CAPITOLO CIII.
Riposo e servitù dell'Italia; piccole guerre in Romagna ed in Toscana; Giulio II sottomette alla Chiesa le città di Perugia e di Bologna.
1504 = 1506.
La tregua, conchiusa tra i re di Francia e di Spagna in febbrajo del 1504, aveva restituito il riposo all'Italia, poichè que' due potenti monarchi potevano dopo tale epoca decidere a posta loro della sorte della penisola, ed i piccoli stati italiani, oramai subordinati alla politica oltremontana, aspettavano la licenza dai loro alleati per prendere o per deporre le armi. Per quanto umiliante, triste e precaria fosse cotal pace, fu dai popoli ricevuta con gioja, perchè renduta necessaria dal loro spossamento e dalla stanchezza dei sovrani. Per ragunare nuove forze di cui valersi in altre guerre, essi abbisognavano di tempo, e bisognava inoltre alcun tempo perchè si potessero dimenticare i funesti mali della guerra, e perchè si osasse ricorrere a questo terribile ma passaggero rimedio de' mali permanenti. I primi mesi di pace ritornano alle forze vitali di una nazione l'azione loro lungamente sospesa: l'agricoltura, le manifatture, il commercio rigermogliano spontaneamente, il potere passa dai comandanti militari ai magistrati ed ai tribunali civili, il di cui giogo sembra più leggiero. Se tuttavia soffresi ancora qualche vessazione, si risguarda come necessaria conseguenza dello stato di guerra di cui si esce, e non di quello in cui si entra; il ritorno delle abitudini lungamente sospese rammenta ad ogni uomo la sua infanzia, la sua gioventù o più felici tempi. Si crede di entrare in una nuova epoca di prosperità; e, l'immaginazione oltrepassando gli stessi confini del possibile, il popolo chiede alla pace la restituzione di tuttociò che gli rapì la guerra; vuole che si realizzino tutti i suoi sogni e tutte le sue non meno fantastiche rimembranze. Intanto scorrono i mesi, e l'età matura più non trova i piaceri della giovinezza; le ricchezze, dissipate dalla guerra, non rinascono all'istante; le imposte, che la guerra rendette più pesanti, non vengono soppresse, mentre che gli abusi della pace risorgono assai più rapidamente che le utili istituzioni. I potenti lasciano trapelare i loro disegni d'usurpazione, e la cabala va acquistando favore ed importanza; la forza, che dovrebb'essere protettrice, diventa ostile per la società, ed il popolo finalmente, sentendo diventare le sue catene sempre più pesanti, desidera nuovamente di romperle col mezzo della guerra, per quanto ella sia terribile e dolorosa.
Veruno stato d'Italia aveva ottenuto colla tregua, nè poteva sperare che si negoziasse in tempo di pace, ciò che senza dubbio era stato lo scopo de' suoi desiderj prima che si cominciassero le ostilità: ciò era un governo conforme agl'interessi del popolo. Il regno di Napoli, perduta la sua indipendenza, era suddito di straniera nazione e governato da un vicerè; il ducato di Milano aveva parimenti perduta l'indipendenza ed i suoi antichi sovrani. Gli Spagnuoli non erano più amati nel mezzodì dell'Italia, che i Francesi nella parte settentrionale della medesima. Gli uni e gli altri offendevano egualmente la nazione sommessa co' loro barbari costumi, coll'insolenza, col disprezzo. I malcontenti, che nel 1494 avevano ardentemente desiderata una rivoluzione, ed ajutate le armi che dovevano eseguirla, in verun luogo non avevano ottenuta una riforma che li compensasse di tutti i loro patimenti. Intanto le loro forze erano esauste, cadute in fondo le loro speranze, ed essi si accomodavano sotto una tirannia peggiore di quella che avevano cercato di distruggere, onde acquistare a così caro prezzo qualche intervallo di riposo.
La repubblica di Venezia non si era immischiata quasi niente in una guerra che pel corso di dieci anni aveva guastata tutta l'Italia; erasi sottratta alle calamità, e la prosperità del suo territorio eccitava l'invidia de' vicini popoli, che avevano veduto saccheggiare le loro città, e guastare le loro campagne. In questi dieci anni aveva Venezia acquistato il Cremonese nel ducato di Milano, tre o quattro fortezze della Puglia, e due piccoli stati in Romagna, ma le sue perdite nella Morea e nella Dalmazia non erano forse minori degli acquisti fatti in Italia. In mezzo alle importanti rivoluzioni che si erano operate in questi dieci anni, pareva che così piccole conquiste non avessero tanto valore da eccitare vivamente la gelosia degli altri stati; ma i Veneziani erano soli felici in mezzo ad una nazione afflitta, e gli altri Italiani non sapevano perdonar loro di non essere stati partecipi de' mali comuni. Il papa non pensava che ad eccitare contro di loro gli oltremontani, dai quali avrebbe piuttosto dovuto cercare di liberare l'Italia; i Fiorentini, che avevano avuto motivo di dolersi dei Veneziani, desideravano la loro ruina, ed il Machiavelli, lo stesso accorto Machiavelli, trovandosi in legazione presso la corte di Francia, soffiava il fuoco della vendetta, e si rallegrava, vedendo Massimiliano, Lodovico XII e Ferdinando, proporre di già la divisione degli stati di quella repubblica, che sola poteva conservare l'indipendenza d'Italia[306].
Giulio II erasi proposto di richiamare, in tempo del suo pontificato, sotto il diretto dominio della santa sede tutti i feudi da lei dipendenti; egli attaccava il suo onore alla felice riuscita di questo disegno, e la impazienza e l'irascibilità del suo carattere gli facevano risguardare come una imperdonabile offesa l'opposizione che vi avevano fatta i Veneziani. Ad ogni modo, perchè non aveva ancora avuto il tempo di ammassare un tesoro, di adunare truppe e di fortificarsi con alleanze, non adoperava per sottomettere la Romagna che il timore che incuteva il conosciuto suo impetuoso carattere. Le rocche di Cesena e di Bertinoro gli erano state consegnate dai luogotenenti di Cesare Borgia, mentre questi stava ancora in Ostia; quella di Forlì non gli era stata data che dopo il ritorno de' messaggi che quel castellano aveva spediti al Borgia a Napoli. Siccome questi riferirono che il duca era stato mandato prigioniero in Ispagna, il castellano vendette per quindici mila ducati una rocca, che non aveva più motivo di difendere[307]. Raffaello Riario di Savona, cardinale del titolo di san Giorgio, persuase gli abitanti d'Imola a dare la loro città al papa, sperando poi che questi ne cederebbe la sovranità ad Ottaviano Riario, spogliatone da Cesare Borgia. Ma, sebbene Ottaviano fosse parente di Giulio Il, il papa non volle arricchirlo a spese della Chiesa. Desso fu però meno scrupoloso rispetto ad un suo parente, Francesco Maria della Rovere, figlio di suo fratello; poichè non solo ristabilì questi nelle signorie di Mondovì e di Sinigaglia, e nell'ereditario ufficio di prefetto di Roma, ma persuase ancora Guid'Ubaldo di Montefeltro, che non aveva figliuoli, ad adottarlo come figlio di sua sorella ed a chiamarlo alla successione del ducato di Urbino. Giulio II ratificò quest'adozione colla sua bolla del 10 di maggio 1504, nella quale determinò l'annuo censo del ducato d'Urbino a favore della camera apostolica in 1340 fiorini, come gli avevano di già annualmente pagati i conti di Montefeltro[308].
Verso lo stesso tempo Antonio degli Ordelaffi morì a Forlì. Lodovico, suo fratello naturale, che gli successe, sentendosi troppo debole per sostenere quel piccolo principato, volle venderlo ai Veneziani; ma la repubblica non ardì esporsi alla collera del pontefice, e rifiutò di farne l'acquisto. Lodovico fu allora costretto a fuggire, e Forlì aprì le sue porte alle truppe pontificie[309].
Giovanni Sforza, signore di Pesaro, sposò in sul finire dello stesso anno la figlia di Matteo Tiepolo, uno dei più potenti cittadini di Venezia, sperando con tal mezzo di guadagnarsi la protezione della repubblica, mentre che l'influenza del cardinale Ascanio Sforza, suo parente, ritraeva Giulio II dal pensiero di attaccarlo[310]. Il papa riclamava sempre dai Veneziani la restituzione dei piccoli principati che avevano acquistati in Romagna; li faceva alternativamente minacciare dal re di Francia e dall'imperatore Massimiliano; Giulio inspirava a questi principi il suo odio contro i Veneziani, e gettava di già con loro i fondamenti di quella lega che poco dopo si vide formata contro la repubblica. I Veneziani tentarono di placare il papa, offrendogli la restituzione di tuttociò che avevano acquistato in Romagna, ad eccezione di Faenza e del suo territorio, purchè la santa sede li riconoscesse come suoi vicarj in quel piccolo principato, ricevendo da loro lo stesso tributo che pagavano i Manfredi: ma Giulio II sdegnosamente rispose che non voleva lasciar loro una sola torre di tuttociò che avevano usurpato, e che aveva ferma speranza di ritor loro ancora Ravenna e Cervia, sulle quali non avevano più fondati titoli che sul rimanente, sebbene le possedessero da più gran tempo[311]. Aveva fin allora rifiutato di ricevere i loro ambasciatori, che poi accolse in principio del susseguente anno; ma i Veneziani per ottenere questa grazia, che non fu accompagnata da veruna promessa, gli restituirono una decina di fortezze ne' territorj di Cesena, d'Imola e di Forlì; dopo di che le due parti rimasero in pace per alcuni anni, senza che i rispettivi diritti venissero meglio discussi[312].
La Toscana non aveva ricuperata la pace in forza della tregua tra i re di Francia e di Spagna; e le contese delle sue repubbliche erano state risguardate come indipendenti dalle grandi contese che avevano fin allora travagliata l'Italia. Da che i Pisani avevano scosso il giogo de' Fiorentini, mai non avevano cessato di combattere per difesa della loro libertà. Firenze aveva provate diverse violenti rivoluzioni, si era più volte veduta esposta ai più grandi pericoli, ed aveva potuto temere per la propria indipendenza, senza avere mai pensato a fare la pace con coloro ch'ella risguardava come sudditi ribelli, e non liberi cittadini. Dall'altro canto Pisa, doppiamente esausta da ottantasette anni di schiavitù, e da dieci anni di sanguinosa distruggitrice guerra, Pisa, che aveva perduto il commercio e la maggior parte della sua popolazione, e che vedeva ogni anno guastati i suoi campi, si assoggettava a tutte le privazioni, offriva di darsi a vicenda a tutti i principi stranieri, piuttosto che tornare sotto l'abborrito giogo de' Fiorentini. In tempo delle grandi spedizioni de' Francesi e degli Spagnuoli la guerra di Pisa non era mai stata interrotta, e solo trattavasi alquanto più lentamente; ma tosto che si posavano le armi nelle altre parti d'Italia, trovavasi sempre nello stesso stato, e sempre minacciava di riaccendere l'incendio generale che con tanta fatica si era potuto spegnere.
Il re di Francia aveva nominati i Fiorentini tra i suoi alleati nel trattato di tregua col re di Spagna, il quale non aveva nominati i Pisani; ma si sapeva che Gonsalvo di Cordova li favoreggiava, e che aveva determinato di valersi di loro per assoggettare la Toscana al suo padrone. I Fiorentini, avendo determinato di spingere vigorosamente i loro attacchi, spedirono un ambasciatore al Cordova per accertarsi della sua neutralità[313]. In pari tempo assoldarono Gian Paolo Baglioni, Marc'Antonio Colonna, i Savelli, ed alcuni altri condottieri; e dando il comando della piccola loro armata ad Ercole Bentivoglio, aprirono la campagna il giorno 25 di maggio[314]. Le forze loro non bastavano ad assediare così vasta città com'era Pisa, e perchè i Pisani non osavano di tenersi in campagna, non vi fu tra di loro verun fatto d'importanza: ma il Bentivoglio guastò tutto il territorio fin sotto alle mura della città e costrinse il castellano di Librafratta ad arrendersi a discrezione[315].
Antonio Giacomini Tebalducci, commissario de' Fiorentini presso l'armata, irritato dal vedere che i Lucchesi mai non cessavano di mandare soccorsi ai Pisani, fece pure due scorrerie nel loro territorio, esportandone molto bestiame e diversi prigionieri. Gli sventurati contadini di Pisa, dopo avere perdute le loro messi, avevano seminato grano turco e miglio ne' loro campi; ma l'armata fiorentina tornò in agosto nello stato pisano per distruggere anche questa estrema speranza della tarda stagione. Nello stesso tempo i Fiorentini presero al loro soldo don Dimas di Requesens, partigiano del re Federigo di Napoli, che lo aveva seguito in Francia, e che, avendo alle vicende della sua passata fortuna sottratte tre galere, serviva con queste chiunque voleva adoperarlo. Requesens in tutto il corso dell'estate diede la caccia alle piccole navi pisane che uscivano dall'Arno; ma il 5 di novembre fu sorpreso nel golfo di Rapallo da un colpo di vento così gagliardo che lo fece perire colle sue tre galere[316].
Alcuni ingegneri fiorentini proposero alla signoria di deviare il corso dell'Arno cinque miglia sopra Pisa, onde privare in tal modo la città delle acque che formavano la sua salubrità, e lasciarla aperta ne' luoghi in cui entra ed esce il fiume. Era già fatta la livellazione, e gl'ingegneri assicuravano che tutta l'opera non richiedeva che trentacinque in quaranta mila giornate di operaj. Infatti cominciarono ad innalzare una diga alla Fagiana, che doveva tagliare il vecchio letto del fiume, mentre che si aprivano due nuovi canali di venti e di trenta braccia di larghezza e sette braccia profondi per condurre le acque al mare[317]. Ma la forza e l'impeto dei fiumi quasi mai non rispetta i calcoli degl'ingegneri: eransi di già impiegate ottanta mila giornate d'operai, ed il lavoro non era ancora fatto per metà, quando una di quelle violenti piogge che gonfiano tutt'ad un tratto i fiumi d'Italia[318], rovesciò la diga, colmò i lavori, e fece rinunciare per sempre a così ardito progetto. Per altro le acque già deviate dal loro alveo eransi sparse nel piano di Pisa, riducendo que' campi, prima così fertili, in pantani, ed accrescendo l'insalubrità dell'aria[319].
I Pisani, che vedevano ogni giorno diminuire i loro mezzi, offrirono ai Genovesi di porsi sotto il loro dominio, per avere in tal modo anche la protezione del re di Francia. Lodovico XII partecipò queste offerte a Nicolò Valori ed al Machiavelli, ch'erano inviati della repubblica fiorentina presso di lui, dicendo loro che, s'egli acquistava la signoria di Pisa, non tarderebbe a darne loro il possesso. Ma i Fiorentini cercarono di sconsigliarlo da questo trattato; ed egli stesso, dopo avere maturato l'affare, ordinò ai Genovesi di rompere le negoziazioni, temendo che, autorizzandoli a fare delle conquiste, e rendendo loro le abitudini repubblicane, non venisse ad accrescere in loro il desiderio di tornare in libertà[320].
Il primario oggetto della tregua stipulata tra Lodovico XII ed i re di Spagna era quello di agevolare fra di loro un trattato di pace. Effettivamente le due corti mai non avevano cessato di negoziare, e Ferdinando il cattolico, vergognandosi della parte che aveva rappresentato nello spogliare suo cugino del regno di Napoli, o piuttosto spaventato dal giudizio che tutta l'Europa aveva pronunciato intorno a tanta perfidia, proponeva in queste negoziazioni di rimettere in trono Federico. Aveva pure ottenuto di far credere a questo principe ch'egli pensava di buona fede a rendergli ciò che gli aveva tolto; e Lodovico XII, che aveva perduta la speranza di ricuperare il regno di Napoli, avrebbe di buon grado acconsentito a questo accomodamento; voleva soltanto ottenere una perfetta amnistia ai baroni napolitani che si erano per lui dichiarati. Ma nello stesso tempo aveva preso parte in un'altra negoziazione con Massimiliano e il di lui figliuolo l'arciduca Filippo, sovrano delle Fiandre. Trattavasi con loro di far rivivere il trattato di Lione, di effettuare il matrimonio di Carlo, figlio dell'arciduca, con madama Claudia di Francia e di dare per dote a questa principessa i diritti che suo padre pretendeva di avere sopra Napoli. Credeva Lodovico XII di ravvisare nella lentezza di Ferdinando e d'Isabella a sottoscrivere il loro trattato una segreta intenzione di attraversare quello del loro genero Filippo, di cui erano gelosi; e che quando fosse abbandonata questa negoziazione, essi ancora romperebbero la loro. Perciò in una pubblica udienza congedò gli ambasciatori della Spagna, aspramente loro rinfacciando la mala fede de' loro padroni. In appresso, il 22 settembre del 1504, sottoscrisse a Blois tre diversi trattati con Massimiliano e Filippo, che in allora per anticipazione prese il titolo di re di Castiglia: col primo Massimiliano accordava a Lodovico l'investitura del ducato di Milano, per lui e i di lui eredi maschi, ed in mancanza loro a Claudia di lui figlia, colla riserva, di un pagamento di cento venti mila fiorini, metà da sborsarsi all'atto e metà nel termine di sei mesi, e dell'annua presentazione, nel giorno di Natale, di un pajo di speroni d'oro a titolo di omaggio. Col secondo Claudia di Francia veniva promessa a Carlo d'Austria, e se Carlo moriva prima del matrimonio, al di lui fratello Ferdinando col ducato di Milano per dote. Col terzo la Francia ed il re de' Romani si collegavano contro Venezia con obbligo di attaccare di comune accordo quella repubblica e di dividere i suoi stati di terra ferma. Si accordavano quattro mesi al re di Spagna per accedere a questo trattato[321].
Federigo d'Arragona, che fin allora si era lusingato di rimontare sul paterno trono in conseguenza della concordia dei due re, morì a Tours il 9 di settembre del 1504 pochi dì prima che fossero sottoscritti questi trattati[322], ed il 26 di novembre dello stesso anno morì pure, dopo una lunga e penosa malattia, Isabella di Castiglia, che col suo matrimonio con Ferdinando aveva riunite le due corone di Spagna e fatta così potente quella nuova monarchia. L'unica sua figlia Giovanna e suo genero, l'arciduca Filippo, avrebbero dovuto alla di lei morte succedere immediatamente alla corona di Castiglia; ma Isabella aveva adottata la diffidenza concepita da suo marito verso suo genero, e conservandola fino alla morte aveva nominato con suo testamento Ferdinando d'Arragona governatore del regno di Castiglia, ed aveva voluto che suo genero Filippo gli fosse subordinato[323].
Finalmente il 25 di gennajo del susseguente anno 1505 anche l'Italia perdette un principe che in mezzo alle violenti rivoluzioni che l'avevano squarciata aveva conservata l'opinione di accorto negoziatore e di buon amministratore. Ercole d'Este, che fino dal 20 agosto del 1471 regnava sopra Ferrara, Modena e Reggio, morì in matura vecchiaja, lasciando tre figli legittimi. Gli successe Alfonso, sposo di Lugrezia Borgia, il quale, mandato da suo padre nelle corti d'Europa per imparare a conoscerle, trovavasi allora in Inghilterra; suo fratello Ferdinando era rimasto in Ferrara, ed Ippolito era stato nominato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Ercole lasciava inoltre un figlio naturale, chiamato Giulio. Avendo dovuto suo malgrado prendere parte nelle guerre di Sisto IV, aveva in quell'epoca veduti i suoi ducati guastati da potenti nemici; ma dopo tale epoca aveva trovato il modo di conservarsi in pace, anche ne' tempi in cui veruna parte d'Italia aveva potuto sottrarsi alle disgrazie della guerra. Le sue relazioni con Lodovico il Moro, di cui era suocero, coi Veneziani che conservavano contro di lui molto odio, coi Francesi diventati suoi vicini in forza delle loro conquiste, non gli fecero mai vestire verun altro carattere che quello di mediatore e di pacificatore. La sua corte diventò l'asilo dei letterati, e Ferrara, da lui arricchita di magnifici edificj, fu quasi nuovamente rifatta sotto il di lui regno[324].
Se il re Ferdinando d'Arragona aveva cercata la pace colla Francia ne' tempi in cui la sua unione con Isabella metteva a sua disposizione tutte le forze della Spagna, aveva ancora maggior ragione di desiderarla dopo la morte di quella regina, onde conservare il regno di Napoli, sua conquista, e potere, senz'essere distratto da altre cure, pensare come mantenere sopra la Castiglia un'autorità, che cominciava a vedere contrastata. Dal canto suo Lodovico XII vedeva di mal animo che Massimiliano non avesse per anco ratificato il trattato di Blois e temeva che la naturale versatilità di quel monarca, non rovesciasse di bel nuovo i fondamenti sui quali aveva creduto di stabilire la pace. Finalmente Massimiliano e Filippo si recarono ad Haguenau, che avevano di fresco tolto al conte Palatino cui facevano guerra; non tardò a raggiugnerli il cardinale di Amboise, ed il 4 di aprile ottenne da loro la ratifica dei trattati di Blois: nel susseguente giorno in nome di Lodovico XII prestò fede ed omaggio pel milanese a Massimiliano, ottenne l'investitura di quel ducato, e pagò i primi sessanta mila fiorini promessi al re de' Romani. Il secondo pagamento doveva farsi quando il monarca entrerebbe in Italia per cominciare la guerra contro i Veneziani: ma Massimiliano dichiarò subito che non era apparecchiato a cominciare in quell'anno le ostilità[325].
Lodovico XII, che non aveva verun giusto motivo di odio contro i Veneziani e veruna ragione di attaccare quella repubblica, fuorchè l'opinione, abbastanza radicata tra i re, che un paese non soggetto a verun monarca rimane a discrezione del primo occupante, poteva senza alcuno inconveniente differire l'esecuzione de' suoi ambiziosi progetti. Egli non voleva cominciare la guerra senza il concorso di Massimiliano, e non vedeva senza gelosia la crescente grandezza di quel monarca e di suo figliuolo Filippo; perciò affrettossi di rinnovare le negoziazioni proposte da Ferdinando il cattolico, ed il 12 di ottobre sottoscrisse con lui a Blois un nuovo trattato di pace e di alleanza. Perdendo ogni speranza di mai più ricuperare il regno di Napoli, cedeva in dote alla figlia di sua sorella, Germana di Foix, che Ferdinando doveva sposare, i diritti che gli dava sopra una porzione del regno di Napoli il trattato di Granata del 1500. Egli non si riservava il diritto di rientrarvi se non nel caso che Ferdinando premorisse senza prole alla nuova sua sposa, e rinunciava ai titoli di re di Napoli e di Gerusalemme. Dal canto suo Ferdinando si obbligava a rimborsare entro dieci anni settecento mila fiorini al re di Francia per le spese della guerra, a riconoscere trecento mila fiorini di dote a Germana di Foix, ad ajutare Gastone di Foix, suo fratello, nella conquista del regno di Navarra sul quale voleva far valere i suoi diritti, e ad accordare una generale amnistia a tutti i baroni napolitani che avevano seguito il partito francese. Fu pure convenuto in questo trattato che Isabella di Baux, vedova di Federico re di Napoli, sarebbe rimandata dalla Francia, e che soggiornerebbe presso di suo figlio in Ispagna; ma Isabella non seppe risolversi a porsi tra le mani di un monarca, che aveva imparato a conoscere da una serie di tradimenti; e, costretta a lasciare la Francia, preferì di ritirarsi a Ferrara, dove antiche parentele gli davano diritto alla compassione ed all'assistenza[326].
Per tal modo essendosi con nuovi trattati raffermata la pace tra le esterne potenze che disponevano dell'Italia, più non restava nella penisola che la guerra de' Fiorentini e de' Pisani, che si andava protraendo d'anno in anno. Pareva che i primi desiderare non potessero più favorevoli circostanze per trionfare finalmente del loro avversarj; ma da dieci anni in poi avevano sempre sofferto qualche rovescio ogni volta che i loro nemici sembravano privi di qualunque soccorso. Luca Savelli, loro generale, dopo di avere guastato il piano di Pisa con quattrocento cavalli e cinquecento fanti, volle vittovagliare Librafratta. Veniva da Cascina, ed avendo di già passato il ponte Capellese sull'Osori, teneva con molte bestie da soma cariche la strada alquanto angusta tra quel fiume e la montagna di Pisa, allorchè il 25 di marzo venne così bruscamente attaccato da Tarlatino, generale dei Pisani, che, sebbene questi non avesse che quindici uomini d'armi, quaranta cavalleggeri e sessanta pedoni, tutta la colonna del Savelli fu sgominata. Dessa non potendosi ordinare alla difesa a cagione delle bestie da soma con cui trovavasi frammischiata, prese vergognosamente la fuga ed abbandonò cento venti cavalli di guerra, cento bestie da soma cariche, ed un numero di prigionieri che superava quello de' vincitori[327].
Questa scaramuccia rialzò il coraggio de' Pisani, e rendette i Fiorentini non meno diffidenti de' loro soldati che dei loro generali; ma questo fatto non decideva della sorte della campagna. I Fiorentini non lasciarono di distruggere le messi nel piano di Pisa siccome avevano fatto nel precedente anno; pagarono il suo soldo a Gian Paolo Baglioni, che aveva con loro una convenzione, pregandolo di venire a raggiugnere la loro armata. Ma il Baglioni dichiarò di non potere in quell'anno abbandonare Perugia dove pretendeva di dover temere le pratiche di segreti nemici. Il Machiavelli, spedito dalla signoria presso di lui l'8 di aprile onde dicifrare i motivi del suo rifiuto, pensò che fosse d'accordo cogli Orsini, con Pandolfo Petrucci e coi Lucchesi, tutti nemici di Firenze, per privare all'improvviso la repubblica di una ragguardevole parte della sua cavalleria, ponendola in tal modo nell'impossibilità di distruggere quest'anno i raccolti dei Pisani[328].
Infatti gli Orsini, sempre alleati dei Medici, non avevano rinunciato al progetto di ricondurre quella famiglia colla forza delle armi a Firenze, e di riporla nell'antico suo dominio. Pandolfo Petrucci senz'essere alleato dei Medici desiderava che ricuperassero la loro sovranità, affinchè la repubblica di Siena, da lui dispoticamente governata, non avesse alle sue porte l'esempio della libertà; lo stesso motivo moveva pure Gian Paolo Baglioni, che aveva usurpati i diritti della repubblica di Perugia; erano ambidue segretamente spalleggiati ed incoraggiati da Gonsalvo di Cordova. Questo generale aspettava l'istante di poter cacciare i Francesi dall'Italia; e con ragione risguardava i Fiorentini come i loro più fedeli partigiani. Aveva creduto di trovare opportuna occasione di tentare una rivoluzione, facendo uso del nome del cardinale Ascanio Sforza sempre caro ai popoli di Lombardia. Lodovico XII, gravemente infermo di pleuritide, era stato da' suoi medici posto fuori di speranza di guarigione, ed in Italia si era pure sparsa la voce della di lui morte. Tutto sembrava presagire generali convulsioni, e gli Spagnuoli non aspettavano che la sicura notizia della morte del re per rompere la tregua e proclamare Ascanio duca di Milano. Ma contro l'universale aspettazione non si tardò a sapere la guarigione di Lodovico XII, e la quasi subita morte del cardinale Ascanio accaduta in Roma il 18 di maggio, dove era stato attaccato dalla peste[329].
Trovandosi così rovesciati i progetti degli Spagnuoli sopra la Lombardia, parte delle truppe destinate ad eseguirli cominciarono a minacciare la Toscana. Bartolommeo d'Alviano, che le aveva ragunate nello stato di Roma, s'infingeva corucciato con il Cordova; e ne aveva approfittato per giovare al livore degli Orsini che continuavano a vantarsi capi di parte guelfa contro i Colonna e contro tutti coloro cui davano il nome di Ghibellini. In Orvieto, in Rieti, in Città di Castello, avevano avuto luogo odiose carnificine sotto la protezione di quella piccola armata, che contava trecento uomini d'armi e cinquecento fanti di ventura. Ma dessa entrava in un paese in cui tutti i piccoli principi facevano il mestiere di condottieri ed erano uniti per la stessa causa; onde in pochi giorni potev'essere ingrossata dai soldati di coloro cui era stata utile nell'esecuzione delle loro vendette[330].
Bartolommeo d'Alviano, che conduceva quest'armata d'avventurieri, senza riconoscere le insegne di verun sovrano, non cercava pure di nascondere la sua intenzione di attaccare Firenze per rimettervi i Medici. Contava di trovare Firenze sprovveduta, abbandonata da Gian Paolo Baglioni, ingannata dal marchese di Mantova, che l'aveva lungo tempo nudrita di vane speranze di porsi al di lei soldo, ed aombrata dai movimenti di Gonsalvo di Cordova che aveva posta guarnigione spagnuola in Piombino[331]. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, aveva voluto approfittare dell'imbarazzo de' Fiorentini, ed aveva offerto al Machiavelli, inviato presso di lui, di disperdere l'armata dell'Alviano, purchè la repubblica rinunciasse in suo favore ai diritti che aveva sopra Montepulciano[332]. Ma i Fiorentini non vollero accordare tanta confidenza ad un tiranno, loro segreto nemico. Preferirono di approfittare dell'amorevolezza di Prospero Colonna, che in allora serviva la Spagna, e che per la nimicizia che portava agli Orsini desiderava che andasse a male l'intrapresa dell'Alviano: rinunciarono al guasto delle messi dei Pisani; fecero inoltre verbalmente dire a Gonsalvo di Cordova che per quell'anno non avrebbero molestata Pisa, ed in cambio ottennero dal vicerè spagnuolo la promessa di non ajutare Bartolommeo d'Alviano[333].
L'Alviano si andava sempre avanzando, e dopo d'avere minacciati i Fiorentini ora dalla banda del littorale, ora da quella di Val di Chiana, il 1.º di luglio del 1505 entrò nella Maremma di Volterra, nel luogo detto le Macchie, in vicinanza di Campiglia, con intenzione di prendere la strada di Pisa[334]. Ma l'Alviano, il di cui coraggio confinava colla temerità, trovavasi associato a persone troppo caute, la di cui astuzia e riguardi spesso si accostavano alla perfidia. Pandolfo Petrucci gli aveva prestato danaro per assoldare pedoni nello stesso tempo che negoziava contro di lui coi Fiorentini. Gian Paolo Baglioni gli aveva promesso di raggiugnerlo colla sua compagnia d'uomini d'armi. Chiappino Vitelli doveva condurgli le truppe di Città di Castello, ed essere posti dovevano sotto i suoi ordini gli Spagnuoli sbarcati a Piombino. Tenendosi sicuro di questi ajuti l'Alviano si era avanzato solo fino ai confini di Campiglia; ma colà ricevette ordine da Gonsalvo di lasciare la sua intrapresa; i Pisani gli fecero dire che in forza di un ordine del Gonsalvo non potevano riceverlo nella loro città; le truppe del Petrucci e del Baglioni, adunate a Grosseto rifiutarono di raggiugnerlo, finchè con qualche primo fatto non avesse loro fatto conoscere ciò che potevano sperare dalla sua intrapresa. E per tal modo l'irrisoluzione o la dissimulazione de' suoi alleati gli fecero consumare molte settimane nelle Maremme, e diedero tempo alla repubblica fiorentina di ragunare cinquecento cinquanta uomini d'armi e trecento cavaleggeri. Il comando di tali forze fu dato ad Ercole Bentivoglio ed al commissario Antonio Giacomini Tebalducci, il solo Fiorentino che conoscesse l'arte della guerra[335].
L'armata della repubblica era di già superiore a quella dell'Alviano; ma il governo, siccome voleva la sua timida politica, aveva ordinato ai suoi capitani di non attaccare, nè di porsi in posizione in cui poter essere attaccati. Pure l'impetuosità dell'Alviano offrì loro quell'occasione di combattere che i magistrati loro ricusavano. Questo generale vedeva ogni giorno andar crescendo le difficoltà della sua situazione in un paese malsano e spopolato, onde pensò di aprirsi una strada per arrivare a Pisa. Il Bentivoglio si era accampato sulle alture in distanza di mezzo miglio da Campiglia, e l'Alviano doveva passare costeggiando il mare di fianco a quelle colline. Il terreno era tutto coperto di piante, che agevolavano ai Fiorentini il modo di nascondere i loro movimenti ai nemici in luoghi di cui conoscevano tutte le sinuosità. Quando l'Alviano la mattina dei 27 agosto si fu innoltrato fino alla torre di san Vincenzo, posta in riva al mare al di sopra di Castagneto, si trovò tutt'ad un tratto attaccato alla testa ed alla coda; e malgrado la più vigorosa resistenza, malgrado gli sforzi di valore coronati momentaneamente da felici risultamenti, fu all'ultimo compiutamente sconfitto. Egli si salvò con altri nove nello stato di Siena; Chiappino Vitelli, press'a poco con altrettanti cavalieri, arrivò a Pisa; tutti gli altri furono uccisi o fatti prigionieri. Mille cavalli di guerra ed un maggior numero ancora di cavalli di equipaggio vennero in potere dei vincitori con un grandissimo bottino, che quell'armata aveva raccolto col saccheggio de' paesi attraversati[336].
I generali fiorentini, che avevano ottenuta questa vittoria, scrissero subito al governo per ottenere la licenza di approfittarne attaccando Pisa. Rappresentavano che questa città era atterrita, che i Sienesi ed i Lucchesi, che l'avevano in addietro difesa, erano scoraggiati, finalmente che Pandolfo Petrucci offriva di prendere parte in questa spedizione per avere pace colla repubblica. Per lo contrario altri volevano che l'armata vittoriosa, che di già si trovava ai confini di Siena, ne approfittasse per vendicarsi dello stesso Petrucci, per iscacciarlo, se possibile fosse, dalla signoria, e per impadronirsi almeno di alcune terre del Sienese, che in appresso si potrebbero cedere in cambio di Monte Pulciano. Opponevano all'attacco di Pisa quella specie di convenzione fatta con Gonsalvo di Cordova per l'intromissione di Prospero Colonna; trovavano pericoloso il chiamare truppe spagnuole in Toscana, e pericoloso egualmente l'esporre l'armata alle malattie che producevano sempre le piogge e l'infetto aere del piano di Pisa. Il gonfaloniere perpetuo, Pietro Soderini, spalleggiava gagliardamente il primo progetto, ed approfittando dell'entusiasmo eccitato dalla vittoria portò al gran consiglio la proposizione di porre alle voci cento mila fiorini per la guerra. Quest'adunanza del popolo avendo il 19 di agosto data la sua sanzione alla proposizione del gonfaloniere, l'attacco di Pisa fu deciso.[337]
L'armata vittoriosa si acquartierò a san Casciano, cinque miglia distante da Pisa, finchè le giugnesse l'artiglieria d'assedio. I dieci della guerra avevano da principio avuto intenzione di farle guastare lo stato di Lucca per punire i Lucchesi de' continui soccorsi mandati a Pisa in danno de' Fiorentini[338]. Ma i generali temevano che si perdesse troppo tempo, ed essendo loro arrivati undici cannoni d'assedio e sei mila fanti di nuove leve, andarono a porre le loro batterie verso san Francesco presso alla porta a Calci, nello stesso luogo in cui nell'ultimo attacco avevano anche i Francesi poste le loro. Il fuoco cominciò il 7 di settembre alle undici della mattina. All'indomani alle tre circa dopo mezzodì era di già aperta una breccia di circa sessanta piedi di larghezza, onde i generali fiorentini disposero le loro truppe all'assalto. Ma mentre che le milizie pisane si schierarono intrepidamente sulla breccia, quelle de' fiorentini, formate di contadini che mai non avevano veduto il fuoco, mostravansi irrisolute e vili. Tre colonnelli cercarono uno dopo l'altro di fare scendere i loro soldati nella fossa, e sempre inutilmente. Ognuno di loro conduceva mille fanti; e altri sette mila restavano ancora nel campo; pure non si volle venire alla prova anche di questi per non compromettere la riputazione di tutta l'armata; e fu invece determinato di fare un'altra breccia tale che la grandezza dell'apertura non lasciasse veruna speranza ai difensori, nè verun pretesto alla viltà degli assalitori[339].
Infatti, avendo il fuoco continuato altri tre giorni, furono dalle artiglierie atterrate cento trentasei braccia di mura a breve distanza dalla precedente breccia. La mattina del 13 i generali fiorentini vollero dare l'assalto; ma tanta era la viltà della fanteria che doveva adoperarsi in questo genere di attacco, che il colonnello eletto dalla sorte per dare l'assalto ricusò di farlo, senza che nè le preghiere, nè le minacce di Ercole Bentivoglio e di Antonio Giacomini valessero a risvegliare nel suo cuore il sentimento dell'onore. Si fecero istanze agli altri nove di sottentrare nel posto di quel vile, e tutti egualmente rifiutarono. I loro soldati protestarono pure più apertamente di non voler salire sulla breccia, ed alcuni si lasciarono uccidere dai loro ufficiali piuttosto che andare avanti. All'ultimo l'armata coperta d'indelebile vergogna, tornò ai suoi alloggiamenti senza avere tentato un attacco. Intanto si ebbe avviso, che i trecento spagnuoli della guarnigione di Piombino erano entrati in Pisa; ed i generali fiorentini, temendo che ne giugnessero degli altri, sentirono la necessità di levare l'assedio. Il 14 di settembre a mezzodì ritirarono l'artiglieria, trasportando il campo a Ripoli, lontano undici miglia da Pisa, dove fu licenziata la fanteria, e la cavalleria mandata ai quartieri d'inverno[340]. I Pisani, riprendendo coraggio, verso la metà di ottobre spinsero le loro scorrerie fino nella Lunigiana, mentre entrarono in Pisa mille cinquecento soldati spagnuoli. Ma siccome più non abbisognavano per difendere la piazza, si rimbarcarono dopo pochi giorni, e continuarono il loro cammino per passare da Napoli in Ispagna[341].
Oltre la guerra di Pisa la storia particolare d'Italia non offre quest'anno che un solo tragico avvenimento, cui servì di teatro la corte di Ferrara. Il cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca regnante Alfonso, era perdutamente innamorato di una donna, sua parente, che nello stesso tempo veniva corteggiata da don Giulio d'Este, fratello naturale d'Ippolito. Rinfacciata la signora dal cardinale della preferenza che accordava al di lui rivale, se ne scusò col linguaggio degli amanti, incolpandone il potere de' begli occhi di don Giulio. Il cardinale furibondo, avendo saputo che suo fratello si trovava alla caccia, andò a sorprenderlo in campagna, lo fece smontare da cavallo, e gli fece dai suoi scudieri strappare quegli occhi che avevano in lui risvegliata tanta gelosia. Ma sebbene il cardinale fosse presente a così atroce fatto, pare che si eseguisse incompletamente, e che don Giulio non perdesse interamente la vista[342].
Questo delitto non procacciò al di lui autore nè gastigo, nè veruna pubblica dimostrazione di malcontento per parte del principe. Alfonso abbandonavasi alternativamente ai suoi piaceri ed alla sua inclinazione per le cose della meccanica. Consumava molta parte del giorno in una officina di tornitore dove faceva con sufficiente intelligenza varj lavori in legno; poscia talvolta con un gusto più degno di un principe fondeva cannoni di bronzo. Ammetteva nell'intima sua confidenza i buffoni, le persone facete, ed ancora qualche poeta; ma pareva che poco si occupasse delle cose del governo, onde dai suoi sudditi veniva riputato poco degno del trono. Una smisurata ambizione ingrandiva questi difetti agli occhi del suo secondo fratello, don Ferdinando, ed un ardente desiderio di vendetta animava l'infelice don Giulio; ed ambidue cercavano compagni per rovesciare il governo. Il conte Albertino Boschetti di Modena e Gherardo Roberti, cittadino Ferrarese, si unirono a loro, allettati dalla promessa d'avere le prime magistrature sotto un nuovo governo. Cercavano insieme i mezzi di disfarsi del principe; don Giulio voleva assalire Alfonso ed Ippolito col ferro e col veleno, ma Ferdinando, che non covava lo stesso odio, avrebbe voluto farsi principe senza sagrificare i fratelli. Altronde era difficile l'attaccarli ambidue ad un tratto, non usando essi di trovarsi assieme che in occasione di grandi cerimonie, ed in allora erano circondati da grossa guardia. Mal non mangiavano alla stessa mensa. Alfonso colla piacevole sua compagnia pranzava di buon'ora; Ippolito per lo contrario colla pompa e colla squisitezza di un prelato protraeva i suoi banchetti fin oltre la mezza notte.
I congiurati, aspettando di cogliere una favorevole occasione, non avevano ancora fatto verun tentativo, sebbene il cantante Gianni, complice della congiura, fosse stato più volte ricevuto nella conversazione del principe, e trattato con tanta famigliarità che lo aveva legato colle proprie mani nei giuochi che facevano assieme. Ma Ippolito più diffidente, e non dimentico della passata sua crudeltà, teneva sempre aperti gli occhi sopra don Giulio; all'ultimo in luglio del 1506 sorprese il segreto della congiura. Don Giulio ebbe tempo di fuggire a Mantova, ma dal marchese Giovan Francesco II Gonzaga fu consegnato ad Alfonso. Il cantante Gianni era pure fuggito, ma fa consegnato dal papa. Col mezzo della tortura si ebbero dai prevenuti nuovi lumi intorno alla congiura di cui erano accusati. Il Boschetti, Roberti e Gianni furono condannati a pena capitale; Ferdinando e don Giulio, condannati allo stesso supplicio, ottennero grazia quand'erano di già condotti sul patibolo, e fu commutata la loro pena in una perpetua prigionia. Ferdinando morì in carcere nel 1540, Giulio ottenne la libertà nel 1559 dopo cinquantatre anni di prigionia[343].
La casa d'Este era in allora la principale protettrice dei letterati; la maggior parte dei dotti, degli storici, dei poeti cercavano di piacere ad Alfonso, e questi crudeli avvenimenti furono travisati ne' loro racconti, o quasi affatto soppressi. Il Giovio schiva di dare verun biasimo al cardinale Ippolito, che colla sua barbarie era stato cagione de' traviamenti de' suoi fratelli. Giovan Battista Giraldi ne' suoi commentarj della storia di Ferrara dissimula gli avvenimenti, e l'Ariosto introducendo i due sventurati fratelli tra le ombre presentate a Bradamante non volle in loro ravvisare che una luminosa prova della clemenza di Alfonso[344]. Siamo giunti ad un'età in cui gli stessi incoraggiamenti dati ai letterati chiamarono i principi ad occuparsi assai più della storia, e gli storici ad essere molto più adulatori; la veracità ne sentì detrimento, e le loro narrazioni non meritano sempre intera fede.
L'Italia, perdendo la direzione de' proprj affari, trovavasi sempre più dipendente dalla politica degli estranei, e dopo che il re di Spagna fu nello stesso tempo re di Napoli, e quello di Francia duca di Milano, le negoziazioni che trattavansi oltre l'Alpi decidevano frequentemente dei destini di una nazione, che più non si governava da sè medesima. Perciò di quest'epoca tutti gli occhi in Italia erano volti verso la Spagna, ove l'arciduca Filippo, diventato re di Castiglia per la morte d'Isabella, si era recato per mare colla consorte, col secondo suo figlio Ferdinando e con una grossa armata. Egli non aveva voluto accomodarsi al testamento d'Isabella, che conoscendo il debole spirito di sua figliuola Giovanna l'aveva assoggettata alla tutela del padre, piuttosto che a quella del marito. Questi aveva intimato a Ferdinando di cedergli l'amministrazione del suo regno di Castiglia; e vedendolo inclinato a nuocergli a segno di voler privare dell'eredità la propria figlia, pel qual motivo principalmente si era determinato a sposare Germana di Foix, Filippo ordinò ai suoi ambasciatori di sottoscrivere a Salamanca il 24 di novembre del 1505 con Ferdinando un trattato che altro scopo non aveva che quello di addormentarlo in una fallace sicurezza; indi salpò in gennajo dai porti delle Fiandre[345].
Una burrasca aveva gettato Filippo sulle coste dell'Inghilterra, ed Enrico VII per fare cosa grata al vecchio Ferdinando avea ritenuto tre mesi il giovane principe nella sua Isola, prima di permettergli che s'imbarcasse. Finalmente egli arrivò a Biscaglia, e vi fu ricevuto con eguale entusiasmo dalla nobiltà e dal popolo, cui Ferdinando non era caro. Abbandonato da' suoi medesimi cortigiani, e non si sentendo abbastanza forte per misurarsi con suo genero, il vecchio re acconsentì il 27 giugno del 1506 ad un nuovo trattato, col quale rinunciò all'amministrazione della Castiglia, riservandosi soltanto finchè vivesse la metà delle entrate dei nuovi acquisti d'America, la carica di gran maestro dei tre ordini di san Giacomo di Compostella, di Alcantara e di Calatrava, venticinque mila ducati di rendita, e l'esclusivo possesso del regno di Napoli. A tali condizioni abbandonò la Castiglia, e promise di non più tornarvi[346].
Ferdinando, umiliato di trovarsi ingannato da un politico assai più giovane e meno destro di lui, e di essere stato abbandonato dai suoi cortigiani e dai sudditi, preferiva di non vedere il trionfo di suo genero in Ispagna. S'imbarco dunque a Barcellona il 4 di settembre con intenzione di visitare i suoi nuovi sudditi del regno di Napoli, e di sistemare l'amministrazione de' paesi da lui conquistati. La sua gelosia verso Gonsalvo di Cordova era pure uno de' motivi che lo chiamavano in Italia. Gonsalvo, onnipotente a Napoli, amato dal soldato, e riverito dagl'Italiani, poteva a voglia sua o riservare questo regno pel re di Castiglia di cui era suddito naturale, o farsene padrone egli stesso. Di già richiamato da Ferdinando, erasi scusato sotto varj pretesti dall'ubbidire, onde sembrava che la sola presenza del monarca potesse sospendere l'autorità del suo orgoglioso vicerè[347].
I più potenti sovrani dell'Europa parevano apparecchiati a visitare tutti nello stesso tempo l'Italia: Massimiliano, che non aveva che il titolo d'imperatore eletto, perchè non aveva dalle mani del papa ricevuta la corona imperiale, mostravasi oltre modo voglioso di venire a prenderla a Roma, onde potere in appresso ridurre gli elettori a nominare suo figliuolo re de' Romani; aveva di già spediti ambasciatori in Italia per annunciare la vicina sua venuta, e chiedere alle terre dell'Impero la sovvenzione di pratica per la coronazione degl'imperatori; ne aveva altri mandati a Lodovico XII per invitarlo a mettere in cammino le cinquecento lance, che il re aveva promesse per tale occasione, per chiedere che gli emigrati milanesi venissero rimessi nel possedimento de' loro beni, e che fossegli anticipato il pagamento dei sessanta mila ducati dovutigli dalla Francia. Lodovico XII non mostrossi renitente che rispetto a questa anticipazione: rispose colle espressioni della più sincera amicizia, attestando il suo vivo desiderio di conservare la buona armonia fra i due stati. Per altro non poteva vedere senza una estrema diffidenza la crescente grandezza della casa d'Austria; temeva la nomina di un re de' Romani per le stesse ragioni che la facevano desiderare a Massimiliano; e per impedire che questi scendesse in Italia, si adoperava celatamente presso gli Svizzeri e presso i Veneziani, ed in segreto soccorreva il duca di Gueldria, allora in guerra con Filippo[348].
Omai Lodovico XII erasi sciolto dalla clausola principale del trattato di Blois, quella che risguardava il matrimonio di sua figlia con Carlo d'Austria. Si fece presentare delle rimostranze contro l'unione di questa principessa con uno straniero da tutti gli stati e da tutte le corti sovrane del suo regno, e mostrando in appresso di cedere alla violenza che si faceva fare, la promise in isposa al duca d'Angoleme, suo presuntivo erede[349]. Dall'altro canto Massimiliano, informato della malattia di Uladislao, re di Polonia e di Ungheria, ed aspirando alla corona di quest'ultimo regno, che gli era stata guarentita da una convenzione con tutti i magnati ungari, non voleva trovarsi lontano da' suoi stati, qualora Uladislao morisse, e rinviò ad un altro anno i suoi disegni sull'Italia[350].
Di quest'epoca Giulio II, di cui si erano più volte notati i vasti progetti e l'impetuoso e turbolente carattere quando non era che cardinale, nulla peranco aveva fatto dopo avere conseguito il papato che giustificasse l'universale aspettazione. Si era più volte lasciato uscire di bocca di voler purgare lo stato della Chiesa da tutti i tiranni, che se lo erano diviso; di voler ritirare dalle mani de' Veneziani anche la più piccola torre che possedessero nella Romagna; pure nè i tiranni dello stato della Chiesa, nè i Veneziani venivano da lui molestati. Ma Giulio voleva che i suoi disegni avessero intera esecuzione, e perciò gli andava cautamente maturando. Egli accumulava danaro con una economia che non erasi fin allora osservata nel suo carattere; voleva nello stesso tempo combinare gli sforzi di tutte le potenze d'Europa contro Venezia, prima di rompere apertamente con quella repubblica. Aveva da principio trovati grandemente inclinati Lodovico XII, Massimiliano e Ferdinando alla divisione loro proposta, e di già in uno de' trattati di Blois eransi gettate le basi dell'alleanza che venne in appresso stipulata a Cambrai. Ma Lodovico XII, ammaestrato intorno ai suoi veri interessi dalla gelosia che gli dava Massimiliano, sentiva allora quanto imprudente cosa fosse il distruggere la sola potenza che chiudeva alla casa d'Austria la porta d'Italia; perciò erasi ravvicinato ai Veneziani, e col mezzo loro sperava d'impedire che Massimiliano andasse a prendere a Roma la corona dell'impero. Si accontentava adunque di dare buone parole a Giulio II; era liberale promettitore, perchè sperava che mai non giugnerebbe il momento di dare esecuzione alle sue promesse; e per la nomina dei due cardinali d'Aix e di Bayeux, che aveva ottenuto dal papa, assumeva con lui obbligazioni contrarie ai suoi trattati con altre potenze, ed ai suoi proprj progetti[351].
Giulio II sentiva la necessità di sospendere il suo attacco contro Venezia; ma perchè non voleva più oltre languire nell'inazione, a mezza estate risolse di ricondurre sotto il diretto dominio della Santa Sede le due più potenti sue città, Bologna e Perugia, che da gran tempo ubbidivano a principi indipendenti. Invece di accertare la riuscita di quest'intrapresa con negoziati che avrebbero potuto ritardarne l'esecuzione, troncò le difficoltà col tuono autorevole con cui parlò e coll'impeto proprio del suo carattere. Per riuscire contro Bologna aveva bisogno de' soccorsi della Francia e della neutralità de' Veneziani; intimò a Lodovico XII di mandargli soldati, ed ai Veneziani di non muoversi. Nè il re, nè la repubblica, presi all'impensata, vollero romperla con un papa di cui temevano la collera, e si prestarono forzatamente a' suoi voleri, contro la propria persuasione[352].
Lodovico XII aveva solennemente preso sotto la sua protezione Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, ed aveva quello stesso interesse a mantenerlo nella sua sovranità che avevano avuto tutti i suoi predecessori i duchi di Milano. Altronde l'istante sembravagli particolarmente pericoloso per acconsentire che si facessero movimenti di veruna sorte in Italia: imperciocchè aveva saputo che Massimiliano erasi procurata una nuova convenzione col re d'Ungheria in conferma della precedente, e che, trovandosi nuovamente in libertà di passare in Italia, aveva indirettamente fatta offrire la sua alleanza ai Veneziani, loro proponendo di attaccare simultaneamente la Francia, e di dividere tra di loro il ducato di Milano.[353]. Vero è che il cardinale d'Aix aveva portata al papa una commissione sottoscritta dal re, e comunicata all'ambasciatore fiorentino, colla quale Lodovico esortava Giulio II ad attaccare il Bentivoglio, promettendogli perciò potenti soccorsi[354]. Ma questa altro non era che una di quelle astuzie con cui i capi del governo hanno così frequentemente compromesso l'onore e la buona fede della nazione francese. Lodovico XII, per dissuadere il papa da ciò che temeva, gli consigliava ciò che non lo credeva disposto di fare; e quando seppe che Giulio II, determinato di attaccare Bologna, erasi dato vanto in pieno concistoro di essere sicuro degli ajuti della Francia, de' Fiorentini e delle altre potenze d'Italia, soggiunse con amara ironia, che per certo in quel giorno il santo padre aveva meglio pranzato che gli altri giorni, alludendo all'ubbriachezza di cui davasi generalmente colpa a Giulio II[355].
Ad ogni modo Giulio II era partito da Roma il 27 di agosto del 1506, accompagnato da ventiquattro cardinali, ed alla testa di quattrocento uomini d'armi[356]. Prese lentamente la strada di Perugia, per dar tempo ai Francesi di prestarsi ai suoi inviti. Gian Paolo Baglioni viveva in allora pubblicamente in una incestuosa relazione con sua sorella, dalla quale aveva avuti dei figli; aveva usurpato la sovrana autorità di Perugia, facendo uccidere molti suoi cugini e nipoti. Egli aveva confiscati i beni di coloro ch'erano fuggiti per sottrarsi alla sua tirannide, e quasi tutti i proscritti si trovavano presso l'armata pontificia. La maniera con cui aveva ingannati i Francesi, prendendo il loro denaro prima della battaglia del Garigliano per entrare al loro servigio, ed in appresso mancando a' suoi obblighi, aveva eccitato il risentimento di Lodovico XII; ed anche i Fiorentini, da lui ingannati nel precedente anno, vedevano con piacere la sua ruina. Ma il Baglioni, che teneva a' suoi ordini cento uomini d'armi e cento cinquanta cavaleggeri, e ch'era padrone della più forte città degli stati della Chiesa, di una città i di cui abitanti erano i più bellicosi, poteva per qualche tempo resistere colle proprie forze[357].
Pure preferì di ricorrere alla protezione de' potenti amici ch'egli aveva nel sacro collegio ed alla corte del papa. Il duca d'Urbino e tutti coloro che avevano qualche feudo della Chiesa erano inquieti e sconfortati vedendo che il papa si faceva a spogliare i più potenti della loro classe; onde cercavano di calmare Giulio II, e nello stesso tempo incoraggiavano Giampaolo Baglioni a placarlo con un'apparente sommissione, acciò guadagnar tempo. All'ultimo essi si costituirono garanti della sua sicurezza, ed il Baglioni, cedendo ai loro conforti, andò l'8 di settembre a trovare il papa ad Orvieto, ed a porsi nelle sue mani[358]. Giulio II, sensibile a tanta confidenza, gli promise che potrebbe continuare a soggiornare in Perugia, godendovi di tutti i suoi beni. Inoltre lo prese al suo soldo con tutti gli uomini d'armi che aveva, per fare la spedizione di Bologna; ma richiese che gli si consegnassero le porte e le rocche di Perugia, onde poter riformare il governo di quella città e renderle l'antiche libertà[359].
Quand'ebbe sottoscritta questa convenzione, il Baglioni ripartì subito alla volta di Perugia, onde apparecchiarsi ad accogliervi il papa, che viaggiava più lentamente e visitava i castelli delle rive del lago. Infatti Giulio II, il cui ardente carattere non conosceva pericoli, entrò il 13 di dicembre in Perugia con tutta la sua corte senza avere avuta la custodia di una sola porta della città, ponendosi in tal modo in balìa di un uomo da lui offeso, ed alle di cui promesse nè egli nè altri in Italia davano fede. Vero è che il Baglioni non si assicurò degli ostaggi che si erano da sè medesimi imprudentemente rimessi fra le sue mani; ma fu piuttosto per mancanza di coraggio o di presenza di spirito, che per uno scrupolo ch'egli non conosceva[360]. La città, dopo partiti il Baglioni ed il papa, il quale lentamente prendeva la strada della Romagna, rimase ancora qualche tempo sotto l'influenza dei partigiani del Baglioni; ma all'ultimo i cittadini lungamente oppressi cominciarono a riprendere confidenza nelle leggi; la magistratura dei Dieci della Balìa instituita dal tiranno, per mezzo della quale egli manteneva la sua autorità, venne solennemente abolita, e Perugia ricominciò a godere sotto la protezione della Chiesa i privilegj di città libera[361].
Giulio II riponeva ancora maggior zelo nella riforma di Bologna. Giovanni Bentivoglio non aveva usurpato l'assoluto potere, che ruinando tutte le potenti famiglie che fin allora godevano qualche opinione nella sua patria. Egli aveva quattro figli, la di cui insolenza era diventata insopportabile ai loro concittadini, ed il di cui lusso e largo spendere aggravavano la pubblica miseria. Egli più non cercava di guadagnarsi gli animi colla clemenza e colla dolcezza ma per lo contrario a contenerli colle armi, ad atterrirli coi supplicj[362]. Credevasi assicurato in sul trono dalle alleanze strette co' suoi vicini; ma egli stesso aveva loro insegnato a sacrificarle senza scrupolo ad un presente vantaggio. I Fiorentini, malgrado il loro trattato col Bentivoglio, avevano mandato il Macchiavelli al papa nell'atto che questi era uscito di Roma promettendogli di unire i loro uomini d'armi alla sua armata. Il marchese di Mantova, dopo avere ottenuto l'assenso della Francia, aveva pure poste le sue truppe sotto le bandiere pontificie; i Veneziani avevano offerto a Giulio II di cacciare essi medesimi il Bentivoglio da Bologna, purchè a tale condizione Giulio ratificasse il loro possesso di Faenza e di Rimini. La sola cosa che potesse sembrare dubbiosa era la cooperazione della Francia, perchè se il re l'aveva promessa al papa, aveva ancora solennemente promesso al Bentivoglio di difenderlo, e gliene aveva riconfermata la promessa dopo che Giulio trovavasi in cammino colla sua armata[363].
Ma l'impeto di Giulio spaventava coloro che dovevano trattare con lui. Il cardinale d'Amboise rappresentò al re: che non cedendo egli in questa occasione, renderebbe il papa suo accanito nemico; onde Lodovico si svincolò dalla protezione promessa al Bentivoglio con un indegno sotterfugio: dichiarò di essersi obbligato a difenderlo nel possesso de' suoi stati, ma non già in quello degli stati della Chiesa, ed ordinò al signore di Chaumont, governatore del milanese, di avanzarsi contro Bologna con seicento lance, tre mila fanti svizzeri e ventiquattro pezzi d'artiglieria[364].
Tosto che Giulio II ebbe avviso dell'avvicinamento de' Francesi, entrò in Romagna pel ducato di Urbino, rimettendo la pace nelle città che attraversava, richiamandole all'ubbidienza della Chiesa, e non pertanto schivando di mettere piede nel territorio di Rimini, o di Faenza, per non sanzionare nemmeno con una sola occhiata l'occupazione di que' principati fatta dai Veneziani[365]. Giunto a Forlì, sei ambasciatori bolognesi gli presentarono le condizioni colle quali il Bentivoglio era apparecchiato a sottomettersi; voleva tra le altre cose che il papa non potesse entrare in Bologna che colla sua guardia di dugento cinquanta in trecento svizzeri, obbligandosi a non soggiornarvi oltre un determinato tempo. Ma questo non era il modo che doveva adoperarsi trattando con un vecchio orgoglioso ed irascibile: invece di rispondere a tali proposizioni, Giulio II il 10 di ottobre pubblicò in Cesena una bolla contro Giovanni Bentivoglio ed i suoi partigiani, dichiarandoli ribelli alla santa Chiesa; abbandonava le loro sostanze al saccheggio e le persone loro alla schiavitù di chi le prenderebbe; accordava indulgenza plenaria a chiunque combatterebbe o ucciderebbe i fautori del Bentivoglio; indi ordinò immediatamente al particolare deputato del Bentivoglio di sortire subito dagli stati della Chiesa, minacciandolo dell'ultimo supplicio, se giammai ricadeva nelle sue mani[366].
Il papa giunse ad Imola il 20 di ottobre alla testa di un'assai ragguardevole armata, di cui diede il comando al marchese di Mantova. Oltre ai quattrocento uomini d'armi coi quali Giulio era partito da Roma, Giovan Paolo Baglioni ne conduceva cento cinquanta; Marc'Antonio Colonna, condottiere de' Fiorentini, ne aveva cento; cento il duca di Ferrara; il marchese di Mantova dugento cavaleggeri; e v'erano di più cento Stradioti venuti dal regno di Napoli, e parecchie migliaja di fanti levati nel ducato di Urbino, nella Toscana e nella Romagna. Dall'altra parte lo stesso giorno in cui il marchese di Mantova attaccava san Pietro, primo castello de' Bolognesi dalla banda d'Imola, il signore di Chaumont con seicento lance francesi e tre mila Svizzeri entrava in Castel-Franco, primo castello del Bolognese dalla parte di Modena. Per tal modo il papa aveva ottenuto di far sì che quello tra i suoi feudatarj, la di cui indipendenza contrariava più d'ogni altra i suoi ambiziosi progetti, fosse da que' medesimi attaccato che avrebbero avuto maggiore interesse a difenderlo[367].
In tutti i suoi discorsi, in tutte le sue dichiarazioni, Giovanni Bentivoglio aveva fin allora affettato molto coraggio ed una ferma risoluzione di respingere la forza colla forza. Infatti aveva armate le milizie ed afforzata la sua capitale; ma non sapeva risolversi a spendere per la sua difesa quel danaro che risguardava come l'estremo suo appoggio se perdeva la sovranità. Non aveva perciò fatte sufficienti leve; altronde comunicava a' suoi sudditi la propria diffidenza, lasciandola travedere, ed inimicavasi tutti coloro ai quali chiedeva que' sacrificj cui dubitava di fare egli stesso. Pure perchè i suoi vicini, che lo volevano salvare, non cessavano di lusingarlo d'interporsi a di lui favore; e perchè il signore di Chaumont gli fece sapere ch'egli non lo attaccherebbe, il Bentivoglio faceva ancora buon contegno. Ma il 15 di ottobre il signore di Chaumont gli fece intimare che dovesse entro due giorni assoggettarsi a tutti gli ordini del papa, se non voleva perdere la protezione della Francia ed essere immediatamente da lui attaccato. Nello stesso tempo, purchè ubbidisse subito, il Chaumont gli assicurava il godimento di tutte le proprie sostanze patrimoniali, e la libertà di vivere in Bologna come semplice privato co' suoi figliuoli[368].
Quand'ebbe questa intimazione, il Bentivoglio perdette ogni speranza, dimenticò le sue proteste d'irremovibile costanza, ed i sarcasmi coi quali aveva accolto Pietro de' Medici, allorchè questi senza combattere aveva abbandonato la città in cui regnava. Questo principe, di già in età di settant'anni, si recò il 2 di novembre al campo francese colla sua sposa, Ginevra Sforza, e tutti i suoi figliuoli, per implorare dal signore di Chaumont migliori condizioni. Ebbe costui tanta viltà di farsi pagare dodici mila ducati dal principe fuggitivo per patrocinare i di lui interessi. In appresso convenne col papa che il Bentivoglio conserverebbe a Bologna il godimento di quegl'immobili di cui proverebbe il legittimo acquisto, che liberamente esporterebbe il danaro ed i mobili, e che potrebbe vivere in perfetta sicurezza colla sua famiglia nel ducato di Milano[369].
Appena partito il Bentivoglio, i Bolognesi spedirono altri ambasciatori al papa, per chiedergli soltanto l'assoluzione dalle pene ecclesiastiche, e la guarenzia che l'armata francese non entrerebbe nella loro città. Giulio II non aveva al certo intenzione di ricevere que' pericolosi alleati; perciocchè temeva egualmente e l'indisciplina de' soldati, e l'ambizione del governo, che potrebbe voler conservare alcuni diritti nella sua conquista. Di già l'armata del Chaumont si era innoltrata sin presso le mura tra le porte di Saragossa e di san Felice, e ad alte grida chiedeva il sacco di quella così ricca e commerciante città. Trovandosi l'armata schierata lungo il canale che conduce le acque del Reno a Bologna, il papa diede licenza ai Bolognesi di chiudere la porta di ferro che attraversa il canale a' piè delle mura, e di far così rifluire le acque sulla campagna in cui stavano i Francesi. Questi, scacciati dall'inondazione, si ritirarono disordinatamente al ponte del Reno, lasciando nel fango una parte della loro artiglieria e dei loro equipaggi. In appresso il papa congedò il signore di Chaumont, facendogli un dono di otto mila ducati per lui e di dieci mila da distribuirsi all'armata, e aggiungendovi la promessa di accordare un cappello cardinalizio al di lui fratello. Il vescovo d'Alby. Poscia l'undici di novembre, giorno di san Martino, fece con gran pompa il suo solenne ingresso in Bologna; conservò alla città i suoi privilegi e la sua amministrazione repubblicana, ma ne mutò la costituzione. Fin allora Bologna era stata governata da sedici magistrati; Giulio ne escluse tre dalla signoria, cioè Giovanni Bentivoglio e due de' suoi più zelanti partigiani; incorporò gli altri tredici in un nuovo senato, composto di quaranta membri, al quale affidò tutta l'autorità. Dopo tale epoca e fino a questi ultimi tempi l'oligarchia de' quaranta di Bologna amministrò quella provincia con varie prerogative, che ricordavano la sua libertà e l'antica indipendenza. La loro situazione, in opposizione a quella della corte di Roma, li rendeva, a dispetto di una stretta oligarchia ereditaria, i veri rappresentanti del popolo, ed i costanti propugnatori de' suoi privilegj. Con ciò ottennero di far rifiorire nella loro città le arti ed il commercio sbandeggiati dagli altri stati della Chiesa; ma dopo quest'epoca Bologna più non venne annoverata tra gli stati indipendenti d'Italia, e più non iscosse che una sola volta e per breve intervallo il giogo impostole da Giulio II[370].
L'Italia non fu quest'anno turbata da verun altro movimento militare; i Fiorentini, spossati dalla guerra di Pisa, soffrivano un'estrema carezza di frumento in primavera del 1506. Vi avevano provveduto colla consueta loro generosità, senza nemmeno scacciare i poveri forastieri che da ogni banda si affollavano nella loro città per partecipare alle pubbliche carità[371]; ma in questa campagna non fecero veruna spedizione contro Pisa, neppure per guastarne il territorio. Avevano pure in aprile del 1506 rinnovata per tre anni la loro tregua con Pandolfo Petrucci e coi Sienesi, rinunciando per tutto questo tempo a far valere i loro diritti sopra Montepulciano, ed obbligandosi ancora a non accettare questa borgata quand'anche offrisse di darsi spontaneamente. Avevano preferito di fare quest'accordo con un vicino di cui non si fidavano, ma che non temevano, al pericolo di chiamare in Toscana un alleato, che sarebbesi portato da padrone; ed avevano rifiutate le offerte del re di Francia, che loro proponeva di mandare contro Pandolfo Petrucci cinquecento lance e due mila svizzeri da mantenersi a spese comuni[372].
La tranquillità di cui godeva l'Italia raddoppiava la sua attenzione ai movimenti di Ferdinando il Cattolico, diventato uno de' suoi più potenti sovrani. Questo monarca si era imbarcato a Barcellona il 4 di settembre ed aveva dato fondo con una flotta di cinquanta galere prima in Provenza, indi a Genova, ove fu ricevuto con infinite onorificenze: poco dopo, trattenuto dai venti a Porto Fino nella riviera di Levante, vi ricevette l'inaspettata notizia della morte di suo genero, Filippo I, accaduta in Burgos il 25 di settembre del 1506 dopo una breve malattia. Questo principe, che aveva mostrata tanta premura di regnare e che aveva per così dire spinto in esiglio il suo suocero per occupare il di lui trono, non aveva potuto goderlo più di tre mesi. Alcuni attribuivano la sua morte ad uno smoderato esercizio, altri ad una malattia epidemica, altri all'intemperanza propria di un Fiammingo, diventata assai più pericolosa in un clima tanto diverso dal suo. Molti finalmente, i quali sapevano con quanto rincrescimento avesse Ferdinando ceduta la Castiglia, lo sospettavano vittima di lento veleno[373]. Pure invece di tornare addietro per riprendere le redini di un governo che aveva abbandonato con tanto dispiacere, Ferdinando continuò il suo viaggio alla volta di Napoli. Arrivò il giorno 18 ottobre a Gaeta, ma si trattenne in quella città o a Portici fino al primo di novembre, giorno da lui destinato al suo solenne ingresso in Napoli. Gonsalvo di Cordova, che sapevasi avere così vivamente eccitata la gelosia di Ferdinando, e che aveva avuto amichevoli avvisi di non porsi tra le di lui mani, non fece difficoltà di andare a bordo della di lui galera, e di affidarsi a lui interamente[374]. Ferdinando, accolto con entusiasmo dai Napolitani, che gli diedero magnifiche feste, volle partecipe di tutti questi onori il gran capitano che gli aveva conquistato il regno. Volle che il solo Gonsalvo gli presentasse tutta la nobiltà di Napoli e tutti coloro che meritavano i suoi favori; lo colmò di distinzioni e di gloria; gli confermò il possesso del ducato di sant'Angelo, de' suoi beni nel regno di Napoli, che gli fruttavano ventimila ducati, e vi aggiunse l'ufficio di grande contestabile del regno; ma era al tutto determinato di non lasciarlo dietro di sè a Napoli, e facevagli sperare la carica di gran maestro dell'ordine di san Giacomo di Compostella per compensarlo degli onori e dell'autorità cui Gonsalvo doveva rinunciare lasciando l'Italia per la Spagna[375]. L'Europa, che conosceva la fede di Ferdinando il Cattolico, non vide senza una certa sensazione di duolo il grand'uomo che l'aveva tanto tempo intrattenuta colle sue imprese, ripartire di là a cinque mesi col suo padrone per rientrare nell'oscurità.