CAPITOLO XCI.

Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del 15.º secolo.

Nel corso di questa storia abbiamo di già due volte invitati i nostri leggitori a trattenersi con noi, per dare insieme uno sguardo allo spazio trascorso. Dopo il 1303 abbiamo procurato di offrir loro un prospetto del tredicesimo secolo, e dopo il 1402 quello del quattordicesimo. Prima di ripigliare la nostra narrazione, loro chiederemo d'abbracciare con un colpo d'occhio il quindicesimo secolo, per formarci un'accurata idea di ciò che era l'indipendenza italiana, di ciò che era il contratto sociale in tutta la contrada, nel momento in cui cominciò la terribile lotta che privò l'Italia della sua indipendenza, e tutto sovvertì il suo stato sociale.

Se non abbiamo creduto di scegliere il nostro punto di riposo alla precisa epoca della fine del tredicesimo e del quattordicesimo secolo, abbiamo ancora migliore ragione di dispensarcene, rendendo conto del quindicesimo; imperciocchè poco prima che terminasse questo secolo, ci si presenta, nel punto cui siamo arrivati, una di quelle importanti epoche, che dividono la storia in due periodi di carattere assolutamente diverso, che chiudono in certo modo le precedenti rivoluzioni, e ne cominciano di nuove, prodotte da altre cause e dirette da altre passioni. Abbiamo fin qui osservato i tempi che propriamente appartengono all'età di mezzo; entriamo adesso nella rivoluzione che fece succedere alla sua antica organizzazione quella dei moderni tempi, che mescolò nazioni fin allora separate, dando loro interessi di cui in addietro non avevano pure avuto conoscenza.

Fino alla morte di Lorenzo de' Medici, accaduta nel 1492, colla quale abbiamo posto fine al precedente volume, la nazione italiana dava, se non legge, almeno ammaestramenti ed esempi a tutte le altre. Ridotta essa sola a civiltà, affastellava il rimanente de' popoli europei sotto il nome di barbari, e loro incuteva rispetto. Non aveva steso sopra di loro il suo impero, ma non aveva nemmeno subito giogo straniero. Alcuni esteri sovrani eransi per vero dire seduti sul trono di Napoli, ma dopo essere diventati italiani; alcune armate oltramontane avevano attraversata l'Italia, ma si erano prima poste al soldo di qualche sovrano della contrada. Il progetto di soggiogare l'Italia non erasi ancora formato da verun principe venuto a portarvi la guerra; giammai i popoli non avevano concepito il timore di questa servitù, nè avevano potuto sospettarne il pericolo.

Ma nel 1494 tutti i popoli limitrofi, gelosi della prosperità dell'Italia, o avidi delle sue spoglie, cominciarono nello stesso tempo l'invasione di questo ricco paese; armate devastatrici uscirono dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dalla Germania, e, per lo spazio di quasi mezzo secolo, non diedero verun riposo agli sventurati Italiani; portarono il ferro ed il fuoco fino sulle cime più rimote degli Appennini, e fino alle rive dei due mari; la peste e la fame camminavano con loro; la miseria, il dolore, la morte penetrarono entro i più sontuosi palazzi, e nei più abietti abituri; giammai tanti patimenti avevano oppressa l'umanità, giammai tanta parte della popolazione era stata distrutta dalla guerra. Diverse cagioni mettevano le armi in mano ai combattenti, ma i risultamenti della loro guerra erano sempre i medesimi. Ogni nuova invasione ruinava le fortificazioni dell'Italia, distruggeva le sue ricchezze, faceva sparire la sua popolazione. I suoi diversi governi si dividevano, alleandosi a straniere potenze, e prendendo parte alle loro liti, mentre dimenticavano la propria sorte; essi ancora non si accorgevano che la loro esistenza si giuocava a gran giuoco, e che venivano promessi come premio al vincitore, anche prima d'avere conosciuto che l'Italia poteva essere soggiogata.

Si è in sul declinare del quindicesimo secolo, che, giunti in certo modo al più elevato punto dello spazio che abbiamo abbracciato, vediamo l'intera storia dell'Italia dividersi ne' diversi suoi periodi. I sei primi secoli, che scorsero dopo la distruzione dell'impero d'Occidente, apparecchiarono colla mescolanza de' popoli barbari coi popoli degeneri dell'Italia, la nuova nazione che doveva succedere ai Romani. Nel dodicesimo secolo questa nazione conquistò la libertà, di cui godette nel dodicesimo e quattordicesimo secolo, aggiugnendovi tutti i trionfi della virtù, de' talenti, delle arti, della filosofia e del gusto, e lasciò che si corrompesse nel quindicesimo, perdendo in pari tempo l'antico suo vigore. Quasi mezzo secolo di spaventosa guerra distrusse allora la sua prosperità, la privò de' suoi mezzi di difesa, e gli rapì all'ultimo la sua indipendenza. Dopo questa guerra, che formerà il principale argomento di questi ultimi volumi, decorsero quasi tre secoli nella servitù, nell'indolenza, nella mollezza, nell'obblio.

Quando una nazione è ad un tempo infelice e viziosa, siamo sempre inclinati ad attribuire le sue disgrazie ai suoi vizj, quando converrebbe il più delle volte attribuire i suoi vizj alle sue disgrazie. Si direbbe che la compassione è per il cuore dell'uomo un sentimento troppo penoso, e che avidamente cogliamo tutte le ragioni, tutti i pretesti che ci dispensano dal compiangere gli altri. È altronde indubitato che ognuno si sottrae possibilmente dall'applicare a sè medesimo, ai suoi compatriotti, al suo paese, l'esempio delle grandi calamità pubbliche; uom preferisce di non credervisi esposto, col persuadersi che non si possano commettere in verun modo que' falli che scorgonsi negli altri; e quando si accusa una nazione degenerata, si suppone di trovarvi la guarenzia della propria. «Il popolo che potè cadere sotto il giogo della schiavitù, dicono oggi i vincitori, il popolo che la soffre, la merita. Coloro che non sonosi sentiti fremere all'avvicinarsi dello straniero, coloro che non conobbero che, per respingerlo, d'uopo era sagrificare i suoi beni, la propria vita, e quella de' figli, sono fatti per rimanere sotto la sua legge, non sono meritevoli di compassione, perciocchè una generosa nazione non avrebbe subita una così triste sorte.»

Ma la storia non insegna agli uomini tanta confidenza; ci mostra per lo contrario, che se le servitù sono necessarie per l'esistenza delle nazioni, non bastano però a guarentirle; che la più saggia costituzione non lascia di essere un'opera umana; che come opera dell'uomo in sè contiene numerosi semi di ruina; che anche in seno alla libertà, alla virtù pubblica, al patriottismo, si sono veduti manifestarsi gli eccessi dell'ambizione, che hanno precipitato una nazione nell'abuso delle sue forze, e nell'esaurimento che ne è la conseguenza; per ultimo che noi soli non fabbrichiamo i nostri destini, e che le molte cagioni che sono a noi straniere, e che indichiamo col nome di accidentalità, perchè non sono da noi dipendenti, possono rendere inutili tutti i nostri sforzi.

La nazione inglese è forse oggi ciò che la nazione italiana era tre secoli fa. Ugualmente cercò la libertà prima d'ogni altro vantaggio, e questo solo gli diede tutti gli altri: nello stesso modo la libertà dello spirito gli ha dato l'impero della filosofia e delle lettere, come la libertà delle azioni gli diede l'impero del commercio e dell'opulenza; e così la potenza dell'opinione intorno al proprio governo gli diede la preeminenza su tutti gli altri, e la collocò nel centro della politica europea: ma per quante circostanze non fu ella l'Inghilterra in sul punto di perdere la felicità presente, e di cadere più in fondo dell'Italia. Quale sarebbe stata la sua sorte, se più lungamente vissuta fosse la regina Maria, o se avesse lasciati figli di Filippo II? se Elisabetta accettato avesse uno de' molti sposi cattolici che le si offrirono, se Carlo I non fosse stato tanto imprudente, nè così vile Carlo II, nè Giacomo II tanto insensato? Quante volte non andò debitrice della propria salute ai venti ed alle burrasche che dissiparono le flotte de' nemici, che potevano distruggere le sue? Quante volte la stravaganza di coloro che cercavano la sua ruina non gli fu più salutare che la propria prudenza? Quante volte non fu soccorsa da un felice destino, allorchè la propria salute non era più in sua mano?

Se gli Italiani, suol dirsi soventi, avessero formato, in sull'esempio delle altre nazioni d'Europa, una sola e robusta monarchia, se avessero rinunciato all'insensata discordia de' loro piccoli stati, se in cambio di consumare le loro forze gli uni contro gli altri le avessero tutte impiegate al di fuori, sarebbero stati più che bastanti a respingere gli stranieri; e, coprendosi di gloria nelle battaglie, avrebbero assicurata l'interna prosperità colla loro indipendenza. Ma potrebbesi piuttosto dire: se gli Italiani avessero fatto come gli Spagnuoli, l'Italia avrebbe subita la sorte della Spagna, e questa sorte non è più degna d'invidia della loro. Effettivamente, nell'epoca in cui ebbero principio le guerre crudeli che ridussero in servitù l'Italia, la Spagna, per lo innanzi divisa in assai più stati, contava ancora cinque monarchie indipendenti, e costantemente nemiche le une delle altre; quella di Castiglia, d'Arragona, di Navarra, di Portogallo e di Granata. Fu Carlo V il primo che riunì quattro di queste cinque monarchie, e Carlo V fu il primo che soggiogò l'Italia. Questa riunione costò agli Spagnuoli la libertà, non trovandosi le loro costituzioni abbastanza forti per contenere un monarca, che impiegava contro i suoi sudditi di un regno quelli di un altro. L'agricoltura, le manifatture, il commercio furono scacciati dalla Spagna dalla violenta amministrazione succeduta alle antiche e savie leggi delle cortes. Le private fortune vennero distrutte, scomparve la sicurezza de' cittadini, e la popolazione infinitamente scemò; tutti gli oggetti che gli uomini si propongono d'ottenere nello stabilimento dell'ordine sociale furono per sempre perduti, e l'indipendenza della nazione non fu assicurata a spese della libertà. Sotto il regno di Carlo V tutta Spagna echeggiò di lagnanze, perchè Giovanna aveva portato ad un sovrano straniero l'eredità dei suoi padri, e perchè gli Spagnuoli venivano governati dai Fiamminghi. Sotto il regno di Filippo II, gli Arragonesi, i Portoghesi, i Navarresi ed i Mori di Granata non si lagnarono con minore amarezza del governo de' Castigliani. Gli altri popoli dell'Europa potevano risguardare e gli uni e gli altri come egualmente Spagnuoli; essi, che ubbidivano, risguardavano i loro padroni come stranieri; e lo erano infatti per i costumi, per le leggi, per la lingua, per gli odj ereditarj; onde il peso del loro giogo fece scoppiare frequenti ribellioni.

Questa riunione delle monarchie spagnuole formò, egli è vero, una potenza formidabile agli stranieri, che difese contro di loro la penisola. Ma questa fu appunto la cagione de' giganteschi progetti della casa d'Austria, di quell'abuso delle proprie forze ancora maggiore delle sue risorse, di quelle spaventose guerre e tutte inutili cui prese parte, dell'odio che si eccitò contro fa monarchia spagnuola in tutta l'Europa, e della spaventosa miseria, cui ridusse gli spagnuoli. Una smisurata ambizione produce all'ultimo smisurati disastri; e mentre la Spagna, finchè fu divisa in piccoli stati, non aveva mai veduti eserciti stranieri violare impunemente i suoi confini, tutte le sue capitali furono costrette una dopo l'altra di aprire le loro porte alle armate francesi ed inglesi nella guerra della successione.

Se gl'Italiani avessero formata una sola monarchia, chi può dire che non sarebbero stati conquistati o conquistatori? Pure l'una e l'altra via conduce egualmente alla servitù. L'Italia non venne soggiogata colle forze di una sola nazione. Per lo spazio di più d'un mezzo secolo, fu contemporaneamente attaccata e guastata dagli Spagnuoli, dai Francesi, dai Fiamminghi, dagli Svizzeri, dai Tedeschi, dagli Ungari, dai Turchi e dai Barbareschi. Veruna interna organizzazione non avrebbe potuto renderla eguale di forze a tutti questi popoli riuniti a' suoi danni. Lungi d'essere alleati, erano questi veramente nemici gli uni degli altri; ma il vincitore approfittava di tutto il male fatto dai vinti. Carlo V e Filippo II furono serviti dai Francesi, dagli Svizzeri, e dai Musulmani, quanto dai proprj loro sudditi Tedeschi e Spagnuoli. Ruinando l'Italia, i primi l'avevano renduta più facile conquista degli altri, e più impotente a scuotere il giogo, quando avesse voluto tentarle. Tutti questi popoli vennero a combattere nelle campagne d'Italia; ma se gl'Italiani avessero cominciato ad essere conquistatori, chi sa se le prime loro sconfitte non avrebbero tirati loro sulle braccia que' medesimi nemici, e prodotte le stesse divisioni?

Se gli Italiani non avessero formata che una sola monarchia, chi può dire che qualche guerra civile non avrebbe aperte le sue porte allo straniero? Le guerre civili prodotte da una successione contrastata sono un flagello inerente alle monarchie ereditarie, nè queste sono forse meno frequenti, nè meno ruinose, di quelle che nascono dalle controverse elezioni nelle monarchie elettive. La sola Francia ne andò quasi sempre esente, perchè la legge salica semplificò la quistione del diritto ereditario; ma quante guerre civili non ebbero invece luogo pel controverso diritto alla reggenza? Altronde l'essenziale quistione dell'eredità delle femmine era così mal decisa in Italia, che appunto per questo titolo gli stranieri pretesero d'aver acquistati diritti su questo paese. La guerra di Carlo VIII nei regno di Napoli, quella di Lodovico XII nel ducato di Milano, furono intraprese per sostenere i diritti di successione in una monarchia. Molti supposero questi diritti legittimi e presero le armi per difenderli; e supposero di adempire ad un loro dovere, aprendo le fortezze dello stato alle armate straniere. In una monarchia s'insegna ai sudditi, che la giustizia consiste nel difendere la linea legittima dei loro re, e nel riporla sul trono con pericolo ancora dell'indipendenza nazionale. Se i duchi di Milano o i re di Napoli avessero potuto nel quindicesimo secolo riunire tutta l'Italia sotto la loro sovranità, la quistione dei diritti della seconda casa d'Angiò, o di quelli di Valentina Visconti non sarebbe perciò meno insorta nel sedicesimo secolo, ed il partito angiovino, ed il partito francese, invece di mostrarsi soltanto nel regno di Napoli e nel ducato di Milano, avrebbe preso le armi in tutta l'Italia per una quistione che avrebbe interessati tutti gl'Italiani.

È nell'essenza delle monarchie il dare costantemente diritti sopra di loro agli stranieri, siccome sta nell'essenza delle repubbliche di non riconoscere verun diritto sopra di loro che non parta dallo stesso centro della nazione. Nelle monarchie che ammettono la successione delle femmine non si marita una sola principessa di sangue reale, che non possa un giorno o l'altro chiamare principi stranieri sul trono de' suoi maggiori. Nelle altre, in cui la successione viene riservata ai soli maschi, il pericolo è minore, e non comincia che quando un ramo cadetto occupa un trono straniero. Così le case d'Angiò, di Napoli e d'Ungheria, conservarono quasi dugent'anni un diritto eventuale alla successione della Francia. La casa di Borbone-Navarra ne acquistò più tardi uno simile; ma Enrico non possedeva il regno di Navarra quando ottenne la corona di Francia, onde non chiamò i Navarresi a dominare sui Francesi. I rami italiano e spagnuolo della casa di Borbone hanno ancora presentemente, dopo un secolo, eventuali diritti alla successione di Francia; e le rinuncie di queste due case, rendendo i loro diritti dubbiosi, accrescerebbero vieppiù i pericoli d'una guerra civile e d'un'invasione straniera per farli valere, nel caso che si aprisse la successione. Come mai adunque lo stabilimento di una sola monarchia in Italia avrebbe garantita l'indipendenza italiana, mentre le medesime guerre, che ridussero l'Italia in servitù, altro titolo non ebbero che le pretese ereditarie ammesse dal solo regime monarchico.

Non già riunendosi in un solo impero, ma piuttosto conservando le sue repubbliche, poteva l'Italia sperare di salvare la sua indipendenza; qualora queste fossero state fra di loro unite nello stesso tempo da un legame federativo, o da alleanze temporarie ma conformi ai loro interessi, tali alleanze avrebbero bastato a respingere gli stranieri, e non ad attaccarli in casa loro; avrebbero preservati gl'Italiani dai traviamenti della propria ambizione come dagli attacchi dei loro nemici. Una repubblica federativa non può mai tanto fidarsi dell'unione de' suoi membri per diventare conquistatrice; ella sfugge a tutti i pretesti di guerra che somministrano ai re la domanda della dote di una figlia, o quella dell'eredità di un avo lontano; e quando è costretta a prendere le armi per sua difesa, trova mezzi che non avrebbe nel regime monarchico. Venezia con una popolazione di due milioni e dugento mila anime fece rispettare la sua potenza fino alla fine del secolo decimo ottavo, assai meglio del regno di Napoli con sei milioni d'abitanti. Si presentò l'occasione di ristabilire la repubblica milanese alla metà del quindicesimo secolo, e di unirla a quella di Venezia e di Firenze, e fors'anche a quella di Genova e della lega Svizzera, per la difesa della libertà. Quando fu perduto quest'istante, ben si può dire che l'Italia fu perduta.

Del resto i piccoli stati, tanto in Italia, come altrove, in tutto il corso del quindicesimo secolo, piegarono sempre ad unirsi in più vasti stati. È questa la naturale conseguenza di tutte le vicende delle guerre, delle rivoluzioni e delle eredità. I sovrani della Francia, della Spagna e della Germania, aggiugnevano tutti gli anni nuovi feudi ai dominj della loro corona; sparivano i piccoli principi e le città libere; pure ognuna di queste nazioni era ben lontana dall'ubbidire ad una sola volontà. La casa d'Austria, divisa in varj rami, non aveva per anco acquistata l'Ungheria e la Boemia; non era ancora più potente della casa di Baviera o di quella di Sassonia; ed il suo ingrandimento nel quindicesimo secolo appena era stato proporzionato a quello dei duchi di Milano. La Francia ancora non contava tra le sue province l'Alsazia, la Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, l'Hainault, la Fiandra e l'Artois. Il duca di Bretagna era tuttavia indipendente; gli altri feudatarj non erano che per metà subordinati all'autorità reale; la sola nobiltà era armata, mentre il popolo era troppo oppresso per accrescere la forza nazionale. Frequenti guerre civili avevano occupati ne' loro paesi i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, e niuno in Europa sospettava che si trovasse una sproporzione tra le forze ed i mezzi di queste varie monarchie e le forze ed i mezzi degli stati d'Italia: quella forza, formata tutt'ad un tratto dal valore e dall'arte militare degli oltremontani, non era irreparabile, perciocchè essi fecero lungamente la guerra coi mercenarj levati nella Svizzera, i quali erano egualmente disposti a ricevere soldo dagl'Italiani come dai Francesi.

Nulla annunciava all'Italia, nulla preveder faceva alle potenze straniere il fine della guerra che si accese in sul declinare del quindicesimo secolo; onde non possono accusarsi gl'Italiani di non avere distrutte tutte le antiche loro instituzioni per prevenirlo; ma bensì di non avere abbastanza saputo usare di queste antiche instituzioni, di non avere abbastanza rispettata l'indipendenza di ogni stato, e la libertà di tutti, e d'avere permesso che si spegnesse il patriottismo che gli attaccava alla loro città, non all'idea astratta della nazione italiana. Dopo avere perduti i loro diritti furono meno disposti a fare sagrificj per una patria che loro prometteva minori beni, e più non trovarono in sè medesimi quell'energia repubblicana che gli avrebbe salvati, se qualche cosa poteva salvarli.

Infatti il vizio essenziale, che nel quindicesimo secolo intaccava il corpo sociale in Italia, era l'indebolimento dello spirito di libertà. L'aristocrazia faceva conquiste in seno alle repubbliche, indi il despotismo conquistava le medesime repubbliche. Le città, gelose della loro sovranità, non avevano dato verun diritto rappresentativo alle campagne, di modo che quando dilatavano il loro territorio, accrescevano il numero de' sudditi, non quello de' cittadini. Pareva loro che la libertà fosse un diritto ereditario nelle famiglie, piuttosto che un diritto inerente all'uomo; onde poche volte ammettevano nuove famiglie a dividere le prerogative delle antiche, ed a rimpiazzare quelle che naturalmente si spegnevano. La popolazione dello stato andava crescendo, ed il numero de' cittadini si diminuiva; eppure i soli cittadini formavano la sua forza, poichè i sudditi di una repubblica non le erano più affezionati di quello che lo fossero al principe i sudditi di una monarchia.

Se alla fine del quindicesimo secolo si fosse fatto un censo di tutti coloro che avevano parte alla sovranità in tutta l'Italia, sarebbesi probabilmente trovato che Venezia non contava più di due o tre mila cittadini, Genova quattro in cinque mila, Firenze, Siena e Lucca cinque in sei mila tra tutte; mentre che tulle le repubbliche dello stato della Chiesa, tutte quelle della Lombardia, tutte quelle che precedettero il regno di Napoli avevano perduta la loro libertà: in tutto appena sedici o diciotto mila Italiani godevano pienamente di tutti i diritti del cittadino in una popolazione di diciotto milioni d'abitanti. Un eguale censo ne avrebbe forse dati cent'ottanta mila nel quattordicesimo secolo, ed un milione ottocento mila nel tredicesimo. Questa progressiva diminuzione del numero di coloro che avevano veri diritti nella loro patria, e ch'erano pronti a difenderla con immensi sagrificj, era per avventura la principale cagione dell'instabilità de' governi italiani e della diminuzione delle loro forze. La libertà, che da principio era seduta sopra larghissima base, omai più non posava che sopra la punta di una piramide.

Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano, con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa, quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora, gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato, Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina, queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore pericolo non si ribellavano.

Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli, ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale, e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai Genovesi.

La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de' cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio; Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.

Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro, affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche; e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.

Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500. I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.

Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo, che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di questi.

Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.

Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni, ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole, spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza, con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti, così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti coloro che furono subordinati alla loro autorità.

Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali, e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza. Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia, ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la teoria e la pratica dell'arte della guerra.

Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto, ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano, non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de' principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.

L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di Panormita erano de' più intimi confidenti e de' più abituali consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in qualche maniera i loro palazzi in accademie.

Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone, si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province, che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia, di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era un esempio ancora più convincente della depressione delle province, quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.

I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi, prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.

Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro, quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia. Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici; i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria, viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano, sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui, e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.

Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera, conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in allora sostenere il confronto dell'Italia.

Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del gius villico ed all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente, industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte; le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne' tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi, insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa, mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione, possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire, che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere pestilenziale che vi si respira.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni, aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che, in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio, perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani, nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici, di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna, della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero, nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane, prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo. Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia, di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.

La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de' loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali, il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro famiglia senza temere la miseria.

Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere e delle arti non è meno importante che la storia della politica; conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito. In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana, mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano, ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita, per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore, per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa delle belle arti.

I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori, ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani; ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza, quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran popolo più non esiste.

Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia, si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.

In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.