il re Stefano, figlio e successore di Stefano Tommaso, prevedendo la burrasca che si addensava sopra di lui, scrisse nel 1462 a Pio II per fargli conoscere il proprio pericolo. I Turchi, gli diceva, trattano con tanta dolcezza i contadini bosniaci che ne hanno sedotta la maggior parte; i signori sono abbandonati ne' loro dominj dai vassalli, e se i Veneziani, il papa, o alcuno de' popoli latini non soccorre questo paese, esso troverassi in breve aperto, senza combattere, ai nemici della Cristianità. Frattanto se la Bosnia colle sue aspre montagne, e le sue fortezze è tutt'ora il baluardo dell'Occidente, diverrà, quando trovisi in mano dei Turchi, un sicuro asilo, da cui piomberanno a voglia loro sull'Italia o sulla Germania. Finchè sussiste ancora questo regno, poco considerabili forze bastano per ritornare il coraggio a questi popoli e per ridurre i bellicosi Bosniaci a sagrificarsi tutti per difendere la loro patria e coprire la Cristianità; ma se si lascia cadere, le più grandi armate potranno a stento chiudere ai Turchi l'ingresso dell'Italia e della Germania. Stefano finalmente ricordava che suo padre aveva pure annunciata a Niccolò V la caduta di Costantinopoli, quando poche migliaja di soldati latini avrebbero potuto salvarla, e supplicava Pio II di non permettere che i Latini cadessero per la seconda volta nello stesso errore[228]. Ma Pio II non era per anco disposto a somministrare ai Bosniaci i chiesti sussidj. Questi popoli, indeboliti dalle precedenti guerre, e forse disuniti dall'odio tra le due sette cristiane, non opposero quasi veruna resistenza, quando Maometto II venne ad attaccarli in persona. Radace, comandante di Bobazia, in allora capitale della Bosnia, cedette questa città senz'averla difesa e si unì ai Turchi. Il duca Stefano, che comandava a Jaickza, non si comportò diversamente. Ambidue sono accusati dall'annalista della Chiesa di manicheismo, ambidue temettero forse le persecuzioni che Roma chiedeva instantemente al re di Bosnia per prezzo de' suoi soccorsi. Questo re fuggì a stento da Jaickza, e si chiuse nel castello d'Eluth, ove non potè fare lunga resistenza. Dopo otto giorni venne condotto prigioniere ai piedi di Maometto II. Il sultano gli promise di ristabilirlo ne' suoi stati, come principe feudatario della Porta, a condizione che il re gli darebbe le chiavi di settanta fortezze della Bosnia. Il prigioniero, trovandosi in balìa del vincitore, si sottomise a tutto; ma quando le insegne della luna furono spiegate su tutte le fortezze della Bosnia, Maometto II fece decapitare il re suo prigioniero, o, secondo altri, gli fece cavare la pelle. Mandò pure al supplicio tutti i nobili nel campo di Blagai; mandò gli abitanti in ischiavitù, e popolò di Musulmani questa provincia, nella quale più oggi non trovasi un cristiano, e che è diventata l'antimurale dell'impero turco. La regina di Bosnia fuggì a Roma, ove visse cogli assegni del papa. Per riconoscenza lasciò alla santa sede tutti i diritti ch'ella poteva avere sugli stati del marito[229].
I Turchi non eransi appena stabiliti nella nuova loro conquista che cominciarono a portare più lontano i loro guasti. Lo stesso anno 1468 il Ban di Schiavonia fu da loro preso ne' suoi stati ed ucciso con cinquecento suoi gentiluomini. La guerra si andava sempre più accostando ai confini dell'Italia, e mentre che gli stati veneziani non erano più separati dagli avanposti musulmani che da una o due giornate di cammino, la guerra si rinnovava tra i Veneziani ed i Turchi anche in Grecia. I Cristiani non credevansi obbligati verso i Musulmani ad alcuna legge prescritta dal diritto delle genti. Uno schiavo del vicepascià d'Atene aveva rubata la cassa pubblica, ed erasi rifugiato presso Girolamo Valaresio, comandante veneto di Corone, col quale aveva divisi i cento mila aspri levati dalla cassa. I Turchi chiesero lo schiavo ed il danaro; ma loro fu risposto che lo schiavo, essendosi fatto cristiano, non poteva darsi agl'infedeli, e non venne restituito il danaro. I Turchi per rappresaglia s'impadronirono d'Argo, ove comandava Niccolò Dandolo, e la guerra ricominciò in maggio del 1463[230].
Luigi Loredano, procuratore e capitano generale de' Veneziani, temeva che la sua repubblica non gli rimproverasse di avere per cupidigia accesa una pericolosa guerra. Per prevenire tale accusa si sforzò di persuadere alla signoria, essere questa una favorevole circostanza per occupare la Morea; che venti mila Greci erano apparecchiati a prendere le armi ed a porsi sotto le insegne di san Marco; che finalmente la penisola, venendo una volta in mano d'una potenza marittima, più non potrebbe esserle tolta. L'ambizione acciecò il senato, il quale decretò la guerra e fece passare in Morea Bertoldo, figliuolo di Taddeo, di un ramo cadetto della casa d'Este, con quindici contestabili, per comandare le truppe che si assolderebbero in quel paese. Nello stesso tempo ventitre vascelli e cinque galere dovevano trasportare e proteggere le truppe italiane. Queste sbarcarono a Modone, e Bertoldo d'Este le condusse a Napoli di Malvasia; attaccò Argos e la prese senza difficoltà[231]; indi marciò verso l'Istmo che unisce il Peloponneso al continente. La flotta veneziana, comandata dal Loredano, era nel golfo di Corinto o di Lepanto; il golfo Saronico o d'Engia era occupato da sei altri vascelli veneziani, di modo che i Cristiani, padroni nello stesso tempo della terra e del mare, non durarono fatica a difendere l'Hexamiglion. Questa lingua di terra, che come l'indica il suo nome non ha che sei miglia di larghezza[232], unisce al continente una penisola che presenta trecento sessanta miglia di coste. Trenta mila operaj vennero adunati nella Morea, ed in quindici giorni innalzarono un trinceramento murato a secco, alto dodici piedi, difeso da doppia fossa e coperto da cento trentasei torri. I materiali erano stati molto tempo prima apparecchiati in sul luogo per difendere il Peloponneso contro le precedenti invasioni, ma i Greci indolenti non gli avevano poi messi in opera.
Per assicurarsi il possedimento della penisola non bastava difenderne l'ingresso, ma era d'uopo scacciarne i pochi Turchi che vi stavano accantonati. Quando arrivarono i Veneziani, un campo di quattro mila cavalli copriva Corinto, e questi si ritirarono al di là dell'Istmo dopo una breve zuffa. Benedetto Coleoni sottomise tutta la Laconia, tranne la sola fortezza di Misitra, sotto le di cui mura fu ucciso: Giovanni Magro occupò l'Arcadia; ma fu respinto innanzi al castello di Leontari lontano due leghe dalle ruine dell'antica Megalopoli. Il restante della Morea ubbidiva ai Veneziani, ad eccezione di Corinto la più forte e più popolata città della penisola, per assediare la quale Bertoldo adunò tutta la sua armata. Ne' primi due assalti furono prese alcune opere esterne; ma nel terzo assalto il generale, ferito da un sasso in una tempia, morì dopo dodici giorni[233]. L'armata, scoraggiata dalla perdita del suo capo, e travagliata dal rigore dell'inverno ch'era di già cominciato, abbandonò l'assedio. Gli abitanti, temendo le crudeli vendette dei Musulmani, non ardivano dichiararsi a favore della repubblica.
Poco dopo si sparse voce che Maometto, pascià di Livadia, si avanzava con una formidabile armata, che i più timidi facevano ammontare ad ottanta mila cavalli. Bettino di Calcina, ch'era succeduto a Bertoldo d'Este nel comando dell'armata veneziana, non osò aspettare il nemico, ed abbandonò l'isola per chiudersi nelle fortezze, viltà che perdette la Morea[234]. Il pascià di Livadia era così lontano dal tentare di farne la conquista, che quando gli fu detto che due mila fucilieri custodivano l'Hexamiglion, scrisse in prevenzione al sultano per iscusarsi de' non molti avanzamenti che farebbe. E già si ritirava, quando un Albanese, attraversando il golfo d'Engia, gli recò da Corinto la notizia della ritirata degli Italiani. Maometto partì allora da Platea, e passando di notte il Citerone, vide i vascelli veneziani che ancora occupavano i due mari. Appena poteva credere ai proprj occhi, quando trovò le fortificazioni dell'Istmo abbandonate. Le fortezze in cui erasi ritirata la scoraggiata armata dei Veneziani non fecero che brevissima resistenza; Argo fu ripresa per la terza volta, e l'armata turca, avanzandosi divisa in due corpi sopra Leontari e Patrasso, spingevasi innanzi i Latini e passava a filo di spada tutti i Greci che si erano dichiarati per loro. Le sole fortezze che i Veneziani possedevano prima della guerra, non fecero parte di così rapida conquista[235].
La guerra de' Veneziani e dei Turchi, quella della Bosnia e quella della Schiavonia, avevano ravvivato lo zelo di Pio II, il quale, liberato dalle molestie che fin allora gli aveva dato la successione al regno di Napoli, aveva adunato un concistoro, e rappresentato ai cardinali che era omai tempo di dare principio a questa guerra sacra, cui erasi obbligato quando era salito sul trono pontificio. «Ogni anno, disse egli, i Turchi guastano qualche nuova provincia di Cristianità; in questo gli abbiamo veduti conquistare la Bosnia ed ucciderne il re. Gli Ungari sono atterriti, tutti i popoli vicini compresi da spavento; e noi che faremo? Esorteremo noi i re ad accorrere in loro soccorso, a respingere il nemico dai nostri confini? Ma noi l'abbiamo di già tentato invano. Si ottiene poco credito quando si dice agli altri andate; forse il vocabolo venite farà migliore effetto; io voglio farne la prova. Ho determinato di marciare io stesso alla guerra contro i Turchi, ed in tal modo d'invitare coi fatti quanto colle parole i principi cristiani a seguirmi. Forse quando vedranno il loro padre, il pontefice romano, il vicario di Gesù Cristo, vecchio ed infermo, partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa loro, prenderanno le armi, e finalmente abbraccieranno con tutto il loro coraggio la difesa della nostra santa religione. Se per questa via eccitare non possiamo i Cristiani alla guerra, non sapremmo quale altra additarne. Fuori di dubbio la nostra vecchiaja rende quest'intrapresa difficile, noi c'incamminiamo ad una quasi certa morte, ma noi non la rifiutiamo. Dobbiamo una volta morire, ed il luogo della nostra morte è indifferente alla Cristianità. Voi altresì che così frequentemente ci esortaste alla guerra contro i Turchi, voi cardinali, membri della Chiesa, voi dovete seguire il vostro capo.... Lo abbiamo promesso al duca di Borgogna ed ai Veneziani; ed una potente flotta di questi ultimi ci accompagnerà e signoreggerà il mare. Ci seguiranno le altre potenze d'Italia. Il duca di Borgogna si trarrà dietro l'Occidente[236]; dalla parte del Nord il Turco sarà stretto dagli Ungari e dai Sarmati; i Cristiani della Grecia si solleveranno e verranno nei nostri campi. Gli Albanesi, i Serviani, gli Epiroti si rallegreranno vedendo spuntare il giorno della libertà, e ci accorderanno la loro assistenza; nell'Asia medesima saremo assecondati dai nemici dei Turchi, il Caramano ed il re di Persia. Finalmente il divino favore ci farà vittoriosi. Rispetto a me io non vado alla battaglia, da cui me ne ritraggono la debolezza del mio corpo ed il sacerdozio, cui si sconviene il maneggiare la spada. Imiterò adunque il santo patriarca Mosè, che pregava sulla montagna mentre Israello combatteva contro gli Amaleciti. Inginocchiato sopra un'alta poppa, o sopra la sommità d'un monte, colla santa Eucaristia innanzi agli occhi, voi mi circonderete e con un cuore contrito ed umiliato chiederemo al signore la vittoria per i nostri soldati[237].»
Non v'ebbero nel concistoro che due cardinali, quello di Spoleti e quello di Artois, che non partecipassero all'entusiasmo del vecchio pontefice. Un'eloquente bolla del 22 ottobre del 1463 chiamò tutti i Cristiani alla guerra sacra, indicando per luogo dell'unione Ancona, e minacciando i fulmini della Chiesa a coloro che turberebbero la pace con ostilità tra Cristiani e Cristiani[238]. Nello stesso tempo il papa scrisse al doge di Venezia, Cristoforo Moro, invitando il vecchio capo d'una repubblica ad unirsi personalmente al vecchio principe del cristianesimo. Il consiglio dei Pregadi non esitò a fargliene accettare l'impegno. Ma il doge faceva qualche difficoltà di andare a bordo a motivo della sua estrema vecchiaja, ed i consiglieri, avendo inutilmente tentati altri mezzi di persuasione, Vettor Cappello gli disse: «Serenissimo principe, se vostra serenità non vuole imbarcarsi di buon grado, la faremo partire per forza, perchè dobbiamo prenderci maggior cura del bene e dell'onore di questo paese, che della vostra persona.» Pure, siccome il doge protestava di non avere conoscenza della guerra marittima, gli fu promesso di dargli per ammiraglio il suo parente Lorenzo Moro, duca di Candia[239].
Gli eccitamenti di Pio II non avevano per altro su tutti i principi cristiani l'effetto ch'egli ne sperava. I Francesi, occupati dagli intrighi di Lodovico XI, ed i Tedeschi, agitati nell'anarchia, e dal debole Federico III renduti sempre più impotenti, non presero veruna parte in ciò che doveva essere l'affare di tutti. Il duca di Borgogna, che si era replicatamente obbligato con tanta solennità alla crociata, se ne scusò: ma Pio II trovò maggiore zelo nell'eroico re d'Ungheria, Mattia Corvino, figliuolo del grande vaivoda Giovanni Uniade. Mattia conchiuse il 12 settembre del 1463 un trattato colla repubblica di Venezia, col quale le parti contrattanti si obbligavano ad attaccare di concerto i Musulmani con tutte le loro forze, ed a non deporre le armi che di comune consenso[240]. Il papa non poteva trascurare di chiamare altresì in suo soccorso quello Scanderbeg, il di cui solo nome agghiacciava i Turchi di spavento, ed i di cui porti e fortezze, situati in faccia all'Italia, erano opportunissimi allo sbarco dei Latini. Ma Scanderbeg aveva accettata e giurata pace col sultano, ed i Musulmani osservavano fedelmente il trattato. Alcune scorrerie fatte in Albania da truppe irregolari erano state da Maometto II severissimamente punite, facendo restituire al principe epirota l'intero valore di quanto gli era stato tolto. Pio II incaricò Paolo Angelo, arcivescovo di Durazzo, di eccitare il campione della fede a non mancare alla guerra che gli Occidentali intraprendevano per sua cagione, offrendogli di scioglierlo da ogni giuramento colla sovrana podestà della Chiesa. Gabriello Trevisani, ambasciatore veneto, spalleggiò le sue istanze, onde Scanderbeg, ritenuto alcun tempo da' suoi scrupoli, cedette all'ultimo alle istanze del capo della religione[241]. Egli entrò in campagna senza dichiarazione di guerra, e prese nelle province turche vicine ai suoi stati sessanta mila buoi ed ottanta mila montoni, appoggiando queste ostilità al pretesto di quegli stessi assassinj che Maometto aveva ampiamente riparati. Questi avendo ancora cercato di ristabilire la pace, Scanderbeg gli rispose il 26 maggio del 1463, ch'egli non si ridurrebbe ad alcun trattato, se Maometto non rinunciava preliminarmente al culto del suo falso profeta[242].
Frattanto Pio II, dopo avere fatte le sue preghiere nella basilica dei santi Apostoli, si pose in viaggio il 18 giugno del 1464: sentivasi di già travagliato da una leggier febbre, e perchè non voleva trattenersi per curarla, obbligò i suoi medici con giuramento a non palesare ad alcuno la sua infermità[243]. Nel terzo giorno del suo viaggio era stato detto a Pio II, che la folla de' crociati adunati in Ancona cominciava a lagnarsi di non trovare apparecchiato quanto era necessario pel loro tragitto. Il vecchio pontefice scelse un cardinale di pari età e suo amico, per rappresentarlo presso la moltitudine, ed esortarla a pazientare, provvedendo in pari tempo ai suoi bisogni. Era questi uno spagnuolo, Giovanni Carvajale, cardinale di sant'Angelo. Avendolo a sè chiamato, lo informò dell'oggetto della sua missione, e supplicando, piuttosto che ordinando, gli chiese di partire. Non si riduceva senza ripugnanza ad addossare un così grave peso ad un vecchio, le di cui forze eransi estenuate in servigio della Chiesa. Ma considerando l'importanza dell'intrapresa, e quanto era difficile il trovare persona che fosse in istato di ben eseguirla, credette di non dovere risparmiare il suo antico amico. «Mi trovava solo io presente a questo colloquio, dice il cardinale di Pavia; il linguaggio di Carvajale fu sempre lo stesso, umile e coraggioso. Santo pontefice, se io sono quale tu mi credi capace di così grandi cose, seguirò subito i tuoi ordini e più ancora il tuo esempio. Colla tua debole salute non esponi tu forse la tua vita per me e per le altre tue pecorelle? Tu mi scrivesti vieni, eccomi; tu mi ordini di partire, io parto. Non è già quest'ultimo residuo di vita, ch'io ricuserò di consacrare a Cristo. Queste parole toccarono il pontefice, il quale era tanto più commosso, quanto maggiore era il coraggio che vedeva in questo vecchio: Giovanni Carvajale amava unicamente Pio II, ed era stato uno de' più caldi consiglieri di questa santa intrapresa[244].»
Pio II, avvicinandosi all'Adriatico, scontrava ogni giorno bande di crociati, che tornavano a dietro, rinunciando di già a questa sacra spedizione. Tra coloro che si erano adunati in Ancona eranvi molti soldati che altro non chiedevano che di prendere servigio; ma quando videro che la corte pontificia non offriva altra paga che indulgenze, partirono tutti con un misto di sdegno e di scherno[245]. Pio II, pubblicando la crociata, aveva annunciato a tutta la Cristianità, che le grandi indulgenze non sarebbero accordate che a coloro che servirebbero a proprie spese almeno per sei mesi. I soldati non ne avevano tenuto conto, ben sapendo che senza di loro radunarebbesi al certo molta gente, ma non un'armata; il basso popolo era pure accorso senza armi e senza danaro, pensando d'essere spesato e trasportato in Grecia per miracolo. Siccome questa folla di gente, che aveva omai perduta ogni speranza, imbarazzava, ritirandosi, la lettiga del papa che avanzava, si vedevano sul volto di Pio dipinto lo scoraggiamento e il dolore di cominciare la sua intrapresa con sì tristi auspicj[246]. Quando finalmente giunse in Ancona, vi trovò moltissima gente della più infima classe, che senza capi, senza danaro, senz'armi e senza viveri, aveva sperato che il pontefice provvederebbe a' suoi bisogni. Pio II fu costretto di rimandare tutti coloro che non potevano fare sei mesi la guerra a loro spese, accordando per altro alla loro buona volontà le indulgenze della crociata che avevano così poco meritate. Promise agli altri di procurar loro il tragitto sopra due galere veneziane; ma perchè queste non giungevano presto, i crociati si scoraggiarono e si dispersero quasi tutti.
Mentre che il papa vedeva così spegnersi l'entusiasmo e dissiparsi tanta moltitudine, sulla quale fondava in parte le sue speranze, diede udienza in Ancona agli ambasciatori di Ragusi che gli annunciavano che un'armata turca, accampata a trenta miglia dalla loro città, la minacciava d'una totale distruzione, se lasciava che partissero le navi che aveva promesse alla flotta pontificia. Pio II gli esortò a persistere ancora, loro promettendo pronti e potenti soccorsi; ma egli stesso più omai non confidava nelle speranze che voleva dar loro[247]: fu alcun tempo incerto di andare egli medesimo a chiudersi in Ragusi, sperando col suo personale pericolo di risvegliare finalmente la sonnacchiosa cristianità. Ebbe poco dopo avviso che i Turchi avevano presa un'altra strada; e finalmente una flotta veneziana di dodici galere, condotta dal doge Cristoforo Moro, giunse in faccia ad Ancona. Pio II si fece subito portare sulla riva per vederla, e dopo averla misurata coll'occhio, disse lamentandosi: «fino adesso mi mancava una flotta per mettermi in mare, oggi sono io che mancherò alla flotta.» Infatti ai mali che l'opprimevano vi si era aggiunta una dissenteria che lo sfiniva del tutto; e malgrado le adulazioni de' suoi cortigiani, sentiva che omai gli restavano poche ore di vita. Oppresso dal dolore di vedersi sorpreso dalla morte nell'istante in cui voleva consacrare la sua vita in servigio della Cristianità, pregò il cardinale di Pavia di continuare la spedizione che egli aveva apparecchiata e di salire a bordo della flotta; chiamò tutti i cardinali al bacio di pace; loro chiese di condonargli i suoi errori e di pregare per lui, e morì tra le loro braccia lo stesso giorno 14 agosto del 1464[248].
La morte di Pio II distrusse tutte le speranze de' Cristiani del Levante, e dissipò la spedizione pronta a partire. Quarantotto mila fiorini, che si trovarono nella sua cassetta, furono, in conformità dei suoi desiderj, mandati a Mattia Corvino, re d'Ungheria, per sostenere la guerra, in cui lo aveva strascinato la corte di Roma[249]. Pare che fosse questo il solo avanzo del tesoro raccolto dal pontefice per la guerra sacra. Pio II aveva contato sulla potente cooperazione di tutti i principi dell'Europa: egli credeva soltanto di dare l'esempio agli altri; ma i suoi apparecchi non erano altrimenti proporzionati alla grandezza della sua impresa. La sola guerra di Napoli, nella quale era stato soltanto ausiliario, gli era costata più di un milione di fiorini, ed appena si può concepire come questo savio pontefice abbia pensato ad attaccare un nemico incomparabilmente più forte del duca di Calabria con meno del ventesimo di quella somma. Indipendentemente dalle sue entrate ecclesiastiche, che pure erano ragguardevoli, aveva levata in tutta l'Europa una imposta del trentesimo denaro della rendita per sostenere la guerra sacra, apoggiandola alla scomunica contro coloro che ne ritardassero il pagamento. Aveva per lo stesso motivo autorizzato il commercio delle indulgenze; ogni peccato aveva un determinato prezzo, e l'indulgenza plenaria di tutti i peccati era tassata venti mila fiorini. Questo trentesimo denaro ed il traffico delle indulgenze avevano contro di lui eccitate grandi lagnanze[250]; ed ancora più grande sarebbe stato il malcontento, se si fosse saputo che tutti i tesori percepiti dai fedeli erano stati disposti per consolidare il trono di Ferdinando, d'un principe così poco degno di stima. Si deve quindi opinare col cardinale di Pavia, che Pio II non fu meno felice in morte che in vita, essendo quella stata sublime in faccia agli uomini, pia agli occhi di Dio, mentre opportunamente lo sottrasse alle difficoltà quando la sua gloria trovavasi compromessa da imprudenti risoluzioni[251].
Per non mostrare d'abbandonare affatto il progetto di Pio II, i cardinali, dopo avere colmato d'onori il doge Cristoforo Moro, ed averlo fatto sedere in concistoro, gli offrirono di unire alla sua flotta cinque galere armate, pagandole per quattro mesi, ove volesse continuare la guerra santa; ma dopo poche ore ristrinsero la fatta offerta, limitandosi a tre galere di già armate a Venezia, che promettevano di pagare. Vedendo il doge che la cooperazione della Chiesa romana ridurrebbesi a poca cosa, e non compenserebbe pure gl'intralci, che quest'alleanza recherebbe alle operazioni della repubblica, credette più conveniente di ricondurre la sua flotta a Venezia. Partì d'Ancona il 16 agosto alla volta dell'Istria, ove bentosto ebbe ordine dal senato di rientrare nelle lagune e di disarmare[252].
I cardinali, affrettandosi di tornare a Roma, si chiusero in conclave nel palazzo del Vaticano. Prima di procedere all'elezione, per la buona amministrazione e per la riforma della Chiesa, s'imposero molte leggi, che ognuno giurò di osservare, ove fosse eletto papa. Il futuro pontefice era tenuto a continuare la spedizione contro i Turchi con tutte le forze della Chiesa romana, e di consacrarvi tutt'intero il prodotto delle miniere d'allume recentemente scoperte. Si volle che promettesse di non far viaggiare la corte romana senza il consenso de' cardinali, di convocare entro tre anni un concilio ecumenico per riformare la chiesa, di non portare mai al di là di ventiquattro il numero de' cardinali, di non sceglierne che un solo tra i suoi parenti, di non far entrare nel sacro collegio alcun uomo che non avesse studiato il diritto o le sacre lettere, o che non avesse compiti i trent'anni. Si volle ancora che il nuovo pontefice promettesse di non diminuire il patrimonio della Chiesa, di non dichiarare la guerra senza l'assenso de' cardinali, prendendo i loro suffragj ad alta voce e non all'orecchio, onde non si vedesse più pronunciare come risultamento della deliberazione una decisione contraria al voto di tutti i deliberanti. Si volle che nelle sue bolle non adoperasse mai la formola: dietro deliberazione de' nostri fratelli, quando non gli avesse consultati. Per ultimo si ordinava che dovesse ogni mese farsi rileggere queste condizioni in concistoro, e che i suoi cardinali esaminassero due volte all'anno, non presente il papa, se fedelmente erano state eseguite[253].
Dopo avere dato in qualche modo con questo concordato una nuova costituzione alla repubblica della Chiesa, i cardinali passarono all'elezione, che fu fatta con migliore accordo e più sollecitamente che verun'altra delle precedenti. Pietro, cardinale di san Marco, della famiglia de' Barbi di Venezia in età di quarant'otto anni fu eletto il 16 di settembre. Voleva da principio farsi chiamare Formoso; ma perchè in fatti era assai bello, venne dissuaso dal prendere un nome che avrebbe indicata una vanità affatto mondana, e fu chiamato Paolo II[254]. È questi quel pontefice che si acquistò una triste celebrità colla persecuzione esercitata contro i letterati. Ma assai prima smentì le speranze che si erano di lui concepite. Il sacro collegio non erasi accontentato del giuramento ch'egli aveva prestato insieme a tutti gli altri cardinali intorno ai doveri del futuro papa, glielo fece ancora rinnovare e sottoscrivere nell'atto della sua elezione. Non pertanto appena fu egli coronato, che annullò questa costituzione; e volendo avere per quest'atto di mala fede l'assenso di tutti i cardinali, ottenne quello del maggior numero, metà colle preghiere, metà colle minacce. Il cardinale di Pavia confessa con suo rossore, che si lasciò vincere da tale seduzione; ma loda il Carvajale per avere resistito[255].
Paolo II adunò, nel principio del suo regno, un concistoro per deliberare intorno ai mezzi di continuare la guerra sacra, e vi ammise gli ambasciatori delle potenze venuti a felicitarlo intorno alla sua elezione. La presenza loro dava a quest'assemblea l'apparenza di una dieta di tutta l'Italia, ed il papa ne approfittò per ripartire tra i suoi diversi stati l'annuo sussidio che doveva servire al mantenimento dell'armata della cristianità[256]. Ma perchè gli ambasciatori non avevano missione per quest'oggetto, si limitarono a promettere di scriverne ai loro commettenti; ma non fu loro risposto, e la lega d'Italia fu abbandonata come la crociata di Pio II[257].
I Veneziani soli tra le potenze d'Italia rimasero incaricati del peso della guerra contro i Turchi; e non pertanto, quasi nella stessa epoca, ne avevano intraprese due altre, che non gli permettevano di disporre liberamente delle proprie forze. Vero è che ambedue ebbero breve durata, essendosi la prima cominciata e terminata nel 1463, mentre ancora viveva Pio II, la seconda due anni più tardi. Gli abitanti di Trieste, ch'erano dipendenti dall'imperatore Federico III, arciduca d'Austria, pretendevano di obbligare tutti i mercanti che passavano dal golfo Adriatico in Germania a passare per la loro città. I Veneziani non volevano assoggettarsi ad un privilegio così dannoso al loro commercio; attaccarono Trieste malgrado la protezione imperiale, e costrinsero questa città a rinunciare alla riclamata prerogativa. Il papa si affrettò d'offrire la sua mediazione per terminare queste ostilità, che potevano essere cagione di pericolosa guerra ai confini della stessa Turchia. Il trattato, cui intervenne il papa, fu soscritto il 17 dicembre del 1463, e lo stesso papa, per mostrarsi grato alla condiscendenza della repubblica, si rappattumò, dietro di lei istanza, con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, cui i Veneziani volevano affidare la loro armata della Morea[258].
L'altra guerra, che intrapresero nel 1465, poteva ancora di più compromettere gl'interessi della cristianità in Levante. I Veneziani attaccarono la religione di san Giovanni di Gerusalemme ed il gran Maestro di Rodi, per punire i suoi cavalieri d'aver fermati due vascelli mercantili della repubblica, a bordo dei quali si trovavano varj mercanti mori ed egiziani. L'onore della bandiera di san Marco e l'ospitalità accordata agli stranieri erano stati violati da una pirateria invano nascosta sotto il manto della religione, e tutti i passaggieri musulmani erano stati posti in catene. Il senato mandò nell'isola di Rodi la stessa flotta ch'era stata armata per accompagnare Pio II: questa si divise in due parti, ed eseguì nello stesso tempo due sbarchi al levante ed al ponente dell'Isola. Per tre giorni i Veneziani saccheggiarono e bruciarono tutti i contorni della capitale fino alla distanza di quindici miglia, e non si ritirarono che quando il gran maestro ebbe fatti restituire loro i prigionieri[259].
Nel Peloponneso la campagna del 1464 non era stata illustrata da alcuna battaglia. I Veneziani avevano lasciato saccheggiare tutto il paese vicino a Corone e Modone ov'eransi chiusi. Ancor essi a vicenda avevano guastata l'Arcadia con tre mila uomini. Le due armate opprimevano ugualmente e senza pietà gli sventurati Greci, sui quali vendicavansi sempre della resistenza dei loro nemici. La flotta veneziana occupò l'isola di Lenne ossia Stalimene, che fu loro ceduta da un corsaro della Morea; in appresso si divise ne' porti di Modone, di Zonchio, di Corone di Napoli, ove svernò[260].
In principio del 1465 Orsato Giustiniani successe a Luigi Loredano nel comando della flotta veneziana. Egli la riunì a Corone, ove trovossi avere trentadue galere sotto il suo comando. Questa flotta era superiore a quella che potevano opporgli i Turchi; ma tale superiorità non gli servì ad alcuna gloriosa impresa; egli fece piuttosto la guerra da pirata che da soldato. Quando riuscì a predare vascelli mercantili ai nemici, fece tagliare a pezzi, appiccare, o annegare tutti coloro che li montavano. Attaccò di notte Metelino nell'isola di Lesbo, e nella prima sorpresa vi fece prigionieri trecento Turchi. Fece impalare la maggior parte di loro, altri annegare, ed i più favoriti vennero appiccati. In seguito diede due assalti alla fortezza di Metelino; vi si combattè con inaudito accanimento, ed i Turchi, prevenuti della sorte che gli aspettava, si difesero disperatamente, finchè giugnendo loro un rinforzo di due mila cavalli sulla opposta riva, il Giustiniani fu forzato a levare l'assedio dopo avere perduti cinque mila uomini. Per questo infelice avvenimento il Giustiniani si trovò da tanto dolore compreso, che appena giunto a Modone, morì mezz'ora dopo essersi fatto sbarcare sulla riva. Lo stesso Sabellico che racconta questi tratti di ferocia, soggiugne: «Tale fu la fine d'Orsato Giustiniani, che l'elevazione della sua anima, e la sua gentilezza avevano renduto illustre tra i suoi pari.» La più atroce barbarie, usata contro gl'infedeli, credevasi in allora che punto non iscemasse la stima dovuta ad un valente uomo[261].
Dall'altro canto l'armata di terra era caduta in un'imboscata nelle campagne di Mantinea, dove aveva perduti mille cinquecento uomini, tagliati a pezzi con Cecco Brandolini e Giovanni della Tela che li comandavano. Di questa stessa epoca Sigismondo Malatesta sbarcò in Morea, seco conducendo circa mille uomini d'armi; ma questo rinforzo non bastava per riparare le perdite dell'armata veneziana. Il Malatesta, sorpreso di vedere l'armata ridotta a così poca gente, ed abbandonata a tanta miseria, espresse vivamente il suo rincrescimento d'averne accettato il comando[262]. Non pertanto assediò Misitra fabbricata presso alle ruine di Sparta, e facilmente occupò la città; ma il castello, posto sopra alpestre rupi che appena permettevano ai soldati di mettere un piede innanzi l'altro, gli oppose un'ostinata resistenza finchè venne dai Turchi rinfrescato di munizioni e di vittovaglie. Il Malatesta prima di ritirarsi bruciò Misitra. In tal modo si compiva la ruina de' Greci dalle armate de' Latini, e la crociata, intrapresa per liberare i Cristiani orientali, loro rovesciava addosso tutte le calamità della guerra. Prima che terminasse l'anno il Malatesta ebbe avviso che Paolo II apparecchiavasi a spogliarlo della signoria di Rimini. A tale notizia abbandonò bruscamente la Morea, e tornò in Romagna per difendersi[263].
La flotta, di cui nel susseguente anno venne a prenderne il comando Vittore Cappello, accrebbe ancora i disastri della guerra e la desolazione de' Greci. L'isola di Negroponte, ossia l'Eubea, apparteneva ai Veneziani; un braccio di mare, che li separava dal continente, bastantemente provvedeva alla loro sicurezza, ma non riuscivano a conservare alcun'altra conquista di terra ferma. Il Cappello passò lo stretto dell'Euripo, sbarcò le sue truppe in Aulide, ove già si adunarono i Greci per fare l'impresa di Troja, prese il Pireo, attaccò Atene, le di cui deboli mura furono bentosto rovesciate, e ne bruciò le porte; questa città, ch'era tuttavia una delle più ricche e più popolate della Grecia, venne abbandonata al saccheggio. I soldati e perfino le ciurme delle galere s'arricchirono colle spoglie di coloro che si pretendeva di liberare: e terminata appena questa crudele esecuzione, i Veneziani si ritirarono a precipizio senza essere inseguiti, portando il loro bottino a Negroponte[264].
Un'eguale spedizione si tentò sopra Patrasso, città meno illustre, ma quasi tanto ricca quanto Atene, perciocchè i fuggiaschi degli altri paesi della Grecia vi si erano adunati portandovi le loro ricchezze. Il Cappello aveva guadagnati alcuni traditori, che gli avevano promesso di dargli in mano il castello. Giunse in faccia a Patrasso con ventitre galere e trentasei minori vascelli; sbarcò Niccolò Ragio con dugento cavalleggeri, ed il provveditore Giacomo Barbarigo con quattro mila fanti. Questi, entrando nel sobborgo lontano un miglio dalla città, si fecero subito a saccheggiare le case; onde così dispersi non furono in istato di resistere a trecento Turchi che piombarono loro addosso all'impensata, e li fecero a pezzi; salvaronsi appena mille uomini di tutta la truppa sbarcata. Il Barbarigo rovesciato dal suo cavallo morì calpestato dai combattenti; ma il generale turco fece impalare il di lui cadavere, e condannò al medesimo supplicio Niccolò Ragio, comandante della cavalleria, ch'era caduto vivo in sua mano. Non pertanto Vittore Cappello non si scoraggiò, risguardando questo cattivo successo come una conseguenza dell'indisciplina delle sue truppe, non della bravura de' nemici. Sbarcò il rimanente della sua armata, e dopo otto giorni attaccò di nuovo Patrasso. L'assalto durò quattro ore; ma all'ultimo i Veneziani furono respinti dopo avere lasciati più di mille uomini sul campo di battaglia. Vittore Cappello, indebolito da due disfatte, avvilito per così cattivo successo, restò inattivo per otto mesi interi, dopo i quali morì a Negroponte. Giacomo Veniero, che gli successe, nel corso di sedici mesi che comandò in Grecia si ridusse a difendere le fortezze che gli erano state affidate, senza nulla tentare contro il nemico[265].
Mentre facevasi con tanta crudeltà e con così poco valore una guerra disonorevole pel nome latino, ruinosa pei Greci, mentre che la barbarie delle truppe venete forzava i loro naturali alleati a fare causa comune coi Musulmani, se volevano salvare le città loro dal saccheggio, le donne dal disonore, i fanciulli dalla schiavitù, la guerra trattavasi pure nell'Albania con una ferocia forse eguale; ma colà non infieriva che contro i nemici, ed era compensata da maggiore eroismo.
Ballabano Badera aveva invaso l'Epiro con quindici mila cavalli, quando appena potevasi colà avere avuto avviso della morte di Pio II. Nato egli medesimo di parenti albanesi e vassallo di Castriotto, ma educato nella religione musulmana, conservava per l'eroe della sua patria un rispetto di cui volle dargli una testimonianza in principio della guerra, mandandogli alcuni doni. Scanderbeg non vi corrispose che con insultanti scherni. Gli mandò in contraccambio una zappa, un aratro ed una falce, invitandolo a riprendere il mestiere paterno ed a lasciare il comando delle armate a uomini nati per comandarle, non dovendo confidarsi a contadini suoi pari. Ballabano giurò di vendicarsi di questo gratuito insulto, tanto più pungente perchè fatto in cambio d'un lusinghiero omaggio[266].
Ballabano non ottenne di vincere Scanderbeg, ma non gli diede battaglia che non lasciasse agli Epiroti tristi memorie. Castriotto non aveva più di quattro mila cavalli da opporre a quindici mila, e soltanto mille cinquecento fanti da opporre a tre mila Musulmani. L'arte della guerra non era per anco abbastanza perfezionata, perchè verun generale sapesse fare buon uso d'una numerosa armata. Scanderbeg punto non le apprezzava, ed era solito dire, che colui che non sapeva vincere il suo nemico con otto, o al più con dodici mila uomini, non lo saprebbe meglio fare con forze assai maggiori[267]. I due campi erano posti a non molta distanza l'uno dall'altro nella ridente valle di Valchalia. Dietro ai Musulmani trovavasi un angusto passaggio, dove Scanderbeg indovinò troppo agevolmente che il nemico teneva un'imboscata; ne diede avviso ai suoi soldati prima di dare cominciamento alla battaglia, consigliandoli a non inseguire i nemici al di là dell'estremità della pianura, ed a fermarsi da sè prima di giugnere alle forche della Valchalia. I Musulmani che l'avevano attaccato, venendo respinti, si ritirarono disordinati verso lo stretto. L'antiveggenza e le esortazioni di Scanderbeg non ritennero otto dei suoi più valorosi ufficiali. Sordi alle preghiere ed agli ordini del loro capo, penetrarono nell'angusto passaggio, e sebbene subito attaccati di fianco, lo attraversarono tutto intero; ma, coperti di ferite ed oppressi dal numero de' nemici, all'ultimo furono fatti prigionieri. Mosè Golento, quello stesso che altra volta erasi dato ai nemici, era il primo di loro; Giurisa Wladenio e Musacchio d'Angelina, tutti e due parenti di Scanderbeg lo avevano accompagnato; gli altri cinque non erano meno illustri per natali e per valore. Invano Scanderbeg offrì di riscattarli ad ogni prezzo, o di cambiarli contro i suoi più ragguardevoli prigionieri; Ballabano gli aveva mandati a Maometto II, e questo barbaro gli aveva fatti scorticar vivi. A tale notizia i soldati epiroti vestirono abiti di lutto, lasciandosi crescere i capelli e la barba, poi gettaronsi furibondi nel territorio turco, cercando opportunità di vendicare i loro valorosi commilitoni[268].
Una seconda battaglia presso di Oronichio, nella Dibra superiore, non soddisfece che imperfettamente al loro sdegno, e fu sanguinosa dall'una parte e dall'altra. Finalmente Ballabano fu posto in fuga, ma non distrutto; e Maometto II non trovando che verun altro de' suoi generali avesse prima d'allora opposta una così felice resistenza all'eroe dell'Epiro, rifece nuovamente la sua armata portandola a diciassette mila cavalli ed a tre mila pedoni; e promise al pascià, che, ottenendo egli di vincere Scanderbeg, gli succederebbe nell'impero dell'Albania. Non pertanto Ballabano fu tuttavia perdente in una grande battaglia presso di Sfetigrade, che per altro si era mantenuta lungamente indecisa. Scanderbeg fu rovesciato dal suo cavallo sopra un tronco d'albero, e vi rimase alquanto senza sentimento, stordito e ferito in un braccio; finalmente rinvenne e riuscì a mettere i Musulmani in fuga, perchè questi credettero di vedervi la fatalità che rendeva quell'eroe invincibile. Ma la valorosa sua armata trovossi indebolita da una vittoria comperata a troppo caro prezzo[269].
Maometto II e Ballabano non si lasciarono avvilire da questa nuova perdita, e dietro i consigli del generale due armate ugualmente forti ebbero ordine di penetrare nello stesso tempo nell'Epiro da due diverse parti; Jacub Arnautte fu il collega dato a Ballabano. Partendo dalla Grecia e dalla Tessaglia doveva questi penetrare nell'Albania dalla banda di mezzogiorno, e costeggiare il mare, mentre che Ballabano, partendo dalla Tracia e dalla Macedonia, vi entrerebbe per le gole delle montagne a ponente. Ma Scanderbeg aveva l'avvantaggio d'essere sempre ben servito dalle sue spie, e di conoscere i piani di campagna del nemico, quando questi appena cominciava ad eseguirli. Comprese che soltanto colla sua prontezza potrebbe prevenire l'unione delle due armate contro di lui dirette, e salvare la sua patria. Mentre che Ballabano entrava nell'Epiro con venti mila cavalli e quattro mila fanti per la valle di Valchalia, Scanderbeg aveva formato il suo campo in distanza di cinque miglia innanzi al castello di Petralba. Non aveva con lui che otto mila cavalli e quattro mila fanti; ma questi soldati erano il fiore di tutta la gioventù Albanese[270].
Per altro prima di entrare in battaglia poco mancò che Scanderbeg non fosse vittima del tradimento di coloro ch'egli aveva incaricati di riconoscere il campo nemico: essi lo avevano venduto. Mentre egli si avanzava, da loro guidato, con cinque soli compagni, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. La rapidità del suo cavallo lo salvò; egli fuggì verso la foresta e saltando un albero rovesciato che chiudeva la sola strada praticabile, lasciò a dietro questo riparo fra sè ed i Turchi. Uno solo ebbe il cavallo abbastanza vigoroso per saltare l'albero che impediva agli altri d'avanzarsi, ma Scanderbeg rivoltosi a lui gli tagliò il capo con un colpo di scimitarra[271].
Tornato a Petralba, egli condusse all'istante la sua armata contro Ballabano, e sebbene avesse dovuto fare quindici miglia prima di raggiugnere il nemico, gli offrì la battaglia senza dar riposo alla sua truppa. Ma il pascià, che aspettava in questa stessa valle Jacub Arnautte, non volle combattere finchè non vedesse comparire sulle alture dietro Scanderbeg le insegne del compagno. Scanderbeg all'opposto, che riponeva la speranza della vittoria nel dar subito battaglia, cercava d'irritare Ballabano; mentre lo faceva inquietare dagli arcieri e dai fucilieri, egli avanzava col grosso dell'armata, e gli Albanesi insultavano i Maomettani perchè non ardivano di combattere. Questi fremevano d'impazienza, digrignavano i denti, e minacciavano il capo che osava mettere ostacolo al loro ardore. Finalmente Ballabano si avvide che s'egli si ostinava, sarebbe forzato nel suo campo e perderebbe in tal modo il vantaggio dell'ardore de' suoi soldati; onde uscì dai trinceramenti alla testa dell'armata, divisa in quattro corpi, opponendo quello da lui comandato alla divisione diretta da Scanderbeg, e tra questi due corpi la zuffa fu più accanita. Però essendo l'Epirota riuscito a prendere Ballabano alle spalle con un rapido movimento, l'intera armata de' Musulmani fu posta in grandissimo disordine. Il loro capo, dopo di aver lungo tempo incoraggiate, riordinate le sue truppe con somma intelligenza e valore, s'aprì un passaggio per ritirarsi seguito da pochi più valorosi, rimanendo tutti gli altri uccisi o prigionieri[272].
Ma l'armata di Scanderbeg, che aveva riportata così luminosa vittoria, non era per anco uscita dalla valle di Valchalia, nè aveva divise le spoglie de' vinti fra i soldati, nè sgombrato il terreno dagli estinti, quando un messo di Mamiza, sorella di Scanderbeg, gli giunse da Petrella, ove si era rinchiusa colla famiglia sotto la guardia di una sola coorte. Gli dava avviso che Jacub Arnautte con sedicimila cavalli era entrato nell'Epiro dalla banda di Belgrado, e che guastava tutto il paese. Il soprannome di Jacub, Arnautte, che è il nome turco degli Albanesi, indicava che questi era nato di parenti cristiani ed epiroti, ma fatto schiavo da fanciullo, era stato allevato nella fede musulmana. Arnautte erasi fatto nome in Asia ed in Europa nelle guerre di Maometto II, e venne a morire sotto la spada di Scanderbeg; imperciocchè, avendo questi immediatamente condotto il suo esercito nelle montagne della Tiranna, ove si trovava il nemico, presso Cassar, fece gettare innanzi a sè molte teste di Musulmani dell'armata di Ballabano, onde accertarlo della disfatta del suo collega. Attaccò in appresso que' soldati, spaventati assai più dalla fortuna che dal valore delle truppe di Scanderbeg; raggiunse lo stesso Arnautte; e dopo averlo ferito con un colpo di lancia, gli troncò il capo colla sua scimitarra. I Musulmani atterriti quasi più non fecero resistenza; coloro che si sottraevano ai vincitori colla velocità della fuga, cadevano tra le mani de' contadini che gli scannavano o facevano prigionieri. Assicura lo storico di Scanderbeg, che nelle due battaglie i Turchi perdettero trenta mila uomini, ventiquattro mila uccisi e sei mila fatti prigionieri, e che si liberarono quattro mila Epiroti prigionieri. La perdita di Scanderbeg non fu che di mille soldati. L'immenso bottino dei due campi venne diviso tra i vincitori e deposto in Croja; e questa città capitale, renduta ricca dalla guerra, accolse con trasporti di gioja l'eroe che l'avvezzava ai trionfi[273].
Maometto II, coronato da tante vittorie, non poteva darsi pace di tali rovesci, e parevagli che quest'angolo dell'Epiro, che sottraevasi al suo impero, ed ogni castello del quale era illustrato da una sconfitta delle sue armate minacciasse tutti i dominj musulmani. Infatti i suoi fanatici soldati erano usciti vittoriosi dalle altre battaglie per la cieca loro confidenza nel volere del cielo; tutto il loro vigore era distrutto, se cominciavano una volta a persuadersi che il cielo favoriva i loro nemici. La credenza del fatalismo, che rende tanto formidabili le armate avvezze alla vittoria, le rende altresì più suscettibili delle altre di terrore panico, quando la fortuna comincia ad abbandonarle. Da prima Maometto cercò di disfarsi di Scanderbeg con un assassinio. Presentaronsi due Musulmani al principe d'Epiro, mostrando caldo desiderio di convertirsi, di ricevere subito il battesimo, ed in seguito di combattere per la fede sotto le sue insegne. Furono infatti ricevuti nella stessa guardia di Scanderbeg; ma una violenta contesa insorta fra di loro manifestò la trama prima che potessero eseguirla: essi accusaronsi reciprocamente di meditare un tradimento, e l'uno e l'altro, arrestati ed esaminati, furono condannati al medesimo supplicio[274].
Intanto Maometto II entrava egli stesso nell'Epiro alla testa de' suoi eserciti: i Cristiani atterriti assicuravano che il sultano conduceva dugento mila uomini. Scanderbeg non pensò pure di potere far fronte a così grandi forze; lasciò in Croja una forte guarnigione sotto gli ordini di un italiano, Baldassare Perducci, che conosceva assai meglio che gli Epiroti l'arte del difendere e dell'attaccare le piazze, e ritirossi in appresso nelle montagne per inquietare l'armata colla quale non osava venire a battaglia, piombando solo sui corpi staccati. Maometto non intraprese l'assedio di Croja, che presentava grandi difficoltà, e che poteva compromettere l'onore del sultano; guastò soltanto le campagne, e prese in seguito per capitolazione la città di Chidna nella Caonia, di dove eransi ritirati tutti gli abitanti. Ritornando da una spedizione comandata dallo stesso sultano, dovevano essere ostentate in su gli occhi del popolo ed ornare le porte del serraglio varie teste di nemici, onde non lanciare ai Musulmani alcun dubbio intorno alla vittoria del loro sovrano. Maometto fece decapitare otto mila abitanti di Chidna, e portò in tal modo a Costantinopoli un trofeo di teste cristiane bastante per ornare il suo trionfo[275].
Ma Ballabano, rimasto nell'Epiro con una forte divisione dell'armata musulmana, intraprese l'assedio di Croja. Scanderbeg, i di cui paesi erano stati saccheggiati, la di cui armata, indebolita dalle stesse vittorie, appena bastava alle guarnigioni delle fortezze, attraversò l'Adriatico in tempo dell'assedio di Croja, venne a Roma e si presentò a Paolo II per chiedergli soccorsi in danaro ed in munizioni, di cui aveva urgentissimo bisogno. Introdotto in concistoro, ed accolto dai cardinali come l'eroe della Cristianità, loro fece la descrizione de' rapidi avanzamenti dei Turchi, e dei pericoli che sempre più si avvicinavano all'Italia. «Dopo la distruzione dell'Asia e della Grecia, disse loro, dopo l'uccisione dei principi di Costantinopoli, di Trebisonda, della Servia, della Bosnia, della Vallacchia e della Schiavonia, dopo la sommissione del Peloponneso ed il devastamento della maggior parte della Macedonia e dell'Epiro, io resto solo col mio debole e piccolo stato, coi miei soldati spossati da tante zuffe, rotti da tante battaglie, in modo che l'Epiro non ha più nel suo corpo una parte sana ove possa ricevere nuove ferite, nè sangue da versare per la repubblica cristiana. In questa Macedonia così ferace di soldati, di tanti principi, di tanti capi, di tanti guerrieri, altro non rimane che la mia piccola armata, e della nostra antica fortuna che il nostro coraggio, e spiriti indomabili. Soccorreteci adunque finchè il tempo lo permette; forse bentosto più non rimarranno campioni di Cristo sull'altra costa dell'Adriatico[276].»
Paolo II accordò a Scanderbeg onorifiche distinzioni; gli regalò un cappello ed una spada benedetti da lui medesimo; vi aggiunse qualche danaro, ma gli diede pochissimi o niun soldato. Gli è vero che scrisse a tutti i principi della Cristianità per chieder loro sussidj, ma non vi fu alcuno che si curasse di fare de' sagrificj, di cui questo papa non dava loro l'esempio. Scanderbeg, tornato nell'Epiro, trovò Ballabano accampato sotto Croja. Questa fortezza, che signoreggia i campi Emazj, è posta sulla sommità del monte Cruino. A questa altezza la montagna non presenta che inaccessibili balze, e su queste rupi tagliate a picco sono innalzate le mura della città. Ma di là partendo la stessa giogaja della montagna si va lentamente abbassando verso il piano, e termina da questo lato in alcune colline. È sulla sommità di questa cresta, e seguendone le sinuosità, che un sentiere unico dà comunicazione a Croja colla campagna. Ballabano era accampato sulle falde della montagna, e sul declivio del monte Cruino. Scanderbeg adunò la sua armata nella città veneziana d'Alesio, o Lisso. Colà ebbe avviso che Jonima, fratello di Ballabano, giugneva con un grosso corpo onde rinforzare l'armata turca. Scanderbeg, preso con sè un corpo di truppa scelta, sorprese Jonima in mezzo alle montagne, lo fece prigioniere con suo figlio Aydar, e li condusse ambidue sotto le mura di Croja, ove fece in modo che fossero veduti da Ballabano nell'istante medesimo, in cui si apparecchiava ad attaccarlo. Quando il pascià conobbe il fratello ed il nipote, la cattività loro parvegli un segno di quel fatalismo che perseguitava tutti i nemici di Scanderbeg; onde più non prendendo consiglio che dalla sua disperazione, attaccò furiosamente gli avamposti di Croja, e vi restò ucciso da un colpo di fucile nella gola. Nella susseguente notte la di lui armata ritirossi in buon ordine fino alla montagna della Tiranna, distante otto miglia da Croja: era tuttavia molto più numerosa di quella di Scanderbeg; ma non pertanto non potè uscire dall'Epiro che dopo avere perduti i suoi equipaggi, e gran parte de' suoi soldati[277].
Morto Ballabano, il sultano incaricò Alì ed Haja, due confinanti pascià, di frenare le scorrerie degli Albanesi, senza esporsi a nuove battaglie. Questi pascià mandarono ricchissimi doni a Scanderbeg che corrispose a questa militare gentilezza con eguale liberalità. Frattanto adunava la sua armata per riprendere la Vallona, che Maometto aveva fortificata. Assicurano i Veneziani che loro aveva preventivamente consegnata egli stesso la città di Croja, e che fu Giovan Matteo Contarini, provveditore nell'Albania, che ne prese possesso a nome della repubblica[278]. E veramente in cambio di tornarvi a soggiornare, Scanderbeg percorse prima tutta la provincia, e in appresso si trattenne nella città veneziana d'Alesio, dove aveva convocato un congresso; ma vi fu sorpreso da violenta febbre, che facendo rapidissimi progressi, in breve lo ridusse fuori di speranza di vita[279].
Scanderbeg, sul letto della morte, circondato dai suoi capitani, dai suoi amici, dai suoi alleati, loro raccomandò la difesa di quella fede cristiana per la quale aveva combattuto ventiquattro anni con tanta felicità; la difesa di quel paese ch'egli aveva strappato di mano ai barbari, ed accostumato alla gloria ed alla libertà; la difesa di suo figlio Giovanni che aveva avuto dal suo tardo matrimonio con Donica, figliuola d'Aaryanite Cominato[280]. «Io non vi ho mai risguardati, loro disse, come soldati, satelliti, o ministri, ma quali miei compagni e fratelli. Io non mi rammento, non solo di non aver mai insevito contro alcuno di voi, ma nemmeno d'avere pronunciata una parola offensiva. Nelle fatiche dei campi, negli ufficj militari, nelle vigilie, le parti mie non furono minori delle vostre; tutto era comune fra me ed i miei camerata, ed io chiedevo che si seguisse il mio esempio, non i miei ordini. Le spoglie dei nemici, il bottino tolto ai barbari, io lo divideva tra di voi senza serbar nulla per me. L'impero, il comando, le ricchezze, tutto era fra di noi comune, nulla spettava a me solo. Ma adesso, miei cari camerata, io muojo, e mi è forza di abbandonarvi; quella fede, quella benevolenza, quella carità che voi trovaste in me, ve la chiedo per mio figlio, per il suo regno, per la vostra patria. Risguardatelo come la mia immagine; egli sia il mio rappresentante, il mio luogotenente in mezzo a voi[281].»
Scanderbeg era circondato dai suoi soldati che ricevevano l'ultimo suo addio, quando la città tutta levossi subitamente in tumulto. Si disse che i Turchi si avvicinavano, che guastavano le vicine campagne, e che di già si vedeva il fumo dei loro incendi. L'eroe, sebbene sfinito della malattia, credette, udendo tale notizia, di trovare le usate forze ed il suo spirito guerriero. Sollevandosi sul suo letto, chiese le sue armi e lo scudo, ed ordinò che si allestisse il suo cavallo; ma quando vide le sue membra tremanti sotto quel peso, che più non potevano sostenere, ricadendo sul letto, disse ai suoi soldati; «Andate, miei amici, andate a combattere contro i barbari; voi non mi preverrete che di pochi passi; avrò in breve bastanti forze per seguirvi.» Uno squadrone epirota sortì infatti dalla città, e si diresse verso il torrente di Cliro, ove il pascià Anamazio erasi fatto vedere con un corpo di cavalleria, guastando il territorio di Scutari. I Turchi credettero che Scanderbeg fosse alla testa dell'armata che vedevano venire contro di loro, e fuggirono a precipizio a traverso alle montagne coperte di neve, abbandonando tutta la preda, e perdendo molta gente nelle gole occupate dai contadini. Quando la notizia di questo vantaggio fu portata a Scanderbeg, egli spirò, dopo avere ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, il 17 di gennajo del 1466 in età di 63 anni e nell'anno vigesimoquarto del suo regno. Il suo cavallo di battaglia più non volle, dopo la sua morte, essere montato da chicchefosse; e diventato furibondo ed indomabile morì dopo poche settimane[282].
Scanderbeg ebbe sepoltura nella gran chiesa di san Niccolò d'Alesio, ove le di lui ossa riposarono in pace fino al 1478, nel quale anno i Turchi terminarono la conquista dell'Albania, ed occuparono Scutari ed Alesio. Accorsero in folla al suo sepolcro, impazienti di toccare tutto quanto restava di così grande uomo: si divisero le sue ossa, e, legandole in oro o in argento, le portarono appese al collo come preziosi giojelli, o come talismani, che loro comunicherebbero il coraggio e l'invincibile forza di colui ch'essi tanto ammiravano[283].
Nell'istante in cui morì Scanderbeg, Lecca Ducagino, uno de' piccoli principi dell'Epiro, uscì nelle strade strappandosi i capelli e la barba, e gridò: «Affrettatevi, cittadini, affrettatevi, nobili Albanesi, difendetevi; perciocchè le mura dell'Epiro e della Macedonia sono oggi cadute in polvere, abbattute sono le nostre fortezze, distrutte le nostre forze, e la sede dell'impero è rovesciata dalla morte di quest'uomo unico.» In fatti l'Epiro, ch'egli aveva renduto forte e glorioso, doveva appena sopravvivere al suo eroe. Il figlio di Scanderbeg si rifugiò ne' castelli che Ferdinando gli aveva dati nel regno di Napoli[284]. Degli Albanesi che lo avevano così lungo tempo seguito nelle battaglie, altri perirono sotto le spade turche, altri furono condotti in una miserabile schiavitù. «Le città, che fino a questo giorno avevano resistito al furore dei Turchi (scriveva papa Paolo II al duca di Borgogna) sono oramai cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano lungo le coste dell'Adriatico tremano all'aspetto di quest'imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, cattività e morte. Non si può senza versar lagrime contemplare questi vascelli che, partiti dalla riva Albanese, si rifugiano nei porti dell'Italia, e queste famiglie ignude, miserabili, che, scacciate dalle loro abitazioni, stanno sedute sulle rive del mare, stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aere di lamenti in un linguaggio sconosciuto[285].»
Un figlio, o un nipote di una sorella di Scanderbeg e di quell'Amesa, di cui ne abbiamo notata la defezione e la cattività, trovavasi nelle mani del sultano, ed era allevato nella religione musulmana. A costui Maometto II destinò l'eredità di Scanderbeg; e in fatti gli diede il possedimento di una parte dell'Epiro. Varie fortezze restarono ai Veneziani, ma le vedremo cadere una dopo l'altra in potere de' Turchi fino alla pace del 1478, che tolse ai Cristiani gli estremi avanzi dell'eredità di Giorgio Castriotto[286].