CAPITOLO XCIX.

Negoziazioni di Lodovico XII in Italia. — Continuazione della guerra di Pisa; questa città, abbandonata dai Veneziani, continua a difendersi. — I Francesi conquistano il ducato di Milano. — Lodovico Sforza vi rientra dopo cinque mesi, ma per tradimento degli Svizzeri è fatto prigioniere a Novara.

1498 = 1500.

Nell'istante in cui il Savonarola, abbandonato dal favore popolare, vedeva cambiarsi in accuse contro di lui quelle rivelazioni con cui aveva in Firenze pasciuti i suoi seguaci, pareva che la più importante sua profezia avesse adesso compimento. Aveva predetto a Carlo VIII che Dio lo aveva scelto per liberare l'Italia dai suoi tiranni e per riformare la Chiesa; dopo ciò mai non aveva lasciato di rimproverargli a nome del cielo irritato la lentezza sua nell'esecuzione di questa grand'opera, e di minacciargli un esemplare gastigo. Il Savonarola aveva cercato di far risguardare come principio di tale gastigo la successiva morte di due delfini, che Carlo VIII perdette in tenera età; ma un nuovo gastigo, diceva egli, minacciava tuttavia il monarca abbandonato in preda ai piaceri, e nello stesso giorno in cui doveva fare sulla piazza di Firenze la terribile prova della sua dottrina, mandando il suo discepolo, Domenico Buonvicini, in mezzo alle fiamme, il 7 aprile del 1498, vigilia della domenica delle Palme, Carlo VIII fu colpito da apoplessia nel suo palazzo d'Amboise, e non si potendo trasportare fuori della galleria in cui allora si trovava, passaggio lordo d'immondezze ed il più indecente luogo di quel palazzo, dice il Comines, fu steso sopra un letto di paglia, ove morì entro nove ore[1].

Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans il più vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e l'inapplicazione[2].

Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato di far valere i diritti sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto privarlo d'ogni speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans, allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le forze d'una potente monarchia[3].

Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima, doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate conquiste.

La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad eccitare un nuovo incendio, aveva più che ogni altra circostanza contribuito a cambiare le inclinazioni de' diversi partiti. Aveva questa guerra ruinati i Fiorentini, facendo loro provare tutta la mala fede di Carlo VIII e de' suoi luogotenenti, e lasciando nel cuor loro vivissimo rincrescimento di avere data fede alle promesse della Francia. La stessa guerra, dopo di avere solleticate le speranze di Lodovico il Moro, più non prometteva che ai suoi rivali il prezzo cui egli stesso aspirava. Trovavasi per la seconda volta deluso dai propri calcoli, seguendo quell'astuta politica di cui tanto si gloriava; ed omai cominciava a desiderare un ravvicinamento coi Fiorentini per iscacciare di Pisa i Veneziani, dopo avere in qualche modo posta egli medesimo questa città nelle loro mani. Dall'altro canto i Veneziani, che si davano il vanto di avere due volte salvato il Moro, erano così sdegnati di quella che dicevano sua ingratitudine, che per vendicarsi di lui erano disposti a commettere lo stesso errore ch'era stato così aspramente rimproverato al Moro, ed a provocargli contro un antagonista di loro e di lui più potente[4].

Infatti non ebbero appena avviso della morte di Carlo VIII, che ordinarono al segretario della loro repubblica, residente in Torino, di recarsi alla corte del suo successore, il quale fu bentosto seguito da tre ambasciatori, incaricati di scusarsi delle precedenti ostilità, e di fargliele risguardare come una conseguenza di una contesa terminata colla morte dell'ultimo re. Il papa, che circa lo stesso tempo aveva determinato di sciogliere suo figlio, Cesare Borgia, dagli ordini sacri, e di farlo passare dal grado di cardinale a quello di principe temporale, colse dal canto suo con premura quest'occasione di eccitare nuove guerre, e di vendere ad un possente alleato tutto l'appoggio della sua temporale sovranità e tutte le grazie spirituali ch'erano in suo arbitrio. Sapeva che il re di Francia aveva di lui bisogno per soddisfare alle sue passioni ed alla sua politica; che, trovandosi da vent'anni ammogliato con una figlia di Lodovico XI, che mai non aveva amata, desiderava di fare da lei divorzio; che, da gran tempo avendo concepita una calda passione per la vedova del suo predecessore, desiderava di sposarla e di conservare con tal mezzo la Bretagna alla Francia. Alessandro VI era il solo che potesse sanzionare questo divorzio, e questa nuova unione; incaricò i suoi ambasciatori di farne l'offerta al re di Francia, contando di vendere a caro prezzo lo scandalo che con tale atto darebbe alla Cristianità. Dal canto loro i Fiorentini mandarono ambasciatori a Lodovico XII per rinnovare l'antica loro alleanza, e ricordargli tuttociò che avevano di fresco sofferto per essersi conservati fedeli alla causa della Francia. Tutti questi ambasciatori furono dal nuovo re egualmente ben accolti, e con tutti aprì negoziazioni, ma con fermo proposito di non fare l'impresa d'Italia senza avere preventivamente posti in sicuro i confini della Francia con nuove convenzioni con tutti i suoi vicini[5].

Infatti consacrò il primo anno del suo regno alle cure dell'interna amministrazione de' suoi stati, ed alle negoziazioni esterne che rimasero sepolte nel silenzio del gabinetto. Soltanto si potè conoscere che quelle che manteneva col papa avevano avuto il felice risultamento di ravvicinare strettamente le due corti, quando si vide Giorgio d'Amboise, favorito di Lodovico XII ed arcivescovo di Roven, ricevere il 17 di settembre il cappello cardinalizio. Nel susseguente mese Cesare Borgia rinunciò in pieno concistoro la romana porpora, protestando la violenza fattagli da suo padre per farlo entrare negli ordini ecclesiastici; partì in appresso alla volta della Francia per trattare a nome di Alessandro intorno al divorzio del re. Poco mancò per altro che per avere adoperata soverchia accortezza non perdesse il prezzo cui sperava di vendere questa grazia. Pretese di non avere seco portata la bolla del papa che annullava il precedente matrimonio di Lodovico, il quale, avvisato dal vescovo di Cettes che la bolla era stata spedita, invece di fare istanza perchè fosse a lui consegnata, il 12 dicembre del 1498 fece pronunciare dai giudici ecclesiastici da lui dipendenti la sentenza di divorzio, e l'8 marzo del 1499 passò a seconde nozze con Anna di Bretagna. Allora Cesare Borgia cercò di riconciliarsi col re, di sottoscrivere il trattato che si andava tra di loro discutendo, e di rimettergli la bolla di suo padre, ricevendo in ricompensa da Lodovico il ducato di Valenza nel Delfinato, onde prese il titolo di duca Valentino, invece di quello di cardinale vescovo di Valenza in Ispagna che aveva fin allora portato. Ma egli più non perdonò al vescovo di Cettes lo aver rivelato al re il suo segreto, e l'avergli fatto in pari tempo conoscere, che quand'era spedita la bolla, sebbene a lui non consegnata, la sua coscienza doveva essere pienamente tranquilla. Il vescovo di Cettes morì poco dopo avvelenato dal Borgia[6].

Mentre che Lodovico XII formava in Italia nuove alleanze, e si apparecchiava a portarvi le sue armi, in Toscana si continuava la guerra. Questa aveva ricominciato intorno a Pisa in ottobre del 1497, all'epoca in cui cessava l'armistizio stipulato dai re di Francia e di Spagna, senza che per altro fino al maggio del 1498 producesse avvenimenti di qualche importanza. In tale epoca i Pisani spedirono Giacomo Savorgnano, capitano veneziano al loro soldo, nello stato di Volterra per saccheggiarlo. Desso ritornava da questa spedizione alla volta di Pisa, carico di bottino, con settecento cavalli e mille pedoni, quando presso san Regolo fu attaccato dal conte Rinuccio da Marciano e da Guglielmo de' Pazzi, generali dei Fiorentini. Il Savorgnano fu sconfitto, ma, nel mentre che i vincitori stavano saccheggiando i suoi equipaggi, furono attaccati da Tommaso Zeno, che giugneva allora da Pisa con soli cento cinquanta cavalli, e che, trovandoli disordinati, liberò i prigionieri, ricuperò il bottino, e fece grande uccisione dei nemici[7]. In questo fatto i Fiorentini perdettero molta gente, e perchè i loro generali reciprocamente s'incolpavano di questa disgrazia, il sei di giugno la repubblica diede il comando delle sue forze ad un capo più rinomato, ma la cui ambizione poteva inspirar loro maggiori timori: fu questi Paolo Vitelli di città di Castello, il quale aveva opinione di avere imparato nell'armata francese tuttociò che gli oltremontani sapevano nell'arte della guerra[8]. La stessa disfatta consigliò Lodovico il Moro a soccorrere efficacemente i Fiorentini, per impedire che facessero la pace, acconsentendo che i Veneziani si stabilissero in Pisa. Spedì loro tre cento alabardieri; prese al suo soldo in comune con loro Gian Paolo Baglione, signore di Perugia, ed il signore di Piombino, e loro sovvenne in diverse volte tre cento mila ducati[9].

I Veneziani tenevano in allora in Pisa sotto gli ordini di Marco Martinengo quattrocento uomini d'armi, ottocento Stradioti e due mila fanti. Non avevano fin allora incontrata difficoltà veruna nel far giugnere rinforzi a quest'armata; ma il duca di Milano, scopertamente abbracciando l'alleanza de' Fiorentini, chiuse il passo alle truppe destinate contro di loro: inoltre persuase Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, a fare lo stesso, ed il suo esempio fu seguito da Catarina Sforza, madre di Ottaviano Riario, signore d'Imola e di Forlì, e dalla repubblica di Lucca; così fu chiusa alle truppe veneziane la più diretta strada a Pisa pel Ferrarese pel Modonese e per lo stato di Lucca: oltre di che il duca di Milano si era incaricato di ridurre i Genovesi a non accordare il passaggio ai nemici de' suoi alleati[10]; la strada di Romagna sembrava egualmente chiusa dal Bentivoglio e dal Riario; ma siccome questi piccoli principi potevano temere di compromettersi colla potente repubblica di Venezia, i Fiorentini, per impedire che si prendessero a ritroso i loro confini, vollero pure guadagnarsi la neutralità di Siena, onde non avere verun vicino nemico. Sottoscrissero una tregua di cinque anni con Pandolfo Petrucci, che col solo favore della guarnigione di Siena, di cui era capitano, si usurpava la tirannia di quella repubblica[11].

I Fiorentini, dopo di avere tolta ai Pisani ogni comunicazione coi loro alleati, spedirono contro di loro Paolo Vitelli con forze superiori a quelle comandate dal Martinengo, il quale fu malmenato assai in un'imboscata presso Cascina; egli perciò abbandonò la campagna, ed il Vitelli, avanzandosi lungo la destra riva dell'Arno, prese i castelli di Buti, di Calcinaja, di Vico Pisano e la Vallata di Calci, che di tutto il territorio Pisano è la più ricca contrada e la più facile a difendersi, perchè fortificata dagli scoscendimenti dei monti di san Giuliano e dalle acque del lago di Bientina[12].

I Veneziani, che avevano accolti i Pisani sotto la loro protezione, avevano ad ogni modo determinato di non lasciarli privi de' loro soccorsi. Vero è che non restava loro aperta veruna strada fino al territorio pisano, ma quella non era chiusa che metteva ai confini di Firenze. Il signore di Faenza aveva riconosciuta la loro protezione, e non poteva loro ricusare il passaggio per Valle di Lamone da lui dipendente. Carlo Orsini e Bartolommeo d'Alviano, partendo dalla Romagna veneziana, giunsero per tale strada fino a Marradi, rocca assai forte che loro chiudeva l'ingresso della Romagna toscana. Pietro e Giuliano dei Medici, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria, perchè speravano di rientrarvi col favore delle armate straniere, erano passati nel campo de' Veneziani, ed avevano promesso ai loro capi che troverebbero traditori fra i comandanti fiorentini de' castelli dell'Appennino, non potendo essere che non si abbattessero in qualche antico partigiano della loro famiglia. Infatti la terra di Marradi, sotto la quale si presentarono in settembre, aprì loro le porte senza resistenza; ma la rocca, chiamata Castiglione, che signoreggia e chiude la via della Toscana, fu ostinatamente difesa da Dionigi Naldo, con che si diede tempo ai Fiorentini di adunare su quel punto le truppe destinate a proteggerli[13].

Mentre che l'armata veneziana era trattenuta negli Appennini, quella de' Fiorentini, comandata da Paolo Vitelli, proseguiva prosperamente le sue operazioni contro Pisa, ed in sul cominciare d'ottobre conquistò Librafratta[14]. I generali veneziani cercavano di penetrare sollecitamente in Toscana per soccorrere i Pisani: tentavano tutte le vie, ma tutte le trovavano chiuse da gagliarde rocche. All'ultimo un piccolo signore feudatario, Ramberto di Sogliano, di un ramo cadetto della casa Malatesta, aprì loro il castello da lui posseduto ai confini tra lo stato d'Urbino ed il Casentino[15]; Bartolommeo d'Alviano approfittò colla celerità sua propria del passaggio accordatogli. In una sola notte, per la via di Sogliano, si recò da Cesena all'Abbazia di Camaldoli, dove arrivò mentre i monaci cantavano il mattutino senza credersi esposti a verun pericolo. Assicurano i monaci che san Romualdo, fondatore del loro convento, li difese, e che fu veduto, finchè durò l'assalto, lanciare con vigorosa mano mattoni contro gli assalitori. Per lo contrario i Veneziani sostengono di essersi impadroniti del convento, e certo è almeno che non trattenne l'Alviano[16]. Questi mandò immediatamente, come venisse dai dieci della guerra, un falso avviso a Bibbiena di apparecchiare l'alloggio per cinquanta cavalieri dell'armata del Vitelli, e tenendo dietro immediatamente al messo, entrò in Bibbiena il 15 di ottobre con cento uomini d'armi, prima che il paese sapesse ch'egli aveva passati i confini, e fu ricevuto in quella terra murata come capitano fiorentino. Lo seguiva da vicino il grosso dell'armata veneziana, e Carlo Orsini assicurò con ottocento cavalli una conquista, che l'Alviano doveva non meno all'inganno che alla sua intrepidezza[17].

Bartolommeo d'Alviano aveva sperato di spingere più oltre questi suoi primi vantaggi, e di occupare senza grande difficoltà il castello di Poppi, che in sua mano sarebbe diventato la chiave di Val d'Arno e dell'Aretino, e gli avrebbe dato modo di scendere finalmente nelle pianure della Toscana; ma Antonio Giacomini, uno de' più valorosi e risoluti cittadini fiorentini, trovavasi in allora commissario a Poppi, e fece andare a vuoto l'ardita intrapresa dell'Alviano[18].

L'autunno era di già innoltrato, e la guerra trovavasi trasportata nella più aspra e più montuosa provincia della Toscana; paese sterile, chiuso da strette gole, e le di cui montagne erano coperte di alte nevi. Paolo Vitelli, premurosamente chiamatovi dai Fiorentini, e che non aveva lasciato nella campagna di Pisa che le guarnigioni delle conquistate fortezze, era altrettanto cauto e metodico, quanto l'Alviano impetuoso. Aveva sotto di lui Fracassa Sanseverino, mandato dal duca di Milano, e Rinuccio di Marciano. La sua armata, cui i Fiorentini spedivano continui rinforzi, si trovò bentosto più numerosa di quella de' Veneziani, che pure contava, sotto Carlo Orsini, Bartolommeo d'Alviano ed il duca d'Urbino, settecento uomini d'armi e sei mila fanti, tra i quali si trovavano alcune compagnie di Tedeschi. Ma il Vitelli aveva fissato di non venire a battaglia, potendo più facilmente trionfare de' nemici col chiuderli nello sterile paese che in allora abitavano. Con tale vista occupò i passi dell'Avernia, di Chiusi e di Montalone, pei quali l'armata veneziana poteva avere comunicazione colla Romagna, ed afforzò Arezzo e tutte le gole del Casentino. Dalla banda della Toscana, eccitò i contadini ad armarsi, e a porsi ovunque in su le difese contro i nemici: per tal modo, sempre più rinserrandoli entro augusti confini, gli espose bentosto a mancare di vittovaglie e di foraggi[19].

Con ciò l'armata che i Veneziani avevano spedita in Toscana, per far levare l'assedio di Pisa, trovavasi assediata; ed il duca d'Urbino lungi dal poter liberare Marco Martinengo, siccome portavano le sue commissioni, aveva invece bisogno di essere liberato egli medesimo. La repubblica non perdette tempo ad occuparsene, e mandò a Ravenna, in principio del 1499, il conte Niccola di Pitigliano per ragunarvi un'altra armata. Tosto che questi ebbe sotto i suoi ordini quattro mila fanti si avanzò ad Elci, rocca situata ai confini del ducato d'Urbino, con intenzione di penetrare da quella banda nel Casentino e liberare l'armata assediata. Ma il Vitelli venne ad accamparsi in faccia al Pitigliano, a Pieve di santo Stefano, per chiudergli il passo. Le due repubbliche, egualmente stancheggiate dalle enormi spese di una ruinosa guerra, affrettavano i loro generali di venire ad una decisiva battaglia; ma i due capitani, Pitigliano e Vitelli, educati secondo il cauto sistema della scuola militare italiana, chiusero le orecchie a tutte le istanze che loro si facevano, e non vollero affidare la propria riputazione all'incerto esperimento di una battaglia[20].

E a dir vero le due repubbliche avevano le più gagliarde ragioni di allontanarsi nella presente circostanza dalla consueta loro prudenza, e di porre in balìa di una dubbiosa battaglia la sorte loro. Ognuna sperava, ottenendo la vittoria, di fare la pace a più vantaggiose condizioni, ed ognuna sentiva che, anche soffrendo una sconfitta, a tanta distanza dalla capitale ed in paese così facile a difendersi, la sua esistenza non sarebbe altrimenti compromessa. Forse ambedue avrebbero piuttosto desiderato che una sconfitta le forzasse a rinunciare alle loro pretese, anzi che continuare con poca speranza una ruinosa interminabile contesa. I Veneziani erano impazienti di liberare le loro tre armate ridotte all'immobilità in Pisa, a Bibbiena e ad Elci; i Fiorentini non desideravano meno di licenziare il loro generale Paolo Vitelli, contro del quale avevano concepiti gagliardi sospetti. Aveva questi di fresco accordato un salvacondotto al duca di Urbino, che era ammalato, e Giuliano dei Medici aveva approfittato di tale salvacondotto per uscire di Bibbiena col duca, onde i Fiorentini si erano amaramente lagnati che un ribelle della loro repubblica, assediato dalla loro armata, fosse stato sottratto dal proprio loro generale al gastigo comminatogli dalle leggi[21].

Le due repubbliche erano ancora più bramose della pace che della battaglia, e due potenti mediatori si offrirono contemporaneamente per trattare fra di loro. Da un canto Lodovico XII cercava di avere l'alleanza sì dell'una che dell'altra repubblica; e per riconciliarle chiedeva che Pisa si depositasse nelle sue mani, promettendo segretamente ai Fiorentini di rendere loro quella città, ed ai Veneziani di procurar loro larghi compensi nello stato di Milano[22]. Dall'altro canto Lodovico il Moro, affrettando i Fiorentini a riconciliarsi coi Veneziani, sperava con tal mezzo di rappacificarsi egli medesimo cogli ultimi. Vedeva il re di Francia tener dietro ai progetti manifestati ne' primi giorni del suo regno d'invadere la Lombardia, era informato delle negoziazioni di quel monarca col papa, della sua nuova alleanza col re d'Inghilterra e della tregua convenuta per più mesi con Massimiliano, senza che questi, in conformità della sua promessa, vi avesse fatto comprendere il ducato di Milano; nello stato di guerra tutto doveva il Moro temere dal risentimento de' suoi vicini; ma se giugneva a ristabilire la pace in Italia, poteva sperare che la repubblica di Venezia, tornando a più prudenti consiglj, abbandonerebbe i progetti di vendetta troppo per lei medesima pericolosi[23].

Avendo Lodovico XII rinunciato alle parti di mediatore per unirsi più strettamente alla repubblica di Venezia, i Fiorentini, che vivamente desideravano la pace, diedero perciò più facile orecchio ai consiglj di Lodovico il Moro. Dal canto loro i Veneziani, che secretamente si apparecchiavano ad una guerra contro il duca di Milano, che sapevano che i Turchi armavano per attaccare i loro possedimenti nella Grecia, che per ultimo erano inquietati dalle strane pretese e dalle minacce di Massimiliano, sebbene accostumati a vederle sfumare, non vollero essere distratti dalla guerra di Pisa in circostanze che potevano diventare più difficili. Gli affari di Pisa si passarono dal consiglio de' pregadi a quello de' dieci, risguardato siccome meno accessibile alle generose passioni, ed assai più dominato dalla sola politica. Questo consiglio, accettando la proposizione fatta da Lodovico il Moro, sottoscrisse un compromesso, in forza del quale riponeva tutti i diritti della repubblica in mano d'Ercole d'Este, duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale obbligò pure i Fiorentini ad accettare lo stesso arbitro: e furono accordati otto giorni per proferire la sentenza tra le due repubbliche, che si obbligarono ad assoggettarvisi[24].

Il 16 aprile del 1499 il duca di Ferrara pronunciò la sentenza tra le due repubbliche che l'avevano scelto per arbitro. Obbligò i Veneziani a ritirare prima della prossima festa di san Marco tutte le loro truppe dal territorio pisano, da Bibbiena e dal Casentino; ed ingiunse ai Fiorentini di pagare per dodici anni ai Veneziani, a titolo delle spese della guerra, quindici mila ducati all'anno. Volle ancora che i Fiorentini accordassero un'illimitata amnistia agli abitanti di Bibbiena e di Pisa, e che agli ultimi accordassero inoltre la licenza d'esercitare, siccome i Fiorentini, ogni specie di mercatura tanto per mare quanto per terra; che lasciassero ai Pisani le loro fortezze, a condizione d'ottenere l'assenso della signoria fiorentina per tutti i capitani che prenderebbero al loro servigio, e di ridurre le guarnigioni al numero de' soldati che vi tenevano i Fiorentini prima della ribellione. Il duca di Ferrara ordinò pure che i giudizj civili si pronuncierebbero in Pisa da un podestà forestiere scelto dagli stessi Pisani in un paese alleato di Firenze, e che le sentenze criminali si farebbero dal capitano di giustizia fiorentino, ma sotto l'ispezione d'un assessore nominato dal duca di Ferrara[25].

Potrebbe risguardarsi come prova dell'imparzialità del duca di Ferrara il generale malcontento eccitato da questo arbitramento. Altra sentenza mai non venne accolta tanto sfavorevolmente da tutte le parti. I Veneziani, vergognandosi di mancare apertamente a tutti gli obblighi contratti coi Pisani, non vollero che un atto pubblico potesse far prova della loro mala fede, e sebbene eseguissero la sentenza, e richiamassero dalla Toscana nel fissato termine le loro truppe, non acconsentirono giammai ad assoggettarvisi formalmente. Dolevansi i Fiorentini, che loro non venisse restituita Pisa, finchè lasciavansi le fortezze in mano ai loro sudditi ribelli, e che fossero ingiustamente condannati a pagare le spese d'una guerra, nella quale erano stati attaccati senza avere provocati i nemici. Pure accettarono espressamente la sentenza arbitramentale; ma la loro accettazione rimase senza effetto; perchè i Pisani, risguardando tutte le guarenzie loro offerte dal duca di Ferrara come facili ad eludersi, e preferendo la morte alla servitù, ricusarono di sottomettersi, e quantunque da tutti abbandonati, protestarono di volere difendersi, affrettandosi a far uscire dalla loro città e fortezze le truppe veneziane per paura che non le consegnassero ai loro nemici[26].

Quando i Fiorentini ebbero avviso della risoluzione presa dai Pisani di continuare a difendersi, richiamarono dal Casentino Paolo Vitelli colla sua armata, e lo mandarono contro Pisa, che a loro credere non poteva fare lunga resistenza. Lodovico il Moro, sempre più atterrito dagli apparecchj di guerra che facevano i Francesi, come aveva eccitati i Fiorentini ad accettare l'arbitramento del duca di Ferrara, eccitava non meno i Pisani ad accomodarvisi, e faceva ogni sforzo per ristabilire la pace in Toscana, ed assicurarsi i soccorsi di quella provincia; ma non trovava chi gli credesse. Rammentavansi i Pisani, che sotto colore di proteggere la loro libertà egli aveva tentato d'insignorirsi della loro città; ed i Fiorentini lo avevano sospetto di covare tuttavia questi progetti, e d'incoraggiare segretamente i loro nemici a fare resistenza. Perciò gli uni e gli altri, chiudendo le orecchie a' suoi consiglj, ed abbandonando la Lombardia alle rivoluzioni che dovea destarvi una nuova invasione, ricominciarono le ostilità fra di loro con maggiore accanimento di prima.

Il 25 di giugno Paolo Vitelli si unì al conte Rinuccio di Marciano sotto Cascina, che fu subito attaccata con tanto vigore, che dopo 26 ore questa ragguardevole terra dovette capitolare[27]. Le deboli guarnigioni pisane che tuttavia occupavano la torre di Foce d'Arno ed il ridotto dello Stagno si ritirarono alla prima intima che venne loro fatta, onde più non restavano ai Pisani in tutto il loro territorio che la fortezza della Verrucola, e la piccola torre d'Ascagno. Invece d'attaccarle, Paolo Vitelli credette opportuno l'istante di cominciare l'assedio della stessa città. Il primo di agosto si avanzò a tracciare il suo campo sotto le mura di Pisa, seco conducendo tanta cavalleria che bastava anche sola a tenere la campagna, una formidabile artiglieria e diecimila pedoni. Fece sapere alla signoria di Firenze, che dietro i suoi calcoli l'assedio non poteva durare più di quindici giorni. Le mura di Pisa non erano circondate da fosse, nè sostenute da terrapieni, ma tanta era la grossezza loro e la tenacità del cemento, che ben potevano più d'ogni altra muraglia resistere ai guasti dell'artiglieria. I Pisani non avevano al loro soldo verun altro capitano forastiere che Gurlino Tombasi, valoroso ufficiale ravennate, che aveva abbandonato per loro il servigio de' Veneziani. Ma tutti gli abitanti della città, tutti i contadini, che vi si erano rifugiati, agguerriti da cinque anni di continue battaglie, potevano risguardarsi come non inferiori alle migliori truppe di linea[28].

Il Vitelli aveva collocato il suo campo alla sinistra dell'Arno, e piantate le batterie contro il muro attiguo alla torre o rocca di Stampace. Accampandosi sull'altra riva avrebbe più efficacemente prevenuto l'arrivo di ogni rinforzo; ma nella posizione in cui trovavasi in allora l'Italia, non credeva che veruna potenza pensasse a soccorrere i Pisani, e sapeva inoltre che questi dal lato di Lucca avevano internamente afforzate le loro mura, lo che non avevano creduto necessario di fare dal lato che guarda Livorno.

Si continuarono nello stesso tempo due attacchi, uno fra sant'Antonio e Stampace, l'altro fra Stampace e la porta a Mare, con venti pezzi d'artiglieria. Il Vitelli, fedele all'antica tattica italiana, nè volendo combattere senza essere sicuro di vincere, aveva determinato di non venire all'assalto finchè le brecce aperte dalla sua artiglieria non offrissero un libero passaggio alle sue squadre. Di già erano caduti larghi pezzi di muro, ma egli credeva che la breccia non fosse ancora praticabile; ed intanto i suoi indugj davano agio ai Pisani d'innalzare dietro la muraglia ch'egli batteva in breccia un gagliardo parapetto difeso da una fossa. L'ardore de' Pisani non era vinto da verun pericolo; l'artiglieria scopava i loro lavori, senza che le donne o i fanciulli lasciassero il badile. Due sorelle lavoravano assieme; una fu uccisa da una palla da cannone; l'altra, raccogliendo all'istante le sparse sue membra, le seppellì entro lo stesso gabbione che stava riempiendo, e nell'atto che le dava colle lagrime e coi singhiozzi l'estremo addio, proseguiva il suo lavoro, esposta al fuoco della stessa batteria che le aveva tolta la sua compagna[29].

Finalmente le mura che univano Stampace alle fortificazioni della città erano state abbattute dall'una banda e dall'altra di quella gran torre. Il conte Rinuccio era stato ferito in una scaramuccia; e Paolo Vitelli, rimasto solo al comando dell'armata, risolse il decimo giorno dell'assedio di dare l'assalto alla torre. Questa era già stata in più luoghi ruinata, e sebbene i Pisani opponessero un'ostinata resistenza, i Fiorentini inalberarono la loro bandiera sulla sommità della Stampace. Nel primo terrore cagionato da questo avvenimento credettero i Pisani che anche la città loro più non avesse riparo. Pietro Gambacorti fuggì per l'opposta porta verso Lucca con quaranta arcieri a cavallo che militavano sotto di lui, e la guardia del parapetto, che oramai formava la sola difesa della città, era atterrita ed in sul punto di fuggire: ma il Vitelli aveva ordinato soltanto di dare l'assalto alla rocca e non alla città. Era troppo contrario al suo carattere ed alla sua pratica militare il porre in pericolo un vantaggio di già ottenuto volendolo spingere più in là, e coglierne frutti che non si fosse prima proposto di conseguire. Temeva d'essere avviluppato in una città difesa da una valorosa popolazione, e fece ritirare i suoi soldati che aspiravano a dare un secondo assalto. Bentosto perdette per sempre la propizia occasione di cui non volle prevalersi. Moltissimi Pisani, che avevano cercato di nascondersi nelle proprie case, furono dalle loro mogli confortati a tornare contro al nemico, e rioccuparono la breccia coraggiosamente. La loro artiglieria fu diretta dalle vicine mura contro gli assalitori, e dopo la presa di Stampace si trovò che la città poteva ancora difendersi[30].

Il Vitelli aveva pensato di collocare una batteria sopra la stessa torre di Stampace, onde signoreggiare le opere degli assediati; ma la torre, di già ruinata dalle brecce fattevi da lui medesimo ed in appresso dai Pisani, non fu creduta abbastanza forte per sostenere i cannoni che di già vi aveva fatti portare. Intanto continuava a far battere in breccia le mura della città: vi era di già stata fatta un'apertura di cinquanta braccia, e non era ancora soddisfatto. Egli non voleva che i suoi soldati fossero esposti a verun pericolo, o piuttosto, come apertamente e concordemente lo dicevano i Fiorentini, egli non voleva prendere la città, ma desiderava di conservare il più che poteva gli onori e gli emolumenti del comando, di restare alla testa di potente armata per offrire il suo ajuto al miglior offerente tosto che le rivoluzioni di Lombardia determinassero una delle potenze in guerra a chiamare un nuovo condottiere, e forse a farsi pagare da' Pisani il prezzo della sua moderazione o della sua lentezza. Ma tali ambiziosi progetti vennero distrutti dalla natura. Nell'umido suolo del piano di Pisa le fosse sono d'ordinario piene d'acqua nella maggior parte della state; ma verso la metà d'agosto sono asciugate dal sole, i di cui raggi, percuotendo sulla putrefatta melma ne sollevano pestilenziali esalazioni. In due soli giorni la metà dell'armata si trovò assalita dalla febbre maremmana. Paolo Vitelli aveva dato avviso che il giorno 23 d'agosto darebbe l'assalto: la breccia era praticabile, ed il successo sarebbe stato sicuro, s'egli avesse potuto mettere in movimento un sufficiente numero di soldati per dare esecuzione a' suoi progetti; ma i suoi ufficiali, i commissarj fiorentini presso l'armata, ed egli medesimo, erano tutti presi dalla stessa malattia. Frattanto si diede ordine di spedire al campo nuovi rinforzi per abilitare il generale a dare nello stabilito giorno un assalto che doveva essere decisivo. Ma ogni loro diligenza tornò vana; il numero degli ammalati superava sempre quello de' nuovi venuti onde il Vitelli trovavasi sempre più inabile a fare uno sforzo vigoroso. Dietro alla siccità vennero le piogge calde, che invece di purgare l'aria accrebbero la mortalità. All'ultimo, perduta ogni speranza di buon successo, il Vitelli abbandonò l'assedio, e traslocò la sua armata a Cascina. Fece imbarcare sull'Arno la sua grossa artiglieria per mandarla a Livorno, e parte di questo convoglio cadde in potere de' Pisani. Malgrado le calde istanze de' commissarj fiorentini egli abbandonò la torre di Stampace, dichiarando che trovandosi così maltrattata dalle proprie batterie, non poteva difendersi, e che la guarnigione che vi lascerebbe sarebbe tosto fatta prigioniera di guerra[31].

Quanta era stata grande l'opinione de' Fiorentini ne' talenti militari di Paolo Vitelli, tanto maggiore fu il loro sdegno nel vedere il cattivo esito dell'impresa. Credettero che gli esagerati indugj e le precauzioni del generale non potessero essere che l'effetto della sua perfidia. Di già gli rimproveravano il salvacondotto dato al duca d'Urbino ed a Giuliano de' Medici per uscire da Bibbiena; avevano pure palesata molta diffidenza per le conferenze avute dal Vitelli collo stesso Giuliano e con Pietro de' Medici, sebbene fossero state pubbliche alla presenza di due armate, e stando gli uni sopra la destra, gli altri sulla sinistra riva dell'Arno. Ma dopo il colloquio il Vitelli aveva regalati i Medici; aveva tenuta una corrispondenza quasi egualmente sospetta con Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena; era entrato in negoziazioni con Lodovico XII per prendere servigio sotto di lui, e tutto il complesso della sua condotta era oggetto de' pubblici sospetti e delle più gravi accuse. Altronde mantenevasi più che mai viva la gelosia tra il Vitelli ed il conte Rinuccio di Marciano, che aveva con lui divisi gli onori del comando. Il Vitelli si era strettamente legato colla fazione degli arrabbiati e coll'aristocrazia, che segretamente si ravvicinava ai Medici. Rinuccio per lo contrario aveva tutto il favore de' piagnoni e de' discepoli del Savonarola, i quali, avendo perduto il loro maestro, condannato a crudele supplicio, colsero avidamente l'occasione di vendicarsi contro la creatura e lo strumento del contrario partito[32].

Avendo il Vitelli condotta la sua armata a Cascina, chiedeva alla signoria di spedirgli sufficienti rinforzi onde ricominciare l'assedio tosto che cessassero le piogge. Infatti i Fiorentini gli mandarono altri soldati, di cui potevano fidarsi, sotto gli ordini di due commissarj, Antonio Canigiani e Braccio Martelli, ai quali i decemviri della guerra avevano dati segreti ordini. I commissarj recaronsi nella rocca di Cascina, posta dieci miglia al levante di Pisa sulla sinistra dell'Arno, dalla qual rocca il campo del Vitelli era lontano un miglio. Ma questo capitano, dietro invito de' commissarj fiorentini, si portò presso di loro a Cascina, e pranzò con loro. Vitellozzo Vitelli, fratello di Paolo, che pure era stato invitato allo stesso abboccamento, era rimasto ammalato al campo. Perciò i commissarj spedirono alcuni uomini fidati per arrestarlo. Di già Vitellozzo era stato senza rumore posto a cavallo, e veniva condotto alla volta di Cascina, quando, scontratosi in alcuni de' suoi uomini d'armi, uno di loro gli porse la lancia che portava, esortandolo a non si lasciar condurre come una pecora al macello. Vitellozzo la prese, e l'adoperò vigorosamente per liberarsi. Gli arcieri che lo conducevano, vedendo i soldati disposti a difenderlo, non osarono di provocare una più aperta resistenza, e lasciarono fuggire Vitellozzo, che salvossi in Pisa, dove fu ricevuto con trasporti di gioja. I commissarj fiorentini, cui era male riuscito il loro attentato contro di lui, fecero arrestare Paolo Vitelli e lo spedirono subito a Firenze, ove fu immediatamente posto alla tortura per cavargli di bocca la confessione de' tradimenti che gli venivano imputati. Non eravi contro di lui veruna prova autentica, veruna carta da lui scritta, ed i tormenti ch'egli sostenne con maschia costanza non gli estorsero alcun nuovo argomento di reità, alcuna confessione. Non pertanto fu condannato a morte, e questa crudele sentenza si eseguì la mattina del susseguente giorno, primo ottobre, in una delle sale del palazzo[33].

La barbara giurisprudenza che ammetteva l'uso della tortura avrebbe pure dovuto salvare la vita di Paolo Vitelli, perchè quest'odiosa procedura non era stata inventata che dal credersi necessaria la confessione del prevenuto al di lui convincimento. La condotta tenuta dal Vitelli era stata sospetta; le sue secrete relazioni cogli Orsini, amici e parenti dei Medici, dovevano far pensare che mirasse come loro a ristabilire i Medici in Firenze. La corrispondenza de' suoi segretarj, trovata tra le sue carte, non lasciava verun dubbio che non avesse parte in una segreta trama, di cui non si arrivò a conoscere l'oggetto. La prudenza voleva che gli si levasse un comando che gli si era incautamente affidato, ma la giustizia richiedeva di rispettare la di lui vita, poichè non era convinto di verun delitto. Il di lui supplicio fu altrettanto impolitico quanto crudele, lasciò ne' signori di Città di Castello un violento desiderio di vendetta contro Firenze, del quale Firenze ebbe a soffrire finchè si mantenne nello stato di repubblica; irritò egualmente tutti i generali francesi che avevano militato coi fratelli Vitelli nella guerra di Napoli, e che gli stimavano assai. Ma mentre ciò succedeva in Toscana, in Lombardia avevano avuto luogo tali avvenimenti che consigliavano potentemente i piccoli stati d'Italia ad accarezzare il re e l'armata francese.

Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il 9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento. Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente. In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome; ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].

Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].

Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de' Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani, aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze, ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e nell'Istria[38].

Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia, penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].

Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore, l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].

Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia, una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di Francia e lo attaccava al partito francese[41].

Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti; ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara, quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.

Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio; fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente. Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal fondati sospetti[42].

Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].

L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone. Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo, Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi d'aprire ai Francesi le loro porte[44].

Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato; trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio, cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri, che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua, orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].

Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne' tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta l'armata si disperse[47].

I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina, svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza. Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte. In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano, tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a 240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre, Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui felicitavasi d'essersi sottratta[49].

Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno; accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe, comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].

I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].

La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri. Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].

Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze. Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza. Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza. All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti; ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e Montepulciano[54].

Lodovico XII non si trattenne in Milano che poche settimane, ma in quel breve spazio di tempo tutto perdette quel favore popolare che gli aveva procurato il dominio della Lombardia. I partigiani della Francia, per prevenire il popolo in suo favore, avevano sparsa voce che il re era bastantemente ricco per abolire tutte le imposte, o almeno per ridurle nello stato in cui si trovavano ai tempi de' Visconti. Infatti Lodovico XII accordò alcune grazie pecuniarie ai nuovi suoi sudditi, ma minori di lunga mano delle imprudenti speranze che si erano loro date, di modo che il malcontento fu così generale, quanto fallace era stata la speranza. Altronde Gian Giacopo Trivulzio, che il re, partendo, aveva nominato suo luogotenente nel ducato di Milano, era piuttosto fatto per acquistare un nuovo stato che per conservarlo. Era costui capo del partito guelfo, e non sapeva dimenticare questa parzialità nell'istante in cui soltanto avrebbe dovuto pensare a governare con eguale giustizia le due fazioni, ed a ravvicinare l'una all'altra. I nobili ghibellini altro in lui non vedevano che un capo di faziosi, ed i cittadini un soldato che portava in una grande città la rozzezza e la ferocia degli accampamenti. Era stato veduto uccidere colle proprie mani alcuni macellaj sulla piazza del mercato, perchè si rifiutavano al pagamento della gabella, e co' suoi modi arbitrarj ed arroganti aveva eccitato l'odio universale contro di sè medesimo e contro il sovrano da lui rappresentato[55].

Intanto Lodovico il Moro ed il cardinale Ascanio, giunti alla corte di Massimiliano, l'avevano trovato rappacificato cogli Svizzeri. Erano da lui stati accolti con quel vivo interesse che doveva eccitare il loro infortunio, ed avevano ottenute larghe promesse di soccorsi, delle quali Massimiliano era così prodigo. Ma questo principe mai non aveva saputo condurre a compimento una sola delle grandi cose da lui annunciate: diceva uno de' suoi consiglieri, ch'egli non volle giammai gli altrui consigli, nè mai fece ciò ch'egli voleva, perchè, nascondendo nel più profondo segreto i suoi disegni, non ammetteva veruno a disaminarli con lui profondamente; e quando li faceva conoscere, allorchè cominciava ad eseguirli, lasciavasi scoraggiare dalle prime opposizioni che gli venivano fatte[56]. Massimiliano, dopo avere promessi i più potenti ajuti al duca di Milano, di cui aveva sposata la nipote, non si vergognò di chiedergli, per levare la sua armata, quel danaro che lo Sforza aveva, e che era il solo avanzo della passata sua potenza. Non ignorava il Moro che tutto il danaro che presterebbe al re de' Romani sarebbe immediatamente dissipato tra i suoi favoriti; onde preferì d'impiegare questo residuo de' suoi tesori nell'assoldare egli medesimo un'armata. La guerra della Svizzera, poc'anzi terminata, aveva lasciato nello stesso paese in cui egli si trovava molti soldati senza impiego. Gli fu dunque facile d'adunare e prendere al suo soldo cinquecento uomini d'armi borgognoni ed ottomila fanti svizzeri; e senza aspettare che tutta questa gente fosse interamente ragunata sotto le sue insegne, s'incamminò verso i confini della Lombardia[57].

Quando Gian Giacopo Trivulzio ebbe avviso che si avvicinava lo Sforza, domandò al senato di Venezia di far avanzare le sue truppe sull'Adda, e richiamò Ivone d'Allegre, che si era recato in Romagna per ispalleggiare i progetti di Cesare Borgia. Ma la rapidità dello Sforza non lasciò tempo di riunirsi ai Francesi e ai loro alleati. In sul cominciare di febbrajo del 1500 egli valicò le Alpi, ed attraversò il lago di Como colle barche che trovò alle sue rive. Gli abitanti di Como, quand'ebbero avviso della sua venuta, manifestarono così vivamente la loro parzialità per lo Sforza, che i Francesi si videro costretti a ritirarsi, abbandonandogli quella città. I cittadini di Milano, ed in particolare coloro che appartenevano alla fazione ghibellina, sentendo che trovavasi in Como Lodovico il Moro, ne festeggiarono il ritorno con un entusiasmo che incuteva terrore agli attuali loro ospiti. Il Trivulzio, credendo vicina a scoppiare una sollevazione, si chiuse precipitosamente in castello, e dopo avervi posta una sufficiente guarnigione, ne uscì il susseguente giorno e si ritirò verso Novara, inseguito dal popolo sollevato fino alle rive del Ticino. Il Trivulzio lasciò pure quattrocento lance in Novara, indi condusse il rimanente della sua armata a Mortara, per ricevere colà gli ajuti che aveva caldamente chiesto al re di mandargli dalla Francia[58].

Appena si erano i Francesi ritirati da Milano, quando vi rientrò il cardinale Ascanio, e poco dopo suo fratello. Era questi uscito dalla sua capitale il 2 di settembre del 1499, accompagnato dalle maledizioni del popolo che affrettava la sua fuga, vi rientrò cinque mesi dopo, il 5 febbrajo del 1500, ed i Milanesi sembravano inebbriati di gioja nel rivedere l'antico loro sovrano. Questi rapidi cambiamenti non devono risguardarsi come indizj dell'incostanza del popolo: questo popolo abborriva sempre egualmente le vessazioni arbitrarie, le estorsioni de' finanzieri, le perfidie della corte ed il despotismo: soltanto porgeva troppo facile orecchio alle promesse de' principi; inconsideratamente rigettava con troppo favorevole prevenzione tutti i vizj de' sovrani sui loro ministri, attribuendo ai primi tutti i nobili e generosi sentimenti; troppo facilmente davasi a credere che la disgrazia avrebbe emendati coloro che vedeva esposti a' suoi colpi; ed il sovrano presente, non iscordando giammai di scioglierlo dalla data fede colla violazione delle sue promesse, il popolo non aveva altro torto che quello di conservare una troppo tenera memoria del precedente sovrano; era troppo più sedotto dalla costanza delle sue affezioni che dalla sua leggierezza.

Tutta la Lombardia era animata dai medesimi sentimenti verso lo Sforza. Parma e Pavia proclamarono immediatamente l'antico loro duca, Lodi e Piacenza erano sul punto di fare lo stesso; ma l'armata veneziana, rapidamente marciando verso quelle città, riuscì a tenerle in dovere. Alessandria e tutto il paese d'oltre Po, trovandosi più esposti agli attacchi de' Francesi, aspettavano gl'avvenimenti per decidersi; Genova non volle prendere parte nella rivoluzione. Frattanto lo Sforza non perdeva tempo, e niente trascurava di tutto quanto poteva contribuire a dare maggiore consistenza a' suoi nuovi successi; mandò il cardinale di Sanseverino a Massimiliano per informarlo de' primi avvenimenti e chiedergli soccorso, ed il vescovo di Cremona a Venezia per offrire a quella repubblica d'accettare qualunque condizione piacesse al senato d'imporgli: fece chiedere ai Fiorentini qualche pagamento in conto d'alcune somme loro sovvenute, ciò che questi ricusarono di fare con maggior lode di prudenza che di buona fede. I piccoli principi colsero avidamente quest'occasione di riprendere un servigio attivo: il fratello del marchese di Mantova, i signori della Mirandola, di Carpi e di Correggio, Filippo de' Rossi ed i conti del Verme, ricuperarono i feudi ch'erano stati confiscati a loro pregiudizio da' Francesi o dallo stesso Sforza, ed in appresso raggiunsero il duca di Milano colle compagnie d'uomini d'armi che ognuno di loro aveva formate. Coll'ajuto di costoro lo Sforza riunì mille cinquecento uomini d'armi e molti fanti italiani: incaricò suo fratello Ascanio dell'assedio del castello di Milano, mentre ch'egli, passato il Ticino, prese Vigevano ed assediò Novara. Frattanto Ivone d'Allegre, tornando di Romagna coll'armata francese, e con tutti gli Svizzeri rimasti in Italia al soldo della Francia, attraversò il territorio di Parma e di Piacenza dopo avere con questi due popoli patteggiata una sospensione delle ostilità durante il passaggio della sua armata. Giunto presso Tortona ricevette una deputazione dei Guelfi di quella città che gli chiedevano vendetta contro i Ghibellini, i quali, secondo essi dicevano, avevano segrete intelligenze con quelli di Milano, e si rallegravano per la ritirata de' Francesi. Ivone d'Allegre s'incaricò volentieri di questa vendetta; si fece aprire le porte della città, e l'abbandonò tutta al saccheggio senza fare distinzione tra Guelfi e Ghibellini. Dopo ciò continuò il suo cammino alla volta d'Alessandria[59].

Gli Svizzeri, che in addietro dimoravano chiusi nelle loro montagne, e non guerreggiavano che per difesa della propria libertà, erano da sei anni in poi diventati quasi i soli soldati dell'Europa. Non eravi altra fanteria che potesse fargli fronte, onde tutte le potenze mettevano all'incanto i loro servigj. Permettendo loro tutti gli eccessi dell'indisciplina, esse li cuoprivano di oro, e conducendoli ne' più ricchi e più voluttuosi paesi dell'Europa, gli avvezzavano a tutte le delizie dell'opulenza. Una spaventosa corruzione era stato il frutto di così subita mutazione in tutte le abitudini di un popolo in addietro tanto riputato per la purità de' suoi costumi e per la sua buona fede. Tutta la nazione era diventata avventuriera e mercenaria; la Svizzera aveva somministrato alle varie armate delle potenze belligeranti assai maggior numero di uomini, di quello che un saggio governo non armerebbe nemmeno per difendere la patria nel più grave pericolo. L'abitudine di non vedere altro nella guerra che il danaro da guadagnare, ed i piaceri di una vita indipendente, erasi sparsa in tutta la popolazione; l'antico punto d'onore veniva sagrificato alla cupidigia ed al gusto de' piaceri, e finchè si mantenne l'incantesimo di questa nuova bevanda, la nazione non fu più riconoscibile. In allora fu perfino in procinto di macchiare la sua gloria con odiosi tradimenti.

I Francesi furono i primi a soffrire i danni della mala fede degli Svizzeri. Quattrocento di loro, che con Ivone d'Allegre si erano chiusi in Novara per rinforzare la guarnigione, non tardarono ad avere comunicazione coi loro compatriotti che gli assediavano; e sentendo da questi che nel campo nemico si viveva meglio e si aveva più grosso soldo, e che, per quanto potevano essi giudicarne, si avevano più fondate speranze di buon successo, passarono tutti sotto le bandiere dello Sforza. Il loro arrivo agevolò la presa di Novara, che si arrese per capitolazione. Lo Sforza fece religiosamente condurre a Vercelli la guarnigione francese rimasta in Novara, ed intraprese l'assedio della rocca, che forse era miglior senno di abbandonare per andare ad attaccare l'armata francese a Mortara, prima che ricevesse nuovi rinforzi[60].

Infatti Lodovico XII opponeva alla diligenza dello Sforza un'eguale diligenza: dopo avuta notizia della rivoluzione di Milano aveva affrettata la partenza di tutti i suoi uomini d'armi; aveva mandato il balivo di Digione ad assoldare nuovi Svizzeri, e lo stesso suo ministro, il cardinale d'Amboise, aveva passate le Alpi e si era fissato in Asti per affrettare l'unione dell'armata, che in poco tempo s'ingrossò a dismisura: perciocchè la Tremouille vi condusse mille cinquecento lance e sei mila fanti francesi, ed il balivo di Digione dieci mila Svizzeri. Quest'armata ne' primi giorni di aprile, trovandosi più numerosa di quella dello Sforza, andò ad accamparsi tra Novara e Milano. In ambedue le armate gli Svizzeri formavano essi soli quasi tutta l'infanteria, e, trovandosi in procinto di venire alle mani gli uni contro gli altri, ricominciarono ad unirsi agli avamposti, ad abboccarsi fra di loro, ed a ristringere le relazioni d'amicizia o di parentela che gli univa gli uni agli altri. Coloro che militavano nell'armata francese erano stati levati con espressa licenza della federazione, ed avevano alla loro testa le bandiere de' rispettivi cantoni: per lo contrario quelli del duca erano individualmente entrati al suo soldo, senza l'assenso dei loro governi. Sì gli uni che gli altri ricevettero nello stesso tempo un ordine della dieta, che li richiamava in patria, e loro vietava di spargere reciprocamente il sangue de' proprj fratelli. Gli Svizzeri del duca, sedotti dalle pratiche de' loro compatriotti, e probabilmente dall'oro francese, si tennero come più particolarmente obbligati ad ubbidire. Essi dichiararono che, combattendo contro le bandiere de' loro cantoni, rendevansi colpevoli di ribellione e si esponevano a capitale castigo. Frattanto andavano cercando qualche pretesto per abbandonare il principe cui servivano, e chiesero allo Sforza con minacciose e tumultuarie grida di pagar loro il soldo arretrato. Il duca corse subito tra le loro linee, e raccomandandosi alla loro generosità, distribuì tutta l'argenteria e tutti gli effetti preziosi che aveva con sè: inoltre attestava con giuramento di avere fatto chiedere danaro a Milano, e li supplicava a pazientare tanto solamente che giugnesse questo danaro. Ottenne in tal modo di calmarli per brevi istanti; indi scrisse a suo fratello per affrettarlo a condurgli quattrocento cavalli ed otto mila fanti italiani ch'egli aveva adunati, onde servirgli di difesa in mezzo a così barbara soldatesca[61].

Intanto i Francesi si andavano avanzando fra il Ticino e Novara, sicchè, volendo Lodovico Sforza mantenersi libera la comunicazione con Milano, era costretto di venire a battaglia; e così risolse di fare: il 10 d'aprile fece uscire dalle mura la sua armata, e cominciò la battaglia colla sua cavalleria leggiera e co' suoi uomini d'armi borgognoni. Ma gli Svizzeri, di già disposti in ordine di battaglia, dichiararono di non volere combattere contro i loro compatriotti, e di volere immediatamente prendere la strada della loro patria. Nello stesso tempo rientrarono disordinatamente in città, e tutti gli altri soldati, vedendosi da loro abbandonati, furono costretti a seguirli. Lo Sforza, disperando di poterli ricondurre sul campo di battaglia, o di essere vittorioso con truppe così mal disposte, domandò almeno nella più commovente maniera, che le truppe che volevano ritirarsi provvedessero prima alla sua sicurezza, e lo conducessero con loro. Era questo il preciso dovere degli Svizzeri, e l'onore della nazione vi era talmente interessato, che l'avrebbero sentito gli stessi loro compatriotti che militavano nell'armata nemica, e non sarebbe stata difficil cosa che la ritirata dello Sforza fosse stata per espressa condizione convenuta nella loro capitolazione. Ma gli Svizzeri lo ricusarono aspramente, e solo offrirono al duca ed a quelli dei suoi generali che potevano avere ragioni di essere personalmente maltrattati, di nascondersi travestiti tra i loro squadroni. Lo Sforza, di già vecchio, di colore oscuro, e di scarna corporatura, non poteva passare per uno di que' robusti montanari. Prese un abito di frate francescano, e, postosi sopra un cattivo cavallo, tentò di passare pel loro cappellano. Galeazzo di Sanseverino, il Fracassa ed Anton Maria, suoi fratelli, vestirono gli abiti di soldati Svizzeri, e sfilarono così tra le linee dell'armata francese, ma furono tutti quattro riconosciuti e fatti prigionieri senza che i pretesi loro fratelli d'armi si movessero in loro difesa. Alcuni traditori accrebbero in tal modo l'infamia degli Svizzeri, additando queste quattro vittime ai loro nemici[62].

Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una conquista fatta in tempo d'intera pace[63].

Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando, gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una formale salvaguardia[64].

Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo, Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante, per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di dolori[66].