CAPITOLO LXXXII.

Continuazione della guerra de' Turchi; loro guasti nella Carniola e nel Friuli; quelli de' Veneziani nella Grecia e nell'Asia minore. — Rivoluzioni di Cipro, che riducono questo regno sotto la dipendenza della repubblica di Venezia.

1469 = 1473.

Paolo II non aveva voluto in tempo del suo pontificato conservare la pace d'Italia, procurata dal suo predecessore; ma pensò ancora meno a difendere la Cristianità contro le invasioni sempreppiù minaccianti dei Turchi. Uno de' principali motivi che aveva avuto il conclave per riunire su di lui tutti i suffragi era la sua nascita veneziana. Si era creduto che la carità verso la sua patria, che l'influenza de' suoi congiunti, de' suoi amici, avrebbero secondate le intenzioni della Chiesa, che voleva riunire tutta la Cristianità alla repubblica di Venezia contro gli Ottomani. Erasi veduto Pio II apparecchiato a salire sulla flotta del vecchio doge, e si sperava che il di lui successore anderebbe ancora più d'accordo col primo magistrato della repubblica, in cui era nato. Ma Paolo II, incerto nelle sue relazioni colla sua patria, fu in tempo della spedizione del Coleoni in procinto di dichiararsi contro di lei; e quando poi strinse un'intima alleanza coi Veneziani, lo fece per soddisfare alla propria ambizione, volgendo ad altri usi le armi ch'essi impiegavano contro i Turchi. E non arrecò minor danno alla loro causa, dirigendo contro gli eretici di Boemia le forze di Mattia Corvino, loro unico alleato.

Mattia Corvino era figliuolo del gran Giovanni Unniade, ch'era stato vent'anni lo scudo dell'Ungheria. Ladislao di Polonia, ch'egli aveva fatto re, gli aveva per gratitudine data la dignità di Wayvoda di Transilvania. Durante la minorità di Ladislao il Postumo, o l'Austriaco, che Federico III teneva prigioniero nella sua corte, Giovanni Unniade aveva governato dodici anni il regno in qualità di reggente e di capitano generale. Un mese prima, che morisse aveva ancora, nel 1456, respinto Maometto II da Belgrado[380]. Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto d'Austria, lungi dal mostrarsi riconoscente verso la famiglia di così grand'uomo, gettò, appena salito sul trono, Mattia Corvino in una prigione a Praga, e fece uccidere suo fratello[381]. Corvino fu cavato di prigione dopo due anni da Giorgio Podiebrad, nell'istante dell'improvvisa morte di Ladislao, accaduta a Praga il 23 novembre del 1457; ed aveva tuttavia i ferri ai piedi ed alle mani, quando venne proclamato re d'Ungheria in luogo di Ladislao, nello stesso tempo che Giorgio Podiebrad era proclamato re di Boemia. Sposò la figlia di quest'ultimo, e questi due sovrani, nominati dalle due nazioni riconoscenti, mostraronsi ambidue degni del trono[382]. Bentosto il regno di Mattia Corvino fu illustrato da vittorie non meno brillanti di quelle di suo padre. Nel 1462 ricuperò Jaicza, capitale della Bosnia, e la difese l'anno susseguente contro Maometto II[383]. Essendosi a tale epoca accesa la guerra tra i Veneziani ed i Turchi, Corvino strinse un'intima alleanza colla repubblica, la quale gli pagò ogni anno cento mila ducati, per supplire in parte alle spese de' suoi armamenti[384]. Il re d'Ungheria portò alternativamente le sue armi nella Rascia, nella Valacchia, nella Croazia, nella Transilvania, vi ottenne luminose vittorie sui Maomettani, e più ancora sui principi cristiani loro vassalli.

La fama di tali vittorie diede al papa un'alta idea della potenza di Mattia Corvino, e la corte di Roma lo eccitò a rivolgere le sue armi contro un nemico meno temuto, ma più odiato dei Turchi, Giorgio Podiebrad re di Boemia. La setta di Giovanni Huss mantenevasi sempre nel suo regno assai numerosa; e Podiebrad, portato sul trono dai suffragj della sua nazione, era forzato di tollerare i settarj che formavano il più fermo suo appoggio. La corte di Roma non lo rimproverava di sentire come loro, ma soltanto di non volere perseguitarli. Per allontanare ogni sospetto d'eresia egli aveva offerto di dichiarare solennemente che non credeva necessario ai fedeli di ricevere il sacramento sotto le due specie; ma il papa gli aveva risposto, che la sua dichiarazione non bastava, s'egli non autorizzava l'arcivescovo a punire severamente coloro che darebbero o riceverebbero la comunione sotto le due specie. «Ch'egli espressamente dichiari, soggiugneva il papa, se il braccio secolare eseguirà le sentenze dell'arcivescovo per punire i preti che favorissero gli errori, se gli si darà tutta l'assistenza reale ed attuale per ridurre all'ubbidienza della sede apostolica tutti i traviati, e per estirpare tutte le eresie[385].» Giammai il re di Boemia non volle abbandonare ai tribunali Rochizane, arcivescovo scismatico di Praga, e questo rifiuto di unirsi ai persecutori, risguardato da Paolo II come una ribellione odiosa contro la Chiesa, gli procurò finalmente dalla corte di Roma una sentenza di deposizione. Giorgio Podiebrad fu condannato il 20 dicembre del 1466, come colpevole d'eresia e dichiarato decaduto dal trono di Boemia[386]. Questo trono fu offerto a Casimiro, re di Polonia, che non volle accettarlo[387]. Pochi mesi dopo, una seconda scomunica colpì tutti i sudditi conservatisi fedeli a Podiebrad, e tutti coloro che gli prestassero ajuto o favore. Nello stesso tempo tutti i principi cristiani vennero sciolti da tutti i giuramenti che potessero avere emessi a di lui favore, e da tutti i trattati con lui stipulati; finalmente Rodolfo, vescovo di Lavenza, fu incaricato di predicare una crociata contro la Boemia[388]. Era questo l'anno posteriore alla morte di Scanderbeg; la Macedonia era stata posta a fuoco ed a sangue, ed invasa la Bosnia; e non pertanto il papa accendeva agli stessi confini della cristianità un'insensata guerra civile, che giovava agli avanzamenti dei Turchi. Mattia Corvino lasciossi sedurre dalla speranza d'una nuova corona; nel 1468 dichiarò la guerra a Giorgio Podiebrad, suo alleato, suo suocero e suo liberatore; sguarnì i confini dell'Ungheria per guastare e conquistare la Boemia, ed abbandonò i Veneziani nella lotta intrapresa di comune accordo. Pel corso di sette anni continuò i suoi attacchi impolitici, non più contro Podiebrad, morto nel 1470, ma contro Uladislao, figliuolo del re di Polonia, che i Boemi gli avevano sostituito, e mentre consumava inutilmente le sue forze in questa guerra, Maometto II dava ruinosi colpi alla Cristianità[389].

Quello che più atterrì gl'Italiani fu una spedizione diretta da Hassan Bey, cristiano rinegato e pascià della Bosnia. Era stato chiamato in Croazia da un gentiluomo di quella provincia, che voleva vendicarsi di suo fratello; egli vi entrò in luglio del 1469 con venti mila cavalli, prima che fosse stato fatto alcun apparecchio di difesa: otto mila Cristiani, ch'eransi rifugiati in una città della Croazia furono passati a fil di spada, e tre mila fatti schiavi. L'armata turca, continuando i suoi progressi, attraversò e guastò la Carniola: erasi di già avanzata cento sessanta miglia nell'interno delle terre, e più non aveva che una breve giornata di cammino per giugnere a Trieste o ai confini del Friuli e per entrare in Italia. Ma i vincitori, trovandosi bastantemente carichi di bottino, ed imbarazzati dai prigionieri, diedero a dietro senza aver presa alcuna fortezza. Erano stati uccisi diciotto mila Cristiani, e quindici mila condotti in Turchia per essere venduti come schiavi; non eransi risparmiati nè vecchi, nè fanciulli, erano state bruciate tutte le messi e scannati tutti gli armenti che i Turchi non avevano potuto esportare; onde sarebbesi detto che non nemici, ma furie avevano guastato il paese[390]. I Turchi per rientrare nella Bosnia avevano passato un fiume che il cardinale di Pavia chiama Lupratia[391]. Erasi in modo gonfiato questo fiume per le continue pioggie, che l'esercito turco dovette trattenersi otto giorni presso le sue rive prima di poterlo passare. In questo tempo sarebbesi potuto fare una giusta vendetta della loro barbarie, e riavere i prigionieri ed il bottino; ma era questa appunto la stagione in cui gli Ungari lasciando il proprio paese scoperto, saccheggiavano la Boemia. Mattia Corvino faceva allora prigioniere Vittorino, suo cognato, figliuolo di Giorgio Podiebrad, e riceveva in Olmutz le corone del regno di Boemia e del marchesato di Moravia, che supponeva d'avere conquistato[392].

La repubblica di Venezia, che tremante aveva veduto l'armata turca avvicinarsi ai suoi confini di terra ferma, non volle attaccare da questo lato i Musulmani, temendo d'insegnar loro in tal maniera la strada per la quale penetrar potevano nel cuore dell'Italia. Essa non voleva guerreggiare cogl'infedeli che per mare. Niccolò Canale, ch'era succeduto nel comando delle truppe veneziane in Grecia a Jacopo Loredano, adunò a Negroponte una flotta di ventisei galere, colla quale, dopo avere minacciate molte isole dell'Egeo, sorprese la città d'Eno nel golfo Saronico, cui prese d'assalto. Non sembra che i Turchi avessero guarnigione in Eno, città commerciante assai ricca, ed abitata solamente da Greci. Venne abbandonata a tutti gli orrori del saccheggio, ed all'ultimo ridotta in cenere; e non furono rispettati i luoghi sacri, nè le religiose chiuse ne' conventi, che gli stessi Turchi avevano rispettate. Furono condotti schiavi a Negroponte due mila prigionieri, tra i quali vedevansi molte rispettabili matrone greche, ed i soldati si divisero un ricchissimo bottino[393]. La notizia del sacco d'Eno fu portata a Roma nello stesso tempo dell'altra d'un vantaggio ottenuto sugli eretici boemi; per i quali prosperi avvenimenti il papa ordinò in tutte le chiese rendimenti di grazie[394].

Sebbene le piraterie de' Veneziani non recassero ordinariamente danno che ai sudditi cristiani di Maometto II, questo terribile monarca era disposto a non più soffrire somiglianti insulti. Il 2 agosto del 1469 egli pronunciò a Costantinopoli e fece ripetere in tutte le moschee del suo impero il seguente giuramento: «Io Maometto, figlio d'Amurat, sultano e governatore di Baram e di Rachmaele, elevato dal Dio supremo, collocato nel circolo del sole, coperto di gloria più di tutti gl'imperatori, felice in ogni cosa, temuto dai mortali, potente nelle armi, per le preghiere dei santi che sono in cielo e del gran profeta Maometto, imperatore degl'imperatori e principe de' principi che esistono dal Levante al Ponente; io prometto a Dio unico, creatore d'ogni cosa, col mio voto e col mio giuramento, che non accorderò sonno ai miei occhi, che non mangerò cose delicate, che non cercherò ciò che è aggradevole, che non toccherò ciò che è bello, che non volgerò la mia fronte dall'Occidente all'Oriente, se io non rovescio e non calpesto coi piedi de' miei cavalli gli Dei delle nazioni, quegli Dei di legno, di rame, d'argento, d'oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò tutta la loro iniquità dalla faccia della terra, da Levante a Ponente, per la gloria del Dio di Sabaoth e del gran profeta Maometto. E perciò faccio sapere a tutti i popoli circoncisi, miei sudditi, che credono in Maometto, ai loro capi ed ai loro ausiliarj, s'essi hanno il timore del Dio fondatore del cielo e della terra, ed il timore dell'invincibile mia potenza, che tutti debbano recarsi presso di me, il settimo della luna di Ramadan, di quest'anno 874 dell'Egira (11 marzo 1470), ubbidendo al precetto di Dio e di Maometto, il primo dei quali colla sua provvidenza, il secondo colle preghiere, ci assistono senza dubbio[395]

Dietro tale invito un esercito ed una formidabile flotta, quali mai non avevano avuti i Musulmani, adunossi a Costantinopoli. I Latini esageravano sempre a dismisura la forza delle armate musulmane, apparecchiandosi per tal modo una scusa delle loro sconfitte, e maggior gloria nelle vittorie. In quest'occasione non parlano niente meno che di quattrocento navi uscite dall'Ellesponto, il 31 maggio del 1470, e di trecento mila uomini che dalla Tracia si avanzavano nella Grecia[396]. Minorandosi ancora molto questo numero, è sempre certo che l'armata di Maometto superava di molto tutto quanto potevano opporgli i Veneziani. Niccolò Canale, loro ammiraglio, trovavasi a Negroponte con trentacinque galere. Quando gli fu detto che la flotta turca era comparsa presso Tenedo, s'avanzò pel canale che separa Lenno ed Imbro, e mandò avanti Lorenzo Loredano con dieci galere per riconoscere i nemici. Gli ordinava di non evitare la battaglia quando i Turchi non avessero più di sessanta vele, perciocchè non tarderebbe egli medesimo a soccorrere la sua vanguardia, ed aveva fiducia di battere gl'infedeli, purchè questi non fossero più di due contro uno. Ma se i Turchi avevano più di sessanta vascelli, gli ordinava di far forza di vele e di remi per evitarli[397]. Bentosto il Loredano e lo stesso Canale scoprirono la flotta musulmana, che copriva tutto il mare. I Turchi, che per la prima volta sperimentavano la loro marina, sentendo la loro inferiorità nelle evoluzioni e nella grandezza delle navi, avevano compensati questi svantaggi alla maniera de' barbari, duplicando il loro numero. I Veneziani credettero che altro partito loro non restasse a prendere che quello della fuga, e, approfittando dell'oscurità della notte, si posero al coperto dietro l'isola di Sciro, mentre che i Turchi vi eseguivano una discesa per saccheggiarla e bruciarla. Allora previde il Canale che quest'armamento era destinato contro di Negroponte; e mandò tre galere, con quanti viveri potè ragunare a Calcide, capitale dell'isola; pochi giorni dopo ne mandò altre due; ma in allora più non era possibile d'entrare nello stretto, avendone i Turchi fortificati tutti i passaggi.

L'isola d'Eubea o di Negroponte stendesi lungo le coste della Tessaglia, della Beozia e dell'Attica cento quaranta miglia; in niun luogo conta più di venti miglia di larghezza, ed il suo circuito, allungato molto dalle sinuosità, è di 365 miglia. Le molte città ond'era in altri tempi tutta coperta, erano state presso che tutte distrutte. Conservavasi sola in piedi quella di Negroponte o Calcide in riva allo stretto dell'Eurypo, dov'è più angusto. Luigi Calvo comandava in questa città come capitano, Giovanni Bondumieri come provveditore, e Paolo Erizzo come podestà, i quali avevano sotto i loro ordini una debole guarnigione con alcuni nobili veneziani. Frattanto Maometto II giunse nella Beozia, in faccia a Negroponte colla sua armata di terra, che il Sabellico, il più moderato degli scrittori latini, porta a 120,000 uomini. La flotta turca era di già signora del canale, ed aveva cercato di chiuderne l'ingresso con catene, attaccate a vascelli colati a fondo di tratto in tratto[398]. Allorchè il sultano si trovò in faccia all'isola, i Turchi cercarono di unire con un ponte di battelli l'Eubea alla Beozia; e dopo alcuni attacchi valorosamente sostenuti dagli abitanti, questo ponte fu stabilito avanti alla chiesa di san Marco, discosta un miglio dalla città[399]. L'assedio fu subito cominciato; scoprironsi molte batterie; ed in allora risguardavasi come prodigiosa l'attività dell'artiglieria turca, perchè ogni bocca tirava contro ai muri cinquantacinque colpi per giorno.

Intanto erasi avuto avviso a Venezia che Negroponte era assediato, e conoscevasi il pericolo di quest'isola, risguardata come il principale luogo di tutte le colonie militari de' Veneziani nell'Arcipelago. Il senato fece armare a precipizio tutte le galere che aveva, e di mano in mano che furono pronte, le spedì a raggiugnere Niccolò Canale, ordinandogli di tutto avventurare per liberare Negroponte. Dal canto suo Girolamo Molini, che col titolo di duca governava Candia per la repubblica, aveva mandate alla flotta sette grosse galere cariche di viveri. Dopo avere ricevuti tali rinforzi, l'ammiraglio veneziano poteva credersi a portata di misurarsi coi Turchi. Più non eravi tempo a perdere per liberare gli assediati, cui erano già stati dati tre assalti successivi, il 25 e 30 giugno, ed il 5 luglio[400]; e sebbene i Veneziani cercassero di prendere coraggio, affermando che ne' due primi assalti erano stati uccisi 16,000 turchi, e 5,000 nel terzo; le perdite degli assediati, meglio avverate, erano spaventosissime. Niccolò Canale, spinto da favorevole vento, e secondato dalle correnti, ruppe finalmente le catene che chiudevano l'ingresso dell'Eurypo, e presentossi l'11 luglio in faccia alla città, alla flotta turca e a ponte, dal quale non era lontano più di un miglio. Gli assediati nel colmo della gioja si credettero liberati: Maometto, temendo di vedere tagliato il ponte e di trovarsi chiuso nell'isola, fu, per quanto dicesi, in procinto di fuggire. Ma il Canale non era stato seguito che da quattordici galere e da due vascelli, avendo la paura o qualche altro motivo trattenuto il rimanente della flotta al di fuori dell'Eurypo. Non pertanto il suo pilota, Candiano, e due capitani di vascello, i fratelli Pizzamani, lo consigliavano ad urtare nel ponte, credendosi sicuri di romperlo coll'ajuto della corrente e del vento, che li favoriva; e poco temevano la flotta turca, posta dietro al ponte in luogo troppo angusto per muoversi. Ma il Canale mancò di risoluzione; vietò al suo pilota di andar più oltre, finchè non giugnesse il rimanente della flotta, cui mandava per affrettarla messi sopra messi. Mentre l'aspettava inutilmente, Maometto II diede un quarto assalto, e nello stesso tempo fece avvicinare la sua flotta alle mura dalla parte di Borgo alla Zuecca. Gli assediati tenevano gli occhi immobili sul luogo in cui avevano veduto apparire le vele veneziane, la di cui immobilità formava l'oggetto della loro disperazione. Pure si difesero con estremo valore, finchè la notte divise i combattenti. Allo spuntare del giorno 12 ricominciò l'assalto, cui gli assediati opposero sempre la stessa resistenza. Di già le brecce erano praticabili; soldati sempre nuovi si presentavano all'attacco; ed i Calcidiesi trovavansi oppressi dalla fatica. Verso la seconda ora del giorno furono respinti dalle mura; ma perchè tutte le strade erano barricate, continuarono a difendersi in città fino alla morte dell'ultimo di loro. Tutti perirono, perciocchè il feroce Maometto aveva fatto pubblicare nel suo campo, che manderebbe al supplicio chiunque risparmiasse un solo prigioniero di oltre vent'anni[401]. I cadaveri, ammucchiati sulla piazza di san Francesco, e sopra quella del Patriarca, furono in appresso gettati in mare.

Mentre ancora durava così spaventosa carnificina, il rimanente della flotta venne a raggiugnere l'ammiraglio, ma era troppo tardi; le bandiere di san Marco erano staccate dalle mura; la città era perduta, ed i soldati delle galere affatto scoraggiati. I Veneziani ritiraronsi a precipizio dal canale dell'Eurypo, fremendo di dolore e di rabbia per avere lasciata distruggere sotto i loro occhi una così importante colonia. Due dei comandanti veneziani, che si trovavano in Calcide, erano morti combattendo; il terzo, Paolo Erizzo, stava chiuso nella cittadella, e si arrese a condizione d'avere la testa sicura. Maometto ordinò che fosse segato a mezzo il corpo, aggiugnendo l'atroce facezia, di non avergli garantita che la testa, e che perciò gliela lasciava[402].

Il dolore cagionato a Venezia dalla perdita di Negroponte fu accompagnato dalla più violenta indignazione verso Niccolò Canale. Invece d'incoraggiare i soldati alla battaglia, aveva ritenuti dei guerrieri di lui più animosi, ed aveva rifiutato di tentare di rompere il ponte de' vascelli turchi, nel momento in cui avrebbe così potuto salvare la città. Fin allora il di lui coraggio non era mai venuto meno nelle battaglie; ma si pretese che in quest'occasione la presenza di suo figlio sulla flotta gli avesse inspirato un insolito timore. Dopo la caduta di Calcide niente egli fece per riparare l'insulto fatto alla bandiera di san Marco. Frattanto Giacomo Veniero ed altri gli avevano condotti tali rinforzi, che finalmente aveva raccolte cento galere sotto i suoi ordini. Questa flotta era più formidabile che quella de' Turchi, quand'ancora la musulmana fosse stata effettivamente composta di quattrocento vascelli, come affermano diversi storici. Il sultano aveva riuniti tutti quelli del commercio, tutti quelli che potevano servirgli pei trasporti, e la sua flotta, male agguerrita, nè sapeva agire nelle battaglie, nè ubbidire ai segnali, mentre che i Veneziani erano i più arditi marinaj del mediterraneo, perchè i più esperti.

Dopo la conquista di Negroponte la flotta ottomana si ritirò verso i Dardanelli, e Niccolò Canale l'inseguì fin presso a Scio; colà adunò un consiglio di guerra, e dietro il parere de' suoi capitani si astenne dall'attaccare i Turchi, che di già credevansi perduti. Tornò in appresso a Negroponte, che tentò di riprendere; ma non essendo stato combinato l'attacco delle truppe da sbarco con quello delle galere, egli venne respinto con perdita. Mentre ancora durava quest'azione, Pietro Mocenigo giunse presso a Canale, e disse, che per non isconcertare col suo arrivo piani anticipatamente combinati egli era apparecchiato a combattere sotto gli ordini di Canale se questi voleva rinnovare l'attacco. Il Canale vi si rifiutò, dichiarando che se Mocenigo voleva combattere era disposto a servire sotto di lui. Pareva che l'uno e l'altro temesse la responsabilità d'un'impresa troppo pericolosa; e l'uno e l'altro ricusarono di tentare la fortuna: ma il Mocenigo, avendo invano offerto al suo predecessore un'occasione di reabilitarsi, prese il comando della flotta, fece conoscere la commissione, ond'era incaricato dal consiglio dei dieci, e fatto arrestare il Canale, lo mandò incatenato a Venezia; dopo di che ricondusse i suoi vascelli ne' porti della Morea, per isvernarvi[403].

Niccolò Canale non restò senza apologista: papa Paolo II scrisse al doge di Venezia per giustificarlo; Francesco Filelfo, cui un'alta riputazione letteraria dava in politica un credito quasi uguale a quella che il Petrarca aveva esercitato nel precedente secolo, compose pure un'apologia di questo generale; ma il Canale venne relegato a vita a Porto Gruaro.

La perdita di Negroponte cagionò uno spavento universale in tutta la Cristianità. Fin allora i Veneziani si erano risguardati come i padroni del mare. Per qualsifosse superiorità che dal numero o da una forza brutale avessero potuto trarre i Turchi, eransi trovati impediti dal continuare le loro imprese dal più piccolo canale; un braccio di mare pareva un insuperabile baluardo alle insegne della mezzaluna. Sebbene la conquista dell'Illirico gli avesse avvicinati al centro de' paesi inciviliti, supponevasi sempre che sarebbero trattenuti dalla doppia linea di montagne, che loro si affaccerebbero prima d'entrare in Italia, e nè pure si pensava al pericolo di quella lunga estensione di coste da Reggio di Calabria fino a Venezia, di dove si aveva ovunque a vista d'occhio paesi musulmani. Siccome queste coste non erano state mai insultate dopo il decimo secolo, credevansi al coperto di ogni sorpresa. La subita creazione d'una formidabile marina musulmana fece sentire a tutti i paesi bagnati dal mare, che i loro porti erano aperti ad un conquistatore, determinato di distruggere la sede della religione cristiana[404]. Ferdinando, i di cui stati non erano separati dalla Turchia che da un canale di dodici leghe di larghezza, fu a ragione il più atterrito: Maometto gli aveva comunicato con insultante arroganza la sua vittoria di Negroponte, pregandolo a rallegrarsene con lui. Rispose il re di Napoli, che una vittoria ottenuta sopra Cristiani suoi alleati non potev'essere per lui occasione di gioja; ch'egli non poteva conservare amicizia per sua altezza; mentre la sua fede era in pericolo; ch'egli non verrebbe meno ai bisogni della sua religione, e che ordinerebbe alla sua flotta di unirsi ai Veneziani, per combattere gli Ottomani[405].

Bessarione, cardinale di Nizza, uno de' più illustri tra i Greci che avevano assistito ai concilj di Ferrara e di Firenze, invitava di già gli altri Greci, suoi compatriotti, a fuggire lontano da quell'Italia, ove più non potevano sperare sicurezza[406]. Pure aveva altresì dirette eloquenti esortazioni ai principi italiani per aprire loro gli occhi sullo spaventoso pericolo che li minacciava[407]. Papa Paolo II, che sapeva che Maometto la prendeva in particolar modo contro di lui e contro della sua sede, si rivolgeva a tutti gli stati cristiani, cercando di riunirli. Galeazzo Sforza aveva attaccato i signori di Coreggio e loro aveva tolto Brescello: Paolo lo supplicò di deporre le armi, di non perseguitare più oltre i piccoli principi, i di cui feudi erano sotto la protezione del duca di Modena[408]. I Veneziani facevano fare certi lavori in sul Mincio, che inquietavano il marchese di Mantova, e lo avevano costretto a ricorrere alla garanzia del duca di Milano: Paolo II scrisse loro per farli desistere da un'intrapresa, che poteva turbare la pace d'Italia[409]. Abbiamo veduto che rinunciò egli stesso ai suoi progetti d'invasione nel territorio di Rimini, ed alla sua vendetta contro Ferdinando. Non trascurò nè meno i piccolissimi potentati; Luigi, marchese di Mantova, Guglielmo di Monferrato, Amedeo IX di Savoja, i Sienesi, i Lucchesi, e Giovanni, re d'Arragona, padrone della Sicilia. Ottenne all'ultimo di ridurre i loro ambasciatori a rinnovare la lega d'Italia, alle stesse condizioni sotto le quali era stata conchiusa a Venezia nel 1454, e confermata a Napoli il 26 gennajo seguente. Quest'alleanza di tutti gli stati d'Italia per la vicendevole loro difesa si pubblicò a Roma, il 22 dicembre del 1470, e fu festeggiata in ogni luogo dal popolo[410].

Paolo II aveva pure rivolte le sue mire alla Germania; approvò il 14 gennajo del 1471 la pace conchiusa tra Mattia Corvino e l'imperatore Federico III, che tutti e due, dietro i suoi eccitamenti, avevano pretesa la corona di Boemia, e contrastatala colle armi[411]. Mandò Francesco, cardinale di Siena, che fu poi Pio III, alla dieta convocata a Ratisbona pel 25 aprile del 1471[412]. Lo incaricò d'una doppia missione; di affrettare per una parte i necessarj soccorsi per preservare la Germania da invasioni simili a quelle che avevano di fresco guastate la Carniola e la Carinzia, ed impedire dall'altra che i principi dell'impero non prendessero qualche favorevole risoluzione per Giorgio Podiebrad. La morte di questo re di Boemia rese inutile questa parte della missione del legato[413].

La prima assemblea di questa dieta, da cui si speravano così poderosi soccorsi, non si tenne che il 24 giugno. Il vescovo di Trento fu il primo a parlare, esponendo ai principi i guasti commessi dai Turchi ai confini della Germania ne' due precedenti anni[414]. Il cardinale di Siena, ch'era stato in Germania con suo zio Pio II, e conosceva tutti gl'interessi di quel paese, parlò ancor esso con molta forza per persuadere i Tedeschi a difendere la comune loro patria[415]. All'indomani Paolo Morosini, ambasciatore dei Veneziani, così parlò alla nazione germanica: «Da più di dugent'anni i Veneziani hanno cominciato a fare la guerra ai Turchi; essi sostennero soli, e segnatamente negli ultimi otto anni, i continui loro attacchi nella Tracia e nell'Illiria. Essi sonosi presentati soli come difensori della Cristianità, e pure, in un pericolo a tutti comune, trovansi abbandonati dal rimanente de' Cristiani. Il sonno dell'Europa ha cresciuta la potenza del nemico: e piaccia a Dio che l'Europa, risvegliandosi, sia tuttavia abbastanza forte per resistergli. Questo nemico si avanza egualmente per l'Illirico, per la Pannonia e per il golfo Adriatico, e non lascia sperare sicurezza nè sulla terra, nè sul mare. Finalmente i Tedeschi aprano gli occhi, ed osservino da quale specie di guerra sono minacciati. I vecchi sono uccisi, strozzati i fanciulli, e tutti coloro, che, fatti prigionieri, possono essere venduti, vengono strascinati dai barbari in fondo all'Asia; i templi sono bruciati coi sacerdoti che vi si trovano; tutti i prodotti dell'agricoltura e delle arti distrutti dal ferro e dal fuoco.... Pure, soggiunse, non dobbiamo ancora disperare, purchè i Tedeschi dispieghino in guerra quel valore con cui devesi difendere la propria vita e la libertà de' suoi congiunti. I Veneziani hanno ancora una numerosa flotta, e guarnigioni sparse su tutte le coste dell'Illirico e della Grecia, e venticinque mila uomini servono sotto le loro insegne. Il re Ferdinando aggiugnerà 23 galere alle nostre sessanta; il resto dell'Italia porterà facilmente la flotta veneziana a cento venti vascelli: se i Tedeschi li secondano per terra con eguale vigore, in breve saranno fuori di pericolo, e sicuro tutto il rimanente della Cristianità[416]

In un'altra sessione si lessero lettere indirizzate alla dieta dalla Carniola. In tutto il paese aperto, vi si diceva, più non rimane alcuna chiesa, nè casa di coltivatori. I cadaveri de' fanciulli e dei vecchi, scannati dai Turchi, perchè non isperavano di trovare compratori, non erano ancora stati sepolti e guastavano l'aria col loro fetore; non pertanto erano stati condotti via da questa sola provincia più di venti mila schiavi. I Turchi avevano fortificate alcune piazze, ove riponevano in sicuro il loro bottino, dopo avere ruinato tutto il vicinato. Poscia furono lette le lettere ricevute da Strigonia e dai magnati d'Ungaria: annunciavano queste, che l'armata dei Turchi, divisa in due corpi, minacciava i paesi cristiani; uno aveva presa la strada della Carniola, ed entrava nella Germania per gli stati di Federico III; si era l'altra fermato alla Sava, ove pareva che volesse formare un ponte ed una fortezza per dilatare da quella banda i suoi guasti in Ungaria. Aggiugnevano gli Ungari, che da cent'anni combattevano contro i Turchi, che il loro regno trovavasi esausto di uomini e di danaro, e che, se non ricevevano esteri soccorsi, non potrebbero lungamente sostenere gli attacchi di così potente ed ostinato nemico; ch'essi combattevano tanto per sè che per la causa comune; e che, sebbene fossero i primi esposti al pericolo, non perirebbero soli; che si volgevano all'imperatore ed ai principi della Germania, come coloro che trovavansi i primi allo scoperto, se essi rimanevano perdenti; e che inoltre spettava a colui, che il titolo d'imperatore faceva capo della repubblica cristiana, a porsi il primo tra i difensori della Cristianità[417].

Ma quest'imperatore era ben lontano dal corrispondere col suo zelo a ciò che da lui si chiedeva. Mentre si stava deliberando, i Turchi guastavano la Carniola, ed egli nulla faceva per difenderla o per vendicarla[418]; non pensava a dar soccorso nè agli alleati, nè ai vicini, ma soltanto chiedeva alla dieta di accordargli dieci mila uomini, di cui un quarto fosse di cavalleria, per difendere i suoi confini[419]; poco dopo non ne voleva più di quattro mila, forse atterrito dall'obbligazione, che gl'imporrebbe una più numerosa armata, di fare una guerra più attiva, e di dovere spesare quest'armata, mentre attraverserebbe i suoi stati. Dopo lunghissime deliberazioni la dieta decise nella seduta del 19 luglio, che tutto l'impero contribuirebbe in proporzione delle sue entrate; di modo che ogni migliajo di fiorini di capitale somministrerebbe e manterrebbe un cavaliere. Venne partecipato ai legati ed all'ambasciatore veneziano, che questa leva potrebbe produrre dugento mila uomini equipaggiati e mantenuti. Risposero con diffidenza a così esagerato calcolo, che, ove potessero aversi, basterebbero ottanta mila uomini[420]. Ma era troppo difficile il dare esecuzione a così generico decreto, e di fare eseguire tale riparto in tutti gli stati dell'impero; ed appena sarebbe bastata l'attività del più ambizioso e più riputato imperatore. Federico III nemmeno ci pensò, non d'altro occupandosi in allora che della sua rivalità coll'elettore palatino[421]. La dieta venne trasportata a Norimberga; niuna delle sue ordinanze ebbe esecuzione, e la Germania, l'Ungheria e l'Italia furono abbandonate senza difesa al furore de' Turchi[422].

Paolo II aveva incaricato il cardinale di Siena di sollecitare la dieta di Ratisbona, perchè facesse la guerra ai Boemi non meno che ai Turchi[423]. Confutò come calunniosa la supposizione ch'egli avesse mai acconsentito a qualsifosse accordo con Podiebrad, se questo monarca fosse vissuto[424]. Le deliberazioni de' Tedeschi non ebbero verun effetto; ma Mattia Corvino, cui il papa aveva accordata la corona di Boemia, spingeva i suoi progetti di conquista su questo regno. I Boemi, piuttosto che sottomettersi a lui, avevano offerta la corona ad Uladislao, figlio del re di Polonia, che venne a porsi alla loro testa. Nello stesso tempo Casimiro, suo padre, chiamato dai malcontenti d'Ungheria, venne ad attaccare Corvino ne' suoi proprj stati, e si avanzò fino a Nitria, ove in appresso sostenne un assedio[425]. E per tal modo, lungi che l'Ungheria fosse assistita dal rimanente della Cristianità, il papa l'indeboliva con una potente diversione, mentre opprimeva i Polacchi con una formidabile invasione. Ma la campagna contro i Turchi riuscì meno infelice di quello che temevasi. Essi avevano terminato sui confini della Sirmia, al passo della Sava, le fortificazioni d'una cittadella, cui diedero il nome di Sabatz, ossia l'Ammirabile[426]. Ma Maometto nel presente anno non fu alla testa de' suoi eserciti, e le spedizioni de' suoi pascià erano molto meno formidabili che le sue. Parve inoltre che covasse qualche pensiero di pace coi Veneziani. La vedova d'Amurat II, figlia di Giorgio Bulkowitz, ultimo despota della Servia, si offrì mediatrice; e due ambasciatori veneziani, Niccolò Cocco e Francesco Cappello, furono spediti presso questa principessa, indi alla corte di Maometto. Questo monarca avea avuto avviso degli armamenti della lega, e pensava d'intiepidirli con una negoziazione: a questo solo oggetto aveva chiamati i deputati veneziani alla Porta, e li rinviò senza aver nulla convenuto[427].

Ma Paolo II ed i Veneziani non avevano cercati ausiliarj contro i Turchi solamente tra gli Europei ed i Cristiani; avevano intavolata una più straordinaria negoziazione con Hassan Beg, o Ussun Cassan, che aveva conquistata la Persia nel 1468, scacciandone i discendenti di Timour, e fondandovi la dinastia del Monton Bianco[428]. Un frate francescano, Luigi di Bologna, si portò per la via di Caffa presso il conquistatore della Persia per eccitarlo a far valere i diritti di quell'impero, ch'egli ristaurava, sopra la Colchide e Trebisonda, e per promettergli ad un tempo i soccorsi degli Occidentali in una guerra contro i Turchi. Ussun Cassan prese infatti parte a questa confederazione; scrisse a Paolo II una lettera enfatica, tutta di stile orientale, per promettergli la sua cooperazione. Dopo avere per sè presi i più pomposi titoli, ne accordò pure d'assai magnifici al papa, ne' quali l'annalista della Chiesa vide una confessione della grandezza de' pontefici, strappata di bocca ad un infedele dalla forza della verità[429]. La sfida che Ussun Cassan mandò poco dopo a Maometto II era tutta simbolica. L'ambasciatore persiano versò innanzi al trono del sultano un sacco di miglio, ch'egli in appresso scopò, per significare che la scopa di Ussun doveva facilmente portar via tutta la moltitudine dell'armata ottomana. Maometto rispose nello stesso stile; dopo avere di nuovo fatto stendere il miglio, fece portare alcuni polli, che lo mangiarono. «Dì al tuo padrone, o ambasciatore, aggiunse egli, che come i miei polli hanno mangiato il suo miglio, così i miei giannizzeri mangeranno i suoi pastori della Tartaria, di cui ha creduto poterne fare dei soldati[430]

Il papa, che aveva cominciate queste negoziazioni non potè vedere le conseguenze delle vicendevoli minacce, essendo morto, come si disse nel precedente Capitolo, il 26 luglio del 1471[431]. Francesco della Rovere di Savona, che Paolo II aveva levato dall'ordine di san Francesco, di cui era generale, e fatto cardinale di san Pietro ad vincula, gli fu dato per successore il 9 agosto del 1471, sotto il nome di Sisto IV[432]. La Rovere trovavasi in allora nell'età di 57 anni; era nato bassamente; ma dopo la sua esaltazione, cercò di confondere la sua origine con quella della nobile casa della Rovere di Torino. Questa casa, avendo aggradite le sue proposizioni, egli ne ricompensò la condiscendenza con due cappelli di cardinale[433]. Questo papa, che in seguito sagrificò scandalosamente gl'interessi della Chiesa alla grandezza di sua famiglia, che, come osserva il Machiavelli, «mostrò il primo tutto ciò che poteva un sovrano pontefice, e come molte cose, che prima dicevansi errori, potevano celarsi sotto l'autorità pontificia[434],» si fece vedere ne' primi mesi del suo regno tutto inteso ai pubblici affari ed alla difesa della Cristianità. Parve pure disposto d'accordare alla Boemia una pacificazione, o tregua, per poter disporre di più grandi forze contro i Turchi[435]. Ma mentre stava intento a calmare queste lontane turbolenze, poco mancò che una guerra civile, accesa nel ducato di Ferrara, non isforzasse la repubblica di Venezia a dividere le sue forze per far rispettare i suoi confini.

Borso d'Este era morto il 20 agosto, nemmeno un mese dopo il papa, che lo aveva fatto duca di Ferrara. Questo amabile principe non lasciava figliuoli, ed aveva mostrata la medesima predilezione verso suo nipote e verso suo fratello. Il primo, Niccolò d'Este, era figlio legittimo di Lionello, predecessore di Borso e bastardo come lui; il secondo, Ercole d'Este, era figlio legittimo di Niccolò III, padre di Borso. Il diritto di successione, male stabilito nella casa d'Este, pareva chiamare soltanto alla corona ducale quello tra i principi ch'era in istato di governare. Tra i figliuoli di Niccolò III i due bastardi erano andati innanzi ai due legittimi soltanto perchè questi, nati da Ricciarda di Saluzzo, erano ancora in tenera età, quando morì il loro padre. Il figlio di Lionello, nato di legittimo matrimonio con una principessa Gonzaga, aveva per la medesima ragione fatto luogo al suo zio Borso. Ma alla morte di questi Niccolò ed Ercole erano ambidue in età di poter governare, ed eguali sembravano i loro diritti. Nè l'istituzione dei ducati di Modena e di Reggio, fatta dall'imperatore, nè quella di Ferrara, fatta dal papa, avevano deciso tra di loro, e lo stesso Borso non erasi meglio dichiarato. Quando la sua malattia fece prevedere la prossima apertura della successione, i due pretendenti cercarono di occupare le fortezze, per essere in istato di dare la legge, e nello stesso tempo si procurarono esterne alleanze. Ercole, il primo, s'impadronì di Castelnovo sul Po, e vi pose molla infanteria; inoltre domandò l'assistenza de' Veneziani, nelle di cui armate aveva servito. La signoria di Venezia fece di fatti avvicinare a Ferrara tre galere, due fuste e settanta barche, mentre che adunava quindici mila uomini nel Polesine di Rovigo. Dal canto suo Niccolò si era fortificato nello stesso palazzo del duca, ove lo raggiunsero i suoi amici. Intanto aveva sollecitati i soccorsi di Luigi Gonzaga, suo cognato, e di Galeazzo Sforza, duca di Milano. L'ultimo aveva raccolti quindici mila uomini nel Parmigiano, per favorire il figlio di Lionello; ma la morte di Paolo II guastò i progetti di Galeazzo. Egli non voleva arrischiarsi d'entrare in guerra, prima di conoscere la politica del nuovo pontefice. Niccolò, costernato da questa immobilità e dalla vicinanza de' Veneziani, andò a Mantova presso suo cognato, onde ravvivare lo zelo de' suoi alleati. Intanto Borso morì; Ercole entrò nella capitale, accompagnato da più di due mila uomini armati, e fu proclamato duca di Ferrara e di Modena; molti partigiani di Niccolò furono uccisi nelle strade, e questi altro più non fu agli occhi del vincitore che un esiliato ed un ribelle[436].

Il 24 di novembre susseguente più di ottanta tra gentiluomini e borghesi di Ferrara, che si erano attaccati a Niccolò, e che lo avevano seguito nel suo esilio, furono in contumacia condannati a morte; ed alcuni di loro caduti in potere di Ercole furono appiccati[437].

Frattanto la successione di Ferrara non fu che un passaggiero movimento, che procurò alla repubblica un vicino a lei affezionatissimo. D'altra parte un nuovo doge, Niccolò Tron, venne dato per successore a Cristoforo Moro, morto il 9 di novembre[438]. Tranquilla nell'interno, Venezia cercò di approfittare delle diverse negoziazioni del precedente anno, e di attaccare Maometto II con ragguardevoli forze da più parti simultaneamente. Catarino Zeno era stato nell'inverno mandato ad Ussun Cassan per avvisarlo degli apparecchi de' Veneziani, e domandare la sua cooperazione[439]. Il re di Persia era nello stesso tempo eccitato da sua moglie, la quale era cristiana, e figlia dell'ultimo imperatore di Trebisonda. Entrò nella Georgia con trenta mila cavalli, uccise moltissimi Turchi, e fece un ricco bottino; ma, tranne Tocat, da lui presa nella provincia di Siwas, nell'Armenia, non assediò verun'altra fortezza, e ripatriò senza aver fatto un'importante conquista[440].

Dall'altra banda Pietro Mocenigo, sapendo che il gran signore sguarnirebbe l'Arcipelago per opporsi ad una invasione e difendere le sue province dell'Asia, partì da Modone dove aveva svernato; imbarcò molti Stradioti o soldati greci a Napoli di Romania, ed andò a saccheggiare Militene e Delo[441]. Gli Stradioti cominciavano allora a formare una parte essenziale delle armate veneziane; perciocchè vent'anni di disgrazie e di oppressione avevano costretti i Greci a riprendere le abitudini militari. Essi avevano imparato a formare una cavalleria leggiera, armata di scudi, di lance e di spada; in vece di corazze guarnivano le loro vesti con una grande quantità di bambagia per ammorzare i colpi; velocissimi erano i loro cavalli, e sostenevano lunghe corse; ed il vigore di que' cavalli fece presto conoscere il merito della nuova milizia. Quelli della Morea, ed in particolare del circondario di Napoli, furono i più stimati, e la parola greca che significa soldato, diventò il nome proprio di questa cavalleria leggiera[442].

Il Mocenigo volle quest'anno portare le sue armi verso l'Asia, quasi abitata soltanto dai Musulmani, piuttosto che verso le isole ed il continente di Romania, ove il grosso della popolazione era Cristiana. La guerra marittima, quando si fa tra due flotte, è di tutte la più nobile, perchè non compromette che la vita e le ricchezze di coloro che guerreggiano; ma i guasti d'una flotta lungo le coste, sempre macchiati da una vergognosa pirateria, non recano danno al sovrano nemico, ma al popolo, non al soldato, ma al borghese. Lo scopo delle spedizioni marittime è la distruzione, non la conquista; i marinaj antepongono la sorpresa alla battaglia, attaccano coloro che non si trovano in su le difese e fuggono all'avvicinarsi de' nemici; e si avvezzano in tale maniera ad un'odiosa mescolanza di timore e di crudeltà. Per quanto spaventosi fossero i guasti, pei quali i Turchi eransi meritati delle rappresaglie, non possiamo affezionarci all'ammiraglio cristiano che promette un ducato per premio d'ogni testa di Musulmano che gli viene portata; la quale ricompensa fece massacrare molti Greci, le cui teste erano poi vendute come appartenenti a Musulmani. Non possiamo prendere interesse a favore della flotta del Mocenigo, quando eseguisce uno sbarco presso Pergamo per ispogliare sventurati contadini, e per innalzare vergognosi trofei di teste innocenti; o quando in appresso saccheggia la Caria, ne' contorni di Cnido, poi le opposte rive dell'isola di Coo[443]. In queste spedizioni di pirateria la sola cosa che tuttavia interessa sono que' nomi un tempo tanto famosi, che non si pronunciano mai senza risvegliare la memoria del trionfo delle arti, della poesia, dell'eleganza del gusto; ma quando questi nomi non si presentano nella storia che per dirci che queste antiche città vennero rapite dai barbari ad altri barbari; quando soprattutto è il popolo ridotto a maggior civiltà che cerca di distruggerle, ed il popolo più feroce che ancora difende quegli antichi monumenti dell'incivilimento; una profonda tristezza si associa ai fasti di quest'orribile guerra.

Pietro Mocenigo aveva di già estese le sue stragi alle coste d'una gran parte dell'Asia Minore, ed aveva fatto acquisto di molte teste musulmane, quando il 15 giugno del 1472, si unì a lui, presso a Capo Mallio, Requesens con diciassette galere napolitane. Poco dopo il cardinale Oliviero Caraffa gli condusse pure diciannove galere del papa. L'uno e l'altro generale dichiarò, che null'ostante il superiore rango dei loro sovrani avevano ordine di ubbidire ai generalissimo veneziano, e di attestare in tal modo la riconoscenza de' Cristiani verso la repubblica, che sosteneva sola la causa comune[444].

I varj storici di questa guerra non vanno d'accordo intorno alla forza della flotta cristiana, ma i più moderati calcoli la portano ad ottantacinque galere. I Turchi però non uscirono dai Dardanelli ad incontrarla; onde un così formidabile armamento, che al solo papa costava più di cento mila fiorini, non ebbe altro risultamento che la ruina d'alcune città dell'Asia Minore. La prima ad essere attaccata dai Latini fu Attalea, o Satalia, ricca città della Pamfilia, posta in faccia a Cipro, che serviva di mercato agli Egizj ed ai Sirj. Soranzo superò con dieci galere la catena che chiudeva il porto, e se ne impadronì. Le truppe da sbarco, comandate da Malipiero, occuparono la prima linea delle mura che circondavano i sobborghi, i quali furono saccheggiati egualmente che il porto, essendosi trasportata sulle galere una grandissima quantità di pepe, cannella e garofani. Ma le interne mura della città si difesero vigorosamente, e perchè la flotta cristiana non portava artiglieria di assedio, non furono attaccate. Il Mocenigo fece guastare la Pamfilia fin dove le sue truppe potevano giugnere, poi fece appiccare il fuoco ai sobborghi di Satalia, e ricondusse la flotta a Rodi[445], ove trovò l'ambasciatore che Ussun Cassan mandava al papa ed ai Veneziani[446]. Questo Persiano informò i generali cristiani delle vittorie del suo signore, il quale aveva preso agli Ottomani Tocat, città del Ponto, ai confini dell'Armenia, e faceva chiedere agli Europei artiglieria, senza la quale il Sofì non poteva assediare altre città[447].

Avendo la flotta veneziana spiegate di nuovo le vele, andò a saccheggiare l'antica Jonia in faccia alle coste di Chio. Non si trovarono nemici da combattere, ma i Cristiani svelsero le viti e bruciarono gli ulivi di quelle ridenti campagne; ed il legato pagò cento trentasette ducati per altrettante teste, che gli furono portate sulla sua galera. Gli altri sventurati, che furono rapiti dalle loro capanne, o trovati nascosti nelle foreste, furono venduti come schiavi[448]. Dopo tale spedizione, Requesens abbandonò, presso Nasso, la flotta veneziana, e ricondusse le galere di Ferdinando a Napoli per passarvi l'inverno. Ma il Mocenigo ed il legato vollero approfittare degli ultimi giorni della bella stagione, per portare ancora più lontano la desolazione. S'informarono dello stato di Smirne, e seppero che questa città, la più ricca e la più mercantile dell'Jonia, siccome quella ch'era posta in fondo ad un golfo, ove da lungo tempo non aveva veduti nemici, non si era presa cura di rifare le sue mura o di farle custodire. Il 13 settembre del 1472 presentaronsi in sul fare del giorno avanti Smirne; le truppe celeramente sbarcate, appoggiarono le loro scale alle muraglie, e le attaccarono bruscamente. I borghesi, spaventati, salirono sulle loro mura per difenderle, ma erano così poco accostumati alle armi, ed erano rimaste aperte tante brecce, che non ritardarono che pochi istanti l'invasione de' soldati e de' marinaj. Gli abitanti, vedendo la città presa, fuggirono con lamentevoli grida; le donne, recandosi i loro fanciulli in braccio, si rifugiavano nelle chiese e nelle moschee; alcuni uomini difendevano ancora i tetti ed i terrassi delle loro case, onde moltissimi furono uccisi, altri presi come schiavi. Le donne specialmente vennero inseguite, svelte dai luoghi sacri, disonorate, indi vendute. I vincitori non vollero far distinzione dalle chiese cristiane alle moschee; finsero di credere tutti gli abitanti musulmani, per trattarli tutti collo stesso rigore; e pure anche al presente quasi la metà degli abitanti professa ancora il Cristianesimo, sebbene si trovino da tanto tempo sotto il giogo de' Turchi. Balaban, pascià della provincia, quand'ebbe avviso dello sbarco de' Veneziani, accorse per respingerli colle poche truppe che potè adunare, ma venne ancor esso disfatto. I vincitori, rientrando in città, vi appicarono il fuoco, e la patria d'Omero fu in poco tempo incenerita. Non furono portate sulle galere che duecento quindici teste, perchè i soldati avevano trovato in così ricca città come caricarsi di più utile preda, che fu venduta all'incanto, dividendone il prezzo tra i soldati ed i marinaj[449].

Di ritorno dal sacco di questa città, i Veneziani sbarcarono ancora a Clazomene sull'istmo della penisola che chiude il golfo di Smirne; ma gli abitanti atterriti si erano ritirati nelle montagne, e non vi si trovarono che camelli e pochi altri animali da esportare. Allora le galere, approfittando d'un favorevole vento, fecero vela verso Modone: l'ammiraglio veneziano svernò nella Morea; il legato del papa, Oliviero Caraffa, tornò in Italia, e fece il suo ingresso in Roma il 23 gennajo del 1473. Si condussero innanzi a lui quindici camelli montati da venticinque Turchi, che egli aveva tenuti in vita per ornare il suo trionfo; oltre di che fece appendere avanti alle porte del Vaticano alcuni pezzi della catena che chiudeva il porto di Attalea[450].

Le stragi de' Veneziani nell'Asia Minore erano vendicate da quelle dei Turchi ne' possedimenti veneti, ed in questo cambio di ferocia e di assassinio, non è facile il riconoscere qual era il popolo più barbaro, qual era quello che fu dai primi oltraggi provocato ad usare dell'infame diritto di rappresaglia. Le città dell'Albania, ch'erano rimaste ai Veneziani come parte dell'eredità del grande Scanderbeg, vedevano il loro territorio periodicamente guastato due volte all'anno, all'avvicinarsi della messe e della vendemmia, fino alle mura di Scutari, d'Alessio e di Croja: ma queste rapide corse di cavalleria non erano mai seguite da regolare attacco[451].

L'apparizione del pascià di Bosnia nello stato veneto fu ben cagione di maggior terrore. Dopo avere rapidamente attraversata la Carniola, o l'Istria, questo pascià entrò a mezzo autunno nel Friuli. La cavalleria turca arrivò in sul fare della notte alle rive dell'Isonzo, e si fece subito a passarlo a guado. La cavalleria veneziana, accantonata sull'opposta riva, si riunì bentosto e respinse vivamente al di là del fiume i primi Musulmani che lo avevano attraversato; ma, sebbene rimasta in possesso delle rive, cedette poco dopo ad un terrore panico, e si ritirò prima che facesse giorno nell'isola di Cervia, formata da due rami del fiume avanti Aquilea. Al levare del sole i Turchi passarono l'Isonzo senza incontrare resistenza, e si sparsero per le ricche campagne del Friuli. L'incendio delle case e delle capanne, che andavano scontrando, avvisò da lontano gli altri abitanti di ritirarsi ne' luoghi murati. Le porte di Udine, capitale della provincia, erano ingombrate dalle famiglie de' contadini fuggitivi, dai loro carri, dai loro bestiami. Le chiese erano piene di donne supplicanti, le mura coperte di mal armati cittadini, e se i Turchi avessero spinta più in là la loro cavalleria, questa città poteva essere presa in quel primo terrore. Ma si fermarono in distanza di tre miglia, dando a dietro carichi di preda, e cacciandosi avanti truppe di schiavi[452].

Mentre che Pietro Mocenigo, ritiratosi durante l'inverno a Napoli di Romania, attendeva a porre la flotta in istato di cominciare vigorosamente la prossima campagna, un giovane siciliano, chiamato Antonio, che i Turchi avevano fatto prigioniero nell'isola d'Eubea e condotto a Costantinopoli, trovò modo di fuggire, e venne a presentarsi all'ammiraglio veneziano. Gli chiese un battello ed alcuni compagni coraggiosi, impegnandosi col loro ajuto d'appiccare il fuoco alla flotta turca, a traverso della quale era passato a Gallipoli. Dichiarò d'avere vedute su quella rada cento galere, che, non essendo guardate in tempo di notte, potevansi facilmente incendiare. Il Mocenigo, lodato assai il coraggioso giovane, gli promise le più magnifiche ricompense. Gli fece dare una barca carica di frutta, con alcuni de' più coraggiosi marinai della sua flotta. Antonio si annunciò ai Turchi come un mercante di frutti, e rimontò senza difficoltà i Dardanelli. Giunto a Gallipoli, cominciò a vendere le sue frutta ai soldati, e perchè non diffidavasi in alcun modo di lui, gli si permise di starsi la notte presso la flotta. Ne approfittò per appiccare il fuoco ai vascelli a lui più vicini; ma le persone accorse per ispegnerlo non gli permisero di continuare, e lo forzarono a fuggire sulla sua barca, cui erasi pure comunicato l'incendio. Il fuoco lo costrinse ad abbandonarla, per fuggire co' suoi compagni nel primo bosco che trovò lungo lo stretto. Avendo lasciata la barca mezzo consunta dal fuoco nel luogo in cui era sbarcato, questa fece scoprire il suo ritiro ed egli fu arrestato co' suoi compagni. Il sultano volle vederlo e gli domandò se aveva ricevuta qualche ingiuria, che lo avesse consigliato a così forsennata vendetta: «Niuna, rispose francamente Antonio, ma io ti ho conosciuto pel comune nemico de' Cristiani; il mio attentato è abbastanza glorioso, e lo sarebbe assai più, se avessi potuto bruciare il tuo capo, come bruciai le tue navi.» Il Turco, poco scosso dal coraggio del suo nemico, lo fece segare per mezzo il corpo co' suoi compagni. Il senato veneto non permise che tale coraggiosa intrapresa si restasse senza ricompensa, e non potendo beneficare Antonio personalmente, dotò sua sorella, ed assegnò una pensione a suo fratello[453].

Frattanto Pietro Mocenigo ebbe ordine da Venezia di mettersi in mare, e di seguire nell'entrante campagna le indicazioni che gli sarebbero date da Ussun Cassan, il di cui ambasciatore aveva stretta alleanza coi Veneziani; Giosafat Barbaro, uomo attempato assai, che parlava bene la lingua persiana, era stato incaricato di ricondurlo al suo padrone, e di presentare al Sofì a nome del senato veneto ricchi doni di vasi d'oro e di stoffe di Verona. Seco conduceva tre galere cariche di molta artiglieria, e cento ufficiali comandati da Tommaso d'Imola, che la repubblica mandava ai servigj del sovrano della Persia. Essi contavano di recarvisi, costeggiando la Cicilia e la Siria, ove dovevano trovare due fratelli, principi della Caramania, di già in parte spogliati da Maometto, ma che ancora si difendevano nel restante de' loro stati[454].

Onde aprirsi per questa strada una comunicazione con Ussun Cassan, Pietro Mocenigo si diresse da principio verso l'isola di Cipro. Aveva in allora quarantacinque galere veneziane, due galere del cavalieri di Rodi e quattro del re di Cipro. Con questa flotta veleggiò alla volta di Seleucia, assediata da uno dei principi caramani. Piramet, il più attempato di questi due fratelli, era nel campo d'Ussun Cassan, ed il più giovane, Cassan Bet, aveva indicato per trovarsi coi Veneziani un luogo ad un miglio di distanza da Seleucia presso ad un tempio ruinato. Egli disse a Vittore Soranzo, mandato verso di lui, che la Caramania, devota alla sua famiglia, era adesso nel timore e nella dipendenza di Maometto II per mezzo di tre fortezze, poste lungo il mare in faccia alle coste di Cipro; cioè Sichesio, Seleucia e Corico (Sikin, Selefki, Curko), ove i Turchi tenevano guarnigione, e di cui i Caramani non potevano impadronirsi senza artiglieria. Il Mocenigo assediò successivamente queste tre fortezze, e le consegnò a Cassan Bet dopo avere forzate le guarnigioni turche a capitolare; pareva che questa prima operazione dovesse aprire una facile comunicazione con Ussun Cassan[455].

Frattanto questo monarca erasi avanzato nell'Armenia, fino a poca distanza da Trebisonda e dal regno del Ponto, con un'armata, che malgrado gli stravaganti calcoli dei Latini non era forse che di quaranta mila uomini, ma che certo non eccedeva i sessanta mila. Maometto II gli marciava all'incontro con dieci mila giannizzeri, dieci mila guardie della corte, venti mila fanti e trenta mila ausiliarj. Con queste forze Maometto occupò Carachizara, ossia Cara-Issar sul fiume Lico[456]. Chaz Murath Beglierbey di Romania aveva il comando dell'avanguardia; egli si trovò in mezzo ai Persiani senz'avvedersene. Le sue truppe, impetuosamente attaccate, furono disfatte, ed egli rimase sul campo di battaglia ucciso nel primo urto. Ma mentre i Persiani inseguivano i fuggiaschi si scontrarono nel corpo ove trovavasi Maometto co' suoi tre figliuoli, Bajazette, Mustafà e Gem. Il sultano approfittò del disordine de' vincitori per attaccare. Ussun Cassan si difese vigorosamente, e la mischia fu lunga e crudele. Frattanto Daut pascià, Beglierbey di Natólia, che comandava una delle ale, avendo fatta avanzare la sua artiglieria, sparse il disordine tra i Persiani poco accostumati alle armi da fuoco. Uno dei figli d'Ussun Cassan fu ucciso, e la di lui testa venne presentata a Maometto. Ussun prese la fuga, e si ritirò con una parte della sua armata nelle montagne dell'Armenia. Il suo campo fu saccheggiato, i prigionieri, che aveva fatti, vennero liberati, e Maometto, dopo questa luminosa vittoria che guarentiva da ogni insulto i confini del suo impero da questo lato, rientrò trionfante in Costantinopoli[457].

Il Mocenigo, avanti d'essere informato della sorte dell'alleato della repubblica, aveva investite varie piazze dell'Asia Minore. Assediò prima Myra nella Licia, per liberare la quale essendosi avanzato Aiasa-Beg, comandante della provincia, con alcune truppe musulmane, fu battuto ed ucciso in battaglia. Allora Myra s'arrese agli assedianti, che permisero alla guarnigione ed agli abitanti di ritirarsi, ma che saccheggiarono e bruciarono la città. In appresso il Mocenigo sbarcò avanti Fisso nella Caria, e ne guastò i contorni. Colà ebbe un messo di Catarino Zeno, ambasciatore presso di Ussun Cassan, che lo invitava ad accostarsi alla Cilicia per potere, ove abbisognasse, secondare il monarca persiano. Egli era tornato a Corico, quando fu raggiunto da un nuovo corriere, che gli dava avviso della disfatta del Sofì, e della di lui ritirata nell'Armenia[458].

Durante tutta questa campagna il Mocenigo aveva agito solo. Mentre stava in Cilicia l'arcivescovo di Spalatro, nuovo legato del papa, gli aveva ben fatto sapere che verrebbe a raggiugnerlo con dieci galere, qualora fosse certo che l'ammiraglio veneziano volesse intraprendere qualche cosa per beneficio della Cristianità. Ma il Mocenigo, che credeva avere di già fatto assai per la causa comune, fu offeso da questo messaggio, e ricusò soccorsi offerti di così mala grazia. Altronde la sua attenzione cominciava ad essere di già distratta dagli affari di Cipro; il credito, ch'egli di già si arrogava in quest'isola, era d'una maggiore importanza per la repubblica, che tutte le conquiste che aveva fin allora tentate; ed egli non volle, trattando cogli ultimi Lusignani, essere osservato da un legato del papa, che gli rimprovererebbe ogni impresa estranea alla guerra dei Turchi.

L'isola di Cipro, che nel 1191 era stata così generosamente data da Riccardo cuor di Lione a Gui di Lusignano come indennizzamento del regno di Gerusalemme, erasi conservata fino al 1458 sotto il dominio della legittima discendenza di quest'illustre famiglia. Giano III[459], il XIV re di Cipro di questa famiglia, era un principe effeminato, che non aveva vissuto che per il piacere. La sua prima consorte, della casa di Monferrato, era morta non senza sospetto di veleno; e la seconda, Elena Paleologo, era una greca del Peloponneso, che dispoticamente governava il marito. Essa l'aveva persuaso a ristabilire il culto greco nell'Isola, atto di giustizia e di clemenza, che non pertanto dai Latini gli venne rinfacciato come un delitto. Ma com'ella signoreggiava Giano, così lasciavasi governare dalla nudrice, la quale dipendeva interamente da un suo figliuolo. Il re aveva avuta dalla prima moglie una figlia chiamata Carlotta, e non aveva figli dalla seconda, ma da una sua amante gli restava un figlio detto Giacomo. Carlotta, presuntiva erede del regno, fu maritata a Giovanni di Portogallo, figlio del duca di Coimbra, e nipote di Giovanni I. Il principe portoghese risvegliò la gelosia del figliuolo della nudrice; e dopo violenti contese tra di loro, Giovanni perì nel 1457[460], e si credette avvelenato. L'insultante trionfo del figlio della nudrice non ebbe lunga durata. Giacomo, il bastardo di Giano, lo uccise di propria mano, non tanto per liberare Carlotta dalla sua insolenza, quanto per aprirsi la via del trono colla perdita di un pericoloso favorito[461].

Giano destinava in appresso sua figlia a Luigi di Savoja, secondo figlio del duca Luigi, che aveva egli medesimo sposata una principessa cipriota; ma Giano morì prima d'avere potuto effettuare queste nozze. Per altro Luigi giunse a Nicosia, capitale del regno, sposò Carlotta il 7 ottobre del 1459, e fu coronato col titolo di re di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia[462].

Sua intenzione era stata quella di far entrare il bastardo negli ordini sacri, destinandogli l'arcivescovado di Nicosia, prima prelatura del regno. Ma per una imprudente politica, Carlotta prevenne la corte di Roma contro suo fratello, e gl'impedì d'avere quest'eminente sede[463]. Giacomo irritato passò alla corte del soldano d'Egitto, di cui i re di Cipro riconoscevansi feudatarj, e gli chiese per sè l'eredità paterna. Il vantaggio del sesso è agli occhi de' Musulmani, più importante assai che quello della legittimità de' natali, per la successione. Altronde il sultano vedeva quasi con altrettanta diffidenza che Maometto II un principe d'Occidente e del sangue francese stabilirsi nel centro dei mari della Siria. I Cipriotti dal canto loro preferivano un Lusignano, nato nel loro paese, ad un sovrano straniero. Melec Ella diede dunque a Giacomo colla corona reale un'armata di Mamelucchi per sottomettere l'isola di Cipro. Giacomo fu accolto in Nicosia senza difficoltà; egli prese in poco tempo le fortezze di Sigur, Pafo e Limisso mal difese dai gentiluomini savojardi, assediò poi Luigi e Carlotta in Cerina, e, tranne questa fortezza, si rese padrone di tutto il regno[464].

Era Luigi di Savoja un principe indolente e sensuale, ma Carlotta era di una singolare attività. Ella lasciò Cerina per andare a chiedere soccorso a tutti i principi dell'Occidente. Nel 1460 si presentò a Pio II. «Questa donna, egli dice nelle sue memorie, sembra dell'età di ventiquattr'anni, ed è di mediocre statura; ha il viso giallo e pallido, il suo linguaggio è armonioso, e scorre come un fiume coll'abbondanza propria dei Greci. Veste alla francese, e le sue maniere sono degne del real sangue[465].» Questo papa, mosso dalle istanze di Carlotta e persuaso della giustizia della sua causa, le promise la sua protezione. Dichiarossi a lei favorevole anche l'ordine de' cavalieri di san Giovanni, ed accordò a lei ed a suo marito un asilo a Rodi; da quest'isola ella fece partire convoglj di viveri e di munizioni per Cerina, e rinnovò le sue corrispondenze coi malcontenti del regno. Finalmente i Genovesi, che ancora possedevano alcune fortezze in Cipro, e tra le altre Famagosta, abbracciarono ancor essi i di lei interessi: ciò fu agli occhi de' Veneziani una bastante ragione per dichiararsi per la contraria parte.

Marco Cornaro, gentiluomo veneziano, esiliato dalla sua patria e stabilito in Cipro, aveva stretta domestichezza con Giacomo, bastardo di Lusignano. Gli aveva somministrato il danaro necessario per fare la guerra, prima co' proprj fondi, in appresso con quelli de' suoi compatriotti; lo ajutò pure costantemente co' suoi consiglj, lo diresse soprattutto nell'assedio di Cerina, che si arrese a Giacomo verso la fine del 1464, ed in quello di Famagosta, che gli aprì le porte lo stesso anno, dopo aver tenuto tre anni[466]. Giacomo, trovandosi allora padrone di tutta l'isola di Cipro, tentò nuovamente di farsi riconoscere dal papa, ma non potè riuscirvi. Respinto da tutti i principi cristiani, si volse a Marco Cornaro, per contrarre colla di lui mediazione un'alleanza colla repubblica di Venezia. Aveva Marco una bellissima giovanetta sua nipote per nome Catarina, figlia di Andrea Cornaro; l'offri in matrimonio a Giacomo di Lusignano con cento mila ducati di dote, a condizione che Catarina sarebbe prima adottata per propria figlia dalla repubblica di Venezia. Questo trattato s'intavolò circa il 1468, e dopo lunghe dilazioni questo parentado si accettò dalle due parti. Catarina Cornaro venne solennemente dichiarata figlia di san Marco, fu maritata per procura nel 1471 alla presenza del doge e della signoria, fu accompagnata come regina fino alla sua flotta dal doge nel Bucintoro, vascello dello stato destinato alle grandi cerimonie, e parti in seguito alla volta di Cipro con quattro galere comandate da Girolamo Diedo[467].

Con questa parentela Giacomo di Lusignano avendo contratta la singolare relazione di genero della repubblica, si mostrò sempre affettuoso parente ed amico fedele. I suoi porti furono costantemente aperti alla flotta de' Veneziani, e le sue alleanze e le sue nimicizie vennero determinate dai loro consiglj; e nella guerra contro i Turchi somministrò loro rinforzi proporzionati alla ricchezza ed alla popolazione de' suoi stati. Ma non erano appena passati due anni da che si era ammoglialo, quando morì il 6 giugno del 1473. Lasciò la consorte gravida, e col suo testamento instituì suo crede, prima la prole che da lei nascerebbe, ed in suo difetto, Giano, Giovanna e Carlotta, tre suoi bastardi[468]. I Cipriotti, che avevano combattuto con accanimento contro Carlotta, onde non portasse la corona ad un principe straniero, videro con profondo dolore che il loro affetto per Giacomo gli aveva ridotti a sottomettersi alla sua vedova, ancora più straniera al sangue dei Lusignani che non il principe di Savoja, ch'essi avevano scacciato. Il malcontento risvegliò la diffidenza, e sospettarono il Cornaro e Marco Bembo, zio il primo, l'altro cugino della regina, d'avere avvelenato suo marito[469].

L'arcivescovo di Nicosia, i conti di Zaplana e di Zaffo, suoi fratelli, il signore di Tripoli e Rizzo de' Marini erano capi del partito, che ricusava il giogo di una regina veneziana e de' suoi consiglieri veneziani[470]. Si volsero segretamente a Ferdinando, re di Napoli, e gli offrirono di far isposare Carlotta, figlia naturale di Giacomo, a don Alonso, figlio naturale di Ferdinando, di destinare la corona a questi due fanciulli che trovavansi ancora in tenera età, e di conservare fino alla loro maggiorità l'indipendenza del regno sotto la protezione del re di Napoli[471]. Frattanto le voci di avvelenamento, ch'essi avevano sparse, eccitarono una sollevazione, nella quale furono dal popolo furibondo uccisi Andrea Cornaro, Marco Bembo, ed il medico del re. I capi del partito, che non erano ancora apparecchiati a difendere la loro indipendenza, e che sapevano trovarsi la flotta veneziana nelle acque di Cipro, sforzaronsi di calmare quest'insurrezione, che li comprometteva, e di scusarla agli occhi de' Veneziani. Un giudice di Venezia risiedeva in Nicosia per giudicare le cause che accadevano tra i suoi compatriotti; essi recaronsi presso di lui per rinnovare le loro promesse di conservarsi fedeli alla regina Catarina, alla prole che di lei nascerebbe, ed alla repubblica di Venezia. Mandarono una somigliante dichiarazione all'ammiraglio Pietro Mocenigo, e lo supplicarono di non punire tutto il regno per un assassinio dipendente da personali animosità; accusarono Bembo e Cornaro di concussioni, che gli avevano resi odiosi, e dissimularono i loro sospetti di veleno, che parevano compromettere la medesima repubblica[472].

Pietro Mocenigo s'infinse di prestar fede a tali proteste; non pertanto trovò conveniente d'assicurare il credito della giovine regina, facendo mostra agli occhi de' Cipriotti di tutta la potenza de' Veneziani. Si avvicinò all'isola colla sua flotta, e trovossi in Nicosia, quando la regina diede alla luce il figlio di Giacomo. Questo fanciullo fu tenuto al sacro fonte dal generalissimo e dai provveditori veneziani, e ricevette il nome di suo padre. Dopo avere passati alcuni giorni in Cipro, il Mocenigo continuò le sue stragi sulle coste della Licia, della Caria e della Cilicia. Ricevette sulla sua flotta gli ambasciatori della regina Carlotta, ch'erasi stabilita a Rodi, mentre che suo marito, Luigi di Savoja, viveva nella mollezza, a Ripaglea, in mezzo alle sue amanti. Carlotta, in nome dell'antica alleanza di suo padre coi Veneziani, in nome dell'amicizia che regnava tra il duca di Savoja, suo cognato e la repubblica, in nome sopra tutto della giustizia, ridomandava una corona che a lei sola poteva appartenere. Se l'usurpazione del bastardo, suo fratello, era colorita dal vantaggio del sesso, la morte di Giacomo doveva, secondo lei, riporla in tutti i suoi diritti. Il Mocenigo gli rispose, ch'egli avea riconosciuto Giacomo di Lusignano, confederato della repubblica di Venezia, come legittimo possessore del regno di Cipro, che i regni non si trasmettevano secondo le formole legali, e dietro le leggi seguite nelle processure, ma colla virtù e colle armi; che con tali mezzi Giacomo aveva conquistata l'isola di Cipro su di lei e sui Genovesi, che la vedova ed il figlio di questo monarca erano oramai i soli sovrani di quest'isola, e che, avendoli la repubblica adottati come suoi figliuoli, ella saprebbe difenderli[473].

Intanto il Mocenigo ebbe avviso di essere scoppiati a Nicosia nuovi movimenti, egli spedì subito alla regina Catarina, per prometterle una potente assistenza, quello stesso Coriolano Cepio che scrisse la storia di questa campagna. Pochi giorni dopo, gli fece tener dietro Vittore Soranzo, provveditore, con otto galere, e finalmente arrivò egli medesimo con tutta la flotta. Trovò la regina spogliata di ogni autorità, separata da suo figlio che i Cipriotti volevano educare essi medesimi, privata della guardia delle fortezze e della disposizione del tesoro, e non pertanto costretta da' suoi nemici, in particolare dai Catalani, che Giacomo aveva chiamati nel regno, a dichiarare che era contenta, e che tutto erasi fatto di sua volontà[474].

Dopo la Sicilia e la Sardegna, Cipro è l'isola più vasta del Mediterraneo: ha circa cento ottanta miglia nella sua maggiore lunghezza, sessanta di larghezza, e più di quattrocento di circonferenza. Posta tra il 35 ed il 36 grado di latitudine, gode d'un clima delizioso, e produce in abbondanza, vino, olio, frumento, ed il rame che ha da lei ricevuto il nome. La sua posizione, tra la Siria, l'Egitto e l'Asia Minore, sembra invitarla ad aggiugnere il più attivo commercio ai ricchi prodotti del suolo. Nei tempi della sua libertà, vi si contarono quindici fiorenti repubbliche; ma sotto il governo degl'imperatori, poi sotto quello dei re Lusignani erano infinitamente diminuite le sue ricchezze e la sua popolazione. La tirannia feudale dei baroni, la sovranità riclamata dai soldani d'Egitto, e gli esclusivi privilegj dei Genovesi e de' Veneziani, che volevano a sè soli riservato il commercio, impedivano lo stabilimento d'una buona legislazione, della pace, della sicurezza. Pure la conquista dell'isola di Cipro era tuttavia un'intrapresa, che richiedeva considerabili forze; e Pietro Mocenigo, non avendo che poche truppe da sbarco, volle, prima di tentar nulla, procurarsene in maggior numero. Mandò de' trasporti in Candia ed in Morea per raccogliere tutte le truppe disponibili de' Veneziani. Sei vascelli, che portavano molti Stradioti e fanti, gli sbarcarono per suo ordine a Famagosta. All'avvicinarsi di questa nuova armata, l'arcivescovo di Nicosia ed i conti di Tripoli fuggirono. Il Mocenigo, a nome della regina, cambiò i comandanti di tutte le fortezze, v'introdusse in appresso capitani e soldati veneziani con molti arcieri di Creta; punì capitalmente tutti coloro che avevano preso parte nell'ultima sollevazione, perseguitò i fuggiti, esiliò coloro ch'erano soltanto sospetti, e sotto pretesto di ristabilire ed assicurare l'autorità della regina, ridusse tutta l'isola nell'assoluta dipendenza dei Veneziani, e spaventò tutti i loro nemici col terrore de' supplicj[475].

Frattanto la regina perdette suo figlio in età di un anno, lo che resela ancora più straniera al regno. Il 24 marzo del 1474, il senato di Venezia le diede per consiglieri, o piuttosto per tutori due nobili veneziani, Luigi Gabrielli e Francesco Minio; ed il comando di tutte le truppe venne affidato a Giovanni Soranzo col titolo di provveditore generale. Il senato di Venezia nominò pure i particolari comandanti di Famagosta e di Cerina; ed alla regina, protetta da quell'ambiziosa repubblica, altro non rimase che la vana pompa della dignità reale[476].

FINE DEL TOMO X.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO X.]

Capitolo LXXV. Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. — Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazia e deposizione di Francesco Foscari a Venezia. 1447-1457 [Pag. 3]
Progressi della letteratura, decadenza dello spirito pubblico nel quindicesimo secolo [3]
I letterati di quest'epoca non hanno originalità per esercitare piena influenza sui loro concittadini [4]
Pedanteria di coloro ch'erano incaricati di qualche pubblica funzione [5]
Falsa idea che si formavano dell'eloquenza [7]
Carriera percorsa da uno de' più illustri e più felici filologi di questo secolo, Tommaso di Sarzana, ossia Niccolò V [9]
1398-1434 Natali e prima educazione di Tommaso di Sarzana [9]
1434-1446 Suoi avanzamenti nelle lettere, e sue dignità ecclesiastiche [10]
1447 23 febbrajo. Morte d'Eugenio IV. Stefano Porcari vuole persuadere i Romani a far valere i loro privilegi [12]
6 marzo. Elezione di Tommaso di Sarzana che prende il nome di Niccolò V [15]
1449 Aprile. Felice V rinuncia al pontificato; e termina lo scisma [16]
1447-1455 Incoraggiamenti dati alle lettere antiche da Niccolò V [16]
Suo gusto per l'architettura e suoi monumenti [18]
Sua famigliarità coi letterati [19]
Educato nella servitù domestica non vuole riconoscere nè privilegi, nè libertà [20]
1450 Nuovi tentativi del Porcari in favore de' privilegi di Roma [22]
Opinioni del Porcari e de' Romani intorno al governo de' Preti [23]
1453 Gennajo. Congiura di Stefano Porcari [24]
Viene scoperta e condannati alla morte tutti i complici [27]
Niccolò V diventa sospettoso e crudele [28]
1454 Malattia di Niccolò V, e suoi rimorsi [30]
1455 24 marzo. Morte di Niccolò V [31]
8 aprile. Gli succede Alfonso Borgia col nome di Calisto III [32]
1456 Alleanza tra Alfonso d'Arragona e la casa Sforza [33]
1455 Giacomo Piccinino conduce nello stato di Siena una compagnia di soldati avventurieri [35]
Tutte le truppe italiane si adunano nelle Maremme di Siena per resistere al Piccinino [37]
Battaglia della valle d'Inferno [37]
Mortalità nelle armate, e ruina del Piccinino [38]
1453-1456 Progetti di crociate contro i Turchi subito dimenticati [40]
1454 18 aprile. Trattato di pace tra i Veneziani ed i Turchi [42]
1423-1457 Glorioso regno di Francesco Foscari doge di Venezia [43]
1445-1456 Accanimento del consiglio dei dieci contro suo figlio Giacomo Foscari [45]
1450 novembre. Nuove persecuzioni contro Giacomo Foscari [46]
1433-1451 Il vecchio doge Foscari offre l'abdicazione, e non è accettata [47]
1456 Luglio. Ultime sventure e morte di Giacomo Foscari [51]
1457 Ottobre. Il consiglio dei dieci chiede a Francesco Foscari l'abdicazione [51]
23 ottobre. Deposizione di Francesco Foscari che muore otto giorni dopo [52]
Capitolo LXXVI. Guerra d'Alfonso re di Napoli contro Malatesta di Rimini e contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di questo monarca: suo carattere. 1455-1458 [54]
1433 Il re di Napoli si era riservato di fare la guerra al Malatesta, a Manfredi ed ai Genovesi [54]
Rivalità di Sigismondo Malatesta e di Federico di Montefeltro [55]
Novembre. Federico ajutato da Alfonso di Napoli e dal Piccinino attacca il Malatesta e lo stato di Rimini [57]
Collera d'Alfonso, re di Napoli, contro la repubblica di Genova [57]
1435-1455 Vent'anni di turbolenze in Genova duranti i quali questa repubblica aveva preso poca parte negli affari d'Italia [58]
Potenza de' grandi uomini e delle ricordanze istoriche negli stati liberi [59]
Una mescolanza d'aristocrazia rendesi necessaria all'equilibrio che produce la libertà [60]
Le illustri famiglie di Genova non avevano nello stato una potenza proporzionata al loro credito presso il popolo [62]
Questa sproporzione è cagione di tutte le rivoluzioni di Genova [62]
1436 Tommaso Fregoso scaccia di nuovo il doge Isnardo di Guarco, e si fa riconoscere in suo luogo [64]
1437 Battista Fregoso scaccia di nuovo il doge Isnardo di Guarco, e si fa riconoscere in suo luogo [65]
Battista Fregoso, sedotto dagli intrighi del duca di Milano, si rivolta contro suo fratello è vinto ed ottiene perdono [66]
1441 Rivoluzione di Giovanni Battista del Fiesco e degli antichi nobili contro il Fregoso [67]
1435-1442 I Genovesi consacrano tutte le loro forze nella difesa Renato d'Angiò contro Alfonso [68]
1442 15 dicembre. Tommaso Fregoso vinto e scacciato da Genova da Giovanni Antonio del Fiesco [70]
1443 Gennajo. Rafaello Adorno nuovo doge di Genova [70]
1444 Adorno rende la repubblica di Genova tributaria d'Alfonso [72]
1447 4 gennajo. Rafaele Adorno abdica la sua dignità e gli viene sostituito suo cugino Barnabò [74]
1447 30 gennajo. Barnabò Adorno scacciato da Giano Fregoso che gli succede [75]
Conquista del marchesato di Finale fatta dal Fregoso [76]
1450 8 dicembre. Pietro Fregoso succede a Luigi, ch'era succeduto a Giano, morto di malattia [76]
1452 Soccorsi mandati dalla repubblica di Genova a Costantinopoli [77]
1453 I Genovesi perdono la loro colonia di Pera [78]
Essi cedono le loro colonie del mar Nero, e di Corsica alla banca di san Giorgio [79]
1454 Essi domandano la pace ad Alfonso per volgere di conserva le loro armi contro i Turchi [80]
1455 28 luglio. Pietro Fregoso sottomette i suoi nemici ribellatisi contro di lui [81]
1455-1456 Si difende contro la flotta d'Alfonso [82]
Corrispondenza d'Alfonso e del doge Fregoso [82]
Soccorsi mandati dai Genovesi ai greci del Levante [85]
1457 Pietro Fregoso ricorre a Carlo VII, re di Francia, ed a Giovanni d'Angiò duca di Calabria [86]
1454-1455 Dimora di Giovanni d'Angiò in Toscana al soldo de' Fiorentini [86]
1458 Febbrajo. La repubblica di Genova si sottomette alla signoria del re di Francia [87]
11 maggio. Giovanni d'Angiò viene a prendere il comando di Genova [88]
Fa tutti i suoi apparecchi di difesa [89]
1 luglio. La morte d'Alfonso disperde l'armata napolitana e quella dei malcontenti [90]
1416-1458 Regno d'Alfonso in Arragona [91]
1458 27 giugno. Morte d'Alfonso nel castello dell'Uovo [92]
Protezione accordata da Alfonso alle lettere [93]
Suo primo amore per Margarita de Hyer [95]
Sua ultima passione per Lugrezia d'Alagna [96]
Eccessiva sua liberalità [97]
Vizj della sua amministrazione [97]
Capitolo LXXVII. Pratiche di Calisto III e de' Baroni Napolitani perchè Ferdinando d'Arragona non succedesse a suo padre. S'addirizzano a Giovanni d'Angiò signore di Genova. Pietro Fregoso viene ucciso in un attacco contro Genova. Giovanni d'Angiò lascia Genova per il regno di Napoli. Guerra civile, battaglie di Sarno e di San Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi. 1458-1460 [99]
Sforzi d'Alfonso per assicurare la successione di suo figlio Ferdinando [99]
1443 Il parlamento di Napoli aveva domandato che Ferdinando fosse designato per successore alla corona [101]
1443-1455 Suo diritto confermato dalle bolle di molti papi [102]
1444 E col suo matrimonio con Isabella di Clermont, nipote dei principe di Taranto [105]
1458 12 luglio. Calisto III dichiara il regno di Napoli devoluto alla S. Sede per l'estinzione della legittima linea [105]
Vuole tirare ne' suoi progetti Francesco Sforza [107]
6 agosto. Muore senza poter dare esecuzione ai suoi disegni [108]
19 agosto. Elezione d'Enea Silvio Piccolomini, che si fa nominare Pio II [108]
Povertà di Pio II nell'atto della sua elezione [109]
Ottobre. Pio II riconosce Ferdinando come re di Napoli, e fa con lui un trattato vantaggioso alla Chiesa [110]
Il conte di Viane, competitore di Sigismondo si ritira in Sicilia [112]
1459 Malcontento de' baroni napolitani, loro proposizioni al re di Navarra [113]
Respinti da lui s'addirizzano a Renato d'Angiò ed a suo figlio [114]
Il duca di Calabria, figlio di Renato, cerca l'alleanza di Francesco Sforza [114]
Gli viene rifiutata [116]
Lo Sforza cerca di eccitare delle turbolenze in Genova governata dal duca di Calabria [117]
Febbrajo. Prima spedizione di Pietro Fregoso, morte di G. A. del Fiesco [118]
Il duca di Calabria chiede ed ottiene soccorsi dai Genovesi per la guerra di Napoli [119]
Settembre. Seconda spedizione di Fregoso contro Genova [120]
13 settembre. Penetra nello stesso circondario di Genova [122]
Vi è ucciso [122]
Disfatta della sua armata [123]
4 ottobre. Il duca di Calabria spiega le vele da Genova per terra di Lavoro [124]
27 maggio. Pio II fa l'apertura della dieta adunata in Mantova [124]
Calde preghiere dei deputati del Levante a questa dieta [126]
La dieta riparte tra i popoli le spese della futura crociata [127]
1460 13 gennajo. Si scioglie senza assicurare soccorsi ai popoli del Levante [128]
Pio II risolve di soccorrere Ferdinando contro la casa d'Angiò [129]
1459 Ottobre. 1460 gennajo. Sollevazione di tutto il regno di Napoli a favore della casa d'Angiò [130]
1460 Quasi tutta l'Italia s'interessa a favore degli Angiovini [132]
Ferdinando riclama dai Veneziani e dai Fiorentini i sussidj stipulati per l'alleanza [133]
I Fiorentini, sul punto di decidersi per il duca di Calabria vengono ritenuti da Francesco Sforza [135]
Le due repubbliche si obbligano alla neutralità [136]
Il Piccinino e Malatesta si pongono ai servigi del principe d'Angiò [137]
Primi vantaggi di Ferdinando nella Campania [138]
17 luglio. Disfatta a Sarno dal duca Giovanni [140]
La regina Isabella implora la compassione del principe di Taranto, che respinge il duca Giovanni da Napoli [141]
27 luglio. Sconfitta de' Fratelli Sforza e del Montefeltro a San Fabbiano loro data da Giacomo Piccinino [143]
La regina Isabella fa la questua in Napoli per rimontare l'armata di suo marito [144]
Capitolo LXXVIII. La repubblica di Genova sollevata dalle pratiche dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio dei Francesi ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. — Disastro del partito Angioino nel regno di Napoli. — Tirannide di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo dei Medici. 1460-1464 [146]
1460 Importanza del possedimento di Genova per la guerra de' Francesi a Napoli [146]
Prime dissensioni in Genova sotto il governo francese [147]
1461 9 marzo. Sollevazione che sforza Tommaso della Vallée a ritirarsi nel forte [148]
Riconciliazione degli Adorni e de' Fregosi, proposta da Paolo Fregoso arcivescovo di Genova [150]
Prospero Adorno eletto doge dai due partiti [150]
La guarnigione francese viene assediata nel castelletto [152]
Luglio. Il re Renato si presenta a Genova con una flotta [154]
17 luglio. La sua armata è battuta e quasi distrutta dai Genovesi [155]
Lo stesso giorno della battaglia Prospero Adorno è scacciato da Genova da Paolo Fregoso [157]
Luigi Fregoso entrato in possesso del Castelletto è nominato doge di Genova [157]
La sconfitta del re Renato a Genova fa grave danno alla parte Angiovina nel regno di Napoli [158]
Giorgio Scanderbeg conduce degli Albanesi in soccorso di Ferdinando a Barletta [159]
Diverse pratiche per istaccare Francesco Sforza dall'alleanza di Ferdinando [160]
1462 Febbrajo. Il duca di Milano fa arrestare Tiberio Brandolini come partigiano della casa d'Angiò [162]
Vantaggi degli Angiovini in principio dell'anno [163]
In agosto la fortuna si dichiara per Ferdinando, e più non lo abbandona [164]
18 agosto. Il duca d'Angiò e Piccinino sconfitti sotto Troja [164]
1462 Agosto. Sigismondo Malatesta disfatto dal Montefeltro [165]
13 settembre. Il principe di Taranto abbandona il partito d'Angiò [166]
1463 10 agosto. Giacomo Piccinino abbandona il partito d'Angiò [167]
Ottobre. Sigismondo Malatesta ottiene la pace dal papa a durissime condizioni [170]
16 novembre. Il principe di Taranto muore ad Alta-Mura, probabilmente assassinato per ordine di Ferdinando [171]
1464 Il principe d'Angiò abbandona il regno di Napoli [171]
Febbrajo. Luigi XI cede a Francesco Sforza tutti i suoi diritti sopra Genova [172]
1460-1462 L'arcivescovo di Genova si fa capo dei faziosi [173]
Sorprende replicatamente il doge Luigi suo cugino, e si fa eleggere in suo luogo [175]
1462-1464 Violenta amministrazione di Paolo Fregoso [176]
Aprile. L'arcivescovo Fregoso lascia Genova per fare il pirata [178]
13 Aprile. Genova si assoggetta al duca di Milano [179]
Firenze si sottrae alle violenti rivoluzioni di Genova [180]
1455-1464 Governo democratico di Firenze [180]
Autorità dittatoriale delle balìe renduta necessaria [182]
Grandezza di Neri Capponi e di Cosimo de' Medici [183]
1455 1 Luglio. I Fiorentini, dopo la morte di Neri Capponi, non vogliono rinnovare la balìa [184]
1455-1458 Umiliazione dei grandi dopo abolita la balìa [186]
Contestazioni intorno allo stabilimento delle imposte [187]
Il gonfaloniere Matteo Bartoli domanda invano una balìa [187]
11 Agosto. Luca Pitti fa ristabilire la balìa per forza [188]
La balìa fa un uso tirannico del suo potere [189]
Orgoglio di Luca Pitti che fa fabbricare un palazzo reale [190]
1463 Novembre. Cosimo de' Medici perde il suo secondo figliuolo [192]
1464 1 Agosto. Cosimo muore nel suo 75º anno [193]
Monumenti innalzati di Cosimo nella sua patria [194]
Sua amministrazione pubblica e sue conquiste [196]
1465 Dopo morto viene dichiarato padre della patria [197]
Capitolo LXXIX. Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. — Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de' Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie e morte di Scanderbeg. 1443-1466 [198]
1464-1494 Periodo di pace e di prosperità per l'Italia [198]
Progressi delle lettere e delle arti, e decadimento del carattere nazionale in questo periodo [199]
1443-1464 Abbandono degl'Illirici ai Turchi, onde rimangono scoperte le coste d'Italia [200]
Numerosi stati nati dalla ruina dell'impero d'Oriente [201]
Tutti questi stati cercano in Italia un centro alle loro negoziazioni ed ai loro interessi [203]
L'Italia si riempie di Greci e di Cristiani orientali fuggiaschi [203]
1354-1458 Dominio in Servia dei Crali della casa di Lazaro [205]
Maometto II soggioga la Rascia e la Servia dopo la morte di Giorgio Bulkowitz [206]
1364-1458 Regno della casa Acciajuoli nel ducato d'Atene [206]
Francesco Acciajuoli ultimo duca d'Atene strozzato da Maometto II [208]
1450-1460 I fratelli dell'ultimo governatore governano il Peloponneso col titolo di despoti [209]
Vengono spogliati de' loro stati muojono nel 1465, e 1471 [209]
1462 Sinope, Ceraso, e Trebisonda sottomesse da Maometto II [210]
1463 Maometto II attacca Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia [211]
Dopo spaventose crudeltà Blado si rifugia presso gli Ungari, che lo ritengono prigioniere [213]
1404-1432 Nascita di Giorgio Castriotto, e sua educazione tra i Turchi [213]
Alla morte di Giovanni, padre di Giorgio Castriotto, Amurat II occupa la sua eredità nell'Epiro [214]
1442 Questi, soprannominato Scanderbeg
solleva l'Epiro dopo avere disfatti i Turchi alla Morava [215]
1442 Occupa in un mese tutte le fortezze che appartennero in addietro a suo padre [217]
Convoca una dieta dei principi dell'Epiro e d'Albania ad Alessio [217]
1442-1445 Forze ed entrate di Scanderbeg [217]
Sue vittorie sopra Feyrouz e Mustafà [221]
1449 Amurat II guasta l'Epiro e s'impadronisce di Sfetigrade [222]
1450 Amurat assedia inutilmente Croja, capitale di Scanderbeg [223]
Morte d'Amurat dopo l'assedio di Croja [224]
1452-1458 Mosè Golento ed Amesa generale di Scanderbeg sedotti da Maometto II, ed in appresso sottomessi [225]
1461 22 giugno. Pace tra Scanderbeg e Maometto II [227]
1461-1465 Campagne di Scanderbeg in Italia come ausiliario di Ferdinando [227]
1462 Stefano Tommaso, re di Bosnia, domanda ajuto a Pio II [229]
1465 La Bosnia conquistata da Maometto II, ed il suo re mandato al supplicio [230]
La Schiavonia saccheggiata, ed il suo ban, ossia sovrano, ucciso con cinquecento suoi gentiluomini [233]
Maggio. La guerra accesa in Morea tra i Veneziani ed i Turchi [234]
Avendo i Veneziani occupato il Peloponneso, fortificano l'istmo ossia hescamiglion [235]
Assediano invano Corinto [237]
1464 Abbandonano vilmente l'istmo all'avvicinarsi di un'armata turca [237]
1463 Pio II risolve di condurre egli stesso una crociata in difesa de' Cristiani del Levante [239]
22 ottobre. Con una bolla aduna i Crociati in Ancona [242]
Il doge di Venezia sforzato dai Pregadi a promettere di marciare in persona col papa [243]
12 settembre. Trattato d'alleanza di Mattia Corvino con Venezia contro i Turchi [243]
26 maggio. Pio II persuade Scanderbeg a ricominciare la guerra [244]
1464 18 giugno. Pio II parte da Roma per la crociata [245]
1464 Strada facendo incontra i Crociati che tornano alle loro case [247]
Agosto. Il doge Cristoforo Moro viene a raggiugnere il papa ad Ancona [249]
14 agosto. Morte di Pio II [250]
Insufficienti apparecchi da lui fatti per la sua spedizione [251]
Alla sua morte sono abbandonati i suoi progetti, e tutta l'armata si disperde [253]
Convenzione dei Cardinali prima di procedere ad una nuova elezione [254]
16 settembre. Paolo II eletto da loro annulla la convenzione che aveva sottoscritta e giurata [255]
Mostra di volere soccorrere i Cristiani del Levante [256]
1463 Guerra de' Veneziani contro Trieste e l'imperator Federico III [258]
1465 Loro spedizione contro il gran maestro di Rodi [259]
Guasti che fanno in Grecia [260]
Orsato Giustiniani attacca Metelina, e vi commette orribili crudeltà sui prigionieri turchi [261]
Sigismondo Malatesta brucia Ministra, o nuova Sparta [262]
1466 Vittore Cappello saccheggia Atene [263]
È perdente sotto Patrasso [264]
1464 Ballabano Badera incaricato da Maometto II della guerra contro Scanderbeg [266]
Otto capitani di Scanderbeg cadono in un'imboscata nella valle di Valcalia [268]
1464 Battaglie d'Oronichio e di Sfetigrade [269]
Giacomo Arnauta e Ballabano entrano nell'Epiro per due diverse parti [270]
Scanderbeg caduto in un'imboscata si salva a stento [271]
Battaglia di Valcalia ov'è sconfitto Ballabano [272]
Battaglia di Petrella ove Giacomo Arnauta è vinto ed ucciso [273]
1465 Nuovi sforzi di Maometto II per sottomettere l'Epiro [274]
Entra con una potente armata e prende Chidna [275]
Scanderbeg va a Roma ad implorare i soccorsi di Paolo II [277]
Ballabano assedia Croja [277]
Ballabano è rotto ed ucciso, alle falde del monte Cruino, da Scanderbeg [279]
Scanderbeg vuole adunare una nuova armata in Alessio [281]
1466 Gennajo. È colà sorpreso da mortale malattia, discorso ai suoi soldati [282]
Il suo solo nome disperde i Turchi che si avanzavano contro Alessio [284]
17 gennajo. Muore ed è seppellito in Alessio [284]
Disperazione degli Epiroti [285]
L'Albania cade sollo il giogo de' Turchi [286]
Capitolo LXXX. Falsa politica de' Veneziani nell'amministrazione delle loro province d'oltremare. Perfidia di Ferdinando di Napoli, che fa perire Giacomo Piccinino. — Ultimi anni e morte di Francesco Sforza. Turbolenze di Firenze sotto l'amministrazione di Pietro de' Medici; progetti e debolezze di Luca Pitti. 1464-1466 [288]
Esistenza dell'Italia dipendente dalla guerra dei Turchi [288]
Non pertanto tutti gli stati trascurano la propria difesa per occuparsi di piccoli interessi [289]
I Veneziani che soli difendevano l'Italia la compromettono essi medesimi con una fallace politica [290]
I sudditi di Venezia divisi in tre classi [291]
Quelli delle provincie Illiriche affatto sagrificati alle altre due [292]
Una più savia politica avrebbe fatto di Venezia una potenza illirica [293]
Rapacità e venalità de' Veneziani nelle loro colonie [294]
Debolezza de' loro sforzi contro i Turchi, risultamenti di tale venalità [295]
Ferdinando, re di Napoli, non pensa che a vendicarsi de' suoi sudditi ribelli, coi quali aveva fatta la pace [296]
1464 Giugno. Fa arrestare Marino Marzano duca di Svessa [297]
Giacomo Piccinino, temendo la stessa sorte, cerca la protezione di Francesco Sforza [298]
Viene a Milano a sposare Drusiana, figlia naturale dello Sforza [299]
1465 Torna a Napoli sotto la guarenzia di suo suocero [301]
24 giugno. Viene arrestato e fatto morire per ordine di Ferdinando [302]
Si accusa, forse senza fondamento, lo Sforza d'avere avuto parte a questo tradimento [302]
Ippolita, legittima figlia dello Sforza, sposa Alfonso figlio di Ferdinando [306]
Galeazzo Sforza mandato dal padre in soccorso di Lodovico XI, in occasione della guerra del ben pubblico [307]
1466 8 Marzo. Morte di Francesco Sforza [308]
20 Marzo. Galeazzo suo figlio coronato a Milano, dopo essere fuggito di Francia travestito [311]
1464-1466 I principali cittadini di Firenze gelosi di Piero de' Medici [313]
1464 Piero de' Medici, ritirando precipitosamente i suoi capitali dal commercio, offende e ruina tutti i clienti di suo padre [315]
1465 Settembre. I consigli ricusano di rinnovare la balìa [316]
1 novembre. Gioja del popolo vedendo Niccolò Soderini gonfaloniere [316]
Il Soderini non sa operare la riforma durante la sua magistratura [318]
1466 Pietro de' Medici domanda che la repubblica paghi a Galeazzo Sforza, nuovo duca di Milano, il sussidio che dava a suo padre [321]
1466 Gli amici della libertà fiorentina costretti a cercar soccorsi stranieri [322]
Agosto. Pietro de' Medici torna a Firenze con persone armate [324]
Guadagna Luca Pitti che impedisce una battaglia tra le due parti [324]
28 agosto. Pace tra i Medici il Soderini e suo partito [326]
2 settembre. Viene subito violata dai Medici [327]
Proscrizione di tutti gli amici della libertà fatta da una nuova balìa [328]
Capitolo LXXXI. Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di Venezia, ed attaccano con infelice riuscita i Medici; ingiustizia del governo fiorentino; morte di Pietro de' Medici. — Inquieta ambizione di Paolo II. Vuole impadronirsi dell'eredità dei Malatesta. Invano cerca alleati; muore detestato dai Romani e dai letterati. 1466-1471 [330]
La sola libertà poteva rendere Firenze abbastanza forte per sopportare le gravi perdite da lei fatte [330]
Questa libertà influiva sempre sul carattere sebbene fossero annullate tutte le sue istituzioni [331]
1466 Gli emigrati del 1446 si uniscono a quelli dei 1434, ed implorano la protezione de' Veneziani [333]
Si assicurano di Bartolomeo Coleoni, e de' piccoli principi della Romagna [334]
1467 10 maggio. Bartolomeo Coleoni passa il Po con una numerosa armata pagata dagli emigrati Fiorentini [336]
Galeazzo Sforza passa all'armata Fiorentina comandata dal Montefeltro e la compromette [337]
25 luglio. Battaglia della Molinella data in assenza di Galeazzo [338]
14 novembre. Galeazzo, tornato a Milano, fa la pace col duca di Savoja [340]
Borso d'Este e papa Paolo II offrono la loro mediazione ai Fiorentini ed a Venezia [340]
1468 2 febbrajo. Sentenza arbitramentale del papa per dettare la pace [341]
25 aprile. È costretto a riformarla [343]
Aprile. Nuove persecuzioni esercitate in Firenze dal partito dei Medici [344]
1469 12 febbrajo. Torneo in onore di Lorenzo de' Medici [345]
4 giugno. Matrimonio di Lorenzo con Clarice Orsini [346]
Malattie ed ultime ammonizioni di Pietro de' Medici [347]
2 dicembre. Morte di Pietro de' Medici [349]
1467 28 febbrajo. Pietro de' Medici compera Sarzana e Sarzanella [349]
1465 Giugno. Paolo II fa arrestare e spogliare i conti dell'Anguillara [350]
Dissensioni tra Paolo II e Ferdinando rispetto al tributo dovuto a S. Pietro [351]
1464 20 novembre. Morte di Domenico Malatesta, di cui Paolo II occupa l'eredità [353]
1468 13 ottobre. Morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta e suo carattere [354]
Convenzione di Paolo II con Roberto Malatesta, figlio naturale di Sigismondo, per riunire Rimini al dominio della Chiesa [356]
Roberto installato nel principato di Rimini, ricusa di renderlo [357]
1469 Giugno. Paolo II lo fa attaccare per sorpresa [358]
29 agosto. L'armata di Paolo II battuta da Federico di Montefeltro [360]
Negoziazioni di Paolo II per accendere una guerra generale in Italia [361]
1468 Dicembre. 1469 gennajo. Viaggio di Federico III imp. in Italia [362]
Il papa conosce di non potere fidarsi di lui [362]
6 luglio. Galeazzo Sforza sposa Bona di Savoja cognata di Lodovico XI [365]
19 ottobre. Sua madre muore, e cade in sospetto d'averla avvelenata [366]
Il papa non può fare alleanza col duca di Milano, nè colla Francia, nè colla Spagna [366]
Giovanni re d'Arragona fa perire i suoi figli del primo letto, ed eccita così i suoi popoli alla ribellione [367]
1466 Giovanni d'Angiò chiamato al trono d'Arragona dai Catalani ribellati [369]
1470 16 dicembre. Muore a Barcellona [370]
22 dicembre. Il papa non potendo trovare alleati accetta la pace [371]
Perseguita in Roma i letterati [372]
1471 14 aprile. Accorda a Borso d'Este il titolo di duca di Ferrara [373]
26 luglio. Morte di Paolo II [375]
20 agosto. Morte di Borso d'Este duca di Ferrara e di Modena [376]
Capitolo LXXXII. Continuazione della guerra dei Turchi; loro guasti nella Carniola e nel Friuli; quelli de' Veneziani nella Grecia e nell'Asia minore. — Rivoluzioni di Cipro, che fanno cadere questo regno sotto la repubblica di Venezia. 1469-1473 [378]
Cattiva politica di Paolo II per la difesa della Cristianità [378]
1458-1468 Mattia Corvino, figlio di Giovanni Unniade, difende l'Ungheria contro i Turchi [379]
Paolo II lo eccita a volgere le sue armi contro Giorgio Podiebrad, re di Boemia [381]
1468 Mattia Corvino abbandona la difesa dell'Ungheria per attaccare i Boemi dichiarati eretici [383]
1469 Invasione della Croazia fatta da Assan Bey, ed uccisione degli abitanti [384]
Niccolò Canale, generale Veneziano, sorprende e saccheggia Eno [386]
2 agosto. Voto di Maometto II di distruggere l'idolatria de' Cristiani [388]
1470 31 maggio. Una potente flotta turca esce per la prima volta dai Dardanelli [389]
La flotta Veneziana ricusa la battaglia [391]
I Turchi dispongonsi ad attaccare il Negroponte, o Eubea [392]
Legano la Tessaglia all'Eubea con un ponte [393]
25 giugno, 30 giugno, 5 luglio. Danno tre sanguinosi assalti alla città [394]
Niccolò Canale manca di risoluzione per rompere il ponte ed attaccare la flotta turca [395]
12 luglio. I Turchi prendono d'assalto Negroponte, ed uccidono tutti gli abitanti [396]
Il Canale accusato di mancanza di coraggio [397]
Viene arrestato e caricato di catene; e gli succede P. Mocenigo [399]
Spavento cagionato ai Cristiani dalla presa di Negroponte, e dalla nuova Marina dei Turchi [400]
Paolo II si sforza di riconciliare gl'Italiani [402]
1470 22 dicembre. Lega d'Italia per la difesa comune [403]
1471 24 giugno. Dieta di Ratisbona per provvedere alla difesa della Cristianità [403]
Discorso di Paolo Morosini, ambasciatore veneziano, per chiedere soccorsi alle potenze tedesche [405]
Gli stati della Carniola ed i magnati d'Ungheria chiedono pure ajuti [406]
19 luglio. Possente armamento ordinato dalla dieta, che l'indolente Federico III non cerca di effettuare [408]
Il papa invita la dieta a far attaccare i Boemi contemporaneamente ai Turchi [409]
Inutile negoziazione di Maometto II colla repubblica di Venezia [411]
Negoziazione di Paolo II e de' Veneziani con Ussun Cassan conquistatore della Persia [412]
Reciproca sfida d'Ussun Cassan e di Maometto II [413]
9 agosto. Francesco della Rovere sotto il nome di Sisto IV succede a Paolo II [414]
20 agosto. Ercole d'Este succede a Borso, duca di Ferrara, di preferenza a Niccolò, figlio di Lionello [416]
Negoziazioni di Catarino Zeno con Ussun Cassan [418]
Spedizione di Pietro Mocenigo per guastare l'Asia minore [420]
Rinforza la sua armata cogli Stradioti di Romania [420]
Saccheggia la Caria e l'Isola di Coo [422]
15 giugno. Requesens colle galere di Napoli, ed Oliviero Caraffa con quelle del pontefice, si uniscono al Mocenigo [423]
Sacco ed incendio dei sobborghi d'Attalea, o Satalia nella Panfilia [424]
Guasto dell'Jonia [425]
13 settembre. I Veneziani saccheggiano ed incendiano Smirne [426]
1473 Ingresso trionfale d'Oliviero Caraffa in Roma dopo la sua spedizione nell'Asia minore [428]
1472 Guasti dei Turchi nell'Albania [428]
Il pascià di Bosnia si avanza nel Friuli fino a tre miglia da Udine [429]
1473 Attentato del Siciliano Antonio, per bruciare la flotta turca a Gallipoli [430]
1475 Corrispondenza del Mocenigo con Ussun Cassan, ed i principi Caramani [432]
1473-1488 Ambasciata in Persia del Barbaro e del Contarini [434]
1473 Il Mocenigo prende ai Turchi e rende ai Caramani Seleucia, ed altre due fortezze [437]
Ussun Cassan battuto da Maometto II ai confini dell'Armenia e dell'Impero di Trebisonda [438]
Il Mocenigo saccheggia e brucia Mira nella Licia, e guasta le campagne di Fisso nella Caria [439]
Rifiuta l'assistenza del legato e volge la sua attenzione verso gli affari di Cipro [440]
1458 Debolezza di Giovanni III di Lusignano; turbolenze del suo regno [441]
1459 Giacomo bastardo di Lusignano toglie la corona a Carlotta, figlia di questo re, ed a Luigi di Savoja suo marito [443]
1460 Carlotta chiede ajuto al papa, ed a tutti i principi Cristiani [444]
1460-1468 Marco Cornaro procura a Giacomo di Lusignano, l'alleanza della repubblica di Venezia, e gli assoggetta tutto Cipro [445]
1471 Giacomo di Lusignano sposa Catarina Cornaro, adottata dalla repubblica di Venezia come figlia di S. Marco [446]
1473 6 giugno. Morte di Giacomo di Lusignano, lasciando gravida la moglie [446]
Gelosia de' Cipriotti contro i Veneziani; uccisione de' parenti della regina [447]
Il Mocenigo ed i provveditori Veneziani presentano al battesimo Giacomo il postumo, figlio di Catarina Cornaro [449]
Ricchezza dell'isola di Cipro [451]
Il Mocenigo sbarca truppe in Cipro [452]
Gastiga severamente tutti i nemici della regina Catarina [453]
A nome di questa regina riduce l'isola di Cipro sotto l'assoluta dipendenza de' Veneziani [453]

Fine della Tavola.