CAPITOLO XCVII.
Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua capitale. — I Francesi vendono ai nemici del Fiorentini le fortezze che occupavano in Toscana. — Vengono sforzati a capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. — Morte di Ferdinando II.
1495 = 1496.
I moderni tempi, in mezzo a continue guerre, offrirono un così piccolo numero di conquistatori, contansi così pochi re che abbiano essi medesimi condotte le loro armate, così pochi che non abbiano provate grandi sventure dopo essersi posti alla loro testa, che Carlo VIII, per la rapida conquista del regno di Napoli, occupa un luminoso posto nella storia della Francia. Egli è dopo san Luigi il primo monarca, di cui gli storici francesi abbiano a raccontare una brillante e lontana spedizione; i suoi successori, sebbene più prudenti e più esperti nell'arte della guerra, non furono di lunga mano fortunati al paro di lui. Perciò i Francesi lo hanno per lo più rappresentato come un glorioso conquistatore, e tra i loro storici cortigianeschi la maggior parte si sdegna contro il Comines e contro gli scrittori italiani, per avere detto, che aveva poco ingegno, non carattere, non abitudine all'applicazione; tanto è vero che nelle conquiste e nella condotta di un'armata trionfatrice avvi qualche cosa che abbaglia il volgare, e si trae dietro la sua ammirazione.
Pure, per giudicare Carlo VIII, importa meno di esaminare se effettivamente gli mancassero i talenti militari, e se non andasse debitore che alla fortuna delle sue luminose conquiste, quanto il cercare ciò ch'egli poteva ripromettersi dai suoi prosperi successi, e quali felici risultamenti per la Francia, o per i paesi in cui portava le armi, compenserebbero i mali inseparabili dalla guerra. Ora l'impossibilità in cui erasi posto Carlo VIII di conservare il regno di Napoli, sia che vi restasse, o sia che se ne allontanasse, abbastanza dimostra con quanta leggerezza avesse concepiti i suoi progetti, e con quanta indifferenza sagrificava la vita degli uomini alla sua vanità.
Al certo sarebbe un bene per l'umanità, se la storia fosse sempre severa nel giudicare lo spirito di conquista, se lavorasse sempre a distruggere quel funesto entusiasmo, quell'ubbriachezza delle vittorie, che seduce le nazioni ed i loro capi, e che fa loro sagrificare la propria felicità ad una sanguinosa gloria. Ma prima di tutto dev'essere giusta verso i conquistatori, ed i rimproveri che fa a ciascheduno di loro non devono essere i medesimi: ella ha il diritto di chiedere ad Alessandro, se non volle acquistare a troppo caro prezzo il compimento dei suoi progetti, allorchè, per fondare un nuovo impero, per riformare i costumi e le leggi di un popolo schiavo e corrotto, per umiliare un potente nemico, sconvolse la metà dell'Asia, e fece spargere più sangue e dissipò più tesori di quel che di felicità futura il perfetto compimento de' suoi disegni promettesse all'umanità: può domandare a Carlo Magno, a Federico II, con quale diritto avventurarono la sorte dell'umanità dietro i loro calcoli, e sagrificarono l'attuale generazione alla futura, ammettendo ancora, che, dopo il compimento de' loro progetti, abbiano procurata ai popoli conquistati una migliore condizione o una durevole prosperità.
Ma nella spedizione di Carlo VIII, la posterità non può trovare alcuna cosa che gli serva di scusa, e che permetta di scordarci un istante il male grandissimo che fece all'umanità. Non furono nè vasti progetti di legislazione o di ordine sociale che gli posero le armi in mano, non il desiderio di soccorrere oppressi sventurati, non quello di mettere fine ad enormi abusi, ad un assassinio, ad una tirannide, ad una persecuzione, che disonorano l'umanità: egli non aveva antiche nimicizie nazionali da soddisfare, non offese fatte all'onore del suo popolo da vendicare, non pericoli da prevenire: per ultimo non aveva nè meno probabili speranze di conservare quello che conquistava. Perchè il padre di Carlo VIII si era fatto cedere, in forza d'illegali contratti, i supposti diritti degli eredi di un usurpatore, Carlo si affrettava di portare la guerra in un paese, in cui non v'era possibilità che si mantenesse, di rovesciare la costituzione di tutti gli stati che attraversava il suo esercito, di esaurire con eccessivi sforzi il suo proprio regno, e d'introdurre in quello, cui erasi annunciato come liberatore, non solo i mali inseparabili dalle conquiste, ma tutti quelli della guerra civile, di una lunga anarchia, e della tirannide di soldati feroci.
Carlo VIII, prima di entrare nel regno di Napoli, era stato avvisato da Fonseca dello scontento del re di Spagna, e da Comines delle negoziazioni del duca di Milano e de' Veneziani: doveva dunque prevedere come cosa indubitata la lega che si formò contro di lui nella parte settentrionale dell'Italia, e tostochè si era dichiarata, non aveva altro partito da prendere che quello di ritirarsi immediatamente. Il solo articolo che poteva essere soggetto a disamina, era quello di sapere se lascerebbe un'armata per difendere le sue conquiste, o se evacuerebbe il regno così compiutamente come aveva fatto pochi mesi prima il suo competitore della casa d'Arragona. Nel primo caso era impossibile che la metà della sua armata difendesse ciò che intera non era in istato di conservare; nel secondo caso sagrificava que' Napolitani che si erano per lui compromessi verso i loro antichi padroni, e pagava d'ingratitudine i servigj che gli avevano resi tutti i partigiani della casa d'Angiò. In qualunque modo si contenesse non poteva cagionare che patimenti e calamità senza numero.
Ferdinando II erasi ritirato a Messina dopo avere perduto il suo regno; colà fu visitato da suo padre, Alfonso, che da Mazara venne a ritrovarlo vestito da religioso; vi trovò pure Ferdinando Consalvo, della casa d'Anguillara, nativo di Cordova, che i re di Spagna avevano mandato in Sicilia con cinque mila fanti e sei cento cavalieri spagnuoli per difendere quell'isola[386]. Gli Spagnuoli colla consueta loro jattanza avevano nominato Gonsalvo di Cordova generalissimo, ossia gran capitano della piccolissima loro armata, ma la posterità applicò in diverso significato questo epiteto al nome di Gonsalvo, rendendo giustizia ai singolari suoi militari talenti, ed alla riputazione che di già si era acquistata nelle guerre di Granata[387].
Quantunque Carlo VIII non fosse ancora partito da Napoli, Ferdinando II aveva avuto avviso della rivoluzione apertasi in suo favore negli animi de' suoi sudditi, e sapeva di essere vivamente desiderato dai popoli che lo avevano con tanta leggerezza abbandonato. I suoi partigiani lo richiamavano, ed egli era disposto ad assecondare i loro inviti. Alfonso gli aprì i tesori che aveva seco portati quando era fuggito. Ugone di Cordova, cognato del marchese d'Avalos, il più affezionato servitore della casa d'Arragona, assoldò per lui alcune compagnie d'infanteria in Sicilia; il Gonsalvo promise di secondarlo con una parte degli Spagnuoli che aveva seco condotti, e prima che terminasse il maggio del 1495, Ferdinando si presentò sotto Reggio di Calabria, la di cui fortezza era sempre stata in mano de' suoi soldati: la città si dichiarò subito a suo favore, ed in pochi giorni il fugitivo monarca vi adunò un'armata di sei mila uomini[388].
Nello stesso tempo il partito arragonese andava riprendendo coraggio nelle province del regno, ed ovunque cominciava a minacciare i Francesi. Antonio Grimani si era fatto vedere sulle coste della Puglia con ventiquattro galere veneziane; cui si erano subito uniti don Federico, zio del re, don Cesare, suo fratello naturale, e Camillo Pandone con tre galere. Attaccarono Monopoli, città difesa da grossa guarnigione francese e secondata dagli stessi abitanti. Il Grimani, per eccitare il coraggio e la cupidigia degli Stradioti, che aveva condotti da Corfù, promise loro il sacco della città se la prendevano d'assalto. La città fu presa e trattata barbaramente; e l'ammiraglio veneziano potè a stento salvare la vita delle donne e de' fanciulli che si erano rifugiati nelle chiese[389].
Quest'atto di barbarie venne quasi subito imitato dal contrario partito. La città di Gaeta, una delle più ricche e delle più forti del regno, era stata data in feudo al siniscalco di Belcario: era custodita da pochi soldati francesi, ed i borghesi, di già stanchi del loro governo, diedero tumultuariamente mano alle armi, non dubitando di poterli scacciare dalle loro mura. Gli attaccarono, incoraggiandosi col nome di Ferdinando, che andavano ripetendo ad alta voce: ma i veterani francesi, essendosi riuniti in un sol corpo, ricevettero il loro urto senza scomporsi. In breve gl'insorgenti, avvedendosi di non potere sgominare questo corpo immobile, si scoraggiarono; fuggirono disordinati, ed imbarazzandosi nelle loro medesime armi, per le anguste strade della città; più non poterono resistere ai Francesi che gl'inseguivano, e che, diventati più furibondi e crudeli in ragione della grandezza del pericolo, continuarono lungo tempo la carnificina anche dopo terminata la pugna. Essi non davano quartiere a verun prigioniero, non curavansi di far bottino, ma si andavano avanzando da una in altra strada, uccidendo senza distinzione d'età o di sesso tutti coloro che cadevano loro tra le mani. Ne' quartieri da loro corsi non si salvarono che que' pochi che gettandosi in mare dalla sommità degli scogli, poterono salvarsi a nuoto. Non sarebbe sopravvissuto verun abitante di Gaeta, se la notte, che sopravvenne, non avesse posto fine a tale carnificina. Ed in tal modo l'uccisione ed il sacco degli abitanti di due fiorenti città, poste una sol golfo Adriatico, l'altra sul mar Tirreno, eseguitosi in una dai soldati greci de' Veneziani, nell'altra dai Francesi, furono come il preludio delle calamità che i barbari recavano all'Italia col loro nuovo sistema di guerreggiare[390].
Intanto Ferdinando II riduceva alla sua ubbidienza le piccole città della Calabria. Avendogli sant'Agata aperte le sue porte, egli s'innoltrò verso Seminara, dove sorprese e fece prigioniere un piccolo corpo di truppe francesi. Aubignì, che aveva il comando della Calabria, sentì la necessità di comprimere all'istante questi movimenti d'insurrezione. Aveva pochissime truppe sotto di lui, ma le ingrossò con tutte le milizie provinciali che poterono somministrargli i baroni del partito d'Angiò e col piccolo corpo francese che Precì, fratello d'Ivone d'Allegro, comandava nella Basilicata. Questi seppe nascondere la sua marcia a Ferdinando, il quale non ebbe contezza di tale unione. Ad ogni modo Gonzalvo di Cordova consigliava il re a non venire a battaglia, perchè di tutta la sua armata credeva di non potere far capitale che de' suoi settecento cavalieri spagnuoli, e non pensava pure che questi potessero stare a fronte degli uomini d'armi francesi[391]. Ma le milizie calabresi, che si erano adunate intorno a Ferdinando, lo andavano eccitando a condurle alla battaglia. I suoi gentiluomini gli dicevano che superavano due o tre volte di numero la piccola armata francese; che bisognava rilevare le prostrate speranze dei popoli con una vittoria, e che non si giugnerebbe a riconquistare il regno, mostrando sempre la stessa pusillanimità con cui si era perduto. Ferdinando, desideroso egli medesimo di ricuperare la sua riputazione militare, fece uscire le sue truppe da Seminara, e si presentò al nemico[392].
Il d'Aubignì aveva circa quattrocento corazze ed ottocento cavalleggeri; gli aveva schierati nella pianura lungo il fiume che attraversa la strada tre miglia al di là di Seminara verso Terranova. Stava dietro alla cavalleria la fanteria svizzera; e le milizie del paese, piuttosto destinate a far numero che a combattere, formavano la retroguardia. Ferdinando aspettava di essere attaccato sull'altra riva del fiume presso alle colline che si prolungano fino a Seminara. Il d'Aubignì non tardò ad attraversare il letto del fiume ed a venire a caricare la cavalleria spagnuola, la quale, sentendosi inferiore, fece, secondo l'usanza dei Mori coi quali era avvezza a combattere, un'evoluzione in addietro per tornare alla carica. A tutta la fanteria napolitana questo movimento sembrò il segno della sua sconfitta. Fuggì subito disordinatamente senza avere combattuto, ma, raggiunta dalla cavalleria, fu maltrattata colle sciable prima d'avere sperimentato l'urto degli Svizzeri[393]. Ferdinando dopo avere inutilmente tentato di riordinare i suoi soldati, venne strascinato dai fuggiaschi. In un passaggio sdrucciolevole il suo cavallo gli si rovesciò addosso, ed egli ritenuto dalle staffe e dagli altri arcioni della sella, era vicino a cadere in mano ai nemici, quando Giovanni d'Altavilla, fratello del duca di Termini, lo rialzò, gli diede il proprio cavallo e lo fece partire; ma d'Altavilla, rimasto a piedi in mezzo ai nemici, fu poco dopo ucciso[394].
Ferdinando fuggì a Valenza e Gonsalvo a Reggio; in appresso s'imbarcarono ambidue, e si riunirono di bel nuovo in Sicilia. Ma lungi dal lasciarsi scoraggiare da questo sinistro avvenimento, ne approfittarono per rinnovare le corrispondenze nell'interno del regno, di cui questa breve spedizione aveva fatto loro conoscere il malcontento; e prima che la fama della loro sconfitta si fosse sparsa nelle altre province, Ferdinando volle sbalordire i Francesi con una nuova intrapresa. Adunò a Messina tutti i vascelli arragonesi, siciliani e calabresi, che potevano far numero, sebbene quasi non avesse soldati da mandare a bordo. In tal modo si trovò di avere sessanta navi con ponte, e venti vascelli scoperti. Con questa flotta, comandata dal capitano spagnuolo Requesens, entrò nel golfo di Salerno, press'a poco nello stesso tempo in cui Carlo VIII giugneva colla sua armata a Pontremoli. Salerno, Amalfi e la Cava spiegarono subito le insegne d'Arragona[395].
Ferdinando condusse poscia la sua flotta in faccia a Napoli, ove risvegliò il più vivo fermento. Graziano Guerra, che in allora si trovava in quella capitale, conobbe che la flotta arragonese non aveva che un'ingannatrice apparenza, senza forza reale, e pregò il vice-re, Gilberto di Montpensier, ad attaccarla, prima che avesse strascinato il popolo nell'insurrezione; ma il numero de' vascelli francesi parve troppo sproporzionato a petto a quello dei nemici, e mentre che Ferdinando per tre giorni consecutivi bordeggiava nel golfo di Napoli, il Montpensier stette vigilante per prevenire una sollevazione, di cui credevasi ad ogni istante minacciato. Infatti i partigiani d'Arragona non ardivano mostrarsi, e Ferdinando, perdendo la speranza d'eccitare una rivoluzione, aveva di già ordinato alla sua flotta di far vela verso la Sicilia, quando coloro che avevano avuta con lui corrispondenza, temendo di essere omai scoperti, e che i Francesi aspettassero soltanto un più quieto istante per assicurarsi di loro, fecero invitare il re a tentare uno sbarco, promettendogli dal canto loro di prendere le armi[396].
Dietro tale invito il 7 di luglio, giorno susseguente a quello in cui aveva avuto luogo la battaglia di Fornovo, Ferdinando venne a prender terra alla foce del piccolo Sebeto in vicinanza della Maddalena, al levante di Napoli. Il Montpensier sortì subito dalla città col fiore de' suoi uomini d'armi per opporsi allo sbarco degli Arragonesi; e nello stesso tempo ordinò di arrestare i capi dei malcontenti, tra i quali trovavansi Andrea Gennaro, Alberico Caraffa, Giovanni Cinicelli, Cola Brunaccio, i Sangri, i Pignatelli ed il poeta Sannazzaro, la di cui fedeltà per la casa d'Arragona mai non erasi smentita. Ma appunto quest'atto di rigore fece scoppiare la rivoluzione lungamente sospesa; ognuno sentendosi colpevole si credette chiamato a difendere i più esposti; la campana a stormo suonò tutt'ad un tratto in ogni quartiere della città; il popolo si gittò furibondo addosso ai Francesi ch'erano rimasti in città, e tutti gli uccise: si chiuse la porta per la quale era sortito il Montpensiero, e Ferdinando, che, dopo averlo tratto fuori di città, era passato sull'opposta riva innanzi all'isola di Nisida, fu dai segnali richiamato in porto, e ricevuto da tutto il popolo con vivi trasporti di allegrezza[397].
Per altro la sua situazione era ben lontana dall'essere sicura. Vero è che il Montpensiero trovavasi fuori di città, e segregato dalle fortezze, che sono tutte a ponente; ma la difficoltà del cammino per fare al di fuori il giro delle mura non poteva trattenerlo che poche ore: infatti egli ricondusse la cavalleria sulla piazza del castel Nuovo prima che Ferdinando ed i due fratelli d'Avalos avessero potuto barricare tutte le strade. Il Montpensiero, alla testa di una colonna di uomini d'armi, cercava di avanzarsi fino alla piazza dell'Olmo, mentre che Ivone d'Allegre con un'altra colonna seguiva la strada Catalana. Dall'altro canto il popolo napolitano gli opponeva un'intrepida resistenza: e mentre che coloro sotto le di cui finestre passavano i Francesi gli opprimevano a colpi di pietre, nel rimanente della strada ognuno portava fuori della propria casa botti, carri, concime, onde formare mobili barricate: e di mano in mano che il popolo guadagnava terreno sugli uomini d'armi, se ne guarentiva il possedimento con nuovi trinceramenti. Ivone d'Allegre, che combatteva in una più angusta strada, fu assai più maltrattato e costretto a ritirarsi prima del Montpensiero, il quale si sostenne fino a notte; ma in allora dovette ritirarsi sulla piazza del castello. Ferdinando approfittò di quella notte con istraordinaria attività. I cittadini, i marinai della sua flotta, i soldati lavoravano tutti intorno alle fortificazioni dirette dai fratelli d'Avalos, chiudevano tutte le comunicazioni colla piazza del castello con gabbioni riempiuti d'arena, botti piene di sassi e carri di concime, disposti in guisa da lasciare delle feritoje per l'artiglieria; si praticarono pure delle aperture nelle interne muraglie delle case, affinchè i difensori potessero passare a seconda del bisogno dalle une alle altre; e mentre che i Francesi andavano procurandosi una sicura comunicazione fra le tre fortezze del castel Nuovo, Castel dell'Uovo e forte sant'Elmo, e che piantavano le loro tende nello spazio che le divide, non solo i Napolitani avevano tagliata ogni comunicazione tra quelle fortezze e la città, ma avevano inoltre chiuse tutte le uscite verso la campagna; di modo che all'indomani il Montpensiero trovossi assediato nel ricinto in cui si era affrettato di entrare[398].
Sei mila Francesi trovavansi chiusi ne' castelli di Napoli, i di cui magazzini, sebbene abbondantemente provveduti, non potevano lungamente supplire ai bisogni di tanta gente. Ai cavalli mancarono i foraggi, ed in pochi giorni ne perirono molti. Vero è che una così forte e valorosa guarnigione non si lasciò chiudere senza tentare parecchie sortite sui nemici; ed alcune furono condotte con tanto coraggio, con tanto impeto, che tennero sospesi i destini di Napoli e della monarchia; e non si richiedeva meno del valore e dell'attività dei d'Avalos per renderle tutte vane, e per iscacciare i Francesi da tutte le posizioni di dove potevano recare maggiori molestie alla città. Ebbero appena questi due fratelli conseguiti tali vantaggi, che il più giovane fu ferito in una di queste zuffe, ed il maggiore, Alfonso d'Avalos, venne a tradimento ucciso da un Moro che gli aveva promesso di dargli nelle mani il forte di Monte santa Croce[399].
La morte del marchese di Pescara riuscì oltremodo dolorosa a Ferdinando, che amava quella famiglia, non solo per un giusto titolo di riconoscenza, ma ancora pel suo amore verso Costanza, sorella del marchese. Fu per qualche tempo incapace di occuparsi de' pubblici affari; ma Prospero Colonna ne prese in vece sua la direzione. Questi, ch'era dai Francesi risguardato come il capitano italiano di cui potevano meglio fidarsi, per essersi associato prima degli altri alla loro causa, ed essere stato premiato da loro coi più larghi doni, era di fresco passato al partito arragonese ad insinuazione del papa e del cardinale Ascanio Sforza. Bentosto suo cugino, Fabrizio Colonna, ne aveva imitato l'esempio, e per dare un pegno del suo attaccamento al nuovo partito che abbracciava, aveva maritata sua figlia Vittoria Colonna, che in seguito fu così celebre poetessa, a Ferdinando d'Avalos, figliuolo ancora giovinetto del marchese di Pescara poc'anzi ucciso. I pretesti coi quali i Colonna cercarono di giustificare la loro condotta non purgarono del tutto il loro onore: si mostrarono più intenti a salvare le proprie ricchezze in una rivoluzione, che a difendere quegli da cui le avevano ricevute[400].
Frattanto il partito d'Arragona andava ogni giorno acquistando nuove forze. Capoa, Aversa, Mondragone, e le principali città della provincia avevano seguito l'esempio di Napoli, ed Alfonso, rincorato dalla notizia dell'ingresso di suo figlio nella capitale, gli fece chiedere la restituzione del trono che gli aveva rinunciato soltanto per politica. Ferdinando rispose con qualche amarezza, che più prudente consiglio sarebbe il lasciargli prima il tempo di meglio consolidarlo, affinchè Alfonso non si trovasse esposto ad abbandonarlo un'altra volta[401].
Il Montpensiero, chiuso ne' castelli di Napoli, cominciava a mancare di vittovaglie. Riponeva ogni sua speranza nella flotta che Carlo VIII, dopo il suo arrivo ad Asti, aveva fatta armare a Villafranca; ma questa flotta, avendo scoperta presso l'isola di Ponza quella di Ferdinando, assai superiore di numero, fuggì precipitosamente verso Livorno, dove non ebbe appena preso terra, che tutti i suoi soldati disertarono. Questo disastro scoraggiò affatto il Montpensiero, il quale fece avvisare i generali francesi che tuttavia tenevano la campagna nel regno di Napoli, che se non veniva subito soccorso era forzato a capitolare. Infatti dopo tre mesi d'assedio, cominciò ne' primi giorni d'ottobre a dare orecchio alle proposizioni di Ferdinando, precisamente nell'epoca in cui Carlo VIII soscriveva il trattato di Vercelli[402].
I generali, avendo interpellati i più zelanti partigiani della casa d'Angiò, convennero di riunire tutti i loro soldati in due armate; con una il d'Aubignì s'incaricò di andare contro Gonsalvo di Cordova, che aveva ricevuti rinforzi dalla Sicilia, e che aveva ricominciata l'invasione della Calabria: coll'altra Precì ed il principe di Bisignano dovevano accostarsi a Napoli per liberare il Montpensiero. Infatti gli ultimi s'innoltrarono dalla Basilicata, dov'erano acquartierati, fin presso ad Eboli, diciotto miglia lontano da Salerno, e posto sullo stesso golfo. Ferdinando incaricò Tommaso Caraffa, principe di Matalona di trattenerlo, mentre negoziava col Montpensiero, cui non voleva che giugnesse l'avviso dell'armata che si avanzava per soccorrerlo[403].
L'armata del principe di Matalona era quattro volte più numerosa di quella di Precì. Questi non aveva che mille cavalieri, tra uomini d'armi o cavalleggeri, tanto italiani che francesi, mille Svizzeri ed ottocento fanti calabresi, che seguivano l'armata per far numero. I Napolitani, che mai non avevano combattuto, sprezzavano così piccola armata, e la loro jattanza inspirò una falsa confidenza al principe di Matalona, che lusingossi di avviluppare i Francesi e di distruggerli. Mentre che questi prendevano la via di Salerno, dopo avere passato il Sele, l'antico Silari, egli allargò le due ale per togliere loro la ritirata verso il mare, o verso la vicina foresta. Nello stesso tempo molti de' suoi uomini d'armi partirono dalla fronte dell'armata napolitana per caricare i Francesi prima di averne avuto l'ordine. Egualmente la fanteria arragonese slanciossi correndo contro gli Svizzeri: ma l'immobilità de' nemici fece rimanere senza effetto questo intempestivo attacco. La cavalleria napolitana respinta ripiegò addosso alla fanteria, e la disordinò; gli Arragonesi, giunti a fronte degli Svizzeri, si trovarono nell'impossibilità di ferirli a traverso al bosco di lancie e di alabarde ond'erano coperti. Nello stesso istante, succedendo il terrore ad una folle confidenza, l'armata napolitana fu dispersa in mezz'ora. Ma non aveva sufficiente agilità per sottrarsi alla cavalleria francese, ed all'impeto degli Svizzeri: l'infanteria, raggiunta nella sua fuga, fu quasi tutta uccisa; ed in particolare non salvossi quasi veruno di una coorte ch'era stata levata in Napoli tra gli assassini di professione. Questi sciagurati formavano un corpo assai numeroso nelle due Sicilie, ed il governo li risparmiava, sperando che dopo essersi avvezzati al sangue, dovessero riuscire buoni soldati[404].
Il principe di Matalona fuggì con tre cento cavalli alla volta di Eboli, ed a stento potè persuadere quegli abitanti atterriti a riceverlo entro le loro mura. Se Precì lo avesse inseguito, lo avrebbe probabilmente fatto prigioniero col rimanente della cavalleria napolitana. Ma non erasi quasi meno maravigliato egli della sua vittoria, che i suoi nemici della loro sconfitta, e non ne vide subito l'estensione. Accordò qualche istante di riposo ai suoi soldati ed al principe di Bisignano per farsi medicare le ferite, onde non arrivò che nel susseguente giorno a Sarno, lontano quindici miglia da Napoli, ove gli si apparecchiava una nuova resistenza[405].
Aveva Ferdinando mandati in questa città Tuttavilla e Prospero Colonna per tentare di trattenere i Francesi, i quali trovarono rotto il ponte del fiume di Sarno: Precì lo fece rimettere senza attaccare la città e continuò il suo cammino alla volta di Napoli. Ferdinando vi si trovava nella più grande perplessità. Il Montpensiero, mancante di viveri, e perduta ogni speranza di soccorso, era entrato in negoziazioni per capitolare, ma il più piccolo accidente, lo zelo di qualche Napolitano del partito angiovino, la cattura di un solo prigioniero poteva annunziargli l'avvicinamento di Precì e la sua vittoria d'Eboli. Inoltre Ferdinando temeva ad ogni istante che il Montpensiero non udisse il cannone de' Francesi, o non vedesse i loro stendardi sulle montagne. Chiamò i suoi nemici ad una conferenza, loro intimando che se non accettavano entro quel giorno le sue proposizioni, non darebbe loro quartiere. Pure i capi, che in egual numero si erano adunati sopra un vascello, invece di venire a qualche conclusione pareva che si riscaldassero disputando. Ogni minuto era prezioso; ma Ferdinando temeva, col mostrarsi impaziente, di risvegliare i sospetti del nemico. Affettò dell'indifferenza, ordinando ai suoi commissarj di ritirarsi se i Francesi non accettavano all'istante il suo ultimatum. Il Montpensiero si lasciò intimorire e sottoscrisse. La convenzione portava che ogni ostilità cesserebbe per lo spazio di trenta giorni, a meno che non sopraggiugnesse un'armata francese che obbligasse Ferdinando ad abbandonare la campagna. Durante lo stesso tempo il re di Napoli si obbligava a mandare di giorno in giorno i viveri agli assediati. Se prima del pattuito termine il Montpensiero non veniva soccorso, doveva rimettere a Ferdinando tutte le fortezze di Napoli, ed essere ricondotto in Francia con tutta la guarnigione e gli equipaggi. Ivone d'Allegre, Roberto de la Mark, la Chapelle d'Angiò, Roccabertino e Genlis, furono dati in ostaggio agli Arragonesi per l'osservanza di tali convenzioni[406].
Ma questa stessa capitolazione non faceva però Ferdinando al tutto sicuro; la sua armata, scoraggiata dalle sconfitte, più non pareva in istato di far testa ai Francesi, e molti de' suoi capitani lo consigliavano a lasciar entrare nelle fortezze il Precì, non dubitando che per quanto fosse grande il convoglio che seco condurrebbe, una nuova armata avrebbe bentosto consumati i magazzini della guarnigione. Ferdinando per lo contrario pensò che Precì, dopo avere vittovagliati i castelli, si sarebbe affrettato di uscirne con Montpensiero e colla maggior parte della guarnigione. Risolse adunque di fare un altro sforzo per trattenerlo. Di già i Francesi avevano fatto il giro della città e s'accostavano alle fortezze lungo la spiaggia occidentale; ma questa spiaggia, chiusa tra il mare e gli scogli, offriva molti punti che agevolmente potevano difendersi. Prospero Colonna attentamente afforzò il passaggio intorno al promontorio di Eccia, presso Posilippo; ordinò in battaglia l'armata napolitana dietro quei trinceramenti. I tamburi, le trombe e le continue scariche dell'artiglieria, gli davano una bellicosa apparenza, che probabilmente la prova avrebbbe smentita[407].
Ma più ancora che dal guerriero contegno dell'armata napolitana, il Precì fu sorpreso dal silenzio di Montpensiero e dell'artiglieria de' castelli. A stento potè fargli giugnere col mezzo di alcuni pescatori la notizia della vittoria di Eboli, e de' soccorsi che gli conduceva. Il Montpensiero rispose tristamente, che si era legate le mani, che finchè Ferdinando terrebbe la campagna, più non gli era permesso di combattere; ma che se Ferdinando veniva respinto entra la città, ancor esso farebbe una vigorosa sortita. Il Precì non aveva sufficienti forze per attaccare ne' suoi trinceramenti una grossa armata che aveva inoltre a suo favore il vantaggio del terreno. La flotta arragonese si era accostata alla spiaggia, e cominciava a molestarlo col suo fuoco, onde si vide costretto a ritirarsi. La cavalleria napolitana lo inseguì fino a Nola, ma sempre tenendosi ad una certa distanza per non essere costretta a venire a battaglia. Colà credette di sorprendere in una taverna alcuni uomini d'armi francesi che vi si erano trattenuti; ma questi fecero bentosto fuggire i loro assalitori, i quali fuggendo sparsero un timore panico in tutta l'armata; e se nubi di polvere affatto impenetrabili non avessero vietato ai Francesi di vedere il disordine dell'armata nemica, questa avrebbe in quell'incontro sofferta una terza sconfitta più fatale delle precedenti. Precì che non poteva pure sospettarlo continuò a ritirarsi per la via di Sarno e di Sanseverino, e diede alle sue truppe i quartieri d'inverno[408].
Il Montpensiero, vergognandosi di avere fatta mancare una spedizione così ben diretta per la sua liberazione, vergognandosi di essere stato ingannato dalla fermezza ostentata da Ferdinando nell'istante in cui questo re era minacciato da così urgente pericolo, inoltre consigliato dal principe di Salerno, il più accanito nemico della casa d'Arragona, non si mostrò gran fatto sottile osservatore della capitolazione che aveva sottoscritta. Prima che terminasse il mese approfittò della lontananza della flotta napolitana per imbarcarsi di notte con due mila cinquecento uomini, chiusi con lui nelle fortezze, e trasportarli a Salerno. Egli non lasciò alla custodia de' castelli che tre cento uomini, che ricusarono di consegnarli nel prefinito termine, e si difesero finchè loro affatto non mancarono i viveri, sebbene Ferdinando minacciasse più volte di far appiccare gli ostaggi che aveva in suo potere. All'ultimo Castel Nuovo gli fu consegnato in sul finire dell'anno, e castel dell'Uovo in principio del susseguente[409].
Tutte le perdite che i Francesi avevano fatte nel regno di Napoli erano per loro tanto più amare, quanto più conoscevansi lontani dalla loro patria, ed affatto abbandonati dal loro sovrano. Mentre essi combattevano, e successivamente perdevano la capitale e le migliori città del regno, sapevano che Carlo VIII andava sempre più allontanandosi, e che finalmente, giunto ne' suoi stati, aveva abbandonato ogni pensiero di governo per ingolfarsi ne' piaceri de' quali erasi mostrato così avido. Se deboli erano essi medesimi, non erano fin allora stati attaccati che da un nemico egualmente debole; ma essi volgevano con inquietudine lo sguardo su tutta l'Italia, e vedevano i loro nemici acquistarsi una irresistibile preponderanza, mentre che nuovi errori facevano perdere al loro re anche gli ultimi suoi partigiani. La repubblica di Firenze era la sola alleata che restasse alla Francia. Per mezzo degli stati di lei soltanto Carlo VIII poteva mantenere ancora qualche comunicazione con Montpensiero; e co' di lei sussidj poteva tuttavia far rimettere qualche danaro all'armata: pure invece di restituire ai Fiorentini le fortezze che aveva da loro avute contro promessa di restituirle, aveva lasciata parte delle sue truppe al servigio de' loro nemici. Un corpo di soldati Guasconi era rimasto al soldo dei Pisani; era stato adoperato tutta la state a danno de' Fiorentini nel ricuperare le fortezze del territorio pisano, ed aveva in Toscana introdotte tali abitudini di ferocia, di cui le antiche guerre d'Italia non avevano esempio. I soldati italiani avevano imparato dai Francesi ad inghiottire prima di venire a battaglia tutto l'oro che avevano, per sottrarlo ai nemici quando fossero fatti prigionieri; in appresso i Guasconi insegnarono agl'Italiani a sventrare i prigionieri per cercare nelle loro viscere l'oro nascosto al vincitore. Tali atrocità si rinnovarono da ogni banda, finchè furono spenti quasi tutti i Guasconi dopo la conquista fatta dai Fiorentini de' castelli di Ponsacco, Lario, Peccioli, Tojano e Palaja[410].
Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, e Rannuccio di Marciano avevano preso servigio nella repubblica fiorentina, ed ottenuti molti vantaggi sui Pisani nell'ultima parte della campagna. Non pertanto la signoria, più che dalla forza, sperava dalle negoziazioni il riacquisto di Pisa. I suoi ambasciatori avevano seguito il re in Asti, ed approfittando della sua dimenticanza delle cose dei Pisani quando si trovò da loro lontano, avevano ottenute con nuovi sagrificj di danaro quante promesse sapevano desiderare. Pagarono i trenta mila ducati che tuttavia gli dovevano in forza del primo trattato, dopo avere ricevute in pegno alcuni giojelli della corona, che non dovevano restituire che quando venissero loro consegnate le fortezze. Promisero inoltre di prestare settanta mila ducati ai generali francesi nel regno di Napoli, e di ricevere in pagamento una obbligazione di quattro ricevitori generali della Francia[411].
Niccolò Alamanni, che aveva sottoscritto questo trattato per la sua repubblica, tornò a Firenze il 7 di settembre, portando a tutti i comandanti delle fortezze l'ordine di consegnarle immediatamente ai Fiorentini, ed a tutti i soldati del re l'ordine di abbandonare il servigio de' Pisani. Il comandante di Livorno si prestò a questi ordini il 15 di settembre, e lo stesso fecero i fratelli Vitelli, che passarono da Pisa al campo fiorentino con tutta la loro cavalleria[412]. Ma d'Entragues, governatore della cittadella di Pisa, protestò d'avere ricevuti segreti ordini dal suo padrone non ancora rivocati. Il Lignì, che gli aveva procurata quella carica, erasi renduto risponsabile della sua disubbidienza. I governatori di Pietra Santa, di Montrone, di Sarzana e di Sarzanello non volevano ricevere ordini che da d'Entragues, il quale, innamorato essendo della figlia di Luca del Lante, gentiluomo pisano, abbracciò gl'interessi della città in cui comandava con uno zelo non inferiore a quello de' suoi antichi cittadini[413].
Per altro d'Entragues non dissimulava ai Pisani, che per proteggerli non avrebbe sempre formalmente potuto disubbidire agli ordini del suo sovrano. Perciò li consigliava a cercare altrove soccorsi, che Silvestro Poggio, loro ambasciatore, effettivamente ottenne da Lodovico Sforza e dai Veneziani[414]. Egli aveva loro permesso di chiudere la fortezza con una circonvallazione, in modo che i Fiorentini non potessero giugnere fino a lui, nel supposto che fosse costretto a promettere d'aprire le porte. Ma questo nuovo trinceramento, che realmente venne dai Pisani innalzato dalla porta del sobborgo fino all'Arno, fu perduto per effetto del loro inconsiderato impeto. Essendosi l'armata fiorentina avvicinata alle mura, essi l'attaccarono in aperta campagna malgrado la debolezza delle loro forze; furono respinti e caldamente inseguiti fino a mezzo il sobborgo; e fu preso il nuovo bastione, e lo sarebbe stata per poco anche la città, se d'Entragues non avesse in quel frangente dirette dalla fortezza alcune cannonate sui combattenti, e con ciò sforzate le due parti a separarsi[415].
Nel susseguente giorno Fracassa Sanseverino giunse da Genova con alcuni soldati milanesi in ajuto de' Pisani; un commissario veneziano loro recò pure una somma di danaro per levare soldati; e finalmente il d'Entragues acconsentì a far con loro un trattato, col quale si obbligava a consegnar loro la fortezza dopo cento giorni, se il re entro tale termine non rientrava in Italia. Fino a tale epoca dovevano i Pisani pagargli ogni mese due mila fiorini per il soldo della guarnigione, e quattordici mila nell'atto che loro cederebbe la fortezza. Si consegnarono ostaggi dalle due parti per guarenzia del contratto[416]. Poco dopo si ebbe in Toscana notizia del trattato di Vercelli; e perchè nello stesso tempo Piero de' Medici era giunto a Siena, e teneva pratiche in Cortona per sorprendere quella piazza, mentre che gli Orsini si andavano avvicinando al territorio fiorentino in minaccioso aspetto, la repubblica fiorentina fece il 10 di ottobre evacuare il sobborgo di Pisa dalla sua armata, onde prendendo i quartieri d'inverno, divisa in tre diversi corpi[417], venisse a coprire tutti i suoi confini.
Il termine fissato da d'Entragues doveva scadere il primo di gennajo del 1496. Infatti in cotal giorno adunò l'assemblea del popolo; e nell'atto di consegnarle la fortezza, domandò che giurassero fedeltà al re di Francia. Voleva che questa formalità scusasse la sua disubbidienza, ed i Pisani non vi si rifiutarono. Ma riusciva loro difficilissimo il trovare il danaro necessario per pagarlo; perchè oltre i promessi quattordici mila scudi, bisognava darne altri venti mila per l'artiglieria e per le munizioni che d'Entragues loro cedeva. Le gabelle in tempo di guerra fruttavano pochissimo, ed ogni cittadino aveva di già fatti per la patria sagrificj superiori alle sue sostanze. Tutte le signore pisane portarono alla signoria tutti i loro giojelli; una nave portoghese, che la burrasca aveva fatto incagliare alle foci del Serchio, fa venduta a profitto del pubblico tesoro; e finalmente i Genovesi ed i Lucchesi gli prestarono pure qualche somma. D'Entragues fu pagato, e la ceduta fortezza fu spianata in poco tempo coll'ostinato lavoro di tutta la popolazione[418].
La compassione, i nodi dell'ospitalità, i precedenti impegni del re e dell'armata, potevano in parte scusare la condotta d'Entragues a Pisa; ma per disporre di tutte le altre fortezze d'Entragues non si consigliò che colla sua cupidigia. Il 26 di febbrajo vendette ai Genovesi Sarzana e Sarzanello per ventiquattro mila fiorini; ed il 30 di marzo il bastardo di Roussi, suo luogotenente, vendette Pietra Santa ai Lucchesi per trenta mila fiorini[419]; di modo che le fortezze che Carlo VIII aveva solennemente promesso di restituire ai Fiorentini, e che non per tanto loro aveva fatte riacquistare a così alto prezzo, passarono tutte nelle mani de' loro nemici.
Ai Fiorentini recava molta inquietudine la vicinanza di Pietro de' Medici, e questo capo di partito mai non si avvicinava ai loro confini senza che la repubblica tenesse aperti gli occhi su tutti i suoi movimenti con estrema gelosia. Pure la di lui condotta faceva conoscere che non aveva nè i talenti, nè il carattere, nè altri mezzi che potessero porre in pericolo la loro libertà. Era fuggito da Venezia per raggiugnere Carlo VIII, quando si avanzava per fare l'impresa di Napoli, e sempre era rimasto alla sua corte dimenticato; il suo partito s'indeboliva a Firenze per lo stabilimento d'un governo veramente popolare. Mille ottocento cittadini all'incirca avevano provato che i loro antenati partecipavano agli onori dello stato, ed erano stati conseguentemente ammessi nel gran consiglio. Questo consiglio, meglio composto che i precedenti, trovavasi in istato di riempire da sè medesimo le proprie funzioni, invece di non essere altra cosa che una macchina in mano del partito dominante. Si era particolarmente sentito ch'era eminentemente proprio a fare delle buone elezioni; e dopo il primo luglio del 1495, aveva solo nominati tutti i magistrati della repubblica[420].
Ma gli emigrati si figurano sempre che tutto il pubblico abbia le loro opinioni ed i loro sentimenti, essi non corrispondono che colle genti del loro partito, non fanno verun conto degli altri, e si persuadono che la più debole resistenza straniera basterebbe per ristabilirli nella loro patria. Pietro de' Medici suppose le circostanze favorevoli per attaccare Firenze. Virginio Orsini, suo parente, che in tempo della battaglia di Fornovo si era sottratto alla sua prigionia, e riparatosi nel suo feudo di Bracciano, gli offriva l'ajuto de' suoi uomini d'armi, purchè Pietro dal canto suo gli somministrasse abbastanza danaro per adunarli ed armarli di nuovo. Pisa, Siena e Lucca erano in guerra coi Fiorentini; Perugia gli offriva pure l'assistenza della sua popolazione guerriera. Questa città dipendente dalla Chiesa, ma che appena l'ubbidiva, era governata a nome del partito guelfo dalla famiglia dei Baglioni, che non aveva meno autorità in questa repubblica di quella che avessero i Medici in Firenze, o i Bentivoglio in Bologna. Questi capi di partito facevansi un principio di politica di mantenere in tutte le repubbliche l'autorità degli usurpatori; e perciò acconsentirono a Pietro de' Medici d'adunare i suoi partigiani sul lago di Perugia, a non molta distanza da Cortona, sulla quale aveva formati de' progetti; ed assoldarono Virginio Orsini per dargli opportunità di far avanzare i suoi uomini d'armi ai confini fiorentini[421].
Ma in questa stessa epoca i Baglioni furono in procinto d'essere dagli Oddi, loro rivali, scacciati dalla patria. Gli Oddi erano i capi di parte ghibellina, ed avevano per loro gli abitanti di Foligno e d'Assisi ed una numerosa clientela. Il 3 di settembre del 1495 sorpresero una delle porte di Perugia, entrarono in città alla testa della loro cavalleria, posero in fuga i Baglioni, e di già si credevano sicuri del successo, quando furono sorpresi da panico terrore, che strappò loro di mano la vittoria. Giunti a breve distanza dal palazzo, erano occupati nell'atterrare uno steccato, che loro impediva d'avanzarsi; le prime tre file, strette dalla folla che le seguiva, non potevano liberamente adoperare le loro braccia, nè alzare le scuri. Uno degli Oddi si volse a coloro che lo spingevano gridando: Indietro, ritiratevi, questo grido, ripetuto di fila in fila, sembrò ai più discosti il segno della fuga; onde tutti si dispersero, e la truppa vittoriosa, senz'essere inseguita da verun avversario, uscì di città più rapidamente che non vi era entrata. I Baglioni rimasti padroni furono tanto più crudeli verso i loro nemici, quanto più grande era stato il corso pericolo[422].
Poi ch'ebbe ridotta a numero la sua compagnia, Virginio Orsini, sotto pretesto di servire i Baglioni, prese le loro insegne, passò le paludi delle Chiane con trecento uomini d'armi e tre mila fanti, ed andò a stabilirsi ai confini del Sienese in faccia a Sansovino, dove ebbe qualche scaramuccia con Rannuccio di Marciano, generale fiorentino, che occupava Cortona. Nello stesso tempo Giuliano de' Medici faceva istanze a Giovanni Bentivoglio d'attaccare i Fiorentini, ed il cardinale Giovanni, suo fratello, era passato a Milano per far entrare nella sua causa lo Sforza ed i Veneziani. I Medici emigrati avrebbero voluto sollevare tutti i principi d'Europa contro la loro patria; e per grandi che potessero essere le sciagure che attiravano sopra Firenze, sarebbero rimasti contenti se a qualunque prezzo avessero potuto risalire sul trono; ma non trovarono le altre potenze apparecchiate ad entrare nella coalizione che loro proponevano. Il Bentivoglio fece dire al governo fiorentino che non farebbe torto alla loro buona vicinanza: il duca di Milano, rammentando che aveva ingannato Pietro de' Medici, non volle porlo in istato di vendicarsi. I Veneziani erano tutti intenti al regno di Napoli: e la repubblica fiorentina, avendo posta una taglia sulla testa dei due Medici, Pietro ritirossi a Roma, e Giuliano andò a Milano presso il cardinale suo fratello[423].
Due agenti di Carlo VIII, Camillo Vitelli e Jomella, avevano nello stesso tempo aperta una negoziazione con Virginio Orsini per farlo entrare ai servigj della Francia. La sua compagnia erasi nuovamente adunata, ed armata col denaro dei Medici e dei Baglioni: più non poteva sperare gran cose in Toscana; e poichè i Colonna, suoi rivali, avevano preso servigio sotto il monarca arragonese, doveva avidamente cogliere l'occasione di combatterli. Diede suo figlio in ostaggio ai Francesi per guarentire la sua fedeltà, e si obbligò di condurre seicento cavalli nel regno di Napoli, dopo essersi unito a Camillo ed a Paolo Vitelli, che per parte loro dovevano condurne quattrocento[424].
Fu questo il solo rinforzo che Carlo VIII facesse passare a' suoi cavallieri francesi, che in numero infinitamente minore difendevano l'onore della sua corona nel regno di Napoli. Omai più non pensava che alle feste della sua corte, ai tornei, ed in particolare a quella galanteria che tanto più l'occupava, in quanto che la sua presenza e la sua debole complessione lo rendevano a ciò meno proprio. Egli sempre prometteva ajuti che mai non giugnevano, dava ordini che non venivano eseguiti, e di cui non curavasi di chiederne conto; follemente dissipava tutte le entrate della Francia, senza prendersi pensiero delle spese necessarie, cui avrebbe dovuto provvedere; e mentre che ponevasi nell'impossibilità di salvare il regno di Napoli, rifiutava d'accomodarsi col principe che stava per toglierlo. Aveva mandato il Comines a Venezia per persuadere quel senato a ratificare il trattato di Vercelli: i senatori veneziani non vi acconsentirono, ma offrirono d'obbligare Ferdinando a riconoscersi feudatario della corona di Francia, ed a pagare pel regno di Napoli cinquanta mila ducati annui, dando ai Francesi molte fortezze per pegno della sua fedeltà. Carlo VIII per tutta risposta rifiutò perentoriamente d'abbandonare veruna parte d'una conquista, che non si prendeva cura di difendere[425].
La guerra trattavasi contemporaneamente in molte parti del regno di Napoli, ma ovunque debolmente. Il duca di Montpensiero occupava le vicinanze di Sanseverino e di Salerno, ed aveva a fronte il re Ferdinando. Il Montfaucon, Villeneuve e Sillì, si difendevano nella Puglia contro don Federico e don Cesare, fratello naturale del re. Graziano Guerra aveva il comando de' Francesi negli Abruzzi, ed aveva contro di lui il conte di Popoli. Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva condotti dugento uomini d'armi al soldo di Carlo VIII, occupava e guastava il vicinato di Monte Cassino. Aubignì difendeva la Calabria ed il Principato ulteriore contro Gonsalvo di Cordova; ma il clima aveva vinto colui che non potevano atterrare gli sforzi de' nemici; egli soggiaceva ad una lunga malattia, e non poteva proseguire i vantaggi che da principio aveva ottenuti. In tutte le province da ambedue le parti trattavasi la guerra languidamente. Ai due partiti mancavano egualmente i mezzi di proseguirla con vigore; le distrutte città, le campagne ruinate, più non pagavano le imposte; e Ferdinando, non meno povero de' Francesi, non poteva trionfare d'un branco d'uomini rimasti soli nel suo regno per resistergli[426].
Ferdinando non era stato compreso nella lega d'Italia sottoscritta a Venezia nel precedente anno. Pregava perciò i Veneziani ad ammettervelo, ma questi, volendo approfittare delle difficoltà in cui si trovava, non gli offrivano soccorsi che a condizione ch'egli pagar ebbeli loro con immoderate usure. Essi avrebbero voluto conchiudere un trattato di sussidj e non un'alleanza. Obbligaronsi infatti a mandargli il marchese di Mantova, loro generale, con settecento uomini d'armi, altrettanti Stradioti e tre mila fanti, promettendo inoltre di somministrargli quindici mila ducati; ma Ferdinando dovette riconoscersi verso loro debitore per dugento mila ducati, e dar loro per guarenzia di tale somma le città d'Otranto, Brindisi, Trani, Monopoli e Pugliano. Il duca di Milano, che per anco non voleva contravvenire apertamente al trattato di Vercelli, fece nello stesso tempo segretamente passare alcuni soccorsi al re di Napoli. Francesco Gonzaga partì da Mantova in sul cominciare di febbrajo, ed entrò nel regno di Napoli per san Germano, Capoa e Benevento[427].
Nello stato di penuria in cui si trovavano le due armate, era per loro un oggetto di grande importanza l'assicurarsi il pedaggio de' bestiami della Puglia, che viene pagato per il passaggio delle gregge presso al Monte Gargano, quando lasciano i pascoli dell'inverno delle campagne della Puglia per quelli dell'estate nelle montagne degli Abruzzi e di Sulmona. Dovevano passare nel corso d'un mese pel luogo del pedaggio non meno di seicento mila montoni, e di dugento mila tra buoi e vacche, pagando in tutto dagli ottanta ai cento mila ducati; lo che formava il più depurato reddito della corona. I capi delle due armate sentirono egualmente che se reciprocamente venivano ad impedire la percezione del pedaggio, trattenendo le gregge, ruinerebbero la metà del regno; che le bestie perirebbero di fame nel corso dell'estate nelle campagne della Puglia, e che i pascoli delle montagne dell'Abruzzo sarebbero infruttuosi, se non erano consumati dalle mandre. Convennero dunque che quello di loro che terrebbe la campagna percepirebbe solo il pedaggio, senza che l'altro potesse molestarlo, o ritenere le gregge. Dopo avere sottoscritta questa convenzione i due partiti d'altro più non si presero cura che di rendersi più forti nelle campagne della Puglia. Ferdinando, che di quel tempo trovavasi nella contea di Molise venne ad accamparsi a Foggia. Il Montpensiero, ricusando il consiglio di Virginio Orsini, che gli rappresentava essere quello il favorevole istante d'attaccare Napoli per la lontananza del re, prese ancor esso la strada della Puglia, ove l'Orsini teneva di già il suo quartiere a Sansevero. Ambo i generali, spiegando tutte le loro forze, speravano d'atterrire il nemico, obbligarlo a ricusare la battaglia, a chiudersi nella città, ed a confessare in tale maniera la sua inferiorità. A ciò mirando, per accorrere più prontamente in soccorso degli Orsini, il Montpensiero lasciò a Casarbore l'artiglieria pesante di cui non credeva di avere bisogno; si unì all'Orsini innanzi a Selva Piana nel territorio di Troja; e l'armata francese contò allora mille cento corazze, mille quattrocento cavalleggeri, sei mila tra Svizzeri e Tedeschi, e dieci mila Guasconi o regnicoli[428].
Prima della riunione del Montpensiero coll'Orsini, Ferdinando aveva invano cercato di provocare l'Orsini, cui era superiore di forze, a battaglia. Ma dopo l'arrivo del Montpensiero, l'armata francese, avendo acquistata la superiorità, cercò a vicenda di provocare Ferdinando a battaglia, avanti che giugnesse a rendergli la perduta superiorità il marchese di Mantova. Frattanto Ferdinando chiudevasi in Foggia, mentre una seconda divisione della sua armata, sotto gli ordini di Fabrizio Colonna, difendeva Troja, ed una terza, comandata da Prospero Colonna, occupava Luceria. I Francesi per recarsi a Manfredonia, dove si percepiva il pedaggio dovevano passare sotto le mura di Luceria e di Troja. Mentre si avanzavano per questa strada, si scontrarono in settecento fanti tedeschi al soldo del re di Napoli, i quali erano usciti da Troja per recarsi a Luceria, senz'essere protetti dalla cavalleria. I Vitelli, che dirigevano la vanguardia dell'armata francese, furono i primi ad attaccarli co' loro uomini d'armi, senza poterli disordinare, e bentosto tutta l'armata gli avviluppò; pure nè Heiderlin, che comandava questi valorosi soldati, nè altri della sua truppa diede verun segno di timore. Camminavano disposti in battaglione quadrato, senza rallentare il passo, e presentando da tutti i lati un bosco di picche agli attacchi della cavalleria. I Vitelli, fuori di speranza di rompere quell'ordinanza, li fecero soltanto circondare a qualche distanza dai cavalleggeri, i quali colle frecce e colle carabine atterravano molti Tedeschi senza esporsi alle loro picche. Heiderlin giunse in tal modo fino alle rive del Chilone, per passare il qual fiume fu costretto di rompere la linea de' suoi soldati, allora Camillo Vitelli fece subito metter piede a terra a' suoi uomini d'armi, e conducendoli nel letto del fiume, attaccò i Tedeschi corpo a corpo. Questi, da che più non furono in ordine di battaglia, non poterono più fare alcun uso delle loro lunghe picche, mentre che gli uomini d'armi a piedi, coperti d'impenetrabile armatura, erano tanto più formidabili quanto più si avvicinavano. Per questi Tedeschi era perduta ogni speranza di salute; ma non si scoraggiarono perciò, che anzi si difesero disperatamente, e furono tutti uccisi fino all'ultimo[429].
Dopo questa carnificina, volendo il Montpensiero approfittare dello spavento che aveva cagionato ai Napolitani, andò ad offrire battaglia sotto le mura di Foggia: Ferdinando non la ricusò, ma così destramente dispose la sua armata sotto il cannone della città, che il generale francese, che aveva imprudentemente lasciato addietro la sua grossa artiglieria, non osò attaccare il re. Senza un cotal fallo avrebbe forse potuto terminare la guerra in questo luogo con una grande vittoria. Rinunciando a questa speranza proseguì il suo cammino verso Manfredonia, mentre giugneva al campo di Ferdinando il duca di Mantova. Dopo la sua venuta l'armata reale attaccò e guastò le città della contea di Molise, che avevano spiegate le bandiere dei Francesi. Il Montpensiero era bensì giunto al luogo in cui dovevasi percepire la gabella, ed i pastori della Puglia giugnevano presso al suo campo colle loro mandre; ma Ferdinando veniva ad inseguirli alla testa de' suoi cavalleggeri; e siccome l'uno e l'altro capo teneva la campagna, riusciva cosa impossibile il decidere in forza della precedente convenzione, a chi appartenesse la gabella. In breve perdettero ambidue la speranza di percepirla; onde abbandonarono i pastori in balìa de' loro soldati: i buoi ed i montoni della metà del regno, che si trovarono nello stesso tempo nelle loro mani furono uccisi; i campi si videro in breve coperti de' loro cadaveri, mentre che i soldati non si caricavano che delle pelli che speravano di vendere[430].
Sebbene venuto meno il principale oggetto che aveva tratte le due armate nelle campagne della Puglia, le due parti facevano sempre avanzare le rimanenti loro forze verso la stessa provincia; ottocento tedeschi del ducato di Gueldria ed alcuni Guasconi e Svizzeri, di fresco sbarcati a Gaeta, avevano colà raggiunto il Montpensiero; dall'altra parte Ferdinando, dopo il marchese di Mantova, che in giugno lo aveva raggiunto, aveva ricevuto consecutivamente i rinforzi di Giovanni Gonzaga, di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e di don Cesare d'Arragona. Le due armate si minacciavano da vicino, e pareva che non potessero tardare lungamente a decidere la sorte della guerra con una battaglia[431].
Prima che le cose giugnessero a tale estremo gli emigrati italiani, che avevano seguito Carlo VIII, non avevano trascurato di eccitarlo, affinchè, a seconda delle sue promesse, mandasse gagliardi ajuti al Montpensiero, ed alle armate che difendevano il partito francese. Gli ambasciatori de' Fiorentini, il cardinale Giuliano della Rovere, Giovan Giacomo Trivulzio, Vitellozzo, Carlo Orsini ed il conte di Montorio, non gli permettevano di dimenticare i commilitoni che aveva lasciati nel pericolo. Quella stessa parte della nobiltà francese ch'erasi opposta alla prima spedizione di Carlo VIII, omai conveniva che l'onore nazionale era chiamato a difendere ciò che si era acquistato col di lei sangue: ogni illustre famiglia aveva qualche suo membro nell'armata che combatteva nel regno di Napoli, ed istantemente chiedeva che non vi fosse abbandonato. Carlo VIII, risvegliato in qualche modo dal suo letargo, annunziò che stava per tornare in Italia con un'armata più potente di quella che lo aveva accompagnato nel precedente anno. Gian Giacomo Trivulzio ebbe ordine di partire alla volta di Asti con ottocento lance, due mila Svizzeri, ed altrettanti Guasconi; il duca d'Orleans ed in appresso il medesimo re dovevano in breve seguirlo. Tutti i cantoni svizzeri avevano promesse truppe, ad eccezione di quello di Berna, che aveva assunti contrarj obblighi col duca di Milano. Trenta vascelli dovevano spiegare le vele dai porti francesi sull'Oceano, ed unirsi in Provenza con altrettante galere, per portare a Gaeta vittovaglie, munizioni di guerra e danaro; e Rigault, maestro della casa del re, fu spedito a Milano per domandare al duca di far in Genova armare le galere promesse nel trattato di Vercelli, assicurandolo in pari tempo, che, qualora sinceramente si attaccasse di nuovo alla Francia, verrebbe posta in dimenticanza la sua passata condotta[432].
Ma quest'ardore guerriero non poteva lungamente sostenersi in un così futile e così instabile carattere qual era quello di Carlo VIII. Il cardinale di san Malo, sovrintendente delle finanze, temeva una guerra che accrescerebbe gl'imbarazzi in cui lo avevano di già posto le inconsiderate spese della corte. Senza opporsi al suo padrone, faceva ogni giorno nascere ostacoli all'esecuzione de' suoi progetti, e Carlo mai non aveva la pazienza di esaminarli, nè la perseveranza di sventarli. Tutto ad un tratto il re, che soggiornava in Lione, dichiarò in sul finire di maggio, che, prima di porsi in cammino, voleva ancora fare un viaggio a Tours ed a Parigi, onde raccomandarsi a san Martino ed a san Dionigi nelle loro principali chiese, e per impegnare in pari tempo le sue buone città a fargli sovvenzioni di danaro. Il vero motivo era quello di rivedere a Tours una delle dame d'onore della regina di cui era in allora innamorato. Invano tutti coloro che prendevano parte alla difesa del regno di Napoli gli rappresentavano, che, allontanandosi dai confini dell'Italia nell'istante in cui i di lui nemici erano atterriti, nell'istante in cui i suoi soldati tutte in lui riponevano le loro speranze, rincorerebbe i primi, e farebbe cadere le armi di mano ai secondi; Carlo VIII fu irremovibile: dopo avere ancora consumato un mese in Lione, partì per le parti settentrionali della Francia; abbandonò il progetto di mandare il duca d'Orleans in Italia; non diede al Trivulzio che pochissimi soldati, ed altro non fece a favore del Montpensiero, che ordinare ai Fiorentini di mandargli quaranta mila ducati[433].
Ma il Montpensiero più non era in istato di aspettare l'esito di così lunghe deliberazioni. Egli stringeva d'assedio Circello, lontano dieci miglia da Benevento, e Camillo Vitelli uno de' suoi migliori ufficiali vi aveva perduta la vita nell'istante in cui si era posto a piedi alla testa dei Guasconi per incoraggiarli a combattere. Ferdinando, volendo fare una diversione, andò ad attaccare Frangetto di Monforte, quattro miglia lontano dal campo francese. Il re aveva sotto i suoi ordini mille dugento uomini d'armi, mille cento cavalleggeri e quattro mila fanti, e credevasi in istato di avventurare una battaglia. I Francesi abbandonarono Circello per soccorrere Frangetto, ma, giunti sulla sommità di una collina in faccia a quella borgata, videro ch'era di già presa. Ciò nondimeno il Montpensiero e Virginio Orsini volevano avanzarsi ancora, con intenzione di attaccare i soldati di Ferdinando, mentre che, occupati nel saccheggio non potrebbero opporre gagliarda resistenza. Ferdinando, prevedendo questo pericolo, aveva schierata la sua armata in battaglia avanti al castello di Frangetto, ed aveva posto il fuoco alla borgata per iscacciarne i saccomanni; pure tanta era la loro avidità di ammassare il bottino, o il loro terrore di venire a fronte dell'armata francese, che la metà de' soldati errava ancora in mezzo alle fiamme, e non poteva ridursi a entrare nelle linee. Ma nel consiglio di guerra dell'armata francese, Precì, Bartolommeo d'Alviano, e Paolo Orsini, s'accordarono a rappresentare, che per attaccare i Napolitani dovevasi entrare in un'angusta valle e pericolosa assai, signoreggiata dal castello di Frangetto; onde non potevasi sperare salvezza che dalla follia di coloro contro cui si doveva combattere. Mentre si stava ancora deliberando, gli Svizzeri ed i Tedeschi dell'armata, i quali da che servivano nel regno non avevano avuto che il soldo di due mesi, chiedevano di essere pagati prima di entrare in battaglia. La loro indisciplina, e l'insolenza loro andavano crescendo coll'incertezza de' loro capi, ed il Montpensiero, costretto a cedere, perdette così l'ultima occasione in cui poteva sperare di rimettere gli affari de' Francesi nel regno di Napoli[434].
Dopo quel giorno gli Svizzeri ed i Tedeschi mai non cessarono di minacciare i loro generali per ottenere un pagamento che questi non potevano in verun modo eseguire. I principi di Salerno, di Bisignano e di Conza, abbandonarono l'armata, e tornarono ne' loro feudi per difendersi contro Consalvo di Cordova; i Napolitani al soldo de' Francesi non perdevano veruna occasione di disertare: non solo non erano meglio pagati degli altri, ma si trovavano inoltre esposti all'insolenza de' loro commilitoni Francesi e Tedeschi, che sempre pretendevano di avere e viveri ed alloggio prima dei regnicoli. Finalmente Precì e Montpensiero mai non erano d'accordo, e le loro contese dividevano tutto il consiglio di guerra[435].
L'armata, che ogni giorno s'indeboliva, dovette all'ultimo ritirarsi; tentò di rientrare nella Puglia, e dalle bande di Ariano e di Benevento portarsi alla volta di Venosa. Perchè Ferdinando non si accorgesse della sua ritirata, partì in sul cominciare della notte, e fece venticinque miglia senza riposarsi. Sperava inoltre che Ferdinando, inseguendola, avrebbe dovuto trattenersi alquanto sotto il castello di Gesualdo, che in altri tempi aveva sostenuto un assedio di quattordici mesi: e, fidati a questa considerazione, avendo i Francesi incontrata resistenza ad Atella, presero quella città e la svaligiarono, consumando più tempo che non avrebbero dovuto. Ferdinando occupò Gesualdo senza difficoltà, e raggiunse i Francesi, prima che fossero usciti da Atella; allora il Montpensiero si trovò costretto di appigliarsi al partito, che più gli conveniva, di difendersi in Atella, onde dar tempo al suo re di soccorrerlo[436].
Atella, dove stava chiusa l'armata francese, non è quella città che diede il suo nome alle favole Atellane, e ch'era posta presso a poco nel luogo oggi occupato dalla città di Aversa. Atella della Basilicata giace in una fertile pianura, ma un miglio al di là delle sue mura cominciano le montagne, che s'innalzano da tre bande formando un ricco anfiteatro largo tre quarti di miglio. Il loro pendio non è scosceso, e ne' pensili che forma si fa uso dell'aratro per lavorare i campi, e dove il terreno è più inclinato si coltivano viti ed alberi fruttiferi d'ogni maniera. Quest'anfiteatro si apre dalla banda di mezzogiorno, e lascia vedere a sinistra la città di Melfi, a destra la strada di Conza coperta da folti boschi. Un ruscello irriga la pianura, attraversandola al ponente estivo dopo avere circondato con largo giro la borgata di Atella. Colà le acque, trovandosi chiuse tra più alte rive, volgono alcuni mulini, poi si gettano nell'Ofanto. Dalla banda di Levante la borgata di Ripa Candida, posta sulla strada di Venosa, era occupata da una guarnigione francese; e da quella banda l'armata francese sperava di ricevere vittovaglie e soccorsi, tanto più che tutto il paese si era dichiarato pel partito Angiovino; ma la cavalleria leggiera degli Stradioti non tardò ad impratichirsi di tutti i sentieri, e chiuse tutte le comunicazioni ai partigiani de' Francesi[437].
Ferdinando non voleva venire a battaglia con un'armata disperata, ed invece pensò a chiuderle tutte le strade, a rendere difficile ogni mezzo di vittovagliarla ed a distruggere i mulini di cui si serviva. I Tedeschi, che si trovavano nell'armata Francese, e che da gran tempo avevano minacciato di disertare se non erano pagati, arrivarono dopo pochi giorni al campo di Ferdinando, il quale in appresso ebbe avviso che Consalvo di Cordova aveva sorpresa presso al castello di Lario, posto sul fiume Saprio, che divide la Calabria dal Principato, una piccola armata colà raccolta dai partigiani della Francia; che aveva fatti prigionieri undici baroni angiovini, e quasi tutta la fanteria. Dopo questa vittoria, la prima che Consalvo di Cordova riportasse nel regno di Napoli, venne con sei mila uomini ad unirsi sotto Atella al re Ferdinando; e la sua venuta fece agli assediati perdere ogni speranza[438].
Il Montpensiero, che cominciava ad avere penuria di vittovaglie, il 5 di luglio fece partire alla volta di Venosa la terza parte della sua cavalleria, onde scortare un convoglio; ma sebbene questa uscisse a mezzodì, quando doveva supporsi che i nemici, per timore degli eccessivi calori della Basilicata, si riposassero, fu scoperta dagli Stradioti, sorpresa e sconfitta. In questo fatto i Francesi perdettero più di tre cento cavalieri, e più che la perdita gli affliggeva la considerazione che i loro uomini d'armi erano stati battuti da una cavalleria leggiera da loro sprezzata. Dopo questa battaglia Ferdinando conquistò Ripa Candida, e si accampò sulla strada di Venosa, sicchè veniva a chiudere agli assediati qualunque uscita[439].
Lo stesso giorno in cui arrivò presso Atella, Gonzalvo di Cordova aveva attaccati i mulini degli assediati, e gli aveva totalmente distrutti, onde cominciavano a non avere più farine. Bentosto provarono un'altra più crudele privazione, più non potendo attignere acqua dal ruscello che bagnava le mura di Atella senza azzuffarsi coi nemici, e dovendo così pagare col loro sangue ogni botte di acqua. Avevano formato nel fiume un abbeveratojo, coperto di alcuni trinceramenti, che avevano dati in guardia ai loro Svizzeri; ma questi essendo stati vigorosamente attaccati, perdettero coi trinceramenti trecento uomini. Fu trovato tra i morti un alfiere cui era stata troncata la mano destra e gravemente ferita la sinistra, e che morto com'era strigneva tuttavia coi denti lo stendardo che gli era stato confidato[440].
Erano già passati trentadue giorni da che i Francesi trovavansi chiusi in Atella; vedevano ogni giorno andar crescendo il numero de' loro nemici, e scemare quello de' proprj soldati; loro mancavano i foraggi, i viveri e l'acqua, quando risolsero finalmente di venire a patti. Precì, Bartolommeo d'Alviano ed un capitano svizzero furono spediti a Ferdinando. Chiesero che Gilberto di Montpensiero potesse spedire un corriere al suo re per avere soccorsi, e se non li riceveva entro trenta giorni, doveva, spirato questo termine, consegnare a Ferdinando tutte le piazze che da lui dipendevano, colla loro artiglieria. Fino a tal tempo Montpensiero non doveva tentare d'uscire da Atella, ove il re gli somministrerebbe i viveri giorno per giorno. Quando poi i Francesi rassegnerebbero la piazza, dovevano essi avere la libertà di passare in Francia, gl'Italiani fuori del regno, ed i Napolitani quindici giorni di tempo per assoggettarsi al re, che loro prometteva intero perdono, e la restituzione di ogni loro avere. Questa convenzione venne sottoscritta il giorno 20 di luglio del 1496, e le tre città di Venosa, Gaeta e Taranto, i di cui governatori erano stati immediatamente nominati dal re, furono espressamente eccettuate[441].
Sembra che il Montpensiero non aspettasse i trenta giorni accordati nella convenzione per cedere Atella; ma che, stretto da bisogno di danaro, e dalla impazienza de' suoi soldati, consegnasse dopo tre dì quella piazza a Ferdinando per dieci mila fiorini, che distribuì alle sue truppe a conto del loro soldo[442].
Uscì da Atella con circa cinque mila uomini, che furono condotti a Baja ed a Pozzuolo per aspettarvi un imbarco. Nello stesso tempo diede al re tutte le fortezze del suo governo, ma Ferdinando chiedeva tutte quelle del regno, molte delle quali ricusavano di riconoscere l'autorità del luogotenente del re. Mentre si disaminava questa parte della capitolazione, l'armata francese fu ritenuta nel cuore dell'estate sulla spiaggia pestilenziale di Baja, e fu bentosto sorpresa da terribile epidemia. Uno de' primi a morire fu Gilberto di Montpensiero; poi la mortalità si estese ai cavalieri ed ai pedoni e non gli abbandonò nel loro viaggio, quando fu loro permesso di partire; onde di cinque mila uomini usciti da Atella appena ne arrivarono in Francia cinquecento[443].
Alessandro VI, che destinava le spoglie degli Orsini ai suoi figliuoli, e che voleva da prima sterminare quella famiglia, non solo sciolse Ferdinando II dal giuramento dato per l'esecuzione della capitolazione di Atella, ma minacciò di punirlo colle pene ecclesiastiche se vi dava esecuzione. Per ubbidire al papa il re Ferdinando fece imprigionare Virginio e Paolo Orsini in castel dell'Uovo. Le loro truppe italiane che si ritiravano, attraversando l'Abruzzo sotto gli ordini di Giovan Giordano Orsini e dell'Alviano, furono attaccate dal duca d'Urbino e svaligiate. In pari tempo Graziano Guerra, più non potendo sostenersi nell'Abruzzo, ritirossi a Gaeta con ottocento cavalli; il d'Aubignì, dopo di avere difesa per qualche tempo la Calabria, fu forzato di capitolare a Groppoli, ottenendo la libertà di ritirarsi in Francia.
I principi di Salerno e di Bisignano approfittarono dell'amnistia, e rientrarono nella grazia di Ferdinando dopo avergli consegnate le loro fortezze. Finalmente, ad eccezione di Taranto, ove comandava Giorgio di Sillì, di Gaeta in cui si era chiuso il siniscalco di Belcario e di monte sant'Angelo, ove valorosamente si difendeva Giuliano di Lorena, i Francesi furono scacciati da tutte le loro conquiste, e tutto il regno di Napoli ridotto all'ubbidienza di Ferdinando[444].
Ma nello stesso istante in cui questo giovane principe rientrava in Napoli, di ritorno da una guerra che gli aveva fruttato un regno, e nella quale aveva date luminose prove di coraggio, di costanza, di perizia nell'arte della guerra, e di accortezza nel cattivarsi gli animi, sorprese la Cristianità con un matrimonio, che mai non dovrebb'essere autorizzato da veruna dispensa politica. Sposò la propria sua zia, Giovanna, sorella di suo padre, che aveva press'a poco l'età sua. Nè questa scelta gli era stata suggerita dalla politica, ma dall'amore, e quest'amore gli riuscì funesto. Ferdinando tornava da faticosissima campagna, in un paese malsano, dove tutti i capi delle due armate erano caduti infermi. Egli non abbadò all'effetto che tante fatiche avevano dovuto fare sulla sua fisica costituzione, suppose di avere tutto il vigore della sua sanità, e si comportò come se effettivamente lo avesse; ma appena fu egli andato colla sua sposa a soggiornare in Somma, villa posta alle falde del Vesuvio, che morì d'esanimamento il 7 di settembre del 1496, in età di ventisette anni un mese ed undici giorni. Perchè non aveva figli, Federico, suo zio, salì sul trono di Napoli, che nello spazio di tre anni era stato occupato da cinque re: infatti Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II e Federico II, si erano succeduti con una sgraziata rapidità, che aveva accresciute le miserie di un regno di già desolato da crudele guerra[445].