CAPITOLO CXV.

Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto l'ammiraglio Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che viene fatto prigioniero nella battaglia di Pavia.

1523 = 1525.

La gioja manifestata dai Romani per la morte di Adriano VI non deve inappellabilmente fissare la nostra opinione intorno al carattere ed alla politica d'un pontefice, contro il quale avevano le più gagliarde prevenzioni nazionali. Adriano non visse che un anno fra di loro, e sopra un così breve regno difficile cosa sarebbe il portare giudizio intorno alle sue opinioni ed a' suoi progetti. Da lungo tempo non erasi veduto sulla cattedra di san Pietro un papa di più buona fede; ma questa lealtà non era, per vero dire, troppo utile alla Chiesa, o allo stato da lui governati; questa lo rendeva più intollerante de' suoi predecessori intorno a tuttociò che spettava alla fede; lo dava quasi del tutto in balìa agl'intrighi de' suoi consiglieri negli affari di stato, che egli confessava di non conoscere. Pure i torti che gli venivano più severamente rinfacciati, dipendevano dalle circostanze e dallo stato di spossamento in cui Leon X aveva lasciate, morendo, le finanze della Chiesa.

Più istrutto che il suo predecessore intorno all'importanza delle nuove opinioni che si diffondevano in Germania, il 25 di novembre del 1522 aveva addirizzato alla dieta dell'impero, adunata a Norimberga, un breve, con cui severamente condannava le opinioni di Lutero, e richiamava contro quest'eretico e contro i suoi seguaci l'applicazione delle più rigorose pene. Ma in pari tempo candidamente confessava la corruzione della corte romana, e prometteva d'occuparsi intorno alla riforma de' di lei numerosi abusi, chiedendo intorno a questa necessaria riforma i consiglj della dieta. Fu questa domanda, che persuase i principi secolari della Germania a pubblicare quella lista, famosa nella storia della riforma, dei cento gravami contro la corte di Roma, lista che appoggiava le principali accuse de' luterani, e che mostrava quanto tutti gli spiriti erano nelle parti settentrionali disposti ad abbracciare le nuove opinioni[69].

Il religioso zelo d'Adriano gli aveva fatto adottare tutti i pregiudizj e tutti gli odj degli Spagnuoli contro i Giudei ed i Mori convertiti, numerosa classe d'uomini, che chiamavansi Marrani, e che si sospettavano sempre segretamente affezionati al culto che avevano dovuto abbandonare per forza; questi erano venuti in grosso numero a Roma con tutte le loro ricchezze, per sottrarsi all'inquisizione di Spagna. Adriano VI, quando morì, stava contro di loro apparecchiando i più severi editti; egli voleva altresì assoggettare a nuove e più rigorose pene i bestemmiatori ed i simoniaci; gli pareva che questa parte della legislazione appartenesse più strettamente a' suoi favoriti studj della teologia; per altri rispetti non aveva volontà sua propria intorno ai pubblici affari, e conosceva di non intenderli bene[70].

Per altro Adriano non aveva confidenza nel collegio de' cardinali; sembravagli che per la scandalosa loro condotta i membri del sacro collegio dovessero essere il primo oggetto della riforma che meditava; ma perchè sentivasi costretto d'abbandonarsi a coloro che conosceva più di lui illuminati, sceglieva un ristretto numero di confidenti e di ministri, ai quali affidava un'eccessiva autorità. Poco dopo diffidava di loro, e gli spogliava d'ogni potere; in tal guisa offendeva i cardinali ed i principali signori di Roma; rendeva la propria autorità vacillante; e non si guadagnava nemmeno il cuore di coloro, cui momentaneamente accordava il suo troppo precario favore.

Il primo d'ottobre del 1523, entrarono in conclave trentasei cardinali per iscegliere un successore ad Adriano VI. Appena chiuso il conclave si videro collocarsi quasi tutti i cardinali sotto la direzione di due capi, che, gelosi l'uno dell'altro, si davano a vicenda l'esclusione, e tennero cinquanta giorni diviso il sacro collegio. Da un canto Pompeo Colonna, potente presso Carlo V in ragione dell'irremovibile attaccamento della sua famiglia alla causa imperiale, veniva riconosciuto come capo dai vecchi cardinali creati ai tempi di Giulio II, o prima; dall'altro canto Giulio de' Medici disponeva di sedici suffragj tra i cardinali ch'erano stati creati sotto suo cugino Leon X. Rispetto a Wolsey, cardinale di York, che, dirigendo la politica dell'Inghilterra, aveva quasi sempre mirato a guadagnarsi i suffragj per una prossima elezione, e che aveva prima ottenuta la promessa di tutto il favore di Francesco I, poi di Carlo V, era al presente dimenticato dai due monarchi, e scartato da tutti i partiti. Altronde, dopo il malcontento cagionato dall'elezione d'Adriano VI, più non si sarebbe pensato a dare la tiara ad un oltremontano[71].

La decisa opposizione del Colonna e della sua fazione, avendo impedita l'elezione del cardinale de' Medici, il quale per altro fin dal principio aveva avuti ventun voti, molti altri cardinali si misero successivamente in rango per essere nominati, come Fieschi, Farnese, Monti, Grassi, Soderini e Carvajale; essi reciprocamente cercavano d'acquistar voti senza per altro esporsi al rimprovero di simonia, e l'espediente, che loro sembrava più convenientemente tranquillizzare le loro coscienze, era quello delle scommesse. Così i partigiani del Medici offrivano a tutti i cardinali del contrario partito di scommettere dodici mila ducati contro cento che il Medici non sarebbe papa; i partigiani del Soderini ne offrivano ancor essi dieci mila; e quest'ultimi avevano favorevole tutto il partito francese[72].

Questa lotta tra le due fazioni si andava prolungando con sì poca apparenza di conciliazione, che si cominciava a temere, che le due parti non si appigliassero a qualche pretesto per uscire dal conclave, formare due assemblee, ed eleggere due papi ad un tratto. Perciò i due capi rendevansi egualmente odiosi al popolo. Accusavansi il moderno Giulio ed il moderno Pompeo di volere colle loro discordie ruinare Roma un'altra volta. Un orribile fetore, che si era sparso nel conclave, ne rendeva insoffribile il soggiorno: i cardinali cadevano infermi, e soprattutto i più vecchi non potevano lungamente sostenere una così penosa reclusione. Il cardinale di Clermont propose Franciotto Orsini, ed il Medici finse di volergli dare i suffragj di tutta la sua fazione, che, uniti a quelli della Francia, avrebbero decisa l'elezione. Temette allora il Colonna di vedere il supremo pontificato passare in una casa ereditaria nemica della sua; sentì la necessità di cedere, e, recandosi presso il cardinale de' Medici, gli offrì di farlo papa, purchè Giulio desse garanzie della sua riconoscenza[73].

Le proposizioni del Colonna furono tutte accettate; domandava che il Medici si riconciliasse col cardinale Soderini, e gli restituisse tutti i suoi beni; che perdonasse egualmente a tutti coloro che avevano operato contro di lui; che cedesse al Colonna l'ufficio di vicecancelliere della Chiesa col magnifico palazzo che occupava, fabbricato da Raffaele Riario. A tali condizioni Giulio fu la stessa notte adorato da quasi tutti i cardinali, ed all'indomani, il 18 di novembre, anniversario del giorno in cui due anni prima era entrato vittorioso in Milano, fu proclamato sotto il nome di Clemente VII. Era questo nome destinato a convalidare la promessa che aveva data di perdonare a Pompeo Colonna, al Soderini ed a tutti i suoi nemici. A fronte dell'apparente unanimità de' voti, questa elezione dispiacque in modo ai vecchi cardinali, che ai sostenuti patimenti del conclave aggiugnendosi questo rammarico, in pochi giorni morirono Soderini, Grassi, Fieschi e Carvajale[74].

Pochi pontefici erano giunti al trono pontificio con una più alta riputazione di Clemente VII: egli si era guadagnato l'amore de' Fiorentini, che governava da più anni con una quasi assoluta autorità, ed aggiugneva in tal modo alle forze della Chiesa quelle di questa repubblica ancora ricca e temuta malgrado il suo decadimento. Sapevasi ch'era stato il ministro principale di Leon X in tempo del suo pontificato, ed a lui s'ascrivevano tutte le più gloriose cose fatte da suo cugino, senza temere di trovare in lui i medesimi difetti. Non veniva accusato nè di amore disordinato per i piaceri, nè di prodigalità, nè di vana pompa, ed erano conosciute la sua applicazione ed attitudine al lavoro; perciò la sua elezione fu celebrata con trasporti di giubbilo, e dai letterati, che da lui speravano i medesimi beneficj ond'erano stati colmati da Leon X, e dal popolo[75].

Il ristabilimento della pace negli stati della Chiesa fu il primo oggetto delle cure di Clemente VII. Alfonso, duca di Ferrara, aveva approfittato della morte di Adriano per riprendere Reggio e Rubbiera, dove lo aveva chiamato l'amore dei popoli; ed era entrato nella prima città il 29 di settembre. Due giorni prima erasi presentato ancora a Modena, ma la fermezza del Guicciardini, che n'era governatore, e l'attaccamento del popolo al dominio della Chiesa, gli avevano impedito d'impadronirsi di questa città. Tuttavolta il Guicciardini non aveva che pochi soldati, ed Alfonso si apparecchiava ad un secondo tentativo, quand'ebbe l'avviso dell'elezione di Clemente VII, la quale gli fece rinunciare a' suoi progetti. Così alcune turbolenze eccitate in Romagna da Giovanni di Sassatello a nome del partito guelfo, ma col segreto appoggio de' Francesi, si acquietarono al solo nome del Medici[76][77].

Il governo di Firenze richiamò in seguito le cure del nuovo pontefice; era questa città tenuta da' partigiani del Medici in uno stato di abietta ubbidienza; e questi ne avevano dato prova in occasione dell'elezione di Clemente VII. Un riputato cittadino di sessantatre anni, il quale nella prossima estrazione dovea essere gonfaloniere di giustizia, Pietro Orlandini, aveva scommesso che il Medici non sarebbe papa. Quando gli fu chiesto il pagamento della scommessa, egli esclamò che l'elezione non aveva potuto essere canonica. Per questa sola parola, che sembrava manifestare mancanza di rispetto verso la casa de' Medici, gli otto della balìa lo fecero arrestare il giorno 24 di novembre, e due ore dopo decapitare[78].

A Clemente VII spiacque quest'esecuzione, che doveva rendere odiosa la di lui autorità. In qualche maniera più non esisteva la famiglia de' Medici; egli stesso era stato legittimato, e consideravasi ancora come rappresentante Cosimo padre della patria, suo avo; ma dopo di lui più non restavano che due bastardi, Ippolito inallora di sedici anni, figliuolo naturale di Giuliano, duca di Nemours, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, ed Alessandro, figliuolo naturale di Lorenzo, duca d'Urbino, figliuolo di Pietro, figlio primogenito del magnifico. Alessandro era nato da una schiava nel 1512, e la paternità di Lorenzo era per lo meno incerta. Non pertanto Clemente VII gli fece ottenere un ducato nel regno di Napoli, e dichiarare abile ad esercitare tutte le cariche della repubblica. Mandò questi due giovanetti a Firenze, Ippolito il giorno 30 luglio del 1524, ed Alessandro il 19 giugno del 1525. Il primo fu fino da principio risguardato come capo dello stato, ed ebbe il titolo di magnifico. I suoi concittadini conservavano per lui l'amore che avevano avuto pel duca di Nemours, di lui padre, mentre Alessandro aveva ereditato l'odio eccitato tra i Fiorentini dall'arroganza di suo padre Lorenzo. Ad ogni modo nè l'uno, nè l'altro era ancora capace di governare lo stato, onde Clemente mandò a Firenze, col titolo di legato, Silvio Passerini, cardinale di Cortona, che fece il suo ingresso l'undici maggio del 1524, ed andò a prendere alloggio nel palazzo de' Medici, amministrando la repubblica con tutta l'autorità usurpata dai Medici dopo la loro tornata[79].

Ma Clemente VII cominciava a governare la Chiesa in difficilissime circostanze, in cui la sorte di tutta l'Italia pareva attaccata alla sorte delle battaglie che avrebbero luogo nelle pianure della Lombardia. L'ammiraglio Bonnivet con quattro mila cavalli e trenta mila fanti aveva passato il Ticino, e cominciate le ostilità il 14 di settembre, nel qual giorno era morto papa Adriano VI. Ne' due mesi che passarono fino all'elezione del suo successore, Bonnivet avrebbe potuto agevolmente ricuperare il Milanese e cacciare gl'imperiali da tutta la Lombardia, ma in quello spazio di tempo fece in cambio conoscere la sua incapacità, e calmò il terrore che aveva prima eccitato.

Prospero Colonna era stato sorpreso, le sue forze non erano in verun modo proporzionate all'estensione del paese che doveva difendere, o ai mezzi del suo nemico; e quando si vide forzato ad abbandonare le rive del Ticino, ed a ripiegare sopra Milano, suppose che non potrebbe mantenersi in questa città. Infatti tutto ciò che potevano promettere gl'ingegneri era di ridurre la città in tre giorni a non essere esposta ad un colpo di mano, facendo intorno alle sue mura lavorare tutti gli zappatori che si potrebbero porre a loro disposizione; mentre che a Bonnivet non abbisognava che una mezza giornata per presentarsi sotto le mura, e non era credibile che egli trascurasse d'approfittare d'un tempo così prezioso[80].

Pure Prospero fece inallora lavorare intorno alle fortificazioni come se fosse stato sicuro d'avere il tempo di ridurre il lavoro a fine; e Bonnivet per lo contrario, temendo di meritarsi i rimproveri d'inconsideratezza e di precipitazione fatti agli altri generali francesi, si trattenne tre giorni senza verun motivo sulle sponde del Ticino. Sperava che Prospero Colonna evacuerebbe spontaneamente la capitale, dalla quale egli allora potrebbe tirare immensi mezzi per la guerra, quando invece l'avrebbe esposta al saccheggio cercando di attaccarvi il nemico[81].

Quando Bonnivet seppe che Prospero Colonna, in cambio di ritirarsi, si fortificava in Milano, venne ad accamparsi a san Cristoforo, presso alle mura della città, tra le porte Ticinese e Romana, in un luogo renduto forte dai canali; di là mandò distaccamenti di cavalleria per il paese onde intercettare le vittovaglie, lusingandosi di forzare in tal modo il Colonna ad uscire da una città nella quale troverebbesi tra poco esposto a grandi privazioni[82]. Bajardo e Federico da Bozzolo occuparono Lodi il 20 di settembre, e vittovagliarono il castello di Cremona, sperando di potere per mezzo del castello occupare ancora la città; ma sebbene conducessero trecento lance ed otto mila fanti, non ottennero l'intento loro[83]. In appresso si avanzarono verso Caravaggio e Monza, per togliere ai Milanesi le vittovaglie dei monti di Brianza. Prospero Colonna, sopraffatto da una malattia che doveva bentosto condurlo al sepolcro, facevasi rappresentare dal duca di Termes e da Alarcone, comandante della fanteria spagnuola. Aveva colla sua attività adunati in Milano ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, quattro mila fanti spagnuoli, sei mila cinquecento tedeschi e tre mila italiani. Faceva avanzare il marchese di Mantova al mezzogiorno del Po dalla banda di Pavia; aspettava ogni giorno nuovi rinforzi dalla Germania e dal regno di Napoli; e di già intercettava ai Francesi i viveri ch'essi avevano creduto di tirare dalla Lomellina[84].

Erasi Bonnivet dato vanto di non imitare l'impeto e l'imprudenza degli altri capitani francesi, ma di fare la guerra agl'Italiani colle precauzioni italiane: pure così perdeva i vantaggi proprj della sua nazione senza poter acquistare quelli d'un'altra. Ogni picciola scaramuccia gli costava alcuni soldati, ed ognuna di tali perdite scoraggiava le sue truppe ed accresceva l'ardire dei nemici. I frequenti rovesci provati da' suoi distaccamenti lo forzarono all'ultimo a non far venire i suoi convoglj che con grosse scorte, a non ispedire a foraggiare che numerosi distaccamenti, ed a richiamare i corpi d'armata che chiudevano ai Milanesi le strade del monte di Brianza, facendo accampare tutte le sue truppe tra Marignano ed Abbiategrasso[85].

La lentezza di Bonnivet aveva dato tempo agli alleati di adunare tutte le loro armate. Oltre le truppe spagnuole e tedesche che Prospero Colonna aveva in Milano, e quelle che Antonio di Leyva teneva sotto i suoi ordini a Pavia, il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, si avvicinava col marchese di Pescara, il quale aveva ripigliato il comando della fanteria spagnuola. Il marchese di Mantova, a richiesta di Prospero Colonna, si era avanzato fino a Pavia coll'armata della Chiesa, il Vitelli, che comandava tre mila fanti al soldo de' Fiorentini, copriva la strada di Genova, ed il duca d'Urbino coll'armata veneziana era giunto in riva all'Adda. Malgrado il loro avvicinamento Bonnivet si era ostinato a mantenere la sua posizione sotto Milano, per tenere dietro ad una trama ordita da alcuni soldati di Giovanni de' Medici, che promettevano di dargli una porta della città; ma quando seppe che questi erano stati scoperti e condannati alla pena di morte, fece proporre a Prospero Colonna un armistizio fino al mese di maggio, obbligandosi a cedere tutte le conquiste fatte oltre il Ticino. Ma i generali imperiali non volevano accettarla che a condizione che fosse evacuata tutta la Lombardia; e Bonnivet, senz'avere ottenuta una sospensione d'armi, fu costretto da abbondanti nevi a ritirarsi. Il 27 di novembre portò tutta la sua armata tra il Ticinello ed il Ticino ad Abbiategrasso ed a Rosate; e malgrado le istanze de' soldati, Prospero Colonna, fedele all'invariabile suo sistema di non fidare mai all'accidente ciò che ottenere poteva dall'ordinario corso delle cose, lasciò che tranquillamente si ritirasse[86].

A dir vero quest'era l'ultima prova che Prospero faceva della particolare sua tattica. Questo grande generale, che dava a vedere d'aver preso per modello Fabio Cunctatore, operò in certo qual modo una rivoluzione nell'arte della guerra. Fu egli il primo ad insegnare con quale arte, scegliendo le posizioni, ed eseguendo movimenti ben calcolati, un generale debole, o che diffida delle sue truppe, può stancheggiare l'attività de' suoi nemici, ammorzarne l'impeto e dissiparne le forze, senza lasciar loro il conforto di dare una sola battaglia. Ne' tempi in cui visse i suoi talenti erano appunto quelli che si richiedevano dal suo partito per ammorzare l'impeto de' Francesi, o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a difendere senza venire a giornata un paese che da trent'anni era sempre stato o guadagnato, o perduto in una sola battaglia. Pure in quest'epoca stessa veniva già da otto mesi divorato dalla malattia che lo portava al sepolcro. La gelosia che fin allora aveva sentita contro Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, dovette dar luogo all'eccesso del dolore. Chiamò egli stesso a Milano questo ministro dell'imperatore; ma il Lannoy non volle che i moribondi occhi del suo rivale vedessero il successore che tanto avevano temuto. Si avanzò lentamente, onde entrare in Milano col marchese di Pescara solamente quando Prospero Colonna agonizzante avesse perduti i sentimenti. Questo grand'uomo morì il 30 dicembre del 1523[87].

Bonnivet, avendo presi i suoi quartieri d'inverno, licenziò la fanteria francese levata nella Linguadocca e nel Delfinato, siccome quella che conosceva poco utile sebbene fosse molto dispendiosa. Calcolava d'avere in vece un corpo di fanteria svizzera, che faceva assoldare per l'imminente primavera. In pari tempo, per aprirsi una più facile comunicazione coi Cantoni, incaricò Renzo di Ceri di attaccare Arona sul lago Maggiore, dandogli per tale impresa sette mila fanti italiani. Ma Anchise Visconti, che difendeva questa fortezza con una guarnigione milanese, gli oppose una così ostinata resistenza, che Renzo di Ceri si vide costretto a levare l'assedio dopo avere battuta la fortezza trenta giorni, lanciandovi sei mila palle[88].

Era altresì giunto in Milano il contestabile di Borbone con un rinforzo di sei mila Landsknecht. L'imperatore, che voleva protrarre il matrimonio del Borbone con Eleonora di Portogallo, e che cercava pretesti perchè non avesse effetto, invece di permettere al contestabile di venire in Ispagna, gli aveva dato il supremo comando dell'armata d'Italia, incaricando il Pescara del comando della fanteria spagnuola, ed il Lannoy dell'amministrazione civile. Dal canto suo il duca d'Urbino aveva avuto ordine dal senato di Venezia di passare l'Adda, e di raggiugnere a Milano l'armata imperiale: onde era questa diventata più numerosa assai di quella di Bonnivet; ma era in preda al disastro che mai non abbandonava le armate dell'Austria; conciossiachè Carlo V non le mandava danaro. I soldi erano da molto tempo arretrati; i soldati saccheggiavano gli abitanti che loro davano l'alloggio; ed i varj stati dell'Italia venivano angariati dai generali, che da loro pretendevano enormi contribuzioni per supplire alle spese della guerra[89].

L'armata imperiale, a motivo de' prosperi risultamenti della precedente campagna, era piena di confidenza; scoraggiata per lo contrario era quella de' Francesi; e que' medesimi capitani, che fin allora erano stati i favoriti della fortuna, cominciavano a provarla contraria. Il cavaliere Bajardo era stato incaricato di difendere Robecco coi signori di Mezieres e di San-Mesmes con dugento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e la fanteria del signore di Lorges: ma egli vi si lasciò sorprendere una notte del mese di febbrajo dal Pescara e da Giovanni de' Medici. Tre mila Spagnuoli, che per riconoscersi portavano sopra le armi una camicia bianca, cinsero da ogni banda la borgata, ed attaccarono i Francesi mentre dormivano; questi, quasi senza difendersi, furono in gran parte uccisi e fatti prigionieri; furono presi quasi tutti i loro cavalli; e Bajardo stesso si salvò a stento combattendo[90].

Bonnivet aspettava in primavera potenti soccorsi che gli dovevan giugnere dalla Svizzera. Egli aveva bruciato il borgo di Rosate per riunire tutte le sue truppe in Abbiategrasso; ed avendo il Ticino alle spalle, poteva tirare dal paese coperto da quel fiume abbondanti provvigioni, che dovevano porlo in istato d'aspettare tranquillamente nel suo campo fortificato la nuova stagione. Attaccandolo in tale posizione i nemici non potevano lusingarsi di felice riuscita; ma il marchese di Pescara propose l'ardito movimento di portare l'armata imperiale al di là del Ticino per porre Bonnivet tra quest'armata e Milano. Calcolò che i Francesi scoraggiati non oserebbero d'attaccare la capitale della Lombardia; ad ogni modo vi mandò il duca Francesco Sforza e Giovanni de' Medici con sei mila uomini; ed il 2 di marzo l'armata imperiale passò sopra tre ponti il Ticino, e venne ad accamparsi a Gambalò[91].

Temendo il Bonnivet d'essere circondato, e di perdere ogni comunicazione col Piemonte, di dove riceveva le vittovaglie, passò ancor esso il Ticino, dopo avere lasciata una grossa guarnigione ad Abbiategrasso, e venne ad accamparsi a Vigevano sulla diritta del fiume. Intanto il duca d'Urbino avea attaccato e preso d'assalto Garlasco, terra assai forte tra l'armata imperiale e Pavia, che trovavasi occupata da' Francesi; questi in ogni scaramuccia avevano perduti molti soldati e cavalli, onde Bonnivet, piuttosto che vedere così consumarsi la sua armata, presentò, sebbene più debole, due giorni di seguito la battaglia agl'imperiali. Ma Lannoy ed il contestabile di Borbone avevano determinato di non esporre all'incertezza di una battaglia generale i vantaggi che loro non potevano venir meno, preferendo di sorprendere alla spicciolata le posizioni del nemico. Attaccarono successivamente ed occuparono san Giorgio e Sartirana; persuasero la città di Vercelli a dichiararsi per loro; e prendendo una vantaggiosa posizione all'Arco di Mario, tra Vercelli e Novara, di già si lusingavano di costringere Bonnivet, che si era chiuso in Novara, a capitolare[92].

Ma il generale francese aveva avviso che da ogni banda si avanzavano truppe in suo soccorso. Claudio di Longueville, duca di Rothelin, gli conduceva pel monte Ginevra quattrocento uomini d'armi, i quali erano di già arrivati a Susa. Attraversando il san Bernardo erano giunti a Gattinara, al di là della Sesia, dieci mila Svizzeri; e cinque mila Grigioni, assoldati nel loro paese da Renzo di Ceri, erano entrati nel Bergamasco, e stavano per unirsi a Federico da Bozzolo, che gli aspettava a Lodi con un grosso corpo di fanteria italiana. Ma Giovanni de' Medici si affrettò di passare nel territorio di Bergamo con dugento cavalli e quattro mila fanti, ed unitovisi ad alcune truppe veneziane, chiuse la strada ai Grigioni; indi attaccandoli ogni giorno colla cavalleria o coll'infanteria leggiere, loro intercettando i convoglj, sorprendendo i loro distaccamenti, gli stancheggiò in maniera, che dopo tre giorni li forzò a ritirarsi ne' loro paesi[93].

Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de' Medici prese Caravaggio, e ravvicinatosi al Ticino ruppe a colpi di cannone il ponte di Boffalora, che serviva di comunicazione tra il quartiere generale di Bonnivet a Novara ed Abbiategrasso dove teneva molti magazzini. Il duca Francesco Sforza risolse di sforzare il napolitano Caraccioli che comandava mille fanti in Abbiategrasso; onde andò a raggiugnere Giovanni de' Medici sotto le mura di questa piazza colla milizia milanese, e dopo un vivo cannonamento la prese d'assalto. Vero è che i Milanesi pagarono assai caro questo vantaggio. La lunga dimora dell'armata francese in quella terra, i patimenti, la miseria, la sudiceria vi avevan generata la peste. I soldati saccheggiando Abbiategrasso contrassero essi medesimi il contagio; lo portarono a Milano col loro bottino, e questo flagello rapì in quella estate cinquanta mila abitanti alla capitale della Lombardia[94].

Intanto Bonnivet, sempre più chiuso nel suo campo, ogni giorno perdendo qualche posto avanzato, più non potendo tirare vittovaglie dal Piemonte, e più non ritrovandone nelle ruinate vicinanze di Novara, vedeva consumarsi continuamente la sua armata per la malattia e per la diserzione. Non solo i mercenarj che formavano la sua fanteria, ma gli stessi uomini d'armi, tutti appartenenti alla nobiltà francese, lo abbandonavano ogni giorno, dopo d'avere perduti i loro cavalli per mancanza di foraggi, ed avere lottato otto mesi contro le malattie e contro la fame. Dieci mila Svizzeri, che avevano valicato il san Bernardo, erano finalmente arrivati a Gattinara nella Valsesia; ma questi pensavano piuttosto a liberare i loro compatriotti del campo di Bonnivet, che a ricominciare una campagna che loro sperar non lasciava troppo prosperi avvenimenti. Malgrado le istanze di Bonnivet, non vollero passare la Sesia ingrossata da continue piogge; e ricusando di recarsi al suo campo, lo costrinsero a raggiugnerli dove si trovavano[95].

Partì dunque Bonnivet da Novara una notte in sul cominciare di maggio, onde nascondere la sua ritirata ai nemici, e prese la strada di Romagnano, terra quasi in faccia di Gattinara. Sebbene il marchese di Pescara fosse avvisato della di lui partenza, ed avesse progettato di prevenirlo, prendendo una più breve via di cui era padrone, l'armata francese arrivò a Romagnano alcune ore prima dei nemici, ed ebbe tempo di gettare un ponte sulla Sesia. Gli Spagnuoli, che l'avevano inseguito troppo precipitosamente, e che, respinti in alcune scaramucce, avevano prese pericolose posizioni, sarebbero stati facilmente sconfitti, se Bonnivet avesse potuto ridurre gli Svizzeri, arrivati presso Gattinara, a passare essi medesimi la Sesia ed a piombare con lui sopra i nemici che lo avevano inseguito: ma invano egli ne fece loro calde istanze; e quando vide di non poterli persuadere a ricominciare la guerra, passò nella stessa notte la Sesia con tutta la sua armata, per unirsi a loro[96].

Fin qui la ritirata di Bonnivet erasi eseguita abbastanza felicemente, sebbene egli avesse lasciati sette cannoni sulla riva sinistra della Sesia. Aveva trovate le truppe fresche degli Svizzeri, le quali avevano ricevuto in mezzo alle loro schiere i suoi equipaggi e le sue truppe affaticate, ed allo spuntare del giorno prendeva con loro il cammino d'Ivrea per tornare in Francia pel Basso Valese. Aveva collocata sulla riva del fiume una batteria per impedire agl'imperiali di passarlo, e ne aveva affidata la guardia a due battaglioni di Corsi e di Provenzali. Ma il marchese di Pescara ed il duca di Borbone, avendo trovato un luogo guadabile, cominciarono ancor essi a passare la Sesia; onde i Corsi spaventati abbandonarono i loro cannoni. Bonnivet per ricuperarli condusse egli medesimo un corpo di cavalleria col signore di Vandenesse, fratello di La Palisse. Bonnivet, ferito da una palla nel braccio sinistro, dovette ritirarsi dalla zuffa, e Vandenesse, ferito più gravemente in una spalla, morì dopo tre giorni[97].

Bonnivet, trovandosi incapace di supplire più a lungo alle funzioni di comandante, affidò la condotta dell'armata al cavaliere Bajardo, il quale si pose coi suoi uomini d'armi nell'ultima linea, onde coprire la ritirata della fanteria. Aveva appena presa questa posizione che vedendosi stringere dagli archibugeri spagnuoli, li caricò colla sua cavalleria per respingerli. «Ma, come Dio volle, fu tirato un colpo d'archibugio, la di cui pietra venne a ferirlo a traverso alle reni, e gli ruppe tutto il grosso osso della schiena. Quando sentì il colpo, si fece a gridare, Gesù! Poi soggiunse: Ah! mio Dio, io sono morto! Prese la sua spada per l'impugnatura, e baciò l'elsa come segno della croce, dicendo ad alta voce, miserere mei Domine![98]»

«Frattanto Bajardo si fece levare da cavallo dal suo maestro di casa, che mai non l'abbandonò, e si fece porre a piè d'un albero col viso rivolto verso il nemico, ove il duca di Borbone, che inseguiva il nostro campo, venne a trovarlo, e disse al detto Bajardo che sentiva molta compassione di lui, vedendolo in quello stato per essere così virtuoso cavaliere. Cui il capitano Bajardo rispose, signore, voi non dovete compiangere me che muojo da uomo onorato, ma bensì io compiango voi, vedendovi servire contro il vostro principe, la vostra patria, il vostro giuramento. E poco dopo il detto Bajardo spirò, e fu rilasciato un salvacondotto al di lui maestro di casa per portare il di lui corpo nel Delfinato, dove aveva avuti i natali[99]

Gl'imperiali continuarono ad inseguire l'armata che si ritirava; ma l'ultimo corpo svizzero, più soffrire non potendo tanta molestia, si gettò su di loro con tanto furore a piena corsa, che li ruppe e li pese in fuga. Questo corpo di quattrocento uomini, che si era troppo slontanato dal corpo d'armata, fu in appresso, a dir vero, avviluppato ed interamente distrutto; ma la sua ostinata resistenza, ed il ritardo dell'artiglieria imperiale, diedero tempo a Bonnivet di eseguire la sua ritirata sopra Ivrea, ove i nemici cessarono d'inseguirlo. Lasciò ancora nella valle d'Aosta, nel forte di Bar, venti cannoni, disperando di poterli condurre a traverso al san Bernardo, e ricondusse pel Valese la sua armata in Francia[100].

Il duca di Longueville, sentendo a Susa che Bonnivet si era ritirato, riprese il cammino del monte Ginevra senza avere veduto il nemico. Novara si arrese a Giovanni de' Medici: Boisì e Giulio di Sanseverino, che comandavano in Alessandria, consegnarono questa città al marchese di Pescara, e Federico da Bozzolo abbandonò Lodi al duca d'Urbino. In poche settimane più non rimase un solo francese in Italia; anzi al contrario Bozzolo e Sanseverino avevano condotti nella Provenza e nel Delfinato circa cinque mila Italiani al soldo della Francia[101].

L'Italia era omai liberata dall'invasione francese, ed erasi ottenuto lo scopo delle due leghe contratte dall'imperatore sia coi Veneziani, sia col papa e coi piccoli stati d'Italia. Tutti gl'Italiani, oppressi dalle spese e dagli sforzi di una ruinosa guerra, altro omai non bramavano che la pace; il papa lusingavasi di far guarentire lo stato attuale dell'Italia dal re d'Inghilterra che aveva contribuito alla vittoria, e dagli Svizzeri che coprivano i confini, e che in addietro si erano così vivamente adoperati per l'indipendenza della Lombardia. Clemente VII ordinava al suo nunzio in Inghilterra d'invocare i buoni ufficj d'Enrico VIII, per porre un termine all'arroganza ed alle vessazioni de' ministri dell'imperatore in Italia, per far rispettare la santa sede, cessare le contribuzioni straordinarie ricevute ogni mese dai Fiorentini, ristabilire il duca di Milano in un'assoluta indipendenza, e far godere ai Veneziani i vantaggi che si erano riservati in forza del loro trattato. Insomma trattavasi di far vedere se l'Italia aveva combattuto per iscuotere un giogo straniero, o soltanto per mutare il padrone; e dal tuono della lettera del datario apostolico scorgevasi che Clemente VII si era di già accorto che i frutti della vittoria non erano gran fatto meno amari di quelli della guerra[102].

Ma i generali, che avevano trionfato in Italia, desideravano che la guerra producesse nuove guerre. Niun pensiero prendevansi della felicità degli stati che pretendevano difendere; bramavano di continuare il loro mestiere, di farsi nome con nuove imprese, e di trovare altre occasioni di esercitare un assoluto potere sulle fortune e sulla vita degli uomini. Il contestabile di Borbone prendeva maggiore interesse che gli altri per la continuazione della guerra. Scriveva all'imperatore ed al re d'Inghilterra essere giunto l'istante di superare i confini della Francia, di vendicarsi dei loro nemici, e di precipitare dal trono Francesco I. Diceva che al nome di Borbone si solleverebbero i suoi antichi vassalli, e verrebbero spontaneamente a collocarsi sotto le insegne straniere. Ignorava costui che il solo delitto d'avere chiamati gli stranieri nella sua patria, cambiava in odio ed in disprezzo tutto l'affetto che i Francesi avevano potuto avere per lui[103]. Carlo V ed Enrico VIII credettero imprudentemente alle di lui parole; il primo ordinò alla sua armata di penetrare nella Provenza; l'altro gli mandò soccorsi, e promise in pari tempo di attaccare le province settentrionali della Francia.

Fu nel mese di luglio che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara passarono il Varo per entrare nella Provenza con sette mila landsknecht, sei mila fanti spagnuoli, due mila Italiani, e sei cento cavaleggieri: il vicerè Lannoy aveva promesso di seguirli a poca distanza con mille uomini d'armi. Ugo di Moncade con sedici galere costeggiava la Provenza per proteggere l'armata e trasportare l'artiglieria: ma Andrea Doria, che aveva il comando di una flotta francese più forte, prese una di queste galere e fece prigioniere il principe d'Orange; ne forzò tre altre a rompere sulla costa, le quali il Pescara fece bruciare perchè non venissero in mano del nemico; e costrinse il Moncade, dopo avere sbarcata la sua artiglieria ad Aix, a chiudersi nel porto di Monaco[104].

Voleva il Borbone approfittare della sorpresa del re di Francia e dello spossamento cui era stata ridotta la sua armata nell'ultima campagna, per portarsi subito sopra Avignone o sopra Lione. Calcolava che nello stesso tempo un'armata spagnuola penetrerebbe nella Guienna, una inglese nella Picardia, e forse una tedesca nella Borgogna. Ma Carlo V ed Enrico VIII non si curavano di soddisfare per questo rispetto le promesse che gli avevano fatte; ed il marchese di Pescara, non volendo compromettere la sua armata conducendola nel cuore del regno, si ostinò perentoriamente a volere ristringere le sue operazioni all'assedio di Marsiglia[105].

A Filippo di Brion, conte di Chabot, era stata dal re affidata la difesa di Marsiglia, cui venne bentosto giù pel Rodano ad unirsi Renzo di Ceri coi cinque mila Italiani che avevano seguito Bonnivet nella sua ritirata. Tra costoro trovavansi molti gentiluomini, costretti dalle rivoluzioni d'Italia ad esiliarsi per sempre dalla loro patria. Tra gli altri vi si vedevano alcuni emigrati pisani, determinati a non voler più soggiacere al giogo de' Fiorentini, e che, per la valorosa difesa che fecero in Marsiglia, acquistarono il diritto di cittadinanza francese, e vi si stabilirono colle loro famiglie. L'assedio fu infatti sostenuto colle più luminose prove di valore. L'artiglieria imperiale aveva aperte nelle mura larghissime brecce; ma il Pescara, dopo aver fatte riconoscere le disposizioni degli assediati, ricusò di dare l'assalto. Sapeva che Francesco I, accompagnato da La Palisse, erasi avanzato fino ad Avignone; che aveva colà ragunata una formidabile artiglieria, otto mila cavalli, quattordici mila Svizzeri, sei mila landsknecht, e dieci mila tra Francesi ed Italiani.

Sia che l'armata del Pescara venisse respinta in un assalto, sia che prendesse la città dopo avere perduta molta gente nell'attacco, correva pericolo di essere soverchiata da forze tanto superiori. Dichiarò adunque in un consiglio di guerra, che il solo partito da prendersi era quello di una subita ritirata. E la necessità di questo consiglio parve ancora più urgente, quando seppesi nel campo imperiale, che Francesco I, dopo di avere passato il Rodano, aveva spinta la sua vanguardia fino a Salon di Crau posta a metà strada tra Avignone e Marsiglia. Il Borbone s'arrese alla superiore esperienza del suo collega; fu imbarcata la grossa artiglieria; ma perchè il mare non era libero, si spezzò la maggior parte de' cannoni, e si caricò il bronzo sui muli, onde fonderli nuovamente giunti che fossero in Italia; ed alla fine di settembre l'assedio di Marsiglia, che mantennesi quaranta giorni, fu levato dall'armata imperiale, che s'avviò a marcie forzate alla volta di Nizza[106].

Non pertanto i marescialli di Chabannes e di Montmorencì avevano raggiunta la coda dell'armata che ritiravasi con tanta celerità, e che, carica d'un immenso equipaggio, entrava in un povero paese, deserto ed alpestre, ove soffrì infinitamente. Il Pescara potè lodarsi di questa ritirata, siccome della sua più bella impresa militare, poichè salvò da un imminente pericolo la sua armata e più di dodici mila bestie da soma; ma i capi che lo inseguivano hanno pure potuto darsi il vanto d'avere più d'una volta cambiata questa ritirata in una vera fuga, e d'avere arricchiti i loro soldati con una immensa preda. Il Pescara continuò a ritirarsi per Nizza, Albenga e Finale, e finalmente fece in un solo giorno la strada da Alba a Voghera, la quale è lunga ben quaranta miglia. Il vicerè Lannoy lo aspettava a Pavia, ove i generali imperiali erano impazienti di tenere un consiglio di guerra intorno ai mezzi di difendere la Lombardia[107].

Infatti lo stesso giorno in cui il Pescara, uscendo dalle montagne della Liguria, era giunto ad Alba, Francesco I aveva fatto il suo ingresso in Vercelli. Invece di tener dietro all'armata imperiale sulla strada da lei tenuta, Francesco aveva sperato di ottenere più luminosi successi prevenendola in Italia. Egli aveva per difesa della Francia adunata una così potente armata, che parvegli capace delle più grandi conquiste. Vedeva come Carlo ed Enrico non erano in istato di attaccarlo nè in Picardia, nè nella Guienna, e supponeva che l'armata che aveva eseguita una così faticosa ritirata a traverso alle montagne della Liguria, mal potrebbe contro di lui difendere la Lombardia. Si dice che questo progetto fu concepito dal solo re; che La Tremouille, Lescuns, d'Aubigni e Chabannes tentarono ogni via perchè non avesse effetto, mentre Bonnivet, La Barre, Chabot e San-Marsault lo incoraggiavano ad eseguirlo: ma che Francesco I, fermo nel suo pensamento, non volle aspettare sua madre, per la quale aveva sempre mostrata tanta deferenza, e che le aveva chiesta la grazia di abboccarsi con lei prima di partire. Qualunque si fosse l'autore di questo progetto, non deve essere giudicato dalla riuscita; poichè, se la campagna fosse stata condotta con intelligenza eguale all'ardore con cui venne cominciata, sarebbe stata probabilmente coronata da felice riuscita[108].

Ma e Francesco I ed il suo favorito Bonnivet avevano il valore del soldato, non i talenti del generale: invece di regolarsi a seconda delle sole presenti circostanze, pareva che ad altro non pensassero che a correggere gli errori ne' quali erano precedentemente caduti; e perchè le circostanze più non erano le medesime, ciò che evitavano come un errore, spesso sarebbe stato loro di sommo vantaggio. Bonnivet non aveva pensato che a precauzionarsi contro la precipitazione e la temerità francese, e con dilungamenti inopportuni aveva perduta l'occasione di conquistare il Milanese. Dal canto suo Francesco I voleva correggere gli errori di Bonnivet tenendo una condotta affatto diversa. Prima di tutto volle occupare Milano, indi Pavia; ed invece avrebbe dovuto distruggere l'armata fuggitiva, che, scoraggiata da così lunga ritirata, non gli avrebbe potuto tener testa, s'egli non le avesse dato riposo.

Le prime operazioni del re erano state ben dirette. Il signore di Lannoi evacuando Asti prima del di lui arrivo, aveva lasciati due mila uomini in Alessandria, sperando che l'armata francese si tratterrebbe ad assediarla; ma Francesco I voleva avanti tutto occupare Milano, persuaso che le piazze che lasciavasi alle spalle s'arrenderebbero in appresso. La peste, che tutta la state aveva infierito in Milano, e fatte perire cinquanta mila persone, aveva costretto Francesco Sforza ed il suo cancelliere Moroni ad abbandonarla. Questi, malgrado le istanze del Pescara, ricusarono di rientrarvi per sostenere un assedio, e per lo contrario autorizzarono i cittadini a sottomettersi ai Francesi; onde il Pescara, che più non trovava ne' Milanesi, avviliti da tante calamità, nè zelo per la loro indipendenza; nè soccorsi pecuniarj, nè braccia pel lavoro, credette prudente consiglio di non tenere la sua armata in una città infetta di peste, che poteva diventare il suo sepolcro; perciò diede ordine di evacuarla, ed il 26 ottobre del 1524 le ultime truppe imperiali, comandate da Alarcone, uscirono per la porta Romana, mentre che le francesi vi entravano per le porte Ticinese e Vercellina. Il 30 ottobre vi fu mandato la Tremouille per assumere il comando come luogotenente del re: aveva con lui il conte di San-Paul, il signore di Vaudemont, il maresciallo di Foix e Teodoro Trivulzio. Settecento fanti spagnuoli formavano la guarnigione del castello abbondantemente approvigionato[109].

Il disordine in cui trovavasi l'armata imperiale, lo scoraggiamento de' soldati che da oltre un mese ritiravansi a marcie forzate innanzi al nemico; la mal intelligenza che supponevasi tra i generali; l'impossibilità in cui si erano trovati di difendere Milano; tutto faceva conoscere che dovevansi inseguire caldamente senza lasciarli respirare. Il marchese di Pescara, uscendo di Milano, erasi ritirato a Lodi; ma sapevasi che la maggior parte de' di lui soldati, oppressi dalla fatica, e non sentendosi abbastanza forti per difendersi, avevano gettate le armi; che quasi tutta la cavalleria era smontata, avendo perduti i cavalli nelle lunghe marcie sulle montagne; che Lodi non poteva resistere più di Milano; e che, potendo i Francesi passare l'Adda prima degl'imperiali, l'armata degli ultimi non poteva a meno di non essere tagliata fuori e distrutta, o fatta prigioniera. Sgraziatamente avevano persuaso a Francesco I che una guerra reale, una guerra in cui egli comandava personalmente le armate, non doveva trattarsi colle comuni regole della tattica, e che avanti tutto dovevasi osservare ciò che richiedeva l'onore della corona. Quest'onore, gli si diceva, non permetteva ch'egli entrasse in Milano finchè la fortezza era nelle mani de' nemici; che si lasciassero alle spalle piazze non sottomesse; e per ultimo che si perdonasse a coloro che in una terra mal fortificata avevano l'insolenza di resistergli[110].

L'ammiraglio Bonnivet era colui che più d'ogni altro intratteneva il re di questa fallace gloria; e fa pure lo stesso Bonnivet che lo persuase a richiamare le truppe di già in cammino alla volta di Lodi, per far loro prendere la strada di Pavia, non convenendo alla dignità del re di Francia di andare in traccia di nemici lontani, quando altri ne aveva più vicini[111]. I generali imperiali in questa loro disfatta si erano separati. Antonio di Leiva erasi incaricato di difendere Pavia con cinque mila Tedeschi, cinquecento Spagnuoli, e due compagnie di cavalleria comandate da Garzia Manrique. Il marchese di Pescara trovavasi in Lodi col rimanente della fanteria spagnuola, intenzionato di continuare la sua ritirata: ma quando vide che i Francesi lo lasciavano respirare, pensò di afforzarvisi. Il Lannoi passò l'Adda e si accampò in Soncino colla cavalleria; mentre il Borbone recossi precipitosamente in Germania, onde ottenere dall'arciduca Ferdinando potenti soccorsi, senza i quali l'Italia era irremissibilmente perduta per la casa d'Austria. Francesco Sforza ed il cancelliere Moroni si chiusero in Pizzighettone, e poco dopo in Cremona[112].

Francesco I aveva in allora sotto i suoi ordini due mila lance, otto mila fanti tedeschi, sei mila Svizzeri, sei mila avventurieri in gran parte francesi, e quattro mila Italiani. Con questa formidabile armata andò il 28 ottobre ad accamparsi a san Lanfranco presso le mura di Pavia, facendo dall'altra parte del Ticino occupare il sobborgo di sant'Antonio dal signore di Montmorencì. Siccome per prendere questa posizione bisognava impadronirsi di un ponte sul fiume, protetto da una torre, fece appiccare coloro che la custodivano per avere ardito di resistere ad un re di Francia[113].

Il re fece subito porre allo scoperto una batteria in faccia alle mura, e tentò per due giorni di seguito di praticarvi una breccia. Ma dietro la breccia, ch'egli effettivamente aprì nella muraglia esterna, trovò larghe e profonde trincee, ben fiancheggiate, e le case con feritoje occupate dagli archibugeri. Dopo avere perduti molti buoni ufficiali nell'assalto che fece dare, conobbe che contro una guarnigione così numerosa, comandata da così esperimentato capitano qual era Antonio di Leiva, si doveva procedere a regolare assedio. Cominciò dunque ad aprire delle trincee per collocare i cannoni in batteria, coprendo i suoi fianchi con cavalli di frisa. In pari tempo fece cavare delle mine nelle quali bisognava disputarsi il terreno palmo a palmo. Cercò pure col consiglio dei suoi ingegneri di svolgere uno de' due rami del Ticino, per lasciare a secco le mura a piè delle quali scorreva: infatti questo fiume, due miglia al disopra di Pavia, dividesi in due rami, uno de' quali bagna le mura della città, l'altro, chiamato il Gravellone, se ne scosta un buon miglio e si riunisce di nuovo al primo, avanti di mettere foce in Po. Trattavasi di far passare nel Gravellone tutta la massa delle acque. Ma in quasi tutte le circostanze l'impeto delle acque non rispettò i lavori degl'ingegneri militari. Abbondanti piogge distrussero in poche ore l'opera di molte settimane; l'assedio aveva di già assorbito un tempo prezioso, e consumato molto danaro e molta gente, senza che l'armata francese avesse ottenuto verun vantaggio[114].

Mentre che l'assedio di Pavia avanzava con estrema lentezza, facevano maggior danno all'imperatore le negoziazioni che non le armi francesi. Il cardinale Wolsei cercava segretamente di alienare Enrico VIII, suo padrone, dall'alleanza, cui egli stesso avevalo più degli altri consigliato. Il papa Clemente VII protestava di non volere, come padre comune de' fedeli, soccorrere un monarca contro l'altro. Erasi rifiutato di rinnovare la federazione sottoscritta dal suo predecessore, e dopo la ritirata dell'ammiraglio Bonnivet nel precedente anno, si era considerato come straniero in una guerra continuata dalla sola ambizione di Carlo V. I Veneziani sospiravano dietro l'antica loro alleanza colla Francia, ed aspettavano consiglio dagli avvenimenti; tutti avevano osservato con estrema diffidenza, che l'imperatore, non contento di disporre a voglia sua dello stato di Milano come se fosse cosa sua, aveva pretestati i più frivoli motivi per non accordarne l'investitura a Francesco Sforza. Ma quando il papa ebbe certa notizia che l'armata imperiale, incapace di resistere ai Francesi, non faceva verun movimento per liberare Pavia dall'assedio, al malcontento che gli aveva dato Carlo V si aggiunse il timore d'irritare Francesco I. Egli non volle essere più oltre creduto nemico di un principe contro il quale niuna armata ardiva mantenersi in campagna, e mandò Giovanni Matteo Giberti, vescovo di Verona e datario apostolico, a trattare coi Francesi[115].

Presentavasi il Giberti come mediatore ed aveva perciò visitati a Soncino il vicerè e gli altri capitani imperiali, portando loro parole di pace; ma questi, incoraggiati dalla resistenza di Pavia, gli avevano risposto che non tratterebbero con Francesco I, finchè questi conservasse un palmo di terra nel ducato di Milano. Quando in appresso il Giberti arrivò presso il re di Francia, questi che dalla lentezza del fuoco degli assediati supponeva che cominciassero a mancare di munizioni, gli rispose che una fiorente armata qual era la sua, non era destinata alla sola conquista di Milano e di Genova, ma che lusingavasi di ricuperare anche il regno di Napoli[116].

Dopo questi esperimenti di generali negoziazioni, il vescovo di Verona si fece a parlare della riconciliazione del suo padrone colla Francia. Il re altro non gli chiedeva che una semplice neutralità; ed infatti Clemente VII obbligossi in nome proprio ed a nome dei Fiorentini, a non dare veruna nè segreta nè palese assistenza ai nemici del re. Dal canto suo Francesco prometteva la sua protezione al papa ed ai Fiorentini, e si obbligava a mantenere in Firenze l'autorità de' Medici. Nello stesso tempo, ed alle stesse condizioni Clemente VII trattò per i Veneziani, e la negoziazione da lui intavolata venne confermata dal senato di Venezia in principio di gennajo del 1525. Ambidue provavano i medesimi timori sia che i Francesi o gl'Imperiali fossero vittoriosi; ambidue desideravano ardentemente una pace, finchè le forze loro erano press'a poco eguali; ambidue avrebbero voluto impedire alle potenze belligeranti di venire ad un fatto decisivo. Ma il debole carattere di Clemente VII, la sua avarizia, la sua irrisoluzione, lo ritrassero dal seguire i consigli che gli davano i suoi più saggi ministri, cioè di far avanzare una formidabile armata sul Po, di riunirla a quella de' Veneziani, rendendo così rispettabile la neutralità de' due più potenti stati d'Italia, invece di lasciarla in balìa del vincitore[117].

Il mezzo che Clemente VII riputò più conveniente per affrettare le negoziazioni di una pace generale, fu quello di tenere inquieti i generali imperiali rispetto al regno di Napoli. Pare adunque, che consigliasse da principio a Francesco la spedizione del duca d'Albanì nel mezzogiorno d'Italia, dal che però cercò in appresso di dissuaderlo. Francesco I, che vedeva l'impossibilità di spingere vivamente l'assedio di Pavia durante la cattiva stagione, e che di mal animo teneva oziosa una così numerosa armata, aveva date a Giovanni Stuard, duca d'Albanì, dugento lance, seicento cavaleggieri ed otto mila pedoni, perchè s'incamminasse alla volta di Napoli[118].

Tosto che la fazione francese nel regno di Napoli ebbe sentore della mossa del duca d'Albanì, cominciò subito a sollevarsi; i baroni angiovini, la città dell'Aquila e tutti gli Abruzzi, sembravano apparecchiati a tentare una rivoluzione. Il consiglio di Napoli scrisse al signore di Lannoy, che, se non voleva perdere il regno affidatogli, doveva sollecitamente ricondurvi l'armata imperiale per respingere l'invasione straniera, e contenere i malcontenti. Infatti il vicerè, spaventato da questi avvisi, voleva accorrere alla difesa del suo territorio; ma vi si oppose il marchese di Pescara onde non s'indebolisse l'armata di Lombardia. Egli dimostrò che conveniva difendere Napoli e Pavia, conciossiachè un solo vantaggio avuto sopra Francesco I bastava per richiamare il duca d'Albanì anche vittorioso, mentre invece, ove pure il duca rimanesse perdente nel regno di Napoli, i di lui rovesci non potrebbero por fine alla guerra di Lombardia. Si prese quindi il partito di mandare a Napoli il duca di Traietto con ordine di levare contribuzioni nel paese, e di provvedere nel miglior modo che potrebbe alla difesa del regno colle sole milizie nazionali, mentre che si terrebbero in Lombardia tutte le forze imperiali[119].

L'assedio di Pavia procedeva poco vigorosamente, perchè i Francesi cominciavano a mancare di munizioni: dall'altro canto il duca d'Albanì attraversava l'Italia con estrema lentezza, accrescendo così fede all'universale opinione, che piuttosto cercasse d'intimorire gl'Imperiali, che di fare realmente la conquista del regno. Pure la sua marcia serviva ai Francesi per formare nuove alleanze, facendo dichiarare per loro i deboli stati, che il solo timore aveva strascinati nella lega dell'imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, domandò di essere nuovamente ricevuto sotto la protezione francese, e la comperò con un sussidio di settanta mila fiorini, venti mila de' quali vennero pagati in munizioni d'artiglieria. Giovanni de' Medici, il celebre comandante delle bande nere, venne incaricato di condurre a Pavia queste munizioni; egli aveva di fresco mutato nuovamente partito, lagnandosi d'essere stato dagl'Imperiali trascurato nella precedente campagna, ed era giunto al campo francese il 4 di dicembre colla formidabile sua truppa. Il duca d'Albanì penetrava in Toscana per la via della Garfagnana. In principio di gennajo gli si unì Renzo di Ceri con tre mila fanti italiani sbarcati da una flotta francese. Lucca gli pagò dodici mila ducati e gli diede alcuni cannoni. Firenze lo accolse come generale di una potenza amica; Siena non solo acquistò la protezione della Francia con una contribuzione, ma dovette acconsentire al richiamo del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui mani Clemente VII desiderava di vedere riposto il governo di quella città. Finalmente il papa, quando l'Albanì fu vicino a Roma, pubblicò il trattato di neutralità conchiuso colla Francia, e fin allora tenuto segreto[120].

Ma sebbene il duca d'Albanì fosse entrato nello stato di Roma, e che assoldasse nuovi fanti nelle terre degli Orsini, mentre che dal canto loro i Colonna ne assoldavano altri a Marino per difendere il regno di Napoli, gli occhi di tutta l'Europa non erano volti a questi avvenimenti, ma soltanto a ciò che accadeva in Lombardia. Il Borbone era colà tornato verso la metà di gennajo, conducendo dalla Germania cinquecento cavalli borgognoni e sei mila fanti che gli erano stati dati dall'arciduca Ferdinando, con un corpo di quasi altrettanti volontarj assoldati dalle città imperiali e dalla nobiltà immediata. Marco Sittich d'Embs e Niccolò, conte di Salm, comandavano i primi, Giorgio Frundsberg gli altri. I Veneziani, che non eransi obbligati che ad una perfetta neutralità, loro accordarono il libero passaggio[121].

Dopo avere ricevuto questo rinforzo, l'armata imperiale si trovò superiore a quella di Francia, ma mancava assolutamente di danaro; Carlo V, seguendo la sua pratica, non ne mandava nè dalla Spagna, nè dalla Fiandra: non poteva somministrarne il regno di Napoli chiamato a difendere sè medesimo; il ducato di Milano, che fin allora aveva mantenuto l'armata, oltre l'essere interamente ruinato, era in gran parte occupato da' Francesi; e gli stati indipendenti d'Italia non pagavano più le contribuzioni loro precedentemente estorte a viva forza. In Pavia Antonio di Leiva non aveva più polvere, mancava di vino e d'ogni altra vittovaglia, ad eccezione del pane. I soldati, anche prima che cominciasse l'assedio, non ricevevano da lungo tempo il loro soldo, e di già cominciavano a domandarlo con minacciose grida, onde Leiva temeva che non dessero la città ai nemici. Prese perciò tutti gli argenti delle chiese, e ne coniò una nuova moneta che loro distribuì; il Pescara trovò il modo di fargli passare tre mila ducati, la quale piccola somma servì a far credere agli assediati che il danaro pel loro soldo si trovava nel campo imperiale; ma ch'era quasi impossibile il farlo giugner loro a traverso alle linee degli assedianti. Finalmente il comandante de' Tedeschi, il conte Eitel Federico di Zollern, il di cui nome viene dal Giovio travisato sotto quello d'Azornio, avendo eccitata la diffidenza di Antonio di Leiva, fu da lui avvelenato in un pranzo[122].

Il marchese di Pescara, Lannoy, e Borbone, sentivano ancora più vivamente il bisogno del danaro per l'armata con cui pensavano di far levare l'assedio di Pavia. Non solo era dovuto il soldo a tutte le loro truppe da molti mesi, ma non ne avevano abbastanza per far trasportare l'artiglieria, per provvedere alcune vittovaglie, nell'istante in cui, volendo trar fuori le truppe da' quartieri d'inverno, più non sarebbero alimentate dagli abitanti. Però i generali imperiali sentivano la necessità di attaccare il campo francese prima che il re ricevesse le nuove truppe che faceva levare nella Svizzera, in Italia ed in Francia, prima che la miseria inducesse gli assediati a capitolare, e prima che per mancanza di pagamento le loro truppe si disperdessero[123].

Il marchese di Pescara cercò di calmare i soldati, i quali avevano dichiarato che non uscirebbero da' quartieri d'inverno finchè non sarebbero loro pagati i mesi arretrati. Cominciò col risvegliare il naturale orgoglio degli Spagnuoli, il loro odio verso i Francesi e la loro cupidigia, promettendo loro le ricche spoglie dell'armata reale. Dopo avere ottenuta la loro promessa di servire ancora un intero mese senza soldo, adducendo il loro esempio si volse ai Tedeschi, e gli esortò a mostrare la medesima generosità in una causa in cui erano più particolarmente interessati, poichè trattavasi di liberare i loro compatriotti assediati in Pavia. Giorgio Frundsberg, il di cui figliuolo Gaspare era chiuso in Pavia con Antonio di Leiva, fece con tutto il suo zelo e con tutto il suo credito valere questo motivo presso i suoi compatriotti, e fece in modo che ottenne da loro la medesima promessa che il Pescara aveva ottenuto dagli Spagnuoli. Solo restavano a persuadersi gli uomini d'armi ch'erano a Soncino con Carlo di Lannoy, i quali si mostravano meno docili degli altri. Il loro orgoglio era umiliato, perchè non avevano avuto occasione di mostrare il proprio valore nelle precedenti campagne. Il Pescara aveva riposta tutta la sua fiducia nella fanteria, ed in particolar modo ne' fucilieri ed archibugieri spagnuoli da lui formati; e gli uomini d'armi, lasciati oziosi, erano non infrequentemente l'oggetto della derisione de' pedoni. Per persuaderli a marciare, d'uopo fu che il Pescara e gli altri capi dividessero tra gli uomini d'armi il privato loro danaro. Egli finalmente ottenne in tal modo che raggiugnessero il restante dell'armata; e il 25 di gennajo si pose in cammino da Lodi per Marignano[124].

Il re, avvisato della marcia dell'armata imperiale, suppose dapprima che fosse intenzionata di occupare Milano, ma quando seppe che, partendo da Marignano, aveva piegato a sinistra lungo il Lambro per avvicinarsi a Pavia, richiamò da Milano all'armata La Tremouille e Lescuns, ed adunò un consiglio di guerra per risolvere intorno al partito da prendersi. Tutti i più vecchi generali, La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, La Tremouille, Teodoro Trivulzio, il duca di Suffolck della Rosa Bianca, ed il bastardo Renato di Savoja, si sforzavano di far sentire al re che la peggiore situazione era quella di aspettare d'essere attaccato nel proprio campo, tra una città assediata, ove trovavasi una grossa guarnigione, ed un'armata più numerosa della sua; che non doveva tardare a levare l'assedio di Pavia, portando l'armata tra questa città e Milano a Binasco o alla Certosa; che il paese, tutto intersecato di canali, offriva molti vantaggiosi accampamenti, e ch'era facile lo sceglierne uno, in cui la sua armata tutt'adunata non potrebb'essere attaccata senza un eccesso di temerità; che gl'imperiali, senza danaro e senza viveri, non potrebbero lungamente tenersi in campagna, e che l'imbarazzo loro verrebbe accresciuto col ricevere nel proprio campo la guarnigione di Pavia, cui si era fatto credere che il soldo fosse in pronto, e la quale, non ricevendo danaro dopo tante privazioni, ecciterebbe facilmente una sollevazione in mezzo a truppe tutte egualmente malcontente; che bastava guadagnare tempo per ottenere tutti i frutti della più compiuta vittoria; e che, se la disperazione riduceva il Pescara a cercare la battaglia, la più comune prudenza insegnava al re a schivare ciò che il suo nemico desiderava[125].

Ma Francesco I non ascoltava che Bonnivet, perchè questi lo intratteneva sempre della sua gloria. Indegna cosa sarebbe, questi gli diceva, della maestà di un re di Francia di lasciarsi dagli stessi nemici svolgere dai suoi disegni, di rinculare quand'essi avanzavano, e di abbandonare un'impresa che si era impegnato di condurre a fine in faccia a tutta l'Europa. Che i generali ordinarj potevano lasciarsi guidare da queste comuni considerazioni di prudenza o di tattica militare; ma che, trovandosi compromessa la maestà reale, l'onore della corona doveva essere la prima base dell'arte della guerra. Dietro una così fallace opinione dell'onore e del dovere di un re, Francesco I risolse di continuare l'assedio di Pavia in presenza del nemico, contro il parere de' suoi più sperimentati generali, e contro le istanze del papa[126].

Francesco I ristrinse il suo accampamento, e ne guarnì i trinceramenti con una formidabile artiglieria, credendo in tal modo essersi posto in sicuro contro ogni attacco. Quando era cominciato l'assedio aveva divisa la sua armata in tre campi. Il primo a san Lanfranco, dove comandava in persona, era posto in su la sinistra del Ticino, dalla banda in cui giugne a' piedi delle mura della città; il secondo, in cui comandava La Palisse, era egualmente sulla sinistra del Ticino, ma sotto alla città; il terzo sotto gli ordini di Montmorencì era in su la destra del Ticino nell'isola che forma col Gravellone. Francesco I, avvicinandosi gl'imperiali, abbandonò il suo campo di san Lanfranco, e si unì a La Palisse, chiamandovi ancora il Montmorencì, e non lasciando nell'isola che un piccolo corpo di truppe sotto gli ordini del signore di Clermont. Per tal modo tutte le sue forze si trovarono riunite in un solo campo al levante della città, in riva al Ticino, e sulla strada che tenevano i nemici. Era questo campo fortificato in faccia, verso Lodi, da un parapetto e da una fossa che stendevasi fino al fiume, a destra dal Ticino, ed a sinistra dal muro di un vasto parco, che circondava la casa di caccia dei duchi di Milano a Mirabello. Il re fece in tre luoghi atterrare questo muro, onde formare altrettante porte, per le quali poteva entrare nel parco; il rimanente del muro serviva di difesa al suo campo, e chiudeva ai nemici la via della città[127].

Il Pescara, cui Borbone e Lannoy, tratti dall'irresistibile sentimento della superiorità de' di lui talenti, avevano abbandonata la direzione dell'attacco andava frattanto avvicinandosi, ma lentamente e con precauzione, all'armata reale. Aveva trovato in sul passaggio del Lambro il castello di sant'Angelo difeso da Pirro da Bozzolo, fratello di Federico, con dugento cavalli ed ottocento fanti. Sebbene questo posto fosse fortissimo, e che il re, che lo aveva fatto di fresco riconoscere, si tenesse sicuro che resisterebbe lungamente, il Pescara lo prese in un giorno, essendo entrato egli stesso il secondo per la breccia nella piazza, colla temerità di un granatiere, piuttosto che colla prudenza di un generale[128].

Circa lo stesso tempo altre perdite indebolirono successivamente l'armata del re. Egli aveva ordinato al marchese di Saluzzo di condurgli sollecitamente da Savona, dov'egli trovavasi, quattro mila Italiani precedentemente destinati contro Genova. Questi, attraversando senza precauzione l'Alessandrino, furono sorpresi nel passare la Bormida da Gaspare Maino, comandante delle truppe dello Sforza, ed interamente disfatti o fatti prigionieri[129]. Gian Luigi Palavicino con un corpo ancora più numeroso lasciossi sorprendere il 18 di febbrajo a Casal maggiore, di dove avanzavasi per attaccare Cremona, e fu pure fatto prigioniere[130]. Finalmente Giovan Giacomo Medici, milanese, il quale non apparteneva alla famiglia fiorentina dello stesso nome, riuscì con uno stratagemma a privare il re dell'assistenza di sei mila Grigioni, che servivano nel di lui campo. Costui sorprese la città ed il castello di Chiavenna all'estremità del lago di Como[131], e con tale inaspettato attacco spaventò talmente la lega grigia, che dessa ordinò a tutti i Grigioni che trovavansi nell'armata del re di accorrere in difesa della loro patria; e questi furono accompagnati da alcuni battaglioni svizzeri, i quali dichiaravano che il loro più pressante dovere era quello di soccorrere i loro confederati[132].

L'armata imperiale andava sempre più accostandosi a Pavia. Il primo di febbrajo era venuta ad accamparsi a Vistarino; il 3 dello stesso mese si stabilì nei prati di santa Giustina, due miglia e mezzo distante dalla città, e ad un solo miglio da' corpi avanzati dell'armata francese. Le due armate trovaronsi in allora così vicine, che potevano cannonarsi senz'uscire da' loro campi. Un fiumicello, detto la Vernacula, li separava, e perchè era profondo ed aveva le rive alquanto alte serviva egualmente di difesa agli uni ed agli altri. Ma il Pescara non si era tanto avvicinato che per venire a battaglia, onde andava studiando le posizioni de' Francesi; si avanzava frequentemente sotto il loro fuoco per meglio conoscerle, e per sapere a quale corpo particolare era affidata cadauna parte del campo. Per tal modo aveva conosciuto che sarebbe quasi impossibile di sforzare i Francesi ne' loro trinceramenti; perciò gli andava stancheggiando con continue scaramucce di giorno e di notte, e lusingavasi che alcuna di quelle parziali zuffe potrebbe cambiarsi in generale battaglia. Infatti più d'una volta le due armate si mossero interamente per un accidentale attacco. Un branco di montoni, preteso da ambo le parti, fu in sul punto di cagionare una battaglia generale; pure dopo che Lannoy e Borbone, che Bonnivet e lo stesso Francesco I furono entrati nella mischia, le due armate si ritirarono nel proprio campo press'a poco con eguale danno[133].

Ma il più delle volte gli attacchi del Pescara avevano più felici risultati: egli sorprese consecutivamente i Landsknecht della banda nera comandati dal duca di Suffolck, indi gl'Italiani della banda nera di Giovanni de' Medici. Questi per vendicarsi tirò in un'imboscata una sortita della guarnigione di Pavia; ma mentre, dopo averle uccisa molta gente, stava indicando a Bonnivet il campo di battaglia, e gli andava spiegando le sue disposizioni, fu il 20 di febbrajo ferito in una coscia così dolorosamente da una palla, che fu costretto d'abbandonare l'armata, facendosi trasportare a Piacenza per esservi medicato[134].

In mezzo al ricinto, le di cui gagliarde muraglie coprivano uno de' fianchi del campo francese, era fabbricato il palazzo di Mirabello, antica casa di caccia dei duchi di Milano. Il re vi aveva mandato, come in luogo più lontano da' pericoli, i suoi ministri ed ufficiali che seguivano il campo senz'essere addetti alla milizia, come pure Aleandro, legato del papa. Varj mercanti e magazzinieri avevano nello stesso luogo aperta una specie di fiera, e vi erano protetti dagli uomini d'armi della retroguardia. Disperando il Pescara di forzare i trinceramenti del campo francese, formò il progetto di penetrare nel parco e di avanzarsi sopra Mirabello. Se ciò gli riusciva, contava in appresso di circondare l'armata francese dalla parte sinistra, e di aprirsi una comunicazione colla guarnigione di Pavia. Se il re voleva vietargliene il passaggio, era forzato di rinunciare al vantaggio de' suoi trinceramenti per dargli battaglia nel parco. Però affinchè l'affare si rendesse generale, bisognava per altro che il Pescara facesse entrare la sua armata nel parco prima che i Francesi avessero sentore del suo progetto, altrimenti ne avrebbero difese le muraglie collo stesso vantaggio con cui difendevano i loro trinceramenti. Incaricò adunque lo spagnuolo Salsede di fare nella notte che precedeva il 25 di febbrajo una breccia nelle mura del parco, non già coll'artiglieria, onde non levare a rumore tutto il campo nemico, ma col montone e cogli zappatori, facendo nello stesso tempo eseguire altri attacchi in diversi luoghi per traviare l'attenzione, e soffocare il fracasso; indi avvertì Antonio di Leiva di tentare una sortita ad un convenuto segnale[135].

Soltanto a due ore prima di giorno si trovò la breccia aperta nella muraglia del parco. Il Pescara, che aveva fatta indossare a tutti i suoi soldati una camicia bianca sopra le armi, onde si riconoscessero nell'oscurità, fece da prima entrare nel parco Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, suo cugino, con sei mila fanti tedeschi, spagnuoli ed italiani, e tre squadroni di cavalleria, ordinandogli di portarsi direttamente sopra Mirabello. Lo stesso Pescara gli tenne dietro con un secondo corpo d'armata composto di fanteria spagnuola. Il Lannoy ed il contestabile di Borbone conducevano il terzo ed il quarto corpo, tutto formato di Tedeschi. Gl'imperiali erano di già entrati nel parco, senza che i Francesi si fossero accorti del loro disegno. Ma finalmente questi si erano mossi e posti in ordine di battaglia, onde gl'imperiali, per portarsi a Mirabello, dovevano passare sotto il fuoco dell'artiglieria francese, diretta da Giacomo Galliot, siniscalco d'Armagnacco. Siccome gl'imperiali correvano per sottrarsi più presto alle continue scariche, il re credette che fuggissero, ed uscì dalle sue linee per caricarli. Fidavasi nella superiorità della sua cavalleria in una pianura accomodata alle grandi evoluzioni; ma con tale movimento venne a cuoprire la sua artiglieria, la forzò a sospendere il fuoco, e trovò la cavalleria nemica frammischiata agli archibugeri spagnuoli, le di cui scariche atterrarono bentosto non pochi de' suoi più valorosi cavalieri[136].

Quando il Pescara vide attaccata la battaglia, fece richiamare il marchese del Guasto; ma questi, sentendo il cannone, aveva prevenuti i suoi ordini e di già si trovava in linea. L'armata imperiale poteva in allora contare sedici mila tra fanti spagnuoli e tedeschi, mille italiani e mille quattrocento cavalli. Francesco I credeva di avere nella sua mille trecento lance, e venticinque mila fanti; ma era ingannato da' suoi capitani e dagl'ispettori alle reviste, i quali gli facevano pagare il soldo di moltissimi soldati che più non esistevano, o che mai non avevano esistito[137]. Francesco I affidò a Bussì d'Amboise la custodia del suo campo e la sua difesa contro le sortite d'Antonio di Leiva; oppose i suoi Svizzeri ai Tedeschi, ed i suoi Landsknecht delle bande nere agli Spagnuoli. Nel cominciamento della battaglia Philippe di Chabot e Federico da Bozzolo presero cinque cannoni agli Spagnuoli, e la banda nera de' Landsknecht respinse fino nella Vernacula un corpo di cavalleria leggiere: ma questi medesimi vantaggiosi avvenimenti tornarono in danno de' Francesi; perciocchè gli uomini d'armi, credendo vinta la battaglia, slanciaronsi disordinatamente addosso ai nemici, sguarnirono i fianchi degli Svizzeri e de' Landsknecht, che dovevano proteggere, e fecero cessare affatto il fuoco dell'artiglieria francese, nella quale stava la vera superiorità di Francesco I[138].

Terribile fu questa carica degli uomini d'armi: giammai nelle guerre d'Italia non erasi combattuto con maggiore accanimento; nè mai infatti non furono attaccati alla sorte d'una sola battaglia più grandi destini. Si fu in quest'urto che Ferdinando Castriotto, marchese di sant'Angelo, ultimo discendente di Scanderbeg, fu ucciso, per quanto si disse, dallo stesso Francesco I. Gli uomini d'armi borgognoni, giunti di fresco dalla Germania col contestabile di Borbone furono posti in fuga; e già parevano dover presto cedere anche gli squadroni di Lannoy e di Borbone, allorchè ottocento fucilieri spagnuoli diretti dal Pescara si sparsero sui fianchi degli uomini d'armi francesi, ed uccisero tanti cavalieri che gli altri dovettero separarsi. Quando gli uomini d'armi tornavano poi ad unirsi per dar addosso ai fucilieri, questi disperdevansi egualmente, e colla loro agilità si sottraevano sempre ad un nemico che non cessavano di molestare. Frattanto il marchese del Vasto, approfittando del disordine della cavalleria francese, aveva attaccata l'ala destra composta di Svizzeri comandati da Montmorencì. Questi non sostennero l'antica loro riputazione, malgrado gli sforzi del Montmorencì e del maresciallo di Fleuranges, che furono ambidue fatti prigionieri; essi vilmente fuggirono. Giovanni di Diesbach, il primo de' loro capitani, piuttosto che partecipare al loro disonore, non avendo potuto trattenerli, si gettò a corpo perduto fra i nemici e si fece uccidere. I Landsknecht della banda nera resistettero soli da questo lato all'attacco degl'imperiali; ma, chiusi da un accorto movimento di Frundsberg in mezzo a tre battaglioni, furono quasi tutti uccisi. Colà perirono con Longman d'Ausburgo, loro comandante, Riccardo di Suffolck della Rosa Bianca, pretendente al trono d'Inghilterra, Francesco di Lorena, fratello del duca regnante, Wirtemberg di Lauffen, e Teodorico di Schomberg, fratello del primo segretario di Clemente VII. La Palisse scavalcato, e di già fatto prigioniere, fu ucciso da un soldato spagnuolo; La Tremouille cadde morto presso al re per un colpo d'archibugio; Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, che cercava di trattenere i fuggitivi, fu pure ucciso in sugli occhi del re. L'ammiraglio Bonnivet, dopo aver inutilmente tentato di riordinare gli Svizzeri, e non volendo sopravvivere ad una sconfitta di cui sentivasi colpevole, corse a visiera alzata ove i nemici erano più fitti, e cadde ferito da più colpi di spada nel volto. Il re, avendo di già perduta la maggior parte de' suoi commilitoni, si andava valorosamente difendendo colla sua spada; ma mentre spingeva il suo cavallo verso il ponte della Vernacula, questo cavallo, ferito in più luoghi, cadde presso Diego Abila e Giovanni d'Urbieta, che senza conoscere Francesco vollero farlo prigioniero. La Mothe Hennuyer, che lo riconobbe sebbene ferito nel viso, gli propose di arrendersi al duca di Borbone; ma Francesco domandò il vicerè signore di Lannoy, ed a lui solo acconsentì di consegnare la spada[139].

Poichè i Francesi intesero la prigionia del re, più non fecero resistenza, e più non cercarono che di salvare la propria vita; ma i vincitori si mostrarono senza pietà, ed in particolare quelli della guarnigione di Pavia, che non ebbero parte nella battaglia che quando i nemici erano in fuga, uccidendo barbaramente coloro che i loro commilitoni avevano vinti. Molti Svizzeri, per sottrarsi al furore degli Imperiali, gettaronsi nel Ticino, in cui, non sapendo la maggior parte nuotare, miseramente perirono. Bussì d'Amboise ricondusse sul campo di battaglia la truppa che gli era stata data per la guardia del campo, ma fu dispersa da' Tedeschi di Frundsberg, ed egli medesimo ucciso. Contaronsi tra i morti Giacomo di Chabanes, Lescuns, maresciallo di Foix, Aubignì, il conte di Tonnerre, una ventina de' più grandi signori di Francia, e circa otto mila soldati. Trovavansi tra i prigionieri il re di Navarra, il bastardo di Savoja, Anna di Montmorencì, Francesco di Borbone, conte di san Paolo, Filippo di Chabot, Laval, Chandieu, Ambricourt, Fleuranges, Federico da Bozzolo, due Visconti, e moltissimi altri signori. Gl'imperiali non avevano perduti che settecento uomini[140].

Il duca d'Alenson, cognato del re, che aveva il comando della retroguardia, abbandonò i suoi equipaggi, e si ritirò nel Piemonte con una celerità che fece grandissimo torto alla sua riputazione, onde egli morì bentosto accorato di dolore e di vergogna. Il conte di Clermont, che comandava nell'isola del Ticino, passò il Gravellone, si fece tagliare i ponti alle spalle, e ritirossi in buon ordine. Teodoro Trivulzio, alla prima notizia dell'infelice fine della battaglia, evacuò immediatamente Milano, e ritirossi per il lago Maggiore senz'essere inquietato da' nemici. Prima che terminasse il giorno in cui si diede la battaglia, i Francesi marciavano già da tutte le parti per uscire dal ducato di Milano, senza che gl'imperiali pensassero ad inseguirli. Questi adunavano il ricchissimo bottino che fu per loro il frutto della vittoria, e pensavano a porre in luogo sicuro il loro prigioniere, che deposero sotto una stretta guardia nel castello di Pizzighettone, prodigandogli per altro la testimonianza del loro rispetto e della loro compassione[141].