CAPITOLO CIV.

Sollevazione di Genova, e sua punizione per parte di Lodovico XII; abboccamento di questo monarca con Ferdinando il cattolico; Massimiliano minaccia la Francia, attacca i Veneziani, poi fa con loro la pace; miseria di Pisa e sua sommissione ai Fiorentini.

1506 = 1509.

Non eravi stato verun periodo nella storia d'Italia, in cui Genova avesse meno richiamato l'attenzione degli altri popoli, e provato minor numero di quelle intestine convulsioni di cui abbiamo parlato. Vero è che la repubblica più non era libera, più non aveva volontà propria, nè più dipendeva dalle sue deliberazioni il partito cui s'appiglierebbe; Genova, che la violenza delle sue rivoluzioni aveva gettata sotto il dominio degli Sforza, era in appresso passata sotto l'autorità del re di Francia, quasi facesse parte del ducato di Milano. Pure in forza di una volontaria capitolazione ella aveva accordate al sovrano di Lombardia press'a poco le stesse prerogative che prima esercitava il suo proprio doge. Questa capitolazione sussisteva sempre tra Genova e la Francia, e sebbene la libertà più non fosse intera, sebbene la pubblica energia fosse scemata nella stessa proporzione che i diritti dei cittadini, sebbene non avessero più flotte dominatrici del Mediterraneo, non armate che disputassero l'impero dell'Italia, non tesori con cui assoldare le potenze straniere, non commercio finalmente che potesse rivalizzare con quello di Venezia, o soltanto di Firenze, pure la sua amministrazione era tuttavia repubblicana, la costituzione rimasta press'a poco conforme all'antica, e passabilmente guarantita la sicurezza delle persone e delle proprietà.

Le fazioni che non molti anni prima avevano dato a Genova una così formidabile potenza, sentivansi contenute dal timore del monarca, nè più versavano sangue, nè più si disputavano la suprema autorità colle armi alla mano. La legge aveva divise le magistrature in eguali porzioni tra la nobiltà e la plebe, e tutti erano rimasti lungo tempo soddisfatti di questa divisione. Ma dopo che un governatore francese occupava in Genova la carica di doge, questo governatore, vanaglorioso de' suoi natali, aveva data una decisa preferenza alla nobiltà del paese da lui amministrato. Egli più non ammetteva che nobili nella sua società, loro accordava il vantaggio in tutte le contestazioni, e quando ancora faceva eseguire tra di loro ed il popolo la disposizione delle capitolazioni, si maravigliava che uomini da nulla avessero osato di dettare leggi a persone di qualità.

La nobiltà genovese, approfittando del favore del governatore, aveva preso verso le classi inferiori un contegno insolente, che non si era mai permesso di mostrare, finchè, secondo le antiche leggi dello stato, il doge erasi scelto esclusivamente nell'ordine plebeo. Nello stesso tempo, sagrificando ogni altra considerazione ai suoi personali vantaggi, la nobiltà più non prendevasi pensiero dell'indipendenza della patria, e ad ogni contesa abbracciava sempre l'interesse del padrone straniero che signoreggiava la repubblica[376].

L'opposizione tra il pubblico interesse de' cittadini, e l'interesse del cortigiano, che animava i nobili, si manifestò quando i Pisani nel 1504 vollero darsi ai Genovesi, impetrando colle più calde istanze ciò che in altro tempo i Genovesi avrebbero risguardato come il più luminoso vantaggio. Tutto il partito popolare si mostrò desideroso di accettare tale proposizione; per lo contrario la nobiltà, conoscendo le intenzioni della corte, vi si oppose con estrema ostinazione[377]. Colui che fra gli altri nobili si adoperò con maggior zelo per rendere vano il comune voto de' suoi concittadini, fu Gio. Lodovico del Fiesco, di quest'epoca il più ricco di tutti i membri della nobiltà, e quello che contar poteva sopra un maggior numero di clienti; perciocchè da un canto possedeva nella riviera di Levante ragguardevoli feudi, dall'altra aveva ricevuto dalla bontà del re importanti governi nella riviera di Ponente. Giovan Lodovico del Fiesco opponevasi all'acquisto di Pisa, perchè voleva tenere la repubblica genovese in uno stato di debolezza tale da potervi con minori ostacoli fondare il credito di sua famiglia; perchè voleva piacere a Lodovico XII, che vedeva con gelosia accrescersi la potenza dei Genovesi; finalmente perchè accarezzava i Fiorentini, dall'oro dei quali la pubblica opinione accusavalo in Genova d'essere stato guadagnato[378]. Ma il ragionamento con cui cercò di far prevalere la propria opinione manifesta lo strano indebolimento della repubblica; invece di marinai e di soldati la popolazione di Genova più non contava che tessitori e manifatturieri; di modo che difficilmente trovavasi gente da armare due o tre galere per la guardia del porto, mentre non v'era tesoro, e non si voleva, o non si poteva sopportare straordinarie imposte[379].

L'irritamento del popolo contro la nobiltà andò sempre crescendo dopo questa contestazione intorno all'acquisto di Pisa. Il popolo cominciò ad accusare la nobiltà di avere sagrificato l'onore della patria ai personali vantaggi che si riprometteva dalla corte. Altronde di quest'epoca il nome di nobiltà ristringevasi in Genova ai soli discendenti delle quattro potenti famiglie che avevano pel corso di un secolo esercitata la sovranità in quella repubblica; mentre che i discendenti di coloro che prima del tredicesimo secolo avevano divisa l'amministrazione coi Doria e cogli Spinola, coi Fieschi e coi Grimaldi, o di coloro che si erano innalzati dopo il 1339, erano egualmente confusi sotto il nome di popolo. Quest'ultimo ordine pareggiava quello dei nobili in ricchezze ed in talenti, e non credevasi pure per conto dei natali da meno di loro. Sì gli uni che gli altri si consacravano al commercio, che suole inspirare sentimenti di eguaglianza; e quando i nobili cominciarono ad armarsi di pugnale, sul di cui manico avevano fatto incidere castiga villano, i plebei, che si sentivano ad un tempo minacciati ed oltraggiati da tanta insolenza, giurarono di vendicarsi di un disprezzo così poco meritato[380].

Ogni giorno qualche gentiluomo insultava qualche cittadino dell'ordine del popolo; ma questi non poteva sperare soddisfacimento, perchè la metà di tutti i tribunali e di tutti i consiglj era composta di nobili, determinati a sottrarre i loro compagni ad ogni castigo, e perchè il governatore reale era sempre disposto ad assecondarli. Perciò dopo qualunque oltraggio, dopo qualsiasi atto violento, il popolo si adunava sempre per domandare, che, postocchè le famiglie dell'ordine popolare, illustri, ricche e da gran tempo in possesso del governo, erano il doppio più numerose di quelle dei nobili, ottennessero altresì i due terzi de' pubblici impieghi. Questa domanda, presentata più volte, era dai nobili sdegnosamente respinta e dal governatore delusa. Ma questi cominciava a concepire qualche inquietudine dell'universale fermento, per calmare il quale si adottò la norma, qualunque volta un nobile faceva ingiuria ad un popolano di bandire l'offensore e l'offeso; onde sottrarli così ambidue agli occhi de' faziosi che potevano inasprirsi.

Quest'artificio ritardò per qualche tempo una esplosione che sembrava inevitabile, ma non potè impedirla. Una contesa, accaduta in un mercato per leggierissimo motivo tra Visconti Doria, gentiluomo altronde universalmente stimato, ma orgoglioso ed irascibile come i suoi pari, ed un popolano[381], fece immediatamente prendere a tutti le armi. Paolo Battista Giustiniani ed Emmanuello Canali, ambidue dell'ordine del popolo, sebbene appartenenti ad illustri famiglie, si posero alla testa de' sollevati. Visconti Doria fu ucciso, un altro Doria ed alcuni altri nobili feriti, e Roccabertino, luogotenente del re, non ottenne di calmare il popolo che col promettere che d'ora innanzi l'ordine del popolo avrebbe due parti nelle elezioni, e la nobiltà la terza. La proposizione fu portata nel susseguente giorno al supremo consiglio; approvata; ed ebbe forza di legge[382].

Ma la vittoria dovevasi ad una sollevazione di tutto il popolo, mentre che le illustri famiglie dell'ordine popolare sembravano aver voluto riservarne a sè sole tutti i frutti; ben tosto più non furono padrone delle classi inferiori da loro poste in movimento. Tre giorni dopo ch'era stata portata la legge che cambiava la divisione de' pubblici onori; la plebaglia sollevossi di nuovo, andò ad attaccare le case dei nobili, ed a saccheggiarle. I capi dell'ordine popolare si opposero con tutte le forze che avevano a questo anarchico tumulto; i nobili fuggirono ed implorarono contro la loro patria l'assistenza degli stranieri[383].

I nobili genovesi fuggiaschi avevano convenuto di trovarsi in Asti, ove si adunarono presso Filippo di Ravenstein, che Lodovico XII aveva nominato governatore di Genova, affinchè l'alto rango di questo signore, e la memoria del potere da lui in altri tempi esercitato in quella città, rendesse più facilmente i cittadini ubbidienti. Ma mentre che Giovan Lodovico dei Fieschi e tutti i gentiluomini fuggitivi eransi ragunati intorno al Ravenstein, giunsero presso di lui gli ambasciatori della repubblica per giustificare la condotta de' loro concittadini, ed assicurare il governo dell'intera loro sommissione. Il Ravenstein entrò in Genova il 15 di agosto, circondato dalle truppe e preceduto dai magistrati a piedi. Egli cercava d'inspirar terrore, ed invece eccitò la diffidenza ed il risentimento. L'aristocrazia plebea, che aveva cominciata la rivoluzione, temeva di compromettersi in faccia al governatore, ed altronde temeva la rivalità delle classi inferiori: ma queste fecero col loro vigore comprendere al Ravenstein il pericolo di provocare una potente città, che il più leggiere abuso d'autorità potrebbe spingere alla ribellione. Egli costrinse Giovan Lodovico del Fiesco ad uscire da Genova; acconsentì che si nominassero i magistrati in conformità del decreto che faceva una nuova divisione de' pubblici onori; e non si oppose alla creazione di otto tribuni scelti dal popolo per essere i loro protettori[384].

La stessa causa che si agitava innanzi al Ravenstein, trattavasi ancora innanzi a Lodovico XII, cui dalla repubblica era stato spedito il giureconsulto Nicolò Oderici, in qualità di ambasciatore, per difendere le pretese del popolo. Il motivo col quale i nobili avevano principalmente cercato d'irritare il re, fu appunto quello che gli fece sentire il bisogno di procedere con moderazione, avendo essi rappresentati i loro avversarj in atto di deliberare se dovessero assoggettare la repubblica ad un altro principe estero.

Di quest'epoca Filippo I, re di Castiglia, viveva ancora; e Lodovico XII, che lo vedeva camminare rapidamente a quella potenza cui giunse in seguito Carlo V, aveva di lui concepita un'estrema diffidenza. Per non dargli occasione di prendere piede a Genova, Lodovico acconsentì a sanzionare egli medesimo il decreto che riduceva i nobili al terzo de' pubblici onori; ma vi aggiunse una condizione: che tutti i feudi che Giovan Lodovico del Fiesco possedeva nella Riviera di levante gli sarebbero restituiti. In tempo delle turbolenze il partito popolare gli aveva attaccati, e conquistatone il maggior numero. Michele Rizio, giurisconsulto ed emigrato napolitano, venne incaricato di recare a Genova il decreto, e di dargli esecuzione[385].

Gli uomini più distinti del partito popolare erano contenti, e non chiedevano di più. Ma il popolo ed i tribuni da lui scelti non erano di ciò soddisfatti; essi dicevano, che richiamando in Genova un gentiluomo orgoglioso, vendicativo, e che aveva abjurata la patria per vendersi alla corte, che restituendogli que' feudi che gli davano il modo di avere a sua disposizione alcune migliaja di vassalli e le migliori rocche della Liguria, non potevasi trovare veruna guarenzia nelle leggi ch'egli aveva così frequentemente violate. Erano ben contenti di ricevere entro la loro città Giovan Lodovico del Fiesco, ma a condizione che i suoi feudi fossero governati dalle leggi comuni, e subordinati ai magistrati della repubblica. Si è più volte rinfacciato ai riformatori di non aver saputo contenersi entro un limite nelle loro riforme: in fatti il rimprovero è fondato; volendo sempre avanzare, compromettono ciò che hanno di già acquistato, ed arrivano frequentemente a perdere un vantaggio certo per avere voluto ottenerne un altro di cui avrebbero potuto far senza. Ma non dobbiamo dimenticare quale sia lo stato della legislazione, quale sia l'ordine pubblico ne' paesi in cui s'intraprendono tali riforme; ovunque non s'incontrano che abusi, usurpazioni e patimenti. I riformatori hanno quasi sempre giustissimi motivi per distruggere ciò che attaccano, sebbene avrebbero mostrato maggiore prudenza e moderazione conservando una parte dell'edificio ed approfittandone mentre che rifacevano l'altra parte. In appresso vengono severamente giudicati dietro le istituzioni con cui rimpiazzarono le abolite; ma quelle non hanno a favor loro nè l'appoggio dell'esperienza che supplisce al raziocinio, nè la sanzione del pregiudizio, che dispensa dalla disamina. La forza d'inerzia conserva ancora lungamente il movimento acquistato di una cattiva macchina; la stessa forza si oppone altresì lungamente al movimento, che si vuole dare ad una macchina migliore d'assai, ma che non fu peranco adoperata.

Era indubitatamente dannoso alla repubblica il lasciare in mano di Giovan Luigi del Fiesco, dichiarato nemico dell'ordine popolare, la metà delle terre murate nelle due riviere, e quelle in particolare da cui la città traeva le sue vittovaglie; di modo che questo cittadino poteva all'ombra della pace tenere la sua patria come assediata. Per altro le persone prudenti avrebbero desiderato di assoggettarsi a quest'inconveniente, piuttosto che esporsi al pericolo assai più grave di ricusare l'aggiustamento proposto dal re: per lo contrario il popolo, invece di voler rendere al suo nemico de' feudi, che non possedeva con altro titolo che con quello di un'antica usurpazione, risolse di riconquistare un altro feudo egualmente tolto alla repubblica da una famiglia nobile, quello di Monaco, di cui erasi impadronito Luciano Grimaldi, e di cui, sotto la protezione di una fortissima rocca, aveva formato un asilo pei pirati armati a danno del commercio di Genova. I tribuni del popolo chiamarono da Pisa Tarlatino, che aveva con tanto valore difesa quella città, e che nel presente anno vi si credeva inutile, perchè i Fiorentini avevano sospesi i loro attacchi. I Tribuni gli diedero due mila uomini con due galere ed alcuni piccoli vascelli, e gli ordinarono in sul finire di settembre di attaccare Monaco[386].

Il Ravenstein, irritato da questa mancanza di riguardi, il 25 di ottobre abbandonò una città dove l'autorità reale più non era rispettata. Altronde la gelosia del signore di Chaumont, nipote del cardinale d'Amboise e governatore di Milano, e quella del luogotenente del re, Roccabertino, che aveva comandato in tempo di sua assenza, rendevano la sua situazione critica e spiacevole. Altri emigrati della nobiltà avevano invocata la protezione di Lodovico XII, il quale, liberato per la morte di Filippo, re di Castiglia, dai timori che aveva concepiti per conto dell'Italia, risolse di ristabilire con aperta forza la sua autorità in Genova, di condurvi egli medesimo la sua armata, onde non esporsi ai danni che la divisione dell'autorità aveva in addietro cagionato ai suoi luogotenenti, e di approfittare di questa spedizione per avere in Bologna col papa un abboccamento intorno agli affari di Venezia, che Giulio II chiedeva caldamente già da qualche tempo[387].

Mentre che Lodovico XII adunava le sue truppe per la spedizione d'Italia, ordinò al comandante del Castelletto di Genova, ed al signore di Chaumont, di trattare i Genovesi come nemici. Il primo, uomo crudele ed avido, colse con piacere quest'occasione che gli si offriva di far del male. Una festa aveva chiamata alla chiesa di san Francesco, attigua al Castelletto, una numerosa congregazione: il comandante, senza prima avere denunciato il cominciamento delle ostilità, occupò le porte di quella chiesa, e dopo averne fatti uscire i gentiluomini e le donne, fece porre in carcere tutti i cittadini che vi si trovarono, ai quali non diede la libertà che pel prezzo di dieci mila fiorini. Subito dopo cominciò a bombardare la città ed il porto; calò a fondo molti vascelli e distrusse parecchie case, ove gli abitanti erano affatto fuori di sospetto dall'aspettarsi una tale violenza. Nello stesso tempo Roccabertino lasciò una città che risguardava come ribelle, sebbene lo stendardo reale continuasse ancora lungo tempo a sventolare sul pretorio. Il signore di Chaumont vietò ai Genovesi ogni commercio colla Lombardia, e loro ricusò il frumento che solevano esportarne. Intanto Ivone d'Allegre s'incamminò verso Monaco per costringere il Tarlatino a levarne l'assedio[388].

Carlo Domenico del Carretto, cardinale di Finale, esortava i Genovesi, suoi compatriotti, a pacificarsi col re, onde non provocare contro di loro tutte le di lui forze, in un tempo in cui si vedevano senz'alleati; offrì loro la sua mediazione, promettendo di conservare tutti i privilegi alla città ed al partito popolare. Ma i Genovesi non si credevano così privi di mezzi come effettivamente lo erano. Avevano essi implorata l'assistenza del papa, il quale, nato a Savona, era loro compatriotto, e che per conto di sua famiglia apparteneva al partito popolare. Giulio II aveva infatti scritto al re assai caldamente in favore della sua patria, e perchè le sue rimostranze erano rimaste infruttuose, aveva dispettosamente abbandonata Bologna il 22 di febbrajo per tornare a Roma, rendendo in tal modo impossibile l'abboccamento che il re si era proposto di avere con lui in Italia, e tanto più mostrandosi sollecito di partire, quanto maggiori erano le istanze del cardinale d'Amboise per trattenerlo[389].

I Genovesi avevano pure trovato favorevole accoglimento presso l'imperatore Massimiliano, di cui avevano invocata la protezione. Questo monarca, sempre apparecchiato a tutto intraprendere, sempre incapace di condurre a fine verun suo disegno, sempre compromettendo la sua dignità imperiale col suo ardore di voler far rivivere certi diritti dell'impero andati in desuetudine e colla debolezza e coll'instabilità con cui poco dopo gli abbandonava, scrisse caldamente a Lodovico XII per raccomandargli i Genovesi; gli rammentò che dipendevano dalla camera imperiale, e che avevano diritto alla sua protezione; e perciò offriva la sua mediazione pel ristabilimento della pace. Questa lettera vivamente eccitò la gelosia di Lodovico XII, poichè questi risguardolla come una prova della defezione dei Genovesi, i quali scuotevano il giogo della sua autorità per porsi sotto quella dell'imperatore. Peraltro egli conosceva bastantemente per lunga esperienza il carattere di Massimiliano, onde essere sicuro che le sue parole non sarebbero seguite dai fatti; e questa lettera non produsse altro effetto che quello di affrettare la sua spedizione[390].

Le vane speranze con cui Massimiliano aveva nudriti i Genovesi, gli spinsero finalmente ad iscuotere del tutto il giogo dell'autorità francese, che avevano fin allora rispettata. Nominarono un doge, lo che tornava lo stesso che proclamare la loro indipendenza; e perchè le illustri famiglie dell'ordine popolare si tenevano lontane, sia per timore del risentimento del re, sia per gelosia delle classi inferiori che si erano poste in movimento, il 15 di marzo conferirono questa sublime dignità a Paolo di Novi, direttore d'una tintoria di seta, uomo di non distinti natali, e probabilmente povero; ma che aggiungeva a molta forza di carattere, ed a somma integrità, un'attitudine agli affari ed un coraggio degni di più felici circostanze[391].

I primi atti della sua amministrazione sembravano presagire prosperi risultamenti. Tre mila fanti ed uno squadrone di cavalleria, comandati da Girolamo, figlio di Giovan Lodovico dei Fiesco, e da suo cugino Emmanuele, si avanzavano verso Rapallo e Recco, per riacquistare il possesso di quelle due terre del dominio dei Fieschi; Paolo di Novi fece attaccare questa gente in su la strada e la sconfisse. Orlandino dei Fieschi, che cercava di penetrare nello stesso feudo per un'altra strada, fu egualmente respinto e fugato. Il Castellaccio, vecchia rocca nella più alta parte delle mura, ove i Francesi non avevano che una piccolissima guarnigione, fu forzato ad arrendersi; un nuovo riparo venne innalzato sul promontorio della lanterna, per tagliare la strada agli assalitori; e si cominciò l'assedio del Castelletto, mentre che si ebbe l'antiveggenza di levare tutti i viveri e tutti i foraggi dalla valle della Polsevera, affinchè l'armata francese non vi si potesse mantenere[392].

Ma veruna combinazione militare può avere un felice risultamento, allorchè ne viene affidata l'esecuzione a milizie di nuova leva. Il loro coraggio è sostenuto momentaneamente dall'entusiasmo; ma poi tutto ad un tratto si lascia vincere da panici terrori, che niuna cosa poteva far prevedere. L'immaginazione, che nel soldato è una facoltà in parte soggiogata dalla disciplina, rimane sempre il più possente mobile della moltitudine. Lodovico XII, che aveva ragunata in Asti la sua armata, innoltravasi, a metà d'aprile all'incirca, per la via di Borgo de' Fornari e di Sarravalle. Perchè il paese in cui andava a portare la guerra non era fatto per la cavalleria, non conduceva che ottocento cavalieri di pesante armatura, e mille cinquecento cavaleggeri; ma loro faceva tener dietro sei mila svizzeri e sei mila fanti francesi. Paolo di Novi non aveva trascurato di fermarli alle prime gole delle montagne; aveva fatti occupare i più importanti passi da seicento fanti genovesi, perchè un maggior numero di gente sarebbe stato inutile in quegli angusti passi, e la più piccola resistenza pareva sufficiente per fermarvi il nemico. Ad ogni modo il 26 di aprile, i Genovesi, alla vista della grossa armata francese che stava per attaccarli, furono compresi da subito terrore; si posero tutti ad un tratto vergognosamente in fuga senza nè pure aver tentato di combattere; abbandonarono senza fare la menoma resistenza tutti i passi delle montagne ai Francesi, e si ripararono in Genova ove furono accompagnati da tutta la moltitudine degli abitanti della Polsevera, che cercavano di sottrarsi al saccheggio coi loro effetti e bestiami[393].

Un eguale terrore colpì gli abitanti di Genova all'arrivo di questa fuggitiva truppa. L'armata del re era di già penetrata nella Polsevera; le formidabili montagne, veri propugnacoli di Genova, erano state forzate, ed il recinto delle sue mura più non ispirava confidenza agli abitanti. Tutti si apparecchiavano ad essere saccheggiati, e d'altro omai non si occupavano che di nascondere le cose più preziose; spesso, diffidando della propria nemica fortuna, credevano più sicura della propria la casa di un altro, ed affidavano le proprie ricchezze al vicino egualmente atterrito. Per altro i cittadini facevano sui loro tetti approvvigionamenti di pietre, di dardi e di projettili, come fossero le loro case che dovevansi difendere, e non le mura della città. Queste mura erano abbandonate, e Paolo di Novi vedevasi ridotto a far barricate alle strade dopo aver alloggiati i fuggitivi della Polsevera nelle case de' nobili assenti, e ad apparecchiare la resistenza entro la città medesima, poichè non poteva persuadere i suoi concittadini a difenderne valorosamente il recinto[394].

Ad ogni modo si ristabilì in Genova qualche ordine, prima che i Francesi potessero arrivare in faccia alle porte. Tarlatino, ch'era stato richiamato dall'assedio di Monaco, non aveva potuto entrare in città, perciocchè un corpo nemico gli tagliava la strada per terra, ed i venti contrarj gli chiudevano la via del mare; ma il suo luogotenente, Giacomo Corso, venne incaricato della difesa del promontorio che cuopre il porto: otto mila uomini di milizia sortirono con lui dalla città il 27 di aprile ed occuparono l'altura di Belvedere sotto al castello. I Francesi, ch'erano schierati in battaglia a Rivarolo, gli attaccarono e furono respinti con grave perdita fino all'istante in cui il Chaumont, avendo potuto far avvicinare due pezzi di cannone, prese di fianco i Genovesi e li costrinse a ritirarsi. Mentre riguadagnavano le montagne dietro di loro, la guarnigione, che doveva difendere il nuovo forte della Lanterna ed il suo promontorio, temette di trovarsi tagliata fuori, e fuggì vilmente senza aspettare il nemico. La truppa che ritiravasi dalla battaglia più non potendo entrare in città per Belvedere e per la Lanterna, fu costretta a tentare gli scoscesi sentieri delle alture, ove perdette molta gente[395].

I Genovesi, costernati da questo secondo disastro, spedirono al re Stefano Giustiniani e Battista Rapallo per offrire di capitolare. Il cardinale d'Amboise loro dichiarò che Lodovico era determinato di non riceverli che a discrezione; che peraltro voleva promettere di rispettare le private proprietà. Mentre che si stava negoziando, una numerosa truppa che vedeva con dolore la vergogna che questa capitolazione apparecchiava alla sua patria, scese dalle alture di Castellaccio verso di Belvedere, per tentare di riconquistare quel ridotto; ma dopo una zuffa di tre ore, sostenuta con grande valore, fu costretta a rinunciare alla sua intrapresa. Andato a vuoto questo tentativo, i magistrati spedirono altri deputati a Lodovico, con facoltà di accettare tutte le condizioni, che vorrebbe imporre; mentre che il doge Paolo di Novi e tutti coloro che avevano troppo figurato nelle passate turbolenze per isperare perdono, si ritirarono a Pisa[396].

Il re voleva domare i Genovesi e loro inspirare un durevole timore; ma non ruinarli. Quando gli furono consegnate le porte, ne affidò la guardia ad uomini d'armi francesi, e non voleva che gli Svizzeri, cui non avrebbe potuto impedir di rubare, entrassero in città. Egli stesso fissò di farvi il suo ingresso il 29 di aprile[397], e lo fece a cavallo, armato di tutto punto, tenendo la spada sguainata in mano. I magistrati, che si erano avanzati ad incontrarlo, lo ricevettero in ginocchioni, supplicandolo di condonare alla loro città una ribellione che non era contro di lui diretta. Le loro preghiere e quelle delle donne e de' fanciulli, che chiedevano grazia portando in mano tralci d'ulivo, parve che lo commovessero: dichiarò ai Genovesi che loro perdonava; ma era un perdono di re. S'innalzarono patiboli in molte parti della città, e molti cittadini furono appiccati dopo una processura sommaria: un falso amico, cui Paolo di Novi erasi confidato a Pisa per gire a Roma, lo vendette ai Francesi; questo rispettato doge fu ricondotto a Genova per esservi giustiziato; la sua testa fu posta in cima ad una picca sulla torre del Pretorio, e le sue membra divise in quarti vennero esposte sulle porte della città. La massa de' cittadini fu condannata ad una contribuzione militare di trecento mila fiorini, che il re poscia ridusse a dugento mila. Si edificò alla Lanterna una rocca inespugnabile, e tale da signoreggiare nello stesso tempo l'ingresso del porto e la città; finalmente tutti i privilegi di Genova, ed il suo trattato col re di Francia si bruciarono pubblicamente. Per altro Lodovico rendette alla comune un governo municipale, ma come una concessione fatta di suo beneplacito e non come un diritto, e vi ristabilì i nobili nella metà degli onori pubblici. Questa sentenza fu da tutti i cortigiani celebrata come un monumento della clemenza del re, e trovasi registrata da tutti gli storici come un testimonio della maravigliosa sua bontà[398].

Lodovico XII trovavasi solo in Italia alla testa di una formidabile armata, mentre che tutti gli altri potentati erano disarmati; ma egli ben sapeva quanto così eccitasse la loro gelosia, ed in particolare quella di Massimiliano e de' principi tedeschi; onde per calmare i loro timori si affrettò di licenziare le sue truppe, ed il 14 di maggio passò a Milano, aspettando avviso che Ferdinando il Cattolico, con cui doveva avere un abboccamento in Savona, si fosse imbarcato a Napoli.

Ferdinando era stato accolto nel regno di Napoli colle più vive speranze; non erasi dubitato che non ritornasse la pace alle province, e non ponesse fine ai disordini ed alle intollerabili estorsioni sotto cui gemevano. Ma Ferdinando era povero, ed inoltre era avaro; si era obbligato di restituire ai baroni angiovini i poderi confiscati da lui e da' suoi predecessori; e siccome in appresso erano stati cotesti poderi donati o renduti ad altri gentiluomini del partito arragonese, che Ferdinando non osava spogliare, era costretto a ricomprarli; perciò talvolta non li pagava che per metà, o non li rendeva che incompletamente; e per farlo era pure forzato di raddoppiare tutte le imposte, e di opprimere il popolo con insolite estorsioni; di modo che scontentava egualmente le due classi dei gentiluomini, e tutti i contribuenti[399].

Ferdinando non aveva meglio saputo cattivarsi l'amore dell'unico suo vicino, Giulio II, che de' suoi proprj sudditi. Gli aveva chiesta un'investitura piena ed intera di tutto il regno in suo proprio nome, sebbene a seconda del suo trattato colla Francia, l'Abbruzzo e la Campania, ch'erano stati ceduti a Lodovico XII col trattato di Granata, dovessero risguardarsi come formanti la dote di Germana di Foix, sua consorte. Inoltre chiedeva Ferdinando che il censo annuale, che il regno doveva alla Chiesa, fosse per lui ridotto come lo era stato per i suoi predecessori: per lo contrario Giulio insisteva per l'intero pagamento del tributo com'era regolato dalle antiche investiture. Questi punti controversi non erano ancora stati definiti, quando Ferdinando risolse di partire dal regno di Napoli per tornare a Barcellona. Salpò dalla sua capitale il 4 di giugno, e non volle approdare ad Ostia, sebbene sapesse che il papa lo stava colà aspettando per avere con lui un abboccamento[400].

Ferdinando era sollecitamente richiamato in Ispagna dal bisogno di provvedere al governo del regno di Castiglia. La di lui figlia, Giovanna, dopo la morte di Filippo, suo sposo, era oppressa dal dolore; e pareva che non comprendesse se non ciò che risguardava il perduto suo sposo, e non si poteva intorno a qualsiasi altro argomento ottenere da lei risposta. Sebbene la sua condotta sembrasse frequentemente straordinaria, ed eccessivo il suo dolore, non perciò erasi ancora conosciuto che aveva perduta la ragione. Un tale sospetto presentasi sempre tardi ai cortigiani, ed è lungamente respinto malgrado l'evidenza. Pure la regina non voleva dare verun ordine, non voleva sottoscrivere decreti, e l'inalterabile attaccamento de' Castigliani alle loro forme legali gettava il regno in una assoluta anarchia. La nobiltà di ogni paese era divisa in fazioni, che cominciavano a farsi giustizia da loro colle armi alla mano; la nazione non era per anco accostumata all'orrore delle procedure dell'inquisizione stabilita da Isabella, e Cordova erasi sollevata per iscuotere il giogo degl'inquisitori[401]. Ferdinando era da tutti i partiti richiamato in un regno, da cui era stato espulso pochi mesi prima; pareva che la sola sua mano potesse mettere fine all'anarchia.

Ferdinando più non doveva trovare in Ispagna il celebre avventuriere che vi aveva fatto condurre prigioniero. La libertà del duca Valentino, Cesare Borgia, era stata da Ferdinando rifiutata al re di Navarra, di cui egli aveva sposata la sorella, al duca di Ferrara che aveva sposata la sua, e che si faceva garante pel Valentino, finalmente ai cardinali spagnuoli debitori della loro elezione ad Alessandro VI[402]. Ma il Borgia aveva potuto salvarsi colla fuga, valendosi di una scala di corda per iscendere dalle mura della fortezza di Medina del Campo dov'era stato chiuso, ed erasi rifugiato presso suo cognato Giovanni d'Albret, re di Navarra. Questi, che in allora trovavasi in guerra col conte di Lerin, credette di non poter confidare a miglior capitano il comando della sua armata. Pure Cesare Borgia il 10 di marzo fu tratto da un corpo di cavalleria, che fuggiva innanzi a lui, in un'imboscata che gli si era apparecchiata in vicinanza di Viane; rovesciato da un colpo di lancia dal suo cavallo, continuò ancora a difendersi valorosamente a piedi, finchè, oppresso dal numero, fu ucciso. Quest'uomo, renduto celebre da tanti delitti, non era privo di virtù; valoroso, eloquente, accorto, prodigo de' suoi beneficj senza mai sbilanciare le sue finanze, zelante per la conservazione della giustizia ne' suoi stati, abbastanza illuminato per dar loro un'amministrazione che li fece in poco tempo prosperare, egli seppe rendersi caro ai suoi sudditi ed a' suoi soldati, mentre era l'orrore e lo spavento de' principi suoi vicini e di coloro che non erano a lui soggetti[403].

Ferdinando arrivò a Savona il 28 di giugno, e vi trovò Lodovico XII, che lo stava attendendo, e colà i due sovrani si trattennero quattro giorni in segrete famigliarissime conferenze. Lodovico XII era stato il primo a visitare Ferdinando sulla sua galera; lo ricevette in appresso a vicenda in casa sua; e l'Italia non poteva concepire come questi due monarchi, tanto tempo nemici, e di così poco dilicata parola, si fidassero alternativamente l'uno dell'altro. Gonsalvo di Cordova accompagnava il re cattolico, che non aveva voluto lasciarlo solo a Napoli; Lodovico XII, pieno di ammirazione pel generale che gli aveva fatto tanto male, volle che solo degli uomini privati fosse ammesso alla mensa a cui mangiavano i due re e la regina. Tutta la corte di Francia mostrava lo stesso rispetto per Gonsalvo; ma fu questo l'ultimo giorno di trionfo di quel gran capitano: tanti onori non servirono che ad accrescere la diffidenza di Ferdinando, il quale, ricusandogli la carica di gran maestro di Compostella, cercando di scemare la sua ricchezza, di abbassare la sua famiglia, di perderlo nell'opinione de' suoi amici, lo ritenne a Loxa, lontano 10 miglia da Granata, in una specie d'esilio fino al 2 di dicembre del 1515, in cui Gonsalvo morì di doppia febbre quartana nell'età di sessantatre anni[404].

Le risoluzioni prese dai due re nella loro conferenza di Savona, e che seppersi in seguito avere avuto per principale oggetto gli affari di Venezia e quelli di Pisa, rimasero alcun tempo ancora avviluppate in profondo segreto; mentre che l'ingresso di Lodovico XII in Italia con una potente armata, che la sommissione di Genova, che il suo soggiorno in Milano ed il suo abboccamento in Savona con Ferdinando, sorprendevano tutti i popoli, e spaventavano tutte le corti. Lo scioglimento dell'armata francese, ed il ritorno di Lodovico in Francia, non calmarono questi timori che dopo di aver loro lasciato il tempo di produrre importanti effetti. Tanti stati si trovavano in allora in una precaria situazione; tanti malcontenti e segrete gelosie dividevano i governi, che verun di loro non vedeva senza un estremo terrore un monarca straniero comandare in Italia un'armata, che sola bastare poteva a regolare i destini di tutto il paese.

In particolare Giulio II, sebbene avesse più volte eccitato Lodovico XII ad unirsi a lui contro i Veneziani, presentemente accoglieva contro di lui i più ingiuriosi sospetti. La subita collera e la diffidenza succedevansi nell'animo di questo papa con una strana rapidità; ed il suo carattere bollente ed impetuoso manifestava maggior debolezza che verace magnanimità. Annibale Bentivoglio aveva cercato di rientrare in Bologna con seicento fanti assoldati nel Milanese; il papa non si accontentò di prendere motivo da questo tentativo per fare spianare dal popolo ammutinato il palazzo del Bentivoglio a Bologna, monumento della più bella architettura[405], ma domandò ancora che tutti i Bentivogli gli fossero consegnati, o per lo meno scacciati dallo stato di Milano. Per costringere il re ad assoggettarsi a così indegna condizione, ricusò il cappello di cardinale al vescovo d'Albi, fratello di Chaumont, cui lo aveva promesso, e nello stesso tempo addirizzò un breve all'imperatore, nel quale gli annunziava che il re di Francia non aveva avuto altro scopo, entrando in Italia con una così potente armata, che quello d'innalzare alla santa sede il suo favorito, il cardinale Giorgio d'Amboise, dopo di avere invasi gli stati della Chiesa; che quest'ambizione di Lodovico XII e del suo favorito più non si potevano dissimulare al mondo; che quegli aveva di già cercato di dominare il conclave col terrore delle sue armi, nelle due precedenti elezioni, e che l'altro suo segreto pensiero di farsi all'ultimo conferire la corona dell'impero dal papa ch'egli avrebbe creato, e che gli sarebbe interamente ligio, più non poteva richiamarsi in dubbio[406].

Massimiliano, che di quest'epoca aveva fatto un viaggio in Fiandra per domandare agli stati di quelle province l'amministrazione e la tutela dell'eredità di suo nipote, e che non aveva potuto ottenerla, tornò a Costanza, dove aveva adunata una dieta dell'impero. Espose in quell'assemblea con molto calore ed eloquenza le lagnanze del papa, ed i disegni de' Francesi: Massimiliano era coraggiosissimo, aveva eleganti maniere, ed un'affettazione cavalleresca, che seduceva la sua corte, e che presso di quella lo faceva passare per un grand'uomo, sebbene la sua prodigalità e la sua instabilità avessero da molto tempo fatto conoscere il poco conto che poteva farsi di lui. Egli parlò ai Tedeschi della loro gloria militare, di cui i Francesi tentavano di rapir loro il premio, usurpando la corona imperiale; dei pericoli che avevano sprezzati; de' sagrificj che avevano di buon animo sostenuti, per salvare l'onore della nazione; della lunga discordia del corpo germanico, sola cagione della sua debolezza; e per ultimo di quella potenza con cui potrebbe dettare leggi alla Francia e riconquistare l'Italia, quando volesse soltanto spiegarla. Veruna dieta dell'impero era stata da lungo tempo così numerosa, veruna aveva manifestato un così vivo entusiasmo, veruna erasi mostrata così disposta ad adottare le più vigorose determinazioni. Massimiliano aveva domandato che fosse posto sotto i suoi ordini un esercito, non al solo oggetto di prendere la corona imperiale in Italia, ma ancora di ricuperare il Milanese, la di cui investitura a favore del re di Francia, condizionata al matrimonio di Claudia di Francia con Carlo, era stata annullata dopo la rottura di detto matrimonio. La dieta dell'impero accolse avidamente questa proposizione, e parve determinata a mettere sotto il comando del suo capo assai maggiori forze di quelle che mai non avesse avute veruno de' suoi predecessori[407].

Intanto i principi tedeschi non tardarono ad avere notizia che Lodovico XII aveva licenziato il suo esercito dopo la conquista di Genova, di modo che non poteva avere più vasti progetti di quelli che aveva annunciati. Altronde i segreti agenti del re di Francia si erano separatamente diretti a ciascheduno de' principi tedeschi e protestando che il loro padrone non covava ostili intenzioni nè contro la Chiesa nè contro l'impero, avevano risvegliata l'antica loro diffidenza verso l'imperatore: lo avevano essi rappresentato siccome colui che cercava sotto vani pretesti di disporre di tutte le loro forze per ridurli in ischiavitù, ed avevano avvalorate queste insinuazioni col danaro sparso tra i principi e tra i loro ministri. Volendo la dieta regolare i sussidj che aveva promessi, domandò che la spedizione d'Italia si facesse in di lei nome, che dalla dieta si nominassero i generali, e che le conquiste appartenessero a tutto il corpo germanico. Massimiliano rifiutò tali condizioni, e con ciò accrebbe la diffidenza de' Tedeschi. Dichiarò che preferiva di ricevere piccoli sussidj, e restare solo capo dell'intrapresa; in conseguenza la dieta gli accordò un'armata di otto mila cavalli e di ventidue mila fanti, pagati per sei mesi, a datare dalla metà di ottobre, ed inoltre un sussidio di 120,000 fiorini per l'artiglieria e per le spese straordinarie. Dopo di ciò si sciolse il 20 di agosto, senza avere meglio provveduto delle precedenti diete all'esecuzione di così magnifiche promesse[408].

Massimiliano, il quale credeva che tutta l'arte del regnare consistesse nel celare a tutti i proprj segreti, assegnò tre luoghi molto distanti per l'unione delle tre armate dell'impero. Una doveva raccogliersi in Trento per minacciare il Veronese, l'altra a Besanzone per minacciare la Borgogna, l'ultima nella Carniola per minacciare il Friuli[409]. Non permetteva che i ministri esteri si trattenessero presso di lui, tenendoli in certo qual modo relegati in qualche piccola città, a Trento, a Bolzano, a Morano, lontani dalla corte e dall'armata; e con ciò li poneva nell'impossibilità di penetrare i suoi disegni, o di valutare le sue forze[410].

Prima di scendere in Italia come nemico, Massimiliano negoziava colla repubblica di Venezia. Le aveva spediti tre ambasciatori, non pel solo oggetto di chiederle il passo a traverso ai suoi stati, ma ancora per proporle un'alleanza, i di cui risultamenti dovevano essere la divisione dello stato di Milano. Affinchè i Veneziani rinunciassero alla fedeltà loro verso Lodovico XII, che il monarca francese non meritava, aveva loro comunicato il trattato di Blois, il di cui oggetto era la divisione di tutti gli stati della repubblica, facendo loro sentire che Lodovico ne sollecitava ancora l'esecuzione. Dall'altra parte Lodovico aveva saputo che Massimiliano cercava l'alleanza degli Svizzeri, e che si era guadagnato fra loro un potente partito. Quest'alleanza avrebbe privato il re di Francia della sola buona fanteria che serviva nelle sue armate; onde procurava di riconciliarsi pienamente coi Veneziani, dissipando ogni loro sospetto, e loro facendo le più vantaggiose offerte per indurli a difendere d'accordo con lui l'Italia minacciata dall'imperatore; e perchè la repubblica ricusasse il passaggio ai Tedeschi, le prometteva la perpetua guarenzia de' di lei stati di terra ferma[411].

I Veneziani tutto sentivano il pericolo della loro situazione; non si fidavano nè delle promesse di Massimiliano, nè di quelle di Lodovico XII, e temevano ad ogn'istante di vedere questi due rivali contro di lei riuniti; ma se per impedire questa coalizione essi dichiaravansi per l'uno o per l'altro sovrano, non perciò temevano meno di vedersi un giorno abbandonati da colui che sarebbesi valso della loro alleanza, e di dovere poi sostenere soli tutto il peso di una guerra in cui non avrebbero che un interesse secondario. Dopo lunghe deliberazioni, finalmente determinarono di non abbandonare il partito della Francia, e l'alleanza, colla quale essi garantivano a Lodovico XII lo stato di Milano in compenso di una somigliante garanzia, che la Francia aveva promessa per le loro province di terra ferma. In conseguenza parteciparono a Massimiliano, che in forza de' loro trattati non potevano acconsentire al passaggio del suo esercito pel loro territorio; che, quand'anche l'imperatore attaccasse il Milanese sopra altri punti, si troverebbero in dovere di somministrare alla Francia un certo numero di truppe per sua difesa; che soddisfarebbero scrupolosamente agli obblighi loro, ma che non anderebbero più in là; poichè nel tempo stesso che volevano fare il debito loro verso il re di Francia, loro alleato, desideravano altresì di conservare la buona armonia e la buona vicinanza coll'impero e coll'imperatore. Finalmente dichiararono a Massimiliano, che, se voleva pacificamente entrare in Italia per ricevere a Roma la corona d'oro, verrebbe accolto in tutti i loro stati con tutte le onorificenze che avevano sempre rendute al capo dell'Impero[412].

Per quanto i Veneziani avessero cercato in questa risposta di non offendere Massimiliano, questi però si sentì tanto più vivamente ferito quanto si teneva più sicuro di loro. Quest'imperatore non fondava mai sui proprj mezzi il buon successo delle sue intraprese, e sempre sperava negli altrui soccorsi, che poi si maravigliava di non ricevere. Aveva cominciato a trattare coi Cantoni per levare dodici mila Svizzeri, e la dieta elvetica, non dando troppo orecchio alle rimostranze della Francia, non si era mostrata aliena dal somministrargli i soldati: ma il danaro promesso dalla dieta germanica di Costanza non bastava per fare così grosse leve, e Massimiliano l'aveva di già quasi tutto consumato in dispendiosi trasporti d'artiglieria. Egli aveva inoltre fatto fondamento sui sussidj degli stati d'Italia; ma aveva loro fatte così esorbitanti domande, che tutti si erano da lui alienati. Il vescovo di Brixen non aveva domandato ai Fiorentini meno di cinquecento mila ducati[413]: e questo fu il motivo che li consigliò, quando ancora durava il loro terrore, a far raggiugnere dal Macchiavelli, loro ambasciatore, in Inspruck Francesco Valori, per avere migliori condizioni. Ma non avendo l'imperatore voluto scendere ad alcuno ragionevole termine, cercarono dal canto loro dilazioni alla conclusione dell'affare, finchè fosse chiaro quale sarebbe il risultato di tante minacce e degli apparecchi annunciati con tanta enfasi a tutta l'Europa[414].

Massimiliano faceva pure domandare non meno esorbitanti somme a tutti gli altri stati d'Italia, siccome prestazioni dovute in occasione della sua coronazione: ma inoltre domandava ad Alfonso, duca di Ferrara e di Modena, la restituzione della dote di Anna Sforza, prima moglie di quel duca, di cui pretendeva essere erede l'imperatrice Beatrice Sforza. Di già Massimiliano credeva di poter disporre delle immense somme che ricercava, come se in fatto le avesse ricevute: pure di tutto questo danaro non ebbe che sei mila ducati, di cui i Sienesi si confessarono debitori verso la camera imperiale[415].

Intanto sopraggiunse il mese di ottobre, e le truppe ordinate dalla dieta germanica cominciavano ad adunarsi; ma non si vedevano comparire che pochi battaglioni; mentre che Massimiliano passava rapidamente dai confini della Borgogna a quelli dell'Italia, e che, facendo marciare i contingenti su tutte le direzioni, e non facendo parlare l'Europa che dei movimenti delle sue truppe, lasciava tutti incerti se attaccherebbe la Francia, lo stato di Milano, o i Veneziani[416].

Lodovico XII non trascurò di apparecchiarsi a respingere quest'attacco. Ottenne licenza dal re cattolico di assoldare 2500 fanti spagnuoli; mandò soccorsi al duca di Gueldria per tenere occupato l'imperatore in Germania; levò il castello d'Arona, posto sul lago maggiore, alla famiglia Borromei, di cui non fidavasi, e vi pose guarnigione; mandò Gian Giacopo Trivulzio ai Veneziani con quattrocento lance francesi e quattro mila fanti, e considerabilmente accrebbe il numero delle sue truppe nello stato di Milano. I Veneziani dal canto loro avevano richiamati al loro soldo il conte di Pitigliano e Bartolommeo d'Alviano: il primo aveva il comando di quattrocento uomini d'armi nelle parti di Verona e di Roveredo; il secondo di ottocento verso il Friuli. Per altro queste truppe non impedirono una rapida scorreria di Giovan Battista Giustiniani e di Fregosino, emigrati Genovesi, che con mille fanti tedeschi si erano lusingati di attraversare lo stato veneziano, poi quello di Parma, per entrare nella Liguria, ma che furono poi dai Francesi trattenuti alle falde delle montagne di Parma. Tornarono a dietro, ed i Veneziani acconsentirono che rientrassero negli stati dell'impero, a condizione di deporre le armi nell'entrare nel territorio della repubblica per riceverle poi all'opposto confine[417].

Questa breve spedizione non erasi tampoco risguardata come un cominciamento d'ostilità: i Veneziani, che non erano personalmente attaccati, invece di attribuirla a Massimiliano, non avevano voluto ravvisarvi che la conseguenza di qualche pratica di Giulio II. Sapevano che questo pontefice permetteva nello stesso tempo un adunamento di emigrati genovesi in Bologna; che accusava il Bentivoglio d'avere tentato di farlo avvelenare da un prete, e che aveva spedito il cardinale di santa Croce a Massimiliano per muoverlo contro i Francesi[418]: Ma Giovanni Bentivoglio, che teneva Giulio II in tanti sospetti, morì a Milano in febbrajo del 1508, in età di settant'anni. Aveva goduta quarant'anni nel suo principato una inalterabile prosperità, di cui andava più debitore alla fortuna che ai suoi talenti o alle sue virtù, e non seppe poi sostenere le traversie che vennero in appresso. Poco dopo la di lui morte, Annibale il primogenito, ed Enrico l'ultimo de' suoi figliuoli, sorpresero a Bologna la porta di san Momolo coll'ajuto dei Pepoli e di alcuni altri gentiluomini: ma bentosto furono scacciati dal popolo, che preferiva il dominio della Chiesa a quello de' suoi antichi signori; ed il re di Francia, irritato per questo intempestivo attacco dei Bentivogli, li fece uscire dalla Lombardia, ordinando al signore di Chaumont di difendere Bologna contro chiunque volesse turbare la Chiesa nel possesso di quella città. Il papa, soddisfatto della protezione offertagli da Lodovico XII, impose silenzio al suo odio contro la Francia, e non volle avere parte nella guerra che andava a scoppiare[419].

Massimiliano era giunto a Trento in principio dell'anno, per mettersi alla testa della spedizione da tanto tempo annunciata. Il giorno 3 di febbrajo recossi processionalmente alla Chiesa, preceduto dagli araldi d'armi dell'Impero e portando la spada sguainata in mano. Il suo cancelliere, Matteo Langen, vescovo di Gurck, salì sopra un'alta tribuna per annunziare al popolo, che Massimiliano entrava in Italia alla testa del suo esercito, e che recavasi a Roma a prendere la corona imperiale. Infatti l'imperatore eletto partì da Trento nella seguente notte con mille cinquecento cavalli e quattro mila fanti tirolesi, mentre che il marchese di Brandeburgo con cinquecento cavalli e due mila fanti avanzavasi per un'altra strada sopra Roveredo. Ma il marchese, non avendo potuto entrare in questa città, tornò subito a dietro; e Massimiliano, dopo aver guastato il territorio dei sette comuni, dove alcuni montanari quasi indipendenti vivevano sotto la protezione della repubblica di Venezia, il quarto giorno si allontanò bruscamente dai confini, e tornò a Bolzano, senza che si potesse spiegare la bizzarria di questo movimento retrogrado[420].

Dalla banda del Friuli quattrocento cavalli e cinque mila fanti austriaci entrarono nel territorio di Cadore, i di cui abitanti erano affezionatissimi ai Veneziani. Mentre che i Tedeschi assediavano in quel paese alcune rocche, Massimiliano andò a raggiugnerli con sei mila fanti: scorse circa quaranta miglia di paese al di là dei confini veneti, commettendovi grandissimi guasti; ma tutt'ad un tratto tornò con celerità ad Inspruck in sul finire di febbrajo per impegnarvi tutti i suoi giojelli; giacchè il danaro, che avea creduto bastante per tutta la campagna, era di già consunto. Quando giunse in quella città, seppe che gli Svizzeri, non ricevendo da lui danaro, avevano dato licenza al re di Francia di levare soldati nel loro paese, e che infatti cinque mila Svizzeri al soldo di Lodovico XII e tre mila al soldo della repubblica veneziana erano di già entrati in Italia. Massimiliano irritato volò ad Ulma per addirizzarsi alla lega delle città imperiali della Svevia, e persuaderla ad attaccare gli Svizzeri; nello stesso tempo esortava gli elettori a continuargli per altri sei mesi il servigio delle truppe dell'impero, perciocchè i sei primi mesi che gli erano stati accordati erano quasi terminati[421].

Intanto i Tedeschi, ch'egli aveva lasciati a Trento, erano rientrati nella valle del Cadore in numero di circa nove mila, ed avevano colà prese diverse fortezze; ma in appresso si lasciarono chiudere dall'Alviano, il quale, prevenendoli colla consueta sua rapidità, occupò i passaggi per i quali pensavano di ritirarsi, e fece custodire tutti i sentieri delle montagne da contadini affezionati ai Veneziani.

I Tedeschi, formando un battaglione quadrato, nel di cui centro posero le loro donne ed equipaggi, tentarono di aprirsi un passaggio il 2 di marzo: accanita fu la battaglia e d'infelice riuscita; essendo più di mille di loro rimasti sul campo, e gli altri tutti fatti prigionieri. Dopo questa vittoria l'Alviano attaccò la fortezza di Pieve di Cadore e la riconquistò. Carlo Malatesta, uno de' signori di Rimini spogliati dal papa, fu ucciso in questa battaglia[422].

Essendosi in tal guisa dissipata l'armata austriaca, ed allontanatosi l'imperatore per cercare nuovi soccorsi, Bartolommeo d'Alviano entrò negli stati di Massimiliano con intenzione di spogliarlo di tuttociò che possedeva sul golfo di Venezia. Infatti in pochi giorni prese Gorizia, che fortificò per servire di difesa all'Italia contro i Turchi; Trieste, cui impose una grossa contribuzione, onde punirla dei contrabbandi co' quali si era arricchita; Pordenone, che poi la repubblica diede in feudo allo stesso generale per ricompensarlo de' suoi servigj; ed all'ultimo Fiume ai confini della Schiavonia[423].

I Tedeschi, che non davano unione alle loro operazioni, tentarono nello stesso tempo di avanzarsi dalla banda di Trento e del lago di Garda, ed ottennero qualche vantaggio a Calliano. Ma due mila Grigioni, che si trovavano nella loro armata, essendosi ritirati, perchè mal pagati, anche gli altri dovettero allontanarsi. Le due armate, veneziana ed austriaca, separate dalla muraglia che taglia la valle dell'Adige tra Pietra e Calliano, si limitarono per qualche tempo ad osservarsi, non facendo che qualche leggiera scaramuccia; in appresso la veneziana ritirossi a Roveredo, e l'altra a Trento, ove si disperse. Massimiliano non aveva mai potuto avere nello stesso tempo nella sua armata più di quattro mila uomini di truppe dell'impero: quando giugneva un contingente per cominciare il suo servigio, l'altro aveva di già terminati i suoi sei mesi e si ritirava. La dieta convocata in Ulma era stata prorogata; e Massimiliano, invece di tornare alla sua armata, erasi recato a Colonia. Per alcune settimane non si seppe nemmeno dove fosse; ed a ragione indispettito per tanti disastri, egli sarebbesi volentieri sottratto agli sguardi di tutto il mondo. Se i Francesi, che si erano uniti a Roveredo all'armata veneziana, avessero voluto attaccare Trento, potevano facilmente spingere molto avanti le loro conquiste; ma il Trivulzio dichiarò che aveva ricevuto ordine dal re di difendere i passaggi dell'Italia, e non di attaccare la Germania[424].

Finalmente il prete Luca Renaldi, comunemente chiamato il prete Luca, che aveva la confidenza di Massimiliano, recossi a Venezia per fare alcune proposizioni di pace. Offriva ai Veneziani una tregua di tre mesi, che venne altamente da questi rifiutata, quando seppero che l'imperatore non voleva comprendervi la Francia. Troppo ruinati erano gli affari di Massimiliano, perchè egli potesse star fermo in tale pretesa; acconsentì ad una tregua di tre anni per l'Italia. Ma Lodovico XII vi si rifiutò perchè voleva farvi comprendere il duca di Gueldria. Il senato di Venezia non aveva veruna alleanza con questo duca, e risguardava la sua contesa come cosa affatto estranea alla politica d'Italia, e ad una guerra trattata soltanto ai confini della penisola. Dopo di avere fatto calde istanze agli ambasciatori di Francia di accettare la tregua tal quale veniva offerta, alfine l'accettò egli stesso semplicemente, e senza nemmeno aspettare la risposta di Lodovico XII, cui era stato spedito un corriere. Questa tregua si pubblicò il 7 di giugno ne' due campi: doveva essere comune a tutti gli alleati, che dall'una o dall'altra parte sarebbero nominati entro tre mesi, e non comprendere che l'Italia. Massimiliano nominò subito il papa, i re di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, e tutti gli stati dell'impero; i Veneziani nominarono i re di Francia e di Spagna, e tutti gli stati italiani loro alleati. Tutte le conquiste fatte nella presente guerra dovevano essere conservate da chi le aveva fatte; e l'una e l'altra potenza riservavasi il diritto d'innalzare entro la linea dei suoi confini tutte le fortificazioni che troverebbe convenienti[425].

Una guerra che pareva minacciasse tutta l'Italia di una nuova invasione degli oltremontani, era così terminata in pochi mesi; ma per altro lasciava dietro di sè molti semi di malcontento. Massimiliano sentivasi profondamente umiliato d'avere annunciate così grandi cose, di averne eseguite di così piccole, e di avere in due mesi perduti tutti i porti di mare ch'egli possedeva sul golfo Adriatico, porti così preziosi pel commercio de' suoi stati. I Veneziani avevano fatto esperimento della gelosia de' Francesi, ed erano irritati per l'abbandono del Trivulzio, che non aveva voluto ajutarli a proseguire le loro conquiste. Finalmente Lodovico XII affettava di essere vivamente offeso perchè i Veneziani avessero sottoscritta la tregua contro il parer suo, e senza pure aspettare l'ultima sua risposta.

Per altro niuno aveva meno ragione di Lodovico XII di lagnarsi in questa occasione. Non solo i Veneziani avevano usato dei loro diritti, consultando piuttosto i proprj che i di lui interessi, e ricusando di continuare una guerra senza scopo, per fare una diversione a favore del duca di Gueldria con cui non avevano che fare; essi conoscevano abbastanza la perfida condotta del re di Francia per non credersi obbligati ad avere troppi riguardi alle sue raccomandazioni.

Lodovico XII era legato coi Veneziani da molti trattati, quando avea conchiuso con Massimiliano il trattato di Blois, in forza del quale egli e l'imperatore stipulavano la divisione degli stati di quella repubblica; e non aveva verun motivo di lagnarsi della medesima. Di nuovo le si era legato colle più strette relazioni, nello stesso tempo in cui nel precedente anno aveva avuto con Ferdinando l'abboccamento di Savona, ed aveva cercato d'interessare nella stessa divisione questo secondo potentato. In mezzo alle più amichevoli negoziazioni, in seno alle più intime alleanze Lodovico XII non cessava di aguzzare la spada con cui ferì la repubblica nell'istante della lega di Cambrai. Verun altro motivo non potrebbe darsi a questa perfida condotta, se non che i governi assoluti risguardano sempre le repubbliche come fuori del diritto delle genti, e cercano ogni occasione di distruggerle.

Infatti nello stesso tempo la condotta di Lodovico XII verso la seconda, in potenza, delle repubbliche d'Italia, non era quasi meno falsa nè meno ingiusta. Malgrado la sua alleanza coi Fiorentini, malgrado lo zelo che questo stato aveva sempre mostrato per il partito francese, egli protraeva la conquista di Pisa, che i Fiorentini erano in sul punto di effettuare; contrariava tutte le loro operazioni militari, ed all'ultimo metteva sfacciatamente a prezzo il suo assenso alla riduzione di una città, ch'egli medesimo risguardava come ribellata, e che più volte erasi obbligato a far rientrare nell'ubbidienza.

Dopo la conferenza del precedente anno col re Ferdinando, Lodovico XII aveva cominciato a riguardare come oggetto di speculazione finanziera la sommissione di Pisa. I Pisani, indeboliti da così lunga guerra, più non potevano ricevere soccorsi da Genova dopo la scossa provata da quella città, e pochissimi e nascostamente ne ricevevano da Lucca e da Siena. Sentivano avvicinarsi la loro ultima ora; i contadini rifugiati in città, e che in allora formavano più della metà della sua popolazione, cominciavano a sospirare l'istante di tornare ai loro campi, e la loro ostinazione più non era quella di prima. Pisa sarebbe probabilmente caduta fino dal 1507 in potere dei Fiorentini, se i due potenti monarchi, che in allora dettavano alternativamente le leggi all'Italia, non avessero voluto farsi pagare un avvenimento che non doveva dipendere da loro. Il re d'Arragona dichiarò agli ambasciatori fiorentini, che gli furono mandati per complimentarlo, che Lodovico XII aveva in lui rimessi gli affari di Pisa, e ch'egli prenderebbe quella città sotto la sua protezione, e non ne permetterebbe la conquista, se prima la repubblica non prometteva ai due re un onesto compenso pel loro assenso. Lodovico XII confermò questo discorso; ed all'ultimo i due re convennero di domandare ognuno cinquanta mila ducati. Promettevano a tale prezzo di mandare in Pisa una guarnigione, che i Pisani avrebbero ricevuta senza diffidenza, che dopo otto mesi avrebbe aperta la città ai Fiorentini. Questa proposizione non fu accettata, ma impedì ai Fiorentini di fare in quell'anno guastare il territorio di Pisa[426].

Dopo la partenza dei due re, i Fiorentini ricominciarono le loro spedizioni nel piano di Pisa: anzi fu questa la prima impresa della milizia ch'essi avevano ordinata in battaglioni dietro proposta del Macchiavelli, secondo i principj da lui esposti nel suo Trattato dell'Arte della guerra. La legge ch'egli medesimo aveva redatta intorno all'Ordinanza Fiorentina fu approvata nel gran consiglio il 6 dicembre del 1506. Un corpo di dieci mila contadini venne scelto in tutto il territorio della repubblica, vestito per la prima volta dell'assisa fiorentina, con abito bianco, con calzoni per metà bianchi e rossi, ed armato come le truppe svizzere e tedesche, e come quelle esercitato tutti i giorni di festa. Questa milizia, che fu detta l'Ordinanza costò alla repubblica molto meno che non costavano le truppe straniere, e si mostrò molto più disciplinata ed ubbidiente ai suoi ufficiali[427].

Tostocchè Lodovico XII si trovò liberato dall'inquietudine che gli aveva cagionato l'attacco di Massimiliano, spedì ai Fiorentini Michele Rizio per rimproverar loro le negoziazioni avute coll'imperatore. Essi avevano mostrato, diceva egli, soverchia premura di pagare un tributo alla camera imperiale, quando il loro danaro doveva essere adoperato contro il re di Francia o suoi alleati. A tale oggetto essi avevano spedito fino in Germania i loro deputati, e nello stesso tempo con un imprudente attacco contro di Pisa avevano arrischiato di accendere la guerra nel centro dell'Italia, e di fare in tal guisa una pericolosa diversione alle armi del re[428].

I Fiorentini sentirono ciò che voleva dire un tale messaggio, e tali lagnanze che non avevano verun fondamento. Pisa trovavasi ridotta alle ultime estremità; il partito de' campagnuoli, che desiderava la pace, si faceva ogni giorno più numeroso; i nobili ed i cittadini, che avevano difesa l'indipendenza della loro patria con una irremovibile costanza, in gran parte distrutti dal ferro nemico, ruinati, invecchiati, scoraggiati, più non opponevano la medesima resistenza. Avvicinavasi l'istante in cui Pisa doveva volontariamente arrendersi ai Fiorentini; ma Lodovico voleva approfittare della miseria di quella città per vender loro la sua sommissione; e perciò cercava contro di loro una lagnanza priva di fondamento, per mettere in seguito a più alto prezzo la sua condiscendenza. La signoria rispose, che nel suo trattato col re di Francia aveva espressamente riservati i diritti dell'impero; che lo stesso Lodovico XII aveva così ben riconosciuti questi diritti, che non si era in verun modo obbligato a proteggere i Fiorentini contro Massimiliano; che dunque era stato necessario di cercar di regolare la legittima prestazione dovuta dalla repubblica all'imperatore quando riceveva la corona imperiale; che per altro i loro ambasciatori avevano schivato di nulla conchiudere con Massimiliano; che non gli avevano dato danaro, e che soprattutto non avrebbero mai sottoscritta con lui una convenzione, che potesse riuscire pregiudicievole alla Francia; che rispetto alla loro spedizione contro di Pisa, doveva tanto meno inquietare i loro vicini, in quanto che erasi fatta senza artiglieria, e che si era ristretta al guasto delle messi; che nel loro trattato colla Francia, nel 1502, si erano espressamente riservati il diritto di continuare la guerra contro di Pisa, e che altronde non sapevano comprendere per qual cagione volesse il re più particolarmente interessarsi per quella città dopo che aveva somministrati soccorsi ai Genovesi contro di lui, e staccarsi dai Fiorentini che gli erano sempre stati fedeli[429].

A tali rimproveri, come i Fiorentini lo avevano presagito, tennero subito dietro le proposizioni. Michele Rizio offrì di dar loro il possesso di Pisa per un determinato prezzo da convenirsi; ma Ferdinando il cattolico si ostinava a volere intervenire nel contratto e ritrarne profitto. Per tale motivo mandò un ambasciatore in Toscana, che prima recossi a Pisa per esortare quegli abitanti a difendersi, facendo loro sperare i soccorsi del re. In appresso quest'ambasciatore passò a Firenze, e cominciò a trattare colla signoria in concorso dell'ambasciatore francese. Così questa lunga guerra, che poteva essere terminata dalle sole armi toscane, diventava un oggetto di negoziati tra la Francia e la Spagna. Bentosto tali negoziazioni, invece di continuarsi in Toscana, si portarono a Parigi; ed i popoli d'Italia ebbero un'altra occasione di accorgersi che i proprj destini più non dipendevano da loro, poichè le proprie loro liti, sostenute colle sole loro armi e coi soli loro mezzi, dovevano decidersi dagli stranieri[430].

Frattanto, siccome la miseria di Pisa andava crescendo, i re di Spagna e di Francia, temendo di perdere l'oggetto del loro traffico, gettarono più scopertamente la maschera. I Fiorentini avevano il 25 di agosto preso al loro soldo Bardella, corsaro di Porto Venere, che pel pagamento di sei cento fiorini al mese, obbligavasi a chiudere la foce dell'Arno con tre piccoli vascelli[431]. Questi fece così bene il dover suo, che Chaumont, governatore del Milanese, scrisse in Francia di apporvi rimedio, altrimenti Pisa caderebbe da sè in mano ai Fiorentini. Il re gli ordinò subito di mandarvi Giovan Giacopo Trivulzio con trecento lance, ond'essere sicuro che la città non si arrenderebbe prima che la Francia non si fosse fatta pagare il suo assenso[432]. I Fiorentini, confusi nel vedere che Lodovico XII, senza avere riguardo all'espresso tenore dei trattati, spediva soccorsi contro di loro, suoi alleati, a que' medesimi che di fresco si erano mostrati non meno suoi nemici che nemici loro, si rassegnarono finalmente a ricomprare le proprie conquiste dalle mani di coloro che si arrogavano il diritto di venderle. Offrirono cento mila ducati divisibili tra le due corti, purchè l'una corte e l'altra si obbligasse a non attraversare la loro intrapresa. Lodovico XII non volle vendere il suo assenso a meno di cento mila ducati per la sola sua parte, e non pertanto insistette perchè Ferdinando avesse dal canto suo una somma di danaro. All'ultimo i Fiorentini promisero cento mila ducati al re cristianissimo, e cinquanta mila al re cattolico; e perchè l'ultimo non si offendesse di questa diversità posta tra di loro, la fecero oggetto di un trattato segreto, col quale si riconobbero debitori di questi altri cinquanta mila ducati sotto mentito pretesto. Questa convenzione fu sottoscritta il 13 marzo del 1509: e perchè in quell'istante tutte le potenze d'Italia erano occupate da troppo più gravi interessi in occasione della lega di Cambrai, lasciarono ai Fiorentini la libertà di proseguire la guerra contro Pisa[433].

In novembre del 1508 Bardella era stato richiamato dal servizio fiorentino per espresso ordine della signoria di Genova. Lodovico XII aveva fatto dare quest'ordine per procurare un breve respiro ai Pisani, finchè fosse terminata la sua negoziazione; ma quando ebbe venduto il suo assenso, Bardella tornò al servigio della repubblica fiorentina, e la debole sua scorta bastò per chiudere la foce dell'Arno. Dal canto loro i Lucchesi non avevan cessato di soccorrere i Pisani con armi e con vittovaglie. Il commissario della repubblica presso l'armata fiorentina ebbe ordine dalla signoria di farne vendetta. Egli entrò sul territorio lucchese, e tutto lo guastò, recando con questa spedizione alla repubblica di Lucca il danno di oltre dieci mila fiorini[434], e giovò pure a farle sentire la sua debolezza ed il pericolo di provocare ancora il risentimento dei suoi potenti vicini, e la determinò a cercare finalmente di buona fede l'alleanza di Firenze. Il trattato tra queste due repubbliche fu sottoscritto l'undici di gennajo del 1509. I Lucchesi si obbligarono d'impedire ai Pisani ogni comunicazione col loro territorio, e di impedire essi medesimi ai loro contadini, troppo parziali per Pisa, di portare soccorsi a quella città. Se questa guerra doveva prolungarsi, il trattato tra Firenze e Lucca non doveva durare che tre anni; ma se Pisa cadeva entro l'anno, l'alleanza tra i Fiorentini ed i Lucchesi doveva tenersi rinnovata per dodici anni[435].

In febbrajo i Genovesi tentarono ancora di spedire a Pisa un sufficiente carico di grani per alimentare quella sgraziata popolazione fino al prossimo raccolto: si presentarono all'imboccatura dell'Arno un grande vascello, quattro gallioni, quindici brigantini e trenta barche; ma questa piccola flottiglia trovò così ben chiuse le foci del Serchio e del fiume Morto, come lo era quella dell'Arno. Tre campi trincerati erano stati stabiliti dai Fiorentini a san Piero in Grado, a Bocca di Serchio ed a Mezzana; un ponte sull'Arno e delle palafitte negli altri fiumi, con bastioni coperti d'artiglieria, chiudevano assolutamente il passo. Il corsaro Bardella dava la caccia ai più piccoli battelli che tentavano di avvicinarsi alla riva: furono presi tre brigantini genovesi carichi di frumento, e gli altri tornarono a Lerici affatto convinti che più non potevansi soccorrere i Pisani[436].

I magistrati di Pisa e coloro che mai non si erano smossi dalla risoluzione di difendere fino alla morte l'indipendenza della loro patria, più non sapevano come resistere alle grida del popolo ed in particolare de' contadini, che perivano di fame e domandavano di trattare. Per soddisfarli furono in marzo costretti di rivolgersi al signore di Piombino, implorando la sua mediazione. Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, invitò diffatti i Fiorentini a mandargli negoziatori; ed il Macchiavelli, che di già trovavasi all'armata passò a Piombino il 14 di marzo, per trovarvi i deputati pisani; ma non tardò ad avvedersi che questi non volevano che guadagnar tempo e non avevano intenzione di conchiudere. Avevano essi chieste guarenzie pel mantenimento dell'assoluta amnistia, che loro prometteva Firenze; e quando il Macchiavelli gli strinse a spiegarsi, dichiararono che altra non ne conoscevano che quella di custodire essi medesimi la loro città, abbandonando ai Fiorentini tuttociò che era fuori delle mura. A tale inchiesta fu rotta la conferenza ed il Macchiavelli tornò al campo per affrettare gli attacchi[437].

A Pisa mancavano affatto il vino, l'olio, l'aceto ed il sale; il frumento vi si vendeva due scudi d'oro ogni stajo, o circa sessanta franchi al quintale. Più non v'era cuojo per fare scarpe, ed i soldati ed i cittadini camminavano a piedi nudi[438]. L'ora di Pisa era finalmente giunta. Dopo quattordici anni e sette mesi di guerra, sostenuta con maraviglioso coraggio, con una costanza e con una rassegnazione di cui forse non trovasi esempio in altri popoli, convenne cedere alla necessità. Le minute circostanze di questa lunga lotta non ci furono trasmesse che dai nemici dei Pisani; niuna cronaca contemporanea di quella città non fu scritta nè conservata; veruno storico ci lasciò un quadro degli sforzi interni, delle deliberazioni, de' consigli, de' sacrificj dei cittadini. Appena ci fu conservato il nome di tre o quattro Pisani in un'epoca in cui tanti uomini meritarono per il loro attaccamento, pel loro valore, per l'eloquenza, per la destrezza delle loro negoziazioni, un'eterna fama; pure a traverso alle prevenzioni nemiche di coloro che soli ci trasmisero la memoria di questi avvenimenti, si scuopre una grandezza ed un eroismo che non trovansi presso verun'altra città d'Italia.

Tarlatino, che con tanto valore comandò la guarnigione di Pisa, avendo il venti di maggio fatto chiedere salvacondotti al campo fiorentino, quattro deputati di Pisa si recarono presso i tre commissari della repubblica, domandando loro passaporti per dodici ambasciatori, che la loro patria aveva finalmente determinato di spedire a Firenze per capitolare. Questi deputati non lasciarono dubbiezze intorno alla sincerità delle loro intenzioni; ed i tre commissarj, Antonio Filicaja, Alamanno Salviati e Nicola Capponi, che colla instancabile loro attività avevano ridotta Pisa a tali estremi, furono altresì i primi a far conoscere ai Pisani che il loro ardore per la riuscita poteva combinarsi coll'umanità e colla più nobile generosità. Le negoziazioni, trattate ora in Firenze ora nel campo, durarono diciotto giorni, nei quali i Pisani sotto mille pretesti visitavano il campo fiorentino, onde ottenere alimenti dall'ospitalità dei soldati e portarli alle loro famiglie[439].

Finalmente il trattato sottoscritto a Firenze il 4 di giugno e ratificato a Pisa da tutto il popolo, il 7, ebbe esecuzione nel susseguente giorno. L'armata fiorentina entrò in Pisa l'8 di giugno del 1509 e restituì l'abbondanza agli assediati estenuati. Non solo furono perdonate tutte le offese e restituiti ai Pisani tutti i loro poderi; ma la signoria fece ancora pagare ad ogni cittadino le rendite, i frutti ed il prezzo degli annui affitti, che erano stati percetti sul territorio pisano. Lo storico Giacomo Nardi, che fu egli stesso incaricato di regolare questi conti, ci accerta che la signoria fiorentina lo fece con tanta liberalità, che pareva piuttosto ricevere che dare la legge[440]. La capitolazione fu egualmente liberale per ogni rispetto; confermò tutti gli antichi privilegj e tutte le magistrature indipendenti del comune di Pisa; restituì ai Pisani la franchigia del commercio e delle manifatture di cui erano stati in addietro privati; loro aprì un appello per le cause criminali avanti ai medesimi tribunali che giudicavano i Fiorentini, ed alleviò, per quanto poteva farlo una capitolazione, il dolore di perdere la loro indipendenza[441].

Ma nè l'orgoglio de' Pisani, nè il loro patriottismo potevano accomodarsi alla servitù. Tutti coloro che pel loro nome godevano di qualche considerazione all'estero, che colle loro ricchezze potevano conservare qualche indipendenza, o che coi loro talenti militari e col loro valore potevano acquistare la ricchezza che loro mancava, abbandonarono una patria fatta serva. I Torti, gli Alliati e molti altri rifugiati passarono a Palermo, ove dopo tale epoca trovaronsi quasi tutti i nomi della nobiltà pisana; i Buzzacarini, ramo della casa Sismondi, passarono a Lucca con molti loro concittadini; altri cercarono un asilo in Sardegna; e finalmente un numero ancor maggiore andò a raggiugnere l'armata francese, che aveva di già invaso il territorio veneziano. Rinieri della Sassetta e Pietro Gambacorti avevano adunati cento cinquanta fanti pisani in Lombardia[442]. Una folla di altri, tra i quali un ramo di Sismondi, si posero sotto le medesime insegne. Rinnovando coi capitani francesi quei legami d'ospitalità, che con tacito studio avevano essi cercato di stringere in occasione del passaggio di Carlo VIII, e che avevano più volte rendute inutili le negoziazioni del gabinetto e salvata Pisa per opera delle armate medesime che l'assediavano, si fecero una patria del campo francese, rimpiazzarono la libertà civile coll'indipendenza delle armi, trovarono nella gloria qualche conforto al loro esilio, e senza avere un sicuro domicilio continuarono a sentirsi come a casa loro in tutta l'Italia, fino all'epoca in cui l'armate francesi ne furono scacciate, ed in cui queste proscritte famiglie andarono a cercare nelle province meridionali della Francia una immagine del bel clima della Toscana cui esse avevano rinunciato[443].