CAPITOLO C.
Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro il regno di Napoli.
1499 = 1501.
In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di sè medesimo o di suo figlio.
Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta violazione delle sue leggi fondamentali.
La parte del territorio ecclesiastico più vicina a Roma era quasi tutta caduta sotto il dominio di due potenti famiglie, Orsini e Colonna. Gli Orsini in particolare avevano vasti dominj nel patrimonio di san Pietro dalla banda occidentale del Tevere, i Colonna nella Sabina e nella Campagna di Roma dalla banda di levante e di mezzodì dello stesso fiume. I primi venivano risguardati come capi dei Guelfi, gli altri de' Ghibellini; e questi nomi di fazioni, che omai più non indicavano opposte opinioni, ma soltanto la memoria d'antichi odj, davano non pertanto maggiore accanimento a tutte le contese che lordavano di sangue Roma ed il suo territorio. Tutta la nobiltà seguiva queste due insegne; i Savelli ed i Conti stavano d'ordinario pel partito Ghibellino, i Vitelli per quello de' Guelfi.
Queste famiglie avevano fondata la loro potenza nella professione delle armi e nell'amore de' soldati, mentre che i governi avevano imprudentemente abbandonata a gente mercenaria la difesa dello stato. Tutti gli Orsini e tutti i Colonna, i Savelli, i Conti, i Santacroce, e, per dirlo in una parola, tutti i nobili feudatari romani erano condottieri: ognuno di loro comandava ad una compagnia di uomini d'armi più o meno numerosa, ma loro sommamente affezionata; ognuno separatamente trattava coi re, colle repubbliche, coi papi, per porsi al loro servigio; ognuno negl'intervalli di riposo, che loro lasciavano l'esterne guerre, riparavasi in uno de' suoi castelli, lo afforzava diligentemente, e cercava di addestrare nell'arte della guerra i suoi vassalli, per trovare fra di loro onde mettere a numero la compagnia; e per tal modo quanti più giovani capi contava una famiglia, e più riputavasi potente.
Le frequenti accanite guerre dei Colonna cogli Orsini avevano affatto spogliate le campagne di agricoltori. Tutti gli abitanti dimoravano entro le terre murate, perchè ne' villaggi aperti non potevano trovare sicurezza per i loro ricolti, pei bestiami e per le stesse loro persone. Tutto ciò che avessero lasciato in una casa isolata sarebbe stato preda de' soldati; non potevano nè pure sperar profitto da verun genere di coltivazione che occupasse lungamente il suolo. Ne' crudeli guasti cui andavano così frequentemente esposti, erano state svelte tutte le viti e bruciati gli ulivi, onde più non ritraevano dai loro fondi che gli uniformi prodotti annuali del pascolo e delle messi. Così andavasi allargando la desolazione delle campagne romane, che, prive di abitanti e di alberi, senz'ornamenti, senza siepi, non distinguevansi dai deserti che a cagione di un lavoro fuggitivo, che dopo un anno non lasciava veruna traccia. Pure i villaggi murati, la di cui vicina campagna veniva tuttavia ravvivata da un annuale lavoro, non potevano essere ruinati dalla guerra senza che l'intero distretto cessasse di essere coltivato. Spesse volte dopo che un villaggio era stato bruciato e trucidati i suoi abitanti, i loro eredi si trovavano tuttavia a portata di rialzare le mura, e di porvisi in istato di difesa; ma se non avevano forza o danaro per farlo, se le loro brecce restavano aperte, e se non erano in istato di resistere ad un colpo di mano, invano si sarebbero lusingati di godere essi medesimi i frutti de' loro sudori; perivano di miseria, oppure, abbandonando quelle proprietà che non erano di veruna utilità, portavano il loro lavoro in paesi ove potesse procurar loro un sicuro sostentamento. Bentosto il cattivo aere del deserto occupava gli abbondanti campi, e se in più tranquilli tempi i loro antichi abitatori ardivano di ritornarvi, soggiacevano alle febbri maremmane. Vero è per altro che, finchè i gentiluomini abitarono le loro rocche in mezzo ai proprj vassalli, si fecero un essenziale dovere di riparare i disastri della guerra, e finchè non mancarono loro affatto i mezzi, ripararono sempre le ruinate fortificazioni, e mantennero ancora ne' loro feudi qualche ramo d'industria, qualche popolazione, qualche ricchezza. Ma quando in tempi più tranquilli stabilirono la loro dimora nella capitale, gli estremi effetti delle funeste guerre de' loro antenati si fecero sentire alla posterità, e gli ultimi avanzi della popolazione scomparvero dalle campagne di Roma.
Alessandro VI non erasi conservato neutrale tra i Colonna e gli Orsini, e ne' primi tempi del suo pontificato si era dichiarato contro i primi, che aveva trovati partigiani della Francia, mentre egli stava per gli Arragonesi di Napoli. Vero è che nel susseguente anno i Colonna passarono sotto le insegne di Ferdinando II, e con ciò si riconciliarono per qualche tempo col papa; ma questi si dichiarò bentosto per l'opposto partito, ed essendosi unito alla Francia, si fece di nuovo a perseguitare i Colonna. Armava sempre una di quelle famiglie contro l'altra, e qualunque delle due rimanesse perdente o ruinata, egli credevasi egualmente avvantaggiato. Cesare Borgia, duca del Valentinese, e di lui figliuolo, s'appigliava per maggiormente abbassarli ad un altro mezzo: erasi fatto egli medesimo condottiere; aveva raccolti sotto le sue bandiere tutti i gentiluomini che prima servivano sotto i Colonna e gli Orsini, e largamente pagandoli e loro dando soldati e castella, aveva sostituito l'attaccamento per la sua persona all'antico spirito di parte, che favoriva i Colonna e gli Orsini[67].
Se l'autorità del pontefice era pochissimo conosciuta nella stessa campagna di Roma, e s'egli era forzato a guerreggiare perfino nelle strade della sua capitale ora contro i Colonna ora contro gli Orsini, era cosa naturale che le più lontane province avessero scossa ancora più compiutamente la sua autorità. Alcune città avevano sempre mantenuta se non altro la forma di un'amministrazione repubblicana; Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni, eransi sottratte al giogo de' domestici tiranni, o l'avevano scosso; ma le proprie loro fazioni e le continue guerre de' loro vicini, le avevano sempre tenute in uno stato di debolezza e di oscurità. Le altre città erano venute in balìa de' vicarj pontificj, i quali, mercè la promessa di un annuo censo che mai non pagavano, avevano ottenuta una intera indipendenza. Quasi tutta la Marca era divisa tra le due case di Varano e di Fogliano, e la prima si era sollevata alla sovranità di Camerino. Giulio di Varano regnava allora in quel piccolo principato: Giovanni di Fogliano, che non molto dopo fu barbaramente assassinato da suo nipote Oliverotto, regnava in Fermo[68]. Sinigaglia nel 1471 era stata data in feudo da Sisto IV a suo nipote, Giovanni della Rovere, col titolo di prefetto di Roma, e questo principe era nello stesso tempo genero e presuntivo erede del duca d'Urbino. L'alpestre provincia posta tra le Marche e la Toscana era governata da Guid'Ubaldo, illustre ed ultimo erede dell'antica casa di Montefeltro: questa provincia comprendeva il ducato d'Urbino da cui s'intitolava, il contado di Montefeltro e la signoria d'Agobbio. L'Italia non aveva nè più bellicosa gente, nè altra corte più letterata e più gentile. A ponente il ducato d'Urbino confinava colle due sovranità che si erano formate nella Vallata del Tevere Gian Paolo Baglioni a Perugia, e Vitellozzo Vitelli a Città di Castello. Avevano ambidue abbracciata la professione delle armi, ed il Vitelli aveva renduto importante il suo piccolo stato coi rari talenti militari da lui spiegati e da' suoi quattro fratelli, e coll'eccellente disciplina introdotta tra i suoi vassalli.
Dalla banda della Romagna trovavasi successivamente Pesaro, piccolo principato staccato nel 1445 da quello dei Malatesta da Francesco Sforza, a favore del ramo cadetto della sua famiglia; n'era sovrano in allora Giovanni Sforza, che nel 1497 aveva fatto divorzio con Lucrezia Borgia, figliuola del papa. Il principato di Rimini che veniva in seguito più non conservava la potenza cui era stato innalzato da Pandolfo III e da suo fratello Carlo nel quattordicesimo secolo; era in quel tempo governato da Pandolfo IV, che aveva cominciato a regnare nel 1482. Questo principe, figliuolo naturale di Roberto Malatesta e genero di Giovanni Bentivoglio, non si era per anco dato a conoscere che colle sue dissolutezze e colle crudeltà; ma trovavasi sotto la protezione della repubblica di Venezia, che per dilatare più sicuramente la sua influenza su tutte le coste dell'Adriatico, offriva soldo a tutti i principi di quella provincia. Coloro che volevano accettarlo non erano tenuti a condurre essi medesimi le compagnie degli uomini d'armi che si obbligavano a mantenere, altro ciò non essendo che un pretesto per avere un'onorevole pensione. Cesena, posta a ponente di Rimini, trovavasi in allora sotto l'immediato dominio della Chiesa, che l'aveva tolta ad un ramo della casa Malatesta[69]. Ma Forlì, antica signoria degli Ordelaffi, era del 1480 passata in Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, che nel 1473 era pure stato investito da suo zio della signoria d'Imola. Questi due principati, separati l'uno dall'altro da quello di Faenza, fino dal 1488 erano soggetti al giovane Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la coraggiosa Catarina Sforza, figlia naturale di Galeazzo, duca di Milano. Aveva costei sposato in seconde nozze Giovanni de' Medici appartenente al ramo cadetto di quella casa, da cui ebbe un figliuolo, che acquistò poi tanta celebrità nelle guerre d'Italia. Suo marito era morto nel 1498, ma Catarina non aveva perciò conservato minore attaccamento verso la repubblica fiorentina, la quale per arra della sua protezione pagava un soldo al giovane Ottaviano Riario. Tra i principati di Forlì e d'Imola trovavasi chiuso quello di Faenza, che per la valle del Lamone si stendeva fino ai confini della Toscana. I Veneziani avevano data somma importanza all'apertura di questo passaggio per attaccare la repubblica fiorentina; si erano procurata la tutela del giovane Astorre III di Manfredi, che aveva soltanto sedici anni; avevano compresse le guerre civili tra Astorre e suo fratello naturale Ottaviano, ed erano quasi assoluti padroni di Faenza e di Val di Lamone[70]. Gli stessi Veneziani si erano impadroniti di Ravenna e di Cervia, togliendo la prima alla casa di Pollenta, l'altra ad un ramo cadetto della casa Malatesta. Giovanni Bentivoglio fino dal 1462 regnava con assoluto potere sulla ricca e potente città di Bologna. Per ultimo il duca Ercole d'Este era il più lontano ed il più indipendente de' feudatarj della Chiesa. Egli riconosceva da questa il Ferrarese, che da più secoli era governato dalla sua famiglia; lo univa ai feudi imperiali di Modena e di Reggio, ed appena pensava che la sua causa potesse aver nulla di comune con quella degli altri vicarj pontificj.
Le numerose corti di tanti piccoli signori davano alla Romagna un'apparenza d'eleganza e di ricchezza: ogni capitale era ornata di templi e di palazzi vagamente fabbricati, ognuna aveva la sua biblioteca, ed ogni corte cercava in tal maniera di abbellirsi col lusso dell'ingegno: alcuni poeti, alcuni eruditi, alcuni filosofi si trovavano sempre tra i cortigiani d'ogni principe, e la rivalità di tutti questi piccoli stati giovava indubitatamente ai progressi delle lettere, sebbene il più delle volte avvilisse il carattere de' letterati. Ma l'assoluta potenza suole generare dispendiosi vizj; tutti gli adulatori del più piccolo sovrano ripongono la munificenza nel novero delle sue virtù, ed egli stesso non sa porre maggior limite ai suoi desiderj che se fosse sovrano del più vasto impero. Perciò ogni principe della Romagna trovava sempre le sue entrate sproporzionate ai bisogni della sua difesa, della sua vanità, dei suoi piaceri. Era sempre attento ad approfittare di ogni occasione per istrappare a' suoi sudditi qualche parte delle loro sostanze; e siccome le imposte non bastavano di lunga mano, vi aggiugneva il prodotto delle ammende e delle confische. «Uno de' loro disonesti modi di far danaro, era, dice Machiavelli, quello di pubblicare leggi proibitive di qualche azione; erano poi i primi a dar motivo di violarle, e si astenevano dal punire i delinquenti, finchè un grandissimo numero di cittadini fossero caduti nello stesso fallo. Allora gli attaccavano tutti ad un tratto, non per amore dell'osservanza delle leggi, ma per guadagnare le ammende. Così i popoli diventavano poveri senza correggersi; e quand'erano ridotti in miseria, cercavano di riavere quello che avevano perduto a danno di coloro che non potevano difendersi»[71].
V'hanno certi delitti che sembrano di esclusiva pertinenza di quelle famiglie, che, separate da tutte le altre, sciolte da ogni legame sociale, non appresero a sentire come la comune degli uomini, e non si credono soggette alla stessa morale. In fatti le case sovrane della Romagna avevano dati al popolo frequenti esempi d'assassinj fra i congiunti, d'avvelenamenti e di tradimenti d'ogni genere. Le nobili famiglie credevano inoltre di comprovare l'indipendenza di cui godevano colla crudeltà delle loro vendette. Numerose bande di sicarj venivano continuamente adoperate per attaccare o per difendersi: i nemici non erano soddisfatti, finchè conservavasi un solo individuo, di qualunque sesso egli si fosse, nella casa che volevano distruggere. Quando Arcimboldo, arcivescovo di Milano, fu nominato cardinale di santa Prassede e legato di Perugia e dell'Ombria, trovò in quella provincia un gentiluomo, che aveva schiacciato contro le pareti il capo de' figliuoli del suo nemico e strozzata la consorte di lui gravida; dopo di che, avendo scoperto un altro figlio dello stesso uomo ch'era rimasto vivo, l'aveva inchiodato alla porta della propria casa quale trionfo della sua vendetta, come talvolta i cacciatori vi appiccano le aquile e i gufi da loro uccisi. E ciò che più importa, tanta atrocità non era sembrata ai suoi compatriotti una cosa straordinaria[72].
Siccome la desolazione della campagna di Roma è ancora ai nostri giorni un testimonio delle antiche guerre dei Colonna e degli Orsini, così l'attuale carattere dei Romagnoli ricorda tuttavia l'educazione che diede loro il governo dei piccoli loro principi, e l'esempio troppo frequente di tante famiglie sovrane. Dante fino nel 1300 li denunciava all'Italia come crudeli e perfidi, ed i loro vicini hanno di loro anche nell'età presente la stessa opinione[73].
Un così fatto governo non potev'essere amato dal popolo; la forza lo aveva stabilito, e la forza lo manteneva: se poteva altresì essere rovesciato dalla forza, non doveva riuscire assai difficile lo stabilirne un altro, che gettasse nel cuore dei sudditi più profonde radici. Avendo Alessandro VI presa la risoluzione d'ingrandire suo figlio a spese del patrimonio della Chiesa, Cesare Borgia non s'ingannò, giudicando, che, ove potesse occupare i piccoli stati di Romagna, que' popoli gli condonerebbero tutti i delitti, tutte le crudeltà, tutti i tradimenti diretti soltanto contro i loro antichi signori, purchè lo stato loro diventasse più tranquillo. e vi si mantenesse la giustizia e la pace[74].
La segreta condizione in forza della quale Lodovico XII aveva ottenuta l'alleanza del papa e la bolla pel suo divorzio, era stata la promessa del re di Francia di assecondare Cesare Borgia nella sua impresa della Romagna. Infatti non appena fu per la prima volta conquistato il ducato di Milano dai Francesi, che il duca Valentino, il quale era con loro tornato dalla Francia, ottenne che si staccassero dalla loro armata trecento lance pagate dal re, sotto gli ordini d'Ivone d'Allegre, e quattro mila Svizzeri, comandati dal balivo di Digione, e pagati dalla Chiesa[75]. Con queste truppe il Borgia si presentò sotto Imola in sul finire di novembre del 1499. La città, ch'era mal fortificata, capitolò immediatamente, ma la rocca oppose qualche resistenza, e negli ultimi tre giorni di novembre il suo fuoco recò molto danno ai Francesi. All'ultimo dovette capitolare il 9 di dicembre[76]. Il Valentino si presentò subito dopo a Forlì. Catarina Sforza aveva prudentemente mandato a Firenze suo figlio e tutti i suoi più preziosi effetti; e perchè non giudicò la guarnigione sotto i suoi ordini sufficiente a tenere la città, si chiuse nella rocca, e la difese con un coraggio degno di quello col quale aveva salvata la medesima rocca nel 1488 dalle mani degli assassini di suo marito. Intanto l'artiglieria francese fece una larga breccia nelle mura, che cadendo strascinarono seco il terrapieno che sostenevano, e colmarono parte della fossa. Catarina ed i suoi soldati, abbandonando allora il restante della fortezza, vollero difendere ancora la torre maestra, ma i Francesi, che montavano all'assalto, vi penetrarono coi fuggiaschi, uccisero la maggior parte della guarnigione, e mandarono Catarina prigioniera a Roma. Il papa la tenne per alcun tempo chiusa in Castel sant'Angelo, ma Ivone d'Allegre, vergognandosi del male che fatto aveva ad una donna così illustre, fece per lei così calde istanze, che venne posta in libertà[77].
Di quest'epoca le conquiste di Cesare Borgia vennero interrotte dalla rivoluzione di Milano. Ivone d'Allegre fu dal Trivulzio richiamato in Lombardia, allorchè il duca Valentino era in procinto d'attaccare Pesaro[78]. La rivoluzione di Milano fu inoltre cagione di qualche raffreddamento tra il papa ed il re, perchè Alessandro ricusava di prestare veruna assistenza ai Francesi. Ma Giorgio d'Amboise, cardinale di Rovano, e favorito di Lodovico, credeva cosa di troppo grande importanza l'alleanza colla corte di Roma, perchè non riuscisse ad Alessandro di riconciliarsi facilmente colla Francia. Il prezzo di tale riconciliazione fu la missione di legato a latere in Francia, che il papa accordò al cardinale per diciotto mesi, obbligandosi in pari tempo ad ajutare il re con tutte le sue forze, allorchè questi farebbe l'impresa del regno di Napoli; in contraccambio Lodovico rimandò d'Allegre in Romagna con trecento lance e due mila fanti, facendo inoltre partecipare a tutti i potentati d'Italia che risguarderebbe come un'ingiuria fatta a lui medesimo ogni opposizione alle conquiste di Cesare Borgia[79].
Le minacce di Lodovico XII riuscivano a Cesare Borgia assai più vantaggiose che non lo sarebbero state le sue armate. La seconda vittoria de' Francesi nel Milanese aveva incusso un terrore universale, ed i loro alleati non tremavano meno de' loro nemici. Giovanni Bentivoglio, che a stento aveva ottenuto il perdono dei soccorsi dati allo Sforza, mediante una contribuzione di quaranta mila ducati[80], si astenne dal prestare ajuto ad Astorre III di Manfredi, sebbene fosse figlio d'una sua figliuola. Il duca di Ferrara ed i Fiorentini si mostrarono egualmente paurosi di offendere la Francia, e ricusarono ogni soccorso; per ultimo i Veneziani, che si erano obbligati a proteggere gli stati di Manfredi e di Malatesta, quando avevano fatto con loro un trattato d'alleanza e di condotta, fecero sapere ad Astorre III, signore di Faenza, ed a Pandolfo IV, signore di Rimini, che ritiravano la loro protezione e rinunciavano alla loro alleanza. In pari tempo fecero inscrivere il duca Valentino nel loro libro d'oro, ammettendolo in tal modo nel numero de' loro gentiluomini sovrani della repubblica[81].
Avendo Cesare Borgia uniti alle truppe francesi settecento uomini d'armi di sua spettanza e sei mila fanti, entrò in Romagna. Al suo avvicinarsi i signori di Rimini e di Pesaro fuggirono e gli abbandonarono senza fare veruna resistenza le capitali e stati loro; ma per lo contrario il giovane Astorre di Manfredi si apparecchiò a difendersi in Faenza, sebbene altro appoggio non avesse che lo zelo e l'amore de' suoi concittadini. Per altro la metà del suo piccolo stato non aveva seguite le disposizioni della capitale; e Valle di Lamone colla rocca di Bersighella, che n'era la chiave, era stata ceduta al duca Valentino da Dionigi Naldo, il più riputato personaggio di quella valle, che da gran tempo trovavasi ai servigj del duca. In appresso il Borgia andò ad accamparsi sotto Faenza tra i fiumi Lamone e Marzano, e scoprì le sue batterie il 20 di novembre dal lato che guarda Forlì e chiamasi il Borgo, sebbene chiuso entro il ricinto delle mura. Il quinto giorno diede un assalto che fu valorosamente sostenuto dagli assediati; onde, incoraggiati da quello avvenimento, i Faentini attaccarono gli assalitori con frequenti sortite, e quasi sempre felicemente. Avevano essi bruciate tutte le case poste intorno alle mura, e tagliati tutti gli alberi fino ad una considerabile distanza dalla città; e perchè di già cominciava a farsi sentire un rigoroso inverno, e perchè le truppe degli assedianti trovavansi sepolte in profonde nevi, il duca Valentino dovette nel decimo giorno levare il campo per ritirarsi ai quartieri d'inverno. Per altro giurò che nella vegnente primavera si vendicherebbe della inaspettata resistenza che gli aveva opposta un fanciullo[82].
In principio di gennajo del 1501 il Borgia tentò di sorprendere Faenza, dandole la scalata, ma venne respinto; riaprì la campagna in sul cominciare di primavera, prese diverse rocche dipendenti da quel piccolo principato, ed il 12 di aprile fece giuocare le sue batterie contro la città dalla banda della rocca; il 18 di aprile fece dare un primo assalto che fu respinto; il 21 Vitellozzo, Paolo e Giulio Orsini ne diedero un altro; essi superarono la muraglia, ma furono trattenuti da una fossa che avevano a fronte, mentre l'artiglieria della piazza li batteva di fianco. Dopo avere sofferto una perdita considerabile furono costretti a ritirarsi. Per altro i Faentini avevano dal canto loro perduta molta gente nei diversi fatti; non eravi alleato che si muovesse a soccorrerli, e le fortificazioni della città erano ruinate. Offrirono perciò di capitolare, a condizione che il loro giovane signore, Astorre Manfredi, sarebbe libero di ritirarsi dove gli piacesse, conservando le sue entrate patrimoniali. L'accordo fu sottoscritto, e le porte di Faenza si aprirono al Valentino il 22 di aprile del 1501. Il duca accolse con apparente benevolenza il giovane Manfredi, che non aveva allora più di diciotto anni; dichiarò di volerlo ritenere alla propria corte, onde addestrarlo nel mestiere delle armi. Con tale pretesto di là a pochi giorni lo mandò a Roma, dove il giovane principe di Faenza, dopo essere stato vittima delle lubricità del papa o di suo figlio, fu strozzato con suo fratello naturale, e tutti e due gittati di notte nel Tevere[83].
La conquista della Romagna era compiuta colla sommissione di Faenza, ma tuttavia mancava un atto che potesse chiamarsi legittimo, il quale servisse di fondamento al nuovo potere del duca Valentino. Il papa non poteva alienare i dominj della Chiesa senza l'assenso dei cardinali; perciò Alessandro VI con una nuova promozione volle assicurarsi la maggiorità del concistoro. Dodici nuovi cardinali, comperando a danaro contante i loro cappelli, rifecero il tesoro del pontefice, oltre l'avere anticipatamente obbligati i loro voti[84]. Il sacro concistoro acconsentì all'alienazione della Romagna, la quale si eresse in ducato a favore di Cesare Borgia, che, dopo averne ricevuta l'investitura, aggiunse questo nuovo titolo a quello di duca dei Valenziani[85].
Cesare Borgia non aveva risparmiato verun tradimento per rendersi padrone della Romagna, e non lasciava ancora di tendere lacci ai piccoli principi che egli aveva spogliati per farli perire, conoscendo, che fin a tanto che rimarrebbero le antiche famiglie sovrane in istranieri paesi, cercherebbero sempre di eccitare contro di lui sollevazioni, ed il suo trono sarebbe sempre vacillante. Ma voleva nello stesso tempo adonestare agli occhi del popolo tali atti di crudeltà con un'amministrazione che facesse nei suoi stati fiorire la giustizia e la sicurezza. Erano quelle province da tanti malfattori infestate, erano in preda a così crudele anarchia, che trovò necessario di reprimere in sul principio tanti delitti con estrema severità. Creò governatore di quello stato messer Bamiro d'Orco, uomo attivo ed inesorabile, più severo per carattere che per principj, e che sembrava trovar diletto nell'ordinare supplicj. Valendosi dell'illimitata autorità accordatagli da Cesare Borgia questo supremo giudice sparse il terrore in tutte le città con sanguinose esecuzioni; perseguitò i malfattori fino negli ultimi loro nascondigli, moltissimi ne fece perire, forzò gli altri a fuggire dalla provincia, nella quale fece rivivere quella regolarità di polizia, e quella piena sicurezza nelle strade e nelle campagne, che da gran tempo più non si conoscevano. Ad ogni modo il Valentino non voleva che gli si attribuissero le crudeltà dell'amministrazione del suo luogotenente: l'ordine era ristabilito, la crudeltà più non era necessaria, e gli abitanti di Cesena furono una mattina compresi da profondo orrore e da maraviglia, trovando sulla pubblica piazza innalzato un palco sul quale stava diviso in due parti l'uomo terribile innanzi al quale avevano fin allora tremato. Il ceppo, la scure insanguinata e le due metà del cadavere rimasero esposti agli occhi di tutti senz'altra spiegazione[86].
La conquista della Romagna, ben lungi dal soddisfare l'ambizione di Cesare Borgia, non servì che ad invogliarlo di più alte intraprese. Il Bolognese, la Toscana, le Marche ed il ducato d'Urbino stuzzicavano a vicenda la sua cupidigia, e sembravangli premj promessi ad ulteriori imprese. La Toscana contava nuovamente quattro repubbliche, Firenze, Pisa, Siena e Lucca, oltre il piccolo principato di Piombino. Ma questo paese non era mai stato ridotto a tanta debolezza come al presente da imprudenti guerre, nè meno atto a resistere ad un esterno nemico. Una di queste repubbliche, quella di Siena, pareva inoltre che avesse rinunciato a quella libertà, che l'aveva renduta gloriosa. Si era data un padrone, che aveva bisogno di tutta la propria accortezza e di tutta la sua possanza per istare in sulle difese contro i suoi proprj concittadini, e per conseguenza più non poteva valersi al di fuori di una forza che consumavasi in seno allo stato.
Nel 1495, temendo i Sienesi la vendetta de' Fiorentini, cui avevano tolto Montepulciano, introdussero nella loro città un corpo permanente di truppe di linea, cui avevano dati per capi due loro concittadini Lucio Bellanti e Pandolfo Petrucci. Avevano in pari tempo accordato a questi due capitani un'illimitata autorità giudiziaria per castigare le cospirazioni da cui si credessero minacciati. Le funzioni di questi due giudici militari non dovevano durare che pochi mesi[87]; ma Pandolfo Petrucci era troppo ambizioso per rinunciare ad un potere di cui era stato una volta rivestito, e troppo accorto per lasciarselo rapire. A lui solo essendo affezionati i soldati da lui dipendenti, fece accusare Lucio Bellanti, suo collega, di segrete pratiche coi Fiorentini e con ciò lo costrinse a fuggire. E perchè suo suocero, Niccolò Borghese, capo d'una fazione opposta alla sua, cercava ancora di limitare la di lui autorità, Pandolfo lo fece tagliare a pezzi sulla pubblica piazza il giorno 19 di luglio del 1500[88]. Fu questa, a dir vero, la sola circostanza in cui versò sangue; ma con ciò atterrì gli altri suoi avversarj, che presero volontario esilio. Egli palliò la sua autorità sotto quella dell'ordine dei Nove cui apparteneva e cui mostrava di servire; nè mai prese verun titolo, nè mai si allontanò dalle costumanze di semplice cittadino: nè col proprio matrimonio, nè con quello dei suoi figliuoli cercò d'imparentarsi con famiglie principesche, ma soltanto coi suoi concittadini, fin allora suoi eguali. Conservò sempre le semplicità delle vesti, il mantello nero che portavano tutti i Sienesi; e ne' suoi pranzi si contenne costantemente entro i limiti di modesto ed economo cittadino; non edificò che una privata comoda abitazione, senza darle la sontuosa eleganza de' palazzi; e per dirlo in una parola, in tutto il corso del viver suo cercò di coprire e di far dimenticare l'assoluta sua autorità[89].
Non pertanto il duca Valentino risguardava il nuovo principato di Pandolfo Petrucci e la piccola signoria di Piombino, appartenente a Giacomo IV d'Appiano, come le due parti della Toscana che potrebbe attaccare con migliore speranza di felice successo, e quelle che dovevano fargli strada ai suoi vasti disegni di conquiste; nello stesso tempo gli altri stati della provincia gl'inspiravano poco timore; perciocchè la repubblica di Firenze, che ne' precedenti tempi era sempre stata la gelosa custode dell'indipendenza italiana, trovavasi talmente spossata dalla guerra di Pisa, dallo spirito rivoluzionario de' suoi sudditi, e dai disordini dell'interna sua amministrazione, che tutto aveva a temere dall'ambizioso vicino che attaccava un dopo l'altro e si assoggettava tutti i confinanti stati, prima di venire con essa all'esperimento delle armi.
Mentre che Cesare Borgia terminava colle truppe francesi la conquista della Romagna, i Fiorentini avevano cercato di sottomettere Pisa, valendosi ancor essi delle truppe francesi, ma non avevano provati che rovesci. Lodovico XII, dopo la conquista di Milano e mentre si apparecchiava a fare l'impresa di Napoli, aveva cercato di tenere in Italia esercitati i suoi soldati e di mantenerveli a spese de' suoi alleati, ed aveva con tali viste prestato orecchio alle contrarie negoziazioni dei Fiorentini e de' Pisani. I primi chiedevano al re l'adempimento de' trattati tante volte rinnovati con Carlo VIII, e la restituzione di Pisa e delle sue fortezze; domandavano gli altri che sostenuta fosse una indipendenza loro data dalla Francia, e di concerto coi Sienesi, coi Genovesi, coi Lucchesi, offrivano cento mila ducati per prezzo della libertà di Pisa, di Montepulciano e di Pietra Santa; inoltre promettevano l'annuo tributo di cinquanta mila ducati, se il re obbligava i Fiorentini a rendere a Pisa il porto di Livorno, che in addietro apparteneva a quella repubblica. Gian Giacopo Trivulzio e Gian Luigi del Fiesco caldamente appoggiavano i Pisani, ma in quest'occasione il cardinale d'Amboise preferì l'onore e la parola del re all'esca del danaro che venivagli offerto. Con tutti i suoi trattati la Francia aveva guarentita la restituzione di Pisa ai Fiorentini, e pareva che questi avessero acquistati ulteriori diritti alla riconoscenza del re collo zelo con cui avevano somministrati sussidj in danaro per ricuperare lo stato di Milano dopo l'invasione di Lodovico il Moro. Perciò Giorgio d'Amboise stipulò con loro un nuovo trattato, in forza del quale loro prometteva di ajutarli a ricuperare Pisa e Pietra Santa, ed obbligavasi a mandar loro a tal fine pel primo di maggio del 1500 seicento lance e cinque mila Svizzeri, coll'artiglieria e munizioni necessarie. Durante questa spedizione gli uomini d'armi dovevano essere al soldo del re; ma gli Svizzeri dovevano essere pagati dalla repubblica fiorentina[90].
Il re aveva determinato di dare il comando di quest'armata ad Ivone d'Allegre, uno de' suoi migliori ufficiali; ma i Fiorentini, che più volte avevano avuto cagione di non essere contenti de' generali francesi, un solo ne conoscevano nel quale avessero intera confidenza, e questi era Ugone di Belmonte, il quale, essendo stato nella precedente guerra incaricato del comando di Livorno, avea loro consegnata quella piazza nel convenuto termine, senza cercare pagamento per aver fatto il suo dovere, e senza pensare come i suoi colleghi a vendere a' nemici del suo padrone l'ingresso della sua fortezza. Perciò chiesero premurosamente a Lodovico XII il Belmonte per comandare la loro armata, e l'ottennero, sebbene il re trovasse questo gentiluomo di meno elevato grado che non si conveniva per tenersi ubbidiente e rispettosa una così ragguardevole armata[91].
Intanto il Belmonte si pose in cammino; ma prima che giugnesse ai confini della Toscana, i Fiorentini ebbero nuove occasioni di lagnarsi della mala fede de' Francesi. Fin dal primo di maggio i pedoni erano al soldo della repubblica; si era calcolato che costerebbero ventiquattro mila ducati al mese, lo che corrisponde ad una lira e 92 centesimi dell'attuale moneta al giorno per ogni pedone svizzero. Non pertanto tutto il primo mese si consumò nel porre a contribuzione i piccoli signori di Carpi, di Correggio e della Mirandola, che si erano dichiarati a favore di Lodovico Sforza. Dopo avere estorti a questi piccioli principi di Lombardia venti mila ducati ed altri quaranta mila a Giovanni Bentivoglio[92], l'armata francese entrò finalmente in Toscana per la strada di Pontremoli; ma le prime ostilità furono dirette contro Alberico Malaspina, alleato della repubblica, che i Francesi spogliarono della signoria di Massa per darla a suo fratello Gabriele. Colà i commissarj fiorentini, Giovan Battista Ridolfi e Luca Antonio Albizzi, trovarono l'armata del Belmonte e la passarono in revista. Avevano seguite le bandiere due mila Svizzeri di più di quelli ch'erano stati domandati; e fu d'uopo cominciare dal pagar loro due mesi di soldo senza che avessero prestato verun servigio. Per altro l'armata si avanzò e si fece aprire le porte di Pietra Santa; ma invece di consegnare quella fortezza ai Fiorentini, in conformità del trattato, la ritenne in deposito, finchè il re potesse decidere, dopo la sommissione di Pisa, intorno alle ragioni di coloro che la pretendevano[93].
Finalmente l'armata arrivò sotto Pisa, e il 29 di giugno aprì la trincea tra la porta a Mare e la porta di Calci: durante la notte furono posti i cannoni in batteria, ed all'indomani, tre ore prima di notte, erano di già state atterrate quaranta braccia di mura. I Francesi e gli Svizzeri corsero subito all'assalto senza voler altro aspettare e senza aver fatta riconoscere la breccia. Ma quand'ebbero appena passata la muraglia, furono trattenuti da una larga fossa, che non credevano di trovare, e che non potevano superare. Dopo avere fatto qualche inutile sforzo per attraversarla ed avere perduta molta gente, furono dall'oscurità della notte costretti a ritirarsi nel loro accampamento; e dopo questo sperimento più non vollero tentare verun vigoroso attacco[94].
Non è già che alle truppe francesi mancasse il coraggio, ma sibbene la volontà di nuocere ai Pisani. Appena avevano questi veduto avvicinarsi l'armata destinata ad espugnarli, che avevano trovato il modo di risvegliare nella medesima col loro affetto, colla loro confidenza, e nello stesso tempo col loro valore l'antica parzialità tanto chiaramente dichiarata ai tempi di Carlo VIII. L'armata francese trovavasi ancora nel territorio di Lucca, allorchè due ambasciatori pisani eransi presentati al Belmonte per dichiarargli che ponevano la loro città sotto la protezione del re di Francia. Altri nello stesso tempo erano stati a portare una simile dichiarazione a Filippo di Rabenstein, governatore di Genova a nome del re, e questo capitano l'aveva imprudentemente accettata a nome di Lodovico XII. Allorchè il Belmonte spedì un araldo d'armi ad intimare ai Pisani d'aprirgli le porte della città, risposero di non aver altro desiderio che quello d'ubbidire al re di Francia, e di ricevere la sua armata entro le loro mura; al che non mettevano che una sola condizione: che il re non gli assoggetterebbe giammai ai Fiorentini[95].
Dal canto suo il Belmonte aveva mandato ai Pisani due gentiluomini, Giovanni d'Arbouville ed Ettore di Montenart, per invitarli a darsi volontariamente agli antichi loro padroni. Questi cavalieri, condotti in cerimonia al palazzo del comune, vi trovarono il ritratto di Carlo VIII esposto alla venerazione del popolo col titolo di liberatore di Pisa: furono supplicati a non distruggere l'opera di questo re, protettore della libertà pisana, ma piuttosto ad invitare il loro capo a ricevere sotto il dominio francese i liberti di Carlo, o almeno ad accordar loro un asilo in Francia, poichè i Pisani erano apparecchiati ad abbandonare le case e la patria loro, piuttosto che tornare sotto il comando de' Fiorentini. Cinquecento fanciulle, vestite di bianco, si fecero loro intorno, e stringendo le loro ginocchia, e piangendo gli andavano scongiurando a mostrarsi, secondo il loro giuramento di cavalleria, i difensori delle matrone e delle vergini contro la brutale insolenza de' loro nemici: «Se voi non potete, soggiunse una di loro, accordarci l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre preghiere;» ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata Vergine, dove cominciarono a cantare in così pietosi modi e con tali lamentevoli voci, che cavavano le lagrime a tutte le persone[96].
Il Belmonte aveva ottenuto di spingere le sue truppe al primo assalto, perchè il sentimento dell'onore e della militare disciplina avevano fatto tacere gli affetti del cuore. Ma dopo essere stati perdenti in questo primo attacco, i Francesi cercarono avidamente qualche pretesto per non tentarne altri. I Pisani mai non ricusavano, fosse di giorno o di notte, di aprire le porte ai soldati francesi che desideravano di entrare in città. Sempre gli accoglievano colla medesima ospitalità e collo stesso affetto; li colmavano di doni, e loro mostravano pure le batterie coperte, affinchè i loro amici, che stavano al campo, non vi si esponessero. I Francesi non erano meno attenti a gratificare i Pisani, lasciando entrare i rinforzi che loro giugnevano dalle altre città della Toscana, e lasciando tra gli altri passare Tarlatino di Città di Castello, luogotenente di Vitellozzo, che tanto si rese illustre in questa guerra coll'intelligenza somma e colla costanza con cui diresse dopo tale epoca la difesa dei Pisani. Dall'altro canto i Francesi saccheggiarono i convoglj di vittovaglie, che venivano condotti al proprio accampamento, per avere poi occasione di lagnarsi dei Fiorentini che loro mancar lasciassero i viveri. Ogni giorno manifestavasi sempre più contro di questi la loro animosità. Non potendo il Belmonte rimettere la disciplina nel suo campo, all'ultimo disse a Luca degli Albizzi, commissario rimasto presso di lui, ch'egli era determinato di levare l'assedio; e perchè l'Albizzi si opponeva con vivacità per l'onore medesimo del re di Francia e delle sue armi, gli Svizzeri lo fecero prigioniero, dichiarando di volerlo custodire come pegno di certi soldi dovuti ad alcuni loro compatriotti fin dal tempo della guerra di Livorno. Convenne assoggettarsi a questa nuova violenza; Luca degli Albizzi venne redento con mille trecento ducati, e l'armata, che aveva fatta una così vergognosa campagna, ripigliò il 18 di luglio la strada della Lombardia[97].
La ritirata delle truppe francesi ridusse i Fiorentini alla disperazione. Contando essi sulla potente loro assistenza, e non potendo nel medesimo tempo sostenere una duplicata spesa, avevano licenziati i proprj soldati, di modo che si trovavano quasi del tutto disarmati, onde i Pisani non durarono fatica a riprendere Librafratta ed il bastione della Ventura. Inoltre Lodovico XII, siccome usano di fare le potenze alleate a più deboli stati, imputava ai Fiorentini la cagione del mal esito, dovuto all'indisciplina delle sue proprie truppe. Estremo era il suo sdegno contro la repubblica, ch'egli accusava d'avere lasciato il campo senza vittovaglie, d'avere male assecondati i suoi generali, ed in particolare di essersi ostinata a scegliere il Belmonte piuttosto che Ivone d'Allegre. Convenne che i Fiorentini pensassero a giustificarsi innanzi a quegli di cui avevano ragione di dolersi, e convenne addolcire il rifiuto, che la repubblica credette di dover fare, di condurre nel susseguente anno una nuova armata francese sotto Pisa per attaccare quella città con maggiore vantaggio[98].
Dopo così sgraziata campagna, Firenze rimase debole e circondata di nemici: le rivali città di Genova, di Lucca e di Siena si rallegravano della sua umiliazione, ed apertamente soccorrevano i Pisani. Nello stesso territorio fiorentino, in proporzione delle sventure della metropoli, si accrescevano il malcontento e le disposizioni alla ribellione. A Pistoja le due fazioni dei Cancellieri e dei Panciatichi ricominciarono una guerra civile di cui credevasi spenta ogni ricordanza dopo un intero secolo di un più fermo governo. In sul cominciare del 1501 tutti i Panciatichi furono cacciati di città; il 25 di febbrajo furono condannati come ribelli, e si bruciarono le loro case, abbandonando ai soldati i loro effetti. In appresso i Cancellieri li perseguitarono anche fuori di città fino a san Michele e gli assediarono nella chiesa di tal nome; ma vennero colà sorpresi dai partigiani de' Panciatichi, che si erano adunati in gran numero per liberare i loro capi, e gli assedianti perdettero più di dugento persone[99]. La repubblica fiorentina, che non aveva quasi più soldati sotto i suoi ordini, ed il di cui tesoro era stato affatto smunto dalle incessanti domande del re di Francia, nè poteva tenere la campagna contro Pisa, nè frenare i Pistojesi, nè gastigare i capi delle nuove sedizioni.
La libertà toscana pareva minacciata dal più triste avvenire; un'invincibile gelosia acciecava tutti i vicini di Firenze e li faceva cospirare alla ruina di lei; un generale fermento faceva temere nuove rivoluzioni tra i sudditi di lei; l'instabilità di un governo che rifacevasi ogni due mesi, e che non conservava per verun rispetto la tradizione dell'antica sua politica, inspirava uguale diffidenza agli stranieri ed ai cittadini. Venezia aveva preso a proteggere la famiglia usurpatrice, che voleva risalire sul trono; il duca di Milano ed il re di Napoli più non tenevano alternativamente la bilancia dell'Italia, ed il re di Francia, ch'era succeduto al primo e stava per rovesciare l'altro, più non proteggeva la repubblica. Il papa di lei più prossimo vicino era pure il di lei più pericoloso nemico, perciocchè, sagrificando ogni sentimento di dovere, ogni cura dell'indipendenza della Chiesa, e la buona fede ed il pudore all'ingrandimento di suo figlio, aggiugneva le perfidie ed i falsi giuramenti alle armi spirituali e temporali per assoggettare la Toscana a Cesare Borgia.
La repubblica, costretta dalla sua povertà a deporre le armi, pareva comprovare ai suoi vicini le pacifiche sue disposizioni, ed invece somministrò precisamente con tale atto a Cesare Borgia il pretesto che desiderava per cominciare le ostilità. Questi, dopo avere occupata Faenza il 22 aprile del 1501, disponevasi ad attaccare Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, quando il condottiere Rinuccio di Marciano, licenziato dai Fiorentini, passò al soldo di questo signore colla sua compagnia; il papa e suo figliuolo si dolsero subito altamente che la repubblica spedisse soccorsi ai loro nemici, cercando soltanto di travisarli con una troppo comune astuzia[100].
Cesare Borgia si era innoltrato verso i confini del Bolognese fino a castel san Piero sulla strada d'Imola. Colà ebbe ordine da Lodovico XII di non passar oltre, perchè il Bentivoglio si era posto sotto la speciale protezione della Francia[101]. Infatti si astenne dall'attaccarlo, ma si valse dello spavento che gli faceva per dettargli nuove condizioni. Da lui ottenne la cessione di Castel Bolognese posto tra Imola a Faenza, la promessa di un tributo di nove mila ducati, e quella di cento uomini d'armi e di due mila fanti, che il Borgia contava di adoperare contro Firenze. Per prezzo di questa nuova alleanza il perfido Borgia rivelò al Bentivoglio le intelligenze che aveva coi Marescotti, potente e ricca famiglia e seguìta da numerosi clienti, la quale fin allora erasi mostrata interamente attaccata al principe. Il Bentivoglio ordinò a suo figliuolo Ercole di assassinare Agamennone Marescotti, capo di quella famiglia, ed in seguito fece uccidere altre trentaquattro persone tra fratelli, figli, figlie o nipoti, e altre dugento parte parenti e parte amici. Finchè tanta carnificina non fu terminata, le porte di Bologna si tennero chiuse. Il Bentivoglio costrinse tutti i figli delle più nobili famiglie a prendervi parte, per renderli odiosi al partito contro cui voleva inferocire, e per attaccarli alla propria fortuna col timore della rappresaglia[102].
Il duca Valentino non aveva mai calcolato di trattenersi lungamente per soggiogare Bologna. Firenze era l'oggetto de' suoi apparecchi; egli aveva chiamato alla sua armata Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, che ardentemente desiderava di vendicare la morte di suo fratello, e gli Orsini, parenti ed alleati dei Medici. Fino dal mese di gennajo aveva mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli ordini di Ranieri della Sassetta, e di Pietro Gambacorti[103]. Poi ch'ebbe terminata la conquista della Romagna, mandò a Pisa altri distaccamenti comandati da Oliverotto di Fermo, favorito ed uno de' più riputati luogotenenti del Vitelli[104]. Aveva avuti alcuni abboccamenti con Giuliano de' Medici, che si era portato fino a Bologna, e sperava col di lui mezzo di armare contro la sua patria tutti i partigiani della sua esiliata famiglia. Egli ben sapeva che i Medici sarebbero sempre disposti ad accettare alle più vergognose condizioni qualunque si fosse parte della sovranità della Toscana che offrisse loro; ed infatti Giuliano de' Medici, dopo avere tutto convenuto con Cesare Borgia, partì in posta alla volta della Francia, onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni soccorso ai Fiorentini[105].
Pure tutte le operazioni del Valentino dovevano rimanere subordinate ai vasti progetti che Lodovico XII aveva formati contro Napoli. E di già l'esercito destinato a tale impresa cominciava a porsi in cammino. La più forte colonna, condotta dal d'Aubignì, doveva attraversare la Romagna, e raccogliervi le truppe francesi, che sotto il comando d'Ivone d'Allegre avevano fin allora secondato il duca Valentino; un'altra colonna, sotto gli ordini del balivo d'Occan, doveva tenere la strada della Lunigiana, attraversare Pisa ed unirsi nello stato di Piombino con Cesare Borgia, ch'erasi obbligato a seguire i generali francesi nel regno di Napoli. E precisamente in occasione di questa sua andata alla volta di Piombino, egli pensava di dare compimento alle rivoluzioni di cui minacciava la Toscana.
Cesare Borgia entrò in quella provincia dalla banda di Bologna con settecento uomini d'armi e cinque mila fanti, partecipando alla repubblica fiorentina di volere attraversare il suo territorio come amico, per passare a Roma, e altro non chiedendo che vittovaglie contro pagamento a danaro. Ma quando ebbe passate le gole delle montagne, e fu arrivato a Barberino, mutò linguaggio. Allora dichiarò di non potere mostrarsi l'amico della repubblica, fintanto che non la vedesse sottomessa ad un governo del quale potesse fidarsi; che la chiamata dei Medici poteva sola rispondere a' suoi occhi di una stabile amministrazione; che in conseguenza chiedeva il ristabilimento di Piero de' Medici in tutta l'autorità che aveva avuta in addietro; e questi stava aspettando a Lojano, villaggio posto al confine del Bolognese, il risultamento di tali minacce. Inoltre il Borgia chiedeva, che sei cittadini, indicati da Vitellozzo, fossero posti in suo potere, onde portare la pena dell'ingiusta sentenza pronunciata contro Paolo Vitelli; che la signoria si obbligasse a non soccorrere il signore di Piombino; e finalmente che prendesse lui medesimo al suo soldo con una condotta conveniente all'elevata sua dignità[106].
I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo. Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il confederato della repubblica.
Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478, e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare, quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno. Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].
Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il 17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua potenza in Toscana[110].
Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che come un passo necessario per far quella del regno di Napoli; l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi, quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare tutto ciò ch'era stato distrutto.
Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli, non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che, pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che, fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza, mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano, minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui avevano di già sperimentata la funesta influenza.
Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.
Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca, offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia. Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].
Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato, prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].
Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila cinquecento uomini da sbarco[114].
Dal canto suo don Federico, il quale aveva preso al suo soldo i Colonna, teneva sotto i suoi ordini settecento uomini d'armi, seicento cavalleggeri e sei mila fanti; ma riponeva ogni sua speranza in Gonsalvo di Cordova, che sapeva trovarsi in Sicilia con un'armata composta di eccellenti truppe, e che gli era annunciato da suo cugino Ferdinando come apparecchiato a difenderlo. Federico affrettava Gonsalvo a raggiungerlo a Gaeta, e gli faceva aprire tutte le città della Calabria, nelle quali diceva il generale esservi bisogno di porre guarnigioni per guarentire le posizioni della sua armata. Nello stesso tempo Federico faceva istanza all'imperatore dei Turchi di difendere un regno che poteva risguardare come antimurale del suo impero. Mandò a Taranto, la più forte città de' suoi stati, il suo figliuolo primogenito Ferdinando, sebbene ancora fanciullo; ed egli andò ad accamparsi a san Germano, dove dovevano raggiugnerlo tutte le truppe che gli conducevano i Colonna e quelle di Gonsalvo di Cordova[115].
Ma il 6 di giugno del 1501, essendo l'armata francese, divisa in due colonne, entrata già nello stato della Chiesa, gli ambasciatori francesi e spagnuoli presentaronsi insieme al papa ed al sacro collegio per partecipar loro il trattato di divisione del regno di Napoli, sottoscritto già da sei mesi dai proprj sovrani. Nello stesso tempo dichiararono che i loro padroni non miravano ad altro, mettendosi in possesso del regno di Napoli, che ad acquistare nuovi mezzi per attaccare di concerto l'impero ottomano. Chiesero al papa di appoggiare così pia intenzione, accordando ai loro sovrani l'investitura delle province toccate nella divisione all'uno ed all'altro. Alessandro VI non poteva che applaudire ad un accomodamento che veniva a farlo arbitro fra i suoi due potenti feudatarj. Pure non pubblicò la sentenza che spogliava Federico del trono di Napoli che quando l'esito della guerra era già deciso, sebbene cotale sentenza fosse già stata pronunciata in un segreto concistoro tenuto il 25 di giugno[116].
Ferdinando era il più prossimo parente di don Federico, ed il suo più intimo alleato; gli aveva inspirato una illimitata confidenza; aveva di fresco impetrato ed ottenuto il soprannome di Cattolico, e sempre ostentava in faccia alla Cristianità l'ipocrita suo zelo pel dilatamento della fede e per la difesa della Chiesa; onde l'insigne suo tradimento eccitò quasi tanta indignazione negli stranieri che nello stesso don Federico. Gonsalvo di Cordova, volendo fino alla fine ingannare questo sventurato principe, gli scrisse per ismentire ciò che l'ambasciatore spagnuolo aveva pubblicato in Roma, e per dichiarare d'essere sempre disposto a difendere colla sua armata il nipote ed il più caro alleato del suo padrone. Queste proteste gli servirono a calmare le province ch'egli voleva attraversare, ed a facilitargliene l'occupazione: e soltanto dopo che l'armata francese toccò i confini del regno, Gonsalvo, confessando la vergognosa sua commissione, spedì sei galere a Napoli per levare le due vecchie regine, una sorella, l'altra nipote dei suo re[117].
I mezzi di resistenza che Federico aveva apparecchiati più non bastavano contro questa doppia aggressione. I suoi soli alleati, i Colonna, erano dal canto loro attaccati ad Alessandro VI, ed avevano preso il necessario partito di abbandonare tutte le loro terre, ad eccezione di Amelia e di Rocca di Papa, nelle quali avevano poste guarnigioni[118]. La ribellione era di già scoppiata in san Germano e ne' vicini luoghi, non perchè Federico non fosse amato più che i Francesi, ma perchè i suoi sudditi non volevano prender parte in una guerra che loro non lasciava veruna speranza. Federico, tuttavia incerto sul partito cui doveva appigliarsi, e non potendo mantenersi in campagna, chiuse le sue truppe nelle migliori piazze, per darsi tempo di prendere più maturi consiglj. Fabrizio Colonna, cui fu dato per compagno il conte Rinuccio di Marciano, entrato recentemente al servizio di Napoli, fu incaricato della difesa di Capoa con trecento uomini d'armi, alcuni cavalleggeri e tre mila fanti; don Federico occupò Aversa con un'altra parte della sua armata, e Prospero Colonna prese sopra di sè la difesa di Napoli[119].
Frattanto il d'Aubignì aveva, avanzandosi, bruciato Marino, Cavi ed altri castelli dei Colonna, per vendicare alcuni baroni, partigiani della Francia, che questi avevano fatto uccidere in Roma. Giulio Colonna, che doveva difendere Montefortino, abbandonò quella piazza in un modo poco onorevole, e l'armata francese si trovò padrona di tutto il paese di confine fino al Volturno. Questo fiume sarebbesi difficilmente passato in faccia a Capoa, ma il d'Aubignì, avvicinandosi alle montagne, lo attraversò a minore distanza dalla sua sorgente, ed occupò Aversa, da cui Federico dovette ritirarsi, indi sottomise Nola e tutto il paese fino a Napoli. In seguito ripiegò verso Capoa e la investì contemporaneamente dalle due bande del fiume. La guarnigione rispinse valorosamente il primo assalto dato dai Francesi, ma si trovò molto danneggiata: aveva veduto da vicino il pericolo, e temeva di soggiacere in un altro attacco; di modo che il 24 di luglio del 1501 domandò di capitolare. Il conte di Cajazzo venne ricevuto sul bastione ad un abboccamento con Fabrizio Colonna, per trattare intorno alle condizioni della resa. La guarnigione, che già da otto giorni veniva chiamata alla custodia delle mura, credette non essere più necessaria tanta vigilanza, quando erano omai convenute le condizioni della resa; e mentre si stava trattando, i Francesi penetrarono in città. Assicurasi che un borghese ne aprì loro le porte, ma che fu all'istante ucciso dai vincitori. Capoa, sorpresa mentre credeva di arrendersi, venne trattata con tutta la crudeltà in allora propria delle guerre degli oltremontani in Italia: furono uccisi sette mila abitanti nelle strade[120], tutte le proprietà saccheggiate, e tutte le donne abbandonate alla brutale libidine de' soldati; ma tanto grande era l'orrore che inspiravano, che non poche matrone si precipitarono nei pozzi per sottrarsi colla morte al disonore. Nè più degli altri luoghi furono rispettate le chiese ed i conventi, e finchè agli sventurati Capoani rimase qualche cosa da perdere, i generali francesi, che in faccia a que' nuovi sudditi pretendevano di rappresentare il legittimo sovrano, non li coprirono colla loro protezione. Finalmente il saccheggio era cessato, il soldato era calmato e ristabilita la disciplina, quando si seppe che una torre della città aveva servito di rifugio a molte donne. Cesare Borgia le fece tutte condurre presso di sè, e dopo averle diligentemente esaminate, scelse le quaranta più belle e le mandò nel suo palazzo di Roma per formare il suo serraglio[121].
Fabrizio Colonna, don Ugo di Cardone, e più altri distinti capitani rimasero tra i prigionieri. Il conte Rinuccio di Marciano, ferito da una freccia, era pure rimasto in mano de' soldati del Valentino, ma morì il secondo giorno; e fu creduto che Vitellozzo Vitelli avesse fatte avvelenare le sue ferite, sovvenendosi che la rivalità di questo capitano con suo fratello Paolo era stata una delle cagioni del di lui supplicio[122].
La perdita di Capoa portò l'ultimo colpo alla di già vacillante fortuna di Federico. Egli abbandonò la sua capitale, che più non poteva difendere, si chiuse in Castel Nuovo, e permise alle città di Napoli e di Gaeta di aprire, senza essere attaccate, le porte ai Francesi. La prima si riscattò dal sacco con una contribuzione di sessanta mila ducati; ed il 25 di agosto, sei giorni dopo l'ingresso dei Francesi in Napoli, don Federico consegnò loro anche Castel Nuovo. Egli convenne col d'Aubignì di porlo pacificamente in possesso di tutto ciò che ancora possedeva in quella parte del regno di Napoli, che dava ai Francesi il trattato fatto con Ferdinando il Cattolico, riservandosi soltanto l'isola d'Ischia che per lo spazio di sei mesi non potrebbe essere attaccata. Nello stesso tempo stipulò un'amnistia per tutti coloro che si erano dichiarati contro la Francia dopo la conquista di Carlo VIII, e riservò ai cardinali Colonna e di Arragona il godimento delle rendite ecclesiastiche che avevano nel regno[123].
Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia. Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao, re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità, quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per tenerlo ubbidiente[124].
La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città, posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava, affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito, detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città, che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi per lui obbligato senza sua saputa[125].
Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre, secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili. Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].