CAPITOLO XCIII.
Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de' Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di Firenze; esilio dei Medici.
1494.
Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo, fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni, egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia; l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte. L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta; perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.
Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o seggi, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari, e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta dare la guardia de' castelli[71].
Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra, ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una prima prova.
Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico, perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo; ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni che nelle armi.
Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II, imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese, potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco. In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca. D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].
Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle precedenti investiture[79].
Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di Monreale, era stato nominato legato a latere per la cerimonia della coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita, quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace, la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte, Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi dignità della Chiesa[81].
L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva; Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini; finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo, perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria, l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero tentarlo[85].
Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse ricevuti soccorsi dai Francesi[87].
Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici. Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il 23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna. Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di Napoli[89].
L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna, e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.
Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe straniere.
All'assemblea di Vicovaro erasi trovato il vecchio cardinale, Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, che tanto tempo era stato in questa città capo de' faziosi. Offrì la sua assistenza per cacciare da Genova gli Adorni, suoi avversarj, e con loro i Milanesi; promise che coll'ajuto d'Ibletto de' Fieschi e della propria fazione, renderebbesi facilmente padrone della repubblica, ove potesse presentarsi nel mare ligure colla flotta napolitana, prima che le galere del contrario partito fossero del tutto armate, nè arrivata a Genova la flotta francese. Venne accettata la sua offerta, e la flotta di don Federigo, avendo ricevuti a bordo gli emigrati genovesi con circa cinque mila fanti ragunati nello stato di Siena ed in Livorno, si diresse verso la riviera di Levante[91].
Ma il cardinale Giuliano della Rovere, che da Ostia era passato a Savona sua patria, vi aveva scoperte le fila ordite dal cardinale Fregoso in tutta la Liguria, ed erasi affrettato di recarsi a Lione per darne avviso a Carlo VIII. Lo aveva persuaso a far passare due mila svizzeri a Genova per isventare queste trame; e nello stesso tempo aveva impiegata la sua eloquenza e tutto l'impeto dell'ardente sua anima ad affrettare gli apparecchi di guerra contro l'Italia ed a dissipare tutte le dubbiezze e le incertezze di Carlo VIII, sperando in tal modo di affrettare la propria vendetta[92].
Infatti Carlo VIII, a dispetto di tante sue minacce e di tutte le sue negoziazioni che non avevano altro scopo che la spedizione d'Italia, pendeva tuttavia incerto, e rispetto alla strada che terrebbe e rispetto alla stessa esecuzione del progetto. Pure, omai determinato essendo ad attaccare per mare il regno di Napoli, mandò a Genova tutto il danaro di cui poteva disporre; fece per sè medesimo apparecchiare sontuosi appartamenti ne' palazzi Spinola e Doria, e vi mandò il suo grande scudiere Pietro d'Urfè, per farvi armare una possente flotta, che doveva poi unirsi a quella che per suo conto si stava armando a Villafranca ed a Marsiglia[93]. La prima, che non gli rendette verun servigio, perciocchè abbandonò tutti i suoi progetti colla stessa leggerezza con cui gli aveva formati, fu la più magnifica che si fosse mai veduta nel porto di Genova. Eranvi dodici grandi vascelli per trasportare la cavalleria, capaci di mila cinquecento cavalli, novantasei più piccoli per l'infanteria, diciassette speronare, ventitre vascelli di cinquecento sessanta tonellate e ventisei di cinquecento ottanta, una grande galeazza capace di cento cavalli, trenta galere da guerra; e per ultimo la galera reale colla poppa dorata, e tutta coperta da un padiglione di seta[94].
Per difendere e comandare questo prodigioso armamento, Carlo VIII mandò a Genova colla flotta francese suo cugino, il duca d'Orleans, che fu poi Lodovico XII. Questi entrò in città lo stesso giorno in cui la flotta napolitana fu a vista delle coste liguri[95], e mentre Antonio di Bessey, barone di Tricastel e balivo di Digione, incaricato di trattare per parte del re cogli Svizzeri, presso i quali aveva grandissimo credito, conduceva a Genova i due mila fanti levati ne' loro cantoni[96].
Ibletto de' Fieschi aveva promesso a Paolo Fregoso ed a don Federigo d'Arragona che tutti i suoi partigiani gli aspetterebbero armati nella riviera di Levante; onde la flotta napolitana si presentò a Porto Venere, piccola città in faccia a Lerici, che signoreggia l'ingresso dal magnifico golfo della Spezia. Ma lo stesso suo fratello, Giovan Luigi de' Fieschi, affezionato al contrario partito, erasi recato alla Spezia, ed aveva esortati gli abitanti di quelle coste a conservarsi fedeli alla repubblica, e Giacomo Balbi era entrato con quattrocento fanti in Porto Venere[97].
Di verso terra questa città non aveva che una debolissima muraglia; alcuni corpi d'infanteria napolitana l'attaccarono, mentre la flotta, provveduta di grossa artiglieria, era entrata in rada, e tentava uno sbarco sulla stessa riva. Ma tutti gli abitanti e perfino le donne di Porto Venere, essendosi posti coi soldati dietro le mura, rispingevano gli assalitori facendo rotolare sopra di loro grosse pietre. Alcuni scogli a fior d'acqua erano stati anticamente ridotti in modo da servire di comodo sbarco ai marinai; gli abitanti avevano avuta l'antiveggenza di ugnere di sego questi levigati scogli, che s'innoltravano in mezzo a profondo ed agitato mare. I Napolitani vi si avvicinavano colle scialuppe dei loro vascelli, e, quando si credevano abbastanza vicini, lanciavansi di salto tutt'armati su quest'insidiosa riva, da cui sdrucciolavano nel mare; ciò che dando motivo di ridere ai difensori di Porto Venere, potentemente contribuiva ad accrescer loro il coraggio. La zuffa si prolungò sette ore con eguale accanimento da ambo le parti; finalmente, avvicinandosi la notte, don Federigo richiamò sulle navi le sue truppe e prese il largo, allontanandosi da una così piccola città, sotto la quale ebbe principio la sua malvagia fortuna[98].
Dopo questa mala riuscita don Federigo tornò a Livorno per rinfrescare la sua flotta e per ricevere a bordo altri soldati; indi ripartì dopo un mese all'incirca, quando seppe che Carlo VIII aveva presa la strada delle Alpi. Il 4 di settembre presentossi in faccia a Rapallo, ricca terra posta ad uguale distanza tra Porto Fino e Sestri di Levante. Non essendo fortificata, Lodovico il Moro non vi teneva guarnigione, onde i Napolitani l'occuparono senza trovare ostacolo. Sbarcarono Ibletto de' Fieschi con tre mila pedoni, e gli emigrati genovesi, i quali provvisoriamente si chiusero entro un ricinto formato con grandi forche piantate in terra, su le quali erano assicurati de' travicelli all'altezza di circa due braccia. Di più non abbisognava per difendersi dalla cavalleria e per inspirare coraggio agli uomini che dovevano difendere questi deboli ripari[99].
Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo, non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli, uscirono incontro agli assalitori[100].
Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento; finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva, faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi. Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].
Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale, Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri. Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a Livorno[103].
Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo, ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì, della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri, ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera, che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di Ferdinando[106].
In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto, onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco. Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli oltremontani[107].
Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano, attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del ben pubblico, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].
Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e nell'Austria[109].
Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità; il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli, ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111]. Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de' piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna. Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494, prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che scontrasse verun ostacolo[112].
L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia, dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo, Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet, vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano, avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua corte[115].
Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì dalla politica di Bianca[117].
Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il 19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero, Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà, avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove fu splendidamente accolto[121].
Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de' cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani, figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo, alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì il cammino alla volta di Piacenza[123].
Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente, che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].
In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca, che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de' concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici, ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le loro forze nella Romagna[129].
Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che, quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio, aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].
La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra, attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza, mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra, ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto. Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132]. Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere a verun soldato[133].
Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro giusti timori.
L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi, ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante opinione.
Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando, condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de' Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in cui veniva attaccato Sarzanello[137].
Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando, conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito: e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al loro stato[139].
I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana, s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo, suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni. Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola, approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura, ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].
Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi, sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici, e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a quest'estremo[142].
Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza; stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de' servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua famiglia: Palle! Palle! ma questo grido altre volte così caro al popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini, ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due fratelli negli Appennini[143].
Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna, invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori. La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì, ma condusse i suoi giorni in esilio.
Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi cui si estendeva il loro commercio[145].
La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e scambiarono il nome di Medici in quello di Popolani[146].
Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.
Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole, ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio, quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo, e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la Provvidenza.
«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli, gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio. All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza, non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de' cieli»[148].
Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con onore.
Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de' Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista, l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in massime di stato. Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze, Pistoja col tener vivi i partiti[151]. In fatti i Fiorentini fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi, da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.
Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati. Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.
D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica, trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano la vergogna dei suoi padroni[153].
Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa, e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].
Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani, della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò, parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il vocabolo di libertà, il solo che di tutto il suo discorso avessero potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].
Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia, viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati Marzocchi, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la guarnigione fiorentina.
Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì, e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata nemica[158].
Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159]. Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza, la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio, ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].
Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini, presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente maniera[161].
Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze, e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo perdevano di vista[163].
Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava, fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica; sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a tenerle testa.
Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento: dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia, Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro indipendenza o della loro libertà[165].
Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade, ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che, quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che dichiarava essere l'ultimatumdel suo signore, Pietro Capponi, il primo de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola, gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno. D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni, o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia. Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese, purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano, che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo tempo provata[167].