CAPITOLO XCIV.
Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno di Napoli si sottomette a Carlo VIII.
1494 = 1495.
Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio. L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj, cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende, che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla probità.
La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio, ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere dal trono senza aspettare un urto straniero.
Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona, credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato, Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].
Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre; aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.
Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII, fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito liberare[170].
Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il 2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171]. Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa, da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che, colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale, onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].
Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici, il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.
L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona, ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno, acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro fedeltà[176].
Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano; Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori. Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo nemico il cardinale di san Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].
Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re, era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze, Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata. Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.
Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando; il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto, affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del Popolo[181].
La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani, inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori, e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure, da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.
Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata, armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj laterali.
I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re, dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo, sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati coi principali signori della Francia.
Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182]. Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa, riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].
Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero, per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia, di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro, seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans, della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].
Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba; mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua sventura[187].
Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata; Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli, Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero. Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico, promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in vita sua le armi contro i Cristiani[189].
I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro ad vincula, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem. Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e che lo rimandò a Costantinopoli[190].
Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere a Bajazette II[191].
Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza venire ad un fatto d'armi[192].
Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano, che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia, spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta, lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi, mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze, dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro famiglia[194].
I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].
Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri. Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa, ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi, rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi. Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i rimorsi della sua coscienza.
Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando. Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio, il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva, allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà. Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel 1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti. Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de' consigli dati da Alfonso a suo padre.
Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un popolo furibondo[200].
Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse, ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da tanto tempo teneva in prigione[202].
Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di seggi o sedili, esercitavano l'autorità municipale[203].
Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio, rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000 ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].
Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24 di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona, alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe potuto valersi egli medesimo.
Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo, facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno, non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che trovavasi lungo la strada[210].
Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne' contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale, pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi disordinatamente fino a Capoa[212].
Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico, che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati, sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata, giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato, tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso; Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza: parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].
Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re arragonese, e per lo stesso soldo[216].
Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona, abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città, ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città, poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].
La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora, rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il 21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi ordini circa venti vascelli[218].
Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo. Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].
Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro equipaggi[220].
I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio; il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando, Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re francesi[222].
Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario; ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina, destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi, affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].
Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].
Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa, giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse il partito d'Arragona[225].
Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione. Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche, vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro. Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida politica di Venezia[228].
Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia. Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia, si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere in breve il suo giogo insoffribile.
Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati, per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla; infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona, rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla, quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano, suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina, il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara, il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro, tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune, dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi, distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni confiscati, e che loro prometteva mano forte per ristabilirveli, qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].
Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare tutti i principi d'Europa[234].
Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de' mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli, offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente dell'avversità[236].