CAPITOLO XCVI.
Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la Toscana; si apre un passaggio a Fornovo malgrado i confederati, e giugne fino ad Asti. Tratta a Vercelli col duca di Milano, libera il duca d'Orleans, assediato in Novara, e ripassa le Alpi.
1495.
Per quanto fosse grande il disprezzo che Carlo VIII e la sua corte avevano concepito per la nazione italiana dopo la facile loro vittoria, avevano per altro sentito di avere bisogno di guadagnarsi l'affetto del popolo, per mantenere ubbidiente il regno che avevano occupato. Carlo VIII e la sua corte avevano infatti cercato di cattivarselo con un decreto, che, riducendo le imposte a ciò che erano ai tempi dei re angioini, scaricavano il regno di quasi dugento mila ducati di contribuzione[307]; ma perchè aveva accordata questa grazia colla leggerezza che lo caratterizzava, senza calcolare i bisogni dello stato, nè il conguaglio tra le rendite e le spese, non ispirò veruna confidenza, tanto più che si vedeva in tutto il restante della sua amministrazione la rapacità de' suoi subordinati, il loro disordine, e l'assoluto loro disprezzo per le leggi e per le costumanze della nazione. Il regno di Napoli era il solo paese d'Italia in cui le instituzioni feudali si fossero mantenute in pieno vigore. Alfonso I le aveva confermate con nuove concessioni fatte ai gentiluomini. Le province erano quasi assolutamente dipendenti dalla nobiltà; e per essere sicura del regno, o conveniva cattivarsi l'affetto dei grandi, conservando l'antica organizzazione, o rendere le comuni da loro indipendenti, dichiarandole libere, e dando loro un'importanza che mai avuta non avevano. Ma i Francesi non davano orecchio che ai loro pregiudizj; erano piuttosto disposti ad accrescere la schiavitù del terzo stato, e non pertanto avevano offesa tutta la nobiltà.
Dopo avere pubblicato il suo editto intorno alla minorazione delle imposte, il re ad altro più non pensò che a feste ed a tornei, ove credeva di brillare; e tutti i suoi cortigiani non pensarono che ai mezzi più pronti di arricchirsi. Chiedevano con importunità tutti gl'impieghi, tutti i titoli, tutti i feudi disponibili dalla corona; e Carlo VIII, che nulla sapeva ricusare, loro spesso accordava quello di cui non poteva a buon diritto disporre; egli invadeva le private proprietà, e feriva ne' loro interessi e negli affetti loro i popoli che così leggermente offendeva. Quest'inconsiderazione gli fece perdere le due città di Tropea e di Amantea, che piuttosto che assoggettarsi al signore di Precì, cui le aveva regalate, rialzarono le insegne arragonesi[308]. Da prima non pensò, finchè poteva farlo, a sottomettere queste due città; e poco dopo gli Spagnuoli, sbarcati dalla Sicilia, vi posero guarnigione; altri si stabilirono in Reggio di Calabria; e si dispiegavano nuovamente le insegne d'Arragona nella Puglia, ove non si vedevano giugnere truppe francesi, e dove era già nota la conclusione della lega ed il prossimo arrivo d'Antonio Grimani colla flotta veneziana; finalmente Otranto aprì le porte a don Federico, che aveva stabilito a Brindisi il suo quartiere generale[309].
Ma più di tutti, malcontenta di Carlo era l'alta nobiltà. Una parte di questo potente corpo credeva di avere acquistati giusti diritti alla riconoscenza de' Francesi col suo attaccamento alla casa d'Angiò; l'altra vantava i suoi recenti servigj, e la facilità colla quale aveva abbandonato il partito d'Arragona, cui era da prima affezionata. Avvezzi gli uni e gli altri ad essere conosciuti e temuti dai loro sovrani, contavano sopra potenti memorie in un paese ove tante affezioni e tanti odj erano ereditarj. Erano ad un tempo avviliti ed offesi, vedendo che nè il re, nè alcuno de' principali signori francesi, avevano contezza dei loro nomi, degli antichi loro interessi, degli antichi loro servigj. Costretti a ridire sempre chi erano, ciò che avevano diritto di pretendere, e le ingiustizie che loro venivano fatte, non trovavano chi porgesse loro orecchio, nè chi gl'intendesse o ajutasse a ricuperare i ricevuti torti; e prima che si facesse loro ragione di una violazione dei proprj diritti, un nuovo editto del re, una nuova concessione fatta a qualche signore francese, loro arrecava una più fresca offesa. Quando volevano presentarsi a Carlo, con grandissima difficoltà potevano ottenere udienza; lasciavansi languire nelle anticamere; e quando all'ultimo venivano ammessi, incontravano allora una maggiore difficoltà, quella di ridurre questo giovane re, sempre distratto, sempre nemico del lavoro ed incapace di attenzione, a fissare il suo spirito ed a parlare di affari[310].
Erasi abborrita la tirannia, la doppiezza e l'avarizia arragonese; ma i vantaggi inseparabili dall'amministrazione regolare, economica e ben formata di quei re, vantaggi cui non erasi posto mente in tempo del loro regno, si rendettero col presente contrapposto palesi. Ferdinando II, cui non poteva farsi verun rimprovero, non avendo egli avuto parte ne' delitti del padre e dell'avo, rendevasi ogni giorno più caro per la grandezza della sua caduta, per la nobiltà con cui vedevasi sostenere la presente sventura, e pel coraggio, la magnanimità, e la dolcezza che aveva fatte conoscere nel breve tempo che era durato il suo regno. Dopo avere sperato dal ritorno dell'antica stirpe francese un ben essere e vantaggi che non è in mano di verun principe di potere costantemente procurare ad un popolo, i Napolitani erano colpiti dell'incapacità del re, della sua inapplicazione, della sua ignavia, dell'inaudito disordine della sua casa, dell'impossibilità d'avere accesso presso di lui, dell'orgoglio e dell'insolenza de' suoi cortigiani, i quali sprezzavano una nazione che si assumevano di governare, ed alla quale mai non si erano mostrati che tra le linee nemiche. Il disgusto del presente inspirava il desiderio di un passato che si era creduto intollerabile. Quello ch'era stato tanto tempo chiamato tiranno anche prima di salire sul trono, nel suo esilio aveva cessato di essere odioso. Si andavano rammentando le vittorie da lui riportate alla testa di armate nazionali in Toscana, ad Otranto ed al ponte di Lamentana, e preferivasi l'antico giogo, consolidato dalle conquiste, al nuovo giogo che non si era stabilito che colle disfatte dell'armata e colla vergogna de' capitani. Una nazione soffre più facilmente l'oppressione che il disprezzo, e meno ancora del disprezzo soffre di vedersi rendere spregevole da coloro che la governano. Il nome di Alfonso, fin allora così odioso, più non inspirava spavento; chiamavasi giusta severità quella condotta che in addietro aveva il nome di crudeltà; e credevasi vedere una prova di sincerità nel suo altero, contegno, così spesso attribuito ad orgoglio e ad alterigia[311].
Mentre che una generale fermentazione Veniva prodotta dal confronto tra gli antichi ed i nuovi padroni, i Francesi, saziati dalle loro vittorie, cominciavano a desiderare il ritorno in patria. Credevano di avere abbastanza operato per la loro gloria, ed erano impazienti di andar a ricevere le lusinghiere lodi dei loro compatriotti e principalmente delle donne. Coloro ch'erano rimasti alla corte o all'armata, siccome quelli ch'erano sparsi nelle province, sentivano tutti di non essere colà che di passaggio. Non si curavano di piacere ai loro amministrati, non a fissarsi stabilmente tra di loro, non a lasciarvi buona riputazione. I loro occhi erano sempre volti verso la Francia, e tutti i loro progetti, tutta la loro ambizione avevano per iscopo il ritorno in patria. Tale disposizione era di già universale che a Napoli non sapevasi ancora la lega delle potenze che si andavano afforzando nella parte settentrionale d'Italia. Ma quando ne fu dato avviso al re, tutti i suoi consiglieri sentirono la necessità di ricondurlo in Francia, prima che ne fosse preclusa la strada da superiori forze[312].
Carlo VIII, che da molto tempo andava negoziando con Alessandro VI per ottenere dalla Chiesa l'investitura del regno di Napoli, quando si vide costretto a partire, offrì di accontentarsi di una investitura da darsi colla clausola: senza pregiudizio del diritti d'ogni altro pretendente; e non potendola nè meno ottenere a tale condizione, pensò di supplirvi con un'altra ceremonia. Il 12 di maggio fece il suo solenne ingresso in Napoli, coperto con un manto imperiale, portando il globo colla mano destra e lo scettro colla sinistra e accompagnato da tutta la nobiltà francese e napolitana, indi si recò con tale corteggio alla chiesa di san Gennaro, ove giurò ai Napolitani di governarli e mantenere i loro diritti, libertà e privilegj. Creò cavalieri molti giovani gentiluomini che gli avevano chiesto questo favore, e senza essere altrimenti coronato, o avere ricevuta l'investitura della Chiesa, si ritirò al suo palazzo[313].
Giovanni Gioviano Pontano, di quest'epoca il più celebre letterato di Napoli, fu scelto da Carlo VIII per arringare il popolo nel giorno della sua inaugurazione. Quest'uomo, che i re d'Arragona avevano colmato di beneficj, non consultò che la sua vanità di retore, e non si curò che della bellezza delle frasi, non già dei sentimenti onde avrebbero dovuto essere animate. Parlò così enfaticamente del principe francese, e con tanta amarezza degli Arragonesi, come se il primo avesse appagati tutti i voti del popolo, e gli altri non avessero per verun titolo meritata la sua riconoscenza. Tanta viltà era un vizio universale di tutti i letterati di quel secolo, che nudriti, come gli antichi trovatori, co' beneficj de' grandi signori, non avevano nè dignità, nè carattere, nè indipendenza. Al pubblico spiacque altamente la condotta di Pontano; e n'ebbe detrimento anche la sua gloria letteraria[314].
L'inaugurazione di Carlo VIII era in certo qual modo l'ultimo atto di sovranità ch'egli aveva intenzione di esercitare in Napoli, avendo determinato di partire dopo otto giorni. Nominò suo vicario Giberto di Montpensier, della casa di Borbone, valoroso cavaliere, ma che non aveva nè ingegno, nè cognizioni, ne attività: mai non erasi alzato da letto prima di mezzogiorno, sebbene in quell'età la moda non avesse per anco introdotta la costumanza delle ore tarde della presente età[315]. D'Aubignì, della casa Stuardi di Scozia, che Carlo VIII aveva creato contestabile del regno, conte d'Acqui e marchese di Squillace, fu nominato luogotenente del re in Calabria. Costui, secondo il Comines, era un saggio cavaliere, buono ed onorato, e gl'Italiani gli danno il primo posto tra i generali dell'armata francese. Stefano de Vese, siniscalco di Belcario, gran ciambellano di Napoli, duca di Nola e sovrintendente delle finanze del regno, venne incaricato del comando di Gaeta. Egli aveva, dice il Comines, una carica maggiore di quella che potesse ed avesse saputo portare. Un gentiluomo lorenese, chiamato don Giuliano, fu lasciato a sant'Angelo, col titolo di duca; Gabriello di Montefalcone a Manfredonia; Guglielmo di Villanuova a Trani; Giorgio di Sylli a Taranto; il balivo di Vitrì all'Aquila, e Graziano Guerra a Sulmona negli Abruzzi[316].
Carlo VIII divise la sua armata con questi diversi capi. Lasciò loro la metà degli Svizzeri, una parte de' Guasconi, ottocento lance francesi, e cinquecento uomini d'armi italiani all'incirca, comandati dal prefetto di Roma, fratello del cardinale della Rovere, da Prospero e da Fabrizio Colonna, e da Antonio Savelli. Questi grandi signori italiani, i più riputati condottieri di quell'età, erano coloro che il re aveva principalmente cercato di affezionarsi. Aveva in particolar modo favoriti i Colonna, dando a Fabrizio le contee d'Albi e di Tagliacozzo, ed a Prospero il ducato di Tragitto, la città di Fondi e molti castelli tolti alle case de' Gaetani e de' Conti. Tra i nobili napolitani si appoggiava principalmente al principe di Salerno ed a suo fratello, il principe di Bisignano, che avevano passati molti anni alla corte di Francia come emigrati, e che non potevano non essere attaccati ai suoi interessi. Aveva al primo restituita la carica di grande ammiraglio, e perchè lo risguardava come un cortigiano francese, lo aveva trattato collo stesso favore[317]. Ma non erasi tanto gagliardamente stabilito in Italia per sperare che gl'Italiani si difendessero da sè medesimi; e dopo avere divisa la sua armata, non lasciava abbastanza di truppe per custodire il regno, nè seco ne conduceva quante potevano bastare per essere certo di aprirsi un passaggio.
Il 20 di maggio dopo mezzogiorno Carlo VIII partì da Napoli per tornare in Francia. Seco conduceva ottocento lance francesi, senza contare i dugento gentiluomini della sua guardia, Gian Giacomo Trivulzio con cent'uomini d'armi italiani, tre mila fanti svizzeri, mille francesi e mille guasconi, ed in Toscana doveva essere raggiunto da Camillo Vitelli e dai suoi fratelli con dugento cinquanta uomini d'armi[318]. La stessa sera andò a dormire ad Aversa, prendendo la strada di Roma.
Si era fatto precedere dall'arcivescovo di Lione per pregare il papa di aspettarlo in Roma, assicurandolo di essere un figlio ubbidiente della Chiesa, desideroso di ravvicinarsi a lei, e che, siccome tutte le sue intenzioni erano pacifiche, ogni difficoltà verrebbe tolta nella prima conferenza[319]. Dall'altro canto il duca di Milano ed i Veneziani, per tenere Alessandro fedele alla loro alleanza, gli avevano di già mandati mille cavalleggeri, e due mila fanti. Stavano pure per aggiugnervi altri mille uomini d'armi; ma conobbero non essere prudente consiglio il mandare a tanta distanza i diversi loro corpi d'armata, ed in particolare di darne uno tanto importante alla fede di un uomo che niun giuramento poteva legare, e che anche in allora stava negoziando coi loro nemici. Persuasero dunque il papa a ritirarsi, quando si avvicinerebbe Carlo, ed infatti Alessandro VI, accompagnato dal collegio de' cardinali, da dugento uomini d'armi, da mille cavalleggeri e da tre mila fanti, uscì di Roma il 30 di maggio prendendo la strada di Orvieto, mentre che il re vi entrò il primo di giugno[320].
Carlo VIII non voleva parere in Roma nemico del papa, ed il papa dal canto suo evitava qualunque ostilità. Castel sant'Angelo era difeso da una numerosa guarnigione; ma in pari tempo aveva Alessandro lasciato in Roma il cardinale di sant'Anastasio per ricevere con onore il monarca ed offrirgli un alloggio nel Vaticano. Carlo non volle accettarlo, ed andò a stare nel quartiere del Borgo[321].
Carlo VIII non si trattenne che tre giorni in Roma; e per quante ragioni avesse di non essere contento del papa, invece di dare orecchio ai suoi nemici, che proponevano di nuovo di farlo deporre, egli cercò di addolcirlo, facendo consegnare ai di lui ufficiali le fortezze di Cività Vecchia e di Terracina: conservò per altro quella di Ostia, che poi consegnò al cardinale di san Pietro ad Vincula. L'armata era meno del re disposta ad usare tanti riguardi; si diresse in tre colonne da Roma alla volta della Toscana, e nel suo passaggio saccheggiò gran parte del territorio della Chiesa, spogliò Toscanella, e ne uccise tutti gli abitanti[322]. Di ciò spaventato, il papa ritirossi da Orvieto a Perugia, con intenzione di fuggire ad Ancona, e di là per mare a Venezia, se il re continuava qualche tempo ancora a tenergli dietro.
Ma dopo di avere attraversato lo stato della Chiesa, Carlo VIII prendeva la strada della Toscana. Il 13 di giugno entrò in Siena, dove aveva ordinato a Filippo di Comines di andare a scontrarlo. Allorchè lo vide, gli chiese ridendo se i Veneziani pensavano da vero a venire con lui a battaglia; e sebbene il suo ambasciatore lo assicurasse che avevano in armi quaranta mila uomini, non volle tenerne conto; «perchè tutta la sua compagnia era formata di gioventù, e credevano che in fuori di loro niun altro portasse le armi[323].» Infatti invece di avanzarsi rapidamente, onde prevenire l'unione di tutti i suoi nemici, ed in particolar modo de' Tedeschi, che più degli altri doveva temere, si trattenne sei giorni in Siena, per occuparsi intorno alle turbolenze di quella città, dove il monte del popolo e quello de' riformatori erano gelosi di quello dei nove, e volevano forzarlo a licenziare una guardia di trecento uomini, attaccata a lui solo[324]. Il signore di Lignì, della casa di Lussemburgo, uno de' favoriti di Carlo VIII, s'immaginò di potere approfittare di queste dissensioni per ottenere la sovranità di Siena. In tale intrapresa l'incoraggiavano alcuni faziosi sienesi; ed il re, che aveva più bisogno che mai di tutte le sue forze per sè medesimo, lasciò non pertanto tre cento uomini a Siena, sotto il comando di Gaucher de Tinteville, per custodia di questa pretesa sovranità di Lignì. Fu questi effettivamente nominato capitano generale della repubblica col soldo di venti mila fiorini all'anno, per compenso della promessa del re di guarentire ai Sienesi tutto il loro territorio ad eccezione di Montepulciano. Ma non era ancora venuta la fine di luglio, che nuove sollevazioni avevano cacciati fuori di Siena il luogotenente di Lignì, e tutti i Francesi[325].
In pari tempo i Fiorentini avevano intavolate con Carlo VIII nuove negoziazioni per ottenere, a norma delle fatte promesse, la restituzione di Pisa. Perciò non gli offrirono solamente di pagare i trenta mila fiorini che tuttavia gli dovevano in forza del precedente trattato, ma inoltre di prestargliene settanta mila, e di farlo accompagnare fino ad Asti da Francesco Secco, loro capitano, con tre cento uomini d'armi e due mila fanti. Ove non avesse presa in considerazione che la politica, Carlo VIII otteneva, accettando tali proposizioni, non leggeri vantaggi; e perchè inoltre trattavasi di dare esecuzione agli obblighi di già presi con giuramento, i suoi consiglieri non sapevano allegare verun motivo in contrario. Pure i Pisani avevano inspirata tanta compassione a tutti i capitani svizzeri e francesi, che si erano alcun tempo trattenuti nella loro città, tanto sventurata era la sorte loro, e così grande la fidanza loro nel re, che Carlo non sapeva risolversi a darli nelle mani dei loro nemici: perciò, secondo aveva costume di fare quando non sapeva risolvere, prese tempo a decidere. Ordinò agli ambasciatori fiorentini di seguirlo a Lucca, promettendo che in quella città terminerebbe la cosa con loro aggradimento[326].
Carlo VIII non sapeva ancora quale strada prenderebbe per attraversare la Toscana. I Fiorentini che non avevano troppe ragioni per essere di lui contenti, non volevano averlo un'altra volta entro le proprie mura. Erano in ispecial modo agitati dall'avviso che avevano avuto, che Pietro de' Medici, fuggito da Venezia, aveva raggiunto Carlo VIII; che lo accompagnava nella sua tornata, e che sperava di approfittare del suo passaggio per Firenze onde farsi riporre nella perduta autorità. Una lettera intercettata di Pietro de' Medici a Pietro Corsini più non permetteva di porre in dubbio questo suo progetto; e l'esempio della signoria domandata a Siena a favore del Lignì, accresceva questi timori. I Fiorentini, che fino a quell'epoca avevano con istraordinaria pazienza sopportate le ingiustizie, l'orgoglio e la negligenza del re de' Francesi, mostrarono, per difendere la loro libertà, una inaspettata fermezza. Essi sollecitamente si provvidero di armi e di soldati, che fecero entrare nella loro città; barricarono tutte le strade, tranne una sola; e, senza avere voluto entrare nella lega, chiamarono non pertanto alcune truppe veneziane in loro ajuto[327]; all'ultimo fecero dichiarare al re che, risoluti essendo di morire per la loro libertà, non solo mai non permetterebbero a Pietro di rientrare in città, ma nemmeno di attraversare il loro territorio. Carlo VIII cedette rispetto a questo punto; ordinò a Pietro de' Medici di recarsi a Lucca, senza toccare il territorio fiorentino, e Gherardo Corsini e Niccolò Pazzi lo accompagnarono con un araldo d'armi, perchè quest'ordine fosse eseguito[328].
Intanto Carlo passò da Siena a Poggibonzi, ove trovò fra Girolamo Savonarola, mandato dalla repubblica fiorentina come ambasciatore presso di lui. Questo frate, facendo uso, come soleva, dell'autorità divina invece de' motivi politici, rimproverò al re i disordini commessi dalla sua armata, il suo disprezzo pei giuramenti dati sugli altari, la sua negligenza nel riformare la Chiesa, al quale oggetto Iddio lo aveva chiamato in Italia, e condotto quasi per mano. Lo avvisò che se non si pentiva, se non mutava condotta, Dio non tarderebbe a punirlo severamente: in appresso si credette di scorgere l'avveramento di queste predizioni nella morte del Delfino. Carlo, turbato da queste profezie, lasciò la strada di Firenze e prese quella di Pisa[329].
Appena giunto in questa città, si vide attorniato da un popolo piagnente: gli uomini, le donne, i fanciulli si affollavano inginocchiati intorno a lui, supplicandolo di salvarli; gli rammentavano che andavano a lui debitori della loro libertà, che la fidanza loro nella reale sua promessa gli aveva spinti a compromettersi interamente coi Fiorentini; di modo che se intollerabile era il giogo che avevano portato prima della rivoluzione, ancora più pesante diventerebbe in avvenire, perchè i loro oppressori crederebbero di doversi vendicare. Nello stesso tempo, trovandosi tutti gli ufficiali dell'armata alloggiati presso i cittadini, ogni famiglia pisana si faceva intorno al suo ospite, gli narrava i passati patimenti, a lui si raccomandava ed implorava coi singhiozzi la sua misericordia. Omai tutti coloro che successivamente erano stati dal re mandati a Pisa, avevano prese la parte de' pisani, e si unirono agli abitanti della città per risvegliare la compassione de' loro commilitoni. Non è possibile il figurarsi quanto l'armata francese rimanesse commossa da tali preghiere, e con quanto ardore quegli uomini, così duri e talvolta così feroci, abbracciarono la causa de' Pisani. Il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè ed il presidente, di Gannay, che sapevasi avere instato per la restituzione di Pisa, furono minacciati dai soldati e dagli arcieri, ed accusati di essersi lasciati vincere dal danaro de' Fiorentini. Cinquanta gentiluomini della casa del re, portando le loro scuri al collo, recaronsi a trovarlo nella camera, dove giuocava alle carte col signore de Piennes; Sallezzard, uno di loro, si fece a parlare, stringendo il re a favore de' Pisani, ed accusando di tradimento coloro che erano loro contrarj: e piuttosto che lasciare per mancanza di danaro ridurre il re ad un'azione che disonorerebbe il nome francese, offrì per parte di tutta l'armata il condono de' soldi arretrati, ed inoltre le collane e le catene d'argento di cui andavano ornati gli ufficiali. Se il re fosse stato degno di così valorosa armata, avrebbe cercato di sbrigarsi onorevolmente dalle contraddittorie promesse incautamente fatte, di trattare ad eque condizioni un riconciliamento tra i Pisani ed i Fiorentini, guarantendo la libertà dei primi, ed accordando qualche cosa ai diritti degli altri, ed approfittando della circostanza che le fortezze lo rendevano assoluto arbitro di Pisa, per non ordinare che cose giuste e vantaggiose alle due parti. Invece di prendere una risoluzione decisiva, il re mostrossi imbarazzato, ricusò ai Pisani qualunque nuova promessa, e fece dire agli ambasciatori fiorentini, che lo aspettavano a Lucca, di prendere la strada di Asti, ove lo troverebbero[330].
Ma senza risolvere intorno all'avvenire, Carlo VIII soddisfece gli amici de' Pisani colla scelta de' comandanti che diede alle fortezze della città e del territorio, prendendoli tutti tra le persone affezionate a Lignì, il grande avvocato de' Pisani. Diede il comando della fortezza, di cui aveva mutata la guarnigione, a Rostecco di Balzacco, signore d'Entragues, servitore del duca d'Orleans e del Lignì, che non era riputato degno di tal carica. Lasciò sotto i suoi ordini le fortezze di Librafratta, di Pietra Santa e di Mutrone. Confidò Sarzana al bastardo de Roussi, servitore di Lignì, e Sarzanello ad un'altra creatura dello stesso conte. Il re si riposò quattro giorni a Pisa, ove, siccome nelle altre fortezze della Toscana, lasciò quei soldati, de' quali doveva in breve sentire il bisogno per sè medesimo[331].
Intanto la posizione dell'armata francese facevasi ogni giorno più difficile. In Lombardia avevano cominciato le ostilità, ed i Francesi erano stati i primi. Avevano i Veneziani protestato che non avrebbero attaccato il re nella sua tornata, e che soltanto si sarebbero tenuti apparecchiati a difendere il duca di Milano contro chiunque avesse intrapreso a nuocergli[332]. In questi frangenti il duca d'Orleans, che soggiornava in Asti, sorprese Novara, e Carlo VIII n'ebbe avviso prima che uscisse di Siena.
Il re aveva ordinato al duca di Orleans di rispettare il territorio milanese e di tenersi in Asti. Ma Lodovico Sforza, dopo la formazione della lega, desiderava di strascinare i Veneziani nella guerra col provocare il suo rivale. Fece partire da Milano settecento uomini d'armi e tre mila pedoni, sotto il comando di Galeazzo Sanseverino, facendo l'intima al duca d'Orleans di lasciare il titolo di duca di Milano, titolo che il duca Carlo d'Orleans, padre dell'attuale, aveva pure portato, siccome erede di Valentina Visconti; gl'intimò in pari tempo di non permettere che scendessero altre truppe francesi in Italia, e di affidare la custodia di Asti a Galeazzo Sanseverino, cui il re nel precedente anno aveva accordato il suo ordine di Sammichele, indicandolo con ciò, siccome persona di cui si fidava[333]. Il duca d'Orleans, lungi dal lasciarsi sgomentare da tanta arroganza, e dal numero delle forze che gli si diceva che la lega metteva in campagna contro di lui, fu il primo ad entrare in guerra, attaccando la terra ed il castello di Gualfinara nel marchesato di Saluzzo, e costringendo il Sanseverino a ritirarsi a Non, castello del duca di Milano, non molto discosto da Asti.
Frattanto lo Sforza, che si era obbligato a chiamare molte truppe tedesche, non aveva spedito sufficiente danaro in quel paese per assoldarle. L'armata del Sanseverino andava scemando a cagione delle frequenti diserzioni, mentre che quella del duca d'Orleans ingrossava ogni giorno pei rinforzi che riceveva dalla Francia: omai contava tre cento lance, tre mila fanti svizzeri, ed altrettanti guasconi. Trovandosi di già con un'armata assai più numerosa di quella dello Sforza, diede orecchio alle suggestioni de' malcontenti novaresi, i di cui capi, Opicino Caccia e Manfredo Tornielli, avevano a dolersi dello Sforza a cagione di clamorose ingiustizie sostenute rispetto alle loro proprietà. Questi due gentiluomini aprirono l'undici di giugno le porte di Novara ai Francesi, e vi ricevettero il duca d'Orleans con tutta la sua armata[334].
La sorpresa di Novara empì di terrore tutto lo stato di Milano; e se il duca d'Orleans si fosse subito avanzato colle sue truppe, avrebbe probabilmente fatta nascere una rivoluzione in Lombardia. Il supposto avvelenamento di Giovanni Galeazzo, aveva alienati tutti gli animi dal Moro, e rendeva assai più amare le lagnanze eccitate dalla gravezza delle imposte, e dalle ingiustizie del governo: ma il duca d'Orleans non era ben informato della disposizione degli abitanti, nè delle forze del suo avversario. Prima di compromettersi, credette necessaria l'occupazione della fortezza di Novara, che non ebbe che sei giorni dopo della città; tale ritardo fu la salvezza dello Sforza, avendo dato tempo al Sanseverino di condurre la sua armata a Vigevano, di unirvi tutti i rinforzi che potè raccogliere nel vicinato, ed all'ultimo di essere raggiunto da un altro corpo d'armata che lo Sforza voleva spedire al campo veneziano nel ducato di Parma, e da uno squadrone di Stradioti, che gli cedette la signoria di Venezia. Mille cavalli e due mila pedoni tedeschi raggiunsero pure il Sanseverino, ed il duca d'Orleans, non avendo saputo approfittare del momento favorevole per attaccare, fu ridotto a stare sulle difese, ed a chiudersi in Novara[335].
La prima notizia della presa di Novara aveva fatto molto piacere al re ed all'armata francese; ma quando si ebbe più circostanziata contezza delle difficoltà in cui si trovava implicato il duca d'Orleans, i più prudenti sentirono che la situazione del re diventava più difficile. Pure Carlo VIII avanzavasi lentamente, volendo godere le feste che gli si davano in tutte le città, e tutte gustare le adulatrici dimostrazioni di ammirazione per le sue gesta. Il 23 di giugno era partito da Pisa alla volta di Lucca, ed arrivò a Pontremoli soltanto il giorno 29[336]. Una delle ragioni che gli faceva così a rilento attraversare la Toscana era l'impresa che meditava sopra Genova. I cardinali della Rovere e Fregoso seguivano il campo di Carlo insieme con Ibletto dei Fieschi: questi tre emigrati genovesi avevano nella forza del loro partito quella confidenza, che inganna quasi sempre gli emigrati, onde promettevano, quando si dasse loro un qualche corpo di truppe colle quali presentarsi sotto Genova, di eccitarvi una rivoluzione. Lusingavansi di adunare molti partigiani tra le montagne, sollevare le città e cacciare gli Adorni. Invano i consiglieri del re gli rappresentavano quanto fosse imprudente consiglio quello di dividere le sue forze, in tempo che ne aveva appena quanto bastava per farsi strada a traverso alla Lombardia; gli emigrati genovesi furono soli ascoltati, tanto più che Filippo, conte di Bresse, pro zio del duca di Savoja, cui successe non molto dopo, si valse dell'ascendente che aveva sullo spirito del re per secondare quest'impresa, di cui volle egli stesso avere il comando. Il re gli acconsentì di prendere cento venti lance francesi e cinquecento fanti; i fratelli Vitelli di Città di Castello, che si erano posti al soldo della Francia, ma che non avevano per anco raggiunta l'armata, ebbero ordine di seguire Filippo di Bresse con dugento uomini d'armi e con dugento cavalleggeri italiani. Giovanni di Polignacco, signore di Belmonte, suocero di Comines, ed Ugo d'Amboise, barone d'Aubijoux, furono posti sotto i suoi ordini: la flotta, comandata dal signore di Miolans, ed in allora ridotta a sette galere, due galeoni e due fuste, doveva secondarlo per mare, ed i due cardinali, avendo levata della fanteria nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria, condussero questa piccola armata fino alle porte di Genova. Ma ben lungi dal potervi muovere qualche sollevazione, a stento poterono difendersi contro Giovan Luigi dei Fieschi, che gl'inseguiva, e non giunsero in Asti, che dopo avere perduta molta gente, salvandosi a traverso alle montagne in mezzo ad infiniti pericoli: ed intanto la piccola flotta francese fu disfatta in quello stesso golfo di Rapallo, ove pochi mesi prima aveva ottenuta una vittoria[337].
La vanguardia francese, condotta dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio, aveva trovata la città di Pontremoli custodita da quattrocento fanti del duca di Milano. Questa guarnigione avrebbe potuto tenere lungamente, ed esporre l'armata nemica a dure privazioni, ma il Trivulzio la persuase a capitolare ad onorevoli condizioni. Intanto appena furono gli Svizzeri entrati in Pontremoli, che, sovvenendosi di una contesa avuta con quegli abitanti in occasione del primo loro passaggio, contesa nella quale erano periti quaranta de' loro compatriotti, si fecero a dosso ai borghesi, uccidendo quanti ne scontravano, ed appiccando il fuoco alle case. Con tale incendio distrussero abbondanti magazzini di vittovaglie, nell'istante in cui l'armata cominciava a sentirne il bisogno; ma la violazione della capitolazione fu ancora più pregiudicevole che la distruzione de' granai del nemico, perchè i contadini, più non fidandosi di uomini capaci di così aperta violazione della data fede, lasciarono di recare viveri al campo[338].
Intanto il re si era posto in un piccolo villaggio al di là di Pontremoli, mentre che il maresciallo di Giè aveva attraversate le montagne coll'avanguardia, ed erasi accampato a Fornovo in faccia al nemico: Contava di essere immediatamente seguito dal rimanente dell'armata, ma Carlo VIII non volle internarsi nelle montagne, se prima non era passata la sua artiglieria, e si trattenne cinque giorni in quel villaggio presso Pontremoli, sebbene la sua armata soffrisse grandissima penuria di viveri. Giovanni de la Grange direttore dell'artiglieria, ed il signore de la Tremouille eransi incaricati di trasportare al di là delle montagne tutto ii treno militare, e furono assai ben serviti dagli Svizzeri, che, per far dimenticare gli eccessi commessi a Pontremoli, lavorarono con molto zelo a tirare i carri de' cannoni a forza di braccia. Eranvi quattordici pezzi di cannone di grosso calibro, molti piccoli, ed un proporzionato numero di cassoni e di munizioni da guerra. La montagna, sulla quale era stato negligentemente segnato un sentiere, erto e scosceso, innalzavasi al di sopra di Pontremoli con assai ripido declivio, che a stento praticavasi dai muli, indi colla stessa ripidità scendeva in una valle per rimontare di nuovo. Gli Svizzeri si attaccavano con lunghe corde a due a due fino in numero di dugento ad un solo pezzo d'artiglieria, e dopo averlo strascinato fino alla sommità della montagna, duravano ancora maggior fatica e si esponevano a più grandi rischi nel ritenerlo scendendo. Molti operaj lavoravano su tutta l'estensione della strada a rompere le rupi che chiudevano la strada, a colmare i bassi fondi, a rialzare i cannoni rovesciati, o a ripararne l'attiraglio. I soldati e gli uomini a cavallo si erano divise le munizioni, e per quanto fosse aspra la montagna, per quanto insopportabile il calore, veruno ponevasi in cammino senza essersi caricato di palle, o di cartoccie, portando perfino cinquanta libbre. Verun'armata non aveva per anco eseguita una così difficile spedizione, nè sostenute tante fatiche. Finalmente cinque giorni dopo tutta l'artiglieria trovavasi al di là del monte, e lo stesso re partì il giorno tre di luglio per attraversarla passando per Berceto, Casi e san Terenzo[339].
La vanguardia del maresciallo di Giè, accampata a Fornovo, aveva soltanto sei cento lance e mille cinque cento Svizzeri. L'armata dei confederati, che si era adunata in vicinanza di Parma, ubbidiva a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, che, malgrado la sua giovinezza, aveva opinione di essere uno de' migliori capitani; e gli erano stati dati per consiglieri Luca Pisani e Marco Trevisani, provveditori veneziani. Le truppe milanesi erano comandate dal conte di Cajazzo, ajutato da Francesco Bernardino Visconti, commissario, ed uno de' primarj capi ghibellini di Milano. Contavansi nella loro armata due mila cinque cento uomini d'armi, e più di cinque mila cavalleggeri, la metà de' quali erano Stradioti d'oltremare. Il preciso numero della cavalleria riesce sempre difficile a calcolarsi in tutte le relazioni di quest'epoca, perchè talvolta contavansi sei cavalli per lancia, talvolta quattro e talvolta meno. Pietro Bembo, lo storico veneziano, tenta di rappresentare l'armata della sua patria come più debole d'assai che non lo era effettivamente, ed in tutto non dà al marchese Gonzaga che dodici mila cavalli, ed altrettanti pedoni. Stando agli altri storici, eranvi in tutto quasi quaranta mila uomini[340]. I confederati avrebbero facilmente potuto occupare Fornovo; ma preferirono di porre il loro campo alla Ghiaruola, tre miglia al di sotto di Fornovo, per attirare il nemico in aperta campagna, e non isforzarlo a prendere il cammino di Borgo di Val di Taro e del monte di Cento Croci, che, sebbene a traverso di paesi aspri e difficili assai, pure l'avrebbe condotto fino in vicinanza di Tortona[341].
Il maresciallo di Giè, giunto a Fornovo, a così piccola distanza da un'armata tanto superiore di forze alla sua, spedì al campo nemico un trombetta, che chiese il libero passaggio per l'armata del suo re e vittovaglie a moderati prezzi. In pari tempo Giè incaricò alcuni corpi avanzati di riconoscere il paese nemico, ma vennero respinti dagli Stradioti. In quel giorno i capitani italiani perdettero l'occasione più opportuna di distruggere l'armata francese. Se attaccavano la vanguardia, che in allora si trovava lontana più di trenta miglia dal corpo di battaglia, l'avrebbero facilmente disfatta; ma essi non conobbero la forza, o la distanza che separava i due corpi, e lasciarono il tempo a Carlo VIII di arrivare coll'artiglieria e con tutte le sue genti[342].
Anche dopo l'unione di tutta l'armata, la Francese era più debole assai di quella degli alleati. Carlo VIII l'aveva sconsigliatamente indebolita, staccandone varj corpi; il Comines non gli dà che nove cento uomini d'armi, comprendendo anche la casa del re, due mila cinquecento Svizzeri, ed in tutto sette mila uomini pagati. Ma potevano esservi di più mille cinquecento uomini capaci di combattere, che seguivano il treno della corte come servitori; onde il Comines soggiugne: «Il conte di Pitigliano, che gli aveva contati meglio di me, diceva che in tutto eranvi nove mila uomini, e me lo disse dopo la nostra battaglia di cui si parlerà[343];» e non era che il quarto dell'armata italiana. Inoltre la mancanza dei viveri nel passaggio della montagna e la sostenuta fatica avevano spossati i Francesi; e per ultimo l'armatura e l'inusitata maniera di combattere degli Stradioti loro inspiravano qualche terrore.
Il re giunto a Fornovo la domenica, 5 luglio, verso il mezzogiorno, scoprì dall'altura ch'egli occupava il campo nemico come il suo. Stavano ambidue sulla destra sponda del Taro, fiume che scende dalle montagne di Genova per scaricarsi nel Po. Per proseguire il loro viaggio i Francesi dovevano passare sulla sinistra del Taro; ma il marchese Gonzaga, invece di occupare quella riva, aveva stabilito di accamparsi dalla stessa banda che i Francesi, ed alquanto più basso, presso Oppiano, onde conservare una facile comunicazione con Parma, ed impedire ai Francesi di gettarsi in questa città. Le colline, disposte in forma d'anfiteatro, lasciavano tra esse ed i due campi un largo piano coperto di ghiaja, e che serviva talvolta di letto al torrente, ma di cui non occupava ordinariamente che una piccola parte. Potevasi sempre guadare, quando non veniva ingrossato con estrema rapidità dalle piogge delle montagne; ma in allora volgeva grossi massi di pietra con grandissimo fracasso, e rompeva ogni comunicazione tra le due sponde. Una piccola foresta stendevasi sulla destra del Taro dal campo veneziano fino a breve distanza dal campo francese, e cuopriva gli Stradioti, quando si avvicinavano per scaramucciare[344].
I Francesi avevano in Fornovo trovate molte vittovaglie, di cui avevano estremo bisogno; ma perchè inclinavano a credere gl'Italiani capaci di ogni sorta di perfidia, temettero per qualche tempo che que' viveri fossero avvelenati, e non osarono di valersene, finchè non gli ebbero più oltre sperimentati coi loro cavalli. Le ricche campagne della Lombardia stendevansi a vista d'occhio, ma prima di giugnervi d'uopo era venire a battaglia: il marchese Gonzaga, accampandosi in tanta vicinanza, faceva pienamente conoscere la sua intenzione di azzuffarsi; perciocchè non potevasi a meno di non passare innanzi a lui, non avendo la valle che quella sola uscita; e la grandezza del suo accampamento atterriva anche i più audaci, tanto più che, secondo il costume italiano, abbracciava un vasto spazio al di là delle tende affinchè tutta l'armata potesse schierarvisi in ordine di battaglia.
Filippo di Comines era di fresco tornato da Venezia; conosceva tutti i capi dell'armata nemica, e si era da loro allontanato amichevolmente. Il re desiderò che ricominciasse con loro qualche negoziato, e gli ordinò di scrivere ai due provveditori veneziani. Per altro non potè risolversi a proporre verun soggetto d'accomodamento[345]. Il Gonzaga dal canto suo, quando ricevette il trombetta del maresciallo di Giè, aveva consultato se convenisse compromettere tutte le forze d'Italia per trattenere e ridurre alla disperazione un nemico che fuggiva. I capi della sua armata, incerti tra l'onore e la prudenza, non avevano potuto accordarsi in una sola sentenza; avevano domandati nuovi ordini a Milano ed a Venezia; ed i loro governi avevano convenuto di permettere al re di ritirarsi senza venire alle mani: ma gli ambasciatori di Spagna e di Germania, sperando che i loro padroni coglierebbero i frutti della guerra senza esporsi a verun pericolo, avevano invano rappresentato che sarebbe compromesso l'onore delle armi italiane, quando non osassero di combattere un nemico così debole, e che i Francesi non Tarderebbero a rivalicare le Alpi, quando avessero tale caparra che gl'Italiani mai non ardissero tener loro testa[346].
I provveditori veneziani non vollero perciò assolutamente rigettare le aperture loro fatte dal Comines: risposero che il duca d'Orleans attaccando Novara aveva cominciate le ostilità, che dopo questo fatto le disposizioni loro non erano più così pacifiche; pure che uno di loro recherebbesi di buon grado nel susseguente giorno a metà strada delle due armate per incontrare il negoziatore francese. Questo riscontro ebbe il Comines la sera della domenica. I Francesi si tennero quella notte nel loro campo pieni di sospetti, sia a motivo di due movimenti fatti dagli Stradioti, contro i quali non eransi abbastanza cautamente posti in su le guardie, o sia a cagione di una burrascosa pioggia, mista di lampi e di tuoni, che di già cominciava a gonfiare il Taro: lo scoppio del folgore eccheggiava tra le gole degli Appennini, mentre che il torrente colle sue onde travolgeva con gran fracasso i sassi[347].
All'indomani, lunedì 6 luglio, il re, di già armato ed a cavallo, fece a sette ore del mattino chiamare a sè il Comines, e lo incaricò di andare col cardinale di san Malo a dichiarare ai Veneziani, che altro non voleva che proseguire il suo viaggio, senza fare nè ricevere danno. Nello stesso tempo attraversò il Taro in faccia a Fornovo, per continuare a scendere lungo la riva sinistra, e passare avanti al campo veneziano che lasciava sulla riva destra ad un quarto di lega di distanza. Le truppe leggeri scaramucciavano su tutti i punti, ed il cannone cominciò a tirare nell'istante in cui la lettera del Comines e del cardinale di san Malo giunse in mano de' provveditori veneziani. Non pertanto mostrarono tuttavia qualche desiderio di entrare in negoziazione; ma il conte di Cajazzo gridò che non era più tempo di parlamentare, e che i Francesi erano di già vinti a metà. Uno de' provveditori, ed il marchese di Mantova furono dello stesso parere; fecero tacere coloro che volevano ancora parlare, e cominciò la battaglia[348].
L'avanguardia francese era comandata dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio: aveva alla testa tre cento cinquanta uomini d'armi, i migliori dell'armata, dietro ai quali venivano tre mila Svizzeri, comandati da Engelberto di Cleves, fratello del duca di Nevers, dal balivo di Digione, e da Lornay, scudiero maggiore della regina, finalmente erano sostenuti da tre cento arcieri della guardia, che per ordine del re erano scesi da cavallo. Il re, che comandava la battaglia, lasciò partire quest'avanguardia, mentre ch'egli attraversava il fiume, di modo che era di già arrivata a fronte del campo italiano, quand'egli trovavasene tuttavia molto lontano. Guinol di Lousieres, uno de' maestri della casa del re, e Giovanni de la Grange, balivo d'Auxonne, avevano il comando dell'artiglieria. Gilles Caronnel di Normandia portava lo stendardo dei cento gentiluomini della guardia, ed Aymar di Prie quello de' pensionarj. Erano diretti dal signor di Crussols dugento balestrieri a cavallo, dugento arcieri francesi e gli Scozzesi. Claudio de la Chastre comandava il corpo di battaglia sotto il re, e lo assisteva co' suoi consiglj. Per ultimo la retroguardia era comandata dai signori de la Guise e de la Tremouille. Tutti gli equipaggi, portati da circa sei mila bestie da soma, furono spediti per la strada della montagna a sinistra, sotto gli ordini del capitano Odet di Riberac, ma senza truppe che li cuoprissero[349].
L'armata italiana aveva fin allora tenuto d'occhio i movimenti de' Francesi, ed aveva lasciato che si stendessero sulla ghiaja; ma quando furono in piena marcia, e che i loro tre corpi si furono tanto allontanati gli uni dagli altri da non potere più sostenersi a vicenda, Francesco Gonzaga ordinò l'attacco. Mentre che il re discendeva sulla riva sinistra del Taro, il Gonzaga rimontava la riva destra; aveva occupato Fornovo, di dove erano appena partiti i Francesi, e colà passò il fiume dietro a loro in testa a seicento uomini d'armi, il fiore di tutta l'armata, di un grosso squadrone di Stradioti e di cinque mila fanti. Lasciò sulla sinistra Antonio di Montefeltro, figlio naturale del precedente duca d'Urbino, con una gagliarda riserva per assecondarlo in caso di bisogno: aveva ordinato che quando egli fosse venuto alle mani colla retroguardia, passasse il fiume alquanto più basso un altro squadrone di Stradioti e venisse a percuotere in sul fianco dell'armata francese, e che un terzo, tenendo la sinistra dal canto delle montagne, seguisse gli equipaggi, che il capitano Odet cercava di allontanare. Da un altro canto il conte di Cajazzo con quattrocento gendarmi e due mila fanti passò il Taro in faccia all'avanguardia francese per attaccarla di fronte. Lasciò sull'altra riva Annibale Bentivoglio con un corpo di riserva di dugento uomini d'armi; finalmente ai provveditori Veneziani fu affidata la custodia del campo con due forti compagnie di uomini d'armi e mille fanti. In tal modo apparecchiavansi i Veneziani ad attaccare nello stesso tempo l'armata francese alla testa, alla coda e di fianco; ma, accostumati alle battaglie d'Italia, nelle quali uno squadrone si presentava dopo l'altro, ed aspettava sempre di essere sostenuto da truppe fresche, trascurarono di adoperare contemporaneamente tutte le loro forze; indebolirono la loro armata con grosse riserve, che rimasero al di là del fiume, ed il loro più grande mancamento fu quello di non regolare da principio la marcia delle riserve, perchè giugnessero successivamente sul luogo della battaglia[350].
Intanto l'attacco del marchese di Mantova veniva diretto con somma bravura; al primo urto de' suoi uomini d'armi con quelli della retroguardia francese, tutte le lance si spezzarono, ed i due corpi si mischiarono per battersi colle mazze d'armi e collo stocco. Il re, che in quell'istante stava armando de' cavalieri nel corpo di battaglia, avvisato dal rumore che udiva farsi in sul di dietro, fece dar volta al suo campo d'armata, ed accorse in ajuto della sua retroguardia. Andava in tal modo sempre più allontanandosi dalla sua vanguardia, che, durante questa marcia retrograda, seguitava ad avanzarsi lungo le ghiaje del fiume. Ognuno correndo più o meno velocemente in ragione del proprio desiderio d'entrare in battaglia, il re si trovò quasi solo, mentre che un altro corpo nemico, che aveva passato il fiume di fianco a lui, non gli era omai distante più di cento passi. Il bastardo di Borbone, che gli stava a canto, essendosi spinto contro questi nuovi nemici per caricarli, fu trasportato dal proprio cavallo in mezzo a loro e fatto prigioniere. Carlo VIII, per quanto fu detto, in questo frangente si condusse con somma intrepidezza, gettandosi arditamente dove la mischia era più calda, incoraggiando i suoi soldati, e mostrandosi persuaso d'avere gli ajuti del cielo[351].
I Francesi, attaccati da forze infinitamente superiori, non avrebbero probabilmente potuto resistere a lungo, se mille cinquecento Stradioti avessero eseguiti gli ordini loro dati di mischiarsi agli uomini d'armi; quando l'ordinanza di questi era rotta, gli Stradioti colle lunghe loro sciable trovavansi avvantaggiati tra i cavalieri armati di lance, ed avrebbono fatta un'orribile carnificina di cavalieri francesi. Ma in mezzo alla battaglia, quelle truppe leggeri si avvidero che i loro camerata, avendo svaligiato l'equipaggio de' nemici, stavano dividendo una così ricca preda, mentre essi non si vedevano innanzi che pericoli. Tutti gli Stradioti lasciarono subito la battaglia per farsi addosso al convoglio caduto in potere de' soldati, e bentosto molti pedoni ed anche uomini d'armi presero la stessa via. Francesco Gonzaga, abbandonato da coloro ne' quali aveva riposta la sua maggiore fiducia, perdette in breve tutto il vantaggio che aveva avuto in principio dell'azione. Suo zio, Rodolfo Gonzaga, era stato ucciso ne' primi istanti della mischia, onde non aveva potuto eseguire la commissione che gli era stata data di far avanzare Antonio di Montefeltro, il quale, non ricevendo verun avviso, si tenne immobile. All'ultimo Francesco Gonzaga venne respinto; i suoi cavalieri, fuggendo, attraversarono il fiume, altri per riguadagnare il proprio campo, ed altri per entrare in Fornovo; dietro ai quali correndo la guardia francese a briglia sciolta, s'allontanò tanto dal re, che questi per la seconda volta trovossi separato dalla sua gente, ed esposto a grandissimi pericoli[352].
Nello stesso tempo il conte di Cajazzo aveva caricata la vanguardia francese, ma non così caldamente. Giunto a fronte degli uomini d'armi francesi, volse le spalle senza abbassare una lancia, e cominciò a fuggire, forse sperando di farsi inseguire, onde così sempre più allontanare la vanguardia dal luogo in cui combatteva il re; almeno così sospettò il maresciallo di Giè, il quale, sebbene con molto stento, contenne i suoi uomini d'armi, che volevano dare addosso ai fuggiaschi. Il re, rimasto alcuni istanti solo fra le due truppe, si trovò circondato ed attaccato da alcuni cavalieri, che mentre si ritiravano lungo le ghiaje del fiume si avvidero del suo isolamento. Pure Carlo VIII fu opportunamente soccorso da una banda di gentiluomini che venivano a raggiugnerlo. Bentosto la retroguardia, che aveva inseguito il nemico fino a Fornovo, diede addietro per accostarsi al re; ed allora continuarono tutti assieme a discendere sulla sinistra del Taro, per unirsi al corpo del maresciallo di Giè[353].
Questi si vedeva a fronte, sull'opposta sponda del fiume, il conte di Cajazzo, che aveva raggiunta la sua riserva, e che poco dopo venne pure ingrossato dal marchese Gonzaga con tutti coloro che si erano ritirati alla volta di Fornovo. L'armata italiana era tuttavia più numerosa assai che non la francese; pure nel consiglio di questa si consultò se dovesse attaccare il nemico. Gian Giacomo Trivulzio, Camillo Vitelli e Francesco Secco, condottieri italiani al servigio del re, volevano che si approfittasse degli ottenuti vantaggi per avere intera vittoria, che si ripassasse il Taro, che si attaccasse il campo italiano sull'opposta riva, e che si approfittasse del terrore, di cui apparivano manifesti segni nelle schiere nemiche. Facevano questi generali osservare che la strada di Parma era tutta coperta di gente, lo che dava a conoscere che molti fuggiaschi avevano di già abbandonato il campo, e cercavano di salvarsi da quella banda. Ma i capitani francesi, che mal conoscevano le strade, che difficilmente s'inducevano a credere compreso da terrore un così grande esercito, e che vedevano i proprj cavalli e soldati affaticati, non vollero esporsi a perdere i conseguiti vantaggi. Dopo qualche disamina il re andò ad alloggiare in un villaggio presso al Taro, alquanto al di sotto del luogo in cui erasi data la battaglia, ponendosi in una piccola casa al coperto della pioggia, che aveva continuato tutto il giorno[354].
L'urto tra gli uomini d'armi del marchese di Mantova e la retroguardia francese non era durato più d'un quarto d'ora, e più di tre quarti i secondi inseguirono i nemici: tanto l'impeto francese e la violenza delle cariche degli uomini d'armi aveva confusa la tattica italiana. I vincitori non perdettero più di dugento uomini, i vinti circa tre mila cinquecento. Moltissimi cavalieri, atterrati nel primo urto, furono uccisi in terra a colpi di scuri dai servitori dell'armata, ed i pedoni, separati dalla loro cavalleria, furono tagliati a pezzi: fra gl'Italiani uccisi in quest'azione si contarono Rodolfo di Gonzaga, zio del marchese; Rannuccio Farnese, Giovanni Piccinino, nipote del famoso Niccolò; Galeazzo di Coreggio, Roberto Strozzi ed Alessandro Beroaldi. Bernardino di Montone, nipote del gran Braccio, erasi pure lasciato tra gli estinti, ma guarì dalle sue ferite[355]. I Francesi non fecero un solo prigioniere per la stessa ragione che li dissuadeva dal difendere i proprj equipaggi e dallo spogliare i nemici. Erano essi in troppo piccol numero, e troppo lontani dal loro paese, per far cosa che potesse in qualunque modo ritardare il loro cammino. Più volte in tempo della battaglia si udirono gridare: Risovvengavi di Guinegales! Effettivamente in questo luogo avevano perduta una vittoria di già conseguita, per essersi sbandati a saccheggiare[356].
Il terrore nel campo degl'Italiani era più grande assai che non potevano supporlo i Francesi. La prodigiosa perdita fatta dai primi in così breve tempo aveva colpito la loro immaginazione, e durante la notte si ottenne a stento di trattenere i soldati, che volevano tutti fuggire a Parma. Il conte di Pitigliano, fatto prigioniere a Nola, e che veniva condotto dal re dietro l'armata col conte Virginio Orsini, suo cugino, essendo fuggito in tempo della battaglia, e salvatosi nel campo veneziano, contribuì potentemente a calmarli. Egli tenne dietro al fuggiaschi quasi due ore per richiamarli alla battaglia, gridando Pitigliano, Se gli fosse riuscito di riunirli, teneva per fermo che un nuovo attacco avrebbe ruinato i Francesi senza riparo. Egli aveva infatti veduto il disordine del loro campo, ed aveva conosciuto che la loro ordinanza di battaglia era stata più che altro opera dell'accidente, e che un solo urto di cavalleria, dagl'Italiani mal sostenuto, aveva decisa la sorte della battaglia. Egli sapeva che i Francesi non erano affatto sicuri della loro ritirata, e che sarebbe facile il far loro provare quello stesso terrore che avevano incusso ne' loro nemici. Ma tutti i suoi sforzi altro non ottennero che d'impedire la dispersione dell'armata; non già di ridurli ad un nuovo attacco, che egli avrebbe voluto tentare durante la notte. Altronde la continua pioggia aveva finalmente gonfiato il Taro, e di già questo torrente rendeva difficile l'avvicinamento d'un'armata all'altra[357].
Nel giorno 7 il re si accampò a Medesana, un miglio al di sotto al luogo in cui aveva passata la notte. Nello stesso tempo incaricò il Comines di ricominciare, s'era possibile, le negoziazioni, perciocchè desiderava di ritirarsi tranquillamente; lo che non poteva fare con piena sicurezza in vicinanza d'una armata più numerosa assai della sua. Per trattare di conserva col Comines nominava il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè e Lodovico di Allewin, signore di Piennes. I commissarj italiani furono il marchese di Mantova, il conte di Cajazzo ed i due provveditori veneziani. Erano da ambo le parti i più ragguardevoli personaggi delle due armate; ma la difficoltà consisteva nel riunirli. Avanzaronsi gli uni e gli altri dal canto loro sulle ghiaje del torrente; ma niuno osava di passare il fiume, soverchiamente ingrossato dalle pioggie, e che volgeva le onde con tanto fracasso, che non era altrimenti possibile l'intendersi dall'una all'altra riva. All'ultimo il Comines con Robertet, segretario del re, si recò presso i Veneziani, ma era incaricato soltanto di proporre una conferenza. In quest'abboccamento si parlò della precedente battaglia, e credendo il marchese di Mantova che suo zio fosse ancora vivo, lo raccomandò al Comines insieme a tutti gli altri prigionieri: ma il Comines si guardò dal rispondere che i Francesi non avevano dato quartiere a veruna persona. Si convenne di avere un'altra conferenza verso sera, ma i Veneziani fecero in appresso avvisare il Comines di protrarla fino all'indomani, per non arrischiare di scontrarsi negli Stradioti, che non eransi potuti assoggettare a veruna disciplina. Il re non aveva intenzione d'aspettare il giorno susseguente. Un'ora prima dell'alba i trombettieri suonarono col grido consueto: faites bon guè[358]. Era questo il segno convenuto, perchè tutti montassero a cavallo, e si avviassero alla volta di Borgo san Donnino[359].
Questa notturna partenza, volgendo le spalle al nemico, era propriamente fatta per seminare il terrore nell'armata. Trattavasi d'attraversare un paese alpestre prima di raggiugnere in sul piano la strada maestra; e siccome, a cagione della negligenza del grande scudiere, l'armata partiva senza guide, si smarrì. Ma i fuochi lasciati dai Francesi nel campo ingannarono i Veneziani, i quali non s'avvidero che a mezzogiorno della loro partenza. Le pioggie, che sempre continuavano, avevano talmente gonfiato le acque del torrente, che fino alle quattro ore niuno s'arrischiò di varcarlo. All'ultimo lo attraversò il conte di Cajazzo con dugento cavalli italiani, perdendo uno o due uomini. Questo felice accidente diede tempo al Francesi di fare sei miglia all'incirca in un paese disuguale, nel quale potevano essere assai molestati, e di giugnere in una vasta pianura, ove la loro vanguardia, l'artiglieria e gli equipaggi, partiti alcune ore prima di loro, gli aspettavano[360].
Un'armata, che si ritira in faccia al nemico, non tarda a scoraggiarsi anche dopo avere ottenuti prosperi successi. La retroguardia, giugnendo in sul piano, fu atterrita vedendo il corpo d'armata che la stava aspettando, in mezzo al quale lo stendardo del Trivulzio le sembrò quello del marchese di Mantova. Nè la vanguardia provò minore spavento nel vedere avvicinarsi la retroguardia, finchè gli esploratori delle due parti non si furono riconosciuti. I Francesi erano appena giunti a san Donnino, quando un falso allarme li costrinse ad uscirne; lo che preservò questa terra dal saccheggio, che gli Svizzeri avevano di già cominciato[361].
La prima notte il re dormì a Firenzuola, e la seconda presso alla Trebbia, al di là di Piacenza; ed era colà giunto senza essere molestato dalla cavalleria leggiera del nemico. Suppose di non essere più esposto a verun pericolo, e ben fece passare la Trebbia che ad una parte della sua armata, lasciando sull'altra sponda quasi tutta l'artiglieria con dugento lance e cogli Svizzeri per custodirla. Per dividere così i soldati non aveva avuto altro motivo che quello di trovare per tutti più comodi alloggiamenti. Ma i fiumi d'Italia sono soggetti a così subite escrescenze d'acque, che non si può mai far capitale dei guadi già riconosciuti. Alle dieci ore della sera il fiume sollevossi rapidamente a tanta altezza, a motivo delle pioggie cadute negli Appennini, che non sarebbe stato possibile d'attraversarlo nè a piedi nè a cavallo. Più non era in arbitrio d'una metà dell'armata il dare soccorso all'altra; e non pertanto il nemico trovavasi vicino assai, perciocchè il conte di Cajazzo era entrato in Piacenza, di cui aveva accresciuta la guarnigione. I Francesi sull'una e sull'altra riva cercarono tutta la notte con estrema inquietudine alcun mezzo di comunicazione, senza poterne scoprire alcuno; finalmente verso le cinque ore del mattino le acque cominciarono da sè medesime a abbassarsi; allora i soldati si affrettarono di stendere delle corde dall'una all'altra sponda, onde sostenere le persone a piedi, che guadarono il fiume, entrando nell'acqua fin sopra allo stomaco; ed in tal modo poterono riunirsi i due corpi d'armata, che il re già si pentiva d'avere separati[362].
Il conte di Cajazzo aveva trovati in Piacenza cinquecento fanti tedeschi, gli unì ai cavalleggeri che seco aveva condotti, ed avendo raggiunta alla Trebbia l'armata francese, più non lasciò di molestarla nella sua ritirata, mentre dirigevasi per Castel san Giovanni, Voghera, Tortona e Nizza di Monferrato. I provveditori veneziani non vollero permettere che la loro armata si accostasse mai tanto a quella di Carlo da dare un'altra battaglia. Pure quanto più i Francesi s'andavano avvicinando al paese in cui speravano finalmente di trovare piena sicurezza, meno vogliosi si mostravano di combattere[363]. La loro ritirata venne soltanto coperta da trecento Svizzeri armati di colombrine e d'archibugi a cavalletto. Costoro aspettavano gli Stradioti fino a mezzo tiro delle loro armi con una flemma dalla quale mai non si dipartirono, e li facevano dare addietro con un fuoco ben mantenuto. I Francesi mostravano minor sangue freddo nell'affrontare il pericolo, ma soffrivano pazientemente i disagi di una penosissima ritirata. Gli alloggiamenti più non venivano distribuiti dai forieri; ognuno collocavasi meglio che poteva, senza cagionare disturbi nè contese; non si ottenevano i viveri che con estrema difficoltà; e senza l'opinione grandissima che aveva Gian Giacomo Trivulzio presso il partito guelfo di Lombardia, l'armata avrebbe sofferta una crudel fame. Ciò che più tormentava i soldati era la mancanza d'acqua. Camminavano nel cuore della state, e, per ispegnere la sete che li divorava, entravano fino alla cintura nelle fosse fangose delle piccole città e de' villaggi. I primi che vi giugnevano trovavano pure dell'acqua ancora limpida, ma la folla de' soldati, de' servi e de' cavalli che li seguiva, esauriva in breve quei fossi, o ne corrompeva le acque con un fango infetto[364].
Il re partiva sempre prima che facesse giorno, e camminava fino a mezzodì; allora tutti si cercavano alla meglio qualche ricovero, e tanto i signori che i servi erano forzati a cercarsi i viveri ed i foraggi pei proprj cavalli. Il Comines, che dice essere uno di coloro che soffrirono meno degli altri, e che era oramai vecchio, fu due volte costretto a cercare egli stesso il foraggio pel suo cavallo e ad accontentarsi d'un tozzo di cattivo pane. Ma il Comines, che aveva accompagnato il duca di Borgogna in difficilissime guerre, ove per altro le truppe mai non avevano sofferto altrettanto, non poteva abbastanza ammirare la pazienza ed il lieto umore di quei soldati francesi che mai non si lagnavano. L'armata era forzata a camminare lentamente a cagione della grossa artiglieria; ad ogni istante o i carri si rompevano, o mancavano i cavalli; ma non eravi un solo cavaliere che rifiutasse di mettere mano al lavoro, o di prestare il suo cavallo per tirare un cannone da un cattivo passo; di modo che in così penoso viaggio non si perdette un solo pezzo d'artiglieria, nè una libbra di polvere. Finalmente il mercoledì, 15 di luglio, otto giorni dopo la loro partenza da Medesana, i Francesi, che il giorno 14 eransi trattenuti presso le mura d'Alessandria, giunsero in Asti, ove si videro nello stesso tempo in luogo di sicurezza e di riposo, ed in una città abbondantemente provveduta di vittovaglie[365].
Il duca d'Orleans non aveva potuto tornare ad Asti per ricevere Carlo VIII; egli erasi chiuso in Novara, ed aveva colà riunite tutte le truppe che di mano in mano erano giunte dalla Francia. La di lui armata trovavasi in ottimo stato e bene disciplinata; e tra Svizzeri e Francesi ammontava a settemila cinquecento uomini che ricevevano paga. Ma il duca, fidando nella ricchezza e fertilità della provincia, invece di formare altri magazzini in Novara, aveva lasciati dilapidare quelli che vi trovò quando la sorprese. L'armata del duca di Milano era venuta ad assediarlo, prima che avesse potuto riparare così grave mancamento, e quella de' Veneziani, che si era battuta coi Francesi a Fornovo, invece d'inseguire Carlo VIII, aveva raggiunti gli assedianti. Perciò quando il duca d'Orleans seppe che il re era arrivato in Asti, lo mandò a pregare d'affrettarsi a liberarlo[366].
Ma nè Carlo VIII, nè i suoi soldati avevan troppa voglia di combattere: il re dopo pochi giorni passò da Asti a Torino per cercar di trattare coi confederati, valendosi della mediazione della duchessa reggente di Savoja. I confederati desideravano pure d'ottenere una buona pace, ed avrebbero veduto con piacere incaricato delle negoziazioni il Comines; ma gl'intrighi di corte e la gelosia del cardinale di san Malo non lo permisero; e perchè le due parti temevano egualmente di fare le prime proposizioni, il re mandò il balivo di Digione agli Svizzeri per far leva nel loro paese e condurre a Novara cinque mila soldati[367].
Intanto il tempo passava, e Carlo VIII, dimenticando le cose della guerra, omai ad altro più non pensava che a sollazzarsi. Egli aveva alloggiato in Chieri nella casa d'uno de' principali della provincia, Giovanni di Soleri, la di cui figlia era stata dalla città incaricata di arringarlo. Lo aveva fatto con molto garbo[368], e dopo quel giorno il re credette di non avere altro affare che quello di sedurre Anna di Soleri. Andava continuamente da Torino a Chieri, senza curarsi delle ristrettezze in cui era ridotto il conte d'Orleans, il quale nello stesso tempo trovavasi indebolito dalla febbre quartana, e vedeva andare ogni giorno crescendo i nemici che lo assediavano. Non contavansi nella loro armata meno di undici mila landsknecht, capitanati dal duca di Brunswick e da Giorgio di Pietra Piana (Ebenstein) riputatissimo condottiere tedesco. Massimiliano non aveva somministrato che il minor numero di questi soldati, gli altri erano stati levati in Germania col denaro de' confederati[369].
Gli amici del duca d'Orleans lo avevano invitato a ritirarsi in Vercelli o in Asti con una porzione delle sue truppe, prima che gli venissero tolte tutte le uscite di Novara; avrebbe in tal modo diminuita la guarnigione, tutta a carico de' quasi esauriti magazzini della città, ed avrebbe in pari tempo avuta maggiore influenza ne' consiglj del re; ma Giorgio d'Amboise, suo favorito, in allora arcivescovo di Rouen, poscia cardinale, era stato da lui spedito in Asti, dove aveva contratta domestichezza col cardinale di san Malo, favorito di Carlo VIII, e questi due ecclesiastici, giudicando delle cose della guerra a seconda de' loro pregiudizi, senza voler ascoltare i consiglj de' militari, andavano assicurando il duca d'Orleans, che il re non tarderebbe a portarsi sopra Novara per liberarlo con una battaglia; mentre che il meno attento osservatore avrebbe potuto conoscere che l'armata non rientrerebbe in battaglia, senza esservi condotta dal re, che non aveva voglia di condurvela[370].
Queste false informazioni persuasero il duca d'Orleans a rimanere ostinatamente in Novara, sebbene i bisogni dell'armata andassero ogni giorno crescendo e declinassero all'ultimo in una terribile carestia. I generali di Carlo VIII tentarono, a dire il vero, più volte di far giugnere vittovaglie agli assediati; ma i loro convogli caddero quasi tutti in mano del nemico con grave perdita dell'armata francese; mentre che in Novara andava crescendo la miseria, e che ogni dì morivano di fame e borghesi e soldati. Tutte le savie persone dell'armata, ma in ispecie i militari desideravano di terminare la campagna con onorevoli patti. Rappresentavano che l'inverno era imminente, che al re mancava il danaro; che non restavano che pochissimi Francesi all'armata; che molti di loro erano caduti infermi; che gli altri così caldamente desideravano di tornare in Francia, che ne partivano parecchi ogni giorno, alcuni con regolare congedo del re, altri senz'aspettarlo. Il principe d'Orange, di fresco giunto dalla Francia, il quale conosceva tutti i mezzi che poteva somministrare il paese, insisteva sulla necessità di venire ad un accomodamento, ed altronde sapevasi che Lodovico il Moro non chiedeva altro che la restituzione di Novara. Ma in allora il consiglio del re era tutto in mano degli ecclesiastici, ed il cardinale di san Malo approfittava della lontananza o degli amori del re, che più non pensava agli altri affari, per impedire ogni negoziazione[371].
L'armata italiana non si limitava a bloccare Novara; aveva successivamente attaccati e presi i posti avanzati che i Francesi avevano fortificati intorno a quella città; si era accampata a san Francesco, a san Nazaro ed a Bolgari, in maniera di privare gli assediati d'ogni comunicazione colla campagna, e nello stesso tempo di rendere pressocchè inespugnabili le sue posizioni[372]. Sebbene da ambo le parti si avesse il medesimo desiderio d'entrare in trattative, queste mai non si aprivano, perchè l'una e l'altra parte credeva disonorevole il farne la proposizione. Intanto morì la marchesana di Monferrato, quella savia e bella principessa che sempre si mantenne fedele all'alleanza del re; periva nella fresca età di ventinove anni, lasciando i suoi figli in tenera età, de' quali si contrastavano la tutela il marchese di Saluzzo e Costantino Arianite, uno de' signori di Bazan nell'Epiro, zio e principale consigliere della morta principessa. Carlo VIII, per un atto di riconoscenza verso la di lei memoria, spedì il Comines a Casale per regolare quella tutela che fu conferita al signore Costantino[373]. Ma mentre il Comines trattenevasi a quella corte, si abbattè in un inviato del marchese di Mantova, che questi aveva incaricato di complimentare, il giovane marchese di Monferrato suo parente. Quest'incontro diede luogo ad un'apertura di negoziazioni, che bentosto si rendettero più diretti per avere il Comines scritto ai due procuratori veneziani[374].
Le due parti, avendo lo stesso desiderio di trattare, e gli stessi timori rispetto alle vicende della guerra, convennero d'aprire un congresso a metà strada tra Novara e Vercelli, tra Bolgari e Camariano. Il principe d'Orange, il maresciallo di Giè, di Piennes e Comines trattavano per la Francia; il marchese di Mantova e Bernardo Contarini per gli alleati. Il re più non isperava di salvare Novara, e ad altro non pensava che a cavarne con onore il cugino. Proponeva che questa città, risguardata come dipendente dall'impero, si consegnasse agli ufficiali di Massimiliano che trovavansi insieme ai confederati[375]. Ma non avendo potuto ottenere questa condizione, e la fame stringendo sempre più gli assediati, si convenne soltanto che il duca d'Orleans uscirebbe da Novara con tutte le sue truppe, ad eccezione di trenta uomini che lascierebbe nel castello, e che fino all'ultimazione delle negoziazioni la città verrebbe data in custodia ai soli borghesi, ai quali il duca di Milano permetterebbe di ricevere di giorno in giorno i viveri necessari[376].
La città era di già evacuata, e le conferenze, che tenevansi ogni giorno, sembravano promettere un vicino felice risultato. Vi assisteva Lodovico il Moro con sua moglie la duchessa di Milano, nella quale riponeva tutta la sua confidenza, quando il balivo di Digione, ch'era stato spedito nella Svizzera per farvi leva di cinque mila uomini, giunse a portata del campo francese colle prime colonne di questo nuovo corpo di truppe. La spedizione nel regno di Napoli, dove Carlo VIII aveva per la prima volta condotti soldati svizzeri, aveva inspirato in que' montanari un nuovo ardore e riempitili di larghe speranze; credevano che le ricche pianure della Lombardia fossero abbandonate in loro balìa. Non avevano cominciato che da poco tempo a mettersi al soldo delle straniere nazioni, e questa strada d'acquistare ricchezza e gloria offriva loro tutto l'allettamento della novità. Sebbene il balivo di Digione non avesse voluto levarne che cinque mila, se n'erano spontaneamente posti in cammino alla volta dell'Italia venti mila, onde si dovettero dare ordini tali ai confini del Piemonte che impedissero il passaggio a maggior numero di gente, altrimenti perfino le donne ed i fanciulli parevano volenterosi di scendere in Italia[377].
L'arrivo di questa inaspettata moltitudine, che tanto cambiava la proporzione delle forze delle due armate, avrebbe al certo impedita l'evacuazione di Novara, quando non avesse avuto luogo due o tre giorni prima. Poteva inoltre dare motivo a nuove deliberazioni, se tornasse meglio di rompere le negoziazioni, o se il re con una così grossa e bellicosa armata, e diretta da così valorosi ufficiali, non doveva cogliere l'opportunità di tentare la conquista della Lombardia. Non potevasi dubitare che l'evacuazione di Novara e la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi non dovesse scoraggiare totalmente l'armata che tuttavia difendeva il regno di Napoli, sconcertare tutti i partigiani della Francia, e rialzare invece le abbattute speranze, e l'orgoglio del partito nemico. Vero è che il campo veneziano era in così forte posizione e fiancheggiato da così ragguardevoli opere, che temeraria cosa sarebbe stata quella di volerlo forzare, ma se invece d'attaccarlo, i Francesi si fossero incamminati alla volta di Milano o di Pavia, avrebbero costretto il marchese di Mantova a seguirli, non lasciandogli che la scelta tra una battaglia e la perdita del paese ch'egli doveva difendere. Ai Francesi non si era giammai offerta più bella occasione di acquistare il dominio dell'Italia, ed il duca d'Orleans colla sua eloquenza e col suo credito cercava pure di persuaderlo[378].
Ma il duca d'Orleans non aveva alla corte grandissima influenza; anzi era gagliardamente sospetto ai favoriti del re: era tuttavia fresca la memoria delle guerre civili cui aveva presa parte, ed invece di favoreggiare il suo ingrandimento, la corte inclinava ad impedirgli l'acquisto del Milanese: Gian Giacomo Trivulzio proponeva ai Veneziani un parziale trattato con Carlo VIII, in virtù del quale Lodovico il Moro sarebbe stato costretto a rassegnare a Massimiliano Sforza, figlio di suo nipote Giovan Galeazzo, il ducato di Milano, mentre che Cremona col suo territorio sarebbesi ceduta ai Veneziani in pagamento delle spese della guerra[379]. Questo trattato, che non ebbe effetto, contribuì per altro a indebolire la vicendevole confidenza delle potenze italiane.
Ma la disposizione della nobiltà francese era quella che più d'ogni altra cosa si opponeva al rinnovamento delle ostilità. Era la nobiltà stanca di questa spedizione; più non voleva combattere, ed ardentemente desiderava di ripatriare: perciò pretendeva che più non avesse l'armata abbastanza uomini d'armi per mantenere una certa proporzione con una così grossa massa di fanteria forastiera; e questa stessa considerazione fece luogo a strani sospetti contro quelle milizie svizzere ch'erano accorse con tanta avidità. Dichiaravano i cortigiani essere estrema imprudenza l'esporre il re e tutta la nobiltà del regno all'arbitrio di una moltitudine indomita, orgogliosa e conscia della propria possanza. Si opposero perciò all'unione di dieci mila uomini, ch'erano rimasti al di là di Vercelli, cogli altri dieci mila di già arrivati al campo; e diedero tanta importanza a tali assurdi timori, che le truppe, che dovevano inspirare la maggiore confidenza, erano invece diventate l'oggetto della maggiore paura.
In tale situazione Carlo VIII si fece conoscere apparecchiato ad abbandonare ogni vantaggio, se si potesse a tale prezzo ridurre il duca di Milano a staccarsi dalla lega ed a fare con lui un parziale trattato. Lo avevano a ciò disposto le precedenti negoziazioni coi Veneziani, e gli stessi Veneziani non vi frapposero ostacolo, persuasi che la sola cosa necessaria alla tranquillità dell'Italia era la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi. Infatti il giorno 10 d'ottobre nel campo di Vercelli fu conchiuso un trattato di pace e d'amicizia tra Carlo e Lodovico il Moro, duca di Milano. Si convenne che Novara sarebbe ceduta a quest'ultimo, che conserverebbe anche Genova, ma come feudo della Francia, e che il re potrebbe in questa città fare come in addietro gli apparecchj necessarj alla difesa di Napoli. Inoltre il duca prometteva di perdonare a tutti i suoi sudditi che avevano seguito il partito francese, di rendere a Gian Giacomo Trivulzio il godimento de' suoi beni, di rinunciare all'alleanza di don Ferdinando, re di Napoli, e d'unirsi al re contro la repubblica di Venezia, se nello spazio di due mesi questa non accedeva allo stesso trattato. Ma per sicurezza di tutte queste promesse, alle quali niuna persona dava fede, nè meno coloro dell'armata francese che chiedevano la pace, il re non doveva avere altra guarenzia che la fortezza del Castelletto di Genova, e questa ancora non doveva essere posta nelle sue mani, ma consegnata al duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale prometteva di darla al re di Francia, ogni qual volta suo genero mancasse a' suoi obblighi verso il re[380].
Ebbe appena Carlo sottoscritta e giurata questa pace, che, cedendo a quella impazienza di ritornare in Francia che formava il voto di tutta la sua nobiltà, non che il suo, apparecchiossi a partire all'indomani alla volta di Trino nel Monferrato. Vero è che gli Svizzeri, i quali erano venuti in Italia con tante speranze, e che trattavasi di rimandare alle case loro senza nemmeno corrisponder loro il convenuto soldo, cominciavano a tumultuare; e si aveva allora qualche ragione di temere quello che in addietro si era finto gratuitamente di credere, cioè che volessero ritenere il re come ostaggio di ciò che loro era dovuto. Si offriva loro soltanto un mese di paga, lo che bastava appena ad indennizzarli delle spese sostenute per uscire dal loro paese, e di quelle che far dovevano per ritornarvi. Essi domandavano il soldo di tre mesi, come Lodovico XI si era obbligato di fare nelle capitolazioni convenute coi loro cantoni, qualunque volta li chiamasse; ed all'ultimo convenne soddisfarli non col danaro, che ciò non era possibile, ma dando loro ostaggi e cambiali[381]: ed allora si ritirarono tra le loro montagne. Il re lasciò in Asti Gian Giacomo Trivulzio con cinquecento lance francesi per agevolarsi in avvenire l'ingresso in Italia: ma questi cavalieri, non potendo resistere all'ardente desiderio di rivedere la loro patria, non ubbidirono; e nello spazio di pochi giorni quasi tutti ripassarono le Alpi senza congedo[382]. Il re con tutto il rimanente dell'armata partì da Torino il 22 ottobre alla volta di Susa, indi, prendendo la strada di Brianzone e di Embrun, valicò le Alpi con tanta celerità, come se avesse alle reni un'armata vittoriosa. Il 25 d'ottobre arrivò a Gap nel Delfinato, ed il 27 a Grenoble[383].
Questa breve spedizione del re di Francia, che così precipitosamente abbandonava conquiste fatte colla stessa rapidità, lasciava da una all'altra estremità dell'Italia i semi di nuove guerre, di rivoluzioni e di calamità; ed in quel modo che un segreto lievito di odj e di miserie erasi sviluppato a cagione del suo passaggio in tutti i principati ed in tutte le repubbliche, così un nuovo veleno, il marciume d'una malattia fin allora ignota, si sparse dalla stessa armata francese in seno alle famiglie nel suo ritorno da Napoli. Questa crudele malattia, che Francesi chiamarono lungo tempo il male di Napoli, e gl'Italiani il mal francese, era senza dubbio stata portata a Napoli da qualche Spagnuolo, cui era stata comunicata da' primi compagni che Cristoforo Colombo aveva ricondotti dalla sua spedizione dell'America. Forse, trovandosi in allora circoscritta in un piccol numero d'individui, avrebbe potuto essere soffocata ne' suoi principj, se una guerra così universale, così lunghe marcie d'eserciti e la militare licenza, non l'avessero diffusa con una sorprendente rapidità, e comunicata in brevissimo tempo alla massa del popolo in Francia ed in Italia. Cristoforo Colombo non era rientrato nel porto di Palos, di ritorno dal suo primo viaggio, che il 15 marzo del 1493; e nel corso di quella primavera la malattia cominciò a diffondersi nel Portogallo, nell'Andalusia e nella Biscaglia[384]. Dopo due anni la stessa malattia, che non si comunica come le altre contagioni ordinarie, e che non infettava mai un nuovo individuo senza che questi non dovesse il suo male ad una colpa, aveva di già disseminato il suo veleno tra gli Spagnuoli, gl'Italiani, i Francesi, gli Svizzeri, i Tedeschi, e per dirlo in una parola in più della metà dell'Europa[385].