CAPITOLO CXIV.
Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta de' Francesi alla Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI.
1521 = 1523.
La guerra riaccesa in Italia dalla inconsiderata ambizione di Leon X doveva, a seconda de' suoi risultamenti, decidere se gl'Italiani rimarrebbero una nazione indipendente, o se caderebbero sotto il giogo di quegli stranieri ch'essi chiamavano barbari. Non trattavasi al presente della divisione di alcune province tra potentati che potevansi risguardare come compatriotti, ma della intera nazione e della sua medesima esistenza. Nè i più grandi interessi della patria loro trattavansi oramai tra gl'Italiani; chè tutte le potenze d'Europa si occupavano della futura sua sorte; e le cagioni degli avvenimenti che cambiavano i destini dell'Italia dovevano cercarsi in lontani paesi.
Poichè potenze così formidabili quali erano le monarchie di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra erano entrate in campo, le piccole sovranità d'Italia sentirono la comparativa loro debolezza, la quale era smisuratamente cresciuta a cagione delle ruinose guerre che da oltre venticinque anni desolavano questa infelice contrada. Avevano tali guerre consumate tutte le sue ricchezze, e distrutti i mezzi di riproduzione in un paese in addietro il più fertile, in allora il più sgraziato dell'Europa: onde Venezia, Firenze, Siena e Lucca che conservavano tuttavia il nome di repubbliche; i duchi di Milano, di Savoja, di Ferrara, ed i marchesi di Mantova e di Monferrato che si chiamavano ancora sovrani, aspettavano tremanti che la loro sorte fosse decisa dalla politica, dai trattati, o dalle armi degli oltremontani.
Soltanto la sede pontificia si era innalzata in tempo del decadimento degli altri stati italiani. Le conquiste di Alessandro VI, di Giulio II e di Leon X avevano assoggettate ai pontefici province effettivamente indipendenti, sebbene di nome riconoscessero la supremazia della santa sede. Quando in appresso si trovarono aggiunte allo stato della Chiesa Parma, Piacenza, Modena e Reggio; quando in pari tempo il capo di questa Chiesa signoreggiava come assoluto padrone la repubblica fiorentina, i suoi stati sorpassarono di lunga mano in estensione, in popolazione ed in ricchezze quelli de' più potenti principi che l'Italia avesse veduto innalzarsi dal principio del medio ævo. I re di Napoli, i duchi di Milano, o la repubblica di Venezia, non avevano mai disposto di tante forze, principalmente quando si pongano in conto le grandissime entrate, che la camera apostolica sapeva ritrarre dalla superstizione de' popoli degli altri stati della Cristianità.
Se Leon X alla profonda dissimulazione che lo faceva risguardare come un grande politico non avesse associata la prodigalità di principe nuovo e la inconsideratezza di un uomo dedito ai piaceri, avrebbe facilmente potuto mantenere l'equilibrio tra le due potenze che si contendevano l'Europa; avrebbe fatta rispettare non solo la neutralità de' proprj stati, ma ancora di quegli altri che volontariamente si fossero posti sotto la sua protezione; e tutti i popoli d'Italia si sarebbero procacciato a gara questo vantaggio. I diversi avvenimenti d'una lunga contesa che doveva durare quanto il regno di Carlo V, gli avrebbero somministrate molte opportunità per rialzare l'indipendenza nazionale: egli non avrebbe avuto bisogno per essere veramente grande, che del sincero desiderio di voler il bene de' suoi compatriotti, inspirando loro fiducia nella sua buona fede. Ma Leon X per una giovanile ambizione, che non appoggiavasi a verun piano ben ragionato, e non era sostenuta da veruna idea che portasse l'impronto della vera grandezza, cooperò all'annientamento della libertà italiana, mentre lo scandaloso traffico delle indulgenze, cui si appigliò per supplire alle smoderate spese, scosse il trono pontificio, e staccò metà del Cristianesimo dall'ubbidienza fin allora renduta a' suoi predecessori.
In tempo del suo regno e precisamente nel 1517, avea in Germania cominciato la riforma colle prediche di Lutero. Ma sebbene questo coraggioso novatore fosse di già passato dall'attacco contro le indulgenze a dubitare dell'autorità del papa, a sovvertire tutta la disciplina ecclesiastica, e finalmente alle controversie intorno al medesimo domma, non aveva per anco tentato verun cambiamento nella esteriore forma del culto; i suoi settatori non formavano una nuova Chiesa, e non potevasi ancora fondatamente giudicare intorno alla estensione del pericolo che minacciava da questo canto la corte di Roma. Vero è che universale era il fermento di tutta la Germania. Presso i popoli settentrionali la religione associavasi agli affetti del cuore; si univa intimamente a tutto l'uomo; veniva esaminata dalla sua ragione, riscaldata dal suo amore, ed ammessa per norma delle sue azioni. Diversamente disposta rispetto alle idee religiose era la nazione italiana, la quale dopo avere ammesso l'intero sistema dei dommi della Chiesa, li riguardava come non soggetti ad ulteriore disamina, e mostrava il suo rispetto per la fede col non prendersene verun pensiero. Gli uomini di perduti costumi, siccome i più costumati, i più filosofi, come i più superstiziosi, non muovevano mai dubbj intorno al complesso delle dottrine della Chiesa; ma d'altra parte pochissima cura si prendevano delle cose della fede, che non eccitava verun affetto nel loro cuore, e niente influiva sulle azioni della loro vita. La religione segregata affatto dal raziocinio, dalla sensibilità, dalla morale, dalla condotta, altro omai non era che un'abitudine dello spirito, che ordinava certe pratiche, e proscriveva certi pensieri.
In fatti la riforma eccitò in Italia alquanto di maraviglia e d'inquietudine, ma niuna curiosità. Erano gl'Italiani accostumati a resistere al papa, a fargli la guerra, a sprezzare le sue scomuniche; sapevasi da molto tempo, che corrottissimi erano i costumi della sua corte, perfida la politica, e che le più odiose passioni potevano celarsi sotto il manto della religione. Il rimanente del clero non godeva in Italia le immunità e le ricchezze del clero della Germania: pure si era veduto commettere infami azioni; e perchè queste più non erano cagione di scandalo, l'accusa diretta contro di lui più non eccitava la sorpresa della novità. Coloro che volevano riformare la disciplina passavano per entusiasti, che si adiravano contro il corso ordinario delle cose del mondo; coloro, che attaccavano la dottrina, passavano per insensati che sconvolgevano i fondamenti delle opinioni; imperciocchè quelle basi medesime che il pregiudizio ha stabilite, e che sottrae ad ogni esame, non sembrano agli uomini meno solide di quelle fondate dalla ragione. Mentre che nuove dottrine fermentavano in tutta l'Europa, verun Italiano non muoveva dubbj intorno a ciò che gli era stato dato a credere, e passò ancora lungo tempo prima che qualche opinione luterana valicasse le Alpi.
Lo stesso Leon X morì prima d'essersi formato una giusta idea del pericolo ond'era minacciata la Chiesa romana per la sollevazione degli spiriti in Germania; ma la morte lo sottrasse altresì a difficoltà, di cui avrebbe assai più presto sentito il peso; ed erano quelle stesse che si era procacciate colle sue inconsiderate prodigalità. Non solo egli aveva dissipato il ragguardevole tesoro adunato da Giulio II, ed impegnate tutte le gioje e tutti gli effetti preziosi di san Pietro; ma aveva inoltre contratto un grosso debito, e venduti tanti nuovi impieghi che i soli loro salarj avevano accresciute di quaranta mila ducati le annue spese delle Chiesa[1].
Leon X sarebbesi trovato in grandissime difficoltà, dovendo continuare, senza avere danaro, la guerra da lui cominciata in Lombardia; ma i luogotenenti che lasciava morendo in sua vece, trovaronsi in una situazione ancora più difficile che la sua. I cardinali di Sion e de' Medici che avevano fin allora sostenuto il peso degli affari, si affrettarono di abbandonare l'armata, per passare a Roma onde assistere al conclave. Carlo V trovavasi abbastanza occupato dalla guerra che gli facevano i Francesi ne' Paesi Bassi; la Castiglia si era ribellata, ed i regni di Valenza e di Majorica erano desolati dalla guerra mossa ai nobili dalle comunità, talchè tutte le forze della Spagna venivano consumate da queste intestine discordie. La piccola armata che l'imperatore teneva in Lombardia non era pagata; essendosi fin allora fatta la guerra coi soli tesori della Chiesa; ed essendo questi mancati tutt'ad un tratto, Prospero Colonna ed il marchese di Pescara furono costretti di licenziare tutti i Tedeschi e tutti gli Svizzeri che tenevano al loro soldo, ad eccezione di mille cinquecento uomini. Nello stesso tempo gli ausiliari fiorentini che non erano chiamati in questa guerra da un immediato interesse, e che ignoravano perfino se sarebbero o no gli alleati del futuro pontefice, tornarono in Toscana[2].
Se dal canto suo il signore di Lautrec non fosse stato abbandonato a cagione della scandalosa negligenza di Francesco I, che d'altro non prendevasi pensiero che de' suoi piaceri e delle sue galanterie, e che non gli mandava danaro per pagare le truppe, avrebbe potuto facilmente ricuperare Milano e tutte le piazze che aveva perdute. Aveva ancora guarnigione ne' castelli di Milano, di Novara, di Trezzo e di Pizzighettone; comandava in Cremona, in Genova, in Alessandria, in Arona, ed in tutto il Lago Maggiore; ma senza danaro non poteva adunare fanteria. Poco conto poteva fare de' suoi uomini d'armi scoraggiati; e quando tentò di sorprendere la città di Parma, ove comandava lo storico Guicciardini, fu respinto dalle sole compagnie della milizia[3].
Intanto scoppiavano in ogni parte degli stati della Chiesa ammutinamenti o rivoluzioni. I piccoli principi, che Leon X aveva spogliati della loro sovranità, invocavano l'ajuto de' loro partigiani per riavere lo stato de' loro padri. Il duca di Urbino erasi collegato coi due fratelli Baglioni, ed avevano, a spese comuni, adunati in Ferrara dugento uomini d'armi, trecento cavaleggieri e tre mila fanti. Con questa piccola armata attraversarono senz'ostacolo la Romagna. Il duca d'Urbino fu ricevuto con entusiasmo dagli antichi suoi sudditi, e ricuperò senza sguainare la spada il ducato d'Urbino, mentre che il contado di Montefeltro, da Leon X ceduto ai Fiorentini, fu difeso dalle loro guarnigioni. Orazio e Malatesta, figliuoli di Giampaolo Baglioni, si presentarono ancor essi alle porte di Perugia. Vitello Vitelli, che ne aveva il comando, fece una breve resistenza; perciocchè essendo stato leggiermente ferito in un piede, colse avidamente questo pretesto per farsi portare a Città di Castello sua patria, siccome colui che copertamente desiderava che i feudatarj della Chiesa ricuperassero l'antica indipendenza. Subito dopo la di lui partenza Siena capitolò, ed aprì le porte ai figli di Baglioni il 5 gennajo del 1522. In pari tempo Sigismondo di Varano scacciava da Camerino Giammaria della stessa famiglia, cui Leone X aveva dato il titolo di duca di quel piccolo stato, e vi si stabiliva in sua vece[4].
Gli emigrati di Todi vennero ricondotti in quella città a mano armata da Camillo Orsini. Il duca d'Urbino dopo di essersi occupato pochi giorni a ristabilire la propria autorità ne' suoi stati, volle altresì riporre in Siena i figli di Pandolfo Petrucci; ma fu respinto dall'attività in particolare de' Fiorentini, affezionati al cardinale de' Medici[5]. Nè forse questi non avrebbero schivata una rivoluzione nella loro patria se all'istante della morte di Leon X non avessero ordinato l'arresto nel palazzo pubblico a tutti i cittadini più conosciuti pel loro attaccamento alla libertà[6]. Sigismondo Malatesta, figliuolo di Pandolfo, venne introdotto in Rimini dagli antichi partigiani di sua famiglia, e per poco tempo ricuperò una sovranità, di cui suo padre era stato privato vent'anni prima da Cesare Borgia[7]. Finalmente quello che più aveva sofferto dalla nimicizia, quello che più d'ogni altro doveva temere le ultime prosperità di Leone, Alfonso, duca di Ferrara, si affrettò di ricuperare tutto quanto aveva perduto. Era costui colpevole agli occhi del papa per avere pochi mesi prima impedita la conquista di Parma con un'ardita diversione. Perciò dopo i primi felici avvenimenti dell'armata di Prospero Colonna, una seconda armata pontificia era venuta ad attaccare Finale e san Felice, ed aveva in appresso occupato il Bondeno e saccheggiato; mentre che dalla banda della Romagna, gli agenti della Chiesa s'impadronivano di Lugo, di Bagnacavallo, di Cento e della Pieve; mentre i Fiorentini acquistavano la Garfagnana, e Francesco Guicciardini entrava nel Frignano colle truppe modenesi. Alfonso, minacciato d'assedio nella sua stessa capitale, apparecchiavasi a vendere a carissimo prezzo la propria vita quand'ebbe la notizia della morte di Leone. Nell'entusiasmo della sua gioja fece coniare una moneta d'argento, nella quale vedevasi un pastore che strappava dalla bocca d'un leone un agnello, con questa leggenda presa dal libro dei re: de ore leonis. Egli in pochi giorni ricuperò il Bondeno, Finale, san Felice, il Frignano, la Garfagnana, Lugo, Bagnacavallo, e soltanto fu perdente sotto al Bondeno valorosamente difeso dai Bolognesi[8].
Frattanto i cardinali, moltiplicati dalle promozioni di Leon X, erano entrati in conclave il 16 di novembre. Sapevasi essere divisi tra il partito imperiale ed il partito francese. L'ultimo avrebbe voluto portare sul trono pontificio il cardinale di Volterra, fratello di Piero Soderini, il quale era stato perpetuo gonfaloniere; e questi era il rivale più temuto da Giulio de' Medici, che rimasto alla testa delle creature di suo cugino poteva disporre di sedici suffragi, cioè più di un terzo e meno della metà; perciocchè questa volta il conclave conteneva quaranta cardinali; e Giulio senz'essere abbastanza forte per farsi nominare, lo era bastantemente per l'esclusione d'ogni altro[9].
Il cardinale de' Medici aveva sperato di essere secondato da tutto il partito imperiale. Era stato il principale ed il più esperto ministro di suo cugino Leon X; anzi quello che lo aveva persuaso a fare alleanza coll'imperatore; i successi della guerra di Lombardia venivano in gran parte attribuiti ai suoi consiglj ed alla sua abilità; ed egli solo poteva aggiugnere alla potenza della Chiesa quella della repubblica fiorentina di cui era capo. Ma Giulio aveva nel sacro collegio e nel partito dell'impero un rivale, come lui militare prima di essere prelato, giovane come lui, e non meno di lui ambizioso; questi era Pompeo Colonna, il quale piuttosto che favorire il Medici parve apparecchiato a darsi al partito francese. Di già costui rappresentava ai suoi colleghi la vergogna di portare un bastardo sulla santa sede; poichè Giuliano, fratello del magnifico, non era mai stato marito d'Antonia del Cittadino, dalla quale era nato Giulio il 26 maggio del 1478. Ricordava le crudeltà commesse da Leon X dopo scoperta la supposta congiura di Petrucci, e faceva sentire il pericolo di perpetuare la dignità pontificia nella stessa famiglia[10].
Mentre i cardinali andavano opponendo l'intrigo all'intrigo, ogni mattina, come è l'usanza dei conclavi, procedevano ai voti intorno a qualche nuovo soggetto che loro si proponeva. Uno di loro, il giorno 9 di febbrajo, nominò il cardinale Adriano Florent, vescovo di Tortosa, Fiammingo, il quale era stato precettore di Carlo V, e che l'imperatore aveva ultimamente nominato governatore di Castiglia. Adriano nato in Utrecht il 7 maggio del 1458 da padre fabbricatore di tappeti o di birra, non era mai venuto in Italia, e non sapeva la lingua italiana, non conosceva verun cardinale, aveva mostrato poco ingegno nell'amministrazione affidatagli dal suo illustre alunno, e pareva esservi così poca apparenza per la sua elezione, che tutto lo squadrone del Medici (così veniva chiamato il suo partito) senza volerlo gli diede il suo voto. Il cardinale di san Sisto prese da ciò motivo per encomiarlo lungamente, e perchè i cardinali desideravano d'uscire di prigione, gli diedero i loro suffragi quasi senza riflettere, e lo nominarono così inconsideratamente, che non potendo in appresso giustificare innanzi a sè medesimi o agli altri la loro imprudenza, l'attribuirono a subita inspirazione dello Spirito Santo[11].
Non fu che in sul declinare d'agosto che il nuovo pontefice, il quale prese il nome d'Adriano VI, arrivò in Italia per prendere possesso della tiara. Ne' primi nove mesi dell'anno la Chiesa fu amministrata a nome del sacro collegio de' cardinali da una signoria somigliante assai a quella delle antiche repubbliche toscane. Tiravansi a sorte ogni mese tre priori tra i membri del sacro collegio, i quali formavano il governo. Ma questi prelati mal d'accordo fra di loro, ed ogni mese mutando sistema, non erano in istato di difendere il potere papale. Ad altro non pensarono che a guadagnare tempo ed a mantenere un'apparente pace, pel quale oggetto conchiusero un armistizio col duca d'Urbino, che pose fine alle rivoluzioni dell'Umbria[12].
Il cardinale de' Medici, umiliato dalla esclusione dal pontificato, e credendosi tradito dal partito imperiale, tornò per mare a Firenze, ove temeva di trovare compromessa la sua autorità; fece il suo ingresso il 21 di gennajo del 1522, portando il corrotto di suo cugino, e cogli indizj in fronte della tristezza e del sospetto[13]. In fatti i repubblicani di Firenze credevano giunto l'istante di ricuperare la libertà della loro patria; il signore di Lescuns loro prometteva l'appoggio del re di Francia; le sue truppe dovevano entrare in Toscana per la via della riviera di Genova, nello stesso tempo che Renzo di Ceri vi giugnerebbe dalla banda di Siena. Il duca d'Urbino ed i Baglioni favorivano caldamente un progetto che doveva vendicarli dei Medici. In Firenze queste pratiche erano dirette da Giambattista Soderini, nipote del cardinale di Volterra, e del gonfaloniere perpetuo. Ingrossava il suo partito la società de' poeti e de' filosofi, che diede tanta celebrità agli Orti Rucellai, nei quali si adunava. Vi si contavano Luigi Alamanni, Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de' Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e per ultimo Niccolò Macchiavelli che loro dedicò i suoi Discorsi sopra Tito Livio, e la sua arte della guerra. Educati ne' medesimi principj desideravano tutti la libertà di Firenze, ma non avevano verun odio personale contro il cardinale de' Medici, anzi accordavano che di tutta la sua famiglia era quello che si era più dolcemente e cittadinescamente comportato nella sua amministrazione, onde preferivano di ricuperare i loro diritti con un compromesso piuttosto che di strapparglieli colla forza[14].
Il cardinale de' Medici che conosceva la propria debolezza, e la necessità di accarezzare i suoi avversarj, convenne che il supremo potere male s'accordava colle sue funzioni ecclesiastiche, e colla carriera che gli era aperta alla corte di Roma, dando voce d'essere apparecchiato a rinunciarlo. I giovani patrizj degli Orti Rucellai diedero facilmente fede alle speranze che loro dava il cardinale, ed invece d'agire contro di lui, si ristrinsero a meditare intorno alla migliore costituzione da darsi alla repubblica all'atto che si rinnoverebbe; fu questo l'argomento di tre opere politiche del Macchiavelli, di Zanobio Buondelmonti, e di Alessandro de' Pazzi, tutte dedicate al cardinale de' Medici[15].
Frattanto il signore de Lescuns, troppo occupato in Lombardia, e lasciato dal re di Francia senza danaro, aveva abbandonato il progetto d'entrare in Toscana per lo stato di Genova. Renzo di Ceri si era ostinato nell'assedio del piccolo castello di Turrita nello stato di Siena, e non passò mai oltre. Il partito francese, ch'era quello della libertà, andava declinando in tutta l'Italia, onde il cardinale de' Medici credette giunto il momento favorevole di trarre d'inganno coloro che avevano potuto lusingarsi ch'egli renderebbe alla sua patria la libertà. Fu arrestato un corriere francese mandato a Renzo di Ceri, dal quale il cardinale si procurò con un sacrilegio la manifestazione del suo segreto, mandandogli in prigione invece del confessore da lui domandato, una spia della polizia vestita da prete. E per tal modo venne in cognizione della corrispondenza di Giacomo di Diaceto con Renzo di Ceri. Giacomo, posto in prigione il 22 di maggio, e minacciato di tortura, confessò quello che ancora non si sapeva, d'avere voluto assassinare il cardinale perchè avesse ingannato i repubblicani con fallaci speranze. L'interrogatorio del prevenuto essendo stato differito di ventiquattr'ore, i di lui amici, Luigi Alamanni il poeta, e Zanobio Buondelmonti ebbero il tempo di salvarsi; ma un altro Luigi Alamanni subì l'ultimo supplicio con Jacopo di Diaceto il giorno 7 di luglio. I figli di Paolo Antonio Soderini dovettero fuggire, ed i loro beni furono sequestrati; mentre il loro zio, Pietro Soderini, ch'era stato gonfaloniere perpetuo, moriva in Roma il 14 di giugno, lasciando eterno desiderio di sè presso tutte le persone dabbene[16].
Le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Toscana erano opera degl'Italiani, ma l'influenza loro era limitatissima; per lo contrario quelle della Lombardia erano opera degli oltremontani, e da queste dipendevano non solo la futura sorte dell'Italia, ma ancora quella dell'Europa. Francesco I colla sua inconsiderata prodigalità aveva lasciato che si perdesse nel precedente anno lo stato di Milano, mentre il suo cancelliere Duprat aveva con nuove imposizioni, con intollerabili estorsioni e colla vendita de' beni della corona, raccolto assai più danaro che non sarebbe abbisognato per mantenere la più formidabile armata. Francesco tutt'inteso a' suoi amoreggiamenti ed alle feste che dava alle sue amiche, dissipava il danaro strappato a' suoi popoli, o lasciava che sua madre ne disponesse, compromettendo l'onore nazionale colle sconfitte delle sue armate, e col mancare a tutte le convenzioni fatte co' suoi alleati. Vantavasi d'essere il primo re di Francia, che si fosse liberato dalla tutela de' suoi familiari, perchè disponeva solo, ed a voglia sua di tutti gli scrigni de' suoi sudditi, mentre che prima di lui le domestiche spese de' suoi predecessori erano a carico de' beni della corona, ch'essi non si facevano lecito d'impegnare, concorrendo liberamente alle spese della guerra i tre ordini dello stato. Ma il vescovo di Beucaire non dubitò di dire che Francesco cambiò la libertà francese in una miserabile schiavitù; e le sciagure provocate sul di lui regno mostrano abbastanza che colla libertà de' suoi sudditi sagrificò pure la personale sua gloria ai suoi capriccj[17].
La gloria nazionale era stata pure sagrificata in altra maniera da lui e da' suoi predecessori all'ingrandimento della sua autorità o di quella de' gentiluomini. Era stato severamente vietato l'uso delle armi al terzo stato, onde tenerlo in una assoluta dipendenza dai suoi padroni: erasi con ciò renduto vile ed incapace di servire nelle armate, di modo che era cosa maravigliosa il vedere una delle più valorose nazioni dell'Europa ridotta a non avere fanteria nazionale. I suoi re erano forzati di ricorrere agli Svizzeri per tutte le loro guerre, perchè, ad eccezione degli uomini d'armi tutti presi tra la nobiltà, la Francia non aveva soldati. La Svizzera, che non contava l'ottava parte della popolazione della Francia, le somministrava i suoi battaglioni; ma per ottenerli, bisognava che i Francesi si ponessero in balìa della venalità, dell'orgoglio, dell'incostanza di que' montanari, renduti arroganti dal vedersi accarezzati da tutti i sovrani. Francesco I, che di fresco aveva perduto Milano per la loro mala fede, fu ridotto a mercanteggiare separatamente con ogni cantone, e profondere doni tra i loro magistrati, a promettere pensioni agli uomini che avevano fra loro maggiore riputazione, e ad inghiottire senza lagnarsene la loro arroganza. A questo prezzo Renato, bastardo di Savoja, gran maestro di Francia, e Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, persuasero nella primavera del 1522 circa due mila Svizzeri a passare il san Bernardo ed il san Gottardo per iscendere in Italia[18].
Dal canto suo il Lautrec adunò la cavalleria francese dispersa nella pianura lombarda; la riunì presso Cremona all'armata veneziana comandata da Andrea Gritti e da Teodoro Trivulzio; poi andò ad unirsi agli Svizzeri, ed il primo giorno di marzo passò l'Adda per venire ad accamparsi con tutta la sua armata due sole miglia lontano da Milano[19].
Prospero Colonna difendeva questa città con Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara. Il cancelliere del ducato, Girolamo Moroni, vi teneva la rappresentanza del suo signore, che per anco non aveva potuto fare il suo ingresso nella capitale. Esortava i Milanesi a conservare la loro indipendenza; loro mostrava i pericoli delle vendette de' Francesi; e per aggiugnere inoltre un sentimento religioso all'amore della patria, aveva persuaso un eloquente monaco dell'ordine di sant'Agostino, Andrea Barbato, a riscaldare lo zelo de' Milanesi con una serie di sermoni contro i barbari[20]. Con tale pratica ottenne il Moroni dai suoi compatriotti volontarie contribuzioni abbastanza copiose per assoldare dieci mila Tedeschi. Girolamo Adorno, e Giorgio Frundsberg ne condussero cinque mila con tanta rapidità a traverso alla Valtellina ed al Bergamasco, che entrarono in Milano prima che arrivassero i Francesi; gli altri vi furono condotti alquanto più tardi dallo stesso Francesco Sforza[21].
Dall'altra parte l'armata francese aveva ancor essa ricevuto un inaspettato rinforzo, essendo stata raggiunta da Giovanni de' Medici, che le condusse a Cassano tre mila pedoni e dugento cavalli. Queste truppe avevano bandiere nere in segno di corrotto per la morte di papa Leon X, ond'ebbero poi il nome di Bande Nere; nome che in appresso esse rendettero famoso rivendicando la gloria della fanteria italiana. Queste Bande avevano fino a tale epoca combattuto nell'armata della lega; ma trovandosi Giovanni de' Medici in libertà per la morte di Leon X, le aveva condotte ai servigj della Francia, che gli aveva offerte migliori condizioni[22]. Circa lo stesso tempo, un colpo di colombrina, che alcuni pretesero essere stato diretto dallo stesso Prospero Colonna, uccise Marcantonio Colonna, suo nipote, che serviva nell'armata francese, e Camillo, figliuolo del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio. Il cadavere del primo fu mandato in Milano allo zio, che fu estremamente afflitto per avere veduto cadere tra le file nemiche un nipote che grandemente amava[23].
Prospero Colonna ed il Pescara avevano approfittato della lentezza de' Francesi per riparare tutte le fortificazioni di Milano, e per circondare il castello con una circonvallazione, che non permettesse a Lautrec di soccorrere la guarnigione assediata. Questi, prevenuto ne' suoi progetti, non aveva avuto che il debole compenso della presa di Novara; in appresso aveva attaccato Pavia, difesa dal marchese di Mantova; ma fu forzato ad abbandonarne l'assedio, vedendo avvicinarsi coll'armata imperiale Prospero Colonna. Finalmente erasi diretto per la via di Landriano alla volta di Monza, onde accostarsi ad Arona, ove sapeva trovarsi il danaro mandatogli dalla Francia per pagare le sue truppe[24].
Sapevano gli Svizzeri che il danaro destinato pel loro soldo era stato condotto ad Arona, sul lago Maggiore, e che Anchise Visconti, che occupava Busto con un corpo di truppe milanesi, impediva al convoglio di venire fino all'armata. Perciò facevano calde istanze al Lautrec di forzare il passo fino al lago Maggiore onde far loro avere il danaro, mentre Andrea Gritti, generale de' Veneziani, protestava dal canto suo che non si allontanerebbe cotanto dai confini della sua repubblica, e che, se gli Svizzeri prendevano la strada del lago Maggiore, egli prenderebbe quella di Verona[25]. Desiderava il Lautrec di calmare l'impazienza degli Svizzeri: ma l'armata imperiale soffriva ancora più che la sua per mancamento di danaro e di vittovaglie; e di già intere compagnie di disertori avevano abbandonate le insegne del Colonna per porsi sotto quelle di Lautrec; onde questi sperava, tenendo la campagna ancora qualche tempo, di disperdere l'armata nemica[26].
Ma gli Svizzeri, entrando in campagna, si erano ripromessi più rapidi successi, ed il saccheggio delle più ricche città della Lombardia. Di più terre da loro attaccate, la sola città di Novara era venuta in loro potere, ed era stata da loro barbaramente saccheggiata. Avevano sofferto assai sotto Pavia, ove continue piogge avevano impedita la condotta delle vittovaglie. Mostravansi annojati d'una guerra di posizioni e di marcie, ed accostumati come erano a far tutto cedere ai loro capriccj, si adunarono intorno alla tenda di Lautrec per domandare con altissime grida o la battaglia o il loro congedo[27].
Il Lautrec e tutti i generali francesi impiegarono inutilmente il loro credito presso gli Svizzeri, per persuaderli a confidare ne' loro capi, ad approfittare dei patimenti del nemico, ad aspettare se non altro pochissimi giorni, ne' quali il generale francese, con un nuovo movimento, forzerebbe Prospero Colonna a mutare posizione: tutto fu inutile, e gli Svizzeri risposero a tutti i ragionamenti degli ufficiali dell'armata con una sola voce: domani, o il congedo, o la battaglia[28].
Lautrec, prima di cedere, incaricò Crequì, signore di Pontdormì, di andare a riconoscere il nemico con quattrocento uomini d'armi e sei mila Svizzeri. Prospero Colonna si era accampato alla Bicocca, casa di campagna di un signore milanese, lontana tre in quattro miglia da Milano. Una strada, più bassa de' fondi laterali, gli teneva luogo di fossa; ed egli ne aveva coperti gli orli con artiglieria e con archibugeri; a destra ed a manca il suo campo era chiuso da due canali d'acqua corrente destinata all'irrigazione; ed a non molta distanza dietro al campo uno de' canali era attraversato da un ponte di pietra. Crequì, dopo avere esaminata questa posizione, riferì al generale francese che riuscirebbe difficilissimo il forzarla; onde il consiglio di guerra tentò nuovamente di persuadere gli Svizzeri a rinunciare ad una battaglia che doveva avere un'infelice riuscita. Risposero questi, che attaccherebbero di fronte la linea del nemico e che colle loro picche e colle alabarde s'impadronirebbero di quelle batterie credute tanto formidabili. Dichiararono in pari tempo che domani si metterebbero in cammino per tornare nei loro paese ove non fossero condotti alla battaglia. Il solo Pietro Navarro propose di far morire i più sediziosi e di ridurre così gli altri all'ubbidienza; ma gli altri generali e lo stesso Lautrec, che conoscevano gli Svizzeri, e che si sentivano assolutamente tra le loro mani, preferirono la dubbiosa sorte d'una battaglia alla certezza d'una sconfitta, necessaria conseguenza della partenza di tutta la loro fanteria; e sebbene vivamente sentissero l'imprudenza che stavano per commettere, nondimeno ordinarono alle loro truppe di apparecchiarsi per combattere nel susseguente giorno[29].
In fatti il Lautrec sortì da Monza la mattina del 29 aprile, giorno di Quasimodo, e marciò alla volta della Bicocca. A seconda della loro domanda aveva incaricati otto mila Svizzeri del principale attacco sulla fronte del nemico; Montmorencì col conte di Montforte, i signori di Miolans, di Granville, d'Auchì, di Launai e molti altri marciavano a piedi alla loro testa. Giovanni de' Medici aveva avuto ordine di celare il loro avanzamento, tenendo occupato il nemico colle evoluzioni della sua cavalleria e della sua fanteria leggiere. Lescuns, maresciallo di Foix, con trecento lance ed una parte dell'infanteria doveva girare intorno alla sinistra dell'armata imperiale, passare il ponte di pietra ch'era stato riconosciuto, e piombare alle spalle di Prospero Colonna, ove stava di guardia Francesco Sforza colle milizie milanesi uscite di città, per prender parte nella battaglia; il Lautrec col restante della cavalleria e della fanteria francese doveva piegare a destra; e per penetrare nel campo nemico aveva fatto prendere ai suoi soldati la croce rossa, che portavano gl'Imperiali, invece della bianca che portavano i Francesi; poichè non si costumavano ancora gli uniformi. L'armata veneziana formava la retroguardia e non era chiamata a prendere immediatamente parte nella battaglia[30].
I varj corpi dell'armata francese, non avendo un eguale spazio da percorrere, non potevano giugnere alla rispettiva posizione nello stesso tempo: onde il Montmorencì, giunto a poca distanza dagl'imperiali, ordinò agli Svizzeri di trattenersi per dare tempo al maresciallo di Foix di fare il giro che gli era stato ordinato. Ma gli Svizzeri, pieni di disprezzo pei loro nemici, e volendo avere soli l'onore della vittoria, mai non vollero ubbidire, continuando ad avanzarsi di fronte al nemico, ove trovavansi Giorgio di Frundsberg colla fanteria tedesca ed il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola. Questi aveva insegnato ai suoi fucilieri a fare un continuo fuoco, loro facendo ricaricare il fucile stando in ginocchio, mentre che la linea di dietro tirava. L'attacco degli Svizzeri fu ricevuto con un fuoco così sostenuto, tanto dei fucilieri, che delle batterie, ch'erano caduti morti più di mille Svizzeri prima ch'essi giugnessero alla strada bassa, la quale fu da loro trovata assai più profonda che non credevano, conciossiachè, scesi nella medesima, potevano a stento colla punta delle loro picche ferire i landsknecht che ne custodivano gli orli. Ventidue de' loro capitani e più di tre mila soldati furono uccisi in questo sciagurato attacco, senza quasi potere offendere il nemico. All'ultimo si ritirarono in buon ordine, riconducendo i quattordici pezzi d'artiglieria che loro erano stati dati; ma disprezzando anche in sul finire del combattimento, siccome avevano fatto in principio, gli ordini dei loro capi, non vollero trattenersi in faccia al campo di battaglia in aspetto minaccioso per assecondare gli attacchi del maresciallo di Foix e di Lautrec, che non erano giunti a portata del nemico che quando gli Svizzeri si erano di già ritirati[31].
Il Maresciallo di Foix, che gl'imperiali avevano veduto avanzare sulla loro sinistra, e che sospettavano aver presa la strada di Milano, era finalmente giunto al ponte di pietra che attraversava il canale; era entrato nella posizione di Prospero Colonna, aveva rovesciati i Milanesi di Francesco Sforza ed avrebbe guadagnata la battaglia se fosse stato seguito dalla sua fanteria, o se gli Svizzeri, rinnovando il loro attacco, avessero impedito a Prospero Colonna di condurre tutti i suoi landsknecht ed i fanti spagnuoli contro di lui. Il Lautrec, dopo d'avere posti in fuga sulla diritta i cavalli di Girolamo Adorno, calcolava che i suoi cavalieri entrerebbero assieme con loro nel campo nemico, ove li farebbe ricevere la croce rossa che portavano; ma Prospero Colonna, di ciò prevenuto, aveva ordinato ai suoi soldati di porsi in sul capo una frasca; sicchè, riconoscendo i nemici, gli fu facile di tenerli fuori de' suoi alloggiamenti[32].
I tre corpi dell'armata francese essendo stati tutti respinti, questa ritirossi in buon ordine, coperta dalle bande nere di Giovanni de' Medici, e protetta dall'armata veneziana, che non aveva combattuto. Il Pescara voleva inseguirla, ma Prospero Colonna vi si ricusò perentoriamente, perchè un movimento sedizioso tra i suoi landsknecht che in premio dell'ottenuta vittoria domandavano doppia paga, poteva rendere per lui pericolosa una nuova azione. Gli Svizzeri lo liberarono bentosto da ogni timore, essendosi ritirati a Monza con tutta la loro artiglieria ed i loro equipaggi. All'indomani Lautrec avviossi verso Trezzo e passò l'Adda; colà più non gli fu possibile di trattenere gli Svizzeri al tutto determinati di tornare ne' loro paesi. Dopo averli inutilmente eccitati a rimanere, affidò a suo fratello Lescuns, maresciallo di Foix, il comando degli uomini d'armi francesi, e la difesa delle terre che la Francia possedeva ancora in Lombardia; si congedò da Andrea Gritti, che coll'armata veneziana prese a coprire i confini della repubblica; e, fermo nella risoluzione di volersi personalmente giustificare innanzi al re, accompagnò gli Svizzeri, che rientravano ne' loro paesi attraversando il territorio bergamasco, e passò alla corte di Francia[33].
Il Lautrec era fratello di madama di Chateaubriand, amante del re; e questa era la cagione della grandezza di lui, e di quella di Lescuns e di Lesparre di lui fratelli, uno dei quali perdette il Milanese e l'altro la Navarra. Pure Francesco I rimproverò al maresciallo di Lautrec le sue perdite. Rispose questi d'avere prevenuta S. M. che non potrebbe difendere il Milanese senza danaro; che gli uomini d'armi avevano servito diciotto mesi senza soldo; che gli Svizzeri non gli avevano imposta la legge, e non l'avevano finalmente costretto a combattere alla Bicocca che per non essere stati pagati. Francesco I maravigliando dimandò cosa fosse accaduto dei quattrocento mila scudi che gli aveva mandati. Confessò Semblanzai d'avere avuto ordine di mandarli, ma di esserne stato in seguito impedito da Luigia di Savoja, madre del re, che aveva il titolo di reggente di Francia. Questa, gelosa di Lautrec, e volendo che andasse a male la di lui spedizione, si era fatto dare quel danaro che diceva a sè dovuto. L'onore della madre del re veniva compromesso dalla pubblica processura di Semblanzai. Il cancelliere di Francia Duprat, per salvare la madre del re e per perdere il sovraintendente, suo nemico, lo fece giudicare da alcuni commissarj, e strascinare al supplicio in età di sessantadue anni pel solo delitto d'avere ubbidito alla madre del re, che nè pure fu interpellata in questa causa[34].
Il maresciallo di Foix Lescuns non difese lungamente ciò che ancora possedevano i Francesi in Lombardia. Sei compagnie di uomini d'armi, che aveva posti in Lodi sotto gli ordini di Federico da Bozzolo e di Bonneval, vi si lasciarono sorprendere e far prigionieri, mentre che la città venne saccheggiata dagl'imperiali[35]. Pizzighettone, che poteva lungamente resistere e che tenevasi tra le migliori fortezze d'Italia, capitolò alle prime minacce fattegli dal marchese di Pescara. Finalmente in Cremona, dove si era ritirato il maresciallo di Foix, sollevaronsi le truppe di Giovanni de' Medici chiedendo il loro soldo, drizzarono la loro artiglieria contro i Francesi, e minacciarono di consegnare agl'Imperiali una porta della città. Lescuns cercò di soddisfarle, prendendo a prestito il vasellame di tutti i suoi amici e distribuendolo ai soldati; ma sentì l'impossibilità di sostenersi più lungamente in Italia, e propose a Prospero Colonna una capitolazione che fu subito accettata. Convenne di evacuare non solo Cremona, ma tutta la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli di Novara, Milano e Cremona, se prima che passassero quaranta giorni una nuova armata francese non forzava il passaggio del Po, o non occupava una delle grandi città di Lombardia. Fino allo spirare del termine stabilito dalla capitolazione, che fu sottoscritta il 26 di maggio, le ostilità dovevano cessare intorno a Cremona, dovevano essere somministrate le vittovaglie all'armata francese. Ma perchè passarono i quaranta giorni senza che il re potesse mandare soccorsi al maresciallo di Foix, questi evacuò la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli eccepiti dalla capitolazione, e ricondusse la sua armata in Francia[36].
Uno de' motivi che determinarono Prospero Colonna ad accordare ai Francesi la capitolazione di Cremona, fu il desiderio di trovarsi in libertà per attaccare Genova. Finchè i Francesi avevano in mano quella città, egli non risguardava come sicura la conquista della Lombardia. Vero è che la dolcezza di Ottaviano Fregoso, luogotenente del re, aveva accostumati i cittadini ad un giogo straniero, di modo che Antoniotto e Girolamo Adorno, che seguivano il campo imperiale e che si lusingavano di sollevare la loro fazione colla promessa di tornare alla repubblica l'antica libertà, non cagionarono, avvicinandosi a Genova, verun movimento negli abitanti. Pure i generali imperiali, senza perdere un solo istante, avevano approfittato della capitolazione di Cremona. Prospero Colonna era entrato coi landsknecht nella Valle di Bisagno, ed il marchese di Pescara in quella della Polsevera. Non trovavansi in Genova che due mila soldati, cui era venuto ad aggiugnersi da Marsiglia Pietro Navarro, e perchè i Genovesi non volevano nè sollevarsi contro Ottaviano Fregoso, nè armarsi per difenderne l'autorità, ogni resistenza pareva impossibile. Dodici ufficiali della balìa furono incaricati di trattare una capitolazione. Ma nel tempo che questi trattavano, e che la promessa della sospensione delle ostilità rendeva le guardie più negligenti, alcuni soldati spagnuoli si avvidero che una breccia delle mura non era difesa; essi se ne impadronirono e vi chiamarono i loro commilitoni. Per tal modo l'accidente diede Genova in mano ai nemici il 30 di maggio, senza che i generali ne avessero ordinato l'assalto. La città fu presa, e gli abitanti, che non avevano voluto difendersi, furono saccheggiati, senza distinzione di partito, con estrema barbarie. Pietro Navarro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e molti altri ufficiali fuggirono per mare. Quella città, in altri tempi la più commerciante e la più ricca dell'Italia, fu ruinata e ridotta ad una assoluta dipendenza dagli stranieri; ma nello stesso tempo riconobbe per doge Antoniotto Adorno[37].
Francesco I, per soccorrere Cremona o Genova, aveva bensì fatte passare le Alpi al duca Claudio di Longueville con quattrocento uomini d'armi e sei mila fanti; ma questi, arrivato a Villanuova di Asti, ebbe la notizia dell'occupazione di Genova, e non trovandosi abbastanza forte per dare battaglia all'armata imperiale, o per istornare la convenzione di Cremona, ebbe ordine dal re di ritirarsi; ed i Francesi abbandonarono per quest'anno ogni loro progetto sull'Italia, tanto più che dovevano difendersi contro l'aggressione inaspettata d'Enrico VIII, che il 29 di maggio aveva dichiarata la guerra alla Francia, facendo in pari tempo sbarcare a Calais il conte di Surrei con sedici mila uomini, per secondare l'armata di Carlo V in Fiandra[38].
La cacciata de' Francesi non apportò verun sollievo ai popoli d'Italia oppressi dalla guerra. L'armata di Prospero Colonna non riceveva verun sussidio nè da Carlo V, nè dal regno di Napoli: ed i soldati tedeschi e spagnuoli vivevano a discrezione nel Milanese. Ogni giorno i generali angustiavano le città con inaudite contribuzioni o con prestiti forzati; il più piccolo ufficiale, posto con un distaccamento in un villaggio, credevasi autorizzato ad inventare una nuova tassa; tutto si riportava alla decisione della violenza militare, e l'ubbidienza si cimentava con crudeli supplicj dettati dal capriccio de' soldati spagnuoli[39]. Omai il Milanese era così ruinato che più alimentare non poteva le truppe necessarie alla sua difesa. Il marchese di Pescara le acquartierò negli stati della Chiesa, loro permettendo di vivervi a discrezione, malgrado la stretta alleanza dei papa coll'imperatore. Carlo di Lannoi, nuovo vicerè di Napoli, di concerto con don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'imperatore a Roma, tassò nello stesso tempo gli stati indipendenti dell'Italia, per far loro mantenere l'armata imperiale. Obbligarono il ducato di Milano a pagar loro venti mila ducati al mese, Firenze quindici mila, Genova otto mila, Siena cinque mila, e Lucca quattro mila. Dovettero pure pagare una contribuzione i marchesi di Monferrato e di Saluzzo: e, malgrado le loro rimostranze, tutti questi stati sovrani dovettero assoggettarsi agli ordini che loro davano subalterni ministri[40].
Lusingavansi gl'Italiani che giugnendo Adriano VI a Roma, arrecherebbe qualche sollievo alle loro miserie; ma il nuovo papa erasi di già trattenuto sei mesi in Ispagna dopo ricevuta la notizia della sua elezione, e non apparecchiavasi ancora alla partenza: e ciò che in ultimo lo persuase a porsi in viaggio, fu precisamente la circostanza cui fin allora erasi attribuito ogni suo ritardo. Sapevasi che Carlo V, che ancora trovavasi in Fiandra, annunciava di voler passare in Ispagna, e credevasi che Adriano, che era stato suo precettore, indi suo ministro, volesse conferire con lui prima di venire in Italia a prendere le redini della propria sovranità. Ma Adriano aveva fermamente stabilito d'agire qual comune padre de' fedeli, ed egli si era intimamente persuaso che il suo dovere lo chiamava prima di tutto a ristabilire la pace nella Cristianità, e che doveva far tacere la sua parzialità per Carlo V, se voleva che Francesco I l'accettasse per mediatore. Aveva scritto a quest'ultimo, a Luigia di Savoja di lui madre, alla duchessa d'Alenzon di lui sorella[41], per incoraggiarli ad adottare sentimenti di pace, promettendo loro la sua benevolenza. Stimò che aspettando Carlo V a Barcellona, siccome quegli gliene faceva istanza, avrebbe rendute sospette le sue parole; e quando seppe che Carlo, dopo avere fatta una visita ad Enrico VIII per tenerlo costante nella sua alleanza, era sbarcato a Villaviciosa, nelle Asturie, si affrettò di partire il 4 di agosto dalle coste della Spagna; e dopo avere dato fondo a Genova, indi a Livorno, fece il suo ingresso in Roma il giorno 29 dello stesso mese[42].
Adriano VI aveva le virtù ed il sapere di un monaco, ed andava debitore della sua celebrità e della sua grandezza ai sorprendenti progressi che aveva fatti nello studio della teologia e della filosofia scolastica. Era di buona fede, zelante, temperato, umile, nemico del fasto, della simonia e della corruzione della corte di Roma. Ma bentosto agli occhi de' Romani parve un barbaro, straniero affatto alle loro arti, ai loro costumi, alla loro politica, siccome al loro linguaggio. Leone X aveva raccolti nella sua corte i principali poeti del secolo; Adriano, invece di accordar loro il suo favore, li risguardava quali profani imitatori de' gentili, che macchiavano il Cristianesimo. Quando gli fu mostrato il Laocoonte del Belvedere, siccome il più bel monumento delle antiche arti, ne torse gli occhi con orrore, gridando «questi sono idoli dei pagani!» Cominciavasi a temere, che, come narrasi di san Gregorio, ordinasse un giorno di far calce per il tempio di san Pietro con tutte quelle statue, ultimo monumento della gloria e della grandezza romana[43].
Le eresie di Lutero offendevano assai più Adriano VI che il suo predecessore, perchè attaccavano quella filosofia scolastica, ch'egli risguardava come la prima scienza; ma d'altra parte aveva le stesse opinioni del riformatore intorno alla corruzione della disciplina; voleva seriamente mettere mano alla riforma degli scandali che avevano sollevata la Germania; ed i suoi pii disegni, forse più che la sua barbarie, facevano tremare i Romani che vivevano col prodotto degli abusi della corte di Roma. Oltre a ciò, per terminare di renderlo del tutto esoso al popolo, due calamità resero celebre l'epoca della di lui venuta in Italia: da un canto la peste manifestossi in Roma, di dove passò anche a Firenze; ed Adriano, risguardando tutte le precauzioni sanitarie, ed i lazzeretti come superstizioni italiane, sospese le rigorose discipline, che vietavano ogni comunicazione cogli appestati, e contribuì in tal modo a dilatare il contagio[44]: d'altra parte nella stessa epoca fu da Solimano presa l'isola di Rodi al gran maestro Villiers de Lille Adam, dopo un memorando assedio, nel quale i cavalieri di Malta mostrarono estremo valore, mentre che l'imperatore, il re di Francia ed il papa, non pensavano a soccorrerli. Solimano fece il suo trionfale ingresso in Rodi lo stesso giorno di Natale del 1522, e così ebbe fine questo calamitoso anno per la Cristianità[45].
Frattanto Adriano VI cercava di restituire la pace agli stati della Chiesa: non trovò ostacolo a scacciare da Rimini Sigismondo Malatesta; perciocchè i popoli, che da principio lo avevano accolto con entusiasmo, non avevano tardato ad accorgersi che questo piccolo principe non rendeva loro i vantaggi de' passati tempi, che avevano sperato di ricuperare con lui. I sudditi dei duchi di Ferrara e d'Urbino nutrivano affatto opposti sentimenti; essi conservavano un reale affetto verso le case d'Este e della Rovere, e quest'affetto regolò la condotta d'Adriano VI. Egli accordò al duca d'Urbino l'assoluzione da tutte le censure incorse sotto i due precedenti pontificati, e gli diede una nuova investitura de' suoi stati; ma lasciò il contado di Montefeltro ai Fiorentini, ai quali questo feudo era stato ceduto in pagamento dei debiti della Camera apostolica[46]. Accordò pure al duca Alfonso d'Este una nuova investitura del ducato di Ferrara, cui aggiunse i castelli di san Felice e di Finale in Romagna: gli avrebbe egualmente rendute Modena e Reggio, la restituzione delle quali al duca era stata effettivamente promessa da Carlo V con un trattato firmato a Ferrara il 29 novembre del 1522; ma i ministri ed i cortigiani di Adriano, che risguardavano quest'atto di giustizia come una prova di debolezza o d'imbecillità, riuscirono ad impedirgli di rinunciare così alle conquiste de' suoi predecessori[47].
Adriano VI, appena giunto a Roma, aveva scelto per suo principale ministro e confidente il cardinale di Volterra Soderini: desideroso com'egli era di riconciliare l'imperatore col re di Francia, aveva trovato nel Soderini, segreto partigiano della Francia, un linguaggio di moderazione e d'imparzialità, il quale gli si confaceva. Aveva ricusato di dare verun soccorso alla lega formata dal suo predecessore, e le sue offerte di mediazione erano state considerate come parziali per la Francia, a segno d'irritare assai don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'impero[48]. Ma Francesco I, che aveva accolte con grandissima deferenza tutte le proposizioni del papa, e che sempre aveva protestato di non desiderare che la pace, credeva impegnato il suo onore a non rinunciare al ducato di Milano. Perciò ne chiedeva la restituzione come principale condizione del trattato, e questa condizione non poteva in verun modo piacere a Carlo V; il quale, dopo tale conquista avendo acquietate le turbolenze della Castiglia e rinnovata l'alleanza coll'Inghilterra, era più a portata di difendere questo ducato, che non lo era stato di conquistarlo. L'ostinazione di Francesco I a domandare una restituzione che non poteva ottenere, persuase il papa che Francesco non desiderava sinceramente la pace. Nel mese di febbrajo[49] Adriano cominciò a minacciare scomuniche e censure ecclesiastiche contro que' principi che ricusassero di accettare ragionevoli condizioni di pace. In tale stato di cose il duca di Sessa intercettò alcune lettere del cardinale Soderini a suo nipote, il vescovo di Saintes, colle quali esortava Francesco I ad attaccare la Sicilia, ove un partito sarebbesi dichiarato per lui. Tre grandi ufficiali di quest'isola vennero squartati a cagione delle loro intelligenze coi Francesi. Il papa, irritato che il suo proprio ministro, esortandolo alla pace, cercasse celatamente di accendere la guerra, fece arrestare e trarre in giudizio il Soderini, ed anche prima che fosse condannato ordinò la confisca de' suoi beni, ch'erano moltissimi, e nello stesso tempo abbracciò il partito dell'imperatore[50].
Le armi di Carlo V erano in Italia onnipotenti. La capitolazione di Cremona e la presa di Genova avevano poste in sua mano tutte le grandi città; ed i castelli, ne' quali i Francesi avevano lasciato guarnigione, cadevano uno dopo l'altro. Quello di Milano erasi renduto il 14 d'aprile, ed il duca Francesco Sforza ne aveva fatto prendere il possesso dai generali imperiali il 24 dello stesso mese[51]. Francesco I annunciava di nuovo grandiosi apparecchj per riconquistare il Milanese; ma alle sue parole non rispondevano gli effetti; e siccome era continuamente occupato de' suoi piaceri, e sempre prodigo de' tesori dello stato per le sue feste e per i suoi amori, poteva credersi che mai non sarebbe in istato di ricuperare ciò che aveva perduto. Altro alleato più non gli restava che la repubblica di Venezia, la quale credevasi bensì obbligata a difendere il possedimento dei Milanese, ma non già a riconquistarlo per lui, dopo ch'egli avealo perduto. Venezia era tuttavia, in faccia all'imperatore, sotto la protezione della tregua che aveva terminata la guerra della lega di Cambrai. Finchè Carlo V avea dovuto lottare contro le ribellioni de' suoi sudditi e contro formidabili esterni nemici, aveva cercato di non accrescere il numero degli ultimi, ed acconsentito a non risguardare i Veneziani come in guerra con lui, malgrado i soccorsi che si erano obbligati di dare alla Francia. Ma quando cominciò a sentirsi più potente, parlò con un tuono più orgoglioso, e dichiarò di non volere più lungamente soffrire che uno stato quasi chiuso da ogni banda tra i suoi, godesse di tutti i vantaggi della pace, nel mentre che desso stato si manteneva per lui continuamente ostile[52].
Il papa, di concerto coll'imperatore, esortava tutte le potenze d'Italia a collegarsi per la difesa comune, volendo che reciprocamente si guarentissero gli attuali possedimenti. Dava inoltre per motivo di quest'alleanza il desiderio di mettere l'Italia in istato di difesa contro Solimano, imperatore dei Turchi, la di cui ambizione, riscaldata da nuove conquiste, facevasi sempre più minacciosa: ma i Veneziani, che conoscevano l'ordinaria sorte delle leghe formate dalla Chiesa, e che si applaudivano d'essere in pace col sultano, non volevano essere strascinati dal papa in guerra con quel formidabile vicino, a rischio d'essere poi abbandonati da tutti i loro alleati. Questo timore ed il rincrescimento di rinunciare all'alleanza della Francia, alla quale avevano fatti così grandi sagrificj, li tennero lungamente dubbiosi. La negoziazione si prolungò nove mesi, ne' quali fecero vani sforzi per sapere se Francesco I era finalmente disposto ad assecondarli potentemente, o se dovevano abbandonare un principe che abbandonava sè stesso. Il vescovo di Bayeux e Federico da Bozzolo furono mandati a Venezia dal re di Francia per attraversare una negoziazione di cui temeva i risultamenti; ma le magnifiche loro promesse, così spesso smentite dalla esperienza, più non ispiravano confidenza. Dall'altro canto Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto prima di avere condotta a fine la negoziazione di cui era incaricato, venne rimpiazzato da Marino Caraccioli, protonotaro apostolico. Finalmente dopo lunghi contrasti, duranti i quali era pure morto il doge Antonio Grimani, cui era succeduto Andrea Gritti, fu sottoscritto, in sul finire di luglio, il trattato d'alleanza tra l'imperatore, suo fratello l'arciduca Ferdinando, Francesco Sforza, duca di Milano, e la repubblica di Venezia[53].
Le potenze contraenti si guarentivano reciprocamente i loro stati d'Italia, ma soltanto contro i principi cristiani; perchè la repubblica di Venezia, ferma nella presa risoluzione di non lasciarsi strascinare in veruna guerra contro i Turchi, ricusò perentoriamente di promettere la garanzia del regno di Napoli contro di loro. Il reciproco soccorso promesso dall'imperatore a nome del duca di Milano, e dai Veneziani, era di seicento uomini d'armi, seicento cavaleggieri e sei mila pedoni. Inoltre il senato si obbligava a somministrare, in caso di bisogno, venticinque galere per la difesa del regno di Napoli. Ferdinando, fratello dell'imperatore, pienamente rinunciava per la somma di dugento mila ducati, che la repubblica obbligavasi a pagargli nel termine di otto anni, a tutte le pretese dell'arciduca d'Austria e dell'impero sullo stato veneziano[54].
Questo trattato, che, staccando i Veneziani dalla Francia, gli obbligava alla difesa de' suoi nemici, sembrava che dovesse rimuovere Francesco I da ogni nuovo tentativo sulla Lombardia, ove più non doveva trovare alleati. Pure il trattato non era appena sottoscritto, che si seppe che il re di Francia adunava nella Svizzera, a' piè dei Pirenei ed ai confini dell'Italia, una numerosa fanteria, e sembrava apparecchiato a dare esecuzione alle minacce che andava da gran tempo facendo. A tale notizia Adriano VI credette di dovere abbandonare le parti di pacificatore cui fin allora erasi conservato fedele. L'Italia era in pace, sebbene continuamente divorata dall'armata imperiale, ed omai seguiva una sola bandiera; ma l'invasione di Francesco I vi riconduceva la guerra. Il papa giudicò che non si scosterebbe dal carattere di comun padre de' fedeli guarantendo lo stato attuale, e respingendo di concerto con tutti gli altri Italiani una straniera invasione: per ciò il 3 di agosto sottoscrisse in Roma col vicerè di Napoli una confederazione che si andava da lungo tempo trattando, colla quale il papa, l'imperatore, il re d'Inghilterra, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, il cardinale de' Medici a nome de' Fiorentini, i Genovesi, i Sienesi, i Lucchesi, obbligavansi a provvedere in comune alla difesa dell'Italia. Tra questi confederati, gli uni doveano somministrare l'artiglieria e le munizioni, altri il danaro, altri i soldati. La nomina del generalissimo spettava al papa ed all'imperatore; ed in quest'occasione l'imperatore affidò il comando di tutte le forze dell'Italia a Prospero Colonna. Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nella precedente campagna aveva con lui diviso il comando, geloso dei favori che l'imperatore accordava al suo vecchio collega, con cui erasi disgustato, aveva rinunciato alla carica di comandante della fanteria spagnuola, ed erasi recato a Valladolid, alla corte di Carlo V, per fare le sue lagnanze[55].
Le ostilità erano in sul punto di ricominciare, ma furono precedute dall'esplosione di due cospirazioni, che scoppiarono contemporaneamente in due opposte parti. Tra i cortigiani di Francesco Sforza, duca di Milano, trovavasi Bonifacio Visconti, suo ciambellano, che nudriva un segreto odio contro di lui e contro il Moroni, a motivo dell'assassinio di Ettore Visconti, suo parente, ch'egli credeva giustiziato per ordine loro, e perchè da loro era stato spogliato della prefettura di Val di Sesia. Il 25 di agosto, mentre tornava col duca da Monza a Milano, aveva questi ordinato ai dugento cavalli della sua guardia di tenersi a qualche distanza da lui per non incomodarlo colla polvere che facevano sollevare. Il duca cavalcava una mula, e trovavasi lontano da tutta la sua gente, quando Bonifacio Visconti, che aveva un gagliardissimo cavallo turco, corse a briglia sciolta verso di lui in atto di ricevere qualche ordine; ma, fattosegli vicino, gli diede un colpo di pugnale in sul capo. L'impazienza del cavallo turco, e la paura della mula del duca, fecero strisciare il colpo, e lo Sforza non rimase che leggermente ferito in una spalla. Il Visconti, spronando il suo cavallo, fuggì con tanta rapidità, che invano fu inseguito dalla cavalleria del duca, e potè porsi in sicuro prima in Piemonte, poscia in Francia. All'istante Galeazzo Birago, Milanese del partito francese, avuto avviso della cospirazione, e non dubitando della morte del duca, s'impadronì di Valenza in sul Po e della sua cittadella, per aprire ai Francesi questa porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi di Francia che gli erano stati promessi; ed Antonio de Leyva, che aveva il comando di Pavia, venne subito co' suoi Spagnuoli ad assediare Valenza, che fu presa dopo due giorni, senza che questa cospirazione avesse altri risultamenti, che di far trarre alla tortura, indi al supplicio molti gentiluomini milanesi sospetti di avervi avuto parte[56].
Il ritardo dei soccorsi francesi, aspettati dal Birago, procedeva in parte dalla cospirazione del contestabile di Borbone. Francesco I, dopo di avere respinti gli Inglesi ed i Fiamminghi in Picardia, aveva posta ogni sua cura nel formare una potente armata per riconquistare il ducato di Milano. Aveva caricate tutte le città e tutte le province d'inaudite imposte, e pressochè intollerabili; aveva domandate decime al clero, impegnate le sue entrate ai mercanti lionesi per procurarsi danaro contante; e con tali modi aveva infatti ragunato un sufficiente tesoro per supplire ai bisogni della più dispendiosa campagna. Scontento di tutti coloro che fin allora avevano comandate le sue armate, volle condurre egli medesimo le sue truppe in Italia, e tali erano i suoi apparecchj, che gli presagivano un buon successo. Aveva adunate mille ottocento lance, sei mila Svizzeri, due mila Valesani, due mila Grigioni, sei mila Landsknecht, tre mila Italiani e dodici mila avventurieri francesi, che finalmente si era determinato di chiamare al mestiere delle armi, dopo avere sperimentato quanto gli fosse riuscita fatale la sua confidenza nelle truppe straniere[57].
Quest'armata erasi di già riunita tra Lione e le montagne del Delfinato, quando Francesco I ebbe i primi indizj del tradimento che meditava contro di lui il contestabile di Borbone. Carlo III, conte di Montpensieri e duca di Borbone, era il più ricco ed il più rispettato di tutti i principi del sangue; era capo del ramo di Borbone-Montpensieri, che, nel suo diritto alla corona, avrebbe preceduti i Borboni-Vendomi, avi d'Enrico IV. A grande valore ed a molte belle qualità univa un orgoglio irascibile, una smisurata ambizione, ed una prodigalità senza limiti che gli aveva fatti contrarre enormi debiti. Due anni prima aveva risentita con indignazione l'ingiustizia che pretendeva essergli stata fatta da Francesco I nelle guerre di Fiandra, quando questi aveva data al duca d'Alenzon, suo cognato, piuttosto che a lui, contestabile di Francia, il comando della sua vanguardia[58]. Ma ciò che aveva spinto all'estremo il suo risentimento era il processo che gli aveva intentato innanzi al parlamento di Parigi Luigia di Savoja, madre del re, per riclamare da lui una parte dell'eredità di sua moglie, morta da poco tempo. Credeva non potere sperare giustizia dai tribunali in questa sua lite colla reggente, e risguardava questo processo come una prova della gelosia di Francesco I, che voleva ruinare la sua fortuna per poterlo più facilmente opprimere[59].
In Francia ed in altre monarchie feudali eransi frequentemente veduti i grandi signori ed i principi del sangue cospirare contro il capo dello stato, e non solo cercare di limitarne l'autorità, ma di precipitarlo dal trono, e di levargli la vita. Pure era riservato al Borbone di cospirare, non solo contro il suo re, ma altresì contro la sua patria; di volere distruggere l'indipendenza nazionale, e la stessa esistenza del nome francese; di adoperarsi perchè la nazione francese, cui aveva l'onore di appartenere, fosse divisa tra gli stranieri, di lei ereditarj nemici. Il Borbone erasi venduto ad Adriano di Buren, deputato dell'imperatore, ed a Russel, deputato d'Enrico VIII. Col danaro da loro ricevuto erasi obbligato ad assoldare dodici mila uomini, e ad attaccare alla loro testa la Borgogna, tostocchè Francesco I avrebbe colla sua armata valicate le Alpi. In premio di questo tradimento la Provenza doveva essere per lui eretta in regno; egli dovea sposare Eleonora, sorella dell'imperatore Carlo V, e vedova d'Emanuele, re di Portogallo: tutto il restante della Francia doveva essere diviso tra l'imperatore ed il re d'Inghilterra; ed il nome di Francese doveva essere cancellato dai nomi delle nazioni[60].
Avendo alcuni indizj eccitati i sospetti del governo, Boisì, fratello di La Palisse, San Valorì, direttore generale delle poste, ed il vescovo d'Autun, tutti complici della cospirazione del Borbone, furono arrestati. Francesco I andò a Moulins a visitare il duca di Borbone, che fingeva d'essere ammalato; gli comunicò i sospetti che si erano formati contro di lui, ma soggiunse che veruna prova non potrebbe parergli bastante a convincere suo cugino di così enorme delitto; e dichiarò che più non dubiterebbe della sua innocenza, se Borbone gliene dava la sua parola d'onore, e si obbligava nello stesso tempo a seguirlo in Italia. Il Borbone prese la mano del re con apparente trasporto di riconoscenza; gli protestò d'essere accusato a torto; domandò perdono della inconsideratezza de' suoi discorsi, che senza dubbio avevano dato motivo di calunniarlo, e giurò che, infermo come egli era, voleva farsi portare in lettiga dietro l'armata reale. In fatti questa lettiga seguì due giorni il re; ma non era destinata che ad ingannarlo. Borbone era partito la stessa notte da Moulins, e, fuggendo a precipizio, era giunto a Besanzon, fortezza in allora dell'imperatore, dove aveva ordinato ai gentiluomini associati agl'infami suoi progetti di raggiugnerlo[61].
Grande era il numero di coloro che avevano congiurato contro la patria, e molti appartenevano alle più illustri famiglie. Vi si annoveravano Filiberto di Chalons, principe d'Orange, destinato come il Borbone a figurare nelle calamità dell'Italia; Pomperano, Le Pelloux, Lurcì, Montbardone, Lalliere, Aymar di Prie, Hennuyer della Mothe, che si erano renduti gloriosi nelle precedenti guerre; e Francesco I stendeva i suoi sospetti, e non senza ragione, sul duca di Vendome e su tutta la casa di Borbone: quindi pensò di non potere in tale istante allontanarsi dal suo regno senza pericolo[62].
Dall'altro canto egli non voleva lasciar d'approfittare della più bella armata che avesse mai adunata. Sgraziatamente ne affidò il comando a Guglielmo di Gouffier, più noto sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, il più amabile tra i suoi cortigiani, quegli che più d'ogni altro sapeva adulare e piacere al suo padrone; ma quegli altresì ch'era men d'ogni altro capace di condurre un'armata, e che non aveva imparato ciò che saper deve un generale[63].
Prospero Colonna, che, come generalissimo della lega, trovavasi incaricato della difesa dell'Italia, giaceva a quest'epoca abbattuto da lunga malattia, che non gli aveva soltanto indebolito il corpo ma ancora lo spirito. Erasi dato a credere di non aver a temere un'invasione francese, ed aveva licenziata parte della sua truppa; non aveva riparate le fortificazioni di Milano; per l'abituale negligenza dell'imperatore trovavasi senza danaro; e quando seppe, in principio di settembre, che i Francesi passavano le Alpi, sentì tutto il pericolo della sua posizione. Ad ogni modo egli sperava tuttavia di potere difendere contro l'armata francese il passaggio del Ticino; mentre che Antonio di Leyva, abbandonando tutto il paese posto al di là di questo fiume, erasi ritirato a Pavia colla fanteria spagnuola, e che la difesa del Cremonese restava affidata ad una guarnigione di mille fanti[64].
I Veneziani, per soddisfare agli obblighi contratti coll'imperatore, avevano tolto il comando delle loro truppe a Teodoro Trivulzio, zelante partigiano della Francia, e datolo a Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino. Il senato non poteva scegliere altro generale che nel modo di fare la guerra meglio accordare si potesse colla sua prudente politica: pareva che verun altro scopo non si proponesse nel comando delle armate, che quello di evitare ogni battaglia, ogni pericolo; e quando Prospero Colonna lo affrettò ad occupare Lodi, ad avanzarsi sulle sponde dell'Adda, o a passare questo fiume per proteggere Milano, egli vi si ricusò costantemente per tema d'incontrare i nemici[65].
Era stato da Adriano VI nominato gonfaloniere della Chiesa il marchese di Mantova, il quale aveva allestita un'armata in riva al Po; ma questi ancora era egualmente disposto a non passare Parma, per non compromettersi; onde non dava a Prospero Colonna alcuno effettivo soccorso. Giovanni de' Medici, comandante delle Bande nere, che suo cugino il cardinale Giulio aveva persuaso a lasciare il servizio della Francia per ritornare di nuovo a quello dell'imperatore, non aveva adottata così timida maniera di guerreggiare, ma le sue forze erano poco considerabili. Finalmente la barriera del Ticino, sulla quale principalmente confidava Prospero Colonna, per una straordinaria siccità, che aveva diminuite assai le acque del fiume, non presentava la consueta difficoltà al nemico. Questo vecchio generale, sebbene infermo, erasi fatto portare in lettiga in faccia a Vigevano, dove si era accampato Bonnivet. Bentosto trovandosi colà sotto il cannone del nemico, e vedendo che non solo la cavalleria francese, ma ancora i pedoni potrebbero guadare il Ticino, ne abbandonò le sponde, e ripiegò verso Milano senza avere perduto un solo uomo[66].
Il 14 di settembre del 1523, nello stesso giorno in cui l'armata di Bonnivet passò il Ticino per cominciare una decisiva campagna, un impreveduto avvenimento cambiò un'altra volta la bilancia delle parti, e gettò il disordine nella lega che aveva preso a difendere l'Italia contro i Francesi. Papa Adriano VI aveva celebrata la Messa il giorno 4 d'agosto sul monte Esquilino, ove festeggiavasi un miracolo della Vergine, e lo stesso giorno aveva con grande cerimonia pubblicata la lega conchiusa coll'imperatore. Affaticato da queste funzioni, rendute più penose da un eccessivo caldo, si era ritirato per desinare alla villa Mellini: colà lo assalì una leggiere febbre, ch'egli non credette in verun modo pericolosa; nè i suoi medici lo prevennero che corresse alcun rischio. Pure il suo male andava peggiorando, senza che veruna delle persone che lo assistevano paressero accorgersene; ed egli morì il 14 di settembre, quasi senza aver avuto il tempo di apparecchiarvisi[67].
Appunto in tale epoca cominciava la guerra, nella quale Adriano aveva impegnata la Chiesa; gl'Italiani sapevano di già per esperienza tutto quanto avrebbero a soffrire dall'invasione di un'armata barbara, e temer potevano con ragione di essere, a cagione della morte del pontefice, del burrascoso conclave che pareva promettere l'animosità de' contrarj partiti abbandonati quasi senza difesa ai Francesi da loro provocati. Tuttavia agli occhi de' Romani non eravi calamità che potesse pareggiare quella d'avere alla testa del loro governo un papa barbaro, che non sapeva il loro linguaggio; che aborriva la poesia e le arti, cui essi dovevano quasi tutta la presente loro gloria; un papa che colla sua avarizia aveva ruinate tutte le famiglie arricchite sotto i precedenti pontificati; che aveva confiscati tutti gli ufficj venduti dai suoi predecessori; che mai non accordava una grazia, e che pareva essersi fatto un dovere di rimandare malcontenti tutti quelli che a lui si presentavano. Perciò la notizia della sua morte risvegliò in Roma un generale tripudio; ed all'indomani fu trovata la porta del suo medico, Giovanni Antracino, ornata di festoni di fiori con questa iscrizione: Il senato ed il popolo romano al liberatore della patria[68].