CAPITOLO CI.

Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia; carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi scacciati dal regno di Napoli.

1501 = 1503.

Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza, di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno, delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione, paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.

Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].

Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti, e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.

La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al rimprovero di perfidia.

Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.

Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno quelle delle aduste campagne della Puglia[128].

Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII, acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre, che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso fra loro e gli Spagnuoli[129].

Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole, l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro. L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del 1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo, sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze, ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].

Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata, aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo. Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute alla Spagna.

Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni, e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle medesime brecce di Barletta[131].

Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere, appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri, ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta. Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].

Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la vittoria.

Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi, confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci, luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro eguale[133].

Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].

Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro, nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione, che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].

Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza, d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava, fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro soldo il giorno dopo la battaglia[136].

In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente, lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].

Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.

Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna, il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo, gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto, diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la loro sconfitta[138][139].

Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de' talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano, e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia, e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi, ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia, in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano, di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de' Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine: il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie, e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia: e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver prolungata di pochi mesi la tregua[140].

Intanto Massimiliano, che credevasi chiamato a far rivivere tutti i diritti della casa di Sassonia o di Hohenstauffen sopra l'Italia, vi spedì due ambasciatori, il marchese Ermes Sforza ed il proposto di Brixen, per rivendicare le prerogative de' suoi predecessori. Costoro entrarono solennemente in Firenze il 21 di febbrajo del 1502. Esposero alla signoria che il loro padrone, apparecchiandosi a venire a prendere la corona imperiale a Roma, per andare in appresso ad attaccare i Turchi, domandava alla loro repubblica, quale parte dell'impero, ed in conformità delle antiche sue obbligazioni il pagamento di cento mila fiorini per le spese della spedizione, metà subito, e l'altra metà nel passaggio del monarca, che a questo prezzo dichiaravasi disposto a porre in obblio la predilezione che i Fiorentini avevano sempre mostrato per la casa di Francia[141].

I Fiorentini non avevano altrimenti vaghezza di trattare con Massimiliano, particolarmente a così onerose condizioni; ma la sola apparenza di questa negoziazione riuscì loro vantaggiosa. Lodovico XII, dopo la sgraziata spedizione del signore di Belmonte, non aveva loro perdonati i torti suoi proprj, gli aveva privati della sua protezione, ed abbandonati alle malvage pratiche del duca Valentino. Ebbe finalmente paura che i Fiorentini stancheggiati cercassero in Massimiliano un altro protettore, ed il 16 di aprile acconsentì a sottoscrivere con loro un trattato, col quale, mercè un annuale sussidio di quaranta mila fiorini, assicurava per tre anni i loro attuali possedimenti, e lasciava che colle forze loro tentassero di ricuperare ciò che avevano precedentemente perduto[142].

Il solo nome della protezione di Francia era per la repubblica una potente salvaguardia, che la guarentiva dagli aperti attacchi di Cesare Borgia, il quale, circondando di già i di lei confini, ed avendo in sul piede di guerra un formidabile corpo d'uomini d'armi, minacciava ad ogni istante la stessa di lei esistenza. Il Borgia, padrone della Romagna, arbitro supremo di tutto lo stato della Chiesa, aveva di fresco afforzata la sua casa con una potente alleanza. Il 4 di settembre del 1501 aveva fatta sposare sua sorella Lucrezia ad Alfonso, figliuolo primogenito del duca di Ferrara; ed il 5 di gennajo del 1502 Lucrezia era partita da Roma per recarsi alla corte degli Estensi[143].

Il duca di Ferrara aveva veduto Cesare Borgia attaccare successivamente tutti i vicarj pontifici; l'aveva veduto ajutato dalla Francia, accarezzato dai Veneziani, non trovare chi si opponesse a' suoi disegni. Onde non sapeva qual sorte si riservasse a lui medesimo, e si pose premurosamente al coperto degli attacchi di così potente ad un tempo e perfido vicino con un parentado, che a dir vero la casa d'Este doveva trovare alquanto vergognoso. Lucrezia Borgia, sebbene ancora giovane assai, aveva di già avuto tre mariti. Suo padre prima di giugnere al pontificato l'aveva data ad un gentiluomo napolitano mentre ella non era ancora nubile. Ma poichè fu fatto papa, pronunciò il suo divorzio per maritarla a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Tra poco parve ai Borgia che il parentado di così piccolo principe non fosse corrispondente al grado loro, ed il papa nel 1497 pronunciò un secondo divorzio per maritare sua figlia nel susseguente anno ad Alfonso d'Arragona, duca di Biseglia, principe di Salerno, e figliuolo naturale di Alfonso II re di Napoli[144]. Mentre ciò si trattava, il regno di Napoli fu conquistato dai Francesi; il principe di Biseglia, che non aveva che diciassette anni nel momento del matrimonio, invece di essere il nipote di un gran re, più non fu che quello di un proscritto. I Borgia non avevano mai avuta l'ambizione di mantenersi fedeli a coloro che la fortuna abbandonava. Il 15 di luglio del 1501 il terzo sposo di Lucrezia venne assassinato sulla scala della basilica di san Pietro. Si vietò qualunque processura contro gli uccisori; e perchè non moriva abbastanza sollecitamente per le riportate ferite, il 18 di agosto fu strozzato nel suo letto[145]. I disordini della privata vita di Lucrezia superavano ancora lo scandalo de' suoi matrimoni e dei suoi divorzj: perciocchè il pubblico l'accusava di essere stata l'amante di suo padre e de' suoi fratelli: era stata veduta presiedere ai banchetti delle cortigiane ed alle scandalose feste con cui Alessandro infamava il Vaticano: invece di tornei Lucrezia instituiva lotte di libertinaggio; giudicava co' suoi occhi il valore de' combattenti, e distribuiva premj ai vincitori[146][147].

Lucrezia portò al suo sposo cento mila ducati di dote, la cessione di alcuni feudi ecclesiastici in Romagna, e la protezione del papa per la casa d'Este, che valeva più di tutt'altra cosa. L'alleanza poi del duca di Ferrara copriva il nuovo ducato di Romagna dalla banda de' confini più esposti, e lasciava a Cesare Borgia la facoltà di volgere tutte le sue forze e tutta la sua attenzione verso la Toscana e verso l'Ombria. In fatti partì da Roma il 13 giugno del 1502 per avvicinarsi a quelle province[148].

Il giorno 1.º di maggio del precedente anno il papa aveva pronunciato in concistoro una sentenza contro Giulio Cesare da Varano, signore di Camerino, colla quale, per castigo dell'assassinio di suo fratello Rodolfo, e dell'asilo che aveva accordato ai banditi ed ai ribelli dello stato della Chiesa, il Varano era spogliato del suo feudo, ed il piccolo principato di Camerino riunito alla camera apostolica[149]. Il duca Valentino, poichè fu arrivato ai confini del territorio perugino, diede voce che stava per dare esecuzione a tale sentenza. Mandò il duca di Gravina Orsini ed Oliverotto di Fermo, suoi luogotenenti, a guastare la Marca di Camerino; e nello stesso tempo domandò a Guid'Ubaldo di Montefeltro, duca d'Urbino, di prestargli tutti gli uomini d'armi e tutta l'artiglieria che aveva; e perchè Guid'Ubaldo non aveva veruna contesa col pontefice e niun motivo di diffidenza, si affrettò di ubbidire, onde non compromettersi con un così formidabile vicino. Ma quando il Borgia ebbe in sua mano tutti i mezzi di difesa del duca, condusse improvvisamente le sue truppe nel suo ducato, ed occupò lo stesso giorno Cagli, una delle quattro città di quello stato. Guid'Ubaldo spaventato fuggì senza far resistenza, si ritirò a Ravenna in abito di contadino e di là passò a Mantova; suo nipote, Francesco Maria della Rovere, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia, fuggì nello stesso tempo, e Cesare Borgia non incontrò verun ostacolo a ridurre in suo potere tutto il ducato d'Urbino, tranne le fortezze di san Leo e di Majolo[150].

Questa è una delle occasioni assai rare in cui viene dagli storici accennata la repubblica di san Marino. Due villaggi presso la sommità del monte Titano formano tutt'intero quel piccolo stato, che si era fin allora conservato libero, ma sotto la protezione del duca d'Urbino. Gli abitanti, spaventati dalla ruina del loro protettore, offrirono ai Veneziani di darsi a loro, se volevano difenderli contro Cesare Borgia; ma i Veneziani non ardirono di accettarli. Dall'altra banda il Borgia loro domandò soltanto di ricevere un podestà dalle sue mani; i cittadini di san Marino vi acconsentirono, ed approfittarono delle prime rivoluzioni della Romagna per riporsi in libertà[151].

Mentre il Valentino conquistava il ducato d'Urbino, e teneva aperti gli occhi sulle rivoluzioni che scoppiavano in Toscana, il suo luogotenente, Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello aveva intavolata una cospirazione con alcuni cittadini d'Arezzo per farsi dare in mano la città. Guglielmo de' Pazzi, ch'era colà commissario della repubblica fiorentina, la scuoprì, e fece arrestare due de' più colpevoli; ma il partito de' ribelli, ch'era più numeroso ch'egli non credeva, fece che prendesse le armi tutta la città per liberarli, ed avendo imprigionato il commissario stesso con tutti i suoi ufficiali, gli Aretini proclamarono nello stesso giorno, il 4 giugno del 1502, il ristabilimento dell'antica loro repubblica, e cinsero d'assedio la rocca[152].

Cosimo de' Pazzi, vescovo d'Arezzo e figlio del commissario, essendosi chiuso nella rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a Firenze: ma quelli de' ribelli erano più vicini, e Vitellozzo Vitelli entrò quasi subito in Arezzo cogli uomini d'armi di Città di Castello. Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia lo seguì immediatamente, seco conducendo Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, ed i due Medici, Pietro e suo fratello cardinale, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria. Pandolfo Petrucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria, ed il 18 di giugno la rocca d'Arezzo, che i Fiorentini non avevano potuto soccorrere, dovette arrendersi[153].

Tutti i capitani che avevano preso parte nella rivoluzione d'Arezzo, Vitellozzo, gli Orsini, Baglioni e Petrucci erano al soldo del duca Valentino; e se questi non erasi immischiato nella trama, almeno sembrava tenersi pronto a coglierne i frutti; ma quando era in sul punto di entrare in Toscana, ebbe comunicazione del trattato di protezione soscritto il 16 di aprile tra il re di Francia e la repubblica fiorentina, ed un formale divieto di Lodovico XII di molestare i Fiorentini. Egli si vide costretto ad ubbidire, almeno in apparenza, e si accontentò di far passare segretamente a Vitellozzo tutti gli uomini d'armi di cui poteva disporre[154]. Nello stesso tempo rivolse le sue forze dalla banda di Camerino, entrò in quella città per sorpresa, si assicurò della persona di Giulio Cesare di Varano e di due de' suoi figliuoli, e li fece subito strozzare[155].

Intanto Vitellozzo teneva sotto i suoi ordini ottocento uomini d'armi e tre mila fanti; assumeva il titolo di generale dell'armata della Chiesa, e continuava la guerra contro Firenze. E perchè tutto il raccolto era ancora ne' campi, i contadini, temendo di esporli ad essere bruciati, non osavano fare resistenza; onde Vitellozzo non incontrò difficoltà alcuna ad impadronirsi di Monte Sansovino, di Castiglione Aretino, di Cortona e di tutte le terre murate di Val di Chiana[156]. Se si fosse immediatamente avanzato nel Casentino sarebbe giunto fino alle mura di Firenze, non vi essendo armata apparecchiata a resistergli; perchè la fanteria adunata a Quarata nell'istante della ribellione d'Arezzo, era stata compresa da tale terrore per l'occupazione de' Castelli di Val di Chiana, che si era tutta dispersa. Ma Vitellozzo non si prendeva verun pensiero di rimettere i Medici in Firenze, finchè poteva sperare di tenere in suo dominio le conquiste che farebbe ne' contorni del suo piccolo stato di Città di Castello. Invece adunque di passare avanti, piantò le sue batterie da principio contro Anghiari, in appresso sotto Borgo san Sepolcro, e prese quelle due terre. D'altra parte i Fiorentini avevano ricorso in principio di questa guerra a Chaumont d'Amboise, governatore del Milanese, per avere i soccorsi cui Lodovico XII si era obbligato. Di già dugento lance francesi, comandate dal capitano Imbault, erano giunte a Firenze, ed altre dugento si avvicinavano. Vitellozzo, che aveva fatto intimare la resa al castello di Poppi, quand'ebbe avviso della loro venuta, si ritirò immediatamente e si chiuse in Arezzo[157].

Il Vitellozzo non era entrato in quest'intrapresa senza l'assenso del duca Valentino; ma tosto che il duca vide che realmente eccitava la collera del re di Francia, che le lagnanze di tutta l'Italia contro di lui avevano scosso Lodovico XII al suo arrivo in Asti, e l'avevano finalmente persuaso a tarpare le ali alla di lui ambizione; che il re aveva mandato a Parma Lodovico della Tremouille con dugento lance e con grosso treno d'artiglieria; che vi faceva andare tre mila Svizzeri, e che si apparecchiava a frenare i troppo turbolenti capitani dello stato della Chiesa, si affrettò di negare le commissioni date al suo luogotenente; anzi minacciò di attaccarlo a forza aperta, e Vitellozzo, che ben sapeva che dal suo padrone non aveva a sperare nè pietà nè buona fede, che ne' freschi esempi del duca d'Urbino e del signore di Camerino vedeva fin dove poteva giugnere la sua crudeltà e la sua perfidia, temeva di essere da lui sagrificato. Per tirarsi con qualche onore dalla sua spedizione si affrettò di trattare col capitano Imbault; il 1º di agosto gli consegnò Arezzo, e tutto ciò che aveva conquistato in Toscana, assoggettandosi al giudizio del re di Francia intorno alla sorte di quella provincia[158].

La collera di Lodovico XII contro Cesare Borgia pareva essere foriera di una rapida rivoluzione nello stato della Chiesa: tutti i nemici di quest'uomo crudele e perfido, tutte le vittime che si erano sottratte ai precedenti suoi tradimenti, tutti coloro che temevano di esserne in breve le vittime, eransi riuniti in Asti presso il re di Francia per affrettarlo a liberare dal padre e dal figlio la Chiesa e l'umanità. Ma dal canto loro Alessandro e Cesare Borgia non si tenevano inattivi, ed avevano spediti presso Lodovico e presso il cardinale; d'Amboise i loro più destri negoziatori. Sapevano che quel cardinale aspirava alla tiara, e che per giugnervi aveva bisogno di far entrare alcune sue creature nel sacro collegio; perciò Alessandro VI gli promise di fare una promozione di sua scelta, gli riconfermò per diciotto mesi il titolo di legato a latere in Francia, e lusingò la sua vanità facendolo figurare quale protettore della Chiesa. Il cardinale d'Amboise, guadagnato dai Borgia, rappresentò allora a Lodovico XII che non poteva riporre veruna confidenza nelle sue negoziazioni con Massimiliano; che le pretese dei quattro cantoni sopra Bellinzona potevano essere cagione di dissapori con tutto il corpo elvetico; che la guerra di Napoli coi re di Spagna poteva riuscire molesta; che i Veneziani, sempre occupati nella guerra coi Turchi, vedevano con occhio geloso i progressi della Francia; che il papa e suo figlio erano alla fine le sole potenze d'Italia che avessero un'armata, un tesoro ed una posizione degna di essere comperata. Tosto che fu noto a Cesare Borgia che Lodovico XII erasi lasciato calmare da tali considerazioni politiche, partì in posta da Roma il 3 agosto del 1502 e recossi a Milano alla corte del re[159]. Lodovico XII lo accolse con tali onorificenze e testimonianze di affetto, che ridussero alla disperazione coloro che avevano contro di lui implorata giustizia. Si confermò l'alleanza tra la Francia e la casa Borgia; le truppe francesi mandate in Toscana furono richiamate; la repubblica di Siena e Pandolfo Petrucci, pagando quaranta mila ducati, vennero nuovamente ricevuti sotto la protezione della Francia; due mila Svizzeri e due mila Guasconi ebbero ordine di passare nel regno di Napoli per raggiugnervi il duca di Nemours; e Lodovico XII, contento di avere così regolati gli affari d'Italia, ripartì in settembre per tornare in Francia[160].

Le condizioni della nuova alleanza del Valentino col re non si conobbero che dopo la partenza di questi, ed eccitarono l'universale indignazione. Lodovico XII, associandosi alle sue perfidie, gli prestava trecento lance francesi per continuarle impunemente. Egli non avea riclamato a favore del principe di Piombino e del duca d'Urbino, ambidue suoi alleati, e che avevano somministrati i piccoli loro contingenti alle sue armate. Era pure alleato di Giovanni Bentivoglio, ed aveva ricevuto in danaro il prezzo della protezione che gli aveva promessa, pure lo sagrificava egualmente al Valentino. Le trecento lance che prestava a costui dovevano impiegarsi contro Bologna, Perugia e Città di Castello, per cacciarne il Bentivoglio, Gian Paolo Baglioni e Vitellozzo Vitelli[161].

Non sapevasi se la repubblica fiorentina fosse stata egualmente abbandonata dal re alla cupidigia di Cesare Borgia, ma il trattato che la univa a Lodovico XII, e ch'essa aveva fin allora risguardato come la sua guarenzia, non era nè più chiaro, nè più sacro che quelli del principe di Piombino, del duca d'Urbino, del Bentivoglio, che vedevansi posti in non cale. Altronde sapevasi che Alessandro VI e suo figlio si erano accusati di pusillanimità per non avere spinti più vivamente i vantaggi che ottenuti avevano contro i Fiorentini, resi sicuri dalla conoscenza che fatta avevano della corte di Francia, che questa perdonerebbe sempre le cose fatte, e che se avessero aspettato a trattare colla medesima dopo essersi impadroniti di Firenze, non avrebbero trovate maggiori difficoltà a fare la loro pace, di quello che ne avessero incontrate rispettando quella città[162].

Ai Fiorentini erano state restituite in agosto tutte le città e castelli che Vitellozzo loro aveva tolti; ma essi non andavano debitori di tale restituzione che ad una protezione straniera, mentre che le loro perdite facevano conoscere la loro debolezza. Spossati da otto anni di guerra con Pisa, questa interna piaga rodeva continuamente le loro finanze, mentre che con tutto il restante dell'Italia erano partecipi de' mali dell'invasione straniera e di tutte le pubbliche calamità. Avendo il re fatto conoscere che gl'increscerebbe che prendessero al loro soldo il duca di Mantova, ch'egli risguardava come suo nemico, essi nè avevano preso questo capitano, nè verun altro per rispettare tale insinuazione, e si trovavano quasi disarmati[163].

A questi esterni pericoli aggiugnevansi pei Fiorentini quelli che dipendevano dall'instabilità del proprio governo. Dopo che non avevano più la balìa, non più elezioni fatte alla mano, non più fazioni estranee all'amministrazione, che segretamente governassero i magistrati; dopo che questi venivano scelti ogni due mesi dai suffragi del gran consiglio, si sentiva più gagliardamente l'inconvenienza di non avere nello stato una stabile autorità. La politica esterna aveva tutt'affatto mutata natura: trovavasi presentemente concentrata nel gabinetto di pochi principi assoluti; richiedeva segreto, accortezza, ed una personale conoscenza degli uomini e de' ministri; richiedeva l'impiego non de' buoni cittadini, ma de' diplomatici. Le potenze straniere non cessavano mai di rinfacciare ai Fiorentini quel continuo rinnovamento della loro amministrazione, che non permetteva di penetrare per entro ai misterj della politica. Il duca Borgia ed il re di Francia, nelle loro negoziazioni colla signoria, avevano più volte osservato, che il confidarle i loro segreti era lo stesso che pubblicarli. I partigiani dei Medici non avevano verun altro pretesto da mettere in campo pel ristabilimento della tirannide, e dal canto loro gli amici della libertà sentirono che in una così pericolosa crisi dovevano dare alquanto più di stabilità al loro governo. Alamanno Salviati, uno de' priori, propose alla signoria di porre alla testa della repubblica un gonfaloniere a vita, quale era il doge di Venezia; d'alloggiare questo gonfaloniere in palazzo, assegnandogli pel suo mantenimento dugento ducati al mese; d'accordargli il diritto d'intervenire a tutti i consiglj e tribunali, e metà dell'iniziativa col proposto giornaliero della signoria; ma in pari tempo di dichiarare che queste eminenti incumbenze non lo assolvevano da un giudizio capitale se venisse contro di lui pronunciato dal supremo tribunale degli otto di balìa. Questa proposizione, approvata da principio dalla signoria e dai collegi, venne sanzionata il 16 agosto del 1502 dal gran consiglio[164].

Nell'istante in cui si portò questa legge, i voti del popolo non si erano per anco riuniti a favore di verun individuo; ma il gran consiglio in cui si adunarono più di due mila cittadini, consultato da uno scrutinio segreto, presentò per questa sublime dignità tre candidati, il giudice Antonio Malegonnelle, Giovachino Guascone e Piero Soderini. L'ultimo in un secondo giro di scrutinio riunì la pluralità assoluta, e fu proclamato il 22 di settembre, sebbene non dovesse entrare in carica che il primo di novembre. Era questi un uomo di matura età, d'una indipendente fortuna, d'una illustre famiglia, d'una riputazione intangibile. E perchè non aveva figli, non si aveva ragione di temere che l'ambizione di famiglia nuocesse ai suoi sforzi pel bene di tutti[165]. Poco tempo prima era stato in Firenze riformato anche l'ordine giudiziario. Una legge del 15 aprile del 1502 aveva soppressi gli uffici di podestà e di capitano di giustizia, e fondata la ruota fiorentina, composta di cinque giudici, quattro dei quali dovevano essere d'accordo per portare una sentenza. Si era per altro conservato pel presidente del tribunale il titolo di podestà. Ogni membro esercitava per turno quest'incumbenza sei mesi; e fu appunto questa rotazione, che in Italia fece dare ai tribunali il titolo di ruota[166].

Dopo di avere con queste interne riforme consolidata la stabilità del loro governo, i Fiorentini si posero in istato di difendersi: ottennero da Lodovico XII cento cinquanta lance francesi, cui pagavano essi il soldo, e nello stesso tempo spedirono Gio. Vittore Soderini ambasciatore a Roma, e Niccolò Machiavelli, lo storico, ad Imola presso al duca Valentino per sapere fino a qual punto potevano contare sulla durata della pace[167].

I vicarj pontificj ed i condottieri, contro i quali il duca Valentino aveva dichiarato di voler condurre la sua armata e le genti sovvenutegli dalla Francia, erano tutti segreti o dichiarati nemici della repubblica fiorentina: tutti dall'altro canto si trovavano ancora in principio di quest'anno medesimo al soldo dei Borgia, ed avevano lungo tempo servito d'istrumenti alla sua politica. I Fiorentini potevano adunque temere, o che l'apparente loro discordia non fosse che una astuzia destinata ad ingannare i loro vicini, o che la loro riconciliazione non si facesse a spese della repubblica. Ma que' capitani conoscevano essi meglio degli altri il pericolo che loro sovrastava. Il Borgia aveva dichiarato di volere ricondurre all'ubbidienza della Chiesa Bologna, Perugia e Città di Castello: con ciò veniva a dire ch'egli voleva occupare quelle città, e far perire le famiglie de' loro signori come aveva fatto rispetto a quelle dei Varani e dei Manfredi. Gli Orsini, strettamente uniti ai Vitelli, ben sentivano che verrebbe presto la volta loro. Pandolfo Petrucci vedevasi stretto da ogni banda dalle conquiste del Valentino, il quale, padrone della Romagna, dell'Ombria e del Patrimonio, afforzava ancora Piombino. Tutti e due avevano, siccome Vitellozzo, i medesimi diritti alla riconoscenza di Borgia, e tutti due più non potevano dubitare che la sua riconoscenza non avesse alcuna influenza sulla sua anima. Questi capitani, che vedevano il turbine vicino a cadere sopra di loro, si riunirono segretamente alla Magione, nello stato di Perugia, per concertare i comuni mezzi di difesa. I più di loro trovavansi tuttavia al soldo di Cesare Borgia, ma avevano avuta la precauzione di far ritirare in luogo sicuro i loro uomini d'armi; e, secondo i calcoli loro, trovarono di potere adunare all'istante settecento uomini d'armi, quattrocento alabardieri a cavallo e nove mila fanti. Altronde occupavano tutto il paese posto tra la Romagna e Roma, e speravano di potere impedire ogni comunicazione tra Cesare Borgia e suo padre[168].

Trovavansi alla dieta della Magione il cardinale Orsini, che aveva sprezzato il divieto del papa di passare a Milano presso Lodovico XII, e che più non ardiva di tornare a Roma; Paolo Orsini suo fratello, il quale era padrone di molta parte del Patrimonio di san Pietro; Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello; Giovan Paolo Baglioni, signore di Perugia; Ermes Bentivoglio, che rappresentava suo padre Giovanni, signore di Bologna; Antonio di Venafro, ministro e confidente di Pandolfo Petrucci, signore di Siena; e per ultimo Oliverotto, che con esecrabile perfidia si era fatto padrone della signoria di Fermo e della sua Marca[169]. Rimasto questi orfano in tenera età, era stato allevato da Giovanni Fogliano, suo zio materno, e trattato con tutta la tenerezza di un padre verso un prediletto figlio. Volendo il Fogliani farlo entrare nella carriera militare, l'aveva posto presso Paolo Vitelli, sotto il quale Oliverotto si distinse. Dopo la morte di Paolo venne annoverato tra i più bravi ed intraprendenti luogotenenti di Vitellozzo, e finalmente la spedizione del Borgia contro Camerino lo ricondusse ai confini della sua patria. Scrisse in allora al Fogliani, che desiderava di rivedere la casa paterna, e mostrarvisi cogli onori acquistati in guerra, facendosi accompagnare da cento de' suoi cavalieri. Il Fogliani ottenne per lui la licenza d'introdurli in città; gli procurò il più lusinghiero accoglimento; lo alloggiò in sua casa con tutta la truppa, e pochi giorni dopo, per onorarlo, diede un banchetto a tutta la magistratura di Fermo. A mezzo il pranzo Oliverotto fece entrare i soldati che l'avevano seguito, fece assassinare il Fogliani e tutti i commensali, indi, assediata la signoria ch'era rimasta in palazzo, la costrinse a riconoscerlo per principe di Fermo e del suo territorio[170].

I nemici di Cesare Borgia non erano quindi nè meno perfidi, nè meno di lui macchiati di delitti; e non potevano avere confidenza gli uni negli altri, nè ispirarne ai loro vicini. Invano cercarono che i Fiorentini prendessero parte nella loro associazione; questi vi si rifiutarono costantemente[171]. I Veneziani, sia per lo stesso motivo, sia a motivo dell'imbarazzo e dell'inquietudine che loro dava continuamente la guerra coi Turchi, ricusarono egualmente di entrare nella loro lega; ma scrissero a Lodovico XII per dissuaderlo dall'assecondare per lo innanzi le intraprese del duca Valentino. Gli rappresentavano quanto torto facesse alla sua riputazione ed al nome di Cristianissimo ch'egli portava, spalleggiando un mostro, la di cui ambizione non era frenata da verun pudore, da verun sentimento d'umanità; un tiranno che non risparmiava nè donne, nè fanciulli, nè i proprj fratelli; che faceva perire i prigionieri ricevuti sotto la fede del giuramento; che raggiugneva col ferro o col veleno coloro che cercavano di sottrarsi alla sua potenza, e che aveva dati al mondo esempj di ferocia fin allora sconosciuti: Lodovico XII rispose alle rimostranze de' Veneziani, come sogliono fare i potenti il di cui orgoglio si offende trovandosi colto in fallo: dichiarò che niuno poteva vietare al pontefice di disporre come più gli piaceva delle terre della Chiesa, che niuno poteva dargli colpa ch'egli ajutasse il papa in così legittima impresa, e che, se i Veneziani tentassero di porvi ostacolo, li tratterebbe come nemici. Non contento di avere così risposto, mandò copia della sua lettera al duca Valentino, che la fece leggere al Machiavelli[172].

I confederati della Magione invitarono pure il duca d'Urbino, allora rifugiato in Venezia, ad entrare nella loro lega. Questi, che, tutto avendo già perduto, non correva verun rischio, accettò avidamente l'offerta. Sbarcò a Sinigaglia, dove una congiura gli diede in mano il forte san Leo, e tutti i popoli del ducato di Urbino che lo amavano, prendendo subito le armi in favor suo, gli diedero modo di ricuperare i proprj stati colla stessa rapidità con cui gli aveva perduti[173]. In tal guisa scoppiò in principio di ottobre la sommossa de' capitani di Cesare Borgia contro di lui: a ciò egli non era apparecchiato; molti di loro facevano ancora parte della sua armata, ed egli aveva calcolato di assicurarsi de' soldati di tutti gli altri prima di attaccare il Bentivoglio, il solo ch'egli avesse scopertamente minacciato. Nel momento in cui ebbe notizia della rivoluzione del ducato d'Urbino, trovavasi in Imola con poche truppe; ed il Bentivoglio, che aveva alcune compagnie a Castel san Pietro, ordinò loro di battere il paese fino a Doccia a breve distanza da Imola. Il Valentino scrisse frettolosamente a don Ugo di Cardone ed a don Michele, due de' suoi capitani ch'erano nel ducato d'Urbino, di schivare ogni zuffa, di piegare in faccia al nemico, e di condurgli a Rimini cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e cinquecento fanti da loro comandati. Ma i due luogotenenti non ubbidirono ai suoi ordini: tentati da un'occasione che si presentò loro d'impadronirsi della Pergola e di Fossombrone, rientrarono nel ducato d'Urbino, e si lasciarono sorprendere presso Cagli da Paolo Orsini e dal duca di Gravina, suo cugino, che avevano con loro seicento fanti di Vitellozzo. Le truppe del Borgia furono battute, Ugo di Cardone fatto prigioniere, ucciso il suo luogotenente, e don Michele, rifugiatosi a Fano, si ritirò poscia a Pesaro[174].

Il Valentino trovavasi in Imola in grandissimo pericolo, e vi ragunava quanti più soldati poteva; ma quelli che gli erano stati promessi dal re di Francia non erano ancora arrivati, e gl'Italiani che prendeva al suo soldo non avevano meno ragione di diffidare di lui che quelli che avevano allora prese contro di lui le armi. Un subito impetuoso attacco de' confederati l'avrebbe probabilmente sgominato; ma questi temevano particolarmente di provocare lo sdegno del re di Francia, cui avevano fatto dichiarare che ben lungi dal voler combattere contro i suoi soldati, erano apparecchiati ad eseguire i suoi ordini. Avevano pure ricusato di ricevere i Colonna nella loro lega pel solo motivo che erano aperti nemici della Francia. Questi vani riguardi diedero tempo a Cesare Borgia ed a suo padre di negoziare, tanto per riconciliarsi coi capi nemici, quanto per seminare tra loro la discordia. In particolare Alessandro VI cercava di riacquistare la confidenza del cardinale Orsini per mezzo di suo fratello, Giulio Orsini, che si era trattenuto in Roma[175].

Cesare Borgia era dotato di singolari talenti per le negoziazioni, e di una straordinaria facilità di guadagnarsi l'affetto di coloro che lo avvicinavano. Questo così falso e perfido tiranno sapeva sopra tutto prendere a voglia sua il linguaggio della franchezza e della confidenza. Trovasi nelle lettere che il Machiavelli scriveva alla signoria in tempo della sua legazione presso il Valentino l'impronta di quel tuono di bonomia che prendeva nelle sue negoziazioni. Spesso il segretario fiorentino riferisce le precise parole dell'abboccamento avuto col duca. «Quando tu sei venuto per la prima volta, gli diceva il Borgia, il 23 di ottobre, io non ti ho parlato così apertamente (del mio intero soddisfacimento della condotta tenuta dalla repubblica, e del mio desiderio di servirla), perchè io mi trovava allora in difficilissima situazione; Urbino si era ribellato, e non sapevo su quale appoggio contasse presso di me tutto era disordine, e nulla poteva parere stabile con quei nuovi stati; perciò io non voleva che i tuoi signori si dessero a credere che la paura che io aveva mi facesse abbondare in promesse. Presentemente che ho meno da temere, ti prometto assai più; e quando non temerò più nulla, i fatti, ove fia d'uopo, terranno dietro alle promesse». Il Machiavelli dopo di avere nella sua lettera dello stesso giorno riferita circostanziatamente questa conversazione soggiugne: «Voi vedete, o signori, di quali parole si serve questo signore, sebbene io non ne scriva che la metà; le loro signorie considereranno d'altra parte la persona che parla, e giudicheranno secondo la consueta loro prudenza»[176].

L'immobilità del Borgia, che dopo il cominciamento della guerra si tenne dieci settimane in Imola senza nè avanzare, nè retrocedere, fece credere ai confederati che sentisse la propria debolezza, e che a qualunque patto si riconcilierebbe; entrarono perciò di buon animo in negoziazioni con lui, tanto più che nello stesso tempo le loro truppe andavano facendo nuovi acquisti. Il popolo di Camerino si era ribellato ed aveva richiamato dal suo esilio all'Aquila Giovan Maria di Varano, figlio dell'ultimo signore; Vitellozzo aveva presa la fortezza di Fossombrone, poscia le rocche di Urbino, Cagli ed Agobbio; di modo che nel ducato d'Urbino agli ufficiali di Borgia non restava che sant'Agata; Fano e tutta la provincia erano stati egualmente occupati dai confederati. Intanto il Valentino chiamava da ogni banda al suo soldo lance spezzate; che così si chiamavano que' piccoli gentiluomini, che non avendo sotto i loro ordini che cinque o sei cavalli, pure prendevano soldo separatamente. Siccome non si presentavano per compagnie da sè, e che non erano comandati da un riputato capitano, pareva che non formassero corpo[177].

Il Valentino voleva ridurre Paolo Orsini a venire a trattare con lui personalmente in Imola, e per averlo acconsentì di mandare ai confederati in ostaggio il cardinale Borgia. In fatti Paolo Orsini giunse ad Imola il 25 di ottobre[178]. Il Valentino lo accolse amichevolmente; convenne che non doveva accusare che la propria imprudenza, se que' capitani che lo avevano fin allora servito con tanta fedeltà, si erano tutt'ad un tratto da lui alienati; che era tutta sua colpa il non avere con loro agito in maniera da liberarli da così mal fondati sospetti; ma che poichè questa mal intelligenza non avea avuto verun reale motivo, sperava che ben lungi da lasciare tra di loro semi d'inimicizia, servirebbe per lo contrario a formare tra di loro una perpetua indissolubile unione; perciocchè da una banda vedendo i suoi capitani che il re di Francia lo ajutava con tutta la sua potenza, si convincerebbero di non lo potere opprimere; e dall'altra egli stesso aveva per questa esperienza aperti gli occhi, e confessava ingenuamente che dai loro consiglj e dal loro valore doveva riconoscere tutta la sua felicità e la sua riputazione[179].

Le proteste di Cesare Borgia venivano accolte con tanta maggiore confidenza da Paolo Orsini, in quanto ch'egli era persuaso non potersi un papa mantenere, quando aveva nello stesso tempo contro di sè la sua famiglia e quella dei Colonna. E tale fu la sua cocciutagine, che, non credendosi per parte del duca esposto a verun pericolo, poichè questi non dava segno di veruno risentimento, sottoscrisse con lui il 28 di ottobre una convenzione in forza della quale tutte le ricevute vicendevoli ingiurie dovevano essere dimenticate. Il soldo che i condottieri confederati avevano inaddietro avuto dal duca doveva essere loro conservato; essi obbligavansi ad ajutarlo a ricuperare con tutte le loro forze gli stati d'Urbino e di Camerino, senza per altro essere obbligati a venire in persona nelle sue armate, od a porsi in poter suo. Finalmente le vertenze del papa con Giovanni Bentivoglio, rispetto alla sovranità di Bologna, dovevano decidersi dal cardinale Orsini, dal duca Valentino e da Pandolfo Petrucci[180].

Ma questa convenzione, che fu comunicata al Machiavelli da un segretario del duca con un sorriso ironico[181], perchè avesse effetto era necessario che venisse ratificata dal papa e dai singoli confederati. Non fu difficile il portare in lungo tale formalità, e di accrescere in tal maniera la diffidenza del Bentivoglio, che con estremo rincrescimento vedeva tenersi in sospeso i suoi interessi, mentre che regolati erano quelli di tutti gli altri. Il Valentino seppe approfittarne per conchiudere con lui, per mezzo di suo figlio il protonotajo, un parziale trattato di pace che fu sottoscritto in Imola il giorno 2 di dicembre. Il Bentivoglio si obbligò a staccarsi assolutamente dai Vitelli e dagli Orsini; promise di servire il duca a proprie spese nelle sue guerre con cento uomini d'armi e con cento alabardieri a cavallo; ed a tale prezzo fu dalla Chiesa riconosciuta la sua sovranità sopra Bologna: inoltre doveva pagare a Cesare Borgia sotto il titolo di condotta, per cento lance, dodici mila ducati all'anno. Suo figliuolo Annibale doveva sposare la sorella del vescovo d'Enna, nipote del duca Valentino. Finalmente il re di Francia, che non vedeva volentieri l'incorporazione di Bologna allo stato della Chiesa, il duca di Ferrara ed i Fiorentini, dovevano essere garanti di questo trattato[182].

Intanto essendo giunta la ratifica del trattato degli Orsini, ed essendo sottoscritto il trattato del Bentivoglio, il duca d'Urbino sentiva che, per quanto fosse grande l'affetto che gli mostravano i suoi sudditi, non potrebbe in verun modo difendere il suo principato. Si affrettò dunque a demolire tutte le sue fortezze, onde non avere bisogno di assediarle in più felici tempi, e ritirossi a Città di Castello. Il Valentino fece pubblicare un perdono universale pei popoli sollevati del ducato d'Urbino, i quali rientrarono sotto la sua ubbidienza l'otto di dicembre[183].

Lo stato di Camerino seguì l'esempio di quello d'Urbino, ed il signore fuggì di nuovo nel regno di Napoli. Vitellozzo ritirò le sue truppe da Fano, e la guerra pareva terminata. E questo fu l'istante scelto dal Valentino per muoversi colla sua armata. Partì da Imola il dieci di dicembre[184].

La marcia del Borgia con una così potente armata, che pareva essergli diventata inutile sparse l'inquietudine e lo spavento ne' vicini stati. I Veneziani facevano così attenta guardia alle loro terre di Romagna, come se il nemico fosse accampato sotto le loro mura; i Fiorentini temevano che la riconciliazione di tanti capitani, da loro egualmente temuti, non si fosse fatta a danno loro; ma più d'ogni altro i condottieri rientrati di fresco in grazia col duca cominciavano a credere che potrebbero essere vittime della sua doppiezza[185]. Ma, tutto ad un tratto, il 22 dicembre, le quattrocento cinquanta lance francesi, che accompagnavano il duca, lo abbandonarono a Cesena e ripigliarono la strada di Bologna, senza che si potesse sapere se ciò fosse l'effetto di qualche subito disgusto colla Francia, o se fossero chiamate a Milano da qualche impreveduto bisogno[186]. Comunque la cosa fosse, il Borgia, perduta la metà delle sue forze, e disgustato, almeno in apparenza, dall'alleato che aveva inspirato tanto terrore, continuò ad avanzare colla sua armata con meno minaccioso apparato. Oliverotto di Fermo fu il primo de' confederati della Magione che ardisse raggiugnerlo. Consultarono assieme se attaccherebbero la Toscana o Sinigaglia, ed il Borgia si decise per Sinigaglia. Questo piccolo principato veniva governato da una figlia del precedente duca d'Urbino, Federica, che chiamavasi prefettessa. Papa Sisto IV l'aveva fatta sposare a suo nipote Giovanni della Rovere, ch'egli aveva nominato prefetto di Roma. Rimasta vedova, ella aveva mandato in Francia suo figlio, Francesco Maria della Rovere, per sottrarlo alle trame del Valentino; quegli era il presuntivo erede del ducato d'Urbino, poichè il duca regnante, Guidubaldo, suo zio, non aveva figliuoli. La prefettessa era rimasta in Sinigaglia sotto la protezione dei confederati della Magione, e conoscendo che non poteva difendersi senza di loro si ritirò per mare a Venezia; ma coloro cui aveva affidato il comando della rocca, dichiararono di non volerla cedere che allo stesso duca Valentino, onde Oliverotto e gli Orsini lo invitarono ad avvicinarsi per prenderne possesso[187].

Il Borgia, che aveva di già rinviate le truppe francesi per dissipare i sospetti dei capitani confederati, conobbe quanto poteva ripromettersi dalla loro confidenza quando si vide chiamato da loro medesimi. Li fece avvisare di distribuire i loro soldati ne' villaggi del territorio di Sinigaglia, per lasciare ai suoi il quartiere nella stessa città, ed il 31 di dicembre partì da Fano per giungere lo stesso giorno in quella città, avendo con lui almeno due mila cavalli e due mila fanti. Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Francesco Orsini, duca di Gravina, si avanzarono disarmati per incontrare il duca Valentino e fargli onore. Prima di giugnere a lui dovettero attraversare tutta la sua cavalleria ch'era distribuita in due file ai due lati della strada. Il duca li salutò amorevolmente, e li consegnò a due gentiluomini destinati a corteggiarli, ed a non abbandonarli finchè non fossero giunti al palazzo. Mancava tuttavia Oliverotto, il quale comandava la parata della sua compagnia, che sola era rimasta in Sinigaglia per onorare la venuta del Valentino. Uno de' confidenti del duca andò ad avvisarlo, che se non faceva prendere ai suoi soldati i loro quartieri, non potrebbesi impedire alle truppe che giugnevano di occuparli. Oliverotto in allora licenziò i suoi uomini d'armi, e si portò presso al duca, che lo accolse non meno gentilmente degli altri tre; ma che sotto lo stesso pretesto di fargli onore, lo fece come gli altri guardare a vista. Scesero tutti assieme da cavallo all'alloggio destinato al duca; ma non appena i quattro capitani vi furono entrati che trovaronsi arrestati. Allora il Valentino rimontò subito a cavallo, e conducendo i suoi uomini d'armi ad attaccare i quartieri di Oliverotto, fece svaligiare i di lui soldati. Nello stesso tempo ordinò di attaccare quelli degli Orsini e del Vitelli che trovavansi a cinque in sei miglia di distanza; ma questi, essendo stati a tempo avvisati di ciò che accadeva, si ritirarono in buon ordine. La stessa sera il Borgia fece strozzare Vitellozzo ed Oliverotto, e protrasse fino al giorno 18 la morte di Paolo Orsini e del duca di Gravina, perchè voleva prima sapere se suo padre aveva eseguito quanto aveva seco concertato contro gli altri membri della casa Orsini[188].

La perfidia colla quale Cesare Borgia trattò i capi delle bande adunate a Sinigaglia non indisponeva i popoli contro di lui. Questi capitani erano quasi tutti amati dai loro soldati e detestati dai loro sudditi; il solo timore poteva tenere i popoli ubbidienti verso un governo puramente militare, e che non conosceva nè giustizia, nè moderazione; e Cesare Borgia era troppo accorto per non rendere il proprio giogo meno pesante ai nuovi suoi sudditi. Volle subito approfittare dello spavento de' suoi nemici, persuaso che i popoli si dichiarerebbero a suo favore; ed il primo di gennajo del 1503 partì alla volta di Conrinaldo, Sassoferrato e Gualdo per avvicinarsi ad Agobbio e di là minacciare nello stesso tempo Perugia e Città di Castello[189]. Il 4 dello stesso mese ricevette gli ambasciatori di Città di Castello, che gli annunciavano che il vescovo di quella città e tutti i Vitelli erano fuggiti, e che gli abitanti si affrettavano di manifestargli la loro ubbidienza. Giulio Vitelli, rimasto il capo della sua famiglia dopo che i suoi quattro fratelli maggiori, tutti rinomati guerrieri, erano successivamente periti di morte violenta, era partito alla volta di Venezia col duca d'Urbino, dopo di avere mandati i suoi nipoti a Pitigliano[190]. Gian Paolo Baglioni era fuggito da Perugia, tostocchè gli era giunta la notizia della carnificina di Sinigaglia; e gli abitanti di quella città avevano fatto chiedere alla repubblica di Firenze di ajutarli a mantenere la loro libertà; ma i Fiorentini risposero, che in ogni altra occasione avevano potuto fare sì poco conto dell'amicizia e dei buoni ufficj di Perugia che non volevano per salvare così fatti vicini correre rischio di romperla con un papa tanto potente. I Perugini spedirono in allora ambasciatori al duca Valentino, i quali gli si presentarono il 5 di gennajo per dichiarargli che le truppe degli Orsini, dei Vitelli e dei Baglioni avendo evacuata la loro città per ritirarsi a Siena, essi lo avevano proclamato loro sovrano. Pure il Borgia, o perchè così gli avesse ordinato suo padre, o perchè gli convenisse di tenere celati i suoi ulteriori disegni, non ricevette l'omaggio di Perugia e di Castello che come gonfaloniere della Chiesa, e non in proprio nome. Dichiarò di avere determinato di scacciare tutti i tiranni dai paesi ereditarj de' romani pontefici, e di spegnervi le fazioni; ma che non voleva dilatare la propria signoria al di là del suo ducato di Romagna, e che perciò lusingavasi che qualunque si fosse il papa che occuperebbe dopo Alessandro VI la cattedra di san Pietro, desso papa gli saprebbe buon grado dell'avere distrutti i nemici dell'autorità pontificia. Egli non volle pure entrare nelle due sottomesse città, ne ricondurre gli esiliati a Perugia, ma si apparecchiò subito a scacciare da Siena Pandolfo Petrucci. Egli risguardava quest'uomo, distintissimo per la sua accortezza, siccome l'anima del partito. Lo vedeva chiuso in una fortissima città, provveduto di danaro, e circondato da numerosa armata a lui affezionatissima; perciò chiese al Machiavelli di persuadere la sua repubblica ad unirsi a lui per iscacciare quest'ultimo nemico, che i Fiorentini non dovevano temere meno di quello ch'egli lo temeva. Desiderava che questi mandassero gente ai confini, mentre ch'egli si avanzerebbe colle sue truppe; e nello stesso tempo Alessandro VI intavolava negoziazioni con Pandolfo Petrucci per ingannarlo, se possibile fosse, e trovar modo di averlo nelle sue mani[191].

I Sienesi non erano disposti ad esporsi ai pericoli di un assedio al solo oggetto di salvare il Petrucci; ma nello stesso tempo diffidavano del papa e del suo figliuolo, ed erano determinati a difendersi fino all'ultimo sangue, se sotto pretesto di scacciare un tiranno Cesare Borgia voleva entrare nella loro città, o faceva qualche tentativo per rendersene padrone. Pandolfo Petrucci approfittò di questa disposizione per negoziare e non cedere alla burrasca che a seconda del bisogno. Acconsentì di uscire da Siena, purchè il duca Valentino, che si era avanzato fino a Pienza, uscisse in pari tempo dal territorio della repubblica. Questa convenzione si eseguì il 28 di gennajo: Pandolfo Petrucci si ritirò a Lucca con Gian Paolo Baglioni, e gli avanzi delle truppe dei Vitelli; ma i suoi partigiani continuarono ad esercitare in Siena la suprema autorità, mentre che il Valentino ricondusse la sua armata alla volta di Roma, per approfittare della carnificina di Sinigaglia, e terminare l'abbassamento degli Orsini[192].

Il papa si era dato tutto l'impegno di assecondare i delitti di suo figlio; dietro i suoi avvisi dell'accaduto in Sinigaglia fece invitare il cardinale Orsini a portarsi al Vaticano per un abboccamento. Il cardinale aveva avuta l'imprudenza di tornare a Roma; viveva senza sospetti, e niente sapeva dell'arresto de' suoi due parenti; onde recossi a palazzo, ove fu subito imprigionato. Nello stesso tempo Alessandro VI fece prendere nelle loro case Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, il protonotajo Orsini, l'abbate d'Alviano, fratello di Bartolommeo e Giacomo di Santa Croce. Questi prigionieri, spaventati dalle minacce del papa, acconsentirono di dargli tutte le loro fortezze, ed a tale prezzo riebbero la libertà, ad eccezione del cardinale; perchè Alessandro voleva obbligare questi a consegnargli tutti i suoi beni. Il papa aveva di già fatta occupare la di lui casa a Monte Giordano, e trasportarne gli effetti ed i mobili tutti al palazzo pontificio. Esaminando i libri delle ragioni del cardinale, trovò che questi aveva un credito di due mila ducati verso qualcuno il di cui nome non era stato scritto; vide inoltre che aveva acquistata pel prezzo di due mila ducati una perla che non si trovava. Perciò il primo di febbrajo fece vietare l'ingresso della prigione del cardinale a coloro che gli portavano da mangiare per parte di sua madre, dichiarando che questo sciagurato prelato più non mangerebbe finchè non si rinvenissero que' due effetti. La madre del cardinale pagò subito col proprio danaro i due mila ducati, e l'amica di lui, vestita da uomo, andò in persona a consegnare al pontefice la perla che aveva ricevuta dal prelato. Alessandro acconsentì allora che si portassero al cardinale i cibi che gli venivano mandati, ma prima gli fece dare una bevanda avvelenata che lo trasse a morte il 22 di febbrajo[193].

Ma non tutti gli Orsini erano caduti nelle mani del pontefice o di suo figliuolo; la loro famiglia era assai numerosa, perchè tutti i figli cadetti, appigliandosi al mestiere delle armi, trovavano sempre una carriera aperta: Giulio Orsini con molti suoi parenti si afforzava a Pitigliano; Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, strozzato a Sinigaglia, ed Organtino Orsini adunavano la loro cavalleria a Cervetri. Muzio Colonna era tornato dal regno di Napoli, ed era entrato in Palombara che aveva tolta al papa. I Savelli si erano rappattumati cogli Orsini, di modo che tutta l'alta nobiltà di Roma faceva causa comune contro i Borgia. Gian Girolamo Orsini era in allora ai servigj del re di Francia, nel regno di Napoli; Niccolò, conte di Pitigliano, al servigio dei Veneziani; e questi due capitani interessavano alla loro difesa i potenti padroni per cui guerreggiavano. Il Borgia volle tentare di opprimerli prima che potessero ottenere assistenza, persuaso che gli riuscirebbe più facile la giustificazione, quando non vi fosse più rimedio per coloro che voleva distruggere. Ma sebbene riuscisse ad impadronirsi di Palombara e di Ceri, le altre fortezze degli Orsini gli opposero una resistenza abbastanza lunga da dare tempo ai Veneziani ed al re di Francia di dichiarare altamente, che prendevano Gian Giacomo Orsini ed il conte di Pitigliano sotto la loro protezione[194].

Le minacce del re determinarono Cesare Borgia a levare l'assedio di Bracciano, ma non senza lagnarsi amaramente della Francia; mentre che Alessandro VI faceva condannare dai tribunali ecclesiastici tutti gli Orsini come ribelli. Lodovico XII, vedendo che i Borgia cominciavano a mancare di rispetto alla sua autorità, e perchè nello stesso tempo era di già inquieto rispetto agli affari di Napoli, risolse di mettere fine al rapido ingrandimento della potenza del duca Valentino; prevedendo che, quando sentirebbe la propria indipendenza, si farebbe pagare a troppo caro prezzo la sua amicizia. Parvegli più di tutto importante di porre in salvo la Toscana da nuovi attentati; a tale oggetto trovò opportuno di formare un'alleanza tra Firenze, Siena, Lucca e Bologna, ed incaricò di negoziarla Francesco Cardulo di Narni, protonotajo apostolico. Questi presentossi il giorno 14 di marzo alla balìa di Siena, ed offrì ai partigiani di Pandolfo Petrucci di ricondurre nella città loro questo capo di parte coll'assenso de' Fiorentini, ai quali si prometteva la restituzione di Montepulciano. L'alleanza venne sottoscritta, e Pandolfo tornò a Siena il 29 di marzo del 1503, senza che la rivoluzione che l'aveva scacciato, o quella che lo richiamava, fossero accompagnate da verun disordine[195].

Ma non sì tosto trovossi Pandolfo in Siena, che chiese dilazione alla restituzione di Montepulciano. Pretese che i Sienesi fossero in modo attaccati a questo possedimento da non voler comperare a sì alto prezzo l'amicizia de' Fiorentini; questi dal canto loro, malgrado le istanze del ministro francese, non volevano entrare nella lega che a tale condizione; onde non potevasi avere la ratifica del trattato, senza del quale sembrava che la Toscana rimanesse in balìa del duca Valentino[196].

Altronde gli affari di Pisa, che da quasi dieci anni avevano sempre riaccese guerre vicine a spegnersi, eccitavano nuovamente la diffidenza e l'animosità dei popoli toscani. I Fiorentini avevano fatto capitano delle loro armate il balivo d'Occan, capitano francese, il quale coll'assenso del re aveva condotte cinquanta lance; eransi lusingati che le bandiere francesi sarebbero per loro una salvaguardia contro le intraprese del papa e di suo figlio, dalle quali non li guarentiva la santità dei trattati. Avevano mandata la loro armata nello stato di Pisa per guastare le messi, sperando che quella città si ridurrebbe colla fame, se perdeva per più anni consecutivi i suoi raccolti: e di già nel precedente anno avevano distrutto prima che maturasse tutto il frumento dei Pisani. Questa volta ruinarono soltanto le campagne del Val d'Arno, non avendo potuto penetrare nella vallata del Serchio meglio difesa[197].

Intanto il balivo d'Occan, poi che ebbe guastato il paese, condusse la sua armata sotto Vico Pisano, difeso da cento fanti svizzeri al soldo dei Pisani. Il balivo li minacciò di farli appiccare se portavano le armi contro un re alleato della loro nazione; nello stesso tempo i Fiorentini loro offrirono del danaro, onde gli Svizzeri, atterriti o corrotti, il 16 di giugno aprirono le porte della fortezza che dovevano difendere. Il loro tradimento spianò ai Fiorentini la strada della fortezza assai più importante della Verrucola, che, attaccata dal lato fin allora inaccessibile di Vico Pisano, si arrese il 18 di giugno. Questa signoreggiava il piano di Pisa, e così bene lo scopriva tutto intero, che nulla entrar poteva o sortire dalle porte della città senz'essere veduto dalla Verrucola. E quanto questa posizione era stata utile ai Pisani per prevenire gli attacchi dei loro nemici, altrettanto poteva riuscirle fatale dopo ch'era venuta in mano de' Fiorentini[198].

Questa perdita risvegliò l'interesse de' Sienesi e de' Lucchesi a favore de' loro vicini. Scordarono gli uni e gli altri la lega toscana, sebbene Pandolfo Petrucci andasse debitore ai Fiorentini del fresco suo ristabilimento in patria, e spedirono ajuti ai Pisani, i quali dal canto loro fecero fare l'offerta al duca Valentino di darsi a lui. Veruna città era da questo principe più ardentemente desiderata, risguardandola egli come quella che gli darebbe modo di conquistare tutta la Toscana. Ma finchè il re di Francia trovavasi in Italia onnipotente, il Valentino per non esporsi alla sua collera non aveva osato di accettare una così seducente offerta. Ma da qualche tempo pareva che la fortuna abbandonasse le armi francesi, ed il Valentino, che mai non era l'ultimo ad allontanarsi da coloro cui la fortuna volgeva le spalle, cominciava a prendere coi generali di Lodovico XII un più audace contegno; trattava segretamente con Gonsalvo di Cordova e colla Spagna, temporeggiava coi Pisani, si armava, metteva la sua alleanza a più alto prezzo, e non pertanto aspettava per prendere una definitiva decisione un ultimo esperimento delle forze dei due re, che pareva dover essere imminente[199].

Ferdinando il cattolico aveva lasciato, in tutto il primo anno della guerra, il suo generale, Gonsalvo di Cordova, senza soccorsi. I rinforzi che aveva per lui apparecchiati non lo raggiunsero che quando era già cominciata la campagna del 1503. Anche prima che questi giugnessero, il generale Spagnuolo ricevette a Barletta un sollievo dovuto soltanto all'imprudente avarizia de' generali francesi. Ivone d'Allegre aveva presa la città di Foggia, dove aveva trovati grandissimi magazzini di grani, formati coi raccolti di quella ubertosa provincia. Invece di acconsentire che si vendessero a credenza ai Napolitani, che ne avevano urgente bisogno, o di tenerli custoditi per l'armata, la mancanza di danaro lo consigliò a venderlo ad alcuni mercanti veneziani che lo trasportarono a Barletta[200]. Subito dopo l'ammiraglio spagnuolo, Liscano, ottenne presso alla punta della terra di Otranto, ossia l'antico promontorio Japiga, una vittoria sopra il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, la quale sarebbe stata interamente distrutta, se non avesse trovato un rifugio nel porto d'Otranto che apparteneva ai Veneziani, ed era egualmente rispettato dalle due nazioni belligeranti. Dopo questa vittoria il mare rimase libero ai vascelli spagnuoli e siciliani, che poterono trasportare senza pericolo soldati, vittovaglie e danaro a Barletta. Le quali cose si facevano senza che i Francesi potessero impedirle, anzi senza che niente sapessero di ciò che accadeva in mare[201].

Non pertanto l'armata francese continuava ad acquistar terre nell'interno del regno. Da una parte il Nemours aveva ridotte alla sua ubbidienza tutte le città della Puglia, che formavano un circolo intorno a Barletta; cioè Canosa, Altamura, Cerignole, Quadrata, Robio, Foggia e Siponto: dall'altra erasi avanzato fino all'estremità della terra d'Otranto, ed aveva costretto Lecce, san Piero, Nardo, Rodea, Oria e Matula ad arrendersi. Vero è che non aveva potuto occupare Gallipoli, nè Taranto, ma bensì costretto aveva il conte di Conversano a passare al suo partito, ed aveva lasciata guarnigione in Castellaneta, onde reprimere le incursioni delle truppe spagnuole che Pietro Navarra comandava a Taranto[202].

Il Nemours era di già tornato sotto Barletta, quando seppe che gli abitanti di Castellaneta, più soffrire non potendo l'insolenza de' soldati francesi alloggiati nella loro città, aveano aperte le loro porte agli Spagnuoli di Taranto, e dati prigionieri i loro ospiti. Accecato dalla sua collera, il Nemours non volle dare orecchio alle rimostranze dell'Acquaviva, che gli dava avviso che il Gonsalvo uscirebbe presto in campagna. Partì coll'armata alla volta di Castellaneta, e, non ascoltando che il caldo suo desiderio di vendetta, non volle ricevere gli abitanti alle condizioni da loro offerte. Ma Gonsalvo di Cordova, approfittando della sua lontananza, uscì di notte da Barletta con tutte le sue genti, e lasciò pure quella città così sguarnita, che per essere sicuro della sua fedeltà trovò necessario di condurre con sè i magistrati in ostaggio, e passò a sorprendere Rubio, dove comandava La Palice. Colle prime scariche la sua artiglieria aprì varie brecce nelle mura; i suoi soldati volarono intrepidamente all'assalto, e sebbene i Francesi si difendessero per sette ore con non minor valore, fu fatto prigioniere La Palice ferito, e la città di Rubio presa e saccheggiata. Il Gonsalvo non cercò pure di conservarla; trasportò frettolosamente tutto il bottino a Barletta, dov'era rientrato avanti che il Nemours, che per opporsi al Gonsalvo aveva abbandonato l'assedio di Castellaneta, fosse tornato a Rubio colla sua armata[203].

Intanto Ugone di Cardone aveva ragunati in Sicilia tre mila fanti e tre mila cavalli che trasportò a Reggio. Incontrò prima Giacomo di Sanseverino, conte di Mileto, che sconfisse, poi liberò Diego Ramirez assediato nella fortezza di Terranuova, saccheggiò e bruciò quella città, fugò il principe di Rossano e fece prigioniere il signor d'Humbercourt. In quest'ultima zuffa Antonio di Leyva, che era di fresco giunto dalla Spagna, e che serviva ancora in qualità di semplice soldato, fece le sue prime prove in Italia; egli doveva in appresso passare per tutti i gradi della milizia prima di comandare in capo le armate, e di essere annoverato tra i primi generali di Carlo V[204].

Mentre il Cardone sbarcava le sue genti, il d'Aubignì trovavasi occupato in un'altra parte della Calabria; ma si affrettò di accorrere per attraversare i di lui disegni; ed i principi di Salerno e di Bisignano, della casa Sanseverino, si unirono a lui a Cosenza con molti baroni angioini. Don Ugone di Cardone, avvisato della loro marcia, ebbe prima pensiero di ritirarsi verso le montagne, ma fu ritenuto dall'arrivo di don Emmanuele di Benavides, che gli conduceva quattrocento cavalli e quattro battaglioni d'infanteria siciliana; altronde le sue spie gli avevano dato motivo di credere che al d'Aubignì abbisognavano ancora due giorni per raggiugnerlo, allorchè lo vide sboccare nel piano dalla banda di mezzodì di Terranuova. I cavalieri siciliani e spagnuoli non sostennero l'impeto degli uomini d'armi del d'Aubignì, ed in particolare degli Scozzesi; la fanteria venne egualmente maltrattata dagli Svizzeri e dai Guasconi; l'armata di Ugone di Cardone fu sgominata e dispersa, ed egli medesimo si salvò a piedi tra le montagne, dopo avere tagliata la corda magna al suo cavallo. Il signore di Grignan, luogotenente del d'Aubignì, che aveva più d'ogni altro contribuito a questa vittoria, fu ucciso mentre inseguiva il nemico[205].

La battaglia di Terranuova non bastava a consolidare il dominio de' Francesi nella Calabria, tanto più che in quel tempo la nuova flotta che Ferdinando aveva armata a Cartagena era giunta in Sicilia e poco dopo a Reggio. Eranvi su questa seicento cavalli, comandati da Alfonso Carvajale, e cinque mila fanti di Galizia, di Biscaglia e delle Asturie, sotto gli ordini di Ferdinando d'Andrades. Il re di Spagna aveva dato il generale comando di questa spedizione a Porto Carrero, della casa Boccanegra di Genova, scelto dal re, perchè egli ed il Gonsalvo avevano sposate due sorelle, e che perciò doveva sperarsi che agirebbero di perfetto accordo. Ma passò lungo tempo avanti che quest'armata fosse in istato di combattere; prima perchè la flotta fu contrariata dai venti nel suo tragitto, poi perchè Porto Carrero, appena giunto in Reggio, fu preso da grave malattia in conseguenza della quale morì, dopo d'avere nominato d'Andrades suo successore[206].

Inquietanti notizie intorno agli affari di Napoli circolavano di già in tutte le altre province d'Italia, quando i tre piccoli cantoni svizzeri che si erano fatti padroni di Bellinzona, non potendo soffrire che la Francia loro contrastasse il possedimento di quella città, attaccarono impetuosamente Locarno sul lago maggiore, e la Murata. Dopo parecchj assalti s'impadronirono dell'ultima, che altro non era che una lunga muraglia fatta per frenare le loro incursioni; ma non poterono conquistare Locarno, e bentosto trovaronsi bloccati dai Francesi ed esposti a crudeli privazioni. Frattanto Lodovico XII, che sentiva quanto gl'importasse di evitare una guerra nel Milanese, mentre che aveva così gravi affari nel regno di Napoli, e che aveva più di tutto bisogno di mettere a numero le sue armate colla fanteria svizzera per opporla a quella dei Tedeschi e degli Spagnuoli, ordinò ai suoi commissarj di contentare gli Svizzeri a qualunque condizione. Dietro ciò l'undici aprile del 1503 fu sottoscritto un nuovo trattato di pace fra la Francia e la lega elvetica nel campo sotto Locarno, e Lodovico XII accordò ai tre piccoli cantoni la contea di Bellinzona in piena sovranità[207].

Mentre la guerra tra la Francia e la Spagna si faceva nel regno di Napoli con maggior vigore, l'arciduca Filippo d'Austria, figlio di Massimiliano e genero di Ferdinando e d'Isabella, attraversava la Francia per tornare nella sua sovranità de' Paesi Bassi. Pochi mesi prima aveva accompagnata sua moglie per la prima volta alla corte di Spagna, e l'aveva colà abbandonata bruscamente il 22 dicembre del 1502, lasciando Ferdinando di lui geloso, Isabella scontenta de' pochi riguardi che aveva per sua figlia, e Giovanna, la di cui seconda gravidanza era avanzata, in uno stato di disperazione che turbò la sua mente. Filippo venne in Francia ricevuto con quel rispetto ond'era stato onorato in occasione del suo primo passaggio. Egli desiderava la pace pel vantaggio de' suoi stati de' Paesi Bassi, la desiderava ancora per accrescere il suo credito alla corte di Castiglia, e se ne fece con premura il mediatore. L'accompagnavano due ambasciatori del re d'Arragona e di Castiglia, i quali intervennero alle conferenze che Filippo tenne con Lodovico XII, ed il 5 d'aprile sottoscrissero con loro a Lione un trattato di pace fra le due monarchie. Tutti i diritti della Francia sul regno di Napoli dovevano darsi per dote a madama Claudia di Francia, figlia di Lodovico XII, che Carlo, figlio di Filippo, poi Carlo V, doveva sposare. I due sposi fanciulli dovevano essere dichiarati re e regina di Napoli; ma fino alla consumazione di questo matrimonio, il trattato di divisione di Granata doveva avere piena esecuzione[208].

Pareva che questa convenzione terminasse la guerra a condizioni d'equità, sebbene tutto il vantaggio fosse per la Spagna, poichè l'oggetto in disputa era ceduto interamente all'erede di quella monarchia. Perciò Filippo aveva mostrata molta premura di conchiuderla; e perchè erano illimitate le facoltà da lui prodotte, Lodovico XII non dubitò punto che il trattato di Lione non venisse ratificato; onde più non si prese cura di spedire soccorsi ai suoi luogotenenti in Italia, ai quali solamente raccomandò di schivare ogni fatto d'armi, finchè il cambio delle ratifiche facesse interamente cessare le ostilità. Ma Gonsalvo di Cordova, dopo essere stato lungamente confinato in un angolo del regno di Napoli, cominciava a travedere la possibilità di conquistarlo interamente. Egli non volle andare debitore ad un trattato di ciò che poteva ottenere a forza aperta; ed i suoi padroni, quando meglio conobbero lo stato degli affari, ebbero la stessa ambizione, e ricusarono di ratificare il trattato di Lione.

Ferdinando d'Andrades prese il comando dell'armata di Calabria; egli avea riunito alle sue truppe, condotte da Porto Carrero, gli avanzi di quelle di Ugone di Cardone, e, dopo aver loro pagati i soldi arretrati, le condusse attraverso alla Calabria fino presso a Seminara. In questo stesso luogo sette anni prima Ferdinando II e Gonsalvo erano stati battuti dal d'Aubignì, e Terranuova, dove lo stesso d'Aubignì aveva ottenuta una più fresca vittoria sugli Spagnuoli, trovatasi pure a breve distanza; perciò questo generale francese avanzavasi pieno di confidenza, punto non dubitando di liberare la Calabria dai nemici con una terza vittoria. Sebbene le sue forze fossero alquanto inferiori a quelle d'Andrades, egli lo sfidò a battaglia. Le due armate s'incontrarono il 21 d'aprile al passo di Fiume Secco tra Gioja e Seminara. Emmanuele Benavides, che aveva il comando della vanguardia spagnuola, si trattenne sopra una delle rive del fiume per parlamentare col d'Aubignì, che trovavasi sulla riva opposta. Mentre che l'ultimo era distratto da tale conferenza, il Carvajale, che comandava la retroguardia spagnuola, passò il fiume un miglio al di sopra, e venne a piombare alle spalle dell'armata francese nello stesso tempo che veniva attaccata di fronte. Un istante di confusione e di disordine bastò a perderla; gli uomini d'armi sgominati dovettero fuggire, ed il d'Aubignì con loro: Onorato ed Alfonso di Sanseverino, che comandavano il secondo ed il terzo corpo d'armata, composti di Calabresi, non opposero lunga resistenza; ambidue furono fatti prigionieri; ed in mezz'ora di tempo quasi tutta la fanteria francese fu passata a fil di spada. Il d'Aubignì era fuggito a Gioja, dove trovò il capitano della sua fanteria Mallerbe; essi continuarono a ritirarsi assieme, ma, giunti al forte d'Angitula, furono costretti a chiudervisi, perchè gli Spagnuoli stavano loro alla coda; e questi, non volendo lasciarsi fuggire di mano il più temuto di tutti i generali francesi, lo assediarono appena entrato in Angitula[209].

Press'a poco nel tempo in cui d'Andrades sbaragliava l'armata di d'Aubignì a Seminara, Gonsalvo di Cordova vide giugnere a Barletta un corpo di due mila Tedeschi che gli conduceva Ottaviano Colonna, e che dopo essere uscito dalle montagne della Carniola si era imbarcato a Trieste. Erano sette mesi che il Gonsalvo si trovava chiuso in Barletta, ed aveva ottenuto colla forza del suo carattere e colla sua accortezza nel guidare a voglia sua gli animi di sostenervi la costanza de' soldati in mezzo a tutte le privazioni. Tutte le città di quel vicinato erano in potere de' Francesi, ad eccezione di quella di Andria, ma non ebbe appena ricevute le truppe tedesche che aveva così lungamente aspettate; che risolse di porsi in campagna, e fece passare a Pietro Navarra ed a don Lodovico di Errera l'ordine di condurgli da Taranto tutti que' soldati che potrebbero. Dal canto suo il Nemours, avvisato dei movimenti che si facevano in Barletta, volle pure adunare in un solo corpo i suoi migliori ufficiali. Scrisse ad Andrea Matteo d'Acquaviva che stava a Conversano di recarsi ad Altamura, per incontrarvi Lodovico d'Ars, e ritornare con lui. Questi due ufficiali ebbero qualche corrispondenza insieme per concertare il loro cammino; ma una delle lettere dell'Ars essendo caduta in mano di Pietro Navarra, questi venne a conoscere la strada dell'Acquaviva, e gli tese una imboscata. L'Acquaviva, attaccato all'impensata, fu gravemente ferito e fatto prigioniere, ucciso suo fratello Giovanni, e tutta la sua cavalleria presa o dispersa[210].

L'arrivo a Barletta di Navarra e di Errera, che conducevano prigioniere il più savio e più rispettato barone angiovino e varj capitani dell'armata nemica, parve a Gonsalvo ed a' suoi soldati di buon augurio. Onde non vollero frapporre ulteriore ritardo a rompere il blocco nel quale erano stati così lungamente chiusi. Il 28 di aprile l'armata spagnuola uscì di Barletta, passò l'Ofanto, e dirigendosi verso ponente giunse nello stesso giorno sotto Cerignole. Il calore era di già estremo nelle pianure della Puglia; il soldato non trovava acqua in quelle arse campagne, e soffriva crudelmente la sete, sebbene Gonsalvo, nel passaggio dell'Ofanto, avesse fatte riempire d'acqua molte otri che faceva portare dietro l'armata. Per sollevare i pedoni oppressi dal caldo ordinò ancora ad ogni cavaliere di prenderne uno in groppa, ed egli stesso ne diede agli altri l'esempio facendo dietro di sè montare sul suo cavallo un porta insegne tedesco. Cerignole, lontana soltanto dieci miglia da Barletta, è un castello posto sulla sommità di un colle, i di cui fianchi sono tutti coperti di viti. Il fondo di queste vigne è separato dalla pianura da una fossa. Prospero e Fabricio Colonna, che vi erano giunti prima degli altri, disegnarono di accampare l'armata dietro questa fossa; la allargarono, e colla terra che avevano levata innalzarono sulla sponda interna un piccolo parapetto. Il Gonsalvo diresse in persona questi lavori, e vi fece immediatamente collocare i cannoni in batteria[211].

Il Nemours, partito da Canosa, era giunto presso Cerignole, quasi nello stesso tempo che il Gonsalvo. Nel consiglio di guerra da lui tenuto il Chatillon e Lodovico d'Ars insistevano perchè si differisse la battaglia fino al susseguente giorno, onde meglio conoscere la posizione del nemico, e dar tempo ai soldati di riposarsi. Per lo contrario il Chandieu, che aveva il comando degli Svizzeri, ed Ivone d'Allegre volevano che si approfittasse dell'ardore francese per attaccare in quell'istante. La disputa tra i capitani si protrasse oltre il dovere e fece perdere un tempo prezioso. Per inconsiderata vivacità d'Allegre disse che la lentezza del generale gli rendeva sospetto o il suo coraggio o la sua abilità. Il Nemours, ferito nell'onore, ebbe la debolezza di risolversi contro la propria opinione a venire a battaglia per purgarsi da questo rimprovero: ma prese questa risoluzione così tardi, che nell'istante in cui cominciò la battaglia non restava che mezza ora di giorno. Nell'armata francese eranvi cinquecento lance, mille cinquecento cavaleggeri e quattro mila pedoni[212]. L'armata spagnuola contava mille ottocento uomini di cavalleria pesante, cinquecento cavaleggeri, due mila fanti spagnuoli ed altrettanti Tedeschi[213]. Il Nemours condusse le sue truppe contro il nemico nell'ordine obbliquo, nascondendo la sua sinistra. Egli era con Lodovico d'Ars alla testa dell'ala destra che doveva cominciare la pugna; il Chandieu cogli Svizzeri stava nel centro alquanto a dietro, ed il d'Allegre col resto della cavalleria era alla sinistra ed ancora più a dietro[214].

Il Gonsalvo, che aveva divisa la sua armata in sei battaglioni, aveva mandata avanti tutta la sua cavalleria leggiera sotto gli ordini di Fabrizio Colonna e di don Diego di Mendoza per ritardare il nemico. Nelle arse campagne della Puglia i piedi de' cavalli sollevavano un così denso polverìo, che ai Francesi impedì totalmente di vedere le posizioni degli Spagnuoli. I finocchj, che in que' campi sono d'una smisurata grandezza, occultavano affatto la fossa ed il parapetto che chiudevano il campo; e l'artiglieria col suo fumo accrebbe maggiormente l'oscurità. Una delle prime scariche appiccò il fuoco al magazzino della polvere degli Spagnuoli. Il Gonsalvo, lungi dal mostrarsene spaventato, gridò: «Gli è questo un felice presagio; noi non abbiamo bisogno di polvere perchè nostra è la vittoria.» Frattanto il Nemours, che si avanzava contro i Tedeschi e contro la cavalleria della loro sinistra, fu improvvisamente trattenuto dalla fossa, di cui non sospettava l'esistenza, e mentre cercava un passaggio rivolgendosi di fianco, fu colpito da una palla e cadde morto alla testa delle sue truppe. In quell'istante il Chandieu giugneva in riva al fosso cogli Svizzeri. Ma i Tedeschi, che tenevano l'opposta riva li rispingevano colle loro alabarde, mentre che gli archibugeri spagnuoli li prendevano di fianco, ond'essi si disordinarono e perdettero molta gente. Il Chandieu, che si faceva conoscere in mezzo a loro a motivo delle penne bianche che ornavano il suo caschetto, e che si batteva a piedi alla loro testa, fu ucciso mentre era sceso nella fossa per attraversarla. Vedendo il d'Ars ed il d'Allegre rotti i loro compagni, si posero in fuga; ed il Chatillon, che fuggiva dietro di loro, fu preso e ricondotto prigioniero dalla cavalleria spagnuola. Nello spazio di mezz'ora l'armata francese era stata dispersa, ed aveva perduti tre in quattro mila uomini. Tutti i suoi equipaggi e tutti i viveri vennero in potere del nemico[215].

Il Gonsalvo fece conoscere i suoi singolari talenti col profitto che seppe trarre da questa vittoria. L'oscurità della notte, che era sopraggiunta quando appena cominciava ad essere decisa la sconfitta de' Francesi, aveva salvati i fuggiaschi; ma Lodovico d'Ars ed Ivone d'Allegre non avevano presa la medesima strada; il primo si era posto su quella di Venosa, l'altro su quella che conduce al ducato di Benevento. Il Gonsalvo li fece rapidamente inseguire per impedirne la riunione. Garzia de Paredes inseguì Lodovico d'Ars, e don Fedro de Paz il d'Allegre. Questi nella sua fuga si era riunito a Trajano Caraccioli, conte di Melfi; ma per quanto cercassero di affrettare la loro fuga, erano sempre preceduti dalla notizia del loro disastro; onde tutte le città, tutte le fortezze chiudevano loro le porte in faccia; ed appena a forza di preghiere e di danaro potevan essi ottenere che loro si calassero giù dalle mura colle corde pochi viveri entro le ceste. Ivone d'Allegre, dopo essersi trattenuto un solo giorno ad Atripalda, prese la strada di Napoli; ma nell'avvicinarsi a quella città seppe bentosto che il popolo si era sollevato, e che la guarnigione lasciatavi erasi chiusa ne' castelli coi tesori del re, coi magistrati francesi e coi più dichiarati partigiani della Francia. Piegò a tale notizia verso Capoa e Suessa, e senza trattenersi in quelle città andò fino a Gaeta, dove ragunò gli avanzi dell'armata francese tra quella fortezza e Tragitto[216].

Gli Spagnuoli vincitori si avanzavano da tutte le bande dietro i fuggiaschi, ed occupavano tutte le province del regno. Fabrizio Colonna si portò verso l'Aquila, e soggiogò gli Abbruzzi; Prospero Colonna si fece aprire le porte di Capoa e di Suessa, ed occupò tutta la Campagna Felice, cacciando i Francesi al di là del Garigliano. Tutte le città della Puglia e della Capitanata, informate prima delle altre della vittoria, si erano ancora per le prime sottomesse al vincitore. Le Calabrie aveano preso lo stesso partito, quando aveano avuta notizia della battaglia di Seminara. Il d'Aubignì difendevasi tuttavia nella rocca d'Angitula; ma quando fu pienamente infirmato del rovescio de' suoi commilitoni, capitolò, sagrificandosi solo ad essere prigioniere, mentre che tutti i soldati che servivano sotto di lui ebbero la libertà di tornare in Francia[217].

Gonsalvo di Cordova accolse ad Acerra i deputati di Napoli, che gli portavano le chiavi della città, e gli chiedevano la conferma de' privilegj della capitale; egli lo promise a nome de' suoi padroni, e fecevi il suo solenne ingresso il 14 di maggio. Nel susseguente giorno ricevette a nome di Ferdinando il giuramento de' sei seggi, che rappresentavano la nobiltà ed il popolo di Napoli. I due castelli, in cui si erano ritirati i Francesi, e che d'ordinario opponevano alle armate che gli assediavano una lunga resistenza, soggiacquero in pochi giorni agli attacchi di Pietro Navarra, il quale aveva il primo introdotto nella guerra l'arte di far giuocare le mine colla polvere, e che colle sue inaspettate esplosioni aveva inspirato ai soldati nemici tanto terrore, che i loro capi non avevano ancora potuto vincere. Quando il giorno 11 di giugno le mine del Navarra rovesciarono una metà delle mura di Castel Nuovo sopra i difensori, ed aprirono agli Spagnuoli una spaventosa breccia per la quale montarono all'assalto, Gonsalvo di Cordova cedette a' suoi soldati tutto il saccheggio de' ricchi magazzini che vi erano stati adunati, e de' tesori che vi si erano posti colla fede di metterli in luogo sicurissimo. Pure non era appena terminato questo saccheggio che molti soldati vennero al Gonsalvo, lagnandosi di non avere avuta la parte loro. «Per indennizzarvi andate a saccheggiare il mio palazzo, disse loro ridendo il generale;» ed infatti quello in cui era stato alloggiato, ed apparteneva al principe di Salerno, fu dagli Spagnuoli immediatamente svaligiato[218].

Il Castello dell'Ovo, posto sopra uno scoglio isolato, ai piedi del promontorio di Sant'Elmo, ed in mezzo alle acque, fu preso ventun giorni dopo Castel Nuovo, e cogli stessi mezzi. L'esplosione rovesciò parte della rupe sulla Cappella, dove in quell'istante il comandante della fortezza aveva adunato un consiglio di guerra: quasi tutti coloro che vi assistevano furono schiacciati sotto i rottami della montagna. Ed in tal modo tutto il regno si trovò in potere degli Spagnuoli, ad eccezione di Gaeta, dove tutti si erano uniti gli avanzi dell'armata francese; di Santa Severina, in cui il principe di Rossano era assediato, e di Venosa, dove Lodovico d'Ars con una lunga e valorosa resistenza si coprì di gloria[219].