CAPITOLO LXXXI.
Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di Venezia ed attaccano con infelice successo i Medici: ingiustizie del governo fiorentino: morte di Pietro de' Medici. — Inquieta ambizione di Paolo II che vuole acquistare l'eredità del Malatesti; egli cerca invano alleati; muore detestato dai Romani e dai dotti.
1466 = 1471.
La libertà, anche non esente dal suoi abusi, faceva sentire a Firenze la sua creatrice potenza, e in mezzo alle sventure, prodotte dall'impero delle fazioni, consolava ancora i cittadini. La città veniva sconvolta da burrascose passioni; i partiti si animavano, si provocavano, si battevano, e nell'ebbrezza della vittoria il vincitore stendeva la sua proscrizione su tutti i vinti, li privava della loro patria, e riempiva tutta l'Italia di esiliati. Non si può senza dolore vedere così detestabili vendette, e tanta dimenticanza dei diritti dei cittadini; ma la pietà inspirata da queste violenti scene è mista di stupore. Ci chiediamo come mai un così piccolo stato poteva sostenere così grandi perdite; come potevano da una sola città uscire tanti potenti ed illustri uomini; come Firenze avesse in allora più nomi storici che tutta l'intera Francia; come ognuno de' suoi cittadini, che vedevasi innalzato o atterrato, era più conosciuto nell'Europa, più ricco, più realmente potente che un pari d'una grande monarchia, il di cui feudo forse pareggiava in estensione tutto lo stato fiorentino. Ci domandiamo che cosa faceva grandeggiar tanto gli uomini in alcune repubbliche d'Italia, mentre sembravano tuttavia tanto piccoli nel restante del cristianesimo, che cosa così profondamente imprime in noi la memoria delle loro azioni, lega la loro vita alla storia dell'umano incivilimento, e coprì la loro terra natale di que' maravigliosi monumenti, ne' quali il gusto e la magnificenza di quegli illustri borghesi superano tutto quanto hanno fatto i principi ed i re; e conviene ben essere ciechi, per non ravvisare in questi prodigj l'opera della libertà[320].
Questa libertà era in allora gagliardamente lacerata; essa più non aveva nelle leggi, nelle istituzioni una sufficiente garanzia; più non assicurava ai cittadini i beneficj che dovevano da essa ripromettersi, una imparziale giustizia, un'inviolabile sicurezza personale; e tante scosse la minacciavano d'una prossima e totale ruina; pure le sue abitudini si mantenevano tuttavia in tutti i cuori. I cittadini fiorentini più non sapevano quali fossero i loro diritti, ma non avevano dimenticato quale fosse la loro dignità; un nobile orgoglio serviva loro di guarenzia, e quantunque nella lotta contro lo stabilimento della tirannia dei Medici, siamo oramai per vederli quasi sempre soccombenti, se non altro questa lotta fu lunga e si rinnovò per due in tre generazioni, fino alla totale distruzione di tutti coloro ch'erano stati allevati nelle generose massime; ed anche quando i patriotti fiorentini soggiacquero per non più rialzarsi, caddero almeno nobilmente.
La rovina e la dispersione dei Soderini, degli Acciajuoli, di Luca Pitti, e del loro partito lasciò in balìa di Pietro de' Medici il dominio nella città di Firenze; ma l'Italia si riempì d'emigrati fiorentini. Coloro ch'erano stati scacciati da Cosimo nel 1434 si unirono agli espulsi da suo figlio Pietro nel 1466. Giovanni Francesco, figlio di Palla Strozzi, poteva essere considerato come il capo de' primi, perciocchè le ricchezze, ch'egli aveva colla mercatura acquisiate grandissime, gli procacciavano quello stesso credito ch'era stato il principio della grandezza de' Medici. Angelo Acciajuoli trovavasi capo dei secondi; egli però non volle associarsi ai figliuoli di coloro ch'egli aveva perseguitati, prima d'aver tentato di riconciliarsi co' suoi antichi amici; ma Pietro gli rispose irrisoriamente, unendo alle proteste di filiale rispetto il consiglio di sottomettersi pazientemente all'esilio ed alla persecuzione[321]. Tutti i fuorusciti fiorentini si recarono in allora a Venezia, e domandarono alla repubblica di proteggere uomini proscritti per quella nobile causa della libertà, nella quale essa medesima riponeva la sua gloria. Ebbero frequenti conferenze col consiglio de' Pregadi, e con Bartolomeo Coleoni, generale dei Veneziani. I Fiorentini, avuta di ciò notizia, condannarono tutti i loro esiliati come ribelli, e taglieggiarono le loro teste[322]. Nello stesso tempo si apparecchiarono alla guerra, e rinnovellarono la loro alleanza col duca di Milano e col re di Napoli.
Per altro gli emigrati non avevano potuto ottenere che Venezia apertamente sposasse la loro causa. Quella repubblica erasi accontentata di licenziare dal suo servigio Bartolommeo Coleoni, e di permettere loro di assoldarlo. In allora questo generale soggiornava in Bergamo; sebbene egli non si fosse mai acquistato gran nome con istrepitose azioni, essendo sopravvissuto a tutti gli altri, risguardavasi come il più rinomato generale d'Italia[323]. I Veneziani gli anticiparono segretamente del danaro, e gli emigrati fiorentini, arricchiti dal commercio, adunarono facilmente considerabili somme. Essi non si accontentarono del Coleoni, che doveva essere il loro supremo generale e che aveva di già adunati sotto le sue bandiere alcune migliaja di soldati; ma trattarono con Ercole d'Este, legittimo fratello del duca di Ferrara, e lo presero al loro soldo con mille quattrocento cavalli[324]. Arruolarono inoltre i signori di Carpi, della Mirandola e di Forlì, Marco Pio, Galeotto Pico e Pino degli Ordelaffi, stendendo in tal modo le loro alleanze intorno ai confini della Toscana. Astorre Manfredi, signore di Faenza, si era obbligato ai servigj dei Medici e doveva custodire le gole di Val di Lamone di concerto con Federico di Montefeltro. Non pertanto, dopo avere ricevuto il loro danaro, mutò bruscamente partito, dichiarossi a favore degli emigrati, e pose in grandissimo pericolo l'armata fiorentina che aveva ricevuto nel suo territorio[325]. Per ultimo la stessa famiglia Sforza non si mantenne tutta intera attaccata ai Medici. Alessandro, signore di Pesaro, fratello dell'ultimo duca di Milano, mandò suo figlio Costanzo all'armata degli emigrati. Tutto sembrava piegare a seconda degli ultimi; gli antichi amici della repubblica avevano abbracciata la loro causa, e contavansi nella loro armata ottomila cavalli e sei mila pedoni di buona e vecchia truppa, quando il Coleoni passò il Po il 10 maggio del 1467, e si avanzò fino a Dovadola nel territorio d'Imola con intenzione d'entrare in Toscana dalla banda della Romagna[326].
I Fiorentini avevano opposto al Coleoni Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, che formato nella scuola di Francesco Sforza, univa un'alta riputazione militare a quella delle lettere. Non altrimenti che il suo avversario più non trovavasi nel vigore dell'età, ed ambedue si prendevano maggior cura di non pregiudicare l'antica loro riputazione, per cui talvolta usavano un'esagerata prudenza, che di terminare sollecitamente la guerra con ardite operazioni. Quanto i Medici da un lato e gli emigrati dall'altro bramavano un'azione decisiva, onde approfittare degli immensi armamenti che esaurivano i loro tesori, altrettanto i due generali pareva che cercassero di evitarla. Frattanto il giovane duca di Milano, Galeazzo Sforza, erasi affrettato di recarsi al campo fiorentino per attestare nel più solenne modo che si conserverebbe fedele alle alleanze di suo padre coi Medici e colla repubblica. Il suo rango voleva che gli si dasse un comando non dovuto alla sua inesperienza. Non meno impetuoso di quel che cauto fosse e considerato il Montefeltro, era inoltre riscaldato dalle basse adulazioni de' suoi cortigiani, sicchè, credendo tutto sapere, tutto osava intraprendere; ma il vero coraggio non si accoppiava alla sua audacia, e vile mostravasi poi nel pericolo in cui si era temerariamente posto. Due volte trasse Federico di Montefeltro a presentare battaglia al nemico, e due volte, preso da panico terrore, l'abbandonò nell'istante dell'azione; sicchè due volte l'armata fiorentina sarebbe stata distrutta, se il Coleoni fosse stato più giovane e più confidente, ed avesse saputo approfittare de' suoi vantaggi[327].
I decemviri della guerra a Firenze sapevano che il Montefeltro non rispondeva della sorte dell'armata affidatagli, finchè aveva un tale collega. Altronde essi conoscevano la presunzione di Galeazzo Sforza, e temevano di offenderlo. Presero adunque il partito d'invitarlo a Firenze per assistere alle pubbliche feste, colle quali la repubblica voleva attestargli la sua riconoscenza ed il suo rispetto[328]; e Federico di Montefeltro ebbe ordine di approfittare della sua lontananza per venire a battaglia. Infatti il 25 luglio del 1467, poco dopo il mezzogiorno, attaccò il Coleoni alla Molinella. Ostinata fu la battaglia, e soltanto l'oscurità potè separare i combattenti dopo una mischia di otto ore fino a notte inoltrata. L'artiglieria leggiera adoperata in questa battaglia, per quanto si racconta contribuì a renderla più sanguinosa; appoggiandosi a questa circostanza si cercò di attribuire al Coleoni l'invenzione de' cannoni di campagna; ma è certo che vennero adoperati nelle due armate col nome di spingarde senza dare un deciso vantaggio all'uno o all'altro generale[329].
Ritirandosi dal campo di battaglia della Molinella, i due generali si scoraggiarono calcolando le proprie perdite, come se ambidue fossero stati battuti. Per altro il Coleoni aveva perduti più uomini e più cavalli: onde pochi giorni dopo sottoscrissero un armistizio ed intavolarono negoziati[330].
Nello stesso tempo messer Filippo di Bressa, fratello del duca di Savoja, era entrato negli stati del marchese di Monferrato, e minacciava quelli di Milano. Galeazzo tornò sollecitamente in Lombardia con quattro mila cavalli e cinque mila fanti per impedirgli di avanzarsi; ma le due armate si osservarono e minacciarono senza venire a battaglia, mentre il re di Francia trattava tra le parti il ristabilimento della pace, che in fatti venne soscritta il 14 novembre del 1467 fra il duca di Savoja, il duca di Milano ed il marchese di Monferrato[331].
Le due repubbliche di Firenze e di Venezia avevano ancora maggior bisogno della pace, non avendo ritratto verun vantaggio da così dispendiosi armamenti, nè fatto verun acquisto. Gli emigrati, che si erano ruinati per mettere in campagna l'armata del Coleoni, avevano col danaro perduta ogni considerazione. La guerra più non aveva uno scopo, e non pertanto riuscì difficile la conchiusione della pace. Borso d'Este, duca di Modena, e papa Paolo II si offrirono come mediatori. Il primo, non deviando dalla politica della sua famiglia, che dopo il cominciamento del secolo era stata la pacificatrice dell'Italia, cercava di buona fede i mezzi di conciliazione; ma Paolo II per lo contrario tentava segretamente di imbarazzarlo. Ora rappresentava al duca di Modena, che la discordia delle grandi potenze d'Italia formava la sicurezza delle piccole, e dava maggiore considerazione al pontefice[332]; ora cercava di persuadere al Fiorentini d'essere apparecchiato di unirsi a loro contro Venezia: onde Francesco Naselli, ambasciatore di Ferrara, provò maggiore difficoltà nello sventare le segrete pratiche del papa senza offenderlo, che a conciliare gl'interessi delle potenze nemiche[333].
Finalmente il duca di Modena, dopo avere discussi tutti gli articoli colle parti contraenti, lasciò al solo pontefice l'onore del trattato di pace. Paolo II lo pubblicò il 2 febbrajo del 1468 sotto la forma d'una sentenza pontificia, minacciando la scomunica a chiunque non vi si assoggetterebbe. Gli articoli convenuti dalle due parti erano poco complicati; non era stata fatta alcuna conquista e non eravi nulla da restituire; rispetto agli emigrati fiorentini, pei quali erasi cominciata la guerra, e che quasi soli ne avevano sostenute le spese, nulla fu convenuto a loro favore, e furono vilmente abbandonati dai loro alleati. I sovrani, la di cui morale pubblica non ha che la sanzione della forza, non risguardano i loro impegni verso le private persone come facenti parte del diritto politico. Ma agli articoli di pace concordemente stipulati, Paolo II aggiunse l'inaspettata condizione di nominare Bartolomeo Coleoni generale della Cristianità, per sostenere la guerra contro i Turchi in Albania con una paga di cento mila fiorini a carico di tutti gli stati d'Italia[334]. I sovrani, chiamati a concorrere al mantenimento del Coleoni, erano persuasi che il papa non aveva altrimenti intenzione di mandarlo in Albania, ma piuttosto di valersene per opprimere l'Italia, dopo averlo fatto sua creatura. I Fiorentini promisero di pagare il loro contingente, ma solo quando il Coleoni avrebbe posto piede nel territorio dei Turchi. Il duca di Milano ed il re di Napoli protestarono altamente contro una convenzione per la quale non avevano dato alcun potere ai mediatori; minacciarono di farsi ragione colle armi, appellandosi della scomunica del pontefice ad un futuro concilio. Paolo II sconcertato modificò la sua sentenza del 25 aprile, togliendone tutto quando risguardava il Coleoni. Venne allora accettata e pubblicata in tutta l'Italia[335].
Non solo il governo dei Medici punto non restituì agli emigrati fiorentini i loro beni ch'egli aveva presi, e non li richiamò in patria, ma prese anzi occasione da questa guerra per farsi più tirannico ed arbitrario, e per estendere le sue persecuzioni sopra una folla di cittadini non compresi nelle prime sentenze. Le più ragguardevoli famiglie di Firenze vennero trattate con eccessivo rigore. I Capponi, gli Strozzi, i Pitti, gli Alessandri ed i Soderini, ch'eransi sottratti alle prime condanne, furono compresi in quella del mese d'aprile del 1468[336]. Vere o pretese congiure per occupare ora Pescia, ora Castiglionchio, vennero punite col supplicio di moltissimi imputati. La giustizia erasi renduta totalmente venale; le magistrature, lungi dal proteggere il popolo, omai non sembravano istituite che per soddisfare le private passioni, opprimendo alternativamente tutti coloro che avevano la sventura di eccitare la gelosia o la cupidigia degli uomini potenti[337]. Pietro de' Medici, tenuto quasi continuamente nella sua villa di Careggi dalla violenza della sua malattia, non conosceva che imperfettamente i disordini che per sua autorità ed in suo nome si andavano moltiplicando; ed altronde non sapeva come apporvi rimedio. La gotta lo aveva renduto paralitico, non lasciandogli altro di sano che la mente. I suoi figli, sebbene ancora fanciulli, annunciavano veramente quei talenti, che poi li resero illustri, ma l'età loro non permetteva loro di partecipare al governo dello stato, o di reprimere i tirannici modi della loro fazione. Le brillanti feste, le giostre, i tornei, nei quali si distinsero questi giovinetti[338], distrassero alcun tempo il popolo dal pensiero della propria miseria; e siccome gli eruditi, che soli in questo secolo erano i dispensieri della riputazione, continuavano a ricevere piccoli doni e pensioni da Pietro, come ne avevano ricevuto da Cosimo suo padre, non fecero difficoltà di attribuirgli il nome di Mecenate, e di celebrarne il carattere, i talenti, le cognizioni, facendolo risguardare come il primo cittadino dell'Italia, perchè ne era il più ricco[339].
Diede motivo al rinnovamento di queste feste e di questi spettacoli il matrimonio del primo figlio di Pietro, Lorenzo de' Medici, con Clarice, figliuola di Jacopo Orsini, principe romano. I Fiorentini non videro senza gelosia un loro concittadino ricercare questo esterno parentado con un gran signore. Più prudente era stato il vecchio Cosimo, che non aveva ammogliati i suoi figliuoli fuori della patria, per non esporsi all'accusa di sdegnare l'eguaglianza repubblicana. Questo matrimonio si celebrò con grandissima pompa il 4 giugno del 1469[340], quando già Pietro sentiva venir meno le sue forze, e vedeva avvicinarsi il fine della sua vita; egli non poteva non sentire che la cattiva condotta dei capi del suo partito provocava sulla di lui famiglia l'odio pubblico, ed esponeva alle passioni popolari que' giovanetti, ch'egli bentosto lasciar doveva senza difensori. Assicura il Machiavelli che chiamò presso di sè coloro che governavano la repubblica, per dar loro questi ultimi avvisi. «Io non avrei mai creduto, disse loro, che e' potesse venir tempo, che i modi e costumi degli amici mi avessero a far amare e desiderare i nemici, e la vittoria la perdita, perchè io mi pensava avere in compagnia uomini che nelle cupidità loro avessero qualche termine o misura, e che bastasse loro vivere nella loro patria sicuri ed onorati, e di più de' loro nemici vendicati. Ma io conosco ora come io mi sono di gran lunga ingannato, come quello che conosceva poco la naturale ambizione di tutti gli uomini, e meno la vostra; perchè non vi basta essere in tanta città principi, ed avere voi pochi quegli onori, dignità ed utili, de' quali già molti cittadini si solevano onorare; non vi basta avere in tra voi divisi i beni dei nemici vostri; non vi basta potere tutti gli altri affliggere con i pubblici carichi, e voi liberi da quelli avere tutte le pubbliche utilità, mentre voi con ogni qualità d'ingiuria ciascheduno affliggete. Voi spogliate de' suoi beni il vicino, voi vendete la giustizia, voi fuggite i giudizj civili, voi oppressate gli uomini pacifici, e gl'insolenti esaltate. Nè credo che sia in tutta l'Italia tanti esempj di violenza e di avarizia, quanti sono in questa città. Dunque questa nostra patria ci ha dato la vita, perchè noi la togliamo a lei? Ci ha fatti vittoriosi, perchè noi la distruggiamo? Ci onora, perchè noi la vituperiamo? Io vi prometto per quella fede che si debbe dare e ricevere dagli uomini buoni, che se voi seguiterete di portarvi in modo ch'io mi abbia a pentire d'avere vinto, io ancora mi porterò in maniera, che voi vi pentirete d'aver male usata la vittoria[341].» In fatti, queste ammonizioni riuscendo inefficaci, Pietro fece venire celatamente Angelo Acciajuoli in Caffagiuolo per trattare con lui del richiamo degli esiliati e dei mezzi di reprimere l'insolenza del partito vincitore; ma la morte che lo sorprese in principio di dicembre del 1469 prevenne l'esecuzione di tali suoi onestissimi pensieri[342]. In tempo della sua amministrazione il territorio della repubblica fiorentina erasi ingrandito con un solo acquisto fatto in un modo totalmente pacifico. La signoria acquistò il 28 febbraio del 1467 da Luigi di Campo Fregoso Sarzana e la fortezza di Sarzanello pel prezzo di trentasette mila fiorini. Questa piccola città signoreggiava la Lunigiana e l'apertura dei due importanti passi che conducono in Toscana, l'uno da Genova, l'altro da Parma per Pontremoli, ed era stata data in feudo alla casa Fregoso il 2 novembre del 1421 da un trattato tra la repubblica di Genova ed il duca di Milano[343].
Di questi tempi i sovrani del mezzogiorno d'Italia aggravavano il giogo dei loro sudditi. Ferdinando, dopo avere colpite le più illustri vittime, aveva potuto facilmente sorprendere tutti coloro che nella guerra civile gli avevano dato qualche momentanea inquietudine, ma che egli aveva saputo addormentare con vane speranze e falsi giuramenti. Da principio aveva tenuta questa tortuosa politica d'accordo con Paolo II. Alcuni grandi feudatarj della santa sede erano caduti vittima della perfidia del papa, mentre i baroni di Napoli soggiacevano a quella del re. I conti dell'Anguillara avevano dato ombra agli immediati predecessori di Paolo II. Dolce erasi distinto come condottiere, Averso, sotto Eugenio IV aveva più volte portata la guerra civile fin presso Roma; aveva poi lasciata l'alleanza degli Orsini per quella de' Colonna, e tentato d'ottenere colle armi la successione di Tagliacozzo[344]. Uno de' figliuoli d'Averso era stato levato al fonte battesimale da Paolo II, il quale nel principio del suo regno approfittò di questa relazione per intavolare con lui e con suo fratello amichevoli negoziazioni, eccitandolo a passare al suo servigio piuttosto che impegnarsi col Piccinino. Erano omai d'accordo rispetto al soldo, ma non erano per anco convenuti intorno a tutti gli articoli: frattanto il papa faceva avanzar truppe verso i confini del re di Napoli, e questi faceva lo stesso dal canto suo: ed era appunto nella circostanza in cui il Piccinino giugneva presso di Ferdinando, e veniva accolto con così splendide feste. Credevasi che la guerra fosse per iscoppiare tra il re e la santa sede, e che il Piccinino verrebbe posto a fronte del conte dell'Anguillara, quando improvvisamente il Piccinino fu imprigionato ed ucciso; i figli del conte d'Aversa colpiti nel tempo medesimo da sentenza di scomunica, e le truppe del re, unitesi a quelle del papa, presero in undici giorni ai loro legittimi padroni dodici fortezze credute inespugnabili. Francesco Averso dell'Anguillara fu arrestato co' suoi figliuoli e custodito nelle prigioni del papa; Deifobo, suo fratello, potè fuggire; e Paolo II, che aveva combinato questo tradimento con quello di Ferdinando contro il Piccinino, divulgò che la morte di quest'ultimo aveva renduta la libertà all'Italia[345].
Frattanto il papa pretendeva un tributo dal regno di Napoli. Le antiche investiture ne determinavano il valore in otto mila once d'oro, ossiano sessanta mila fiorini per le due Sicilie; ma dopo la separazione dell'isola dalla terra ferma il tributo di quest'ultimo regno era stato ridotto a quaranta mila cinquecento fiorini[346]. Paolo II ne chiedeva il pagamento, e Ferdinando per dispensarsene pretestava la miseria del suo regno e le spese della sua spedizione contro i conti dell'Anguillara, intrapresa per servigio del papa[347]. Altre contestazioni intorno alla sovranità di Terracina, del ducato di Sora e delle miniere d'allume di Tolfa inasprirono bentosto le due vicine potenze, che cominciavano a non più aver bisogno de' mutui soccorsi. Ferdinando non volle dichiarare la guerra al papa, ma sperava di atterrirlo ostentando le proprie forze. Di suo ordine suo figlio Alfonso occupò, armata mano, i territorj in lite, mentre Paolo II gli rimproverava amaramente la sua ingratitudine verso la santa sede, cui doveva la sua corona[348].
La successione ai feudi dei Malatesti in Romagna, cui aspirava Paolo II per essere estinta la legittima linea, sparse nuovi semi di discordia tra questo impetuoso pontefice, il re di Napoli, e gli altri vicini. I due fratelli Domenico e Sigismondo Malatesta avevano egualmente incontrata la disgrazia dei pontefici. Questi avevano acconsentito a stento a lasciarli godere parte de' loro stati finchè vivessero; ma impazientemente aspettavano che morissero questi principi, per richiamare le loro signorie sotto l'immediato dominio della chiesa, o per assegnarle in retaggio ai loro nipoti. Paolo II aveva nel 1463 fatto conoscere il suo malcontento per avere Domenico Malatesta, signore di Cesena, venduta la piccola città di Cervia e le sue saline ai Veneziani. Quando venne a morte questo Domenico, il 20 novembre del 1465, Paolo II fece occupare la sua eredità, e non volle accordarne che una piccola parte a Roberto, figliuolo di Sigismondo[349].
L'eredità di Sigismondo Pandolfo Malatesta era di molto maggiore importanza. Questo principe morì il 13 ottobre del 1468 dopo un regno di trentanove anni, ne' quali aveva spiegati più talenti militari che niun altro capo di questa casa così feconda di grandi capitani[350]. Da prima Sigismondo aveva guerreggiato per proprio conto presso Rimini, poscia militato al soldo dei re di Napoli, de' Fiorentini e de' Veneziani. Ma la sua perfidia era ancora più celebre che la sua abilità o il suo valore; perciocchè veruna promessa aveva mai avuto forza di legarlo. Genero di Francesco Sforza e zio del conte d'Urbino, gli aveva tutti e due traditi; aveva meritato colla sua perfidia verso il papa l'accanimento di Pio II per ispogliarlo del suo stato; e se la tortuosa sua politica poteva pur trovare qualche apologia in quella di tutti i principi suoi contemporanei, la sua politica nell'interno della sua famiglia l'aveva mostrato uno scellerato. Ammogliatosi tre volte, aveva crudelmente fatte perire le due prime mogli, ed Isotta, la terza, che gli sopravvisse, aveva sortiti oscuri natali, ed era stata lungo tempo la sua amica[351]. Niuna consorte gli aveva dati figliuoli, ma da due altre amanti ne aveva avuti due, Roberto II e Sallustio, che Pio II aveva legittimati nel 1450. Quest'uomo per altro sentiva quel gusto per le lettere, le arti e la magnificenza, che tanto onorò i principi Italiani del XV.º secolo. Aveva abbellita la sua città di Rimini di palazzi e di chiese che tutta sentivano la purità della rinascente architettura, e vi aveva fondata una biblioteca con enorme dispendio, imperciocchè, sebbene a' suoi tempi si fosse inventata la stampa, non erasi ancora tanto diminuito il prezzo dei libri, che, per raccogliere le scritture degli antichi autori, non abbia dovuto impiegarvi una considerabile parte del danaro guadagnato nelle battaglie e nel servizio di stranieri principi[352]. Le corti d'Italia non s'accostavano di lunga mano al lusso che vi si vede nell'età nostra; la casa del principe non contava che un piccolo numero di guardie e di semplici servitori; non si conoscevano i grandi ufficiali della corona, ed anche i più piccoli stati non erano ruinati dal fasto de' sovrani. Invece di marescialli, di ciambellani, di grandi cacciatori, il Malatesta aveva presso di sè alcuni uomini distinti, cui non chiedeva verun servigio. Aveva egli stesso composte alcune poesie italiane, e volentieri s'intratteneva coi poeti e coi dotti. Trovava ne' loro discorsi quell'istruzione che sapeva cercare ancora nei libri; entrava volentieri in dotte dispute, e permetteva di contraddirlo; aveva un particolar gusto per le più oscure quistioni della filosofia naturale, e queste vivaci conversazioni formavano la delizia de' conviti del suo palazzo, o dei pranzi in casa de' suoi sudditi, cui interveniva familiarmente[353].
Quando morì Sigismondo Malatesta, suo figlio Roberto, da lui chiamato erede de' suoi stati, trovavasi ai servigj del papa e lontano da Rimini. Ebbe un corriere da sua madrigna Isotta, che gli dava avviso della morte del principe, e l'invitava a venire a prendere possesso della sua successione. Isotta non amava Roberto, pure più confidava in lui che nel papa, e preferiva di ubbidire a suo figliastro anzichè di vedere spenta la sovranità in cui ella aveva regnato. Ma non era cosa facile a Roberto l'uscire di mano al pontefice; egli cercò di sedurlo con una falsa confidenza; gli fece vedere la lettera d'Isotta, promettendogli di tradire la matrigna, e di darla in sei giorni con tutte le fortezze agli ufficiali del papa. Gli furono promesse in ricompensa le signorie di Sinigaglia e di Mondovì; gli si diedero mille fiorini per le spese di questa spedizione, ed il papa credette essersi di lui assicurato con trattati suggellati dai giuramenti. Ma questa garanzia è troppo debole, quando l'oggetto stesso del trattato è una perfidia ed uno spergiuro. Roberto, che giurava al papa di tradire la sua matrigna, prometteva a sè medesimo di tradire anche il papa. Giunto a Rimini vi fu accolto con entusiasmo e proclamato signore dal popolo. Ai talenti di suo padre aggiugneva le più amabili maniere; altronde gli abitanti di Rimini temevano di essere incorporati alla Chiesa, e con ciò di vedere la città loro ridotta al rango di città di provincia. Tutti i vicini stati s'interessavano alla conservazione della casa Malatesta. Federico da Montefeltro, ch'era stato tanto tempo nemico di Sigismondo, aveva maritata sua figlia a Roberto; i Fiorentini ed il re di Napoli volevano che la Romagna restasse divisa tra piccoli principi, e sarebbe loro spiaciuto che fosse caduta sotto l'immediato potere del papa. Roberto, assicuratosi di questi alleati, ricusò di dare la città ai commissarj del papa, ed anzi ne domandò l'investitura alle medesime condizioni cui era stata accordata a suo padre[354].
Paolo II, rimasto vittima de' proprj intrighi, non proruppe in rimproveri; mostrò di riconoscere Roberto, e non volle minacciarlo, prima d'avere tutto apparecchiato per privarlo dello stato. Il 28 maggio del 1469 conchiuse un'alleanza coi Veneziani che doveva durare venticinque anni[355], in forza della quale gli furono dati quattro mila cavalli e tre mila fanti, che entrarono nella Romagna. Fece nello stesso tempo offrire ad Alessandro Sforza, signore di Pesaro, parte delle spoglie del suo vicino, e fece marciare verso Rimini Napoleone Orsini e molti altri capitani della Chiesa. Quando tante forze furono da ogni banda in movimento, fece in giugno sorprendere il sobborgo di Rimini dall'arcivescovo di Spalatro, governatore della Marca. A questo segno l'armata pontificia si raccolse sotto le mura della città, per cominciarne l'assedio[356].
Di già il re di Napoli ed i Fiorentini mandavano truppe a Federico di Montefeltro per soccorrere il Malatesta. Il papa lo aveva preveduto, e le sue pratiche non tendevano a niente meno che ad accendere una guerra generale per questa piccola eredità. Pensava di dividere la Romagna coi Veneziani, accordando loro ancora Bologna, ch'essi dovevano strappar di mano ai Bentivoglio, e possedere alle medesime condizioni. Paolo II prometteva il trono di Ferdinando a Renato d'Angiò ed a suo figlio Giovanni, ch'egli richiamava in Italia. Ferdinando, diceva il papa nel suo concistoro, aveva meritato colla sua ingratitudine di perdere la corona; e che, bastardo ancor esso, erasi affrettato di armarsi a favore d'un altro[357]: ma gli alleati cui appoggiavasi il papa erano più lontani che quelli dei suoi avversarj. Da una parte il duca Alfonso di Calabria, dall'altra Tristano Sforza, fratello del duca di Milano, vennero personalmente ad unirsi all'armata di Federico da Montefeltro, il quale, sentendosi il più forte, attaccò il 29 agosto l'esercito pontificio, e lo ruppe compiutamente. I principi di Romagna, che ne facevano parte, combattevano con dispiacere contro un loro fratello, temendo di essere come lui spogliati uno dopo l'altro. Costoro opposero una così debole resistenza, che non rimasero uccisi nella battaglia che circa cento uomini, sebbene il Montefeltro facesse tre mila prigionieri, tra i quali si trovavano i più distinti ufficiali dell'armata. Furono abbandonati al saccheggio gli equipaggi ed il campo, e l'artiglieria, ch'era assai bella, venne in mano de' vincitori[358]. Federico di Montefeltro avrebbe potuto approfittare assaissimo di questa vittoria; ma, rispingendo l'armata pontificia non volle attaccare la Chiesa. Si accontentò di forzare una trentina di castelli dei territorj di Rimini e di Fano a riconoscere per loro signore Roberto Malatesta; poi licenziò in novembre la sua armata[359].
La mala riuscita di questa spedizione contro Rimini calmò alquanto l'ardore guerriero di Paolo II; egli sentì che in Italia non aveva superiorità, e cominciò a concepire alcuni timori intorno alle negoziazioni d'oltremonti ancora vaghe e mal combinate, nelle quali si andava impegnando. Prima d'avere posti in movimento gli alleati che cercava al di là dei monti, potev'essere oppresso dai suoi più prossimi vicini. Altronde lo stato dell'Europa prometteva poco buon esito alle nuove leghe che Paolo II aveva voluto formare. Borso d'Este, duca di Modena, versato molto più di lui ne' sistemi, negl'interessi e nelle alleanze della grande repubblica europea, approfittava delle proprie cognizioni per illuminare il papa intorno ai veri suoi interessi, facendogli sentire che aveva molto a temere e nulla a sperare dagli oltremontani, onde così ricondurlo a quelle pacifiche disposizioni, che ugualmente convenivano al suo rango di sovrano ed alla sua qualità di padre dei fedeli[360].
L'imperatore era il primo de' sovrani, cui il papa poteva proporre la sua alleanza. Ma Paolo appunto allora era stato da lui visitato, e la personale conoscenza di Federico III non era tale da ispirargli troppa confidenza. Federico era precipitosamente partito dai suoi stati alla volta d'Italia in sul declinare del 1468; era passato il 10 dicembre per Ferrara con ristretto corteggio, ed era giunto a Roma per la vigilia del natale, senz'altro scopo che quello di soddisfare ad un suo voto. Il papa, che non poteva darsi a credere che la sola divozione dirigesse le azioni dei re, era persuaso che questo viaggio nascondesse qualche grande progetto politico, ed aveva concepito un'estrema diffidenza; aveva ingombrata Roma di soldati, ed erasi messo in guardia contro ogni sorpresa, come se il successore degli Enrici dovesse essere non meno di loro nemico della tiara. Aveva peraltro potuto presto riconoscere che l'indolente monarca di Vienna veniva alla di lui corte per adorare e per ricevere leggi, non per dettarle. Federico erasi affrettato di baciare i piedi non altrimenti che le mani ed il volto del papa[361]. Erasi mostrato più geloso dell'onore di leggere innanzi a lui il vangelo in abito da diacono, che della sua imperiale corona[362]; aveva tenuta la staffa del papa, quando questi montava a cavallo; e tutte le piccole umiliazioni della sua alta dignità furono diligentemente raccolte e descritte nella storia della corte di Roma[363]. Del resto sino dalle prime sue conferenze con Paolo II egli aveva mostrata la debolezza e la versatilità del suo carattere. In breve erasi renduto in Roma tanto spregevole quanto già lo era da lungo tempo agli occhi de' Tedeschi, de' Boemi, degli Ungari. Federico non aveva saputo conservare, nè le prerogative della sua corona, nè i confini del suo impero. Tutti i suoi diritti erano stati invasi dagli stati della Germania: di trent'anni, ch'egli regnava, la Cristianità vedevasi sempre esposta a crescenti calamità; i Turchi erano finalmente giunti ai confini de' suoi stati ereditarj, e niente aveva egli ancora fatto per difenderli. In così manifesta impotenza aveva per altro l'ambizione di far valere le antiche pretese dell'impero sullo stato di Milano; onde non aveva voluto riconoscere Francesco Sforza, nè adesso suo figlio Galeazzo. Aveva rimandati bruscamente gli ambasciatori di Galeazzo, dichiarando ch'egli solo era il duca di Milano e non altri. «Colla spada, rispose uno di loro, il duca Francesco acquistò questo ducato, e suo figlio aspetterà per perderlo che gli sia tolto colla spada[364].» Ma Federico era ben lontano dal tentare un'impresa di tanta importanza. Vero è che desiderava di entrare in lega colla santa sede, che contava Galeazzo tra i suoi nemici; ma, lungi dal riuscirvi, inspirò a Paolo II tanta diffidenza della sua debolezza, che questi avrebbe piuttosto accettata l'alleanza dello stesso Galeazzo, se a tale prezzo avesse potuto farsi guarentire le conquiste che meditava di fare in Romagna[365].
Galeazzo Sforza poco temeva l'imperatore e non pensava pure ad amicarsi il papa. Erasi attaccato alla Francia. Luigi XI aveva saputo solleticare la sua vanità, mostrando di valutare assai la di lui alleanza, che rendeva più intima con un matrimonio. Il 6 luglio del 1468 Galeazzo Sforza sposò Bonna di Savoja, sorella di Carlotta moglie di Luigi XI. Per fare questo matrimonio mancò di fede al marchese Gonzaga, che da lungo tempo gli aveva promessa sua figlia. Bonna era stata educata nella corte di Francia, e Luigi XI ne disponeva come se dipendesse da lui solo. Non interpellò pure il di lei fratello, Amedeo IX, duca di Savoja, o piuttosto la reggenza che governava a nome di questo principe, reso quasi affatto imbecille da frequenti insulti epilettici. Luigi XI assegnò per dote a Bonna di Savoja la città di Vercelli, autorizzando Galeazzo Sforza ad acquistarla colle armi; ma questi vide tornar vani i suoi tentativi in ottobre del 1468[366].
Il duca di Milano, altero del parentado che lo faceva cognato del re di Francia, si rese intollerante di qualunque freno, e più non volle ascoltare i consigli di sua madre Bianca Visconti, che si era sempre mostrata tenera e generosa verso di lui. La maltrattò indegnamente sforzandola ad abbandonare la corte ed a ritirarsi a Cremona. Colà morì bentosto il 19 ottobre del 1468, e si aveva di già una tale opinione della scelleratezza di Galeazzo, che venne accusato d'averla avvelenata, per impedire il progetto che supponevasi avere Bianca di dare Cremona ai Veneziani[367].
Paolo II, respinto dal duca di Milano, nulla poteva sperare da Luigi XI dopo l'intima sua alleanza col duca. Per altro era propriamente alla corte di Francia che il papa aveva sperato di trovare un difensore, un vindice, e colà aveva intavolati i suoi primi trattati. Ma Giovanni d'Angiò, duca di Calabria, cui erasi rivolto per armarlo contro il re di Napoli, trovavasi in allora occupato in un'altra guerra con quegli stessi Arragonesi, cui aveva precedentemente contrastata la corona di Napoli, e questa guerra più non permetteva al papa di sperare nè i soccorsi de' Francesi nè quelli degli Spagnuoli. Il fratello del grande Alfonso, Giovanni re di Navarra, gli era succeduto sul trono d'Arragona senza voler rinunciare lo stato di Navarra, ereditato dalla prima sua moglie, a suo figlio Carlo, conte di Viana, come aveva promesso di fare. La sola domanda fattagliene aveva in lui risvegliato un violento risentimento verso i figli del primo letto, e la seconda sua consorte, Giovanna Enriquez, che gli aveva dato per figlio il troppo famoso Ferdinando il Cattolico, non aveva mancato d'inasprire questo risentimento, cambiandolo in un implacabile odio. A Ferdinando pensava Giovanni di trasmettere le corone ereditate da Alfonso. Aveva fatta la guerra al conte di Viana, la di cui causa era stata abbracciata dal re di Castiglia. I Catalani eransi sollevati a favore del loro principe ereditario, ed il re per disfarsi di lui si era valso del tradimento. Aveva sotto la fede pubblica chiamato suo figlio alle Cortes d'Ilerda, dove lo aveva poi fatto arrestare con aperto disprezzo del suo salvacondotto, e quando universali insurrezioni lo forzarono a rilasciarlo, egli non gli diede la libertà che dopo avergli dato un veleno, che lo condusse a morte il 24 agosto del 1461[368]. Due sorelle legittime, eredi del conte di Viana, imbarazzavano ancora il cammino di Ferdinando. Il re Giovanni sagrificò la maggiore, Bianca, sposa separata del re di Castiglia, alla cadetta, Eleonora, che fu poi regina di Navarra, la quale aveva sposato il conte di Foix. Bianca fu data in mano ad Eleonora, e perì avvelenata nel castello d'Orthès nel 1464[369]. Tanti delitti non fecero che accrescere la ripugnanza dei popoli per tali sovrani. I Catalani, piuttosto che riconoscere Giovanni o suo figliuolo, chiamarono al trono don Pedro, infante di Portogallo, e morto questi nel 1466[370], si volsero finalmente al vecchio re Renato d'Angiò, che per sua madre Yolanda d'Arragona veniva ad essere nipote di Giovanni I d'Arragona, morto nel 1395. Renato, troppo vecchio per prendere parte a nuove guerre, cedette l'eventualità di questa spedizione a suo figliuolo Giovanni, duca di Calabria: Giovanni fu infatti proclamato re di Barcellona; e colà aveva ricevute le prime proposizioni di Paolo II; siccome l'intrapresa guerra non procedeva troppo prosperamente, forse non sarebbe stato lontano dal pensiero di sperimentare un'altra volta la sua fortuna nel regno di Napoli; ma, sorpreso da una malattia epidemica in Barcellona, vi morì il 16 dicembre del 1470, in età di 45 anni[371], e pose con ciò fine alla resistenza dei Catalani, alle negoziazioni del papa, ed alle ultime speranze del partito d'Angiò[372].
Anche prima della morte del duca di Calabria i progressi dei Turchi, ch'empirono l'Italia di spavento, l'invasione della Croazia nel 1469, la conquista di Negroponte nel 1470, fecero all'ultimo sentire a Paolo II quanto imprudente cosa sarebbe l'accendere una nuova guerra alle porte di Roma, impiegando contro un feudatario della santa sede quei soldati e quelle ricchezze, di cui potrebbe tra poco aver bisogno per difendere la propria esistenza. Acconsentì adunque di lasciare a Roberto Malatesta i feudi che aveva posseduti suo padre, e coll'intervento di Borso, duca d'Este, propose a tutti gli stati d'Italia una lega per la difesa generale, ed il mantenimento d'ognuno nella propria indipendenza; lega che venne finalmente da tutti accettata, e pubblicata il 22 dicembre del 1470[373].
Paolo II aveva compiutamente tradite le speranze de' cardinali e di tutta la Chiesa; l'unanimità de' suffragi in suo favore nell'istante in cui cercavasi un uomo degno di succedere a Pio II, uno de' più grandi pontefici che abbia avuto la Chiesa, faceva da Paolo sperare sommi talenti e grandi virtù; ed egli per lo contrario facevasi conoscere ambizioso, collerico, perfido nelle sue negoziazioni, ingrato verso la sua patria, imprudente nella sua politica, poco curante dei veri interessi della Cristianità. Nell'istante in cui suo malgrado ridonava la pace all'Italia, abbandonossi a nuovi progetti di vendetta contro altri nemici, che credeva d'avere scoperti. Erano questi i letterati di Roma, che, in sull'esempio di altre città d'Italia, avevano di fresco fondata un'accademia. Una feroce diffidenza fece da Paolo II risguardare la loro associazione come una trama contro la sicurezza del papa e contro la pace della Chiesa. Assoggettò alla tortura uomini il di cui nome in allora pronunciavasi con venerazione; volle essere presente egli medesimo ai loro tormenti per incalzare ii loro interrogatorio, e lasciò che i carnefici eccedessero in modo i limiti prescritti in questa orribile processura, che Agostino Campano, uno de' dotti, ch'egli aveva fatti imprigionare, morì tra le loro mani. Pure tante crudeltà non gli svelarono alcuna trama, che potesse giustificare la sua collera, alcuna eresia contro la Chiesa, alcuna cospirazione contro lo stato[374]. Provocarono soltanto sopra di lui l'odio de' suoi contemporanei e quello dei letterati, ed avrebbero tolto ogni difensore alla sua memoria, ad eccezione di quelli che difendono per professione tutti gli atti della santa sede, se un beneficio da lui accordato alla casa d'Este, o piuttosto un titolo d'onore, onde lusingò la di lei vanità, non gli avesse acquistati degli apologisti tra i beneficati di questa casa.
Borso d'Este era stato dall'imperatore creato duca di Modena e di Reggio; ma in Ferrara non aveva ancora altro titolo che quello di vicario pontificio. Le prime due città dipendevano dall'impero, l'altra dalla santa sede. Spiaceva a Borso di non prendere il suo più onorevole titolo dalla città in cui abitualmente dimorava, e che da più lungo tempo ubbidiva alla sua famiglia. Borso aveva meritata la riconoscenza del pontefice pel suo zelo come mediatore dell'ultima pace. Egli aveva tratto Paolo II dall'imbarazzo ov'erasi imprudentemente posto coll'aggressione di Rimini e colle negoziazioni col duca di Calabria. Il papa per attestargli la sua gratitudine acconsentì d'innalzare Ferrara al rango di ducato dipendente dalla santa sede. Chiamò Borso a Roma pel giorno di Pasqua, 14 aprile del 1471 per investirlo di questa nuova dignità con una straordinaria pompa. In principio della cerimonia il papa lo armò cavaliere di san Pietro, gli diede a tenere la spada sguainata in tempo della messa per difendere la Chiesa e per confondere gl'infedeli. Gliela fece in appresso cingere da Tommaso, despota della Morea, fratello dell'ultimo imperatore d'Oriente. Gli si fecero porre gli speroni da Napoleone Orsini, generale della Chiesa, e da Costanzo Sforza, figlio del signore di Pesaro. Fin allora Borso aveva avuto posto cogli arcivescovi; ma quando il papa gli ebbe in appresso dato il mantello ducale, lo fece sedere tra i cardinali, quasi lo avesse renduto loro eguale; finalmente Paolo II gli presentò la rosa d'oro, che il pontefice costuma di dare il dì di Pasqua ad alcuno de' più grandi signori della Cristianità[375]. Pare che veruna bolla autenticasse questa nomina, o almeno niuna ne viene riferita dall'annalista della Chiesa, o da quello della casa d'Este[376]. Non pertanto fu per cagione di tal nuovo titolo, che questa casa venne in appresso spogliata d'uno stato, cui aveva posseduto più di quattro secoli. Il vicariato perpetuo della santa sede, estinguendosi la legittima linea, doveva ricadere al supremo signore. Originariamente i signori di Ferrara avevano riconosciuto l'alto dominio della Chiesa per sottrarsi a quello dell'imperatore: ma i signori di Ferrara non avevano ricevuta da costoro l'autorità sopra Ferrara, ma da un antico contratto col popolo. La vana pompa, che diede un titolo alla casa d'Este, la cinse di catene fin allora non vedute. La sovranità di Ferrara e la dignità ducale vennero risguardate come beneficj della santa sede, i quali essa aveva potuto limitare con condizioni, e poteva ritirare a di lei beneplacito. Don Cesare d'Este perdette il ducato di Ferrara, il 13 gennajo del 1598, perchè Borso ebbe la debolezza di ricevere la corona ducale il 14 aprile del 1471.
Del resto questa pompa teatrale fu press'a poco l'ultimo atto dell'uno e dell'altro. Paolo II morì di subita morte il 26 luglio di quest'anno, lasciando un ragguardevole tesoro in danaro, e sopra tutto una grande quantità di pietre preziose, per le quali nutriva un gusto puerile. L'estrema sua avarizia lo aveva renduto odioso alla sua corte ed a tutti i signori d'Italia. Riteneva giacenti tutti i ricchi beneficj de' prelati che morivano, pel solo desiderio di ammassare; perciocchè non arricchì altrimenti i suoi congiunti, nè impiegò i suoi tesori per ostentazione di lusso, o pel vantaggio della Chiesa, o pel compimento de' suoi progetti[377]. Borso primo, duca di Ferrara, che aveva seco portata da Roma una continua febbre, che si ascrisse ad un lento veleno, morì ancor esso il 20 agosto del 1471[378]. E così la scena del mondo erasi totalmente rinnovata. Alfonso di Napoli, Cosimo dei Medici e suo figlio Pietro, Francesco Sforza e sua moglie Bianca, Giovanni Unniade e Scanderbeg, Giovanni d'Angiò, Sigismondo Malatesta, infine tutti coloro che avevano avuta una parte importante nelle rivoluzioni accadute circa la metà del quindicesimo secolo, mancarono quasi nello stesso tempo; e ritirandosi fecero piazza a nuovi personaggi, animati da nuovi interessi e da nuove passioni[379].