CAPITOLO XCV.

Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica, sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de' Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne l'indipendenza.

1494 = 1495.

Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de' Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de' suoi governi.

Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia. Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà, ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti, non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de' cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più perfetti, sviluppandone le facoltà.

La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.

Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non desiderare che i soli piaceri fisici.

Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità. Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria, che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli abusi del potere.

Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo. Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica, contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia, contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa oligarchia.

Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune, entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze, il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.

Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti, ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini, universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia; mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia, inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione, non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario, in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della repubblica[241].

Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili, accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di Frateschi e di Piagnoni. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini, erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].

La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia. Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito degli arrabbiati o de' compagnacci; mentre che i più saggi oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].

Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici, che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj, e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.

Davasi ai membri di questo partito il nome di bigi, volendo quasi indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò, perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].

Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza. Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il nome di Balìa, onde procedere alla ricostituzione della repubblica. Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti armati, onde impedire, secondo essi dicevano, che la piazza non si empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo, quando il suono della campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione: allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].

I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di accoppiatori, dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, tenere le borse. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i dieci della guerra e della pace[247].

Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni, conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo fino alla rivoluzione[250].

Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata. Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria, che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori, venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una scelta oligarchica[252].

Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di riferire tutta questa serie di avvenimenti.

Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica volontà.

I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de' Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene amministrati.

I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII, non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne Vico Pisano, Cascina e Buti[255].

Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].

Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata. Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini, cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].

Il re, durante questa disputa, inclinava evidentemente a favorire i Pisani. Pure si offrì mediatore tra i due popoli, loro proponendo una sospensione d'ostilità fino al suo ritorno dall'impresa di Napoli, promettendo in allora di sentenziare conformemente a ciò che volevano la giustizia ed i trattati. Ma i Fiorentini, che diffidavano di queste ambigue parole, lo stringevano all'esecuzione di una solenne giurata convenzione. E perchè ancora non avevano pagato la maggior parte del sussidio che avevano promesso, il re, che aveva bisogno di danaro, disse che spedirebbe Briçonnet, cardinale di san Malo, a Firenze per ricevere quella somma e far eseguire il trattato.

Briçonnet presentossi il 5 di febbrajo alla signoria di Firenze, e seppe così destramente persuaderla della sua buona fede e delle sue premure a consegnar loro una delle fortezze di Pisa, sempre occupata dai Francesi, che da lei ottenne in compenso che gli si pagherebbero i quaranta mila ducati non ancora maturati[260]. Quand'ebbe ricevuto il danaro partì il 17 febbrajo alla volta di Pisa; ma ritornò il 24, dichiarando che i Pisani non avevano voluto ubbidire, e che non aveva potuto adoperare contro di loro la forza, perchè, come ecclesiastico, sarebbe colpevole in faccia a Dio se facesse spargere sangue. La notizia della conquista di Napoli giunse opportunamente per dargli un pretesto di partire, onde raggiugnere il suo padrone, cavandolo così da un'equivoca situazione[261].

I Pisani avevano pure spediti ambasciatori a Siena ed a Lucca per domandare ajuti a queste due repubbliche, colle quali avevano avute antiche alleanze, e ch'erano rimaste rivali dei Fiorentini. L'una e l'altra parevano nuovamente apparecchiate ad assisterli, ma temevano ambedue di compromettersi troppo apertamente. Non pertanto i Lucchesi loro mandarono del danaro ed alcune centinaja di moggia di frumento[262]; ed i Sienesi spedirono loro immediatamente alcuni uomini d'armi che stavano al loro soldo[263]. I Pisani credevano di poter ottenere una più efficace assistenza dal duca di Milano, Lodovico il Moro, il quale era stato uno de' primi ad incoraggiarli a prendere le armi, e gli aveva protetti con zelo alla corte di Francia, mostrandosi vivamente interessato, perchè non ricadessero di nuovo sotto il giogo. Infatti, se questa guerra si prolungava, lusingavasi che Pisa, troppo debole per difendersi colle sole sue forze, finirebbe col darsi a lui, come in addietro si era data a Giovan Galeazzo Visconti, uno de' suoi predecessori. Pure siccome era legato ai Fiorentini con un trattato d'alleanza, non volle apertamente violarlo, e si limitò a rinviare gli ambasciatori pisani ai Genovesi, che gli avevano data la signoria della loro città, ma che in pari tempo si erano, in forza della loro capitolazione, riservato il diritto di fare a posta loro la pace o la guerra[264].

Due secoli prima i Genovesi, dopo le antiche loro vittorie sui Pisani, eransi lusingati d'estendere il loro dominio a tutta la costa toscana. Di già vi avevano alcuni castelli, e fecero inoltre l'acquisto del porto di Livorno, che il loro doge, Tommaso Fregoso, vendette poi ai Fiorentini. Dopo una tale epoca vennero respinti sempre più lontani dai confini della Toscana. Perdettero successivamente Pietra Santa e Sarzana, ed il fiume Magra venne finalmente stabilito per confine tra il loro territorio e quello di Firenze. Dopo ciò i Genovesi, rimasti gelosi de' Fiorentini, accolsero favorevolmente i deputati di Pisa. Uno storico genovese contemporaneo riferisce il seguente discorso, pronunciato dai deputati pisani innanzi al senato di Genova:

«Scusateci, padri coscritti (essi dissero), se non sappiamo parlare in modo conveniente alla dignità di questo senato e alle nostre sventure; datene soltanto colpa a quella così lunga, così miserabile, così crudele servitù in cui ci tennero i Fiorentini. Un lungo intervallo ci fece dimenticare in qual modo si parli ad uomini del vostro grado. Noi più non avevamo opportunità che di favellare coi nostri terrieri, intorno ai tributi che dovevamo pagare, o intorno alla coltura de' nostri campi che appena ci si lasciavano ancora. Altra cura non ci si accordava che quella di trovar modo a soddisfare a quelle esazioni sempre rinnovate, onde sottrarci al duro carcere di cui eravamo minacciati. La ricordanza di quest'abbietta servitù ci riempie tuttavia di spavento. Perdonateci, illustri senatori, perchè per noi parlano i nostri bisogni, e suppliscono alla nostra incapacità. L'anima nostra respira volgendosi verso di voi. Poc'anzi eravamo ancora tra le catene, ora ci vediamo liberi; eravamo come morti, ora viviamo riponendo in voi tutta la nostra speranza. Dio nella sua misericordia si è di noi ricordato, e ci ha mandata dal cielo la libertà. La ci fu data dal re Carlo; ma imponendoci l'obbligo di difenderci da noi stessi. Soli non siamo in istato di farlo; ci riconosciamo troppo deboli, appena restandoci un soffio di vita: onde tutta la nostra speranza è in voi riposta, e da voi aspettiamo la vita o la morte. Abbiate adunque pietà di noi. Se ci assistete, la nostra città sarà cosa vostra, perciocchè a voi attribuiremo il beneficio di quella libertà che ci fu data da un re clemente. Saremo vostri soldati, e combatteremo con zelo contro tutti coloro che ci additerete come vostri nemici. Ma se da voi non ci è dato di ottenere così segnalato favore, abbiamo determinato d'imitare l'esempio de' Sagontini, e di anticipare la crudeltà de' nostri nemici. Colle nostre proprie mani sveneremo i nostri figli, le nostre spose, brucieremo le case nostre ed i nostri templi; poi ci precipiteremo su questi roghi per non lasciare ai nostri nemici il modo di esercitare le loro vendette[265]

I Genovesi, mossi da così calde preghiere e dalle copiose lagrime con cui i Pisani avevano posto fine al loro ragionamento, loro diedero armi d'ogni genere di cui avevano urgentissimo bisogno, e che i Pisani ebbero l'accortezza d'esporre sulla pubblica piazza, perchè a tutti fosse nota l'assistenza che il loro stato aveva ricevuto e si facessero a sperar bene. In pari tempo Alessandro Negroni fu mandato a Pisa con autorità di chiamare in ajuto de' Pisani, qualunque volta lo credesse necessario, tutti i limitrofi abitanti della Liguria. Finalmente furono prese le convenienti misure per mantenere in servigio dei Pisani, ma a spese delle tre repubbliche di Genova, di Siena e di Lucca dugento uomini d'armi, dugento cavalleggeri ed ottocento pedoni, de' quali fu dato il comando a Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, ed a Giovanni Savelli[266].

Gli stessi Pisani avevano preso al loro soldo Lucio Malvezzi, emigrato bolognese, che, dai Bentivoglio acerbamente perseguitato, aveva trovato protezione presso il duca di Milano[267]. Il Malvezzi era buon capitano, ed aveva seco condotti circa trecento soldati veterani. Questi attaccò i Fiorentini, che assediavano Buti, sforzandoli a chiudersi in Bientina. Vero è che poco dopo i Fiorentini avevano in ricambio costretti i Pisani a ritirarsi dall'assedio di Librafratta poi ch'ebbero sotterrati i cannoni che vi avevano condotti. Allora i Fiorentini si erano sparsi per la valle del Serchio, ed avendo occupati i bagni di Pisa minacciavano perfino i sobborghi della città. Lucio Malvezzi che vi si era ritirato, fece suonare a stormo; e, rinforzata la sua armata con tutto il corpo della milizia pisana, venne ad attaccare i Fiorentini lungo il canale derivato dal Serchio, gli sgominò, cacciandoli fino a Librafratta, dove ricuperò i suoi cannoni, e tornò trionfante a Pisa, con molti prigionieri e cavalli[268].

I Fiorentini eransi ritirati attraverso allo stato di Lucca: Lucio Malvezzi gl'inseguì, ed avendo, prima che vi giugnessero i nemici, fatto occupare da un distaccamento il ponte del Serchio, li pose tra due fuochi. La cavalleria, condotta da Ercole Bentivoglio avea potuto per altro fuggire passando il fiume a nuoto, e dopo essersi posta in sicuro a Monte Carlo, era poi tornata ad occupare il suo accampamento a Pontadera; ma i fanti furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri[269].

Mentre che i Fiorentini continuavano la guerra contro i Pisani con sì mala riuscita, una nuova ribellione de' loro sudditi accrebbe la loro inquietudine. Il 26 marzo del 1495 la potente borgata di Montepulciano scosse il giogo della signoria[270]. I Fiorentini avevano in ogni grossa terra del loro territorio una fortezza che sempre aveva una porta esterna per ricevere i soccorsi. In ciascuna fortezza non tenevano che quattro o cinque soldati, che cautamente vi si chiudevano e facevano rigorosa guardia; questi quattro uomini bastavano per difendere la piazza quarantotto ore in caso di ribellione della borgata, o d'impreveduto attacco, e la signoria di Firenze non aveva bisogno che facessero più lunga resistenza per avere il tempo di soccorrerli. Ma le quattro guardie della fortezza di Montepulciano non si erano prese il pensiero di rifare i loro approvvigionamenti; inoltre, male osservando la loro consegna, tre di loro talvolta uscivano insieme, ed un solo restava in castello per chiudere ed aprire la porta. Gli abitanti di Montepulciano, malcontenti del governo fiorentino, della gravezza delle imposte e dell'alterazione delle monete, risolsero di porsi in libertà sotto la protezione de' Sienesi. Si accordarono adunque coi magistrati di quella repubblica, colla quale confinavano; indi cogliendo l'istante in cui tre de' soldati del castello erano usciti, vi chiusero il quarto, spingendolo nella principal torre, lo atterrirono e lo ridussero ad arrendersi entro un'ora[271]. Allora si diedero ad atterrare la fortezza, che non poteva servire che a tenerli dipendenti, ed intanto spedirono deputati ai Sienesi per porsi sotto la loro protezione. I Sienesi, sebbene legati coi Fiorentini da precedenti trattati, non si mostrarono difficili ad accoglierli. Si obbligarono a ricevere Montepulciano sotto la loro perpetua protezione, ed a trattare gli abitanti come confederati, non come sudditi; e tosto mandarono alcune truppe in loro ajuto[272].

I Fiorentini, che si erano sinceramente attaccati all'alleanza della Francia, e che, dietro le esortazioni di Savonarola, continuavano a mantenersele fedeli, malgrado i motivi di malcontento che loro dava il re, mandarono deputati a Napoli, a Carlo VIII, per chiedergli la guarenzia de' loro dominj, in conformità degli obblighi che si era assunti nel trattato, e perchè obbligasse i Sienesi, suoi alleati, a rendere loro una borgata ed il suo territorio, che avevano ingiustamente occupati. Ma Carlo rispose loro con un amaro sarcasmo: «Che posso io fare in vostro favore, se così voi maltrattate i vostri sudditi che tutti si ribellano[273]

Non meno che le parole, le azioni di Carlo mostravano quanto facesse poco conto del suo trattato coi Fiorentini, e dell'appoggio loro, mentre contro di lui si andava condensando un turbine nella parte settentrionale dell'Italia. Gli ambasciatori pisani, ch'erano a Napoli, da lui ottennero seicento soldati tra Svizzeri e Guasconi, che giunsero a Pisa sopra una nave di trasporto, e che in aprile ricominciarono l'assedio di Librafratta, di cui s'impadronirono. Lucio Malvezzi riprese press'a poco tutti i castelli de' Pisani che aveva dovuto prima abbandonare[274]. Aveva occupato la fortezza della Verrucola, la quale, essendo posta sopra la più orientale sommità della montagna che divide dal Pisano il territorio Lucchese, signoreggia la Val d'Arno, e scuopre tutto il piano pel quale i Fiorentini potevano avvicinarsi a Pisa. Questa posizione dava al Malvezzi il vantaggio di conoscere tutti gli andamenti del nemico e di prevenirne i progetti. Francesco Secco, generale fiorentino, si apparecchiava ad attaccare Verrucola, ma il Malvezzi lo sorprese a Buti, sgominandogli l'armata e facendogli molti prigionieri. Occupò poscia san Romano e Montopoli; ed i Fiorentini, vedendo le bandiere francesi tra le truppe nemiche, non vollero battersi contro di loro, ed abbandonarono Pontadera e tutto il territorio pisano[275].

L'antico attaccamento de' Fiorentini per la corona di Francia veniva indebolito da tante ingiurie e da così costante mancamento di fede. Nello stesso tempo tutta l'Italia si muoveva contro i Francesi, ed i deputati di Venezia e di Milano pressavano i Fiorentini ad unirsi alla causa dell'indipendenza d'Italia[276]; vi sarebbero senza dubbio riusciti, se Girolamo Savonarola non avesse colle sue profetiche ammonizioni accresciuto il timore che aveva la signoria per trovarsi la prima in sul passaggio dell'armata francese al suo ritorno. Già da più anni il Savonarola aveva annunciato che una straniera invasione cagionerebbe la ruina d'Italia. Allorchè apparve Carlo VIII aveva dichiarato essere costui il monarca scelto da Dio per gastigare i malvagi e per riformare la Chiesa[277]. Proseguiva a dire che sebbene Carlo VIII non avesse soddisfatto all'incarico impostogli dalla divinità, era però sempre il suo inviato; che Dio continuerebbe a condurlo quasi per mano, liberandolo da tutte le difficoltà in cui si era posto[278]. Cotali profezie, ripetute con tanta asseveranza dal pulpito, venivano pienamente credute dal popolo e dai capi della repubblica. Firenze più non era omai diretta da una politica umana, ma a seconda delle rivelazioni che credeva di ricevere dal cielo; ed il riformatore italiano esercitava sulla repubblica fiorentina quell'influenza che cinquant'anni dopo ebbe il riformatore francese sulla repubblica di Ginevra. Savonarola e Calvino avevano press'a poco gli stessi principj, ed univano egualmente la religione alla politica; ma il Savonarola coll'immaginazione del mezzodì e coll'ardore del suo carattere credeva di ricevere immediatamente dalla divinità quelle ispirazioni che gli venivano dalle sue riflessioni e dalle sue cognizioni. Questa stessa immaginazione signoreggiava troppo la sua ragione, perchè gli venisse in pensiero di assoggettare a disamina il corpo della religione. Limitava la sua riforma all'organizzazione della Chiesa, alla purificazione de' costumi, senza avere mai voluto introdurre veruna variazione nella sua fede.

Gli altri stati d'Italia, la di cui politica non era diretta dalle profezie e dalle prediche di un uomo che credevasi inviato da Dio, non avevano potuto vedere senz'estrema inquietudine l'inaudita prosperità de' Francesi, la conquista di Napoli, fatta senza venire a battaglia, e il subito rovesciamento di quella casa di Arragona che per tanto tempo aveva inspirato terrore a tutti gli stati italiani, ed era scomparsa al primo soffio di contraria fortuna. L'arroganza de' Francesi accresceva quest'inquietudine; siccome la loro mal dissimulata ambizione stendevasi a tutta l'Italia, essa rendeva precaria l'esistenza di tutti i sovrani. Il duca d'Orleans, rimasto in Asti, apertamente manifestava le sue pretese sullo stato di Milano, e minacciava Lodovico il Moro, mentre Carlo VIII a Napoli pareva che a bella posta cercasse d'accrescere la diffidenza di questo suo primo alleato. Erasi Carlo affezionato Gian Giacopo Trivulzio, personale nemico dello Sforza, e proscritto come ribelle dallo stato di Milano, e lo avea preso al suo soldo con cento lance. Erasi pure affezionato con larghe promesse il cardinale Fregoso ed Ibletto de' Fieschi, i due capi degli emigrati genovesi, nemici dello Sforza; per ultimo aveva ricusato a Lodovico il Moro il principato di Taranto, già solennemente promesso, dichiarando di non essere tenuto a dargliene il possesso che dopo che tutto il regno di Napoli sarebbe a lui subordinato[279].

I Francesi tenevano sempre le loro guarnigioni nelle fortezze di Sarzana e di Pietra Santa, che avevano promesso di restituire ai Genovesi; erano rimasti padroni delle principali fortezze degli stati di Lucca, di Pisa, di Firenze e di Siena, e con ciò davano legge a tutta la Toscana; avevano inoltre forzati gli Orsini ed i Colonna a dar loro in mano i più forti castelli, come pegni del loro attaccamento, e finalmente ridotto il papa a consegnare le sue migliori fortezze. Il progetto di signoreggiare tutta l'Italia pareva essersi adottato dall'ambiziosa corte di Carlo VIII, e sostituito al primo della spedizione della Grecia, che omai più non si risguardava che come uno stratagemma inventato per disarmare i popoli cristiani. I sovrani forastieri non erano nè meno scontenti, nè meno inquieti. In Ispagna Ferdinando ed Isabella deploravano l'infortunio del loro cugino, e la perdita d'un regno che aggiungeva splendore e potere alla casa d'Arragona. Altronde essi temevano per conto della Sicilia, la quale, avendo appartenuto agli Angiovini, poteva essere, come Napoli, richiamata dai Francesi, e che potrebbe difficilmente difendersi contro di loro, qualora riuscisse loro di stabilirsi dall'altra banda del Faro. Massimiliano, re de' Romani, conservava un amaro rancore contro Carlo VIII, che in occasione del suo matrimonio, gli aveva fatti i più sanguinosi affronti che possano farsi ad un padre e ad uno sposo. Vero è che avevano fatta la pace, ma Carlo VIII, attraversando l'Italia, non aveva mostrato verun rispetto per i diritti imperiali, era entrato da conquistatore nelle terre dell'impero, ed aveva parlato come padrone; di modo che aveva dati all'imperatore eletto infiniti motivi di lagnarsi e di ricominciare la guerra[280].

Filippo di Comines, signore d'Argenton, il sottile politico, e lo storico che descrive con tanto interessamento il regno di Lodovico XI e la spedizione di Carlo VIII, era in allora ambasciatore di Francia a Venezia, ove soggiornò otto mesi. Era stato colà mandato per persuadere quella potente repubblica a collegarsi alla Francia, o per lo meno a mantenere la promessa neutralità: gli offriva nel primo caso la ricompensa di Brindisi e d'Otranto, a condizione che i Veneziani restituirebbero quelle città, quando il re, acquistando la Grecia, potrebbe assegnar loro un più vasto dominio in quel paese. Ma i Veneziani, che invece di prevedere i rapidi avanzamenti del re, non supponevano nè meno che perseverasse ne' suoi progetti, avevano con onesti pretesti rifiutate così magnifiche condizioni che non avevano apparenza di potersi eseguire, e protestarono di mantenersi neutrali[281]. Nella stessa maniera avevano rinviati gli ambasciatori del re Alfonso e quello del sultano Bajazette, che tutti volevano persuaderli a difendere il re di Napoli; mentre l'ambasciatore milanese, che pure si trovava in Venezia, li riteneva nella sicurezza che il suo padrone ben saprebbe a quale partito appigliarsi per far tornare, quando fosse tempo, il re di Francia al di là delle Alpi[282].

Il trattato di Pietro de' Medici con Carlo VIII risvegliò finalmente l'inquietudine della signoria, ed i rapidissimi avanzamenti dell'armata francese rendettero egualmente inquieti il duca di Milano, il re de' Romani, che temeva che Carlo VIII non ricevesse dal papa la corona imperiale, ed il re di Spagna. Questi principi intavolarono dunque in Venezia un'alleanza per la comune sicurezza. Vi si videro giugnere successivamente il vescovo di Como e Francesco Bernardino Visconti, ambasciatori del duca di Milano, Ulrico di Frondsberg, vescovo di Trento, con altri tre ambasciatori di Massimiliano, ed all'ultimo Lorenzo Suares de Mendoza y Figueroa, ambasciatore di Spagna[283]. Da principio questi diplomatici non si adunavano che di notte, sia tra di loro che coi segretarj della signoria. Lusingavansi con ciò di non essere osservati dal Comines; ma avendo costui scoperte per tempo le loro pratiche, strinse francamente gli ambasciatori milanesi a fargli parte delle loro doglianze per provvedervi amicamente, piuttosto che alienarsi dalla Francia, la di cui alleanza era stata e poteva anche in avvenire riuscire utile al loro signore[284].

Il Comines tentò pure di sconsigliare la repubblica da questi ostili progetti, ma egli cedeva in accortezza agl'Italiani: gli ambasciatori milanesi gli avevano protestato con solenni giuramenti, che fallaci erano i suoi sospetti; la signoria lo aveva assicurato che la lega da lei progettata non solo non era diretta contro il re, ma doveva essere sottoscritta di accordo con lui, poichè si trattava di fare di concerto la guerra ai Turchi, di sforzare tutti gli alleati a concorrere alle spese, e di procurare a Carlo VIII l'alto dominio del regno di Napoli con tre delle sue principali piazze per guarenzia, conservando per altro la corona al principe arragonese, che sarebbe feudatario della Francia. Il Comines chiese tempo per partecipare queste proposizioni al re, e fece istanza perchè i Veneziani non venissero ad alcuna definitiva convenzione prima d'averne avuto riscontro. Ma Carlo, i di cui prosperi successi superavano le sue speranze, non volle porgere orecchio a veruno accomodamento[285]. Gli ambasciatori, avendo allora conosciuto che i loro abboccamenti erano noti, più non cercarono di celarsi, e si adunarono tutti i giorni. Pensavano a determinare il numero delle truppe che i Veneziani manderebbero a Roma, mentre Ferdinando difendeva Viterbo; ma quando seppero che questa città era stata abbandonata senza essersi tirato un colpo di fucile, e che poco dopo era stata evacuata Roma, i loro timori andarono crescendo colle difficoltà della loro posizione[286].

«Vedendo i Veneziani (dice il Comines) tutto ciò abbandonato, ed avvisati che il re si trovava in Napoli, mi mandarono a cercare, e mi dissero queste notizie, mostrandosene lieti; tuttavolta dicevano che il detto castello era gagliardamente munito[287]; e ben vedevano esservi da sperare assai che non si arrendesse, e consentirono che l'ambasciatore levasse gente d'armi a Venezia per ispedirle a Brindisi, ed erano vicini a conchiudere la lega, allorchè i loro ambasciatori scrissero che il castello avea capitolato. Allora una mattina mi fecero nuovamente chiamare, e li trovai in grosso numero di circa cinquanta o sessanta nella camera del principe, ch'era infermo di colica; e mi si raccontarono tali nuove con ridente cera, ma niuno più del principe sapeva meglio fingere. Alcuni erano seduti su certi marciapiedi delle panche, e tenevano il capo tra le mani, altri in altro lato, ma tutti non potevano a meno di lasciar travedere la somma loro tristezza; ed io credo che quando si ebbe in Roma l'avviso della sconfitta di Canne, i senatori che erano rimasti non erano più sparuti, nè più spaventati di loro: perciocchè non vi fu che il solo doge che mi guardasse o mi volgesse la parola. Ed io gli andava guardando maravigliato. Mi chiese il doge se il re manterebbe quello che loro aveva sempre fatto sapere, e che gli aveva detto ancor io. Risposi asseverantemente di sì, e tutto offersi per rimanere in pace, promettendo che la promessa sarebbe mantenuta, sperando con ciò di togliere ogni sospetto; indi mi congedai[288]

Malgrado l'abbattimento de' signori Veneziani, ben sentì il Comines che la posizione del re in fondo all'Italia poteva riuscire pericolosissima, se questi dichiaravansi contro di lui; e mentre il duca di Milano faceva ancora difficoltà per sottoscrivere con loro il trattato di alleanza, sollecitò Carlo VIII, o a far venire di Francia nuovi rinforzi, se voleva egli medesimo mantenersi nel regno, o ad uscirne immediatamente colla sua armata, prima che gli si precludesse la strada, lasciando soltanto buone guarnigioni nelle piazze. In pari tempo egli scrisse al duca di Borbone rimasto in Francia come luogotenente del regno, ed al marchese di Monferrato, per persuaderli a mandare subito rinforzi al duca d'Orleans, ch'erasi trattenuto in Asti soltanto colla sua casa: perciocchè questa città era in certo modo la porta aperta al re per tornare in Francia, e se questa veniva occupata da' nemici, estremo diventare poteva il suo pericolo[289].

«La lega si conchiuse (dice il Comines) una sera, ad era tarda assai il 31 marzo del 1495[290]. La susseguente mattina mi chiese la signoria assai più per tempo che all'ordinario. Tosto che fui arrivato e seduto, mi disse il doge che in onore della santa Trinità, aveva conchiusa una lega col nostro santo padre il papa, col re de' Romani e di Castiglia, e col duca di Milano, a tre fini: il primo per difendere la Cristianità contro il Turco; il secondo per la difesa dell'Italia; il terzo per la preservazione de' loro stati; e che dovessi darne notizia al re. Eravi grossa adunanza di circa cento o più, e tenevano il capo alto, facevano buon viso, ed avevano un contegno affatto diverso da quello di quel giorno in cui mi avevano data notizia della presa del castello di Napoli. Mi fu altresì detto d'avere scritto ai loro ambasciatori, che trovavansi presso il re, che partissero e prendessero congedo. Uno di costoro chiamavasi messere Domenico Loredano e l'altro messere Domenico Trevisano. Io aveva il cuore chiuso, ed assai temevo per la persona del re e di tutta la sua compagnia; e li credevo più apparecchiati che non erano; e dubitavo che tenessero pronti de' Tedeschi; che se ciò fosse stato, il re più non sarebbe uscito d'Italia. Risolsi di non far molte parole in quell'impeto di collera; pure essi mi fecero molte dimande. Loro risposi che la sera precedente aveva tutto scritto al re, e più volte, e ch'egli pure mi aveva scritto, e che gli era nota ogni cosa da Roma e da Milano. Tutti mi fecero mal viso per avere detto che aveva scritto la precedente sera al re, perchè non vi sono persone al mondo così sospettose, nè che tengano più segreti i loro consiglj; e soltanto per sospetto esiliano le genti; e perciò aveva loro così parlato. Oltre di questo loro dissi ancora d'avere scritto a monsignore d'Orleans ed a monsignore di Borbone, affinchè provvedessero Asti; e lo dicevo sperando che ciò li ritarderebbe dall'andare sotto Asti; perchè se fossero stati così apparecchiati come se ne davano il vanto, e credevano, l'avrebbero preso senza rimedio; perciocchè era, e rimase ancora lungo tempo mal provveduto[291]

Ma mentre che Filippo di Comines vuole darsi vanto, mostrando com'era ben informato, Pietro Bembo, lo storico veneziano, si compiace di dipingere la sua sorpresa ed il suo spavento. «Sebbene vi fossero tanti ambasciatori (egli scrive), e tanti cittadini chiamati alle conferenze, e che il senato si fosse così frequentemente adunato, tanta era stata la vigilanza del consiglio de' dieci, per sopprimere ogni diceria su questo argomento, che Filippo di Comines, inviato di Carlo, sebbene ogni dì frequentasse il palazzo, e che trattasse con tutti gli ambasciatori, mai non ebbe il più piccolo sospetto. Perciò, allorchè il giorno dopo la segnatura, fu chiamato a palazzo, ed il principe gli partecipò la conchiusione del trattato ed i nomi de' confederati, fu per impazzire. Per altro il doge gli aveva detto che tutto quanto erasi fatto non mirava a muovere guerra a chicchefosse, ma soltanto a difendersi ove alcuno della lega fosse attaccato. Poichè fu alquanto rinvenuto: E che dunque, esclamò non potrà il mio re tornare in Francia? Lo potrà, rispose il doge, se vuole ritirarsi da amico, e noi l'ajuteremo con tutte le nostre forze. Dopo questa risposta il Comines si ritirò; e mentre usciva di palazzo, dopo sceso lo scalone, nell'attraversare la piazza, si volse al segretario del senato, che lo accompagnava, pregandolo a ridirgli ciò che il doge gli aveva detto, avendo egli il tutto dimenticato[292]

Il popolo di Venezia festeggiò questa lega il giorno dopo la sottoscrizione, e le feste ricominciarono il giorno dodici aprile, domenica delle Palme, in cui si pubblicò in tutti i paesi de' confederali[293]. In forza de' convenuti articoli l'alleanza doveva durare venticinque anni, ed avere per oggetto la difesa della maestà del romano pontefice, della dignità, della libertà, de' diritti di tutti i confederati, e di ciò che tutti possedevano. Le potenze alleate dovevano fra tutte mettere in piedi trentaquattro mila cavalli e venti mila fanti; cioè il papa quattro mila cavalli; Massimiliano sei; il re di Spagna, la repubblica di Venezia ed il duca di Milano, cadauno otto. Ogni confederato doveva somministrare quattro mila pedoni. Coloro che non avrebbero dato tutto il contingente, supplirebbero col danaro. Come pure quando fosse stato necessario l'impiego d'una flotta, dovevano somministrarla le potenze marittime, e le spese essere a carico di tutti gli alleati in giusta proporzione[294].

Ma a questi articoli, che furono pubblicati, i confederati aggiunsero altre segrete condizioni, che affatto mutavano la natura dell'alleanza, e la disponevano ad una guerra offensiva. Di già Ferdinando ed Isabella avevano mandato in Sicilia una flotta di sessanta galere, che aveva a bordo seicento cavalieri e cinque mila fanti, ed avevano dato il comando di queste truppe a Gonzalvo di Cordova, che si era renduto glorioso nella guerra di Granata[295]. Convennero gli alleati che questa armata asseconderebbe Ferdinando di Napoli, per riporlo in trono, dove i suoi sudditi, rinvenuti dalla loro confidenza in Carlo VIII, di già lo richiamavano. Gli è vero che i re di Spagna si erano obbligati col trattato di Perpignano a non impedire al re di Francia l'acquisto del regno di Napoli[296], ma vi avevano aggiunta la clausola, che niuna condizione sarebbe obbligatoria se trovavasi pregiudicievole alla Chiesa; ed essi pretendevano, che, essendo il regno di Napoli un feudo ecclesiastico, essi non potevano restare dal difenderlo, quando il papa gl'invitasse a farlo[297]. I confederati convennero pure fra di loro segretamente, che i Veneziani attaccherebbero le terre occupate dai Francesi lungo le coste del regno di Napoli colla loro flotta, che avevano portata a quaranta galere, sotto il comando d'Antonio Grimani[298]; che il duca di Milano si opporrebbe all'avanzamento de' soccorsi che potessero arrivare dalla Francia; che attaccherebbe Asti, scacciandone il duca d'Orleans; che il re de' Romani ed i re di Spagna invaderebbero nello stesso tempo i confini della Francia con potenti armate, e riceverebbero per questa guerra sussidj dagli altri alleati[299].

Massimiliano faceva agli stati d'Italia splendide promesse, ma non si tardò a conoscere che non recava all'alleanza che un gran nome. Egli non sapeva porre alcun ordine nè alcuna economia nell'amministrazione de' suoi stati ereditarj, e non poteva avere dall'impero nè uomini, nè danari, sebbene pretendesse d'entrare in guerra colla Francia soltanto per l'interesse de' feudi imperiali. La dieta di Vormazia gli promise nel 1495 soltanto centocinquanta mila fiorini, assegnati sul danaro comune che doveva levarsi in tutto l'impero, e che non si pagò in verun luogo. Di modo che, in cambio di sei mila cavalli da lui promessi, appena potè assoldare tre mila uomini[300].

Non eravi forse verun duca d'Italia, che non fosse effettivamente più potente dell'imperatore, o la di cui cooperazione non fosse almeno più efficace. Perciò le potenze alleate avrebbero ardentemente desiderato che tutta l'Italia fosse entrata nella stessa confederazione, ed insistettero presso il duca di Ferrara e presso i Fiorentini, perchè prendessero parte nella lega. Il duca di Ferrara lo ricusò[301], ma per tenersi amici tutti i partiti fu contento che suo figlio primogenito, don Alfonso, passasse ai servigj del duca di Milano col titolo di luogotenente generale delle sue truppe, e col comando di cento cinquanta lance[302]. I Fiorentini, ai quali Lodovico Sforza offriva un'armata, per difenderli contro Carlo VIII nel di lui ritorno, e per ajutarli in appresso a ricuperar Pisa e tutte le loro fortezze, costantemente ricusarono di staccarsi da un principe, che per altro loro dava così giusti titoli di lagnanze. Preferirono di aspettare da lui la restituzione delle loro province, piuttosto che ritorgliele colla forza, ajutati dagli alleati, de' quali diffidavano più che del re[303].

Frattanto tutti i confederati si apparecchiavano sollecitamente alla guerra: i Veneziani chiamavano molti Stradioti, o cavalleggeri dall'Epiro, dalla Macedonia e dal Peloponneso: Lodovico Sforza aveva mandato molti danari in Svevia per assoldarvi truppe mercenarie; Massimiliano prometteva di scendere in Italia con quelle formidabili schiere tedesche, delle quali i Francesi nel 1492 avevano sperimentato il valore nelle pianure dell'Artois. Bajazette II offriva ai Veneziani d'ajutarli con tutte le sue forze di terra e di mare contro i Francesi[304]. Il sultano non era compreso nell'alleanza, la quale anzi, stando al trattato pubblico, sembrava fatta contro di lui; pure il suo ambasciatore era stato ammesso nelle adunanze della confederazione, e terminata la sua missione era rimasto in Venezia per assistere alle feste colle quali si celebrò la pubblicazione della lega[305]. In ogni parte l'Europa vestiva un aspetto ostile contro i Francesi; e Filippo di Comines, che da gran tempo avvisava il suo padrone del turbine che si andava contro di lui condensando, essendosi ancora trattenuto un mese in Venezia dopo la sottoscrizione della lega, si pose in cammino per recarsi al campo di Carlo, attraversando gli stati del duca di Ferrara, di Giovanni Bentivoglio e dei Fiorentini. Fu da loro accolto come l'ambasciatore d'un monarca alleato, mentre che la sua partenza da Venezia fu in certo qual modo il segnale della rottura d'ogni negoziazione[306].