CAPITOLO XCII.

Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato.

1492 = 1494.

Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza militare dello stato della Chiesa.

Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de' preti.

Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso; ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile preda.

Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6 agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].

Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia. Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono, aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492 aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi, perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa, tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze. Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].

Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12]; aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia, che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari. Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia fossero un sufficiente motivo d'esclusione.

Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].

Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete cardinale del titolo in san Pietro in vincula, era il terzo candidato. I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].

Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano; diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di Genova la chiesa di santa Maria in via lata; al cardinale Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de' quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario, non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].

I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18]. Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa apparente calma: l'apostata spagnuolo, il marrano, com'egli lo chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di Pesaro[20].

L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali, facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.

Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore, doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.

Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este. Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de' Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze fisiche, prodotto da una severa astinenza.

Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.

Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel 1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco, dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma, fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.

La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi miracoli.

L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione; risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini: malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta l'assoluzione[27].

Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28]. Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo sotto cui erano caduti.

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi, d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno, nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati della repubblica[29].

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato, non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto il favore popolare[30].

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore. Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484, e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri, siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa. L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso. Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema politico dell'Italia[34].

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino, parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia, assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non approvare la vendita d'Anguillara[36].

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493, malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti, cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse, entrarvi[38].

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso, perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote, Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel 1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano, soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e, sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo, e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza, e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro. Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi. Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia; la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni pubblica amministrazione.

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità che per diritto gli apparteneva[41].

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè conservava la potenza e la pompa della sovranità.

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido; mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà, e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a' signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti»[47].

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà, nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di maggiore gloria che non poteva sostenerne.

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso, ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino, morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova. Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme, siccome impresa riservata al valor francese[49].

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino, che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de' suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano. Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de' Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato, cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito da questa invasione di barbari[52].

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli, ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani; era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella, re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492 convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis, del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers, che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali diritti[54].

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di gennajo del 1493[55].

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia. Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria. Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere ajuto e consiglio pel re suo padrone. Risposero i Veneziani che sarebbe presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso, mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche; ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua amicizia[57].

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII, che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi stati[61].

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli, aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza; gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis, Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato, staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de' Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate francesi penetravano una volta in Italia[65].

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso, duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini. Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro ad vincula, non aveva voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de' Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a così caro prezzo[67].

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra, futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace. I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte. Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti, tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante riconosciuto per suo successore[69].

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari, politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria, quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo, e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere: tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello, circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti. Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà; gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati contadini del suo regno[70].