CAPITOLO XCVIII.

Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. — Il Savonarola va perdendo in Firenze l'opinione. — Prova del fuoco che gli viene proposta da un monaco; sua condanna e sua morte.

1496 = 1498.

La scossa data a tutta la politica dell'Italia dalla spedizione di Carlo VIII pareva sospesa: questo monarca, tornato nell'ordinaria sua residenza, d'altro omai non prendevasi cura che di tornei, di feste e di una vana pompa cavalleresca, che gli faceva dimenticare quella stessa guerra di cui era l'immagine. Sempre avviluppato in donneschi raggiri a cagione de' suoi moltiplici incostanti amori, più non dava alle cose d'Italia che qualche fuggitiva occhiata. Di quando in quando annunciava ancora di voler liberare i suoi commilitoni, da lui esposti a tanti pericoli, o che già languivano per cagion sua nelle prigioni e nella miseria; parlava di vendicare gl'insulti fatti al suo nome, e di ricuperare la gloria che aveva acquistata a così poco prezzo e così rapidamente perduta; ma bentosto ricadeva nella mollezza e nella dimenticanza d'ogni cosa; ed omai nè le sue minacce atterrivano, nè le sue promesse fomentavano la speranza.

La morte di Ferdinando II e l'innalzamento di Federico I sul trono di Napoli parevano contribuire coll'indolenza di Carlo VIII a dare maggiore consistenza a quella monarchia. Federico era da gran tempo caro ai Napolitani; egli era quello stesso principe che i baroni malcontenti avevano voluto nel 1485 sostituire a suo padre, il vecchio Ferdinando, ed a suo fratel maggiore, Alfonso; era quello che aveva preferito di restare in prigione tra le mani de' faziosi, piuttosto che farsi strada al trono con un delitto. Tutti i partiti conoscevano la sua moderazione e la sua imparzialità, tutti avevano in lui la medesima confidenza. Il suo predecessore, Ferdinando II, non aveva lo stesso vantaggio; erasi veduto spiegare somma costanza e valore nell'ultima guerra, ma gli Angiovini temevano sempre di veder ricomparire nel suo carattere il vecchio lievito arragonese, la perfidia e la crudeltà, che sembravano ereditarie in quella famiglia. Raccontavano pure, che, di già preso dalla malattia che lo condusse al sepolcro, aveva ordinato di far perire il vescovo di Teano, che teneva in prigione, e che, temendo che la sua gente, credendo vicina la sua morte, non gli dicessero d'avere eseguiti i suoi ordini senz'averli eseguiti, erasi fatta recare la di lui testa sul suo letto di morte[446].

Federico, salendo sul trono in mezzo ad un popolo diviso in tante fazioni, e ruinato da guerre civili e straniere, sentiva che doveva presentarsi ai Napolitani piuttosto come conciliatore, che come vincitore. Accolse tutti i partiti con eguale indulgenza, mostrando a tutti un eguale rispetto pel valore e per la sventura; rimandò in Francia gli avanzi dell'armata, che aveva capitolato ad Atella, ed eransi sottratti al cattivo aere di Baja; si riconciliò del tutto col principe di Bisignano e con quello di Conza, che durante il loro lungo esilio in Francia avevano apparecchiata la guerra che riuscì tanto funesta al regno, e promise la stessa indulgenza al principe di Salerno, che invitò alla festa della sua incoronazione. Ma questo principe, invecchiato nelle fazioni e più volte vittima de' reali tradimenti, non potè prestar fede alle leali promesse del nuovo re; gli attribuì un attentato d'assassinio contro suo fratello, che poi non era che una privata vendetta[447]. Ricominciò adunque la guerra, ed inseguito di castello in castello nella Lucania, fu finalmente costretto ad uscire dal regno, ed a ritirarsi a Sinigaglia nel piccolo principato di Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, presso il quale morì esule dopo non molto tempo[448].

Daubignì, che aveva gloriosamente comandato ai Francesi in Calabria, non credette di dovere più a lungo protrarre una guerra che per la Francia era senza speranza, e che riduceva i suoi antichi partigiani all'estrema miseria e pericolo. E non solo ottenne per sè medesimo e pe' suoi compagni d'armi onorevoli condizioni, ma inoltre persuase Oberto di Rosset, che si era difeso in Gaeta con maravigliosa costanza e coraggio, a conservare i suoi soldati per meno infelici tempi, ed a rilasciare quella città a Federico. Verso lo stesso tempo Graziano Guerra abbandonò gli Abruzzi; e vennero a patti le guarnigioni di Venosa e di Taranto; di modo che i Francesi non conservarono nel regno di Napoli verun pegno della rapida loro conquista[449].

Ma la guerra che Carlo VIII aveva suscitata nel suo passaggio per la Toscana, rendendo la libertà a Pisa, non era ancora spenta, ed era una scintilla capace di cagionare in Italia un nuovo incendio. La quale guerra si trattava secondo la vecchia tattica delle guerre italiane, e la lentezza delle sue operazioni stranamente contrastava coll'impeto che poc'anzi avevano spiegato i Francesi. Assedj di piccoli castelli, sorprese, scaramucce d'avamposti, esaurivano tutta l'arte de' capitani, sebbene si vedessero alla testa delle due armate uomini riputatissimi nell'arte della guerra; perciocchè comandavano le truppe fiorentine Francesco Secco e Rannuccio di Marciano, e le pisane Lucio Malvezzi di Bologna, casualmente secondato dai più esperti condottieri del duca di Milano e de' Veneziani. Vero è che la guerra trattavasi tra di loro in una più sanguinosa maniera di quel che si facesse nella precedente età, perchè molti soldati forastieri, che servivano nell'una e nell'altra armata, nè accordavano, nè chiedevano quartiere. Se i Fiorentini avessero una sola volta levata un'armata abbastanza numerosa per farsi strada fino a Pisa, piantare le loro artiglierie sotto le sue mura ed aprirvi una breccia, avrebbero risparmiato ad un tempo molto sangue e molto danaro. Ma essi speravano tuttavia d'avere Pisa col mezzo delle negoziazioni che avevano intavolate con tutte le potenze: essi non erano in guerra dichiarata con veruna, e furono consecutivamente chiamati a combattere i Francesi, l'imperatore, i Milanesi, i Genovesi, i Lucchesi, i Sienesi, i quali si presentarono uno dopo l'altro come ausiliarj de' Pisani; essendo in allora ammesso come principio di diritto pubblico, che uno potesse fare la guerra pel suo alleato, senza dichiararla egli medesimo.

Nella stessa maniera per una bizzarra complicazione di maneggi politici, i Fiorentini per ricuperare Pisa dovettero combattere contro i Francesi, loro veri alleati, e contro tutti i nemici de' Francesi: i Pisani dal canto loro raccomandarono nello stesso tempo la loro repubblica a Carlo VIII ed a tutti i nemici di Carlo VIII. In un sol giorno furono mandati dalla signoria di Pisa, Mariano Peccioli a Lodovico Sforza, Agostino Donizzo a papa Alessandro VI, Bernardino Agnelli alla repubblica di Venezia, e Pietro Griffo alla corte di Francia[450]. Erano questi ambasciatori partiti prima che d'Entragues cedesse ai Pisani le loro fortezze. Coloro che si recarono presso i nemici della Francia ebbero il più felice esito; lo Sforza mandò ai Pisani Lodovico della Mirandola con uno squadrone di cavalleria e trecento fanti tedeschi; ed i Veneziani loro spedirono Paolo Manfroni con dugento cavalli ed una somma di danaro per far leva di fanteria[451].

Lodovico Sforza, che si teneva sempre sicuro di potere colla finezza della sua politica tutto dirigere e dominare a voglia sua, lasciava frequentemente, per avarizia, di spendere quanto richiedevasi per l'esecuzione de' suoi progetti; ed in allora sperava con un tratto della sua accortezza di ridurre i suoi nemici a sostenere le spese ch'egli avrebbe dovuto fare. Con questa mira aveva caldamente consigliati i Veneziani a difendere Pisa, facendo loro sentire che, tendendo questa guerra ad indebolire i Fiorentini, i soli alleati conservatisi fedeli ai Francesi, tornava egualmente utile il farla agl'interessi di Venezia e di Milano, e che perciò le spese dovevano farsi in comune. In allora non poteva sospettare che i Veneziani pensassero giammai ad insignorirsi di Pisa, città separata da tanti stati dal loro territorio; mentre che facilmente poteva essere unita alla Liguria, di cui egli era sovrano[452].

Ma i Pisani più non avevano per Lodovico Sforza quell'inclinazione che avevano mostrata in principio della guerra. Scoraggiati dalla sua avarizia, aombrati dalle sue negoziazioni coi Fiorentini, avevano apertamente letti i suoi segreti disegni nelle proposizioni che loro faceva di dare la signoria della città alle sue creature i fratelli Sanseverini; onde omai riponevano ne' soli Veneziani ogni loro fiducia. Avevano da tutte le potenze della lega avuto promessa di guarentire la loro libertà. Massimiliano aveva riconosciuti i loro diritti con un privilegio imperiale; il papa aveva loro diretto un breve per incoraggiarli a difendersi, e gli ambasciatori spagnuoli avevano detto che il loro padrone vedrebbe con piacere le porte della Toscana chiuse ai Francesi dallo stabilimento d'una repubblica rivale di quella di Firenze[453].

In sul cominciare di marzo del 1496, avevano i Fiorentini ottenuto qualche vantaggio in quella parte del territorio pisano che giace tra il lago di Bientina, le montagne e l'Arno. Avevano preso Buti, san Michele di Verrucola e Calci; ma nello stesso tempo si pubblicarono in tutto il territorio pisano con grandissime dimostrazioni di gioja le lettere che la signoria aveva ricevuto dal doge Agostino Barberigo, colle quali dichiarava che la repubblica di Venezia riceveva sotto la sua protezione quella di Pisa[454].

Questa pubblica dichiarazione, che in qualche maniera obbligava l'onore de' Veneziani a difendere Pisa, era stata lungamente discussa e contrariata ne' medesimi consigli di Venezia dai più vecchi senatori, e da quelli che avevano maggiore opinione di sperimentata prudenza. Pareva loro che in quest'occasione la repubblica si esponesse al doppio pericolo di risvegliare la gelosia di tutti gli altri stati colla confessione d'un'insaziabile ambizione, e nello stesso tempo d'intraprendere ciò che non potrebbe mantenere con onore[455].

Da quell'istante le cose de' Pisani cominciarono a prosperare. Francesco Secco fu da loro sorpreso in principio di aprile; gli uccisero da cinquanta uomini, gli presero dugento venti cavalli e lo sforzarono a levare l'assedio della Verrucola. Pochi giorni dopo lo stesso Secco, desideroso di vendicarsi, attirò presso Vico in un'imboscata i Pisani, comandati da Paolo Manfroni; li ruppe infatti, ma nell'atto che gl'inseguiva fu mortalmente ferito da una palla da archibugio. La di lui perdita equivaleva pei Fiorentini ad una seconda sconfitta[456]. Il 30 di maggio Lucio Malvezzi, capitano de' Pisani, sorprese e saccheggiò Ponsacco, dove fece prigioniero Lodovico da Marciano, fratello di Rannuccio, che comandava l'armata fiorentina[457]. Finalmente ne' primi giorni di giugno Giustiniani Morosini, gentiluomo veneziano, giunse a Pisa con ottocento Stradioti. Questi barbari soldati, che si erano renduti formidabili a tutta l'Italia, che avevano più volte fatto testa agli uomini d'armi francesi, e che avevano fatto conoscere tutto quanto poteva ripromettersi da una cavalleria leggiera, riempirono in breve tutta la Toscana del terrore delle loro armi. Il 23 di giugno si gettarono in Val di Nievole; passarono sotto Monte Carlo, ed avendo trovata resistenza a Buggiano lo presero, lo saccheggiarono e lo bruciarono unitamente a Steggiano, facendo provare ai Fiorentini, quanto grande sventura fosse quella d'un popolo ridotto al più alto grado di civiltà, che veniva invaso da soldati appena usciti dalla barbarie[458].

Gli avvenimenti del precedente anno avevano ingrandita la presunzione di Lodovico Sforza; davasi vanto di avere chiamati i Francesi in Italia e d'averli scacciati; d'avere gastigata la casa di Arragona, e d'averla in appresso rimessa in trono, e d'avere disposto delle fortezze che i Francesi ricevuto avevano dai Fiorentini, come se le avesse egli stesso avute in custodia. Egli aveva adottato il soprannome di Moro, che gli aveva fatto dare la sua bruna carnagione; ma voleva che vi si scorgesse l'emblema della sua accortezza e della sua forza, le due qualità, che, a suo credere, lo rendevano superiore agli altri uomini[459]. Aveva veduto con piacere i Veneziani prendere parte nella guerra di Pisa, e compiacevasi di dire che per lui solo versavanvi i loro tesori ed il loro sangue.

Per altro quando cominciò ad accorgersi che i Pisani erano più inclinati per i Veneziani che per lui, credette giunto il momento d'introdurre in Italia un nuovo potentato che ripromettevasi di guidare a posta sua con quella facilità con cui credeva dirigere tutti gli altri. A tale oggetto spedì ambasciatori a Massimiliano, re de' Romani, invitandolo a venire a prendere a Milano la corona di Lombardia, ed a Roma quella dell'impero, onde ripristinare in tutta l'Italia l'autorità imperiale. Aveva Massimiliano sposata una nipote di Lodovico Sforza, e fin da quell'epoca si era mostrato propenso a seguire i suoi consiglj. Altronde quel monarca, sempre senza danaro, e le di cui forze, sproporzionate co' suoi titoli e colla estensione de' suoi stati, mai non bastavano a condurre a fine le intraprese che aveva cominciate, era sempre tormentato da un vago desiderio di gloria senza avere in sè medesimo nè costanza per tenerle dietro, nè veri talenti per ottenerla. Gettavasi appassionatamente in tutte le nuove avventure, perchè gli servivano di pretesto per abbandonare le precedenti. Era sempre ansioso di dirigere gli affari altrui, perchè gli servivano di pretesto per trascurare i proprj; e perchè si vedeva sempre contrariato ne' suoi stati, cercava ogni circostanza di uscirne. Era adunque allo Sforza meno difficile l'attirarlo in Italia che persuadere i Veneziani ad unirsi a lui per chiamarvelo. Per altro siccome Carlo VIII non lasciava di minacciare, e credendosi che le sue armate fossero apparecchiate a valicare le Alpi, perciocchè era noto che aveva di fresco tentato lo Sforza onde rientrasse nella sua alleanza, i Veneziani ebbero timore che il duca di Milano, il quale diffidava di loro, non si gettasse di nuovo nelle braccia del re di Francia, ed acconsentirono di mandare dal canto loro ambasciatori a Massimiliano per promettergli un sussidio[460].

Massimiliano si avanzò fino a Manshut ai confini del Tirolo e della Valtellina; e colà recossi a trovarlo Lodovico il Moro cogli ambasciatori di Venezia e del papa. Convenne con lui che gli alleati d'Italia gli pagherebbero per tre mesi quaranta mila ducati al mese, cioè i Veneziani 16,000, egli stesso 16,000, ed il papa 8,000, a condizione che Massimiliano entrerebbe in Italia con un'armata degna d'un imperatore, e che l'adopererebbe in quei tre mesi in servigio della lega. Il giorno susseguente a quello in cui fu sottoscritto il contratto, Massimiliano in abito da caccia passò ancor esso le Alpi, e venne a Bormio a rendere visita a Lodovico il Moro, ed ebbe con lui un'altra conferenza. Tornò poi subito in Germania per levarvi la promessa armata[461].

Per altro prima di porsi in viaggio alla volta dell'Italia spedì due ambasciatori a Firenze, i quali si presentarono alla signoria il giorno 19 d'aprile. Le dichiararono che, volendo l'imperatore volgere le armi della Cristianità contro gl'infedeli, aveva proposto di consolidare da prima il riposo d'Italia, distruggendo tutti i semi di discordia sparsi dai Francesi, e riunendola tutt'intera in una sola lega. I Fiorentini, soggiunsero, sono i soli che mantengonsi fuori dell'alleanza comune; quindi vengono da Massimiliano invitati a deporre le armi, che prese hanno contro i Pisani, e ad assoggettare le loro pretese verso quella città alle leggi dell'impero ed al suo arbitramento[462]. Risposero i Fiorentini, che avevano di già nominati due de' loro più riputati cittadini per recarsi presso l'imperatore, e portargli l'omaggio del loro rispetto e della loro ubbidienza. Che i suoi ambasciatori gli esporrebbero i diritti della loro repubblica sopra di Pisa, e che invocherebbero a favore della medesima le leggi dell'impero, in forza delle quali veruno stato era obbligato ad assoggettare ad un arbitramento le sue pretese, se preventivamente non era rimesso in possesso di tutto quanto gli era stato tolto colla violenza[463].

Bentosto i Pisani furono avvisati dai loro alleati che l'imperatore eletto in breve giugnerebbe tra le loro mura; ma di già senza la di lui assistenza trovavansi in aperta campagna superiori ai Fiorentini. Ogni giorno ricevevano nuovi soccorsi dai Veneziani; due provveditori di san Marco, Morosini e Domenico Delfino, erano venuti a soggiornare nella loro città; il conte Braccio di Montone loro aveva condotto un corpo d'uomini d'armi, ultimo avanzo dell'antica scuola del suo avo. Poco dopo Annibale Bentivoglio, figliuolo di Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, era pure giunto tra di loro. Vero è che i Veneziani avevano spedito il Bentivoglio meno per soccorrere Pisa che per acquistare in quella città una decisa preponderanza sopra il duca di Milano. Avevano sospetto che Lucio Malvezzi, generale de' Pisani, fosse totalmente ligio alla casa Sforza, e volevano ridurlo a rinunciare egli stesso al servigio di quella repubblica. Ora il Malvezzi apparteneva a quella famiglia che nel 1488 aveva in Bologna congiurato contro i Bentivoglio; tutti i suoi parenti erano stati da loro uccisi, era stato dai medesimi posta una taglia alla sua testa; non era probabile che si tenesse sicuro in una città, dove il suo più accanito nemico riceveva un comando. Effettivamente, quando Giulio Malvezzi vide entrare in Pisa il Bentivoglio, chiese ed ottenne il suo congedo[464].

I Pisani, sotto gli ordini di Gian Paolo Manfroni, attaccarono successivamente tutte le terre murate che i Fiorentini possedevano nel loro territorio, cercando particolarmente di togliere loro ogni comunicazione con Livorno. Se ciò ottenere potevano, se in tal modo riuscivano ad allontanare i Fiorentini dal mare, avrebbero loro tolta la speranza di ricevere ajuti dalla Francia, avrebbero nello stesso tempo interrotto tutto il loro commercio marittimo, ed avrebbero loro cagionato una così grave perdita da consigliarli a chiedere la pace. In principio di settembre il Manfroni prese i castelli di Sojana, Moranna, Chianna, Terricciuola e Cigoli. Fu meno fortunato in una zuffa presso il lago di Bientina, che si terminò colla ritirata delle due armate, dopo avere ambedue perduta molta gente; ma bentosto, ricominciando i suoi attacchi contro i castelli delle colline, prima del 20 di settembre occupò san Regolo, san Luzio, Usigliano, Casa nuova ed alcune altre terre murate. Pietro Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, quello stesso che aveva stracciate le proposizioni di Carlo VIII, ed uno de' più eloquenti e più coraggiosi cittadini di Firenze, volle metter fine a tali conquiste e riprendere Sojana; ma mentre faceva condurre l'armata fiorentina contro quel castello, ed egli si avanzava per un luogo scoperto per piantare una batteria, fu colpito nel capo da una palla di falconetto, che lo fece cader morto. Firenze pianse in questo cittadino l'uomo coraggioso che l'aveva salvata colla sua fermezza, ed il degno rappresentante d'una famiglia, che, anche ne' tempi in cui maggiormente imperversavano le fazioni, si era sempre distinta per le sue virtù pubbliche, senza abbandonarsi a verun partito[465].

Intanto Massimiliano era sceso in Italia, ma invece dell'armata imperiale promessa ai confederati aveva appena con sè trecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Perciò, sentendo egli stesso di corrispondere troppo male all'aspettazione de' popoli, sottraevasi alla folla che adunavasi per vederlo. Prese una strada rimota per non attraversare Como, dove gli era stata apparecchiata una magnifica festa, e si trattenne a Vigevano per non lasciarsi vedere a Milano[466]. Gli chiedevano gli alleati di costringere il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a staccarsi, nella loro qualità di membri dell'impero, dall'alleanza francese; ma le sue forze non erano tali da far rispettare i suoi decreti. Volle ancora far rinunciare il duca di Ferrara alla sua neutralità, e gl'intimò come a suo feudatario pei ducati di Modena e di Reggio di presentarsi alla sua corte; ma Ercole d'Este ricusò d'ubbidire, dichiarando che ciò sarebbe un dipartirsi dalla mediazione che egli aveva accettata nel trattato colla Francia, e mancare all'obbligo contratto quando aveva accettato in deposito il Castelletto di Genova. Non potendo Massimiliano fare verun altro uso della sua imperiale potenza, prese la strada di Genova per recarsi a Pisa[467].

Sebbene l'armata dell'imperatore fosse poco considerabile, la sua venuta riusciva ai Fiorentini assai molesta: essi avevano contro di loro tutta la lega che aveva scacciati i Francesi dall'Italia. I sovrani della Spagna ed il papa, se non agivano vigorosamente contro di loro, manifestavano se non altro la loro nimicizia, e sovvenivano danaro ai loro nemici. Il duca di Milano ed i Veneziani gli opprimevano colle grandi forze mandate in ajuto de' Pisani, e tutti i piccoli popoli della Toscana, tutti i vicini di Firenze, che non avrebbero ardito di prendere una parte attiva nella guerra contro un più grande potentato, adoperavano tutte le forze loro contro una repubblica di cui erano gelosi. Firenze, smunta da tre anni di guerra, e dai prodigiosi sussidj pagati alla Francia, mentre aveva perdute le dogane di Pisa e del mare, che formavano una ragguardevole parte delle sue entrate, non sembrava in istato di portare questo nuovo peso. Aveva troppe riprove dell'instabilità e della mala fede di Carlo VIII, e non era sperabile che questo monarca soccorresse i suoi alleati, dopo che aveva abbandonati nell'estrema miseria le proprie armate del regno di Napoli. Se la repubblica non si fosse consigliata che colla politica mondana, avrebbe senza verun dubbio già da gran tempo accettata l'offerta fattale da Lodovico Sforza di farla ricevere nella lega italiana: ma il partito de' piagnoni, che in allora dominava in Firenze, era composto d'uomini che ogni giorno andavano ad imparare alle prediche di Girolamo Savonarola in qual modo dovevano governare la repubblica; che in tutte le perdite che provava lo stato vedevano il gastigo de' vizj de' privati e non quello degli errori del governo; che non isperavano che nella forza delle preghiere e nella prudenza delle ispirazioni. Ora il Savonarola loro prediceva continuamente che i tempi delle prove erano vicini a terminare, che la Chiesa di Dio sarebbe bentosto riformata dalla potenza de' Francesi, e che, qualora i Fiorentini si mantenessero fedeli al partito che avevano abbracciato, si troverebbero, dopo tutte le loro tribolazioni, padroni non solo dell'antico territorio, ma di tutta la Toscana. Queste predizioni inspirarono ai consiglj della repubblica una costanza tale, che mai non fu posta a più dura prova[468].

Il vescovo Pazzi e Francesco Pepi, legista, che la repubblica aveva mandati come ambasciatori presso Massimiliano, arrivarono a Tortona il giorno dopo la sua partenza alla volta di Genova. Lo seguirono in quella città, ma dopo la loro udienza di presentazione, l'imperatore li mandò per la risposta al cardinale di santa Croce, legato del papa, mentre che il giorno 8 di ottobre egli andava a bordo per passare a Pisa. Il cardinale li rimandò al duca di Milano, che in allora trovavasi a Tortona. Avanti di presentarsi al duca scrissero alla repubblica per informarla del modo con cui venivano rimandati dall'uno all'altro. Per altro seguirono lo Sforza a Tortona ed a Milano, e colà ebbero ordine dalla signoria di prendere da lui congedo senza esporgli la commissione. Il borioso signore, sempre premuroso di far pompa agli occhi d'un numeroso pubblico del suo potere e della sua eloquenza, aveva invitati tutti gli ambasciatori della lega e tutti i senatori di Milano alla pubblica udienza che aveva destinato di dare ai Fiorentini. Aveva apparecchiato uno studiato discorso, nel quale veniva rammentando i consiglj che loro aveva dati, e gli errori contro i quali gli aveva avvisati di cautelarsi. Voleva loro dimostrare essere appunto quelli in cui erano caduti, e di cui ne provavano le tristi conseguenze. Ma gli ambasciatori introdotti innanzi a lui si ristrinsero a dirgli, che, tornando a Firenze, non avevano temuto di allungare la via per avere l'opportunità d'attestargli il loro rispetto, e la ferma intenzione della loro patria di restare con lui in sul piede dell'antica loro amicizia. Lo Sforza, sconcertato da questo complimento, chiese loro quale risposta avevano avuta dall'imperatore. — Per le leggi della nostra repubblica, gli risposero, non possiamo esporre le sue commissioni che al principe presso al quale siamo stati mandati, e perciò non rendiamo conto che alla nostra signoria delle sue risposte. — Ma io so, soggiunse il duca, che l'imperatore vi ha rimandati a noi per avere la risposta; non volete voi dunque averla? — Niuna legge ci proibisce d'ascoltare, essi ripigliarono, e non abbiamo alcun diritto d'impedire a vostra altezza di parlare. — Ma noi, replicò il duca, non possiamo dare una risposta senza che ci esponiate la domanda che gli avete fatta. — E noi, dissero gli ambasciatori, non possiamo eccedere la commissione che ci fu data. Ma se l'imperatore ha incaricata l'altezza vostra di rispondere, le avrà naturalmente comunicata la nostra proposizione. Il Moro, non potendo avere da loro una più espressa domanda, li licenziò all'ultimo con tutta l'assemblea, innanzi alla quale aveva creduto di brillare coll'umiliarli, ed alla quale non seppe pure nascondere il suo dispetto[469].

Massimiliano aveva a Genova trovate sei galere veneziane, che lo stavano aspettando, e vi s'imbarcò gli 8 d'ottobre con mille fanti tedeschi: mille altri fanti con cinquecento cavalli andarono per terra alla Spezia; e le galere genovesi trasportarono sulle coste della Toscana una numerosa artiglieria[470]. Avendo Massimiliano riuniti questi due corpi di truppe, entrò in Pisa alla testa delle medesime. Fu ricevuto alla porta della città dai dieci anziani e dai procuratori di san Marco, che colà risiedevano a nome de' Veneziani, e fu accompagnato all'alloggio che gli era stato apparecchiato nel palazzo che i Medici avevano fabbricato in Pisa. Il di lui arrivo venne festeggiato con pubblici divertimenti, e lo scudo di marmo carico di giglj d'oro, ch'era stato innalzato sul ponte in onore di Carlo VIII, fu gettato nel fiume per far luogo agli stemmi di Massimiliano. Nel susseguente giorno, l'imperatore, che risguardava l'acquisto di Livorno siccome lo scopo principale della sua spedizione, andò a bordo d'una galera veneziana per recarsi a riconoscere quella piazza. I Fiorentini vi avevano mandata una buona guarnigione ed una numerosa artiglieria: l'avevano di fresco renduta più forte con nuove opere, e datone il comando a Bettino Ricasoli, quello di tutti i cittadini di Firenze che aveva date prove di più grandi talenti militari[471].

L'assedio di Livorno fu all'istante intrapreso dalla banda di terra e di mare; ma se Massimiliano aveva desiderio d'illustrare la sua venuta in Toscana con una conquista, nè i Veneziani, nè lo Sforza lo assecondavano di buona fede. Non avevano ancora convenuto a chi di loro toccherebbe Livorno: ed in pendenza della decisione di questo punto così importante attaccarono colla loro artiglieria tre torri, poste sopra gli scogli fuor del porto, il di cui possedimento non riusciva vantaggioso a veruno. Massimiliano trattava la guerra da principe; credeva di dare esempj di valore ai soldati con certa quale militare galanteria di cui faceva professione, e credeva pure di dirigere i loro capitani coll'assistere a tutti i loro consiglj; egli non si accorgeva che le continue scariche della sua artiglieria non avevano alcun utile scopo, e davano oggetto di ridere alle due armate[472].

Frattanto due sortite fatte dalla guarnigione di Livorno avevano dispersi gli assedianti, ed uccisa loro molta gente presso ponte di Stagno. Dall'altro canto eransi innoltrati nelle Maremme al di là di Cecina quattrocento cavalli ed altrettanti fanti tedeschi, ed avevano occupato la grossa borgata di Bolgheri. La saccheggiarono, ed uccisero gli abitanti colla più insigne crudeltà, svenando le donne ed i fanciulli fino ai piedi degli altari. Castagneto, che come Bolgheri apparteneva ai conti della Gherardesca, s'affrettò d'arrendersi per sottrarsi a tanta sciagura, e stava per fare lo stesso anche Bibbona, quando si vide in tempo di grossa burrasca giugnere in faccia al porto di Livorno una flotta francese di sei vascelli e due galeoni, carica di frumento e di soldati. La violenza del vento obbligava la flotta degli alleati a porsi al coperto dietro la Meloria, di modo che i Francesi trovarono libero l'ingresso del porto, e vi entrarono a piene vele[473]. Il Savonarola aveva da gran tempo annunciato un divino soccorso, ed i Fiorentini, sempre animati dai discorsi del loro predicatore, aspettavano infatti un miracolo, e credettero di vederlo nell'arrivo inaspettato di quella flotta. Vero è che la signoria aveva comperati in Francia, già da molto tempo, sei mila moggia di frumento, ed aveva preso al loro soldo il signore d'Albigeon con mille soldati; ma nè tutto il grano che avevano comperato, nè tutti i militari che avevano assoldati giugnevano su questa flotta, ed il più grosso de' vascelli ch'erano entrati in porto, ne ripartì subito, per continuare il suo viaggio alla volta di Gaeta, ove doveva portare de' rinforzi. Pure questo piccolo soccorso giugneva così a proposito, che gli assediati riprendevano coraggio, ed i nemici tremavano come se in sui loro occhi si fosse operato un prodigio[474].

I venti, che di già avevano così bene serviti i Fiorentini, loro rendettero nuovi servigi. Il 14 di novembre una burrasca assalì all'improvviso la flotta che assediava Livorno. Il vascello genovese, la Grimalda, a bordo del quale l'imperatore era stato molto tempo, venne a rompere contro la fortezza; due galere veneziane furono gettate sulla costa presso san Giacomo, e le altre navi vennero talmente danneggiate, che si conobbe l'impossibilità di continuare l'assedio. Massimiliano ricondusse a Pisa la sua armata, dichiarando di non potere nello stesso tempo fare la guerra a Dio ed agli uomini[475]. Disse che porterebbe altrove le sue armi, e fece gettare de' ponti sull'Arno e sul Cilecchio presso Cascina e Vico Pisano. Il 19 di novembre si avanzò infatti verso Monte Carlo; ma un contadino lucchese, preso dalla vanguardia, gli appalesò che si trovavano in quel forte due mila fanti e mille cavalli colà arrivati nel precedente giorno. O sia che quest'uomo fosse stato appostatamente tenuto in sulla strada da Antonio Giacomini, comandante di Monte Carlo, o dallo stesso imperatore, che cercava un pretesto per ritirarsi, Massimiliano lo credette, o s'infinse di crederlo. Egli prese subito la via di Sarzana, senza voler nemmeno parlare al conte di Cajazzo, che lo accompagnava a nome di Lodovico il Moro, e senza manifestare a verun'altra persona i motivi di questa sua improvvisa risoluzione. Passò così in Lombardia per la strada di Pontremoli, dopo essersi trattenuto meno d'un mese a Pisa[476].

Giunto a Pavia Massimiliano dichiarò a' suoi alleati che urgenti ragioni lo richiamavano in Germania. Pure si trattenne alcun tempo in quella città per sapere quali proposizioni gli si farebbero per conto di un nuovo sussidio. Offrì di soggiornare ancora tutto l'inverno in Italia, ai servigj de' confederati, colla poca truppa che gli era rimasta, purchè gli si pagassero ventidue mila fiorini del Reno al mese. Gli alleati ne avevano di già offerti venti mila. Massimiliano, aspettando un definitivo riscontro da Venezia, si fermò nella Lomellina, e tornò a Cussago, invece d'andare a Milano, dov'era aspettato; poi bruscamente partì alla volta di Como, sempre deludendo l'aspettazione de' negoziatori che trattavano con lui, e facendo in pari tempo conoscere la sua incostanza e la sua avidità. All'ultimo rientrò in Germania pel lago di Como, e lasciò negl'Italiani una spregievole opinione di sè per la sua instabilità; opinione che mai non potè cancellare poscia nella lunga serie di quelle guerre colle quali egli desolò il loro paese[477].

Lodovico il Moro, che non aveva calcolato di stabilirsi in Pisa che coll'appoggio dell'imperatore, quando si vide da lui abbandonato richiamò le truppe che tuttavia teneva in Toscana, e trovò qualche conforto alle deluse sue speranze nelle spese che cagionò ai Veneziani, suoi vicini, sui quali faceva ricadere tutto il peso della guerra. Dal canto loro i Veneziani cominciarono a scoraggiarsi; ed i Fiorentini, approfittando della mala intelligenza de' loro nemici, ricuperarono nell'inverno la maggior parte de' castelli che avevano perduti nelle colline[478].

Ma nel mentre che il vicendevole spossamento de' combattenti riduceva la guerra di Toscana a semplici scaramucce, l'ambizione d'Alessandro VI ne risvegliava un'altra nello stato di Roma, che poteva, non meno che la precedente, chiamarvi straniere armate. Ad altro non pensava il papa che ad ingrandire i suoi figliuoli; credette giunta la propizia circostanza d'arricchirli, senza eccitare i riclami della Chiesa, col sequestrare tutti i feudi degli Orsini, mentre che tutti i capi di quella famiglia erano tenuti in prigione a Napoli. Il primo di giugno del 1496 aveva condannato Virginio Orsini come ribelle per essere passato al soldo de' Francesi, ed avere per loro portate le armi nel regno di Napoli. Aveva nello stesso tempo intimato a Ferdinando di ritenerlo prigioniero a dispetto della capitolazione d'Atella[479]. Il ventisei ottobre susseguente pronunciò in segreto concistoro la pena della confisca contro Virginio Orsini e tutta la sua famiglia, incaricando suo figlio, Francesco Borgia, duca di Gandia, e Bernardino Lunato, cardinale di Pavia, di spogliarlo de' suoi feudi. Oltre di ciò volle essere sicuro della cooperazione dei Colonna, sempre apparecchiati a combattere gli Orsini, loro rivali e loro vicini, e malgrado la ripugnanza dei Veneziani per questa nuova guerra, ottenne che il duca d'Urbino, il di cui soldo pagavasi a metà da loro e dalla camera apostolica, sarebbe mandato a Roma per secondarlo. Prima che terminasse l'anno l'armata pontificia aveva occupati la maggior parte de' castelli degli Orsini[480], e ne' primi giorni del susseguente attaccò Triboniano, indi l'Isola, ed all'ultimo Bracciano. Ma durante l'assedio delle due ultime piazze Bartolommeo d'Alviano sorprese Cesare Borgia, che conduceva l'artiglieria del papa, sconfisse la sua cavalleria, e lo inseguì fino alle porte di Roma. L'Alviano apparteneva ad un ramo cadetto, o forse bastardo degli Orsini; era stato educato nella loro casa, e da loro aveva imparata l'arte della guerra; ed in tempo della prigionia de' suoi padroni, loro diede le prime prove della sua fedeltà, de' suoi talenti, e di quell'intraprendente attività che lo rendette famoso tra tutti i capitani italiani[481].

Bracciano veniva risguardato come il capo luogo del principato degli Orsini. Virginio vi avea lanciata sua sorella Bartolommea, il di cui maschio ed intrepido coraggio non si lasciava sgomentare dai pericoli della guerra. Questa fanciulla aveva raccolti tutti i soldati de' suoi fratelli, che tornavano fuggiaschi dal regno di Napoli; aveva loro date nuove armi e nuovi cavalli; aveva fatta riparare l'artiglieria danneggiata, rialzare le fortificazioni di Bracciano, e guarnire i parapetti di pietre e di combustibili da lanciarsi contro gli assalitori; aveva fatti ammaestrare nell'esercizio delle armi i contadini; e prendeva confidentemente sopra di sè sola il comando delle fortezze, mentre che Bartolommeo d'Alviano, tenendo la campagna, inquietava i saccomani del nemico, e cercava di adunare un'armata che potesse liberarla[482].

Frattanto era stato preso Triboniano, e l'assedio di Bracciano stringevasi caldamente. Malgrado i prosperi successi degli attacchi dell'Alviano, e sebbene fosse riuscito in più riprese ad inchiodare i cannoni ed a distruggere le opere degli assediane i, era stato costretto all'ultimo di chiudersi nella piazza, la quale sarebbe stata presa entro poco tempo, se gli alleati degli Orsini non riuscivano a formare un'armata capace di far levare l'assedio. Carlo Orsini, figliuolo di Virginio, e Vitellozzo Vitelli, erano arrivati dalla Francia a bordo della piccola flotta, che aveva così opportunamente soccorso Livorno, ed avevano portato del danaro che loro aveva dato Carlo VIII per rimontare i loro uomini d'armi. Recaronsi a Città di Castello, ove erano sovrani i Vitelli. I due fratelli di Vitellozzo, Paolo e Camillo, che contavansi a ragione fra i migliori condottieri d'Italia, avevano cercato d'introdurre nel loro piccolo principato la tattica militare che tanto riusciva utile agli oltremontani. Avevano posti i loro cannoni sopra carri alla francese, assai più facili a muoversi che quelli degl'Italiani; avevano armati i loro fanti di picche, simili a quelle degli Svizzeri, ma due piedi più lunghe, e gli avevano addestrati a trattarle. Per tal modo i Vitelli avevano adottato tutto ciò che aveano trovato di meglio nella pratica militare degli oltremontani, che pure non avevano imparato a conoscere che da circa tre anni. Erano questi signori intimamente legati cogli Orsini, ed apertamente vedevano che, perduti questi, il papa volgerebbe le sue forze contro di loro.

Malgrado la sproporzione delle loro forze, si determinarono adunque ad attaccare il pontefice. Persuasero le città di Perugia, di Todi, di Narni a somministrar loro alcuni ajuti; e colla loro piccola ma valorosa armata si avanzarono alla volta di Bracciano. Il duca d'Urbino, avvisato del loro arrivo, levò l'assedio, e si fece loro incontro a mezza strada in sulla via di Soriano. Lunga ed accanita fu la battaglia; ma un corpo di ottocento Tedeschi, il fiore dell'armata pontificia, venne distrutto dalla fanteria di Città di Castello, la quale li trapassava colle lunghe sue picche senza poter essere da loro ferita. Tutto il restante dell'armata del papa fu bentosto sgominato, e fu fatto prigioniero lo stesso duca d'Urbino con molti gentiluomini. Il duca di Gandia, ferito nel viso, si salvò a Ronciglione col legato e con Fabrizio Colonna; ma tutti i loro equipaggi e tutta l'artiglieria cadde in potere de' vincitori, i quali ne' susseguenti giorni ricuperarono tutti i castelli tolti agli Orsini, tranne l'Anguillara e Triboniano[483].

Il papa lasciavasi facilmente scoraggiare dai primi disastri, perchè paventava ogni occasione di spendere danaro. Perciò diede volentieri orecchio alle proposizioni di pace che gli fece fare Vitellozzo dopo la sua vittoria. Questi ben sentiva dal canto suo che, non avendo alleati in Italia, sarebbe bentosto abbandonato dalla Francia; che il suo piccolo tesoro, non meno che quello degli Orsini, sarebbe presto esaurito, e che a lungo andare dovrebbe soggiacere. Le due parti, egualmente desiderose della pace, convennero facilmente intorno alle condizioni. Gli Orsini ed i Vitelli ottennero l'assenso del papa per mantenersi al servigio della Francia fino alla fine del loro contratto, a condizione per altro che mai non porterebbero le armi contro la Chiesa. Gli Orsini promisero settanta mila fiorini per le spese della guerra. Tutti i prigionieri si dovevano restituire senza taglia dall'una e dall'altra parte ad eccezione del solo duca d'Urbino. Giovanni Giordani e Paolo Orsini, prigionieri di Federico, re di Napoli, dovevano essere posti in libertà nell'istante in cui sarebbero pagati i primi ventimila fiorini; Virginio Orsini era morto in Castel dell'Uovo, probabilmente avvelenato, otto giorni prima. Veniva accordato agli Orsini un termine di otto mesi pel pagamento della restante somma; ma per guarenzia del debito dovevano lasciare in mano ai cardinali Sforza e Sanseverino i castelli dell'Anguillara e di Cervetri, ed il loro prigioniere il duca di Urbino. Quest'ultimo fu perciò costretto a redimersi dallo stesso papa, servendo al quale era stato fatto prigioniere. Alessandro, il quale sapeva che gli Orsini non avevano danaro, aveva eccepito il solo duca d'Urbino dalla vicendevole restituzione de' prigionieri, e non si vergognò di ricevere a conto del tributo loro imposto i quaranta mila ducati, che il suo proprio generale pagò per la sua taglia[484].

Dall'altra banda Carlo VIII, che mai non era stabile nelle sue risoluzioni sia per proteggere i suoi amici in Italia, sia per mandare ad effetto i suoi progetti, più non poteva interamente rinunciare a conquiste cui appoggiava tutta la gloria che credeva d'avere acquistato. Alcune ostilità ai confini dell'Arragona, in occasione delle quali le sue truppe avevano presa e bruciata la città di Salse, essendosi terminate con un armistizio di due mesi, Carlo trovossi in libertà di spedire maggiori forze verso l'Italia. Fece passare in Asti, sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, mille lance, tre mila Svizzeri ed altrettanti Guasconi, onde sostenere Battistino Fregoso ed il cardinale di san Pietro ad vincula, che volevano fare un tentativo sopra Genova. Nello stesso tempo Ottaviano Fregoso andò ad eccitare i Fiorentini perchè attaccassero i Genovesi nella Lunigiana, e Paolo Battista Fregoso con sei galere minacciò la riviera di Ponente[485].

Gl'Italiani più non davano fede alle minaccie di Carlo VIII, di modo che l'attacco di Gian Giacomo Trivulzio li sorprese come se non fosse stato annunciato. Il Trivulzio sorprese Novi, di dove il conte di Cajazzo dovette ritirarsi; indi prese Bosco nell'Alessandrino, e pareva volere troncare ogni comunicazione tra Milano e Genova. Di già il Milanese, dove Lodovico Sforza aveva moltissimi nemici, era in sul punto di provare una rivoluzione; ma il Trivulzio, che aveva avuto ordine d'attaccare i Genovesi e non la Lombardia, non ardì spingere più in là i suoi vantaggi, e diede tempo al duca di Milano d'adunare le sue truppe, e di ricevere potenti ajuti da Venezia. Il cardinale della Rovere erasi avvicinato a Savona con dugento lance e tre mila fanti; ma, non avendo potuto eccitarvi una sollevazione, si vide forzato a dare addietro all'arrivo di Giovanni Adorno; nè fu del cardinale più fortunato sotto Genova, cui erasi molto avvicinato, Battistino Fregoso. I Fiorentini ricusarono di compromettersi, prima d'avere veduto che i Francesi mandassero in Italia maggiori forze. La Rovere e Fregoso dovettero in breve raggiugnere presso a Bosco il Trivulzio, il quale, vedendo che l'armata veneziana, comandata da Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, riceveva ogni giorno ragguardevoli rinforzi, si ritirò verso Asti senza avere ottenuto alcun vantaggio da questa spedizione[486].

Al Trivulzio non poteva riuscire prosperamente l'attacco contro Genova, se non nel caso che lo seguisse a breve distanza il duca d'Orleans con una nuova armata, siccome lo aveva annunciato Carlo VIII; ma la sanità di questo monarca cominciava di già a dare molestia a' suoi cortigiani e speranze al suo successore. I suoi figliuoli erano morti prima di lui in tenera età, ed il duca d'Orleans, che non aveva chi potesse contrastargli il trono, non voleva allontanarsi dalla corte. Credevasi dall'altro canto che Lodovico Sforza spedisse ragguardevoli somme al duca di Borbone e al cardinale di san Malo, per guadagnarli, onde facessero andare a nulla qualunque impresa diretta verso l'Italia. Sia che il loro tradimento assecondasse o no l'incostanza di Carlo, tutti i suoi progetti furono abbandonati appena concepiti, ed i suoi partigiani sagrificati un'altra volta[487].

Era di già cominciata qualche negoziazione tra Carlo VIII da una parte e Ferdinando ed Isabella dall'altra; il primo aveva sempre desiderato di rendere sicuri i suoi confini colla Spagna, il secondo non aveva più pretesti per continuare la guerra dopo che il loro cugino era risalito sul trono di Napoli. Pareva adunque che dovesse riuscire cara alle due parti una tregua; ma Carlo VIII voleva che questa lo mettesse in situazione di continuare la guerra in Italia, ed i monarchi spagnuoli non si facevano scrupolo d'abbandonare i loro alleati, tanto più che li supponevano in istato di difendersi da sè medesimi; ma volevano per altro risparmiarsi in parte la vergogna di quest'atto di mala fede, e richiedevano che la tregua fosse in principio comune anche ai loro alleati, perchè stipulandola apparisse che avessero pensato anche ai loro interessi. Il cattivo esito della spedizione di Genova consigliò Carlo VIII a moderare le sue pretese; e la tregua tra i monarchi francesi e spagnuoli, i sudditi e gli alleati cui nominerebbero le due parti, fu sottoscritta il 5 di marzo, per durare a tutto ottobre; tutti gli stati italiani vi furono compresi, cominciando dal 25 di aprile, ed in forza della medesima fu pure sospesa la guerra di Pisa con grandissimo rincrescimento de' Fiorentini, i quali per cinque soli mesi non potevano congedare la loro armata, e perciò trovavansi obbligati a sostenere le stesse spese come se continuate fossero le ostilità[488].

Fiorenza trovavasi più che in altri tempi sotto l'influenza di quei virtuosi cittadini, ma rigoristi ed entusiasti, ai quali Girolamo Savonarola aveva predicata la riforma. Il primo gonfaloniere di quest'anno era stato Francesco Valori, che poteva considerarsi come il capo di quel partito. La sua statura alta ed imponente, ed il suo nobile aspetto, accrescevano agli occhi del volgo l'alta opinione che gli davano i suoi talenti governativi e le sue pubbliche e private virtù. Sempre attento a fortificare più che poteva il partito popolare, fece ammettere nel maggiore consiglio tutti i giovani dai ventiquattro ai trent'anni, richiedendo in pari tempo con una nuova legge, che per prendere una decisione dovessero essere presenti in consiglio almeno mille individui[489].

La proibizione fatta ai consiglj di deliberare, quando non sono a numero, ha senza dubbio l'inconveniente di permettere alla minorità d'impedire colla sua assenza le deliberazioni della maggiorità; ed egualmente pericoloso riesce l'obbligo ingiunto ai consiglieri d'intervenire e di votare, perchè frequentemente gli sforza ad emettere un voto anche quando non hanno alcuna decisa opinione, e trasforma questo voto in legge. Nè sono minori gl'inconvenienti dell'opposta regola. Quando una parte de' membri d'un consiglio s'accostuma ad assentarsi, la sovrana volontà si trova cambiata secondo che assistono o no alle assemblee; la quale fluttuazione, dopo d'avere fatto prendere allo stato contraddittorie deliberazioni, può precipitarlo in violente rivoluzioni. Fiorenza di quei tempi sperimentava quest'inconveniente, che rendevasi tanto più sensibile in quanto che la suprema magistratura sedeva per un più breve tempo. Tosto che un partito aveva ottenuto qualche vantaggio, o fatta un'elezione di suo soddisfacimento, diventava meno vigilante, astenevasi dalle vicine successive deliberazioni, ed intanto la parte avversaria, meglio combinando le segrete sue pratiche, otteneva un'elezione in un affatto opposto senso. A Francesco Valori successe Bernardo del Nero, che aveva avuta intima famigliarità con Lorenzo de' Medici, che favoriva tutti i partigiani di quella casa, cui lo stesso Pietro soleva chiamare suo padre[490].

Durante la magistratura di Bernardo del Nero si pubblicò in Firenze la tregua conchiusa tra la Francia e la Spagna, e si cominciarono le negoziazioni per la pace generale. Lodovico Sforza, aombrato dai Veneziani, proponeva, per impedir loro di stabilirsi in Pisa, di restituire quella città ai Fiorentini, purchè a tal patto entrassero di buona fede nella lega d'Italia. Alessandro VI adottò quest'opinione, e spedì a Firenze il vescovo Pazzi per offrire la restituzione di Pisa, se i Fiorentini depositavano in mano de' confederati o Livorno, o Volterra, come pegno del loro attaccamento agl'interessi dell'indipendenza italiana. Ma nè i Veneziani volevano acconsentire all'evacuazione di Pisa, nè i Fiorentini a dare una fortezza in sua vece; di modo che per gli opposti loro sforzi la negoziazione si ruppe. Per altro in tempo delle negoziazioni, i Fiorentini, che avevano mostrata da principio tanta avversione e tanto disprezzo per il papa, si credettero nuovamente obbligati ad accarezzarlo[491].

Le negoziazioni con Roma diedero altresì opportunità a Pietro de' Medici di ricominciarne di più segrete co' suoi partigiani di Firenze. Gli alleati cominciavano a desiderare il suo ritorno in una città in cui il partito repubblicano sembrava troppo affezionato alla Francia. Incoraggiato da loro, credette di dover tentare un'altra volta la sua fortuna, prima che l'amico suo, Bernardo del Nero, uscisse d'impiego. Il 23 d'aprile recossi a Siena, dove Pandolfo Petrucci e suo fratello, che avevano acquistata sopra questa repubblica una quasi assoluta autorità, gli erano del tutto ligi. Colà venne a raggiugnerlo Bartolommeo d'Alviano con ottocento cavalli e tre mila fanti; dopo ciò avanzossi rapidamente, di notte e per rimote strade, fino alle porte di Firenze, ove si presentò la mattina del 29 aprile. Ma la porta Romana, che aveva sperato di sorprendere, si trovò custodita e difesa da Paolo Vitelli, giunto il precedente giorno da Mantova. Rannuccio da Marciano, che aveva il comando dell'armata fiorentina ai confini del Pisano, era stato richiamato all'istante in Firenze, onde Pietro de' Medici, dopo essersi trattenuto quattro ore in faccia alla porta senza avere il coraggio d'attaccarla, ritirossi quando vide che in città non facevasi, verun movimento. Suo fratello Giuliano, che nello stesso tempo era penetrato nella Romagna fiorentina, vide in pochi giorni disperdersi la sua piccola armata[492].

Ma questo imprudente attacco diventò bentosto non meno fatale ai partigiani de' Medici, che lo avevano provocato, che ai loro nemici, che lo punirono. Lamberto dell'Antella, esiliato da Firenze, venne arrestato sul territorio fiorentino, e sebbene deponesse ch'egli tornava in patria per manifestare la cospirazione, di cui aveva avuta contezza, fu posto alla tortura; perciocchè in allora non credevansi vere che quelle deposizioni che venivano riconfermate col mezzo di terribili supplicj. Costui incolpava i più riputati cittadini ed in particolare Bernardo del Nero, che usciva in allora dall'ufficio di gonfaloniere. Gli otto giudici del tribunal criminale non osarono prendere sopra di loro il giudizio d'una causa di tanta importanza, e furono invitati cento sessanta de' più ragguardevoli cittadini ad esaminare le risultanze del processo.

Niccolò Ridolfi, il di cui figlio aveva sposata una sorella del Medici, Lorenzo Tornabuoni, ancor esso suo parente, Giovanni Cambi e Giannozzo Pucci, tutti e due da lui adoperati in affari di stato, furono accusati d'aver chiamato Pietro de' Medici, colla promessa di dargli una porta della città. Bernardo del Nero fu accusato d'avere avuto sentore della loro trama, e di non averla manifestata, in tempo che le sue incumbenze di gonfaloniere di giustizia l'obbligavano più che tutti gli altri cittadini a prendersi cura della conservazione della repubblica e della sua difesa.

Il delitto de' prevenuti non sembrò dubbioso ad alcuno di coloro cui era affidata la disamina del processo; ma ciò ch'era delitto agli occhi de' repubblicani, diventava un atto d'eroismo a quelli de' partigiani dei Medici. Non era dunque nè sul fatto, nè sul diritto, che i giudici dovevano sentenziare, ma sulla stessa base del governo. Se condannavano gli accusati venivano a risguardare come criminoso ogni attacco contro lo stato popolare; se per lo contrario gli assolvevano, condannavano con ciò la rivoluzione del 1494, e mostravano di riconoscere nei Medici una legittima autorità. Essendo così assoggettata ai giudici una quistione di politica, parve alla signoria di dover loro dare una direzione. Adunò adunque tutti i primi magistrati dello stato, i capitani di parte guelfa, i conservatori delle leggi, gli ufficiali del monte di pietà, ed il consiglio de' richiesti, ossia dei cento sessanta notabili che avevano esaminata la processura. Quest'assemblea, consultata nelle forme legali, ordinò al tribunale degli otto di giustizia di condannare alla pena di morte i prevenuti, e di confiscare i loro beni. Infatti la sentenza fu pronunziata il 17 d'agosto[493].

In forza della legge che Girolamo Savonarola aveva fatta emanare quando fu stabilito il governo popolare, ogni condannato a pena capitale poteva appellare al gran consiglio. Infatti i condannati chiesero di essere ammessi a godere del beneficio della legge; essi avevano non piccole speranze d'essere assolti dall'assemblea generale de' loro concittadini. L'età avanzata di due di loro, le onorifiche cariche ond'erano stati rivestiti, il numero de' loro parenti, quello de' clienti, le potenti raccomandazioni delle corti di Roma, di Milano e di Francia, avrebbero dato maggior forza ai sentimenti di compassione così naturali in una grande assemblea. Certa cosa è intanto che l'amministrazione della giustizia non era mai stata nella repubblica di Firenze imparziale, ed il governo si era sempre mostrato alla testa d'una fazione. Se questo governo restava perdente in un tentativo, fatto per far punire i suoi avversarj, sembrava condannato dal popolo, e questa sola sconfitta poteva trarsi dietro la sua caduta. Gli errori de' Fiorentini e le abitudini sovversive dell'ordine sociale, ch'essi avevano lasciate introdurre nella loro repubblica, rendevano pericoloso l'esercizio de' più sacri diritti de' cittadini. Il 21 d'agosto si adunò un nuovo consiglio de' richiesti per decidere intorno all'appello al popolo. Il partito della libertà fu appunto quello che fu veduto dichiararsi più gagliardamente contro l'esecuzione d'una legge liberale, sanzionata da lui medesimo. Francesco Valori, e tutti gli amici del Savonarola, protestarono contro l'appello al popolo, e dichiararono che i cospiratori non sarebbero appena assolti, che i Medici verrebbero richiamati in Firenze.

Per altro la signoria non era d'unanime parere di rigettare l'appello al popolo. Ora, secondo la forma delle sue deliberazioni, rendeva necessario che uno de' priori presentasse in giro la proposizione intorno alla quale dovevasi dare il voto. Colui che per un giorno era incaricato di questa funzione di proporre, chiamavasi il proposto. In quel giorno era Luca Martini, che, giudicando equitativa l'ammissione dell'appello al popolo, dichiarò che non porrebbe alle voci una proposizione contraria alle vigenti leggi. Due de' suoi colleghi sostennero la di lui opinione. Decisiva era la loro opposizione, ma tutti i gonfalonieri di compagnie, ed i dodici buoni uomini, che sedevano presso la signoria, si alzarono con minacciose grida, dichiarando che per salvare la patria non si lascerebbero trattenere dall'opinione de' suoi nemici. Il gonfaloniere Domenico Bartoli, prendendo sopra di sè la violazione del regolamento, fece egli stesso la proposizione: portava questa che per evitare i pericoli dell'appello al popolo, si eseguirebbe la sentenza in quella stessa notte. Allora il proposto dichiarò che per mantenere il regolamento egli acconsentirebbe a fare la proposizione enunciata dal gonfaloniere, se questa riuniva sei de' nove suffragj della signoria. Gl'insensati clamori del più violento partito lo fecero tacere, e lo costrinsero a dare il suo assenso senz'altra condizione. I regolamenti di deliberazione della repubblica fiorentina rendevano assai difficile il vincere un partito. Era necessario l'assenso del proposto, di due terzi della signoria, di due terzi del collegio e del corpo de' gonfalonieri. I suffragj raccoglievansi separatamente, poscia cumulativamente ed in segreto, con fave bianche e nere deposte nelle urne. Tutte queste formalità, secondo il vero spirito d'un regolamento di deliberazione, erano le protettrici della minorità, vale a dire dirette ad impedire che la sua determinazione non fosse violenta; furono sempre scrupolosamente mantenute, ma soltanto in apparenza e non nel loro spirito. Il partito vittorioso non passava oltre in onta all'opposizione del partito più debole, ma sforzava questo a togliere l'opposizione. Quando si procedette allo scrutinio segreto, quattro suffragj, ossia quattro fave bianche nell'urna della signoria, furono contrarie al proposto decreto. Un nuovo più violento tumulto che non era stato il primo levossi allora nell'assemblea. Si alzarono tutti i gonfalonieri di compagnia, minacciando di uccidere i quattro priori sospetti d'opposizione, e siccome i membri del collegio si frapposero per salvarli, i gonfalonieri dichiararono che uscirebbero colle loro insegne, e farebbero dalle loro compagnie saccheggiare le case di coloro che volevano in tal modo perdere la repubblica. A stento il gonfaloniere di giustizia ottenne che l'assemblea sedesse di nuovo per un secondo giro di scrutinio. Il terrore si era impadronito de' più coraggiosi, e l'appello fu rigettato a pieni voti. La sentenza di morte si eseguì in quella stessa notte del 21 d'agosto; ed i più furibondi non vollero abbandonare la sala del consiglio, finchè non ebbero avviso che i loro nemici più non vivevano[494].

Da prima questa vendetta parve un trionfo del partito democratico, ma questo trionfo era foriero d'una sconfitta. Il pubblico non perdonava a coloro che si dicevano amici della libertà d'avere pei primi violata senza necessità la legge protettrice della libertà, sanzionata da loro medesimi. Confrontavano i vecchi discorsi del Savonarola intorno all'amnistia colla condotta de' suoi partigiani, col di lui silenzio nell'istante in cui, per la difesa de' suoi nemici illegalmente posti in giudizio, avrebbe dovuto tuonare dal suo pulpito, da lui fatto tribuna per arringare. Lo accusavano di darsi a conoscere non meno cattivo cristiano, che malvagio profeta; gli domandavano dov'erano que' miracolosi soccorsi che aveva promessi a' suoi concittadini, strascinandoli soli in una lotta contro tutta l'Italia; ed ogni argomento dell'instabilità e dell'imbecillità di Carlo VIII, rappresentato dal Savonarola quale inviato del Signore, era contro di lui prodotto con amarezza da coloro che volevano vendicare le ultime vittime, o da coloro che la corte di Roma aveva guadagnati al suo partito.

Il Savonarola non temeva di provocare tutta la collera d'Alessandro VI. Non poteva riconoscere in un uomo tanto scellerato il rappresentante degli Apostoli, e la riforma ch'egli predicava doveva cominciare dal capo della Chiesa. Era scandalizzato di vedere un'amante del papa, Giulia Farnese, chiamata Giulia bella, intervenire con ostentazione a tutte le feste della Chiesa, e dare alla luce in aprile di quest'anno medesimo un nuovo figlio del pontefice[495]. E così grave scandalo era poca cosa a petto a quello che due mesi dopo diede la famiglia del papa. Francesco Borgia, duca di Gandia, figlio primogenito di Alessandro VI, fu assassinato il giorno 14 di giugno nelle strade di Roma, mentre usciva da un banchetto. Si seppe bentosto che il suo uccisore era stato il di lui fratello, Cesare Borgia, cardinale di Valenza; e per accrescere l'orrore di questo delitto si sparse una sorda voce, che avesse aguzzato il pugnale di Cesare contro il fratello la gelosia concepita contro di lui per essere egli suo rivale in amore per Lucrezia loro sorella[496]. Il papa, profondamente afflitto da questa perdita, aveva colle lagrime e coi singhiozzi deplorati in pieno concistoro i disordini della sua passata vita e la corruzione della sua corte, che avevano provocato sopra di lui questo giusto gastigo del cielo. Si era solennemente obbligato ad un'immediata riforma; ma bentosto un nuovo allagamento di vizj e di delitti era succeduto a questi nuovi progetti d'emendazione.

Tornando al suo scellerato tenore di vita, il papa perdonare non sapeva all'eloquente predicatore che lo denunciava a tutta la Cristianità. L'opinione di cui il Savonarola godeva in Firenze metteva il suo trono in pericolo; ed inoltre egli sapeva che questo monaco aveva mutati i costumi della repubblica e ne aveva sbanditi i vizj, e di più temeva che un tale esempio non si rivolgesse contro la corte di Roma. Egli aveva accusato il Savonarola come eretico; gli aveva fatto vietare la predicazione; ma lo sforzato silenzio di questo religioso, che facevasi in allora rappresentare da fra Domenico Bonvicini di Pescia, suo discepolo e suo amico, non bastava nè alla politica, nè alla vendetta d'Alessandro VI[497]. Egli fece alleanza con tutti coloro che avevano qualche motivo di inimicizia contro il Savonarola per attaccamento ai Medici, o al partito dell'aristocrazia, o perchè non volevano assoggettarsi ai rigori monacali che il riformatore voleva sostituire all'antica scostumatezza. I nemici del monaco, sentendosi appoggiati da Roma, osarono attaccarlo pubblicamente nella sua propria chiesa in una maniera villana ed indecente. Mentre andava per predicare il giorno dell'Ascensione, trovò il pulpito occupato da un asino imbottito di paglia. I libertini, approfittando del disordine che questa pasquinata aveva cagionato in chiesa, insultarono il predicatore con minacciose grida, e proposero al suo uditorio o di scacciarlo, o d'ucciderlo[498]. Nello stesso tempo i monaci di sant'Agostino, mossi da gelosia di corporazione contro l'ordine di san Domenico, si prestavano ai desiderj di vendetta del papa, e denunciavano ne' loro sermoni il riformatore domenicano come eretico e scomunicato. Appena scorsero venti anni da tale epoca fino all'istante in cui i Domenicani si armarono a vicenda contro Lutero, riformatore agostiniano[499].

La signoria fiorentina, dacchè si sentiva abbandonata dal re di Francia, usava maggiori riguardi alla corte di Roma; aveva bisogno del papa per le sue negoziazioni colla lega italiana, e non voleva spreggiare il di lui risentimento. Gli scrisse gli otto di luglio per giustificare il Savonarola[500], ma nello stesso tempo persuase il monaco a sospendere le sue prediche. Era stato in maggio scomunicato come annunciatore di dottrine eretiche, e la sentenza veniva estesa a tutti coloro che converserebbero con lui. Da principio il Savonarola riconobbe l'autorità della corte di Roma, e cercò di farvi giugnere le sue giustificazioni. Ma non molto dopo, opponendo alla persecuzione i medesimi principj e quella fermezza, che poi sostennero Lutero, quando il 10 di dicembre del 1520 fece bruciare a Wittemberga la bolla di scomunicazione di Leon X[501], dichiarò coll'autorità di papa Pelagio, che un'ingiusta scomunica era senza efficacia, e che colui che ne è l'oggetto non deve neppure cercare di farsi assolvere[502]. Affermò che una divina inspirazione l'obbligava a scuotere l'ubbidienza d'un tribunale corrotto, ed il giorno di Natale celebrò pubblicamente la messa nella sua chiesa di san Marco; comunicò co' suoi monaci, e con moltissimi laici; condusse una solenne processione intorno alla chiesa; pubblicò la sua apologia ed il libro del trionfo della croce, e tornò a predicare nella chiesa cattedrale innanzi ad una numerosa udienza, che tale mai non aveva avuta in addietro[503].

Leonardo de' Medici, vicario dell'arcivescovo di Firenze, pubblicò un ordinanza per proibire ai fedeli di ascoltare le prediche del Savonarola. Coloro che le ascoltassero non dovevano essere ammessi alla confessione ed alla comunione, nè i loro corpi alla sepoltura; ma la signoria, ch'era entrata in carica in principio del 1498, era tutta favorevole al Savonarola, ed ordinò al vicario arcivescovile d'uscire entro due ore dalla città[504].

L'ultimo giorno di carnovale, volendo il Savonarola trasmutare quella festa mondana in un giorno di religiosa contrizione; persuase moltissimi fanciulli a dividersi per bande, ed a scorrere la città, gridando di casa in casa che loro si consegnassero tutti i libri disonesti, tutte le pitture indecenti[505], tutte le carte e dadi da giuocare, tutte le viole, arpe ed altri strumenti musicali, tutte le parrucche, il muschio, le acque nanfe, belletti ec.; i ragazzi chiedevano tutte queste cose sotto pena di scomunica; poi le portarono nella pubblica piazza, dove formarono un'immensa catasta, e le bruciarono, cantando intorno al fuoco salmi ed inni religiosi. Sotto la direzione del Savonarola avevano fatto lo stesso nel precedente anno, ed avevano ridotti in cenere la maggior parte degli esemplari del Boccaccio e del Morgante maggiore[506].

Ma in ragione che il Savonarola andava acquistando credito, cresceva ancora nel papa l'inquietudine e la collera, la quale veniva sempre eccitata da fra' Mariano di Ghinazzano, generale degli Agostiniani, uomo affezionato al Medici, e che in Firenze era stato mal accolto. Un predicatore, chiamato frate Francesco della Puglia, minore osservante, fu mandato per rivalizzare col Savonarola. Predicò nella chiesa di santa Croce di Firenze, ed accusò violentemente l'eresiarca che seduceva la repubblica; nello stesso tempo il papa con un nuovo breve ordinava alla signoria di far tacere il Savonarola, se non voleva esporre tutte le sostanze, che i mercanti fiorentini tenevano in esteri paesi, ad essere confiscate, lo stesso territorio della repubblica ad essere posto sotto l'interdetto, e forse invaso dalle truppe della Chiesa. I Fiorentini, abbandonati dalla Francia, non avevano verun altro alleato; e perchè inoltre tenevano bisogno del papa, ubbidirono, dando il 17 di marzo ordine al Savonarola d'astenersi dal predicare. Infatti costui si congedò da' suoi uditori con un eloquente ed ardito ragionamento[507].

In mezzo a questi movimenti il monaco Francesco della Puglia, che predicava a santa Croce, dichiarò in pulpito, che aveva udito dire, che il Savonarola parlava di provare le sue false dottrine con un miracolo; che offriva di scendere nel sepolcro con un monaco francescano, se tutto l'opposto partito si obbligava a riconoscere per vera la dottrina del primo dei due che risusciterebbe un morto[508]. Frate Francesco dichiarava di essere peccatore, e che non aveva la presunzione di contare sopra un miracolo; ma che per lo contrario proponeva al suo avversario d'entrare con lui in mezzo ad una catasta ardente. «Io sono certo di perirvi, diceva il francescano, ma la carità cristiana m'insegna a non risparmiare la mia vita, se a tale prezzo posso liberare la Chiesa da un eresiarca, che di già ha strascinato e strascinerà tante anime nell'eterna dannazione.»

Così strana proposizione fu subito riferita al Savonarola: essa non gli andava a sangue, non perchè diffidasse del suo potere di operare miracoli, ma perchè temeva che entro vi si nascondesse qualche laccio de' suoi nemici; ma il suo più fidato discepolo, fra Domenico Bonvicini da Pescia, più ardente e più entusiasta del maestro, dichiarò subito di essere apparecchiato ad assoggettarsi alla prova del fuoco in conferma delle verità enunciate ne' sermoni del suo maestro; egli punto non dubitava che per la di lui intercessione non lo dovesse salvare un miracolo di Dio. Nello stesso istante tutto il basso popolo accolse con insolito ardore così terribile sfida, voglioso di provare in un pubblico esperimento i ministri della nuova riforma. I divoti si rallegrarono di ottenere un luminoso trionfo contro di Roma pel miracolo che di già credevano di tenersi in pugno; i loro nemici non erano meno contenti di vedere un eresiarca condannarsi da sè medesimo alle fiamme, di cui lo credevano meritevole; tutta la gente desiderava uno spettacolo così straordinario, ed i magistrati abbracciavano con piacere un'occasione di liberarsi dalla critica situazione in cui si trovavano tra la Chiesa ed il riformatore. Dal canto suo il papa scrisse l'undici d'aprile ai Francescani di Firenze, ringraziandoli dello zelo con cui si apparecchiavano a sagrificare la loro vita per difendere l'autorità della santa sede; e dichiarando che la memoria di così gloriosa impresa non perirebbe in eterno[509].

Ma frate Francesco della Puglia protestò che non entrerebbe nelle fiamme che insieme a frate Savonarola medesimo, non volendosi esporre ad indubitata morte, che per avere compagno del suo eccidio il grande eresiarca. Frattanto si offrirono subito due altri monaci francescani per fare la prova con frate Domenico da Pescia; uno di costoro, frate Niccolò di Pilli, sentì subito venir meno il suo coraggio e si disdisse; ma l'altro, frate Andrea Rondinelli, converso dello stesso convento, stette fermo nella domanda della prova. Dall'altro canto i partigiani del Savonarola si offrirono con sorprendente gara ad entrare per lui nel fuoco. Frate Roberto Salviati fu quegli che fece pratiche per quest'onore colle più vive istanze; ma bentosto tutti i Domenicani della Toscana, molti preti e secolari, e perfino donne e fanciulli imploravano dalla signoria di essere preferiti, o almeno di permettere loro di entrare nello stesso tempo tra le fiamme, onde partecipare al favore di Dio, di cui tenevansi sicuri. Pure la signoria limitò lo sperimento a frate Domenico Bonvicini di Pescia, ed a frate Andrea Rondinelli. Nominò dieci cittadini, cinque per cadaun partito, per regolare tutto quanto abbisognava, e determinò che la prova si eseguirebbe il giorno 7 di aprile dei 1498 nella piazza del palazzo[510].

Era stato innalzato in mezzo alla piazza un palco, alto cinque piedi, largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e di mattoni crudi per preservarlo dalla violenza del fuoco. Furono poste su questo palco due cataste di grossi legni, tramischiati di fascine e di stoppie facili ad infiammarsi. Un viale, largo due piedi aprivasi longitudinalmente tra le due cataste di combustibili, che avevano ambidue quattro piedi di larghezza; quest'apparato era spaventoso. Vi si entrava per la loggia dei Lanzi, ch'era stata divisa in due parti con una tramezza per darne la metà al Francescani e l'altra ai Domenicani. I due monaci dovevano entrare insieme da questo portico ed attraversare in tutta la sua lunghezza il rogo infiammato; o piuttosto uno dei due dichiarava che in ogni caso era ben sicuro di perirvi, poichè quand'anche si dovesse operare un miracolo, non poteva essere che a suo danno. I Francescani arrivarono senza strepito nella parte della loggia loro assegnata, mentre che Girolamo Savonarola recossi alla sua colle vesti sacerdotali, colle quali aveva in allora celebrata la messa, e portando entro un tabernacolo di cristallo il sacramento. Frate Domenico da Pescia portava un crocifisso e tutti i loro monaci li seguivano salmodiando e portando in mano alcune croci rosse; indi venivano molti cittadini con fiaccole accese. Restavano ancora sei ore di giorno, e la piazza, le finestre, i tetti delle case erano pieni di spettatori. Non solo tutta la città, ma tutti gli abitanti del territorio fino ad una ragguardevole distanza, erano accorsi per essere testimonj di così strano spettacolo. La maggior parte delle aperture della piazza erano state chiuse, e gl'ingressi delle due strade lasciate aperte venivano custoditi da due numerose guardie. La parte della loggia occupata dai Domenicani era come un cappella, e per lo spazio di quattro ore mai non cessarono di cantare antifone.

Intanto il terribile sperimento veniva ritardato da sempre rinascenti difficoltà promosse dai Francescani. Forse, dicevano essi, il padre domenicano è un incantatore, e tiene sopra di sè qualche sortilegio; perciò chiesero che venisse spogliato delle sue vesti, e ne prendesse delle altre scelte da loro. Dopo lunghi contrasti frate Domenico si assoggettò a questa umiliante visita, ed a questo cambiamento di tonaca. Allora il Savonarola gli consegnò il tabernacolo che conteneva il sagramento, da lui risguardato come la sua salvaguardia; ma i Francescani gridarono essere un atto empio l'esporre l'ostia ad essere bruciata, e che questo probabilissimo avvenimento farebbe vacillare la fede de' più deboli fedeli. Ma su questo punto il Savonarola si mostrò inflessibile; rispose che, da questo solo Dio che portava, il suo compagno ed amico poteva sperare salvezza. La disputa si prolungò più ore; frattanto il popolo, che, per meglio vedere questo spettacolo, era venuto allo spuntare del giorno ad occupare i tetti delle case, e che soffriva la fame e la sete, più non sapeva contenere la sua impazienza, e sebbene i Francescani fossero veramente quelli che si opponevano all'esperimento, gli stessi seguaci del Savonarola convenivano, che, sicuro come egli era di un miracolo, avrebbe dovuto più facilmente piegarsi a tutte le inchieste del suo avversario. La maggior parte del popolo ignorava i motivi allegati dall'una e dall'altra parte; vedeva soltanto quello spaventoso rogo, cui avrebbe voluto che subito si appiccasse il fuoco, e ben sentiva che i due campioni ricusavano di entrarvi; il loro terrore, che pur troppo era ben fondato sembravagli ridicolo; la plebe si credeva delusa, e questo intero giorno di aspettazione cambiò in disprezzo o in indignazione tutto il suo entusiasmo. Finalmente avvicinandosi la notte, e le due fraterie non essendo ancora d'accordo, una violenta inaspettata pioggia bagnò la pira e gli spettatori, e consigliò la signoria a licenziare l'assemblea[511].

Girolamo Savonarola, rientrando nel suo convento di san Marco, salì immediatamente sul pulpito, e raccontò alla folla che lo aveva seguito tuttociò ch'era accaduto. Ma di già il basso popolo lo aveva insultato, quando egli si recava al convento. All'indomani, domenica delle Palme, predicò ancora con molta unzione, prendendo in certo qual modo congedo dai suoi uditori, ed annunciando che si offriva in sagrificio a Dio. Infatti i suoi nemici approfittavano della delusa aspettazione del popolo per ammutinarlo contro di lui. La società dei libertini, conosciuta sotto il nome di compagnacci, che l'aveva sempre trattato da ipocrita, invitava il popolo a non lasciarsi più oltre guidare da un falso profeta, che nell'istante del pericolo si era sottratto alla prova della sua missione, offerta da lui medesimo. Ella si attruppò nella cattedrale, ed in tempo del sermone dei vesperi fece risuonare la chiesa: «alle armi! a san Marco!» E di subito una plebe sfrenata la seguì al convento di san Marco e lo attaccò colle armi, colle scuri, colle torchie accese. Trovavasi colà adunata molta gente per assistere al divino servizio, la quale si difese per qualche tempo, sebbene fosse senz'armi; ma quando furono bruciate le porte, e che mancò ogni mezzo di trattenere gl'insorgenti, capitolò, e Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, tutti e tre arrestati nel convento, furono tratti in prigione in mezzo agli insulti della plebaglia[512].

Erano di già le sette ore della sera, quando cominciò l'assedio del convento di san Marco, e doveva supporsi che la notte calmerebbe i faziosi. Ma una fazione da gran tempo nemica, ed ora fieramente esasperata dal supplicio dei suoi capi, non voleva perdere quest'occasione di vendicarsi. Nella susseguente mattina la folla recossi alla casa di Francesco Valori: egli fu preso, e mentre si conduceva in prigione, Vincenzo Ridolfi, parente di quegli che pochi mesi prima era stato mandato sul patibolo, gli si gettò addosso e lo uccise: anche sua moglie venne uccisa nell'atto che affacciavasi alla finestra per implorare grazia, e la loro casa fu saccheggiata e bruciata, e la stessa sorte toccò alla casa del suo amico Andrea Cambini. Tutti coloro che si erano mostrati affezionati al Savonarola furono lasciati in balìa agl'insulti del popolaccio, il quale, chiamandoli ipocriti e penitenti, loro non permetteva di mostrarsi in pubblico. La signoria, ch'era entrata in carica in principio di marzo, avrebbe forse potuto frenare gl'insorgenti, ma era segretamente del loro partito; conciossiachè di nove membri ond'era formata, ve n'erano sei nemici del Savonarola. Nel supremo consiglio tutti coloro che gli erano affezionati non osarono recarsi al loro posto, di modo che il contrario partito si tenne sicuro di una grande maggiorità. Egli ne approfittò subito per nominare altri decemviri della guerra, altri giudici criminali, ossia gli otto di balìa, deponendo coloro che in allora occupavano quelle cariche, e ch'erano favorevoli al Savonarola. Per tal modo l'autorità della repubblica passò in altre mani; tutti coloro che l'avevano esercitata fin allora furono deposti o proscritti; ed i nuovi capi del governo, volendo far conoscere l'odio loro per l'austerità del riformatore, e per l'ipocrisia ond'era accusato, si fecero premura d'incoraggiare i giuochi, i passatempi ed anche i vizj, ch'egli aveva così severamente rampognati[513].

Lo stesso giorno dell'insurrezione, era stato spedito un corriere al papa per partecipargli la prigionia del Savonarola. Pareva che Alessandro VI sentisse che altro più non abbisognava al partito della riforma che un capo coraggioso per rovesciare un edificio scosso da tanto tempo: la sua sicurezza richiedeva la morte del Savonarola; egli domandò caldamente che gli si consegnasse quest'eretico, e nello stesso tempo, accordando varie indulgenze ai Fiorentini, ordinò che fossero riconciliati alla chiesa tutti coloro che per avere assistito ai sermoni del monaco avevano incorsa la scomunica[514]. Ma la signoria volle che il processo del Savonarola si facesse in Firenze, e soltanto domandò al papa di mandare dei giudici ecclesiastici per assistervi. Alessandro VI nominò infatti frate Gioachino Turriano di Venezia, generale dell'ordine dei Domenicani, e Francesco Romolini, dottore di legge Spagnuolo; e nell'atto che li faceva partire, pronunciò anticipatamente la condanna di frate Girolamo Savonarola, e lo dichiarò eretico, scismatico, persecutore della santa sede e seduttore dei popoli[515]. Il processo, formato nello stesso tempo avanti al nuovo tribunale degli otto nel quale non eranvi che nemici del Savonarola e davanti ai deputati del papa, cominciò colla tortura, che si diede in varie riprese al monaco. Quest'uomo, di debole costituzione e di fibra irritabilissima, non potè sostenere i dolori che gli si facevano soffrire. Confessò, perchè cessassero di tormentarlo, che le sue profezie non erano che semplici conghietture. Ma quando si vollero avere le sue deposizioni senza tormenti, sostenne nuovamente la verità delle sue rivelazioni e di tutta la sua predicazione. Quando gli si opposero le confessioni strappategli di bocca colla tortura, rispose che riconosceva o la sua poca costanza o la debolezza de' suoi organi per sostenere i tormenti; che qualunque volta verrebbe posto alla corda, sentiva che smentirebbe sè stesso; ma che la verità non si trovava che nelle parole ch'egli proferiva, quando il dolore o il terrore non turbavano il suo spirito. Gli si fecero realmente soffrire nuovi tormenti, che lo forzarono a nuove confessioni, sempre in appresso smentite; ed i giudici, non volendo esporsi al rischio di fargliele smentire un'altra volta, non gli fecero leggere la sua confessione, secondo la pratica, perchè, la riconoscesse pubblicamente[516].

In tempo della sua prigionia, che durò un mese, il Savonarola compose un commentario del miserere, ossia del salmo 51, che aveva ommesso quando scriveva l'esposizione degli altri salmi, avendo in allora dichiarato che riservava questo lavoro pel tempo delle sue proprie calamità. Questa esposizione è stampata colle altre sue opere. Intanto il 23 di maggio una nuova pira venne innalzata su quella medesima piazza in cui il suo amico avrebbe dovuto volontariamente entrare nel fuoco. I tre religiosi, Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, dopo essere stati degradati dai giudici ecclesiastici, furono in mezzo alla catasta legati ad un palo. Quando il vescovo Paganotti loro dichiarò che li separava dalla Chiesa, il Savonarola rispose soltanto, dalla militante, volendo far sentire che stava per entrare nella Chiesa trionfante. Altro non disse; e fu appiccato il fuoco alla catasta da uno de' suoi nemici, che prevenne l'ufficio del carnefice. Così morì fra i due suoi discepoli il padre Girolamo Savonarola in età di quarantacinque anni ed otto mesi. Erano stati dati dalla signoria severissimi ordini per raccogliere le ceneri dei tre religiosi e gettarle nell'Arno. Pure ne vennero sottratte alcune reliquie da que' medesimi soldati che custodivano la piazza, e queste conservaronsi fino al presente esposte in Firenze all'adorazione dei devoti[517].

FINE DEL TOMO XII.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XII.]

Capitolo XCI. Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del quindicesimo secolo. [pag. 3]
Revista dello stato prospero dell'Italia quando cominciò la lotta per la sua indipendenza [3]
Importanza dell'epoca in cui ci siamo trattenuti [4]
Fino al 1492 l'Italia occupa il primo posto tra le nazioni europee [4]
Calamità che cominciarono in quest'epoca e ridussero l'Italia in servitù [5]
Rapida occhiata sull'intera storia d'Italia [6]
Avvi fondamento di accusare gl'Italiani d'avere meritato di perdere la loro indipendenza? [7]
La più saggia nazione non può signoreggiare tutti gli avvenimenti che formano il suo destino [8]
La nazione inglese fu in preda più volte alle medesime vicende che perdettero l'Italia [9]
Gl'Italiani non avrebbero conservata la propria indipendenza, riunendosi in una sola monarchia. Esempio degli Spagnuoli [10]
L'Italia non poteva far testa a tutte le nazioni che l'attaccarono contemporaneamente [13]
Una guerra civile poteva egualmente aprire l'Italia agli stranieri, quand'anche non avesse formata che una sola monarchia [14]
Diritti eventuali di successione che una monarchia lascia sempre agli stranieri [15]
L'Italia piuttosto avrebbe potuto salvarsi coll'unione delle repubbliche [16]
Gli stati d'Italia erano potenti nel XV secolo quanto quelli della Francia e della Germania [18]
L'Italia non poteva prevedere il pericolo che la minacciava [19]
L'indebolimento dello spirito di libertà diminuì in Italia la sua forza di resistenza [20]
Considerabile diminuzione nel numero de' cittadini sovrani [21]
La potenza d'una repubblica sopra di sè medesima accresciuta dalla partecipazione di tutti alla sovranità [21]
Il giogo imposto alle città suddite delle repubbliche aggravato nel XV secolo [23]
Diminuzione della libertà politica nelle stesse capitali delle repubbliche [25]
Diminuzione del sentimento d'indipendenza ne' principati italiani durante il XV secolo [26]
Molte antiche dinastìe innalzate dal popolo perdono nel XV secolo la sovranità [28]
Gli stati monarchici cessarono di appoggiarsi ad un principio di legittimità [29]
Malgrado questi semi di futuri disordini, il XV secolo fu un'epoca di grande prosperità [31]
Uomini illustri che brillarono nel XV secolo [31]
Le guerre del XV secolo si fecero con umanità [32]
Di quest'epoca la milizia italiana si fece onore in faccia agli stranieri [33]
Entusiasmo di tutta la nazione per le lettere [34]
Considerazione politica dei letterati in tutti gli stati d'Italia [35]
Emulazione eccitata a motivo dei molti piccoli stati [35]
Grandissima differenza tra le province e le capitali rispetto ai progressi dell'incivilimento [37]
Utilità pratica. Risultamento dei progressi delle scienze [39]
La storia di un paese libero fa conoscere tutti i patimenti degli individui, quella de' paesi non liberi li dissimulano [40]
Indagini intorno alla felicità reale d'una nazione in tutte le classi della società [42]
Stato di felicità de' paesani italiani paragonato a quello delle altre nazioni [42]
Prosperità dell'agricoltura nel XV secolo [43]
Province oggi incolte erano allora ben coltivate [44]
Allora i contadini italiani erano riuniti in terre murate [46]
Importanza politica loro data da tale unione [47]
Condizione dei popoli delle città più felice che la presente [49]
Attività di tutte le manifatture [50]
Gli artisti contribuivano alla pubblica prosperità [51]
Attività del commercio italiano esercitato dalla principale classe della nazione [52]
Prodigioso accrescimento del capitale italiano [53]
Speranza sempre offerta a tutti i padri di famiglia [55]
Prosperità delle arti e delle lettere, altra prova di quella della nazione [56]
Carattere di opulenza in tutti gli edificj del XV secolo a differenza della presente miseria [56]
La magnificenza dell'Italia era in allora affatto spontanea, e non deve confondersi col fasto dei governi [58]
Trovansi ovunque monumenti dell'universale prosperità del XV secolo; dopo tale epoca non si videro che avvenimenti che dovevano distruggerla [59]
Capitolo XCII. Elezione di Alessandro VI; progetti di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Pietro de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. Lodovico Sforza invita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia, Ferdinando I muore prima d'essere attaccato. 1492-1494 [61]
La potenza temporale dei papi erasi accresciuta nel XV secolo [61]
Trovavansi alla testa degli stati indipendenti dell'Italia [62]
1492 25 luglio. La loro potenza vacilla alla morte d'Innocenzo VIII [63]
Egoismo dei 23 cardinali adunati in conclave [64]
Opinione e ricchezze di Roderigo Borgia, vice cancelliere [65]
Costumi del Borgia e suoi cinque figli [67]
Rivali del Borgia, Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere [68]
11 agosto. Simoniaca elezione del Borgia, che prende il nome di Alessandro VI [69]
Tripudio de' Romani in principio del suo regno [71]
Desiderio di riforma sparso in tutta la Cristianità [73]
Carattere della riforma, quale fu cominciata in Italia [74]
1452 21 settembre. Nascita di Girolamo Savonarola [75]
1483 Prime prediche profetiche del Savonarola [76]
1489 Suo arrivo a Firenze [77]
La riforma del Savonarola non si estende che ai costumi ed alla disciplina, ma non tocca il domma [78]
1492 Il Savonarola ricusa di assolvere Lorenzo de' Medici al letto della morte, perchè Lorenzo non vuole rendere la libertà a Firenze [79]
Vanità ed incapacità di Pietro che succede a Lorenzo dei Medici [80]
1493 Gelosia di Pietro de' Medici contro i suoi cugini, figli di Pier Francesco, ch'egli esilia da Firenze [82]
Il Savonarola predica in Firenze la riforma politica e religiosa [83]
Predice all'Italia le calamità che doveva apportarle la guerra [85]
Pronostici di prossima guerra nelle pretese della casa di Francia, erede di quella di Angiò [85]
Lodovico il Moro, governatore di Milano, vuole riunire l'Italia contro gli oltremontani [86]
1493 Pietro de' Medici si oppone per vanità a quest'unione [87]
Irritazione di Lodovico il Moro, e sua inquietudine per la segreta alleanza di Pietro dei Medici con Ferdinando di Napoli [89]
22 aprile. Si lega segretamente con Venezia e con Alessandro VI [90]
Lodovico il Moro temeva che il re di Napoli non volesse proteggere suo nipote [91]
Incapacità di Giovanni Galeazzo, sovrano nominale di Milano [92]
Rivalità di sua consorte Isabella d'Arragona e di Beatrice d'Este, sposa di Lodov. il Moro [93]
20 agosto. Massimiliano succede a suo padre Federico III, imperatore [94]
Lodovico il Moro marita sua nipote con Massimiliano, e da lui segretamente ottiene l'investitura del ducato di Milano [95]
Chiede l'alleanza della Francia, prima di spogliare il nipote e di prendere egli medesimo il titolo di duca [96]
1483 30 agosto. Carlo VIII era succeduto a suo padre Lodovico XI [97]
1483 Carattere di Carlo VIII, secondo il Guicciardini, e secondo il Comines [97]
Suo mostruoso aspetto e sua incapacità [98]
1493 Offerte d'alleanza di Lodovico il Moro a Carlo VIII [100]
Negoziazioni del conte di Cajazzo di concerto cogli emigrati napolitani [101]
Negoziazioni del conte di Belgiojoso presso i favoriti di Carlo VIII [101]
Convenzione tra Lodovico il Moro e Carlo VIII, stipulata da Briçonnet e dal Siniscalco di Belcario [103]
Negoziazioni di Carlo VIII con tutti i suoi vicini [104]
1492 3 novembre. Trattato d'Etaples con Enrico VII d'Inghilterra [105]
1493 23 maggio. Trattato di Senlis con Massimiliano, re de' Romani [105]
19 gennajo. Trattato di Barcellona col re di Spagna [106]
Negoziazioni di Perron de' Baschi a Venezia [107]
L'ambasciata francese passa a Firenze [108]
1494 Indi a Siena [109]
Ed all'ultimo a Roma [109]
1493 Negoziazioni di Ferdinando con Carlo VIII col mezzo di Camillo Pandone [110]
Sua alleanza col papa, e matrimonio di don Goffredo Borgia [110]
Aperture di riconciliazione fatte da Ferdinando a Lodovico il Moro [112]
Apparecchi di guerra di Ferdinando [113]
Nuovo malcontento ed artificj del papa [114]
Fermento di tutta l'Italia [115]
Ferdinando pensa ad abboccarsi in Genova con Lodovico il Moro [116]
1494 25 gennajo. Ferdinando muore inopinatamente di 70 anni [117]
Carattere di Ferdinando e del suo regno [118]
Sua figura e sue maniere [119]
Capitolo XCIII. Apparecchi di difesa d'Alfonso II. Primi attacchi de' Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. Discesa di Carlo VIII in Italia. Pietro de' Medici gli dà nelle mani tutte le fortezze della Toscana. Ribellione di Pisa; rivoluzione di Firenze; esilio dei Medici. 1494 [121]
1494 Alcune rivoluzioni si fanno a dispetto dell'abilità, altre a dispetto della reciproca inesperienza [121]
1494 La guerra d'Italia si sostenne con eguale imperizia dalle due parti [122]
25 gennajo. Alfonso II viene proclamato re di Napoli [123]
Suoi apparecchi di difesa colle negoziazioni e colle armi [124]
Sue negoziazioni con Bajazette II [124]
Alessandro VI si unisce a lui per chiedere l'assistenza dei Turchi [125]
Alfonso rende più intima la sua alleanza con papa Alessandro VI [126]
Favori accordati alla casa Borgia nel regno di Napoli [127]
Alleanza d'Alfonso con Pietro dei Medici, le repubbliche toscane, ed i principati della Romagna [128]
Alfonso vuole chiudere colle armi le strade di Toscana e di Romagna, ed il mare con una flotta comandata da suo fratello don Federigo [130]
13 luglio. Congresso di Vicovaro per regolare la difesa d'Italia [130]
Diversione cagionata dal papa, che adopera le forze napolitane contro i suoi particolari nemici [131]
1494 Una parte dell'armata viene incaricata di contenere i Colonna [132]
Ferdinando, duca di Calabria, conduce l'altra parte in Romagna [133]
Proposizione del vecchio Paolo Fregoso di fare una rivoluzione in Genova [134]
Carlo VIII aveva fatta apparecchiare una magnifica flotta in Genova [136]
Vi aveva mandati il duca d'Orleans e due mila Svizzeri [137]
Fine di luglio. Don Federigo e gli emigrati genovesi attaccano Porto Venere, e sono respinti [138]
4 settembre. Sbarca a Rapallo, e mette a terra Ibletto dei Fieschi cogli emigrati genovesi [140]
Gli emigrati attaccati a Rapallo per mare e per terra [141]
Rapallo è preso; prime crudeltà degli oltremontani [143]
Fuga d'Ibletto dei Fieschi e di suo figlio [144]
Luglio. Don Ferdinando conduce la sua armata in Romagna [144]
Il sire d'Aubignì ed il conte di Cajazzo gli fanno fronte [145]
I consiglieri di Ferdinando non gli permettono d'attaccare d'Aubignì [146]
1494 Ferdinando si ritira sotto le mura di Faenza [148]
Irrisoluzione di Carlo VIII [148]
Il cardinale Giuliano della Rovere lo persuade a fare l'impresa d'Italia [150]
23 agosto. Carlo VIII parte da Vienna per passare le Alpi con una numerosa armata [150]
Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato, ambidue minori, non custodiscono i passaggi delle Alpi [152]
9 settembre. Carlo VIII è visitato in Asti da Lodovico il Moro e dalla sua corte [153]
Malattia di Carlo VIII in Asti [154]
Abboccamento di Carlo VIII con Gian Galeazzo ed Isabella sua sposa [154]
20 ottobre. Morte di Gian Galeazzo. Lodovico proclamato duca di Milano [156]
Spavento che la morte di Gian Galeazzo, che si crede avvelenato, cagiona nell'armata francese [157]
Carlo VIII prende la via di Pontremoli per entrare in Toscana [158]
Sollevazione dei Colonna in Roma, che impedisce al papa di accorrere in difesa della Toscana [159]
1494 Deboli apparecchi di difesa dei Fiorentini [159]
L'armata francese potev'essere trattenuta presso Sarzana e Pietra Santa [160]
Agitazione dei Fiorentini contro i Medici all'avvicinarsi dei Francesi [162]
Pietro de' Medici spaventato si reca al campo francese [163]
Novembre. Il Medici cede le fortezze dei Fiorentini ai Francesi [164]
Irritamento de' Fiorentini contro Pietro de' Medici [166]
8 novembre. Il Medici torna a Firenze, e non è ricevuto nel palazzo della signoria [167]
9 novembre. È forzato dal popolo ad uscire da Firenze coi suoi fratelli [168]
Pietro de' Medici si rifugia a Bologna [170]
Giovanni Bentivoglio gli rinfaccia di non avere saputo morire al suo posto [170]
Saccheggio delle ricchezze e delle preziose raccolte dei Medici [171]
Decreto della signoria contro i Medici, e per una mutazione di governo [172]
Negoziazioni del nuovo governo con Carlo VIII [173]
1494 Girolamo Savonarola parla al re di Francia come un profeta inspirato [173]
Fermento del popolo di Pisa all'avvicinarsi di Carlo VIII [176]
Il governo di Firenze nelle città suddite era diventato più oppressivo durante la grandezza dei Medici [177]
L'agricoltura e la salubrità di Pisa ruinate dall'abbandono dei canali e delle dighe [178]
Il commercio all'ingrosso e le manifatture proibite ai Pisani [179]
Pisa non conta più storici dopo il 1406. Nota [180]
Unanimità dei Pisani per iscuotere il giogo [181]
Lodovico il Moro manda ad eccitarli Galeazzo da Sanseverino [181]
Simone Orlandi domanda a Carlo VIII la libertà di Pisa [182]
Carlo VIII la promette inconsideratamente [183]
9 novembre. I Fiorentini scacciati da Pisa, la quale si pone in libertà [184]
Carlo VIII si concerta con d'Aubignì prima di andare verso Firenze [184]
Ottobre e novembre. Ferdinando abbandona la Romagna e d'Aubignì [184]
1494 D'Aubignì raggiugne Carlo VIII presso Firenze [187]
Carlo VIII vuole rimettere il Medici in Firenze, ma questi, da lui chiamato, non torna [187]
17 novembre. Ingresso in Firenze di Carlo VIII [188]
Negoziazioni di Carlo VIII colla signoria [190]
Ardire di Piero Capponi, che straccia le proposizioni del re, e si appella alle armi [191]
26 novembre. Convenzione di Carlo VIII colla repubblica di Firenze [192]
28 novembre. Partenza di Carlo VIII alla volta di Siena [193]
Capitolo XCIV. Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII. Questo monarca entra in Roma: abdicazione e fuga di Alfonso II. Dispersione dell'armata di Ferdinando II. Il regno di Napoli si assoggetta a Carlo VIII. 1494-1495 [194]
1494 Opinione di accortezza di Alessandro VI fondata sulla sua mala fede [194]
La politica, quando non va d'accordo colla morale, rimane insufficiente nel pericolo [195]
Versatilità della condotta d'Alessandro coi Francesi [196]
1494 Avvicinandosi Carlo VIII vuole negoziare con lui [197]
9 dicembre. Incoraggiato dalla presenza dell'armata del duca di Calabria, fa trattenere i negoziatori che venivano a lui [199]
2 dicembre. Ingresso di Carlo VIII in Siena [200]
Ritirata di Ferdinando, duca di Calabria, a traverso all'Ombria fino a Roma [200]
19 dicembre. Nuovo sperimento di negoziazione del papa coi Francesi [201]
I feudatarj della Chiesa fanno le loro paci parziali coi Francesi [202]
Tutta la campagna di Roma viene in potere dei Francesi [202]
Motivi di Carlo VIII per trattare col papa [203]
I suoi consiglieri si lusingano di ottenere dal papa le principali dignità della Chiesa [205]
31 dicembre. Il re entra in Roma alla testa della sua armata, mentre che il duca di Calabria esce per un'altra porta [207]
Aspetto di quest'armata. Gli Svizzeri [207]
I Guasconi, gli uomini d'armi [208]
1494 I cavalleggieri, la casa del re [209]
L'artiglieria [210]
1495 gennajo. Il papa, ritirato in Castel sant'Angelo con sei soli cardinali, viene due volte minacciato dall'artiglieria francese [211]
11 gennajo. Pace tra il re ed il papa, e sue condizioni [212]
Il sultano Gem viene dal papa consegnato al re [213]
Anteriori negoziazioni di Bajazette col papa per far avvelenare suo fratello [214]
L'ambasciatore di Bajazette e quello del papa cadono nelle mani dei loro nemici [215]
26 di febbrajo. Il sultano Gem muore avvelenato [216]
Fabrizio Colonna conduce un corpo di Francesi negli Abruzzi [217]
28 gennajo. Carlo VIII parte da Roma alla volta di Napoli, per la strada di san Germano [218]
30 gennajo. L'ambasciatore di Spagna dichiara a Carlo VIII, che i suoi padroni difenderanno il re di Napoli [219]
Risposta de' Francesi, e collera dell'ambasciatore [221]
1495 Fuga del cardinale di Valenza, che doveva rimanere ostaggio presso il re [222]
Presa, sacco e carnificina di Monte Fortino e di Monte san Giovanni [222]
Terrore d'Alfonso II, ed irritamento del popolo contro di lui [224]
Uccisione dei prigionieri di stato nell'istante in cui salì sul trono [226]
Superstiziosi terrori d'Alfonso [227]
23 di gennajo. Alfonso si chiude in Castel dell'Uovo [228]
Soscrive un atto d'abdicazione in favore di suo figlio, e fa imbarcare i suoi tesori [229]
3 febbrajo. Parte alla volta di Mazari in Sicilia [230]
19 novembre. Muore dopo molti atti di penitenza [230]
24 gennajo. Inaugurazione di Ferdinando II a Napoli, dopo la quale riparte per l'armata [231]
Si fortifica a san Germano [232]
La sua armata atterrita abbandona san Germano. Egli ripiega sopra Capoa [234]
19 febbrajo. Sollevazione del popolo in Napoli [235]
Ferdinando s'affretta di passare a Napoli, per acquietare la sollevazione del popolo [236]
1495 Durante la di lui assenza la sua armata si disperde, e Capoa si solleva contro di lui [237]
20 febbrajo. Vani sforzi di Ferdinando per ricondurre alla ubbidienza gli abitanti di Capoa [239]
Si ritira nel castello di Napoli [240]
21 febbrajo. S'imbarca per timore d'essere tradito dai suoi soldati tedeschi [241]
Si rende padrone dell'isola d'Ischia [242]
22 febbrajo. Ingresso di Carlo VIII in Napoli [243]
Carlo attacca le fortezze di Napoli [244]
6 marzo. Capitolazione del Castello Nuovo di Napoli [245]
15 marzo. Capitolazione del castello dell'Uovo [246]
Dispersione dell'armata di don Cesare d'Arragona che difendeva gli Abruzzi e la Puglia [247]
Terrore dei Turchi sull'altra riva dell'Adriatico [248]
Pratiche dell'arcivescovo di Durazzo e di Costantino Arianite per apparecchiare una ribellione nell'Albania [249]
Disordine ed orgoglio dell'armata francese [249]
1495 Tutti i grandi signori napolitani accorrono alla corte di Carlo VIII [251]
Il re scontenta tutti i partiti [252]
Si abbandona ai piaceri ed all'ignavia [253]
Tutte le fortezze vengono disarmate per l'imprudenza de' suoi ufficiali [255]
Capitolo XCV. Rivoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi de' Fiorentini per riconstituire la loro repubblica, assoggettare Pisa e sottrarsi alla malevolenza de' Sienesi, dei Lucchesi, dei Genovesi. — Inquietudini dei Veneziani per i progressi di Carlo VIII; lega dell'Italia per mantenere la sua indipendenza, 1494-1495 [256]
1494 Stato della Toscana prima della spedizione di Carlo VIII [256]
Rivoluzioni che eccita in Firenze, in Pisa, in Siena, in Lucca [257]
I Fiorentini, ricuperando la libertà, appena sanno in che consista [258]
La felicità che desidera ogni uomo è proporzionata alla sviluppo delle sue facoltà. Non è la stessa per tutti [259]
Lo scopo del governo è quello di rendere felice il maggior numero d'uomini possibile, innalzandoli, non abbrutendoli [260]
1494 La libertà politica è il più potente mezzo d'innalzare gli uomini [260]
Confusione della libertà politica e della libertà individuale [262]
Ambidue venivano pochissimo rispettate in Venezia [263]
Pure Venezia prosperava a motivo della sua prudenza, ed il suo governo era l'oggetto dell'universale ammirazione [264]
Tutti i politici fiorentini propongono d'imitare in Firenze la costituzione de' Veneziani [265]
In Firenze tre opposti partiti adducono tutti a favor loro l'esempio di Venezia [268]
Partito dei Piagnoni, diretto dal padre Savonarola, da Valori e da Soderini [269]
Partito degli Arrabbiati, diretto da Dolfo Spini e da Guid'Antonio Vespucci [270]
Partito dei Bigi, affezionato ai Medici assenti [271]
2 dicembre. Il parlamento adunato accorda alla signoria l'autorità della balìa [271]
La balìa nomina venti elettori, incaricati di eleggere tutti i magistrati [273]
1494 I venti elettori non possono convenire tra di loro, e perdono ogni credito [274]
Il Savonarola propone le elezioni popolari, un consiglio formato di tutti i cittadini, ed un'amnistia [275]
23 dicembre. Viene sanzionata la formazione del gran consiglio [276]
1495 1.º luglio. Le elezioni sono restituite al popolo [277]
1494 I Pisani riconstituiscono la loro repubblica [277]
Deferiscono la sovrana autorità alle magistrature municipali, da cui erano stati governati in tempo di servitù [278]
1495 gennajo. Prime ostilità tra i Pisani ed i Fiorentini [279]
Negoziazioni dei Pisani presso Carlo VIII per conservarsi la protezione della Francia [281]
Briçonnet va a Firenze per eseguire il trattato, per ricevere il danaro e consegnare Pisa [283]
24 febbrajo. Dichiara di non aver potuto persuadere i Pisani, e riparte alla volta di Napoli [284]
Negoziazioni de' Pisani con Siena, Lucca e col duca di Milano [284]
1495 Il duca di Milano li rimette ai Genovesi [286]
Arringa degli ambasciatori pisani al senato genovese [286]
Soccorsi dai Genovesi accordati ai Pisani [288]
Primi vantaggi ottenuti da Giulio Malvezzi, capitano dei Pisani [289]
26 di marzo. Monte Pulciano si ribella ai Fiorentini, e si pone sotto la protezione di Siena [291]
I Fiorentini ricorrono invano a Carlo VIII [292]
Carlo VIII manda soccorsi ai Pisani contro Firenze [293]
Il Savonarola persuade i Fiorentini, colle sue profezie, a non abbandonare l'alleanza della Francia [295]
Inquietudine e scontentezza degli altri stati d'Italia [296]
Lagnanze di Lodovico il Moro contro i Francesi [297]
Animosità dei re di Spagna e dei Romani [298]
Negoziazioni di Filippo di Comines a Venezia per unire questa repubblica alla Francia [299]
Congresso di Venezia per formare un'alleanza contro la Francia [301]
1495 Terrore de' Veneziani alla notizia della conquista di Napoli [303]
Pericolo del re se la lega dell'alta Italia toglieva Asti al duca d'Orleans [305]
31 marzo. La lega contro la Francia si sottoscrive in Venezia, tra il papa, i re di Spagna, il re de' Romani, i Veneziani e Milano [306]
Partecipazione di tale lega a Filippo di Comines [308]
Segreto delle negoziazioni e turbamento del Comines [309]
Articoli pubblici dell'alleanza puramente difensivi [309]
Articoli segreti che la rendono offensiva [310]
Debolezza di Massimiliano, che non può soddisfare ai suoi obblighi [312]
Il duca di Ferrara ed i Fiorentini ricusano d'entrare nella lega [313]
Apparecchi di guerra dei confederati e ritirata degli ambasciatori [314]
Capitolo XCVI. Carlo VIII abbandona il regno di Napoli; attraversa Roma e la Toscana; si apre un passaggio a Fornovo a dispetto de' confederati, e giugne ad Asti. Tratta in Vercelli col duca di Milano, libera il duca d'Orleans assediato in Novara, e ripassa le Alpi. 1495 [316]
1495 Notificazione di Carlo VIII per minorare le imposte in Napoli, riducendole alle tariffe dei re angioini [316]
Importanza della nobiltà del regno feudale di Napoli [317]
Carlo la scontenta non meno del popolo [319]
Non conosce nè i nomi, nè gli interessi, nè i servigj degli antichi signori napolitani [319]
Si desidera la prudente e regolare amministrazione degli Arragonesi [320]
La nazione si sente umiliata da un giogo straniero [321]
I Francesi impazienti di ritornare nella loro patria [322]
La notizia della lega di Venezia accresce questa loro impazienza [322]
12 maggio. Carlo VIII prende la corona di Napoli senza aspettare l'investitura del papa [323]
Discorso del Pontano in occasione di tale inaugurazione [324]
1495 Carlo assegna comandanti a varie province, e lascia loro la metà della sua armata [325]
Cerca di guadagnarsi i Colonna, i Savelli ed i Sanseverini coi beneficj [326]
20 maggio. Parte da Napoli colla metà dell'armata per tornare in Francia [327]
30 maggio. Il papa si ritira da Roma, quando si avvicinano i Francesi [328]
Carlo fa restituire al papa le fortezze di Cività Vecchia e di Terracina [329]
13 giugno. Giugne a Siena, e vi si trattiene per far dare la signoria di quella città al signore di Lignì [330]
I Fiorentini fanno a Carlo VIII nuove offerte per ridurlo a ridar loro Pisa [332]
Esigono che Pietro de' Medici non entri nel loro territorio [333]
Si pongono in istato di difesa, e Carlo abbandona il pensiero di passare per la loro città [334]
Nuove suppliche dei Pisani a Carlo VIII pel mantenimento della loro libertà [335]
Vivo interesse che l'armata francese prende a favore dei Pisani [336]
1495 Carlo VIII protrae la sua decisione intorno alla sorte di Pisa, e rinnova le guarnigioni delle fortezze pisane [338]
Inquietudine dell'armata francese, udendo cominciate le ostilità in Lombardia [339]
Lodovico il Moro provoca il duca d'Orleans rimasto in Asti [339]
11 giugno. Il duca d'Orleans sorprende Novara [341]
È poi assediato in Novara da Galeazzo di Sanseverino [342]
23 giugno. Carlo VIII parte da Pisa per Pontremoli [343]
Stacca un piccolo corpo d'armata per fare un tentativo sopra Genova [344]
Questa piccola armata è battuta ed a stento si riunisce a quella del re [344]
29 giugno. La vanguardia francese brucia Pontremoli [345]
L'artiglieria francese attraversa a stento l'Appennino sopra Pontremoli [346]
L'esercito dei confederati, di circa quaranta mila uomini, e comandato dal marchese di Mantova, aspetta i Francesi a Fornovo [348]
La vanguardia francese avrebbe potuto facilmente distruggersi dai confederati a Fornovo [349]
1495 5 luglio. L'armata francese riunita a Fornovo non conta più di nove mila uomini [351]
Le due armate si accampano in vicinanza l'una dell'altra sulla destra del Taro, nella valle di Fornovo [352]
Il re spedisce il Comines al marchese di Mantova per trattare [353]
Gli alleati tardano ad attaccare i Francesi [354]
6 luglio. Il re fa nuovamente chiedere il passo che gli viene negato [355]
Disposizioni della sua armata per farsi strada colla forza [356]
Viene attaccato dai Veneziani [358]
Il marchese di Mantova, che lo attacca alla coda, è respinto [360]
Gli Stradioti, che dovevano attaccarlo ai fianchi, lasciano la battaglia per saccheggiare l'equipaggio de' Francesi [361]
Il conte di Cajazzo, che doveva attaccare la vanguardia francese, prende la fuga [362]
I Francesi non ardiscono di attaccare in appresso gli Italiani [364]
La pugna benchè breve fu assai micidiale pegli Italiani [365]
Estremo terrore nell'armata italiana; invano il Pitigliano cerca di persuaderla ad attaccare il campo francese in quella notte [366]
1495 7 luglio. Il re alloggia in Medesana, sempre in presenza del nemico [367]
Il Comines viene incaricato di nuove negoziazioni [368]
8 luglio. Il re leva tacitamente il suo campo, durante la notte, e s'avvia verso Borgo san Donnino [369]
I Francesi guadagnano un giorno di cammino sugli Italiani [370]
9 e 10 luglio. Pericolo dell'armata francese divisa dalla Trebbia [371]
Continua la sua ritirata sempre inseguita dal conte di Cajazzo [372]
Patimenti e costanza de' Francesi in questa ritirata [373]
15 luglio. L'armata francese arriva in Asti, dove si pone in sicuro [375]
Carlo dimentica la sua armata per una pratica amorosa [377]
Patimenti del duca d'Orleans chiuso in Novara [379]
Desiderio de' Francesi per la pace [380]
L'armata italiana si fortifica intorno a Novara [381]
1495 Il Comines, spedito alla corte del marchese di Monferrato, riprende nuove negoziazioni per la pace [382]
Novara viene evacuata dal duca d'Orleans [383]
Il baglivo di Digione conduce al re dugento mila Svizzeri invece dei cinque mila che doveva assoldare [384]
Il duca d'Orleans cerca di persuadere il re ad approfittarne per rinnovare la guerra [386]
I suoi nemici si oppongono a tali progetti [387]
Rendono sospetti gli Svizzeri venuti all'armata [387]
Carlo VIII tratta col duca di Milano un parziale trattato [388]
10 ottobre. Trattato di Vercelli col duca di Milano [388]
Scontento degli Svizzeri che il re vuole rimandare con un mese di soldo [389]
20 ottobre. Il re parte da Torino ed entra in Francia pel Delfinato [391]
Nuova malattia sparsa in tutta l'Europa in occasione della spedizione di Carlo VIII [391]
Capitolo XCVII. Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua capitale. — I Francesi vendono ai nemici dei Fiorentini le fortezze che occupavano in Toscana. Sono ridotti a capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. Morte di Ferdinando II. 1495-1496 [394]
Gloria acquistata da Carlo VIII, siccome il solo dei re di Francia che facesse acquisto in lontane parti [394]
Immoralità di un re che tenta una conquista che non può conservare [395]
Altri conquistatori vengono scusati da progetti di miglioramento, di liberazione dei popoli, d'ingiurie all'onore nazionale da cancellarsi [396]
Carlo VIII non fa la guerra che per dar valore a certi diritti ereditarj privi di giustizia [397]
Prima d'entrare in Napoli, poteva prevedere che non vi si manterrebbe [398]
1495 Abboccamento di Ferdinando II con suo padre e con Gonsalvo di Cordova a Messina [399]
Maggio. Occupa Reggio di Calabria [400]
I Veneziani prendono Monopoli, e la saccheggiano [401]
1495 Gaeta si solleva contro i Francesi, ma gl'insorgenti sono vinti, svaligiati ed uccisi [402]
Primi prosperi successi di Ferdinando II in Calabria [403]
È sconfitto a Seminara dal d'Aubignì [405]
Fine di giugno. Si presenta sotto Napoli con una flotta [407]
7 luglio. Ferdinando è ricevuto in Napoli dal popolo, mentre che il Montpensiero viene chiuso fuori delle mura [408]
Sforzi de' Francesi per rientrare in Napoli dalla banda della piazza di Castel Nuovo [409]
8 luglio. La città viene chiusa con palafitte, e tolta ai Francesi, chiusi nelle fortezze, ogni comunicazione colla campagna [410]
Frequenti sortite de' Francesi chiusi ne' castelli di Napoli [411]
Prospero e Fabrizio Colonna prendono servigio sotto il re Ferdinando [412]
Ottobre. Il Montpensiero tratta per l'evacuazione dei castelli di Napoli [414]
Il Precì si avanza per liberare il Montpensiero [415]
Sua vittoria ad Eboli sul principe di Matalona [416]
1495 Ferdinando riduce con accortezza il Montpensiero a soscrivere la capitolazione [418]
Suo imbarazzo per chiudere la strada di Napoli a Precì [419]
Fortifica i passi presso di Posilippo [420]
Precì in forza della capitolazione di Montpensiero è costretto a ritirarsi [421]
Il Montpensiero esce di notte dai castelli di Napoli, che poi non si consegnano a norma della capitolazione [422]
I Francesi del regno di Napoli sono compromessi dall'imprudente politica del loro sovrano in Toscana [423]
Ferocia dei Guasconi lasciati dal re in servigio dei Pisani [424]
Carlo VIII si obbliga nuovamente a dare Pisa ai Fiorentini contro un accrescimento di sussidj [425]
15 settembre. Livorno renduto ai Fiorentini [426]
D'Entragues ricusa di ubbidire agli ordini del re, e di cedere Pisa e le sue fortezze [426]
20 settembre. D'Entragues promette ai Pisani di dar loro entro cento giorni la rocca [427]
1496 1.º gennajo. I Pisani, posti in possesso della loro fortezza, la spianano [430]
26 febbrajo. Sarzana e Sarzanello renduto ai Genovesi [430]
30 marzo. Pietra Santa venduta ai Lucchesi [430]
Piero de' Medici si avvicina ai confini de' Fiorentini [431]
Chiede ajuto a tutti i nemici de' Fiorentini [432]
1495 3 settembre. Tentativi degli Oddi contro i Baglioni a Perugia [433]
1496 Virginio Orsini, dopo avere adunate le sue truppe a nome dei Baglioni, si avanza per spalleggiare Pietro de' Medici [435]
I principi d'Italia abbandonano Piero de' Medici [435]
Virginio Orsini si obbliga a passare nel regno di Napoli con i Vitelli in servigio di Carlo VIII [436]
Carlo VIII non porge altro soccorso ai suoi generali nel regno di Napoli [436]
La guerra si faceva simultaneamente in ogni luogo nel regno di Napoli, ma in ogni luogo assai mollemente [438]
I Veneziani mandano il marchese di Mantova al re di Napoli con un'armata, chiedendo in compenso cinque città sulla costa dell'Adriatico [439]
1496 Importanza della dogana di Manfredonia, che percepisce un pedaggio sulle gregge di passaggio [440]
Ferdinando e Montpensiero vogliono avere quella dogana [441]
Settecento fanti tedeschi al soldo di Ferdinando combattono contro tutta l'armata francese, e si fanno tutti uccidere [442]
Le due armate offrono la battaglia sotto le mura di Foggia, ma non l'accetta nè l'una nè l'altra [444]
Le mandre di passaggio da Manfredonia sono lasciate in balìa de' soldati; questi le uccidono per venderne la pelle [445]
Le due armate chiamano a sè i distaccamenti sparsi in tutte le province del regno [445]
Carlo VIII viene pressato a mandare soccorsi al Montpensiero [446]
Annuncia una spedizione in Italia, ed in appresso la trascura [447]
Il Montpensiero lascia l'assedio di Circello per soccorrere Frangetto di Monforte [449]
1496 Gli Svizzeri ricusano di combattere se il Montpensiero non paga i soldi arretrati [451]
Gran parte della sua armata si disperde [451]
Il Montpensiero vuole ritirarsi sopra Venosa, ma è sopraggiunto ad Atella dove viene assediato [452]
Situazione di Atella nella Basilicata [453]
Gonsalvo di Cordova, dopo avere battuti a Laino i baroni angiovini, si unisce a Ferdinando sotto Atella [454]
5 luglio. Sconfitta di un corpo degli uomini d'armi francesi [455]
Sconfitta degli Svizzeri all'abbeveratojo di Atella [456]
20 luglio. Capitolazione di Montpensiero in Atella [457]
23 luglio. Il Montpensiero esce da Atella con cinque mila uomini ed è condotto a Baja ed a Pozzuolo [458]
Il Montpensiero muore vittima dell'aere malsano colla maggior parte de' suoi soldati [459]
Virginio e Paolo Orsini sono posti in prigione ad istanza d'Alessandro VI [459]
1496 Tutto il rimanente del regno di Napoli, tranne tre piazze forti, si assoggetta a Ferdinando II [460]
Agosto. Ferdinando II sposa sua zia paterna, Giovanna [461]
7 settembre. Muore di consunzione, in età di 27 anni [461]
Capitolo XCVIII. Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. — Il Savonarola va perdendo in Firenze la sua riputazione. — Prova del fuoco che gli è proposta da un monaco; sua condanna e morte. 1496-1498 [463]
1496 Carlo VIII abbandona l'Italia per darsi tutto in preda ai piaceri [463]
Tutti i Napolitani riconciliati alla casa d'Arragona a cagione dell'elezione di don Federico [464]
Il solo principe di Salerno rifiuta la pace e muore in esilio [466]
Sommissione delle città in cui i Francesi conservaronsi più lungamente [466]
Guerra di Pisa in Toscana, condotta secondo il sistema militare che precedette l'invasione di Carlo VIII [467]
1496 I Fiorentini guerreggiano a Pisa nello stesso tempo contro i nemici de' Francesi e contro i Francesi [468]
Politica di Lodovico Sforza, chiamando i Veneziani in ajuto de' Pisani [470]
I Pisani si alienano dallo Sforza [470]
La repubblica di Venezia li riceve pubblicamente sotto la sua protezione [472]
Vantaggi ottenuti dai Pisani sopra i Fiorentini coll'ajuto degli Stradioti mandati da Venezia [472]
Lodovico Sforza, per tenere i Veneziani in soggezione, chiama in Italia Massimiliano, re de' Romani [475]
I Veneziani acconsentono di pagare, d'accordo collo Sforza e col papa, un sussidio al re de' Romani [476]
Massimiliano ordina ai Fiorentini di entrare nella lega d'Italia [477]
Molti rinomati capitani passano a soccorrere i Pisani [479]
Essi cercano di troncare ogni comunicazione tra Firenze e Livorno [480]
Morte di Piero Capponi sotto al castello di Sojana [480]
1496 Massimiliano attraversa la Lombardia con una così piccola armata, che non ardisce passare per le grandi città [481]
Angustie de' Fiorentini attaccati contemporaneamente da tanti nemici [482]
Le esortazioni del Savonarola li conservano fedeli al partito francese [483]
Gli ambasciatori de' Fiorentini, rimandati dall'imperatore al duca di Milano, non vogliono esporgli la loro commissione [484]
8 ottobre. Massimiliano s'imbarca a Genova per passare a Pisa [486]
Intraprende l'assedio di Livorno [487]
Crudeltà commesse dalle sue truppe a Bolgheri [489]
Arrivo di sei vascelli francesi a Livorno, che vittovagliano il presidio [489]
14 novembre. Burrasca che disperde la flotta dell'imperatore, e lo costringe a levare l'assedio [490]
19 novembre. L'imperatore parte subito alla volta di Sarzana e Pontremoli [491]
Dopo nuove negoziazioni cogli alleati in Lombardia torna in Germania [492]
1496 Durante l'inverno i Fiorentini ricuperano le castella loro tolte dai Pisani [494]
26 ottobre. Alessandro VI pronuncia la confisca dei beni degli Orsini, che vuole dare ai suoi figliuoli [495]
1497 Assedio di Bracciano sostenuto da Bartolommea Orsini [496]
I Vitelli di città di Castello formano un'armata per soccorrere gli Orsini [498]
L'armata pontificia è battuta dai Vitelli, ed è fatto prigioniere il suo generale, il duca d'Urbino [499]
Pace tra il papa, gli Orsini ed i Vitelli [500]
Carlo VIII manda G. G. Trivulzio in Italia con una piccola armata [501]
Il Trivulzio tenta di eccitare una rivoluzione in Genova di concerto coi Fregosi, ma è costretto a ritirarsi [502]
Il duca d'Orleans non scende in Italia per assecondare il Trivulzio, per non allontanarsi dalla Francia nell'istante della morte di Carlo VIII [504]
5 marzo. Tregua sottoscritta tra la Francia e la Spagna, cui possono intervenire tutti gli stati d'Italia [505]
1497 A Firenze la suprema autorità passa alternativamente dal partito dei piagnoni a quello degli arrabbiati [507]
Negoziazioni dei Fiorentini colla lega d'Italia [508]
29 aprile. Piero de' Medici ne approfitta per tentare di sorprendere Firenze [509]
Il gonfaloniere e quattro de' più riputati cittadini accusati di essere entrati nella trama di Piero de' Medici [511]
17 agosto. Sentenza di morte pronunciata contro i prevenuti coll'adesione del consiglio de' Richiesti [512]
21 agosto. Il consiglio de' Richiesti rigetta l'appello al popolo, interposto dai condannati [513]
La signoria dubita di ordinarne l'esecuzione [514]
Forme complicate delle deliberazioni della signoria, rispettate anche in tempo che si fa violenza agl'individui [515]
La sentenza di morte si eseguisce durante la notte [517]
20 agosto. Il Savonarola perde il credito, per non essersi opposto al supplicio de' suoi nemici [518]
1497 Provoca la corte di Roma predicando contro la condotta di Alessandro VI, e de' figliuoli di lui [519]
14 giugno. Francesco Borgia assassinato da Cesare, suo fratello [519]
Alessandro VI eccita tutti i nemici del Savonarola [520]
La signoria di Firenze ordina al Savonarola di non predicare [522]
Il Savonarola dichiara che la scomunica del papa non ha forza quando è ingiusta, e torna a predicare [523]
1498 Il Savonarola fa distruggere sotto pena d'anatema, tuttociò che sembragli concorrere al vizio o alla mollezza [524]
Il papa fa predicare a santa Croce contro il Savonarola [525]
L'antagonista del Savonarola offre di subire con lui la prova del fuoco [527]
Domenico Bonvicini di Pescia accetta la disfida pel suo maestro [528]
Ardore di tutto il popolo fiorentino per affrettare la prova del fuoco [528]
7 aprile. Rogo apparecchiato per la prova dei due monaci [530]
1498 I Francescani promovono diverse difficoltà per ritardare la prova [531]
Il Savonarola non vuole acconsentire che il suo discepolo deponga il sagramento per entrare nel fuoco [532]
Una violenta pioggia divide l'adunanza, senza che abbia luogo la prova [533]
Irritazione del popolo contro il Savonarola, perchè per cagion sua mancò l'aspettato spettacolo [534]
Viene assalito in convento di san Marco, ed il Savonarola condotto in prigione con due dei suoi monaci [535]
8 aprile. Francesco Valori è arrestato dal popolaccio ed assassinato da Vincenzo Ridolfi [535]
La sovrana autorità viene in mano della parte nemica del Savonarola [536]
Alessandro VI manda due giudici a Firenze per assistere il processo del Savonarola; ma egli lo condanna anticipatamente [537]
Colla tortura strappano al Savonarola confessioni, in appresso da lui smentite [538]
1498 23 maggio. Il Savonarola viene bruciato sulla pubblica piazza con Domenico Bonvicini e Salvestro Maruffi, suoi discepoli [540]

Fine della Tavola.