CAPITOLO CII.

Guerra dei Veneziani coi Turchi. Morte di Alessandro VI. Elezione di Pio III e di Giulio II. Disastri del Valentino; sconfitta dei Francesi al Garigliano. Tregua tra la Francia e la Spagna.

1499 = 1504.

Le due più importanti rivoluzioni che potesse provare l'Italia, l'espulsione della dinastia degli Sforza e quella della linea bastarda di Arragona, la conquista del Milanese fatta dai Francesi e quella del regno di Napoli fatta dagli Spagnuoli, si erano condotte a fine senza che il più saggio e più potente stato d'Italia, senza che la repubblica di Venezia potesse aver parte nell'una o nell'altra. Vero è che Venezia trovavasi impegnata in un'alleanza nominale con Lodovico XII contro la casa Sforza, ma senza per altro associarsi attivamente nella guerra. Non era intervenuta al trattato di divisione del regno di Napoli a Granata; non aveva difesa la casa d'Arragona, nè contribuito a balzarla dal trono; e non aveva preso parte nella guerra, che quasi subito dopo era scoppiata fra gli spogliatori. Fin dalla prima ritirata dei Francesi, dopo la spedizione di Carlo VIII, la repubblica possedeva molte fortezze nella Puglia, sulle coste dell'Adriatico; ma dalle mura di Trani, di Monopoli, di Brindisi e di Otranto, i comandanti veneziani guardavano le battaglie de' Francesi cogli Spagnuoli senza prendervi parte, osservando una rigorosa neutralità. Certo non avevano veduto senza una viva inquietudine gli oltramontani acquistare le due più ricche e più popolate regioni dell'Italia; ma le pretese di Massimiliano sopra quelle province, e le continue sue minacce, gli avevano costretti ad acconsentire alla ruina di Lodovico Sforza, ed anche a concorrervi, sperando che i Francesi, loro nuovi vicini, li difenderebbero, in caso di bisogno, contro i Tedeschi. La pericolosa guerra, che di quest'epoca dovettero sostenere coll'impero ottomano, fu cagione che non prendessero parte negli affari di Napoli, e che lasciassero in quel regno balzar dal trono un monarca italiano per sostituirvi un vicerè spagnuolo: tanto è vero che l'Italia non soggiacque agli attacchi degli oltramontani che per essersi questi tutti riuniti contro di lei sola; e che i Turchi, sebbene nemici degli Spagnuoli, e che i Tedeschi, sebbene nemici dei Francesi, contribuirono alle conquiste de' loro avversarj, perchè con incessanti attacchi esaurirono quella nazione italiana, che sola avrebbe dovuto far testa a tutti.

La guerra dei Turchi con Venezia aveva cominciato nello stesso tempo che quella di Lodovico XII colla casa Sforza. Ella occupò dunque la repubblica in tutto quello spazio di tempo la di cui storia è compresa nei tre ultimi capitoli, e per tutto questo tempo impedì al più potente degli stati italiani di potere opporsi all'ambizione de' Francesi, a quella degli Spagnuoli, ed a quella di papa Alessandro VI e di suo figliuolo. Bajazette secondo, il nono sultano ottomano, non era nè tanto inquieto, nè tanto crudele quanto suo padre Maometto II, o quanto suo figlio Selim. Il suo gusto per gli studj, per la filosofia e pel riposo lo fece perfino tenere, in confronto degl'illustri guerrieri della sua stirpe, per un principe neghittoso. Pure Bajazette II aveva sostenuto una gloriosa guerra contro Cait-Bey, soldano dei Mamelucchi d'Egitto, e contro i Croati ed i Valacchi. Egli aveva, siccome il suo predecessore, allontanati i confini dell'impero ottomano, ed il terrore che aveva inspirato questa costante successione di conquiste, non si era per anco dissipato sotto il suo regno. La repubblica di Venezia, che confinava colla Turchia per una lunga estensione di paesi, e che sola custodiva contro di lei l'Italia e tutto l'Occidente, non entrava senza spavento in una guerra col gran signore; e quando aveva un così potente nemico da combattere, metteva da canto ogni altra rivalità; implorava i soccorsi, e cercava di conciliarsi l'affetto di tutti i principi cristiani. Invece di pensare ancora a tenere la bilancia in bilico tra di loro, il suo primo oggetto era per lo contrario quello di tutti riunirli per la comune difesa.

Varj motivi vengono da varj storici assegnati alla guerra che scoppiò in sul finire del quindicesimo secolo tra Bajazette II e la repubblica di Venezia. Forse tutti contribuirono ad accenderla o come cagione o come pretesto. Bajazette, in seno alla pace, cercava d'indebolire i suoi vicini, incoraggiando l'assassinio ai confini. La Dalmazia veneziana era sempre infestata da bande armate di ladri che uscivano dall'Albania: nè solo assalivano i mercanti ed i viaggiatori, ma saccheggiavano le borgate, bruciavano i villaggi, conducevano gli abitanti in ischiavitù, e gli sforzavano a riscattarsi con ricche taglie; e da tutti i porti dell'impero turco uscivano nello stesso tempo pirati, che saccheggiavano le coste ed interrompevano il commercio. Quando i mercanti veneziani portavano le loro lagnanze a Bajazette, il sultano, invece di prendere le difese di que' malfattori, dichiarava che li vedrebbe volentieri castigati, e ch'egli confortava i suoi vicini a trattarli con estrema severità. Frattanto le province, contro le quali era intenzionato di portare in appresso le armi, venivano da prima così ruinate; la popolazione fuggiva, ed all'ultimo riusciva impossibile il difenderle[220].

Nello stesso tempo il sultano era sempre apparecchiato a porgere orecchio ai traditori che offrivano di dargli in mano qualche fortezza de' suoi vicini posta presso le frontiere. Una trama di tale natura fu formata a Corfù, e Bajazette allestì un potente armamento per occupare quell'isola così importante; ma fortunatamente il capitano della flotta veneziana, che tornava di Candia, sia che segretamente avesse avuto contezza dei traditori, o che il solo accidente lo abbia favorito, fece imbarcare, passando a Corfù, tutti coloro che avevano trattato cogli Ottomani, e rifece la guarnigione dell'isola. Bajazette non volle lasciar sospettare che fosse stato prevenuto; condusse nella Bulgheria e nella Valacchia l'armata che aveva adunata; nello stesso tempo spedì i suoi luogotenenti a saccheggiare i monti della Chimera, i di cui abitanti si mantenevano indipendenti, e conquistò il piccolo stato di Giorgio Czernowitsch, in vicinanza di Cattaro. Ma sospettando che i suoi disegni sopra Corfù fossero stati scoperti dal balivo di Venezia, dichiarò di non voler più soffrire spie presso di sè, e scacciò il balivo da Costantinopoli con tutti gli altri ambasciatori o residenti de' principi cristiani[221].

Verso lo stesso tempo Niccolò Pesaro, ammiraglio della flotta veneziana, incontrò una galera turca che ricusò d'ammainare le vele secondo la cerimonia di pratica. Il Pesaro la colò a fondo. Il senato, inquieto per questo atto di severità e pel rinvio del suo balivo, mandò a Costantinopoli Andrea Zancani per regolare tutte queste differenze colla Porta, e per ottenere dal sultano un nuovo trattato. Pareva che le negoziazioni non incontrassero difficoltà. Bajazette non mostrossi adirato e sottoscrisse il trattato che gli fu presentato dall'ambasciatore. Ma questo trattato era scritto in latino, ed il sultano riservavasi di protestare contro tutto ciò che potev'essere espresso nella lingua degl'infedeli, ch'egli non intendeva. Lodovico Sforza, che ancora aveva la signoria di Milano, e che sperava di salvarsi con una potente diversione, gli aveva di quei tempi spediti accorti negoziatori che lo esortavano ad attaccare la repubblica di Venezia[222]. Bajazette II promise di farlo, e tenne la cosa segretissima. E cominciò a fare grandiosi apparecchj, senza che si sapesse contro quale provincia dell'Asia o dell'Europa erano destinati. Credevano molti che volesse attaccare l'isola di Rodi, posseduta dai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Quando i suoi apparecchj furono terminati, l'irruzione di due mila cavalli turchi nel territorio di Zara fu il principio delle ostilità; e nello stesso tempo tutti i mercanti veneziani, stabiliti in Costantinopoli, furono posti in catene e confiscate le loro proprietà. Trovavasi tra costoro Andrea Gritti, che doveva uscire di prigione per terminare questa guerra e per salire dopo alcun tempo sul trono ducale[223].

La flotta ottomana, di cui Bajazette aveva dato il comando al sangiacco di Gallipoli, e che gli storici veneziani pretendono che fosse composta di dugento settanta vele, si avanzò in traccia de' Cristiani verso le coste della Morea, nelle acque della Sapienza e di Modone. Dal canto suo il senato di Venezia diede il comando di una flotta di cento quaranta vele, con cui sperava di difendere i suoi possedimenti del Levante, ad Antonio Grimani, gentiluomo che, fino all'età di sessantaquattro anni cui era allora pervenuto, aveva goduta una costante felicità. La sua famiglia, sebbene nobile, era assai povera; ma egli aveva in poco tempo ammassate immense ricchezze. Sapevasi che possedeva più di cento mila ducati in capitali o in numerario, oltre i poderi ch'erano considerabili. Aveva costui esercitato il commercio con tanta prosperità, che tutti gli altri mercadanti prendevano il di lui esempio per norma delle loro speculazioni, comperando quando lo vedevano comperare e vendendo quando lo vedevano vendere. Era stato ammesso in senato, e dopo tale epoca aveva occupate le più luminose cariche della repubblica, ed erasene mostrato degno colla sua eloquenza, colla sua prudenza, col suo coraggio. Aveva maritate le sue figlie nelle principali case di Venezia; aveva ottenuto da Alessandro VI, pel prezzo di trenta mila ducati il cappello cardinalizio pel suo figliuolo primogenito, ed in appresso dal senato il patriarcato d'Aquilea. Gli altri suoi figli avevano ottenuto dalla repubblica onoratissimi impieghi, ed egli stesso era rivestito della dignità di procuratore di S. Marco; la prima dello stato dopo quella del doge. Aveva comandate non senza gloria le flotte della repubblica nella guerra di Carlo VIII, e conquistato Monopoli; e il suo ritorno da quella spedizione era stato un trionfo. Pure aveva ricusato con non so quale spavento il comando che gli veniva affidato contro i Turchi, quasi prevedesse che la lunga sua prosperità stava per abbandonarlo; ma quando era stato forzato ad addossarsi tanta responsabilità aveva mandato al tesoro pubblico, come un dono patriottico, venti mila ducati per concorrere alle spese dell'armamento della flotta ch'egli doveva comandare[224].

La flotta veneziana incontrò in agosto presso Modone la flotta turca. La prima aveva poco più che la metà meno delle vele dell'altra; anzi tra le sue cento quaranta navi non vi erano che quarantasei galere; e tutti gli altri bastimenti erano poco proprj ai movimenti militari. Dalla banda dei Turchi non vedevasi che un prodigioso numero di navi male armate, male governate, ed i di cui equipaggi, ignoranti e tolti di fresco all'aratro, non sentivano veruna disciplina; e perciò i musulmani temevano la battaglia non meno di quello che i cristiani la desiderassero, nella ferma fiducia di uscirne vittoriosi.

Le due flotte manovrarono parecchi giorni l'una in faccia all'altra, ma qualunque volta pareva che il Grimani si disponesse all'attacco, i Turchi si ritiravano in Porto Longo. Nella loro flotta trovavasi un vascello di enorme grandezza, della portata di quattro mila tonnellate, il quale pareva sollevarsi in mezzo agli altri come una rocca. Era comandato da Barach Raiz. Il 22 di agosto del 1599 questo vascello si trovava in faccia a Chiarenta, alquanto lontano dagli altri, e fu subito investito dalle due galere d'Andrea Loredano, e dell'Albanese d'Armier, che attaccatesi a lui coi ramponi, vennero all'abordaggio. La zuffa fu accanita, e senza che gli altri equipaggi vi prendessero parte, o perchè tenuti distanti da una subita perfetta calma, come dicono alcuni, o perchè il Grimani, invidiando la gloria del Loredano, come fu creduto dai più, fosse contento di vederlo perire. Più di mille soldati difendevano il vascello turco, e la battaglia pendeva ancora indecisa, quando il fuoco s'appiccò ad uno de' tre bastimenti, e rapidamente comunicossi agli altri due senza che potessero separarsi; così perirono tutti e tre in mezzo alle acque. Quando il Loredano vide affatto perduto il suo, taluno gli propose di salvarsi a nuoto; egli prese per tutta risposta lo stendardo di San Marco che volteggiava sul ponte; È sotto quest'insegna, egli disse, che io sono nato, che ho vissuto e che voglio morire; e dicendo queste parole entrò tra le fiamme. Varie lance turche circondavano i combattenti e raccoglievano le loro genti che si gittavano in mare; ma i Veneziani, abbandonati dai loro compatriotti, perirono quasi tutti[225].

Finchè durò questa zuffa le due flotte si erano cannonate senza troppo accostarsi; ma l'incendio delle navi del Loredano e del Darmier scoraggiò tutti i Veneziani, i quali invece di desiderare la battaglia come avevano fatto fin allora, cominciarono a temerla, ed il Grimani, cedendo alle circostanze, si ritirò sulla Costa del Peloponneso. Colà ebbe avviso che una flotta francese di ventidue galere, che Lodovico XII aveva fatta armare a Genova per soccorrere i cavalieri di Rodi, e che in appresso aveva offerta al senato quando seppe che Rodi non era minacciata, stava ancorata a Zante. Il Grimani andò subito a raggiugnerla e tornò colla medesima in cerca de' Musulmani. Pure allorchè fu a vista della loro flotta, la stessa irrisoluzione, o la stessa pusillanimità, ond'era stato incolpato precedentemente, lo dissuase dall'attaccarli. Le due flotte si limitarono a ricambiarsi alcune cannonate, ed i Francesi, soffrire non potendo questa timida maniera di combattere, si congedarono dall'ammiraglio veneziano, e si ritirarono[226].

Nello stesso tempo i Turchi avevano assediato Lepanto; ed il Grimani non osò soccorrere quella città che si arrese quando vide allontanarsi la flotta veneziana[227]. Il Grimani per ristabilire il suo nome fece dal canto suo un tentativo sopra Cefalonia, ma senza successo. Allora ricondusse la sua flotta a Corfù, e vi trovò Melchiorre Trevisani, che il consiglio dei Dieci gli aveva mandato per successore, e che aveva ordine di spedirlo a Venezia carico di catene per dare conto della sua condotta. La bella flotta da lui comandata pareva ai Veneziani bastante per distruggere quella dei Turchi, e fare in appresso la conquista del Peloponneso e dell'Eubea; ed in ragione delle alte speranze che avevano concepite, erano più inclinati a dare colpa della cattiva riuscita a viltà, o a tradimento. Forse peraltro non calcolavano abbastanza i progressi fatti dai Turchi nell'arte della guerra marittima, ed il Grimani accostandosi ad una flotta di lunga mano superiore alla sua di navi e di equipaggi, aveva conosciuto che più non trattavasi di una moltitudine disordinata come supponevasi a Venezia. I pochi vantaggi ottenuti dagli ammiragli che succedettero al Grimani, ed il trionfo ch'era a lui riservato, quando nell'estrema sua vecchiezza di ottantasette anni fu eletto doge di quella medesima repubblica che lo aveva condannato, sono indizj della sua innocenza. Ma quando arrivò a Venezia, troppo gagliarda era la prevenzione contro di lui perchè potesse resistervi. Invano suo figliuolo, il cardinale Grimani, accorse da Roma per riceverlo, e vestito pontificalmente portò le catene di suo padre, e quando questi attraversò il ponte, e quando fu tradotto innanzi al gran consiglio; la severità di quell'assemblea non si lasciò addolcire. Ella aveva a sè richiamato questo giudizio, temendo che il prevenuto non adoperasse un'illecita influenza sul consiglio dei Dieci, sia colle sue ricchezze che colle aderenze della sua famiglia. Il Grimani venne condannato alla relegazione nelle isole di Cherso e di Ozero nel golfo del Quarnero: dopo alcun tempo fuggì da questo luogo di esilio, e rifugiossi a Roma presso suo figlio cardinale[228].

Le truppe di terra non si comportarono meglio di quelle di mare. Il Zancagno aveva avuto ordine di adunare le milizie dei confini della Carniola, di porre in istato di difesa le rive dell'Isonzo, e di stabilire il suo campo a Gradisca. Ma Scander bassà, sangiacco di Bosnia, avendo condotti sull'Isonzo sette mila cavalli, il 29 di settembre ne mandò due mila al di là del fiume. Il Zancagno non oppose loro veruna resistenza, e tenne i suoi soldati chiusi in Gradisca. I contadini, che vivevano in piena sicurezza dietro l'armata della repubblica, furono presi da estremo terrore quando videro vicine quelle barbare truppe; le rive della Piave e del Tagliamento furono abbandonate, sebbene capaci di difesa. Numerose bande di fuggiaschi lasciarono il Friuli; Treviso e la stessa Padova si salvarono in Venezia, e la campagna fu ruinata fin presso alle Lagune. I Turchi, dopo aver fatto un grosso numero di prigionieri, parte de' quali furono uccisi prima di ripassare il Tagliamento, rientrarono ne' loro paesi, senza aver trovato occasione di combattere[229].

In principio del 1500 i Veneziani, scoraggiati dalla cattiva riuscita dell'ultima campagna, e desiderando di poter volgere tutta la loro attenzione agli affari dell'Italia, le di cui rivoluzioni facevansi ogni di sempre più importanti, spedirono a Costantinopoli per lagnarsi col gran signore di essere stati attaccati senza precedente provocazione, e per ripetere i loro mercanti fatti prigionieri in tutta l'estensione dell'impero turco, e la restituzione di Lepanto; ma Bajazette rispose loro che non accorderebbe la pace alla repubblica che a condizione che questa gli cedesse Modone, Corone e Napoli di Malvasia, e si obbligasse a pagargli l'annuo tributo di dieci mila ducati[230].

Durante l'inverno la flotta turca si era divisa ne' due golfi d'Ambracia e di Lepanto. Melchiorre Trevisani, che aveva preso il comando della flotta veneziana, voleva impedire ai Turchi di riunirsi, ed a tal fine occupava le acque di Corfù e di Cefalonia; ma i nemici ingannarono la sua vigilanza e si riunirono presso al promontorio di Leucade; dopo di che trovandosi più forti fecero dar a dietro i Veneziani. Daüth pascià entrava nel Peloponneso con una formidabile armata, mentre che la flotta turca attaccava dalla banda del mare le città di cui Bajazette aveva chiesta la cessione. I Turchi furono respinti sotto Napoli di Malvasia e sotto Zonchio, l'antico Pilos di Nestore; ma occuparono il sobborgo di Modone, ed all'istante cominciarono l'assedio di quella città di tanta importanza[231].

Girolamo Contarini fu sostituito nel comando della flotta veneziana a Melchiorre Trevisani morto di malattia naturale sotto Cefalonia. Il nuovo ammiraglio volle soccorrere Modone, ma avendo incontrata la flotta turca presso Pilos l'attaccò con isvantaggio, perdette alcune galere, e fu forzato a rifugiarsi a Zanto[232]. Pure perchè non sapeva risolversi ad abbandonare gli assediati, si presentò per la seconda volta il nove di agosto sotto Modone, non con intenzione di venir a battaglia, ma per distrarre l'attenzione de' nemici, mentre che cinque galere, le più leggieri al corso, entrerebbero in porto coi rinforzi e colle munizioni destinate agli assediati. Parve che il suo disegno riuscisse, perciocchè quattro delle cinque galere, attraversando la flotta turca, arrivarono fino allo steccato che chiudeva il porto. Tutti gli abitanti di Modone si affollavano verso le galere per iscaricarle più presto, e la stessa guardia scese dalle mura in riva al mare. Del che avvedutisi i Turchi, dierono in quell'istante l'assalto e superarono le mura. Invano gli abitanti vollero fare resistenza; ma troppo tardi, essendo i musulmani già scesi nelle strade. Pure nè i Greci nè i Veneziani, sebbene perduta avessero ogni speranza, tentarono di fuggire, e, continuando a combattere, furono quasi tutti uccisi sulla piazza, mentre che il fuoco, appiccato dagli assalitori alle prime case, andava rapidamente dilatandosi per tutta la città; ed in breve tempo l'incendio si fece universale come la carnificina. Modone cadde in potere degli Ottomani; ma omai più non vi erano nè edificj, nè abitanti[233].

Il terrore, che questa catastrofe sparse in tutta la Morea, consigliò gli abitanti di Pilos e di Corone ad arrendersi senza fare resistenza. Il generale turco attaccò in appresso Napoli di Malvasia: fece condurre sotto le mura di quella città Paolo Contarini da lui fatto prigioniere a Modone, e lo minacciò di condannarlo al più crudele supplicio se non eccitava gli assediati ad arrendersi. Il Contarini cercò di parlare a quegli abitanti, ma mentre gli arringava, vedendo che le sue guardie distratte non lo tenevano d'occhio, spronò il suo cavallo, e sottraendosi a loro, varcò con un salto la prima fossa delle fortificazioni e giunse in città senz'essere colpito dai dardi o dalle palle che i Turchi facevano piovere sopra di lui; e contribuì potentemente alla difesa di Napoli dove si era rifugiato[234].

Il consiglio dei Dieci aveva incaricato Benedetto Pesaro del comando della flotta veneziana. Questo nuovo capitano la trovò scoraggiata, indebolita e dispersa da una burrasca che aveva sofferta. La riunì a Corfù ed a Zante, vi ristabilì la disciplina, severamente gastigando gli ufficiali che avevano mal fatto il loro dovere, ed in appresso la condusse in traccia di quella dei Turchi; ma era in tempo che questi, soddisfatti degli ottenuti vantaggi, si ritiravano a Costantinopoli. Il Pesaro, rimasto padrone del mare, occupò Egina, saccheggiò Mitilene e Tenedo, prese molte navi da trasporto della flotta turca, e condannò a morte tutti i loro equipaggi, lasciandoli appesi alle forche piantate sulle due rive dell'Europa e dell'Asia, affinchè tutte le navi che attraversavano i Dardanelli vedessero gli effetti della sua crudeltà, ch'egli credeva di giustificare col nome di rappresaglie. Prima di lasciare quelle acque ridusse l'isola di Samotracia sotto il dominio della repubblica[235].

La flotta che Ferdinando ed Isabella avevano armata a Malaga sotto gli ordini di Gonsalvo di Cordova, e che destinavano a fare la conquista del regno di Napoli, sebbene volessero ancora per qualche tempo nascondere i loro disegni, era arrivata a Messina, indi passata a Zante, ove dietro l'invito di Gonsalvo doveva trovarsi Benedetto Pesaro. Colà i due generali furono di parere di attaccare l'isola di Cefalonia, ed approfittando di un vento favorevole entrarono a forza ne' due porti di quell'isola, sbarcarono le loro truppe e strinsero d'assedio la capitale. Era questa difesa dall'epirota Gisdar, che sostenne il loro attacco con valorosa costanza. Gli Spagnuoli soffrirono e fame e malattie crudeli; ma diedero in quest'assedio una prima prova di quella costanza e di quella confidenza nel loro capo che due anni più tardi doveva a Barletta farli trionfare de' loro nemici. Finalmente Pietro Navarra fece una larga breccia nelle mura di Cefalonia con una mina caricata; la città fu presa d'assalto il 1.º di novembre del 1500, e la guarnigione fu passata a fil di spada. Zonchio o Pilos si ricuperò parimenti per sorpresa; ed il Pesaro avrebbe voluto attaccare anche Modone, quando si seppe che i Turchi vi avevano mandati gagliardi rinforzi; onde il Cordova dichiarò di essere costretto a ricondurre la sua flotta ne' porti della Sicilia. Non pertanto, volendo la repubblica mostrarsi grata ai di lui servigj, lo fece inscrivere nel libro d'oro tra i nobili veneziani[236].

Il Pesaro continuò tutto l'inverno la guerra contro i Turchi. Prese o distrusse molti loro vascelli che si stavano fabbricando alla Prevezza, nel golfo d'Ambracia[237]; tentò di bruciare una parte della loro flotta nel fiume di Loüs, ma venne respinto con molta perdita di gente[238]; finalmente accettò la sommissione d'Alessio che si arrese alla repubblica. Dall'altra banda la città di Zonchio e di Durazzo furono di nuovo prese dai Turchi: e tutti questi prosperi avvenimenti o perdite venivano accompagnati da atroci crudeltà tanto per parte de' Cristiani che dei Turchi. Si rendevano responsabili della sorte della guerra gli sventurati abitanti, ai quali, benchè mal difesi dalle guarnigioni, facevasi rendere conto, riprendendoli, dell'infortunio, cui davasi il nome di ribellione; e rispetto ai soldati prigionieri perivano quasi tutti in mezzo ai supplicj[239].

I Veneziani, minacciati di perdere quasi tutti i loro possedimenti d'oltremare, avevano chiesti soccorsi a tutti i principi della Cristianità; tutti risguardavano tuttavia come un dovere la guerra contro gl'infedeli; tutti convenivano intorno alla necessità di soccorrere Venezia nella lotta disuguale in cui si era posta; pure sembravano più disposti a salvare l'onor loro con un momentaneo servigio, che a somministrare ai loro alleati una reale assistenza. Alessandro VI fece armare venti vascelli, de' quali diede il comando a Giacomo Pesaro, vescovo di Pafo, che li condusse in rinforzo della flotta veneziana; ma il più efficace soccorso proveniente dal papa fu la cessione del prodotto delle indulgenze vendute nello stato veneto, che ammontò ad 80,000 ducati[240]. Il Ravenstein, governatore di Genova a nome della Francia, condusse a Zante una flotta francese destinata a secondare quella della repubblica; ma non era stata pagata che per tre mesi, due e mezzo de' quali erano di già scorsi prima che giugnesse ne' mari di Grecia, onde si ritirò senza rendere ai Veneziani verun servigio. Anche una flotta portoghese comparve nello stesso luogo, ma il suo comandante non volle prendere parte negli assedj, dichiarando di avere soltanto ordine di porsi nella linea di battaglia de' Veneziani, e si ritirò ancor essa quando vide che nel presente anno i musulmani non sembravano intenzionati di venire a battaglia[241].

Prima che terminasse l'anno, Filippo di Ravenstein ricondusse la flotta francese in ajuto de' Veneziani; attaccò di concerto con loro l'isola di Mitilene, ma l'indisciplina de' suoi soldati lo costrinse ad abbandonare l'intrapresa quando era quasi sicura la vittoria[242]. Tutti questi efimeri ausiliarj avevano probabilmente impedito alla Porta di far uscire in quest'anno dai Dardanelli la sua flotta, ma non avevano procurato veruno stabile vantaggio ai Veneziani. Lo stesso non deve dirsi dell'attacco di Uladislao, re d'Ungheria e di Boemia, ai confini de' Turchi; perciocchè le scorrerie degli Ungheri costrinsero Bajazette II a mandare le sue armate verso il Danubio. Dal canto loro i Polacchi cominciavano a porsi in movimento, ed il loro re aveva promesso alla repubblica di Venezia di fare una diversione in di lei favore. La morte di questo re impedì, a dir vero, la guerra della Polonia, ma la sola voce de' suoi apparecchi era stata utile ai Veneziani[243].

Nel susseguente anno 1502 un nuovo, e più dei precedenti inaspettato, ausiliario recò pure qualche sollievo alla repubblica. Fu questi Ismaele Sofì, che armò la Persia contro Bajazette II, invase la parte dell'Armenia soggetta ai Turchi, e richiamò in Asia le armi del Sultano[244]. Il Pesaro, che aveva ricevuti alcuni soccorsi dai cavalieri di Rodi, dal re di Francia e da Alessandro VI, volle approfittarne per attaccare l'isola di Leucade o di Santa Maura, che fu da lui conquistata[245]. Questa fu press'a poco la sua sola intrapresa in quest'anno. I Turchi, distratti da due potenti diversioni in Europa ed in Asia, più non diressero i principali loro sforzi contro la repubblica. Ma questa, ancora atterrita dai passati pericoli, e temendo di vedere ogni anno invaso il Friuli, e consumata la conquista del Peloponneso, evitava di provocare maggiormente la collera del Sultano. In sul finire di quest'anno la repubblica ricevette da Achmet, uno de' Pascià di Bajazette II, alcune aperture di pace, che partecipò al re d'Ungheria; e siccome questi non volle acconsentirvi, non ricusò di trattare sola. Andrea Gritti, uno de' mercanti che i Turchi avevano arrestati in principio della guerra, e che in allora trovavasi nelle prigioni di Costantinopoli, trattò a nome della sua patria; avendo la fortuna destinato questo uomo, che non era meno distinto per nobiltà, per la bellezza della persona, e per la forza del suo corpo, che per i militari e politici talenti, a conchiudere in tempo della sua prigionia due de' più importanti trattati che facesse la repubblica. Il Gritti, che alquanto più tardi acquistò tanta gloria nella guerra della lega di Cambray, e che dopo riconciliò la sua patria colla Francia; che all'ultimo, salito sul trono ducale, l'occupò quindici anni, e sottoscrisse il trattato di pace che in principio del 1503 riconciliò la repubblica di Venezia coll'impero turco, e che non fu rotto prima del 1537. I Veneziani restituirono Santa Maura o Leucade ai Turchi, rinunciarono ai loro diritti sopra Lepanto, Modone e Corone, che avevano perdute nel corso della guerra, ed ottennero invece soltanto la restituzione delle private proprietà che dal sultano erano state confiscate in principio della guerra[246].

Questo trattato, che Andrea Gritti non portò a Venezia che in novembre del 1503, fu ricevuto con esultanza dalla repubblica, sebbene sanzionasse la perdita di alcune delle sue migliori fortezze possedute in Levante. Ma finchè era durata la guerra, i Veneziani eransi trovati in faccia ai principi cristiani loro vicini in uno stato di costante umiliazione e d'inquietudine. Ora erano stati forzati ad assecondare gli ambiziosi progetti di Lodovico XII, spesso a soffrire l'insolenza de' suoi luogotenenti, talvolta a chiudere gli occhi sulle pratiche del duca Valentino. Essi nè avevano potuto dar peso alle loro raccomandazioni, nè far rispettare i proprj interessi; e lo stato di crisi in cui erasi trovata l'Italia ne' precedenti anni, non pareva vicino a terminare. La guerra di Napoli aveva accesa l'ambizione di tutti gli oltremontani, ed i sovrani della Francia, della Spagna, della Germania, manifestavano più apertamente che mai le loro pretese sulle province della penisola.

Il re di Francia non poteva darsi pace della perdita del regno, che così rapidamente gli era stato rapito dalla mala fede del re cattolico. Egli si doleva all'arciduca Filippo, che gli avesse legate le mani con una ingannevole negoziazione di pace. Questi, che aveva lealmente trattato, e che trovavasi investito de' più estesi poteri di suo suocero, lagnavasi che il suo onore fosse stato crudelmente compromesso. Ferdinando ed Isabella avevano da prima cercati pretesti per ritardare la ratifica del trattato conchiuso dal loro genero; ma quando ebbero sicuri avvisi de' vantaggi ottenuti da Gonsalvo di Cordova, ricusarono assolutamente di sottoscrivere il trattato, accusando Filippo di avere ecceduti i suoi poteri. Pure proponevano ancora altre negoziazioni per ingannare di nuovo Lodovico XII[247]. Ma questo monarca, conoscendo finalmente che con principi senza fede la sola forza può dare qualche valore ai trattati, risolse di attaccare nello stesso tempo la Spagna dalla banda di Bajona e di Fontarabia, e dalla banda del contado di Rossiglione; di far guastare le coste della Catalogna e di Valenza da una flotta francese, finalmente di mandare nel regno di Napoli un'armata tale da restituirgli la perduta superiorità[248].

Il comando di quest'armata fu dato a Lodovico della Tremouille; e sotto di lui doveva servire Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello stesso che si era opposto ai Francesi a Fornovo, e che aveva comandata l'armata veneziana spedita contro di loro nella Puglia. Il Balivo di Bissì aveva avuta la commissione di levare e condurre gli Svizzeri. I Fiorentini, i Sienesi, i principi di Ferrara, di Mantova e di Bologna avevano promessi i loro contingenti; l'armata di La Tremouille doveva contare mille ottocento lance, e circa diciotto mila fanti; doveva secondarla una potente flotta, e non si erano mai veduti in Francia più formidabili apparecchi[249]. Pure La Tremouille, prima d'ingolfarsi nel regno di Napoli, voleva essere sicuro della condotta del papa e di suo figliuolo. Ai timori renduti tanto legittimi dal loro carattere aggiugnevasi da qualche tempo la diffidenza che ispirar dovevano le loro contraddittorie negoziazioni; le insolenti pretese del papa, che voleva perseguitare e spogliare de' suoi feudi Gian Giordano Orsini, sebbene fosse sotto l'immediata protezione del re[250]; la licenza data agli Spagnuoli di reclutare in Roma, e le non ignote pratiche del Valentino con Gonsalvo di Cordova. Il Valentino, che aveva sotto i suoi ordini cinquecento uomini d'armi, offriva di unirli all'armata francese, purchè Lodovico XII gli sagrificasse non solo Gian Giordano Orsini, ma ancora lo stato di Siena; ed i Francesi erano in procinto di sottoscrivere così vergognoso trattato allorchè il Borgia ne propose uno meno ignominioso, ma più pericoloso. Egli offriva il passo per lo stato della Chiesa, conservando egli stesso una neutralità armata. Facilmente si comprendeva, che sua intenzione era quella di dichiararsi a seconda delle circostanze per opprimere i vinti; o pure che, malgrado le sue promesse, mentre i Francesi sarebbero nel regno di Napoli, attaccherebbe la Toscana da loro lasciata senza truppe[251]. Ma in mezzo a tali progetti ed a tali speranze, il 18 di agosto, papa Alessandro VI fu colpito da quasi improvvisa morte: il duca Cesare Borgia, suo figlio, ed il cardinale di Corneto furono nello stesso tempo portati a Roma quasi moribondi da una vigna in cui dovevano cenare con lui, ed il corpo di Alessandro VI, copertosi di subito da negra spaventosa gangrena, diede motivo a tutto il pubblico di sospettare, che il papa, il figliuolo ed il commensale fossero vittime di un veleno apparecchiato dallo stesso papa per un altro[252].

L'intera vita d'Alessandro Borgia era stata contraddistinta da tanti delitti, ed egli si era per tanti titoli meritato l'odio di Roma, dell'Italia e di tutta la Cristianità, che non è maraviglia che la di lui morte si attribuisse a quegli stessi delitti cui aveva accostumata la sua corte, e che si cercasse di trovare nel rapidissimo rovesciamento della sua famiglia, e nel giusto gastigo della sua malvagità, una conseguenza degli scellerati mezzi da lui praticati per accrescere la sua fortuna. In tutto il corso del suo pontificato erasi veduto Alessandro VI ricavare molto danaro dalle promozioni al sacro collegio, che in forza delle costituzioni ecclesiastiche aveva il diritto di fare. In undici promozioni aveva creati quarantatrè cardinali[253], e quasi niuna di tali promozioni era stata gratuita. Da ognuna aveva ricavato almeno dieci mila fiorini; quella di Francesco Soderini, fratello del gonfaloniere di Firenze, era stata pagata ventimila: trentamila quella di Domenico Grimani, figliuolo del procuratore di san Marco; ed altre probabilmente un prezzo ancora maggiore. Ma pel papa non era gran cosa la vendita di questa principalissima dignità ecclesiastica. I cardinali da lui adoperati nell'amministrazione si arricchivano rapidamente; ed il papa fu accusato di averne fatti perire moltissimi per usurpare le loro eredità, e disporre nuovamente de' loro beneficj, che ricadevano alla santa Sede. Questi erano, si diceva, i criminosi mezzi con cui il papa suppliva alle enormi spese che richiedevano il mantenimento delle armate del duca Valentino, il lusso della corte pontificia, le prodigalità di Lugrezia Borgia, e il collocamento degli altri figli e nipoti di Alessandro. Fu raccontato e creduto in tutta l'Italia, che il papa aveva invitato il cardinale Adriano di Corneto ad un convito nella sua vigna di Belvedere presso al Vaticano con intenzione di avvelenarlo, come aveva altra volta avvelenati i cardinali di sant'Angelo, di Capoa e di Modena, prima suoi zelantissimi ministri, poi vittime della sua cupidigia; che il duca Valentino aveva mandato una bottiglia di vino avvelenato al coppiere del papa, senza palesargli il mistero, facendogli soltanto dire di non mandarla in tavola senza suo espresso ordine; che nella momentanea assenza di questo coppiere, il suo sostituto avea dato per errore di questo vino al papa, a Cesare Borgia ed al cardinale di Corneto. Quest'ultimo disse egli medesimo molto tempo dopo a Paolo Giovio, che, appena inghiottita tale bevanda, avea sentito nelle sue viscere un ardente fuoco, che subito avea perduta la vista, ed in appresso l'uso di tutti i sensi, e che dopo una lunga malattia, la sua guarigione era stata preceduta dalla totale escoriazione della sua pelle[254].

Gli scrittori contemporanei meglio informati e che più minutamente parlarono di tale avvenimento, convengono rispetto alle circostanze. Pure un giornale della corte di Roma e le lettere dell'ambasciatore della casa d'Este sembrano provare che la malattia del papa durasse otto giorni, che fosse giudicata febbre perniciosa e come tale medicata[255]. Inoltre non sappiamo con precisione l'epoca del banchetto nella vigna di Belvedere: è probabile che avesse luogo il 10 di agosto; che la malattia, prodotta dal veleno diviso in tre invece di essere preso da un solo, abbia durato otto giorni, e che in tale tempo non gli si desse il suo vero nome, per non accusare il papa e suo figlio ancora vivi ed onnipotenti[256].

Alessandro VI, il di cui solo nome ricorda tanti delitti e tante infamie, dovette in tempo del suo pontificato pronunciare a nome della Chiesa Romana molte decisioni che hanno ancora presentemente forza di leggi. Perciò gli scrittori ecclesiastici cercano di provare, che a fronte degli enormi suoi vizj egli non si slontanò mai un solo istante dalla purità della fede[257]. Alessandro VI fu uno degl'istitutori dell'ordine de' Minimi di san Francesco di Paola, ch'egli ratificò colla sua bolla del 1.º di maggio del 1501, e di quello delle sorelle di Maria Vergine, fondato da Giovanna di Valois, moglie divorziata di Lodovico XII[258]. La Chiesa romana gli deve inoltre un'istituzione, che forse più d'ogni altra contribuì a conservare la sua autorità contro gli assalti della filosofia ed i progressi dello spirito, quella della censura ecclesiastica dei libri. Alessandro VI, con suo breve del nove di giugno del 1501, ordinò agli stampatori sotto pena di scomunica di non istampare verun libro senza l'assenso degli arcivescovi o de' loro vicarj ed ufficiali, ed ordinò a questi di far sequestrare e bruciare ogni libro contenente dottrine eretiche, contrarie alla fede cattolica, empie e malsonanti[259].

Il duca Valentino diceva al Machiavelli, che credeva di avere pensato a tuttociò che potrebbe accadere nella circostanza della morte di suo padre, e che a tutto aveva trovato rimedio; ma che mai non aveva pensato che nella circostanza di tale avvenimento potrebbe egli medesimo trovarsi mortalmente infermo[260]. Aveva contato che l'elezione del nuovo pontefice sarebbe in gran parte del voler suo, dovendo, a suo credere, conservarsi da lui dipendenti i cardinali nominati da suo padre, ed in particolare gli otto Spagnuoli ch'egli aveva fatti entrare nel sacro collegio. Aveva ridotta sotto la sua clientela quasi tutta la piccola nobiltà degli stati romani, ed aveva in modo oppressata l'altra nobiltà, che credeva di non aver che temere dalla medesima. Tutte le fortezze tanto in Roma che nel suo territorio erano guardate dai suoi soldati, e l'armata con cui faceva la guerra agli Orsini trovavasi acquartierata ne' contorni di Roma. Ma d'altra parte egli si trovava colpito appunto nell'istante in cui, incerto di decidersi per la corte di Francia o per quella di Spagna, non poteva far capitale del favore dell'una o dell'altra; anzi sentivasi nello stesso tempo stretto dalle due armate nemiche: pure per quanto travagliato fosse dalla malattia, non si lasciò scoraggiare. Mentre che il popolo affollavasi a San Pietro con indicibile gioja per saziare la sua vista sul cadavere di Alessandro VI, ed esprimere tutto l'orrore ond'era verso di lui compreso, Cesare Borgia si tenne nel palazzo del Vaticano; entrò in trattato coi Colonna che suo padre aveva spogliati de' loro feudi; loro restituì Chiazzano, Capo d'Anzo, Frascati, Rocca di Papa e Nettuno, che Alessandro VI aveva notabilmente fortificato, ed a tal prezzo comperò la loro neutralità[261].

Il duca Valentino non aveva abbastanza soldati per potere vietare ai suoi nemici l'ingresso in Roma, e contenere nello stesso tempo il popolo che lo detestava. Era tornato in patria Prospero Colonna alla testa di tutto il suo partito. Dal canto suo Fabio Orsini era rientrato in possesso dei palazzi della sua famiglia a Monte Giordano; aveva fatte saccheggiare le case e le botteghe de' cortigiani e de' mercanti spagnuoli, così favoreggiati sotto il regno dell'ultimo papa, ed altamente domandava la testa dello stesso Cesare Borgia in espiazione del sangue di suo padre e de' suoi parenti che questo tiranno avea versato. Le truppe del Valentino erano tutte acquartierate in Borgo e ne' contorni del Vaticano; di modo che i cardinali, per non cadere nelle loro mani, si adunarono nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; ma non si affrettarono di cominciare l'esequie del papa, che dovevano durare nove giorni, e terminarsi prima del conclave[262].

Fuori delle porte di Roma, e negli stati fin allora occupati dal Valentino, le convulsioni politiche erano ancora più rapide. Gian Paolo Baglioni si era associato a Bartolommeo d'Alviano, capitano della casa Orsini, al servigio de' Veneziani. Col di lui ajuto era rientrato in Perugia, aveva cacciata da Viterbo la fazione dei Gatti; da Todi quella di Chiaravalle; ed aveva uccisi o svaligiati tutti que' cittadini addetti ai due partiti, che gli erano venuti in mano. Fabio Orsini, perseguitando in compagnia de' Savelli nel patrimonio di San Pietro tutti i partigiani del Valentino, ed avendo ucciso un individuo della famiglia Borgia, si lavò le mani e la bocca col di lui sangue[263]. Tutti i baroni romani avevano ricuperate le rocche loro tolte dal papa; i Vitelli erano tornati in Città di Castello, Giacomo d'Appiano in Piombino, il duca d'Urbino, ed i signori di Pesaro, di Camerino e di Sinigaglia negli stati che avevano perduti[264]. Soltanto la Romagna non si mosse, e si mantenne ubbidiente al duca Valentino. Le altre sue conquiste erano più fresche; in quella di Romagna aveva avuto tempo di far gustare i vantaggi del suo governo. Quest'uomo, tanto crudele e di così perversi principj politici, ottimamente conosceva ciò che poteva formare la felicità de' suoi sudditi; egli faceva fare tra di loro rigorosa giustizia, e manteneva inviolabile la pubblica sicurezza. Tutte le fazioni erano compresse; tutti i furti de' magistrati e de' principi erano cessati; tutti gli uomini più distinti avevano nel Borgia un illuminato protettore; i militari trovavano avanzamento nelle armate, o nel comando delle rocche del duca; i letterati venivano riccamente provveduti di benefici ecclesiastici: finalmente lo stato prosperava, e verun Romagnuolo poteva senza timore figurarsi il ritorno de' piccoli antichi signori[265].

Lodovico de La Tremouille, che doveva avere il comando dell'armata francese, era trattenuto in Parma da una malattia che più non gli acconsentì di aver parte nell'impresa di Napoli. Gli era succeduto nel comando il Marchese di Mantova come luogotenente del re; ma in fatto quasi tutta l'autorità era nelle mani del balivo d'Occan e di Sandricourt, perchè i Francesi sdegnavano di ubbidire ad un principe straniero. Era quest'armata entrata in Toscana per la via di Pontremoli, avanzando lentamente a motivo degli Svizzeri, che di mal animo prendevano parte nelle disastrose spedizioni del regno di Napoli. Finalmente attraversò lo stato di Siena, ed arrivò tra Nepi e l'Isola nell'istante in cui i cardinali stavano per entrare in conclave. Il primo ministro della Francia ed il favorito del re, il cardinale d'Amboise, giugneva nello stesso tempo frettolosamente col cardinale d'Arragona e col cardinale Ascanio Sforza, ai quali aveva renduta la libertà, nella ferma fiducia che i loro suffragj sarebbero regolati dal suo. Appoggiato da tutta la protezione del suo padrone, dalla libertà di valersi a voglia sua de' tesori del re, e di una potente armata, giunta presso le mura di Roma, credeva d'avere in pugno la tiara pontificia, e subordinò alle sue personali viste le negoziazioni del gabinetto, ed i movimenti dell'esercito francese. In particolar modo cercò il duca Valentino, che dicevasi arbitro di tutti i voti de' cardinali spagnuoli; e per guadagnarlo al suo partito non temette di scontentare gli Orsini fin allora affezionati alla Francia. Il Borgia dal canto suo sentì che l'armata francese era a lui più vicina che non quella di Spagna, e che poteva fargli più bene e più male; onde troncò le negoziazioni intavolate con Gonsalvo di Cordova per mezzo dei Colonna, ed il primo di settembre sottoscrisse cogli ambasciatori francesi un nuovo trattato, in forza del quale si obbligava a servire Lodovico XII con tutte le sue forze nella guerra di Napoli; a condizione che quel monarca si rendesse garante degli stati che ancora possedeva, e gli promettesse il suo ajuto per riconquistare i perduti[266]. Gonsalvo di Cordova, quand'ebbe avviso di questo trattato, ordinò a tutti i capitani spagnuoli che militavano nell'armata del Borgia, di abbandonarlo per servire sotto le insegne della Spagna, se non volevano farsi colpevoli di alto tradimento. Quest'ordine privò il duca di Ugo di Moncade, di Girolamo Olorico, di Pietro de Castro, di Diego Chignones, e di altri riputatissimi ufficiali[267].

La cessione dei suffragj de' cardinali dipendenti dalla casa Borgia, non formava un'esplicita condizione del trattato del Valentino, sebbene fosse questo il principale motivo che aveva consigliato il cardinale d'Amboise a sottoscriverlo. Ma questi cardinali, di cui si credevano disponibili i voti, miravano assai più ai futuri loro vantaggi che a mostrarsi riconoscenti de' passati beneficj. Desideravano in particolar modo la propria libertà e quella della loro elezione; perciò non acconsentirono di chiudersi in conclave finchè il cardinale d'Amboise non ebbe promesso che l'armata francese non si avanzerebbe oltre Nepi, e finchè Cesare Borgia non fu partito da Roma con dugento uomini d'armi e trecento cavaleggieri per raggiugnere l'armata[268].

I cardinali non avevano ancora presi fra di loro gli opportuni concerti per procedere ad una definitiva elezione. Giorgio d'Amboise non aveva presso il conclave tutta l'influenza che si era ripromessa, ma sperava di guadagnare col tempo nuovi partigiani; invece i suoi avversarj non dubitavano che non perdesse qualche suffragio tosto che l'armata francese sarebbesi allontanata da Roma: d'altra parte tutti i partiti conoscevano egualmente quanto sarebbe pericolosa cosa per la libertà loro e per l'indipendenza della Chiesa il protrarre il conclave in mezzo a tanti militari movimenti. Tutti adunque convennero di scegliere per papa un cardinale, di cui l'estenuate forze, e la conosciuta infermità facevano prevedere vicina la morte. Fu questi Francesco Piccolomini, nipote di papa Pio II, dal quale era stato fatto arcivescovo di Siena ed in appresso cardinale. Questo decano del sacro collegio, che veniva da tutti risguardato come uomo assai virtuoso, riunì i suffragj di trentasette de' suoi fratelli, su trent'otto che si trovavano in conclave. Fu proclamato il 22 di settembre, e coronato l'8 di ottobre sotto il nome di Pio III[269].

Dopo quest'elezione, l'armata francese, che non aveva più motivo di trattenersi, passò il Tevere e proseguì il suo cammino verso il regno di Napoli: ed il duca Valentino, che sempre era ammalato, e che si era fatto portare in lettica a Nepi, si fece nello stesso modo riportare a Roma, dove si afforzò nel Borgo con dugento cinquanta uomini d'armi, altrettanti cavaleggeri, ed ottocento fanti. Gli Orsini, che sospiravano l'istante di potersi vendicare di lui erano essi pure tornati in città colle loro truppe, e si afforzavano in un altro quartiere. Avevano essi chiamati Gian Paolo Baglioni e Bartolommeo d'Alviano, ed ogni giorno venivano alle mani colla gente del Valentino. Nel momento in cui la guerra andava a ricominciare, trattavano come condottieri per mettersi al soldo dell'una o dell'altra potenza. La loro inclinazione li piegava verso la Francia, e quest'inclinazione veniva accresciuta dalla loro rivalità coi Colonna, che servivano nell'esercito spagnuolo. Ma il cardinale d'Amboise gli aveva vivamente offesi col favore accordato al Valentino: aveva in appresso mercanteggiati i loro servigj, come se non facesse gran conto della loro assistenza, o credesse che per difendersi dai Colonna gli Orsini sarebbero sempre obbligati a porsi anche senza soldo sotto le insegne francesi. Bartolommeo d'Alviano, che aveva lasciato il servigio della repubblica di Venezia per venire a Roma a riunirsi alla sua famiglia, si sentì offeso da questa mancanza di riguardi, e trattò con Gonsalvo di Cordova a nome di tutti gli Orsini, promettendo di condurre ai servigj della Spagna cinquecento uomini d'armi per sessanta mila ducati all'anno. Ma volle in contraccambio che il Gonsalvo promettesse di rimettere i Medici in Firenze dopo finita la guerra[270].

L'ambasciatore di Venezia in Roma si adoperava per questa riconciliazione degli Orsini cogli Spagnuoli, ed aveva prestato agli ultimi il danaro necessario per fare il primo pagamento: in appresso gli ajutò ancora a rappattumarsi coi Colonna, che militavano nella medesima armata. Il Valentino, spaventato da questa coalizione, che suppose diretta contro di lui, volle in allora uscire da Roma. Gian Giordano Orsini non aveva fatto causa comune co' suoi parenti, ed aveva promesso al cardinale di Roano che condurrebbe il Borgia sicuro fino all'armata francese; onde il Borgia si mosse per andare a trovarlo a Bracciano; ma nello stesso tempo Fabio Orsini e Gian Paolo Baglioni avevano attaccata la porta del Torrione e l'avevano bruciata, indi erano entrati nel quartiere del Valentino ed aveano caricati i di lui soldati con forze molto superiori. Quando Cesare Borgia vide che la sua cavalleria cominciava a fuggire, si riparò col principe di Squillace suo fratello ed alcuni cardinali spagnuoli nel palazzo del Vaticano, di dove coll'assenso del papa passò in castel Sant'Angelo. Il comandante del castello era una creatura d'Alessandro VI, e non solo promise di difendere il Borgia contro i suoi nemici, ma ancora di lasciare che si ritirasse qualunque volta lo vorrebbe. Intanto l'armata del duca, inseguita dagli Orsini e dal Baglioni, si dissipò interamente, ed i brillanti sogni dell'ambizioso Borgia si dissiparono coll'armata[271].

Pio III non ingannò l'aspettazione de' cardinali, che avevano calcolato sopra un brevissimo papato; dopo ventisei soli giorni di regno, morì il 18 di ottobre in età di sessantaquattro anni e cinque mesi. Fin da quando era stato eletto aveva in una gamba una piaga che poteva farsi pericolosa; non pertanto si sospettò che fosse stata avvelenata per commissione di Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena, che temeva di trovare in lui i risentimenti di un gentiluomo sienese, e quindi nemico dell'ordine dei Nove, col di cui appoggio regnava Pandolfo[272].

Durante il breve regno di Pio III i cardinali avevano prese migliori misure; le diverse fazioni avevano conosciute le proprie forze; e quelle che non isperavano di trionfare, avevano se non altro ottenuto di vendere a più alto prezzo la loro adesione. Giorgio d'Amboise pel primo era stato forzato di conoscere ch'egli non otterrebbe mai più la tiara, ed in conseguenza impiegò i suffragj di cui poteva disporre a favore di quel cardinale che al tempo della spedizione di Carlo VIII si era totalmente dedicato agl'interessi della Francia. Era costui il cardinale di San Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, il quale, per vendicarsi di Alessandro VI, suo personale nemico, aveva chiamate le armi de' Francesi in Italia, ed, esigliato da Roma, era quasi sempre vissuto alla corte di Francia. Possedeva questo cardinale immense ricchezze e molti beneficj ecclesiastici de' quali poteva disporre a favore de' suoi partigiani.

Alessandro VI, che lo detestava, aveva contribuito a procacciargli riputazione di sincerità, replicatamente dichiarando di conoscere in lui questa sola virtù in mezzo a vizj senza numero; e Giuliano approfittò dell'universale confidenza che ispirava la sua sincerità per meglio ingannare. Ognuno credeva così implicitamente alla sua parola ed alle sue promesse, che moltissimi amici gli affidarono ogni loro sostanza e tutti i loro beneficj ecclesiastici, ond'egli se ne valesse per comperare partigiani. Il cardinale Ascanio Sforza, conoscendo assai meglio che Giorgio d'Amboise lo spirito ambizioso ed inquieto del La Rovere, vide che questo preteso partigiano della Francia era di tutto il sacro collegio l'uomo più disposto a strappare il ducato di Milano dalle mani de' Francesi per restituirlo alla sua famiglia. Finalmente il Valentino, ridotto in così pericolosa situazione da non poter più seguire le regole della consueta sua politica, prestò facile orecchio alle promesse che aveva costume di sprezzare: suppose o volle supporre che freschi beneficj potrebbero far dimenticare le vecchie ingiurie, e il 29 di ottobre sottoscrisse col La Rovere un compromesso confermato con giuramento, in forza del quale assicurò al cardinale i suffragj di tutti i cardinali spagnuoli, mediante la promessa del gonfalone della Chiesa, della conservazione di tutti i suoi stati, e del matrimonio di sua figlia con Francesco Maria della Rovere, nipote del futuro papa. Con questi varj trattati e con tutte queste pratiche l'elezione di San Pietro ad vincula era così bene concertata, che lo stesso giorno 31 di ottobre in cui i cardinali entrarono in conclave, senza che si avesse avuto il tempo di rinchiuderveli, proclamarono Giuliano della Rovere, che prese il nome di Giulio II[273].

Ben furono necessarie grandi sventure per determinare il Valentino a dare le voci di cui disponeva al suo più antico nemico. Ma in fatti dopo la sconfitta della sua piccola armata intorno al Vaticano, la sua potenza era quasi venuta al nulla. Le città della Romagna, che si erano lusingate del suo ritorno, vedendo caduta la sua fortuna, avevano voluto acquistarsi merito presso gli antichi loro padroni, dandosi spontaneamente nelle loro mani. Cesena era tornata sotto l'immediato dominio della Chiesa: a Imola era stato ucciso il comandante della rocca, e la città era divisa tra i partigiani dei Riarj e quelli della Chiesa. Forlì aveva aperte le porte ad Antonio Ordelaffi, erede della famiglia che aveva regnato in quel piccolo stato prima che se ne impadronisse Girolamo Riario. Giovanni Sforza era rientrato in Pesaro, Pandolfo Malatesta in Rimini, di dove fu ben tosto scacciato da Dionigi Naldo, soldato di Cesare Borgia. Faenza aspettò più lungamente il Valentino che niun'altra città di Romagna; ma all'ultimo, perdendo la speranza di vederlo ricuperare l'antica potenza, si diede a Francesco, figliuolo naturale di Galeotto di Manfredi, il solo erede di una famiglia, della quale tutti i legittimi discendenti erano stati uccisi dal Borgia. Le rocche di tutte queste città non presero parte a queste rivoluzioni e furono fedelmente custodite dai loro capitani a nome del duca Valentino[274].

Ma ormai sembrava che la sorte della Romagna dovesse assai meno dipendere dai voti del popolo, dai mezzi del duca Valentino, o dai maneggi dello stesso papa, che dalle armi della potente repubblica, la quale aveva sempre risguardata questa provincia come più particolarmente sommessa alla sua influenza; la quale già da gran tempo dava pensioni ai suoi piccoli principi, ed aveva pure conquistata qualche città. In primavera di questo stesso anno Venezia aveva sottoscritto il suo trattato di pace coi Turchi; Andrea Gritti, che lo aveva negoziato non era peranco tornato da Costantinopoli, e di già la repubblica faceva sentire a' suoi vicini, che le di lei forze più non erano compresse dal terrore degli Ottomani; che i suoi consiglj più non erano esclusivamente occupati intorno ai costanti progressi degl'infedeli, e che trovavasi nuovamente in istato di farsi rispettare e temere. Giacomo Venieri, che comandava a Ravenna, vi adunava ragguardevoli forze; si procurava intelligenze in Cesena, ed all'ultimo tentò di sorprenderla; ma ne fu respinto. Poco dopo Dionigi Naldo, più non isperando di vedere il duca Valentino, e non si volendo assoggettare ai Manfredi, contro i quali si era precedentemente ribellato, consegnò ai Veneziani le fortezze di Val di Lamone, e persuase il comandante della rocca di Faenza a venderla ai medesimi a prezzo d'oro. Queste due vendite non si trassero però dietro la sommissione della capitale, perchè i suoi abitanti, irritati di vedere che il comandante della rocca ed i contadini di Val di Lamone pretendevano di disporre della sorte loro, si difesero ostinatamente, e fecero in pari tempo domandare ajuto a Giulio II ed ai Fiorentini[275].

Tutti gli altri piccoli principati di Romagna erano simultaneamente attaccati dai Veneziani, ai quali aprirono le porte Forlimpopoli ed altre diverse fortezze. Fano, che volevano sorprendere, si difese; Rimini venne loro volontariamente abbandonato da Pandolfo Malatesta, che loro chiese soltanto in cambio la signoria di Cittadella nello stato di Padova, ed il grado di gentiluomo veneziano[276].

Giulio II, di fresco salito sulla cattedra di san Pietro, non ancora abbastanza conosceva quali erano le sue forze, e non voleva affrettarsi a dispiegarle. Pure non poteva vedere senza sdegno occuparsi dai Veneziani le città dipendenti dalla Chiesa. I vicarj, che le possedevano in addietro, ed il duca Valentino stesso, erano dalla loro debolezza e dai giornalieri loro bisogni ricondotti alla dipendenza della santa sede; ma la repubblica di Venezia, sempre potente e sempre ugualmente formidabile, più non restituiva ciò che una volta aveva preso. Giulio II che ancora non ardiva romperla con lei tentò le vie della persuasione. Spedì il vescovo di Tivoli a Venezia, per lagnarsi degli affronti che il senato gli faceva sul bel principio del suo pontificato, attaccando una città della Chiesa, quando egli aveva sperato di potere far capitale dell'amicizia della repubblica, che d'altronde credeva essersi meritata col suo attaccamento ai di lei interessi quand'era ancora cardinale[277].

I Veneziani erano allora traviati da quella medesima ambizione, che loro aveva fatta accettare la protezione di Pisa, la divisione del ducato di Milano ed i porti del regno di Napoli: cercavano di dilatare il loro dominio in Toscana, in Lombardia, e lungo le coste dell'Adriatico, senza pensare che ogni conquista provocava contro di loro un nuovo nemico; e non li trattenne il timore di aggiugnere agli altri anche il papa. Perciò risposero con vaghe proteste d'amicizia, e coll'offerta di pagare per Faenza lo stesso tributo che pagavano i precedenti vicarj; rappresentavano nello stesso tempo, che da più secoli quella città più non era sotto l'immediato dominio della Chiesa, e promettevano di essere così fedeli vassalli quanto lo erano stato i Manfredi o il duca Valentino. Mentre che in apparenza tenevano questo moderato linguaggio le loro truppe andavano gagliardamente stringendo l'assedio di Faenza: si erano accampate presso la Chiesa dell'osservanza, e cominciavano a battere in breccia le mura della città. I Fiorentini, che in sulle prime avevano mandato a Faenza un piccolo soccorro di dugento uomini, quando non si videro assecondati dal papa non vollero entrar soli in così pericolosa guerra; onde gli assediati abitanti, più non isperando di potersi difendere, capitolarono il 19 di novembre a condizione che i Veneziani corrisponderebbero al giovane Francesco Manfredi una pensione annua di trecento ducati[278].

In allora i Veneziani avevano acquistato in Romagna, oltre i due principati di Faenza e di Rimini, Monte fiore, sant'Arcangelo, Verucchio, Porto Cesenatico e sei altre terre murate. Loro non sarebbe stato difficile di occupare ancora Imola e Forlì, ma si rattennero per non irritare soverchiamente il papa. Il duca Valentino altro omai non possedeva che le rocche di Forlì, Cesena, Forlimpopoli e Bertinoro. Le offrì al papa in deposito, affinchè non venissero in mano dei Veneziani; ma questi, dice il Guicciardini, la di cui sincerità non era peranco affatto corrotta dall'abitudine del potere, le ricusò per non esporsi in appresso alla tentazione di mancare di parola[279].

Giulio II aveva fatte al Valentino onorate accoglienze, mostrando esternamente una sincera riconciliazione; il 3 di novembre gli aveva dato alloggio nel Vaticano, dove il duca era circondato da una quarantina de' suoi ufficiali, e gli andava promettendo che nel primo concistoro lo dichiarerebbe Gonfaloniere della Chiesa[280]. Cesare Borgia, avvezzo alla prosperità, non aveva trovato nel suo spirito le necessarie forze per giudicare le circostanze del suo presente stato. Quest'uomo, che mai non aveva con chicchessia mantenute le sue promesse, dava piena fede alla parola del suo più antico nemico, ed aspettava con intera confidenza il gonfalone della Chiesa, che Giulio II aveva promesso di dargli, protraendo fin dopo tale nomina la sua partenza alla volta della Romagna. Pensava in allora di ragunare alcuni uomini d'armi che lo aspettavano, di attraversare la Toscana, o forse di passare per mare a Genova, di là in Lombardia, indi coll'ajuto de' suoi partigiani soccorrere i castellani che avevano fedelmente custodite le fortezze. Quando il Machiavelli, che in allora trovavasi in legazione a Roma, andò il 5 di novembre a partecipargli l'intrapresa de' Veneziani contro Faenza, il Borgia si alterò contro i Fiorentini, i quali con soli cento uomini d'armi avrebbero potuto, volendolo, salvare tutti i di lui possedimenti. Giurò che non dissiperebbe tra le mani de' banchieri di Genova i danari che gli restavano, i quali ammontavano a più di dugento mila fiorini, per difendere invano una città che stava per perdere; che piuttosto darebbe egli stesso le sue fortezze ai Veneziani per avere la soddisfazione di vederli in appresso attaccare Firenze e ruinarla. Pochi mesi prima tali minacce avrebbero potuto fare una profonda impressione; ma più non si conveniva al Borgia questo modo di parlare; e lo stesso cardinale d'Amboise, che sempre lo proteggeva, e che lo risguardava come un utile alleato della Francia, quando il Machiavelli gli riferì questo discorso, si fece a dire: «Dio mai non lasciò verun peccato impunito, e nemmeno perdonerà quelli di quest'uomo[281]».

Il papa ancora non voleva mancare di parola al Valentino, pure desiderava di sbarazzarsi presto di lui; e sebbene cercasse di approfittare di quell'avanzo di credito che ancora gli restava per difendere la Romagna contro i Veneziani, si rallegrava di vederlo abbandonato da tutti i suoi amici. Egli, non meno che il cardinale d'Amboise, lo aveva incoraggiato a chiedere un salvacondotto ai Fiorentini per mandare la sua piccola armata ai confini della Romagna[282]; ma non ebbe dispiacere che questo salvacondotto gli fosse rifiutato; cercò soltanto di trattenere il duca con fallaci speranze di un accomodamento coi Fiorentini per ridurlo a partire[283].

Finalmente il Valentino si pose in viaggio il 19 di novembre circa la mezza notte con intenzione d'imbarcarsi ad Ostia e di farsi trasportare con quattrocento o cinquecento uomini alla Spezia. Aveva ordinato di trovarsi colà a settecento cavalli, che vi mandava per la strada della Toscana[284]. Era questo precisamente l'istante in cui Faenza, stretta dai Veneziani, stava in procinto di capitolare. Giulio II, spaventato dai loro progressi, si persuase che il solo mezzo di farvi argine fosse quello di farsi rilasciare le fortezze che tuttavia il Valentino possedeva in Romagna. Il duca partendo aveva lasciata la corte di Roma in potere de' suoi nemici, i quali tutti incoraggiavano Giulio II a mancargli di fede, ed anticipatamente facevano plauso al gastigo d'un uomo perfido dal papa detestato. Questi non oppose lunga resistenza alle loro insinuazioni. Fece partire alla volta di Ostia il cardinale di Volterra, fratello del gonfaloniere Pietro Soderini, per domandare al Valentino la consegna di tutte le sue fortezze. I venti contrarj ritardavano la partenza del duca, ed il Volterra lo trovò tuttavia in Ostia il 22 di novembre; ma il Borgia, nell'istante medesimo in cui intraprendeva un viaggio per tentare di riconquistare la Romagna, non poteva rinunciare al suo titolo su quella sovranità, nè alle rocche che ancora vi possedeva, e ricusò di prestarsi all'inchiesta del pontefice. Giulio II, troppo orgoglioso e troppo irascibile per sopportare un rifiuto, fece subito arrestare il Valentino, che rimase prigioniero in faccia ad Ostia sopra una galera francese[285]. Si sparse ben tosto voce che il papa l'aveva fatto gettare nel Tevere. Tutti applaudirono anticipatamente a quest'atto di perfidia, e mostraronsi in seguito dolenti, sentendo che non erasi eseguito[286]. Nello stesso tempo la piccola armata del Valentino, comandata da Michele di Coreglia, era giunta ai confini di Perugia e di Firenze, dove fu attaccata dalla gente di Giovanni Paolo Baglioni, e svaligiata. Don Michele restò prigioniere dei Fiorentini, che cedendo alle calde preghiere del papa glielo consegnarono; e Giulio II si mostrò soddisfattissimo, che gli ultimi mezzi che restavano a colui, al quale aveva promesso di perdonare, fossero finalmente distrutti[287].

Per grande che fosse l'odio che Giulio II nutriva in fondo al cuore contro il Valentino, mai del tutto non dimenticò che gli andava debitore della tiara, e che gli aveva promessa la sua riconoscenza. Lo fece condurre al palazzo del Vaticano, e sempre insistendo per avere un ordine diretto ai suoi castellani, di consegnargli le loro rocche, gli mostrò tali riguardi, che da lui non si aspettavano. E con tali mezzi almeno apparentemente vi riuscì. Il 2 di dicembre il Valentino sottoscrisse l'ordine che gli si chiedeva, e Pietro d'Oviedo, uno de' suoi luogotenenti, incaricato di recarlo, partì alla volta della Romagna, onde farlo eseguire. Dopo ciò il Borgia ebbe maggiore libertà, ed il papa promise di lasciarlo partire per la Francia, tostocchè avesse notizia dell'ingresso delle truppe pontificie nelle rocche della Romagna[288].

Nelli stesso tempo, e quasi in su le porte di Roma una più importante lite decideva del destini dell'Italia ed in qualche modo di quelli dell'Europa. Le due potenti armate dei Francesi e di Gonsalvo di Cordova trovavansi in faccia l'una all'altra su le rive del Garigliano; si aspettava ad ogni istante una battaglia generale, che le continue piogge facevano di giorno in giorno differire; la fortuna tenevasi in bilico, ed in tale stato di ansiosa incertezza, nè il papa, nè i Fiorentini osavano di fare novità. Su gli altri punti la guerra tra le due monarchie non aveva prodotto verun grande avvenimento. L'armata francese che si avanzava a traverso della Guascogna si era tosto dispersa per mancanza di danaro e per l'imprudenza di colui che ne aveva il comando; la flotta, dopo avere minacciate senz'effetto le coste della Catalogna, erasi chiusa nel porto di Marsiglia; l'armata del Rossiglione erasi trattenuta all'assedio di Salses, posto alle falde de' Pirenei, e dopo di avere consumati quaranta giorni sotto quella piazza, che valorosamente si difese, erasi ritirata all'avvicinarsi dell'armata di Spagna comandata dallo stesso re. Frattanto Federico, titolare re di Napoli, cui Lodovico XII e Ferdinando promettevano egualmente di riporre in trono, aveva tra di loro negoziata una tregua di cinque mesi, nella quale non era compresa l'Italia intera; egli dava fede alle loro parole, e non si accorgeva che ambidue i re cercavano di cancellare la vergogna del precedente tradimento, senza rinunciare ai frutti che ne avevano raccolti[289].

Ma l'armata francese, che il cardinale d'Amboise aveva così lungamente tenuta presso di Roma per esercitare maggiore influenza sul sacro collegio, aveva in appresso presa la via di Napoli, sotto gli ordini del marchese di Mantova. Quest'armata, in numero superiore d'assai a quella che poteva opporle il Gonsalvo, era stata abbondantemente provveduta di danaro e di vittovaglie dalla antiveggenza del re; e soltanto la fanteria svizzera, che ne formava una parte essenziale, non era stata scelta con tanta cura come nelle precedenti spedizioni, e perciò era più debole assai di quella che aveva servito nelle precedenti armate. Gli uomini d'armi francesi più non volevano assoggettarsi a verun ordine o disciplina dopo che più non erano comandati da La Tremouille; il loro orgoglio si trovava offeso dell'averla il re assoggettata ad un generale italiano; ed il marchese di Saluzzo, il balivo d'Occan, e Sandricourt, suoi luogotenenti generali, erano poco d'accordo tanto tra di loro quanto col loro capo[290].

In tempo delle affrettate marcie e nel caldo delle battaglie, l'indisciplina francese era difficilmente osservabile; ma diventava particolarmente pericolosa nelle zuffe degli avamposti, e qualunque volta le operazioni si traevano in lungo. Perciò la lenta marcia dell'armata francese a traverso all'Italia, ed il suo lungo soggiorno presso Roma, avevano avuta la più fatale influenza sulle disposizioni de' combattenti. Pure non fu che quando si videro cominciare le piogge dell'autunno, che in quest'anno furono assai più lunghe e più ostinate che all'ordinario, che si potè conoscere quanto la personale ambizione del cardinale d'Amboise, e le sue pratiche per salire sul trono pontificio fossero riuscite pregiudicevoli alla Francia. La campagna aveva cominciato con abbastanza felici auspicj. Il marchese di Saluzzo, dopo avere valorosamente difesa Gaeta cogli avanzi dell'armata che in primavera era stata sconfitta a Cerignole, aveva riconquistato il ducato di Trajetto, e la Contea di Fondi fino alle rive del Garigliano, ed indi aveva raggiunta l'armata del marchese di Mantova tra Pontecorvo e Cepperano.

Gonsalvo di Cordova aveva stabilito il suo quartier generale a san Germano con intenzione di difenderne il passaggio, protetto dalle due fortezze di Rocca-Secca e di Monte Casino. Un capitano spagnuolo, chiamato Vitalba, erasi chiuso in Rocca-Secca, ed avendo valorosamente respinti due assalti dati dall'armata francese, tenne a cagione della sua resistenza sette giorni i Francesi nelle vicinanze di Pontecorvo. Il paese era ruinato, nè bastava a provvederli di vittovaglie, e le continue piogge inondavano i loro quartieri. All'ultimo, dopo avere sofferta la fame e l'umidità, abbandonarono l'assedio di Rocca-Secca, ed il progetto di forzare il passo di san Germano, e ripiegando sulla loro destra a scirocco delle montagne di Fondi, tentarono d'entrare nel regno per la strada che costeggia il mare; e s'inoltrarono così fino alla torre posta al passo del Garigliano, dove credesi che anticamente fosse fabbricata la città di Minturno. La sponda del fiume, più alta dal canto loro che dall'opposta parte, riusciva vantaggiosa per gettare un ponte; e mentre stavano costruendolo si trovavano in un paese amico. Essi possedevano le città di Gaeta, Itri, Fondi e Trajetto, e la loro flotta, padrona del mare, poteva tenerli provveduti di vittovaglie fino alla foce del fiume. Gonsalvo di Cordova, a dir vero, senza lasciarsi scoraggiare da queste sfavorevoli circostanze, venne immediatamente ad occupare l'opposta sponda del Garigliano, ed a contrastare il terreno ai lavoratori francesi; ma questi, coperti dalle loro batterie, il 5 di novembre terminarono il ponte a fronte dell'opposizione del Gonsalvo[291].

Quando ebbero stabilito il loro ponte, i Francesi attraversarono il Garigliano senza incontrare gagliardi ostacoli, e s'impadronirono di alcuni pezzi d'artiglieria abbandonati dagli Spagnuoli sull'opposta riva. Ma il Cordova non si era ritirato che un miglio a dietro, e, tagliando il basso piano alla sinistra del fiume con una profonda fossa, che ben tosto si trovò piena di acqua, aveva innalzato in riva alla medesima assai migliori fortificazioni che non erano quelle che aveva dovute abbandonare al Garigliano. Non potendo i Francesi passare oltre, lasciarono soltanto una guardia avanzata sulla sinistra del Garigliano e tornarono al consueto loro quartiere. Don Pietro de Paz, il più fortunato cavaliere dell'armata spagnuola, sebbene la sua piccola e contraffatta presenza non annunciasse verun vigore nè di animo nè di corpo, tentò di sorprendere il barone di Sandricourt, che aveva il comando della guardia avanzata: egli è senza dubbio a questo attacco che devesi riferire l'impresa alquanto romanzesca che il leale servitore racconta del suo padrone Bajardo, allorchè dice, che questi tutto solo fece testa a dugento cavalli spagnuoli, e difese contro di loro il ponte del Garigliano[292]. Comunque andasse la bisogna, in questa sanguinosissima scaramuccia, Fabio figlio di Paolo Orsini, giovane capitano che degnamente si avanzava sulle orme di suo padre, fu ucciso; i Francesi rimasero padroni del ponte, ma conobbero la necessità di afforzarvisi, onde porsi al coperto dagli attacchi del nemico[293].

Il paese che stendesi al sud-est del Garigliano è pantanoso e quasi deserto; i soldati del Cordova erano perciò ridotti a starvi quasi allo scoperto in mezzo al fango mentre che le continue piogge inondavano il paese. L'opposta riva era più coperta assai di abitazioni e per conseguenza il quartiere de' Francesi assai migliore; ma in cambio i loro corpi sembravano meno proprj a soffrire le intemperie del clima e i loro animi meno tolleranti. Mentre il Gonsalvo riteneva tutte le sue truppe con inalterabile costanza entro un miglio di raggio intorno alla testa del ponte de' Francesi, questi, che avevano le loro truppe sparse fino a Fondi ed Itri ad otto miglia di distanza, sostenevano con pena la pioggia, le privazioni, e le cattive stazioni[294].

Forse un più rischioso e più ubbidito generale, che non era il marchese di Mantova, avrebbe attaccati gli Spagnuoli per uscire da così difficile situazione; forse avrebbe cercato di cambiare il teatro della guerra, e di uscire da que' pantani renduti dalle piogge impraticabili. Ma la sua superiorità stava tutta negli uomini d'armi francesi e nell'artiglieria, mentre che la sua fanteria era di lunga mano inferiore a quella degli Spagnuoli; la sua cavalleria non avrebbe potuto liberamente muoversi nelle inondate pianure al di là del Garigliano, ed i suoi cavalli d'attiraglio non avrebbero potuto trarre dal fango l'artiglieria; altronde se il tempo tornava sereno, questo stesso piano gli offriva il più vantaggioso campo di battaglia per agire contro gli Spagnuoli; ed aveva pochi giorni prima sperimentati gl'inconvenienti della guerra tra le montagne. Quanto più le piogge avevano continuato, tanto più lusingavasi il marchese di Mantova di vederle bentosto terminare. I suoi quartieri erano migliori, le sue truppe meglio alimentate, ricco il suo tesoro, mentre che al Gonsalvo mancava ogni cosa; credeva perciò di poter aspettare più pazientemente che gli Spagnuoli; e pareva dimostrato, che colui che più lungamente sosterrebbe gl'inconvenienti di questa situazione sarebbe vittorioso[295].

Ma i Francesi, tormentati dall'umidità da cui non si potevano salvare, dal deperimento de' loro cavalli, dalle malattie e più di tutto dalla noja, attribuivano ai loro generali tutte le intemperie del clima. Sandricourt accusava il marchese di Mantova di timidità e di lentezza; ed in una numerosa adunanza aveva detto, ch'era ben cosa strana che in tutta la nobiltà francese il re non avesse trovato un solo uomo che sapesse guidarla, invece di assoggettarla ad uno di quegli Italiani, ch'egli additò coll'ingiurioso epiteto dato abitualmente dai soldati a tutta la nazione. Questo motto così offensivo pel Gonzaga venne applaudito da tutti i Francesi. Il marchese di Mantova più non otteneva ubbidienza nè regolarità di servizio; i commissarj dei viveri, credendosi tutto permesso sotto un capo così poco rispettato, rubavano al soldato con impudenza e lo lasciavano esposto a tutti i bisogni. Il marchese di Mantova, più nulla sperando da un'armata da cui non poteva farsi temere, sentendo offeso l'onor suo, e non volendo addossarsi la responsabilità de' funesti avvenimenti che prevedeva, colse il pretesto di una leggiera febbre quartana, che lo travagliava, per abbandonare il 1.º di dicembre il comando dell'armata e ritirarsi ne' suoi stati[296].

Le piogge, le nevi, i perversi tempi continuavano sempre con una costanza che non pareva doversi supporre nel clima della Campania felice. L'armata francese si andava indebolendo per le malattie e per le diserzioni; molti cavalieri, molti soldati, che tollerare non sapevano tanti patimenti e tanto ozio, si allontanavano dal campo con congedo, o senza; ed i ladronecci dei commissarj de' viveri andavano raddoppiando le privazioni di coloro che restavano al campo. Gonsalvo di Cordova, sebbene la sua situazione sembrasse ancora peggiore, aveva saputo farla dimenticare ai suoi soldati colla confidenza che loro aveva inspirata; altronde egli aveva ricevuti i rinforzi condottigli da Bartolommeo d'Alviano con tutti gli Orsini, mentre che Giampaolo Baglioni, che nella stessa epoca si era posto al soldo de' Francesi, mai non aveva loro condotta la sua compagnia. Il Gonsalvo contava nel suo esercito novecento uomini d'armi, mille cavaleggeri e novemila fanti spagnuoli. Con queste forze si dispose finalmente ad offrire la battaglia invece di aspettare che i Francesi lo attaccassero; e dopo essere rimasto cinquanta giorni nello stesso luogo in faccia al nemico, incaricò Bartolommeo d'Alviano di gettare durante la notte un ponte di barche a Sugio quattro miglia al di sopra del campo francese.

Il ponte degli Spagnuoli si fece senza incontrare opposizione nella notte del 27 di dicembre, e Bartolommeo d'Alviano occupò il villaggio di Sugio. Ne fu però subito portato l'avviso al quartier generale de' Francesi; ed Ivone d'Allegre tentò invano con un impetuoso attacco di cacciare l'Alviano al di là del fiume, mentre che la cavalleria francese, sparsa in tutto il vicino paese, adunavasi tumultuariamente intorno al marchese di Saluzzo. Questi non tardò ad avvedersi che il Gonsalvo aveva passato il fiume sul ponte dell'Alviano col suo corpo di battaglia, e che una retroguardia, lasciata in faccia ai Francesi, attaccava la testa del loro ponte. Vedendo di non potersi mantenere nella sua posizione, nè difendere lungamente il passaggio del fiume colla poca gente che aveva ragunata, abbandonò prima che facesse giorno la torre del Garigliano per ripiegare sopra Gaeta dopo di avere rotto il ponte, lasciando nel suo campo nove grossi pezzi d'artiglieria, la maggior parte delle munizioni e moltissimi soldati ammalati o feriti[297].

Il Gonsalvo, avvisato della ritirata dei Francesi, mandò loro dietro Prospero Colonna, per ritardare la loro marcia. I Francesi camminavano in buon ordine, avevano mandata innanzi l'artiglieria, cui teneva dietro la fanteria, ed in coda stava la cavalleria, che quasi sempre era alle mani col nemico che la inseguiva. Tenevano con quest'ordine la strada lungo la riva del mare, facendo alto a tutti i ponti, a tutti i passi angusti per dar tempo all'armata di sfilare. Ma la retroguardia di Gonsalvo, lasciata alla torre del Garigliano, avendo raggiunte le barche che i Francesi avevano abbandonate alla corrente dopo tagliato il ponte di battelli, rifece ben tosto questo ponte; passò immediatamente il fiume, prendendo via più retta verso il Molo di Gaeta, e trovossi ben tosto in sul fianco ed ancora più avanzata dei Francesi. L'armata degli ultimi, giunta al ponte che trovasi a poca distanza di Molo, si fermò di nuovo per dar tempo di sfilare all'artiglieria, che cominciava a cagionare del disordine sulla strada. La zuffa fu ostinata; ma vedendo i Francesi che alcuni corpi spagnuoli li soverchiavano di fianco, essi abbandonarono la loro posizione con qualche disordine, e quando giunsero al bivio delle due strade, una delle quali conduce ad Itri l'altra a Gaeta, si posero apertamente in fuga. La loro artiglieria e tutti gli equipaggi vennero in potere dei vincitori; molti Francesi rimasero sul campo di battaglia, altri in assai maggior numero, coloro cioè che si erano dispersi per le campagne, o che, alloggiati a qualche distanza dall'armata, non avevano potuto raggiugnerla, furono spogliati dai contadini e fatti prigionieri; i più fortunati si salvarono in Gaeta, e furono inseguiti fino ai piedi delle mura[298].

Pietro de' Medici, che seguiva il campo francese, erasi imbarcato sul Garigliano con quattro pezzi d'artiglieria che sperava di condurre a Gaeta; ma una folla di fuggiaschi gettandosi nella sua barca la travolsero, ed il Medici si annegò con tutti quelli che si trovavano a bordo[299].

Gonsalvo di Cordova si acquartierò quella notte a Castellone ed a Molo; ed all'indomani, avvicinandosi a Gaeta, occupò senza difficoltà i borghi e la Montagna d'Orlando, che i Francesi nella confusione cagionata dalla loro sconfitta non avevano pensato a porre in istato di difesa. Essi avevano in città assai più gente che non abbisognava per sostenere un lungo assedio, ed essendo libero il mare, non potevano temere che loro mancassero le vittovaglie. Ma la loro costanza era venuta meno; ad altro non pensavano che a tornare subito in Francia e domandarono immediatamente di capitolare. Convennero che il d'Aubignì e tutti gli altri loro prigionieri sarebbero posti in libertà senza taglia, e potrebbero ritirarsi in Francia con tutti i loro effetti; ed il primo giorno di gennajo del 1504 consegnarono la fortezza di Gaeta a Gonsalvo di Cordova. La loro capitolazione era stata fatta con così poca precisione, oppure l'uomo con cui trattavano aveva così poca buona fede, che gli Spagnuoli non vollero comprendere i baroni napolitani tra i prigionieri che si era convenuto di porre in libertà; e Andrea Matteo Acquaviva, Alfonso ed Onorato di Sanseverino, furono gettati in un fondo di torre in Castel nuovo di Napoli. Del resto i Francesi, ai quali il Gonsalvo diede la libertà non furono quasi più fortunati. La maggior parte di coloro che partirono da Gaeta perirono per istrada di freddo, di miseria, e delle malattie che contratte avevano ne' cinquanta giorni di accampamento in mezzo al fango. Alcuni giunsero in Francia, tra i quali il marchese di Saluzzo, Sandricourt ed il balivo di Bissì; ma la morte gli aspettava al loro arrivo. Di tutta quella fiorente armata, che la Tremouille aveva condotta in Italia, e che sembrava bastante a condurre a fine in pochi mesi la conquista del regno di Napoli, quasi non sopravanzò alcun uomo in istato di servire ancora la patria, sebbene pochissimi fossero periti sotto il ferro de' nemici[300].

La sconfitta del Garigliano coprì la Francia di lutto; immerse Lodovico XII nel più profondo dolore; decise la sorte del regno di Napoli, e fece temere che il restante dell'Italia non cadesse in pochi giorni in mano agli Spagnuoli. I Francesi più non avevano forze in Lombardia; i loro soldati, disgustati delle guerre d'Italia, ricusavano di passare le Alpi; ed i Fiorentini, i soli alleati che avesse il re, non erano in istato di far testa a tutti i suoi nemici. Pure contro l'universale aspettazione questa sconfitta fu seguita da un riposo generale. Gonsalvo di Cordova, che il re Cattolico aveva lasciato senza danaro, doveva alle sue truppe più di un anno di soldi arretrati; non poteva senza pagarle tentare di condurle nell'alta Italia; e per soddisfarle, fu ridotto ad alloggiarle a discrezione nelle provincie del regno di Napoli, ove le loro ruberie ed i loro oltraggi terminarono di ruinare gl'infelici abitanti.

Lodovico d'Ars, capitano francese, mantenevasi solo nel regno di Napoli: dopo la sconfitta di Cerignole occupava sempre Venosa, Troja e Sanseverino. Il Cordova ristrinse le sue imprese a cacciarlo da quelle città; e Lodovico d'Ars, dopo di averle valorosamente difese, sdegnò di capitolare, e si aprì la strada colla lancia sulla coscia per ricondurre i suoi uomini d'armi in Francia[301].

Giulio II, allegando per pretesto gl'imbarazzi della sua situazione mentre saliva sul trono, seppe mantenersi neutrale tra la Francia e la Spagna, sebbene tutti i suoi voti fossero per i Francesi; di modo che la disfatta del Garigliano non lo compromise personalmente col vincitore. La sua condotta verso i Francesi non cambiò a seconda de' rovesci che avevano provati; egli soccorse generosamente tutti gli sventurati che attraversarono lo stato della Chiesa. La sua politica limitavasi interamente a difendere la Romagna contro i Veneziani, e sebbene più non potesse per quest'oggetto valersi dell'appoggio della Francia, non si ostinava perciò meno a stringere il Valentino perchè gli cedesse le sue fortezze. Pietro d'Oviedo era stato mandato con un ordine del Borgia per consegnarle al papa; ma quando era entrato nella rocca di Cesena, Diego di Chignones, che ne teneva il comando, lo aveva fatto appiccare, dichiarando di risguardare come un traditore colui che assumevasi il carico di eseguire ordini così pregiudicevoli al suo padrone, quando ben sapeva che gli erano stati estorti a forza, e mentre stava in prigione[302].

Quest'atto di rigore riuscì vantaggioso a Cesare Borgia, il quale l'aveva forse segretamente ordinato. Vedendo Giulio II che la violenza riusciva inutile, acconsentì a consegnare il suo prigioniero nella fortezza d'Ostia a Bernardino Carvajale cardinale spagnuolo. Questi si obbligò a porlo in libertà all'istante che le rocche di Cesena, Bertinoro e Forlì sarebbero consegnate al pontefice, ed inoltre sottoscrisse una polizza di quindici mila ducati per guarenzia della sua promessa. In allora Cesare Borgia diede ai suoi luogotenenti ordini senza restrizioni, e colla ferma volontà che si eseguissero. Frattanto sospirava l'istante di uscire dalle mani del papa, e fece segretamente chiedere a Gonsalvo di Cordova un asilo, che questi gli promise mandandogli un salvacondotto. Poco dopo il cardinale Carvajale ebbe avviso che le rocche della Romagna erano state consegnate alle genti del papa, e senza aspettare gli ordini di Giulio II, di cui egli diffidava non senza ragione, il 19 di aprile del 1504, pose il duca Valentino in libertà[303].

Cesare Borgia, caduto da così alte speranze, ed altro non conservando della passata sua fortuna che il danaro che aveva deposto presso i banchieri di Genova, si riputava ancora felice d'avere ricuperata la libertà; s'imbarcò a Nettuno sopra una felucca, che lo trasportò a Mondragone, di dove passò per terra a Napoli. Il Cordova lo accolse con tutte le dimostrazioni di affetto e di rispetto, che avrebbe potuto prodigare ai più grandi personaggi. Cominciò subito a trattare con lui intorno agli affari d'Italia, ed in particolare rispetto al progetto del Valentino di gettarsi in Pisa. Gli promise per quest'impresa sei galere e gli diede licenza di assoldar gente nel regno. Non pertanto scrisse a Ferdinando il cattolico per sapere quale condotta doveva tenere col Borgia, e quand'ebbe ricevuti i suoi ordini lo fece arrestare il giorno 26 o 27 di maggio nell'atto che usciva da una conferenza, nella quale gli aveva rinnovate le proteste della più perfetta confidenza, e del più vivo affetto, e dopo averlo più volte abbracciato. Le fece trasportare sopra una galera, dove non gli lasciò che un solo paggio per servirlo, e lo fece immediatamente partire per la Spagna. Quest'uomo, colpevole di tanti tradimenti, e vittima a vicenda di non meno neri tradimenti, fu gettato al suo arrivo nella fortezza di Medina del Campo, che Ferdinando il Cattolico, dal Valentino non offeso giammai, destinava a servirgli di sepolcro[304].

Alcun tempo prima della caduta di questo principe, che aveva così lungamente turbata l'Italia colla sua ambizione e co' suoi delitti, si seppe che le negoziazioni tra il re di Francia e di Spagna, che si erano sempre continuate anche nel tempo in cui la guerra pareva più viva, avevano prodotta una tregua sottoscritta il 31 di marzo del 1504, nella quale era compresa l'Italia come tutti gli altri loro stati. Questa tregua doveva durare tre anni, e ciascuno contraente aveva tempo tre mesi a nominare i suoi confederati ed a farveli comprendere. Soltanto le fortezze che Lodovico d'Ars teneva ancora a nome della Francia nel regno di Napoli, non furono comprese; ma questo capitano, avendo perduta ogni speranza di difenderle, non tardò ad evacuarle. Il restante dell'Italia si riposò con timore, non potendo darsi a credere che la tregua, segnata all'abbazia di nostra signora della Misericordia, ponesse fine a così violenti nimicizie, e non vedendo nella divisione degli stati, che aveva stabilita la forza, una bilancia di potere che lungamente mantenere potesse la tranquillità[305].