CAPITOLO LXXX.
Mal intesa politica de' Veneziani nella amministrazione delle loro province d'oltremare. Perfidia di Ferdinando di Napoli, il quale fa perire Jacopo Piccinino. — Ultimi anni e morte di Francesco Sforza. — Turbolenze di Firenze sotto l'amministrazione di Pietro de' Medici; progetti e debolezza di Luca Pitti.
1464 = 1466.
I veri interessi dell'Italia si decidevano di quest'epoca sull'altra riva del mare Adriatico. Colà guerreggiavasi non per sapere se ogni stato aggiungerebbe ai suoi confini qualche città, qualche piccolo distretto, se ogni corpo nel governo, ogni fazione tra i cittadini conserverebbe le sue prerogative, ma per sapere se ancora vi sarebbe un'Italia, dopo che più non eravi nè Grecia, nè Macedonia, nè Illiria, se la religione, la nobiltà e l'onore nazionale non sarebbero distrutti, se i mercati non sarebbero saccheggiati, bruciate le città, gli uomini adulti presi come armenti, e venduti per una lontana schiavitù, i fanciulli strappati dal seno delle loro madri per reclutare la milizia de' giannizzeri, e diventare i nemici di quegli stessi che loro avevano data la vita. Il pericolo s'avvicinava, la potenza dei Turchi andava crescendo; inevitabile pareva la loro invasione, ed intanto l'Italia era ancora dormigliosa. Non erasi stretta alcuna lega tra le potenze per difenderla, non allestito un esercito, non apparecchiato un tesoro per sostenere le spese di un'imminente guerra; e se le bandiere della mezza luna avessero una volta varcato il mare Adriatico, tutti gli stati posti dall'estremità della Calabria fino alle Alpi sarebbero stati più rapidamente conquistati, e con molta maggiore facilità che i bellicosi regni dell'Epiro, della Macedonia, della Servia, della Bosnia, della Schiavonia, posti sull'opposta riva. Dobbiamo adesso esaminare quali interessi distraevano allora gl'Italiani, quai diverse cagioni facevano sì che non s'apparecchiassero a questa gran lotta. Ci resta a vedere il ducato di Milano passare ad un principe voluttuoso e crudele, le di cui viste non andavano più in là della sua vanità e de' suoi piaceri; il regno di Napoli indebolito dalla perfida politica di Ferdinando, che non ruinava i suoi domestici nemici che all'ombra dei trattati; la repubblica di Firenze in preda a fazioni, i di cui capi avevano perdute le virtù che illustravano i loro padri; papa Paolo II seminare la discordia, intento ad accendere una guerra universale per unire al dominio ecclesiastico alcuni piccoli feudi, che n'erano stati separati per giusti titoli. Ci sorprenderanno tante misere cose preferite a così alti interessi, ci sorprenderà questa dimenticanza così estrema della prudenza e della politica presso persone tanto famose per la loro saviezza, questa pazza sicurezza dei popoli che riposavano sull'orlo dei precipizj, e non potremo omettere d'osservare, che nelle epoche segnate da grandi rivoluzioni la cagione che le produsse deve meno ricercarsi nella forza di coloro che le eseguiscono, che nella debolezza di coloro che le soffrono, in quello spirito di stordimento e di vertigine che infetta talvolta le nazioni ed i loro capi, come una fatale epidemia, e che, accecandoli intorno al pericolo che li minaccia, li trae spesse volte nel precipizio che più dovrebbero temere.
Tra gli stati d'Italia, che abbandonavano la causa della Cristianità, forse i più colpevoli erano i Veneziani; pure di già si trovavano in guerra coi Turchi, e già erano attaccati nelle loro colonie e minacciati ai confini continentali: vero è che, abbandonati da tutti i Latini, sostennero soli la guerra, e che posero in mare flotte degne della potenza della loro repubblica; ma essi accrebbero il pericolo per sè medesimi e per gli altri con una mal intesa politica, e con un fallace sistema di guerra. Essi mai non risguardarono i loro possedimenti del Levante come parti integranti dello stato; mai non li governarono in modo di farli fiorire, mai non li difesero in modo di salvarli; nè mai procurarono ai popoli quel grado di prosperità e di pace che avrebbe attaccati i sudditi alla repubblica, e loro avrebbe conciliato l'affetto degli stati vicini, e fattili risguardare come alleati e difensori naturali di tutti i Cristiani soggetti ai Turchi.
La repubblica di Venezia era in certo qual modo composta di tre nazioni: dei Veneziani, dei popoli di terra ferma, e dei Levantini. Gli abitanti di Venezia stessa e delle lagune risguardavansi come il popolo re; e sebbene le prerogative della sovranità non appartenessero che ad un corpo di nobiltà, formato in seno a questa numerosa popolazione, pure tutti i Veneziani sentivansi ancora membri della repubblica, e dominatori de' paesi conquistati. Il governo gli adulava e gli accarezzava, e presso questi soli trovava in caso di bisogno fedeli marinaj, e cittadini pronti a sagrificarsi. La seconda classe de' sudditi era formata dagli abitanti di terra ferma; questi per la maggior parte soggetti alla repubblica da meno di un secolo, avevano conservate alcune antiche prerogative ed un governo municipale; essi non risguardavansi come Veneziani, ma Bresciani, Bergamaschi, Veronesi, Padovani; non pensavano pure a chiedere di avere qualche parte alla sovranità, ma diligentemente conservavano i loro privilegj, ed erano tali che per loro fiorivano il commercio e l'agricoltura, e le ricchezze e la popolazione andavano crescendo. Per ultimo gli abitanti delle province poste oltremare formavano una terza classe, disprezzata, oppressa e sempre sagrificata alle altre due. I loro porti erano mercati esclusivi dei Veneziani, ove questi facevano senza rivali un odioso monopolio; le loro fortezze dovevano perpetuare ne' sudditi il timore, ed assicurare a Venezia il dominio dell'Adriatico, ma queste non coprivano i confini, nè proteggevano l'agricoltura, nè mantenevano la pace in un ricinto inviolabile; le loro milizie non erano regolarmente armate, i soldati tolti in paesi così guerrieri non venivano incorporati al rimanente dell'armata veneziana, ed erano cacciati nell'ultimo rango dello stabilimento militare.
Pure ove si consideri l'estensione del dominio veneto al di là del golfo Adriatico, nell'Istria, nella Dalmazia, in una ragguardevole parte dell'Albania e della Grecia, ove si rifletta al felice clima di quasi tutte queste province, alle ricche produzioni del loro suolo, allo spirito industrioso di una parte degli abitanti, al carattere guerriero degli altri, alla forza delle situazioni, al numero e grandezza dei porti, si sente bentosto che la repubblica di Venezia avrebbe dovuto andare superba di diventare una potenza illirica, piuttosto che italiana; che avrebbe dovuto estendere a tutte le coste dell'Adriatico i beneficj del commercio, dell'agricoltura, dell'opulenza e della sicurezza, accogliervi sotto la protezione di savie e giuste leggi la popolazione de' vicini stati sempre disposta a rifugiarvisi, equipaggiare le sue flotte co' marinaj che avrebbe potuto formare nelle infinite isole seminate nel golfo del Quarnero, inspirare un nuovo ardore ai suoi eserciti, ammettendovi quella razza di uomini vigorosi ed arditi che popolavano le montagne della Morlachia e dell'Albania, e per ultimo associare alla sua gloria, alla sua ricchezza, al suo governo, gl'Illirici, gli Albanesi ed i Greci.
Ma gli stati più prudenti sono essi medesimi spesse volte piuttosto diretti dai loro pregiudizj che dal loro giudizio. Tutti gli agenti dell'autorità dividevano le prevenzioni nazionali contro tutti i sudditi levantini della repubblica. Tutti i Greci venivano riputati senza fede e corrotti, barbari tutti gl'Illirici. I Veneziani si sarebbero sentiti umiliati, se fossero stati confusi con questa gente. Essi non potevano affezionarsi a que' lontani possedimenti, ove mai non si fissavano stabilmente, volendo esservi sempre considerati come stranieri. Colà si recavano per far fortuna, e quando questa era fatta, si affrettavano di portarla altrove. Quest'avidità d'ammassare danaro diventava nelle colonie il carattere nazionale; tutto ciò che poteva arricchire non era vergognoso; la giustizia diventava venale, le finanze erano ruinate dalle malversazioni, gli approvvigionamenti di guerra erano scarsi e di cattiva qualità, le armate composte di assai minore numero di soldati di quello che appariva ne' ruoli, in somma l'onore e la sicurezza dello stato erano sempre sagrificati alla cupidigia de' suoi ministri.
I Veneziani nella guerra contro il duca di Milano avevano posti in campagna diciotto mila cavalli di pesante armatura, e quasi altrettanta buona fanteria. Lungi dall'opporre così forte armata ad un nemico assai più pericoloso, non ebbero mai in Morea due mila uomini sotto le armi: vero è che non erano comprese in questo numero le milizie del paese; ma i Greci, ond'erano formate, così spesso vinti dai Turchi, tanto atterriti dal vittorioso ascendente della mezzaluna, erano inoltre così sprezzati e maltrattati dai comandanti veneziani, che non potevano prendere a cuore i vantaggi della repubblica.
Mentre questa miserabile armata rappresentava sola al di là dei mari tutta la potenza degl'Italiani, ed impediva l'avanzamento de' loro nemici, i sovrani, godendo di una mal sicura pace, come se abbandonare si potessero alla più inalterabile sicurezza, ad altro non pensavano che a tirare vendetta delle loro antiche offese, a schiacciare i loro segreti nemici, ed a far pagare con usura gli arretrati della passata loro indulgenza a coloro che avevano dovuto risparmiare.
Ferdinando, re di Napoli, aveva trionfato del suo competitore, staccando l'uno dopo l'altro dalla casa d'Angiò i grandi del suo regno, che avevano fatto causa comune colla medesima. Loro aveva accordate vantaggiosissime condizioni, rese sacre dai più solenni giuramenti. Ma nè i trattati, nè le promesse lo legavano; perciò, sebbene fosse in pace con tutto il mondo, ragunava la sua armata nella Campania in principio del 1464 come aveva fatto ne' precedenti anni. Nello stesso tempo invitò i signori, coi quali erasi riconciliato, a raggiugnerlo. Evidente era il pericolo della disubbidienza, dubbioso quello di fidarsi a lui, e gli uomini deboli preferiscono di accecarsi intorno alla propria situazione, piuttosto che riconoscere preventivamente il pericolo. Venne pel primo in giugno Marino Marzano, duca di Suessa, a rendergli omaggio nel suo campo, dopo essersi fatta dare la guarenzia di Francesco e di Alessandro Sforza. Era cognato del re, e suo figlio era promesso sposo alla figliuola di Ferdinando. Questo doppio parentado davagli una sicurezza che i soli trattati non gli avrebbero forse inspirata. Ma Ferdinando non aveva dimenticato che Marzano era stato il primo a dichiararsi per Giovanni d'Angiò; quindi lo fece arrestare e lo mandò prigioniere a Napoli in onta ai proprj giuramenti ed alla parola data ai suoi più fedeli alleati: fece nello stesso tempo imprigionare tutti i di lui figliuoli, ed occupare tutti i di lui stati[287].
Questa violazione della pubblica fede colmò di spavento tutti coloro che avevano fatto guerra a Ferdinando, e che avevano creduto di potersi riposare sui trattati con lui conchiusi. Il più inquieto di tutti era Jacopo Piccinino, ch'era stato lungamente capo del partito d'Angiò, e che si era trovato in sul punto di rovesciare Ferdinando dal trono. Il Piccinino era in allora universalmente riconosciuto pel migliore generale d'Italia: era rimasto solo alla testa di quell'antica scuola militare di Braccio, ch'era in appresso passata a suo padre Niccolò, poi a suo fratello Francesco, e che pel corso di settant'anni erasi mantenuta rivale della scuola dello Sforza; essa distinguevasi per una maniera più pronta di fare la guerra, più impetuosa e talvolta più temeraria. Questa milizia erasi conservata indipendente, e continuava indifferentemente a prendere soldo da coloro che volevano impiegarla, mentre l'innalzamento dello Sforza al ducato di Milano aveva fatto scendere i suoi antichi compagni d'armi al rango di suoi sudditi, ed aveva loro tolta la facoltà d'offrirsi all'incanto a diverse potenze. Il Piccinino, riconciliandosi con Ferdinando, aveva da lui ricevuto per ricompensa il principato di Sulmona ed altri ragguardevoli feudi. Ma le grazie accordate da un re spergiuro potevano essere da lui riprese, ed il Piccinino credette che un vecchio guerriero non mancherebbe così facilmente alla sua parola d'onore. Malgrado la lunga rivalità della sua famiglia con quella dello Sforza, malgrado le vicendevoli offese, il Piccinino fidavasi al duca di Milano, e risolse di mettersi tra le sue mani. Da lungo tempo lo Sforza gli aveva offerta in matrimonio sua figlia naturale Drusiana, come pegno di riconciliazione tra i Bracceschi e gli Sforzeschi. Il Piccinino l'accettò; disse che andava egli medesimo a prenderla, e per dare nello stesso tempo al duca di Milano un pegno della sua fede, diede nelle mani di Tomaso Tebaldi, suo luogotenente, la stessa città di Sulmona, tutte le altre fortezze e l'armata che serviva sotto di lui. Presi seco per suo corteggio soltanto dugento cavalli, partì in tal modo alla volta della Lombardia[288]. Ferdinando, che con dispiacere lo vedeva allontanarsi, lo chiamò invano colle più lusinghiere lettere, ma nello stesso tempo attaccava la famiglia Caldora, alla quale non era dai trattati meno legato di quello che lo fosse al Piccinino; costringeva il capo di questa casa, Antonio, a stabilirsi in Napoli colle donne ed i fanciulli di sua famiglia; obbligava tutta la gioventù dello stesso casato a vivere in esilio, e quando gli aveva fatti passare ad un servizio straniero, loro toglieva le fortezze e quasi tutti i beni[289].
Frattanto il Piccinino, giunto a Milano, era stato accolto dal duca colle più vive dimostrazioni di stima e di affetto. Tutta la nobiltà milanese gli si mostrò ancora più propensa: questa aveva con lui avute lunghe relazioni, quando sotto gli ordini di suo padre egli serviva l'ultimo dei duchi della casa Visconti, e quando in appresso era stato generale della repubblica milanese. Tutti i gentiluomini si recarono ad incontrarlo fuori delle porte a non breve distanza, e vi accorse anche il popolo. Egli attraversò Milano tra le acclamazioni d'infinito popolo, ed il suo ingresso parve un trionfo[290]. Fu celebrato modestamente il suo matrimonio con Drusiana, perchè la fresca morte di Cosimo de' Medici, il vecchio amico di Francesco, avrebbe resa sconveniente una maggior pompa. Lo Sforza s'incaricò di rendere meno sospetta l'amicizia tra il re di Napoli ed il suo generale, e gli fece continuare per un altro anno il comando delle armate del regno con un soldo di cento mila fiorini. Fu mandato a Napoli Brocardo Persico, suo luogotenente, il quale ebbe dal re onoratissimo accoglimento, e ricevette tutto il danaro dovuto ai soldati. Per suo mezzo Ferdinando invitava il Piccinino a tornare presso di lui, e Brocardo Persico, vinto dall'accoglimento che aveva ricevuto, assicurava il suo padrone in tutti i suoi dispacci, che, lungi dall'avere nulla a temere, sarebbe al suo ritorno colmato d'onori.
Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, doveva sposare Alfonso, figlio del re di Napoli. In primavera del 1465 Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, s'avvicinò a Milano con seicento cavalli per chiederla e servirle di scorta. Il Piccinino preferì di non aspettarlo; partì alla volta di Napoli con Pietro di Pusterla, suo parzialissimo amico, sotto la di cui salvaguardia il duca aveva cercato di metterlo, nominandolo suo ambasciatore. Il Piccinino, strada facendo, visitò Borso d'Este a Ferrara, e Domenico Malatesta a Cesena, che disapprovarono il suo viaggio, e cercarono di ritenerlo. Ferdinando erasi bastantemente fatto conoscere per non inspirare veruna confidenza. Lo stesso Piccinino era di quando in quando agitato da violenti inquietudini, ma una sorta di fatalità lo strascinava a Napoli. Brocardo Persico lo aveva raggiunto, e d'altro non gli parlava che de' ricevuti onori. Intanto il Piccinino viaggiava, e quand'ebbe toccati i confini, gli omaggi che gli vennero tributati dissiparono i concepiti timori. La principale nobiltà di Napoli era venuta a riceverlo alla distanza di tre giornate dalla città, in ogni borgata festeggiavasi il suo passaggio, e lo stesso re venne con numeroso seguito ad incontrarlo fuori delle porte; l'abbracciò affettuosamente e lo trattò come fratello. Per ventisette giorni si celebrarono continue feste in suo onore, e le cortesie di Ferdinando non si smentirono un solo istante. Finalmente il Piccinino chiese ed ottenne la sua udienza di congedo per tornare a Sulmona; era il 24 giugno, giorno della festa di san Giovanni Battista: venne introdotto presso il re in Castelnovo; questi gli diede le stesse dimostrazioni d'affetto e di confidenza, e si separò abbracciandolo. Ma erasi appena Ferdinando ritirato, che alcuni arcieri si gettarono sopra il Piccinino, e lo trassero in un carcere. Nello stesso tempo venne arrestato ancora suo figlio Francesco, il suo luogotenente Brocardo ed alcuni altri. In tempo delle feste celebrate in suo onore, erano stati mandati ordini su tutte le strade a tutti i comandanti delle province d'arrestarlo, se mai cercasse di fuggire, onde occupare i suoi beni e piombare sopra le di lui truppe improvvisamente; queste vennero infatti svaligiate, e i suoi soldati, senza capi, e spogliati dei loro equipaggi, si ritirarono a stento presso Domenico Malatesta a Cesena[291].
Tutta l'Italia accusava Francesco Sforza d'avere avuto parte in questo tradimento; dicevasi che non si era vergognato di sagrificare sua figliuola per trarre nella rete un rivale ch'egli temeva; che la sua gelosia era cresciuta a dismisura per gli onori renduti dai Milanesi al Piccinino; che finalmente egli aveva temuto, dopo la sua morte, per suo figliuolo la concorrenza d'un capitano così accreditato, che avria potuto disputargli il favore del popolo. Queste accuse vennero riportate dalla maggior parte degli storici, e lo stesso Machiavelli, adottandole, diede loro maggior peso[292]. Per altro il circostanziato racconto del Simonetta, segretario del duca di Milano, e l'indignazione che questi esprime contro tanta iniquità, contrabilanciano a' miei occhi le altrui testimonianze. Se il suo padrone fosse stato complice del re, il Simonetta non avrebbe trascurato di dar peso alla trama del Piccinino, che Ferdinando pretese d'avere scoperta, e di cui scrisse lettere circolari a tutti i principi dell'Europa. Per lo meno avrebbe simulato di dar fede all'asserzione del re di Napoli intorno alla sorte del prigioniere. Diceva questo re, che il Piccinino, tratto dalle grida del popolo per l'ingresso della flotta reale, erasi attaccato ai cancelli d'una finestra assai alta della prigione, per vedere ciò che accadeva, e che cadendo erasi rotta una coscia, per cui era morto dopo dodici giorni. In tal modo il Simonetta non trascurò di giustificare gli arresti di Carlo Gonzaga, di Guglielmo di Monferrato, di Tiberio Brandolini, e la morte dell'ultimo. Ma rispetto al Piccinino fa sentire quanto assurda fosse la supposizione d'una cospirazione, quanto era ridicola la favola del suo accidente, quanto il complesso della condotta di Ferdinando, di cui ne mette in chiaro tutte le circostanze, era perfida e vergognosa[293]. Altronde la macchinazione, che si ascrive al duca di Milano, era troppo complicata e troppo azzardosa per lo scopo che gli si vuole supporre. Mentre ch'egli ebbe in Milano il suo rivale con soli dugento cavalieri, lontano dalla sua armata e dalle sue fortezze, gli sarebbe stato troppo facile il farlo arrestare o perire; l'entusiasmo del popolo per lui gli avrebbe somministrato un probabile pretesto di supposte congiure, ed in ogni caso il pugnale d'un oscuro assassino non avrebbe permesso di riconoscere il vero colpevole; ma dare la propria figlia al Piccinino, lasciarlo in seguito attraversare libero tutta l'Italia, abbandonarlo a' consiglj, che fino all'ultimo giorno del suo viaggio potevano allontanarlo dal laccio, è questa una mescolanza d'imprudenza e di scelleratezza, di cui parmi non potersi ragionevolmente macchiare la memoria di Francesco Sforza.
Quando il duca di Milano ricevette la notizia di questo tradimento fece altamente conoscere quanto dolore e collera ne provasse[294]. Fece subito partire un corriere, apportatore di un ordine a sua figlia Ippolita di trattenersi dovunque quest'ordine le giungesse. Ove si presti fede al Simonetta, il corriere l'incontrò a Siena verso la fine di giugno, di dove Ippolita non partì che in sul declinare d'agosto[295]. Quando il duca di Milano, riflettendo che non poteva tornare in vita suo genero Piccinino, e che sarebbe imprudente consiglio il rompere per un avvenimento irreparabile un'alleanza per cui aveva fatti prodigiosi sagrificj in tempo della guerra di Napoli, permise alla figliuola di proseguire il viaggio. Nell'intervallo aveva mandato suo figlio Tristano a Napoli per domandare il Piccinino, ch'egli supponeva ancora vivo. Tristano, cui fu risposto che suo cognato era morto, dubitando che fosse rinchiuso in qualche prigione, chiese che si diseppellisse il suo cadavere, e volle vederlo. Per tal modo si accertò che il Piccinino era stato ucciso il secondo o il terzo giorno dopo il suo arresto[296]. Il duca di Milano non protrasse ulteriormente il progettato parentado: la figlia Drusiana tornò tristamente a Milano, ove diede in luce poco tempo dopo un figlio del Piccinino[297]. Mentre questa attraversava l'Italia con un corteggio dolente tornando da Napoli, sua sorella vi si recava con magnifico e pomposo accompagnamento. Aveva seco i fratelli Filippo e Sforza Maria, il primo de' quali venne in tale occasione investito del ducato di Bari.
Il duca di Milano, sicuro della sua alleanza con Napoli, non era meno sollecito di rassodare quella che aveva conchiusa colla Francia. La parte che aveva presa nelle guerre di Genova e di Napoli, e le pretese della casa d'Orleans sullo stato di Milano, avrebbero potuto da quella banda procurargli pericolosi nemici; ma Luigi XI, che allora regnava, aveva una singolare predilezione per gli uomini innalzati da bassa condizione. Il duca di Milano era a' suoi occhi un principe nuovo, e sotto quest'aspetto tanto più degno della sua confidenza. Strettissima era la loro unione, ed il re, che confondeva la falsità colla politica, credeva di potere istruirsi in quest'arte seguendo i consiglj d'un principe italiano. Era scoppiata in Francia la guerra che poi fu detta del ben pubblico: Luigi XI invocò l'assistenza di Francesco Sforza, il quale gli mandò subito suo figliuolo Galeazzo con mille cinquecento uomini d'armi e tre mila fanti[298]. Galeazzo entrò pel Delfinato nel Forez, che apparteneva al duca di Borbone, uno de' più deboli tra i principi confederati. Egli lo pose a fuoco e a sangue, mostrò la superiorità degl'Italiani nell'arte di attaccare le città, rincorò i partigiani del re e gittò la discordia nell'armata dei principi[299]. Intanto Luigi XI negoziava con suo fratello e coi grandi del suo regno, e, a seconda de' consiglj dello Sforza, loro prometteva ogni cosa per isciogliere la loro lega, essendo internamente disposto a mancar loro di parola. In tal modo si conchiuse e si pubblicò il trattato di Conflans in sul finire del 1466. Galeazzo Sforza non era per anco uscito dalla Francia, quand'ebbe avviso della morte di suo padre, accaduta l'8 marzo del 1466. La disposizione all'idropisia che erasi manifestata in Francesco Sforza alcuni anni prima, gli aveva lasciata una precaria salute; ma l'ultima sua malattia non durò che due giorni. Bianca Visconti, sua moglie, comprimendo il suo dolore, adunò il senato a mezza notte, l'avvisò della vicina morte del marito, e fece prendere le necessarie disposizioni per tenere la città tranquilla, nell'istante in cui si pubblicherebbe la morte del sovrano. Nello stesso tempo mandò ambasciatori al re di Napoli, ai Fiorentini, a Paolo II ed ai Veneziani, per domandar loro di proteggere in caso di bisogno suo figlio, e di conservarsi fedeli alla sua casa[300].
Nobile e vivace volto aveva Francesco Sforza; era grande della persona e ben proporzionato, ed aveva una singolare forza ed agilità in tutti gli esercizj del corpo; pochissimi lo pareggiavano al salto, alla corsa, alla lotta, o nel lanciare vigorosamente il giavellotto. Marciava col capo scoperto alla testa della sua armata sia tra i ghiacci dell'inverno, sia sotto il cocente sole della state. Sopportava pazientemente la fame, la sete ed il dolore; pure non ebbe che poche occasioni di porre la sua costanza a quest'ultima prova, perciocchè, sebbene avesse passata la sua vita in mezzo alle battaglie, non fu quasi mai ferito. Non aveva bisogno di lungo sonno per riposare; ma per quanto fosse grande l'agitazione del suo spirito, o il tumulto da cui era circondato, egli dormiva colla medesima calma. Nè le grida, nè i canti de' soldati presso la sua tenda, nè il nitrire de' cavalli o il suono delle chiarine e delle trombe, parevano turbarlo; perciò compiacevasi del rumore che facevano i suoi compagni d'armi, anzi che ordinar loro di tacere mentr'egli dormiva. Singolarmente sobrio alla sua mensa, non era egualmente ritenuto per gli altri piaceri; amava appassionatamente le donne, e non pertanto visse sempre in buona unione con Bianca Visconti, che aveva la condiscendenza di condonargli le sue frequenti infedeltà. Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri, i soldati e i dotti, che chiamava alla sua corte. Rigettava fors'anco con qualche alterigia i consiglj di prudenza e d'economia che gli dava Cosimo de' Medici, dicendo che non sentivasi fatto per essere mercante. Era affatto padrone di sè medesimo, e sapeva nascondere la sua inquietudine, il dispiacere, la gioja o la collera. Premurosissimo di conservarsi una buona opinione, s'informava con molta cura di ciò che dicevasi di lui, e spiegava sollecitamente quelle sue azioni che credeva sospette, o mal accette al pubblico[301].
Quando Galeazzo Sforza ricevette la notizia della morte del padre, affidò il comando della sua armata a Giovanni Pallavicino, e facendosi credere il compagno d'un mercante milanese stabilito in Lione, tornò con lui privatamente e senza seguito. Non senza ragione egli cercava di non essere conosciuto nelle province che doveva attraversare: i suoi vicini aspettavano l'istante in cui si aprirebbe la successione dello Sforza per rifarsi del timore e de' riguardi, cui questo grand'uomo gli aveva ridotti. Luigi, duca di Savoja, figliuolo d'Amedeo VIII era morto in Lione il 29 gennajo del 1465; suo figlio Amedeo IX, soprannominato il Beato perchè d'altro non si occupò che di elemosine, di fondazioni di conventi e di pratiche religiose, andava soggetto ad attacchi d'epilessia, che avevano debilitata la sua testa, e rendutolo incapace di governare. I suoi consiglieri vollero far arrestare Galeazzo in onta del salvacondotto che gli avevano dato, sperando di approfittare della sua prigionia in tempo delle turbolenze che credevano dover agitare lo stato di Milano. Si credette di ravvisarlo nel suo passaggio per la Novalese ed i contadini attruppati vollero arrestarlo. Galeazzo si chiuse entro una chiesa, ove sostenne per due giorni una specie d'assedio. Ne venne tratto da Antonio Romagnani giurisperito, che aveva in Piemonte grandissima autorità, e che lo condusse sano e salvo a Novara. In appresso Galeazzo fece il solenne suo ingresso in Milano il 20 marzo del 1466, e fu senza veruna difficoltà riconosciuto dal popolo per legittimo sovrano[302].
La morte di Francesco Sforza influì altresì sul governo di Firenze, ove fece debole il partito dei Medici, e rialzò i loro nemici. Una stretta amicizia aveva uniti Cosimo e Francesco; i loro figliuoli nè avevano le stesse relazioni, nè talenti uguali a quelli di que' sommi uomini. Non pertanto Pietro de' Medici pretendeva essere capo della repubblica fiorentina, come lo era stato suo padre: ma gli uomini di stato di Firenze, che si conoscevano a lui superiori per età, per talenti, per la memoria de' loro servigj, pel rango occupato dai loro antenati, erano ben lontani dall'accordargli quella deferenza che non avevano voluto disputare a suo padre. Pietro loro non si raccomandava per alcuna bella azione; nè il suo ingegno, nè il suo carattere erano tali da prometterne per l'avvenire; la stessa sua salute non gli acconsentiva di adoperarsi utilmente per la repubblica. I cittadini fiorentini lo vedevano non senza indignazione riclamare delle prerogative ereditarie, in uno stato libero e fra uomini tutti uguali fra loro. In seno allo stesso partito dei Medici erasene formato uno, che mostravasi contrario alla sua famiglia, ed era diretto da Luca Pitti. Dopo che questi aveva adunato l'ultimo parlamento, egli riguardava sè stesso quale capo dello stato, e voleva richiamare a sè il potere esercitato da Cosimo. Distinguevasi la fazione a lui attaccata dal luogo in cui aveva fabbricato il suo palazzo, il poggio, mentre che quello de' Medici dicevasi il partito del piano[303].
Ma Luca Pitti non aveva talenti proporzionati alla sua ambizione. I suoi aderenti approfittavano della sua riputazione e della sua ricchezza per dare maggiore imponenza al loro partito, e si proponevano ad un tempo di non acconsentirgli giammai di giugnere ad un alto potere. Distinguevansi tra questi Diotisalvi Neroni, il più riputato degli antichi colleghi di Cosimo de' Medici, e quegli che per la sua capacità era più in istato di governare la repubblica, Niccolò Soderini, di tutti i cittadini il più affezionato alla libertà, ed infine Angelo Acciajuoli, il di cui malcontento veniva esacerbato da un'ingiustizia che gli aveva fatta Cosimo de' Medici[304].
Pietro de' Medici sempre ammalato, e nemico d'ogni applicazione, trascurava non solo i pubblici affari, ma ancora quelli del commercio, che suo padre aveva esteso per tutta l'Europa. Di già alcune perdite, che gli erano accadute, gli annunziavano la sorte che lo aspettava in una mercatura ch'egli non poteva dirigere. Si consigliò con Diotisalvi Neroni, nel quale sommamente fidava, e questi lo esortò a ritirare i suoi fondi in circolazione, per impiegarli in acquisto di terreni. Era questo veramente il solo rimedio col quale i Medici potessero porre in sicuro le loro sostanze; ma era ad un tempo il più vantaggioso alla repubblica. Le relazioni d'interesse che Cosimo aveva formate con tutti gli ordini de' cittadini gli avevano attaccate numerose e pericolose creature. Pietro, eseguendo troppo bruscamente il progetto suggeritogli, scontentò tutti gli amici di suo padre. Levò tutt'ad un tratto e senza avviso ragguardevoli somme alle case che i Medici sostenevano colle commandite, e fu in tal modo cagione di numerosi fallimenti tra i suoi concittadini, non solo a Firenze, ma ancora in Venezia ed in Avignone[305]. I proprietarj di terre ed i capi manifatturieri, cui Cosimo aveva fatte grosse prestanze, trovaronsi ancora in maggiore imbarazzo, quando suo figlio ne domandò il rimborso. Ovunque egli faceva esporre alla vendita per atti di giustizia dei beni affetti da ipoteche; e mentre gettava i suoi debitori in una condizione assai peggiore che se non gli avesse mai ajutati, mutava la passata riconoscenza nel più violento odio[306].
Ne' primi due anni che corsero tra la morte di Cosimo de' Medici e quella di Francesco Sforza, i due partiti sperimentarono più volte ne' consiglj le forze loro senza però venire alle mani. In conseguenza di questa lotta il potere della balìa, che terminava in settembre del 1465, non venne rinnovato; ed i consiglj ordinarono, quasi all'unanimità, che in cambio d'eleggere i magistrati si ricomincierebbe, secondo l'antica costumanza, a tirarli a sorte dalle borse chiuse. Questa legge fu cagione d'una gioja universale, come se rendesse alla repubblica la sua libertà[307].
Per altro queste borse della magistratura erano state composte dalla stessa fazione dei Medici, e non contenevano che nomi di persone alla medesima affezionate. I tribunali erano perciò sempre dipendenti da loro, e le finanze stavano nelle loro mani; essi disponevano pei loro privati interessi dell'entrate della repubblica; un sistema di corruzione e di clientela erasi di già stabilito nello stato, e Firenze ubbidiva sempre a Pietro in forza di una gratitudine che più non aveva per fondamento nè la stima nè la gratitudine. Ma i capi di quelle antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che sdegnavano i Medici quali nuovi ricchi, gli uomini di stato, che avevano coi loro talenti e colla lunga abitudine degli affari acquistata la confidenza dei loro concittadini, non potevano senza indignazione vedersi soppiantati da un uomo debole di spirito e di corpo, giunto per infermità ad immatura vecchiezza, ed il di cui credito non aveva verun fondamento. Quando il primo novembre del 1465 la sorte fece toccare il gonfalone di giustizia a Niccolò Soderini, tutta la città, confidando nel di lui coraggio, nella sua vasta erudizione, nella sua eloquenza, nel suo amore di libertà, sperò che approfitterebbe della sua magistratura per distruggere inveterati abusi, per rendere il debito vigore alle leggi, e mettere nuovamente d'accordo, le instituzioni coi costumi. Il desiderio, che avevano i Fiorentini vivissimo di sottrarsi alla tutela di Pietro, era tanto unanime, che la nomina di Niccolò Soderini fu una festa nazionale. Tutto il popolo lo accompagnò al palazzo pubblico ed applaudì con trasporto, quando, cammin facendo, gli fu presentata una corona d'ulivo, simbolo della pacifica vittoria che da lui si aspettava, e del riposo ch'egli doveva fondare sopra la libertà[308].
Il quarto giorno della sua magistratura il Soderini adunò un consiglio di cinquecento cittadini per deliberare intorno allo stato della repubblica. Lo aprì con un bellissimo discorso sui pericoli della discordia, e sui mali ond'era minacciata una città divisa in partiti. Ma si conobbe allora che mancavagli fermezza di volontà, senza la quale non si governano gli stati. Egli non erasi formato nel suo capo un determinato piano di riforma; diceva soltanto ciò che dovevasi schivare, non quello che far si doveva; chiedeva consiglio, quando a lui si apparteneva il darlo; e vana riusciva la sua eloquenza, poichè il suo scopo non era quello di convincere e di persuadere. Il consiglio, dopo un'inutile deliberazione e l'urto di opinioni affatto contrarie, si sciolse senza avere niente conchiuso. Otto giorni dopo si adunò un nuovo consiglio di trecento cittadini, ed il Soderini per la seconda volta eccitò tutti gli amici della pace, dell'ordine e della libertà, a proporre ciò che troverebbero più conveniente alla salvezza della repubblica. Coloro che avevano sperato che il Soderini avrebbe fissate le loro incerte opinioni, restavano sorpresi che il capo dello stato non avesse maggiore stabilità di carattere, e ritirarono quella confidenza che gli avevano da prima tanto liberalmente accordata. Dall'altro canto i suoi associati, gelosi del favore con cui era stato accolto in principio, amavano piuttosto che la repubblica venisse riformata da un altro che da lui. Per ultimo suo fratello Tomaso era affezionato ai Medici, ed adoperava tutta la sua destrezza ed il suo seducente ingegno per impedirgli di operare. Finalmente, d'accordo con questo fratello, Niccolò Soderini risolvette d'intraprendere egli stesso la riforma dello stato. Da vero amico della libertà volle farlo nelle vie legali, e perciò lentamente; onde la sua breve magistratura gli fuggì di mano, prima che la cominciata opera avesse acquistata alcuna solidità. Egli erasi limitato a due oggetti, a rivedere i conti della precedente amministrazione, ed a cominciare un nuovo scrutinio. Nella prima operazione, che doveva rimontare le finanze, venne contrariato da Luca Pitti, arricchitosi per mezzo degli antichi abusi; nella seconda, che doveva legalmente rinnovare tutte le autorità costituzionali, dovette lottare con tutti i privati interessi di coloro che entravano nei vecchi scrutinj, e cagionò un generale malcontento. E per tal modo quando uscì di carica senza aver nulla eseguito, senza avere data stabilità all'incominciata opera, aveva perduto il favore popolare, e quell'alta riputazione di cui godeva due mesi prima[309].
La repubblica trovavasi tuttavia agitata dai suoi progetti di riforma, quando in Firenze si ebbe avviso della morte di Francesco Sforza. Nel susseguente luglio gli ambasciatori di suo figliuolo vennero a domandare la continuazione del trattato di alleanza fra i due stati, e quella dell'annuo sussidio pagato dai Fiorentini. Pietro de' Medici favoreggiò altamente l'inchiesta dello Sforza. La repubblica, egli disse, aveva fatti infiniti sagrificj per innalzare e per mantenere la casa Sforza sul trono ducale di Lombardia, perchè questa casa serviva di contrappeso alla potenza veneziana, ed assicurava l'equilibrio d'Italia. Era d'uopo guardarsi dal perdere per una meschina avarizia un amico, che tanto aveva costato per istabilirlo; e se, come lo dicevano i suoi avversarj, mancavano a Galeazzo Sforza i talenti e la riputazione del padre, aveva tanto maggior bisogno dei soccorsi, che si voleva levargli. Rispondevano gli amici della libertà, che Francesco Sforza non aveva ricevuti sussidj che come generale d'armata, ed a condizione d'essere sempre apparecchiato a servire i Fiorentini; che suo figlio Galeazzo, non essendo altrimenti generale, non aveva diritto ad una paga totalmente militare. Altronde era cosa affatto chiara, che i Medici volevano continuargli i sussidj per opporre in appresso questo duca a coloro che crederebbero di liberare la loro patria da vergognoso giogo. Così Francesco Sforza erasi mostrato l'amico non di Firenze, ma dei Medici; l'entrate della repubblica erano bensì state cagione della sua grandezza, ma non per questo aveva alla medesima consacrata la sua riconoscenza[310].
Ma la mancanza di risoluzione nel Soderini, mentre era stato gonfaloniere, aveva screditato il suo partito. Coloro che per timidità eransi fin allora mantenuti neutrali, si unirono alla casa dei Medici, perchè più non dubitarono che all'ultimo non riuscisse vittoriosa. La plebe era guadagnata dalla liberalità di quei ricchi mercanti, ed era sempre loro favorevole; e coloro che difendevano la causa pubblica videro con sorpresa, che non formavano che la minorità ne' consiglj. Per mantenere i diritti d'un popolo sovrano, e la legittima autorità, furono forzati di tramare una congiura, come se si trattasse di scuotere il giogo di un tiranno. Cercarono pure stranieri appoggi per opporli a Galeazzo Sforza: si allearono col duca Borso di Modena, che promise di mandare in loro ajuto suo fratello, Ercole d'Este, con mille trecento cavalli. Niccolò Soderini aveva adunati trecento cavalli tedeschi, e doveva con questi attaccare Pietro de' Medici, cacciarlo dal suo palazzo e dalla città, e forse anche farlo morire, ricordandosi quanto gli Albizzi si fossero pentiti di avere risparmiato Cosimo suo padre[311].
Sebbene Pietro de' Medici fosse inferiore a suo padre o a suo figliuolo per talenti e per carattere, in questa circostanza si appigliò prontamente al più savio e più vigoroso partito. Giovanni Bentivoglio, che press'a poco esercitava sopra la repubblica di Bologna la stessa autorità che il Medici in Firenze, lo avvisò che Guido Rangoni, Giovan Francesco della Mirandola ed i signori di Carpi e di Coreggio avanzavansi verso le montagne del Frignano con molte milizie, raccolte negli stati di Modena e di Reggio, per passare a Firenze in soccorso de' suoi avversarj. Dal canto suo Pietro de' Medici ottenne dal duca di Milano la licenza di disporre di un'armata, che tenevano adunata in Bologna Costanzo Sforza ed i Sanseverini, e nello stesso tempo levò più di quattro mila uomini di milizie bolognesi[312]. Partì in appresso dalla sua villa di Careggi con pochi uomini armati per recarsi a Firenze: egli facevasi portare in lettica, preceduto da suo figliuolo Lorenzo a cavallo. Il Valori, che scrisse la vita dell'ultimo, pretende, che, avendo Lorenzo veduti molti armati e grandissimo movimento sulla strada che teneva, temette di qualche intrapresa contro la vita di suo padre, e che gli fece dire di prendere un'altra strada; mentre ad un tempo calmò l'aspettazione di que' soldati, dicendo loro che suo padre lo seguiva a breve distanza. Da ciò si volle dedurne che vi fosse una trama per assassinare Pietro; ma ciò non è altrimenti provato[313].
Pietro aveva ottenuto con segrete pratiche, condotte a fine da Antonio Pucci, di staccare Luca Pitti dal partito de' malcontenti, facendogli sperare di unirlo con un parentado alla propria famiglia[314]. Dopo avere disuniti i suoi nemici Pietro entrò in Firenze. Molti uomini armati stavano aspettandolo in casa sua, e non pochi altri suoi partigiani vennero a raggiugnerlo poichè fu arrivato. Allora mandò alla signoria la lettera del Bentivoglio, per giustificarsi d'aver prese le armi: i suoi avversarj, diceva egli, avevano cominciato prima di lui, e lo avevano forzato a difendersi. Ma i suoi nemici non erano ancora apparecchiati; ed il solo Niccolò Soderini, compensando in quest'occasione colla sua attività e risolutezza ciò che gli era mancato essendo gonfaloniere, aggiunse duecento suoi amici alle tre compagnie tedesche, adunò tutto il popolo del quartiere di santo Spirito, dove egli abitava, ed andò a casa di Luca Pitti a supplicarlo di prendere le armi e attaccare i Medici, prima che si fossero fortificati cogli esterni soccorsi che aspettavano. La vittoria sarebbe ancora stata per loro, se avessero saputo coglierla; ma Luca Pitti pretestò il suo rispetto per la memoria di Cosimo, suo amico, e dichiarò di voler salvare la sua famiglia dal furor popolare[315]. In appresso si conobbe che era stato ingannato dai trattati cominciati per suo privato interesse. Diotisalvi Neroni andò al palazzo pubblico: il gonfaloniere e quattro priori erano attaccati al suo partito; pure si comportavano da buoni magistrati insieme ai loro colleghi, per terminare la lite all'amichevole, e far deporre le armi. Colla loro mediazione si conchiuse una specie di armistizio; le due parti si mantennero in armi nel loro quartiere, mentre si stava negoziando; ma con tale negoziazione Pietro ad altro non pensava che a guadagnar tempo. La signoria in allora regnante stava per terminare i suoi due mesi, ed il gonfaloniere, capo di quella che stava per subentrare pochi giorni dopo, doveva essere preso nel quartiere di santa Croce, quasi tutto devoto a casa Medici. In fatti il 28 del mese fu estratto a sorte Roberto Lioni, uno de' più caldi partigiani di Pietro, e tutta la signoria gli era egualmente favorevole. Gli amici della libertà s'accorsero allora, ma troppo tardi, d'avere commesso un grandissimo errore perdendo tanto tempo. Diedero orecchio a proposizioni d'accomodamento, fatte dalle due signorie riunite, e furono soscritte da Luca Pitti, e da Lorenzo e da Giuliano de' Medici[316].
Pietro era stato forzato ad accettare condizioni, perchè fin tanto che la magistratura, mantenevasi imparziale, i movimenti del suo partito potevano essere puniti come atti di ribellione; ma egli violò sfrontatamente queste condizioni, tostocchè vide i suoi amici installati nella signoria. Roberto Lioni, fingendo di credere che Niccolò Soderini volesse riprendere le armi, adunò il parlamento il 2 settembre del 1466, quattro giorni dopo la soscrizione degli articoli di pace, sebbene la più essenziale condizione della medesima fosse la promessa dei Medici di non adunare parlamento e di non domandare la balìa[317]. Egli aveva occupata la piazza con soldati affezionati ai Medici, e per forza ottenne dal popolo la creazione d'una balìa composta di otto creature di Pietro. Questa balìa dichiarò subito che l'estrazione a sorte della magistratura rimarrebbe sospesa per dieci anni, e vi sostituì elezioni fatte dalla sola fazione dei Medici. A tale notizia gli amici della libertà, prevedendo di già i rigori che si eserciterebbero contro di loro, fuggirono a precipizio da tutte le bande; ma non si poterono però sottrarre alle sentenze rivoluzionarie della balìa: l'Acciajuoli ed i suoi figli vennero relegati per venti anni a Barletta; Neroni ed i suoi fratelli in Sicilia, ed un altro dei suoi fratelli, ch'era arcivescovo di Firenze, ritirossi a Roma; il Soderini ed i suoi figliuoli furono relegati in Provenza; Gualtiero Panciatichi fu per dieci anni esiliato dagli stati di Firenze. Molte altre meno illustri famiglie vennero nello stesso tempo condannate a somiglianti pene[318]. In capo a pochi giorni i rigori andarono crescendo a ridoppio; e mentre la signoria ordinava processioni e rendimenti di grazie per una rivoluzione, che diceva essere la salute dello stato, si arrestarono in mezzo a queste stesse processioni molti cittadini, per gettarli nelle carceri, o per abbandonarli ai carnefici[319]. Luca Pitti fu il solo eccettuato da questa universale persecuzione; ma, caduto in sospetto d'avere venduti i suoi amici, e di avere data a Pietro la nota di coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, disprezzato da tutti i repubblicani, mal visto dalla parte vittoriosa, egli strascinò il rimanente della sua vita nell'obbrobrio, fuggito da tutti, ruinato, inabilitato a terminare i superbi palazzi che aveva cominciati con tanto fasto, ed uno de' quali, comperato dopo un secolo dal primo gran duca, si conservò, quale monumento del di lui orgoglio e della di lui imprudenza.