CAPITOLO CXVI.
Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto di una lega fra di loro per difesa della propria indipendenza; vi si associa il Pescara, poi li tradisce, e spoglia de' suoi stati il duca di Milano. — Francesco I ricupera la libertà in conseguenza del trattato di Madrid.
1525 = 1526.
La battaglia di Pavia e la prigionia di Francesco I atterrirono le potenze italiane. Fin allora avevano queste creduto di contare qualche cosa di per sè, e di potere farsi rispettare o temere, senza aver bisogno di nulla esporre nel terribile giuoco della guerra. Fidando nella loro politica abilità e nell'antica loro riputazione, si erano persuase che i due principi rivali s'indebolirebbero vicendevolmente in una lunga guerra, e che giugnerebbe l'istante in cui esse si porrebbero tra di loro colle proprie forze ancora intere, e gli obbligherebbero ad evacuare l'Italia. Tutt'ad un tratto s'accorsero, per la sconfitta di Francesco I, che si trovavano in balìa del vincitore, e che il di lui spossamento medesimo, gl'infiniti debiti ond'era caricato, il disordine delle di lui finanze e l'indisciplina delle di lui truppe che chiedevano invano i soldi arretrati, non facevano che accrescere il loro pericolo. Esse si trovarono disarmate, con ai loro confini una numerosa armata, vittoriosa, affamata, e che non aveva che troppo contratta l'abitudine di conculcare tutti i diritti delle genti, e di non avere rispetto alcuno nè per i nemici nè per gli amici.
I più vicini al pericolo erano i Veneziani; ma non per questo i più esposti, perchè erano i soli che in Italia avessero tenuta in piedi un'armata ben pagata, ben disciplinata ed in istato di farsi rispettare. Avevano mille uomini d'armi, seicento cavaleggieri e dieci mila fanti[142]. Vero è che la timida politica del senato, non meno che il carattere del suo generale il duca d'Urbino, teneva sempre quest'armata lontana dalle battaglie. A qualunque partito fosse associato, il duca non faceva che marciare e prendere nuove posizioni, ma non giugneva mai al tempo della battaglia.
Dopo terminate le guerre eccitate dalla lega di Cambrai, i Veneziani, spossati dalle spese enormi che avevano sostenute per difendersi, dalla ruina delle loro più industri e fertili province, dalla nuova direzione che le scoperte de' Portoghesi avevano fatto prendere al commercio, e dalla diminuzione delle pubbliche entrate cagionata da questi diversi motivi, sforzavansi di riparare in silenzio alle loro perdite; evitavano di compromettersi, per non dare la misura delle loro forze; e si coprivano sotto il manto dell'antica riputazione. Per altro un segreto disordine aveva viziate le più nobili parti dello stato. In tempo della passata disastrosa guerra, il senato per far danaro aveva dovuto vendere le magistrature, i governi delle città, gl'impieghi di giudicatura e la nobiltà che dava il diritto di entrare nel sovrano consiglio. Per tali pratiche il potere erasi trovato spesse volte affidato a mani indegne di esercitarlo. Molti privilegj commerciali, monopolj, esenzioni di tasse avevano avuta la medesima origine, ed il commercio e le finanze dello stato ne provavano i funesti effetti. I Veneziani cercavano di non essere in vista, di non essere nominati, di non parere attivi in verun affare, perchè effettivamente lo stato loro altro non era omai che l'ombra dell'antica potenza, onde temevano di venire ad una singolare lotta nella quale il loro avversario avrebbe sentito che non combatteva che con una fantasma senza corpo.
Secondo in potenza dopo i Veneziani era lo stato della chiesa, il quale poteva egualmente considerarsi come una repubblica; ed inoltre ravvisavansi diversi esterni rapporti di forma tra l'un governo e l'altro. A Venezia un doge elettivo presiedeva ad un collegio di nobili, siccome a Roma un pontefice elettivo presiedeva ad un collegio di preti. Nell'uno e nell'altro stato la suprema potenza veniva rappresentata da un monarca a vita; era nell'uno e nell'altro limitata da un'aristocrazia, senza che il popolo avesse la più piccola parte nell'uno o nell'altro governo.
Ma l'aristocrazia veneziana era composta di uomini che, consacratisi dalla loro fanciullezza a' pubblici affari, facevano del governo lo studio della loro vita, e non potevano sperare di guadagnare la stima de' loro compatriotti, e di ottenere i loro suffragj nelle elezioni, che in ragione dei talenti che mostravano nella carriera degl'impieghi. Per lo contrario lo stato della chiesa veniva governato da uomini essenzialmente e costantemente inesperti degli affari che dovevano decidere. Non era già per abuso o a caso che il papa ed i cardinali ignoravano affatto l'arte della guerra, dell'amministrazione civile e della politica; anzi era soltanto per abuso che talvolta si trovavano in istato di soddisfare alle loro funzioni. Quanto più santamente avevano corsa la carriera della loro professione, quanto più dovevano la loro elevazione alle sole virtù del loro stato, tanto più per dovere e per coscienza dovevano tenersi lontani dagl'interessi mondani. La monarchia elettiva e costituzionale della chiesa è probabilmente l'unico stato al mondo, in cui l'essenziale condizione dell'elegibilità pel primo magistrato, sia quella di essersi in tutta la sua vita tenuto affatto lontano dalle funzioni cui viene chiamato ad assumere.
Perciò il governo di Venezia, nel lungo corso di quattordici secoli, s'illustrò colla sua prudenza; ed il governo della chiesa, in un periodo poco meno lungo, diede continue prove d'inesperienza e d'incapacità. Molti papi, molti cardinali mostrarono sommi talenti nella politica esterna, nell'arte delle negoziazioni e degli intrighi, in cui più d'una volta avevano avuta occasione d'istruirsi ne' capitoli dei conventi. A quest'abilità la chiesa andò debitrice delle sue conquiste e del suo progressivo ingrandimento. Ma forse non si trovò un solo papa che fosse buon amministratore, un solo che prosperar facesse l'agricoltura, l'industria, il commercio, la popolazione negli stati da lui dipendenti, un solo che vi stabilisse savie leggi, o vi mantenesse una buona giustizia. Perciò di mano in mano che un nuovo stato veniva sottomesso al dominio della chiesa, svanivano tutte le prerogative che l'avevano fin allora distinto, desso cessava in certo qual modo di esistere per l'Italia, conciossiachè perdeva la propria indipendenza, e non pertanto nulla aggiugneva alla potenza dei papi.
Clemente VII, che allora regnava, sentiva più che veruno de' suoi predecessori la propria debolezza, la propria impotenza. Egli ne poteva incolpare in parte ciò ch'era stato fatto prima del suo pontificato, ed in parte i suoi proprj difetti. Le insensate prodigalità di Leon X avevano anticipatamente dissipate tutte le entrate della chiesa. Leone s'era valso de' suoi capitali e delle sue entrate come colui che non aveva nè famiglia, nè successori; non aveva pensato che al presente; erasi compiaciuto nell'accarezzare progetti giganteschi, senza tenersi i modi di eseguirli; ed era morto opportunamente nel momento in cui aveva terminato di consumare gli ultimi suoi mezzi.
Adriano VI non aveva, in tempo della sua breve amministrazione, arrecato verun riparo ai disordini del predecessore, e Clemente VII le cui province erano ruinate e il tesoro esausto, trovavasi in su le spalle una dispendiosa guerra. Cercò di apportare qualche rimedio a tanto disordine con una talvolta sordida economia, piuttosto che con una buona amministrazione. Non corresse gli abusi, non impedì i rubamenti, non soppresse i monopolj; ma sottrasse tutto il danaro destinato ai pubblici lavori, abolì le pensioni, ristrinse gli assegnamenti de' funzionarj dello stato, il numero de' soldati ed il loro soldo. Ridusse questo a così piccola cosa, che gli uomini d'armi non potevano alimentare i loro cavalli, erano ridotti a miserissimo stato, e tutti coloro che servivano il papa erano apparecchiati ad abbandonarlo tosto che loro si presenterebbe un altro padrone. Spesso quell'avarizia onde i sovrani vengono accusati dai loro cortigiani, forma la felicità de' popoli; ma quella di Clemente VII era la ripugnanza di un usurajo a privarsi di uno scudo, non il prudente calcolo di un padre di famiglia. I preti erano stati aggravati da insolite decime; erano state soppresse le mercedi de' professori delle arti liberali, e chiuse le borse de' collegj per i poveri scolari. Il prezzo del frumento e del pane era stato tre volte aumentato, non a motivo del cattivo raccolto, ma per accrescere i profitti della camera apostolica, che ne appaltava il monopolio. Erano state atterrate molte case sotto lo specioso pretesto di abbellire le strade di Roma; ma invece d'indennizzare i proprietarj di quelle, il papa gli aveva lasciati esposti all'insolenza, ai capricci, alle ruberie degl'ispettori di que' lavori[143].
Clemente VII era accusato come il solo autore de' patimenti del popolo, e non pertanto questi erano in gran parte dipendenti dalle prodigalità di Leon X; ma gli uomini non erano abbastanza giusti per risalire alle cause del disordine: benedivano la memoria di un papa che aveva goduto e fatto godere dissipando le pubbliche finanze, e detestavano il successore che voleva con poca accortezza riparare un male non fatto da lui. Pochi papi erano stati odiati tanto dal popolo quanto Clemente VII; egli fu tanto più severamente giudicato, che maggiori erano state le speranze che si erano concepite della bontà del suo governo. La sua prudenza, che gli aveva procurata l'universale considerazione, non parve in pratica che astuzia e raffinamento; e inutile gli si rese la sua conoscenza del mondo e degli affari, perchè mancavano al suo carattere decisione per appigliarsi ad una risoluzione, e fermezza per mantenerla.
La repubblica fiorentina, che altro più non era che una provincia sottomessa alla casa de' Medici, parve da principio affezionarsi al governo di Clemente VII, a cagione del vantaggioso confronto con quello di Lorenzo, duca d'Urbino, che lo aveva preceduto; ma bentosto i difetti di Clemente si erano renduti più sensibili, e le di lui buone qualità erano scomparse: la memoria dell'antica libertà, quella dell'amministrazione del Savonarola e di Pietro Soderini si andavano ravvivando nel cuore dei Fiorentini, ed i cittadini, senza poter prevedere gli avvenimenti, senza rendersi conto di ciò che desideravano, si andavano rallegrando di tutti gl'imbarazzi, di tutte le calamità che opprimevano il capo dello stato, sperando di vedere alla fine scossa la di lui autorità[144].
I Veneziani ed il papa deploravano egualmente la propria sventura d'avere affidate le loro speranze, e tutte le eventualità d'indipendenza per l'Italia, non ad una nazione, ma ad un uomo; di modo che la contraria fortuna di quest'individuo decideva della loro esistenza, e, sto per dire, di quella dell'Europa. Infatti non era stata battuta a Pavia la nazione francese, ma il re; se Francesco I non fosse caduto prigioniere, o se, venuto in mano ai nemici, non fosse stato risguardato come comprendente in sè solo tutto lo stato, la sconfitta di Pavia non avrebbe avuta cosa alcuna che la diversificasse da tant'altre battaglie guadagnate o perdute, nel corso de' trent'anni precedenti, senza che decidessero in verun modo della sorte degl'imperj. Era stata sconfitta un'armata di circa ventimila uomini, e la perdita, stando ai più alti calcoli, ammontava ad otto mila; ma questi, ad eccezione di mille, o mille dugento uomini d'armi, non erano Francesi; erano per lo più Svizzeri, Italiani o della Bassa Germania. Eransi perduti ricchi equipaggi, e bellissime artiglierie; ma la Francia non era in verun modo esausta, i suoi confini non erano violati, ed erano ovunque coperti dalle naturali loro fortificazioni o da quelle innalzate dall'arte.
Non vi può essere sicurezza per una monarchia militare, quando non vi si riconosca come principio fondamentale, che un re cessa d'essere re nell'istante che vien fatto prigioniere; che il suo potere passa legittimamente nelle mani del suo successore, e che il nemico non tiene in cattività un sovrano, ma soltanto un uomo di elevato rango, la di cui taglia non dev'essere mai pagata col sagrificio degl'interessi della nazione. Se Francesco I si fosse affrettato d'invocare questo principio; se avesse riconosciuto che la sovrana autorità risiedeva sempre in Francia, e non nella sua persona; se, assoggettandosi alla sua prigionia, non si fosse mostrato premuroso d'uscirne o di fare la pace; Carlo V in vista di questa non curanza sarebbesi fatto premura di trattare con lui, gli avrebbe accordate più vantaggiose condizioni, e Francesco, ricuperando forse più presto la sua libertà, sarebbe risalito sul trono senza dover poscia arrossire di aver violato i suoi giuramenti.
Non era dunque vero che tutto fosse perduto, salvo l'onore, come Francesco I scriveva a sua madre, Luigia di Savoja; il solo monarca era perduto, e la monarchia non era altrimenti in pericolo, che per risguardo di lui. I soldati che avevano ottenuta la vittoria di Pavia, sebbene arricchiti da un immenso bottino, non volevano rinunciare ai loro soldi arretrati; anzi li chiedevano più risolutamente che mai, protestando che non tornerebbero in campagna finchè non ricevessero tutti i loro arretrati. In quest'intervallo moltissimi di loro andavano ogni giorno disertando per depositare la loro preda in seno alle proprie famiglie; gli altri, consumando in continue feste e stravizj quanto avevano guadagnato, disprezzavano ogni militare disciplina. Giammai l'armata imperiale era stata meno subordinata ai suoi generali, giammai era stato più difficile di farla tener dietro ai vantaggi che di già aveva ottenuti. La guarnigione di Pavia erasi portata all'eccesso d'impadronirsi de' cannoni della piazza, di fortificarvisi, e di dichiarare che più non ubbidirebbe ai suoi ufficiali finchè non fosse pagata; il rimanente dell'armata pareva disposto a seguire quest'esempio, ed ogni giorno scoppiavano parziali ammutinamenti[145].
La penuria dell'imperatore, il quale possedeva la Spagna, i Paesi Bassi, l'America e gran parte dell'Italia, che inoltre disponeva a voglia sua delle forze e delle entrate di suo fratello, l'arciduca d'Austria, e degli stati dell'impero, è un fenomeno che non può spiegarsi che pei disordini della sua amministrazione. Senza dubbio tra le province suddite molte godevano grandi privilegj, e spesso gli ricusavano i tesori ch'egli dissipava con mano così prodiga. In tempo della spedizione di Francia, le cortes di Castiglia gli avevano rifiutata una sovvenzione straordinaria di quattrocento mila ducati, ch'egli aveva loro domandata; ma le ordinarie entrate de' paesi i più ricchi, i più industriosi dell'Europa, avrebbero dovuto bastare per sostenere le spese di una guerra trattata con così piccole armate, quali erano le sue. I re di Castiglia, di Arragona, di Granata, di Navarra, di Sicilia, di Napoli; i sovrani de' Paesi Bassi e quelli dell'Austria, avevano tutti in diverse circostanze mantenute armate egualmente numerose, e sostenute spese tanto considerabili quanto quelle ond'era caricato l'imperatore, sovrano di tutti questi diversi stati. Altronde fra questi stati molti non avevano costituzione, nè assemblea rappresentativa; ed il regno di Napoli e il ducato di Milano dovevano assoggettarsi a tutti i carichi che il vicerè o il duca Sforza loro imponevano per conto dell'imperatore; e così la maggior parte de' più piccoli stati, sebbene indipendenti di nome, non potevano rifiutarsi di pagare continue contribuzioni di guerra. Ma in tutte le province sulle quali stendevasi l'autorità di Carlo V, si vedeva stabilire un sistema distruttore di ogni economia politica. I monopolj si moltiplicavano, la giustizia era subordinata ad un'autorità arbitraria e capricciosa; il commercio vincolato, le proprietà incatenate dai fedecommessi, l'ozio risguardato come onorevole, l'industria come una macchia; e gli stati, poc'anzi più floridi, trovavansi in breve ridotti all'ultima miseria.
I generali imperiali sentivano l'impossibilità di condurre in Francia un'armata insubordinata; diedero quindi alla reggente ed a' suoi consiglieri tutto il tempo di provvedere alla difesa del regno, di cercare l'alleanza dell'Inghilterra, di assicurarsi degli Svizzeri, e di concertarsi cogli stati d'Italia; ma Francesco I non supponeva nè pure che si potesse resistere al nemico, dov'egli non si trovava; e dopo la sua prigionia egli risguardava la Francia come assolutamente perduta; di già internamente rinunciava a tutti i suoi progetti sull'Italia, e non riponeva le sue speranze di terminare la guerra che nella lealtà e nella generosità del suo vincitore. Perciò affrettossi di accordare al commendatore Pennalosa, che portava in Ispagna all'imperatore la relazione della battaglia di Pavia, un passaporto per attraversare la Francia, onde più sicuramente e più presto arrivasse a quella corte; lo stesso motivo gli fece in appresso dare orecchio alle proposizioni del signore di Lannoy, che voleva condurlo in Ispagna, promettendogli che al primo abboccarsi con Carlo V terminerebbero le sue pene[146].
L'armata che il duca d'Albanì aveva condotta verso il mezzogiorno dell'Italia, era tuttavia intatta, e non aveva passati i confini del regno, quando il duca ricevette, presso Velletri, la notizia della battaglia di Pavia e della prigionia del re. Risolse all'istante di ritirarsi verso Bracciano, onde porre la sua armata in luogo sicuro, ne' feudi, ed in mezzo alle fortezze degli Orsini affezionati alla Francia. Ma i Colonna, che apertamente si mostravano partigiani dell'imperatore, attaccarono un corpo di truppe italiane che andava a raggiugnere il duca d'Albanì in vicinanze delle Tre Fontane, a non molta distanza da Roma; lo inseguirono fino entro Roma, ed uccisero i soldati degli Orsini nel Campo di Fiore, facendo in tal modo sentire al papa quanto la sua autorità fosse poco rispettata, e come la sua stessa persona poteva, quando che fosse, facilmente cadere nelle mani dell'uno o dell'altro partito. Frattanto il duca d'Albanì continuò la sua ritirata verso Bracciano, senza provare altri danni, e la sua armata conservavasi sempre in istato di farsi temere[147].
In mezzo al turbamento che dava a Clemente VII il disastro di Francesco I, ed il sapere caduta in mano degl'imperiali nel campo francese la sua corrispondenza con quel re, la quale mostrava apertamente la sua parzialità per il medesimo[148], le minacce de' generali imperiali e le loro esorbitanti inchieste di sussidj per l'armata, finalmente l'audacia dei Colonna, il papa ripigliò un poco di coraggio quando i Veneziani, che sentivano egualmente i loro pericoli, gli proposero di collegarsi per la comune sicurezza; di farvi entrare il duca di Ferrara, i di cui stati facevano che quelli della chiesa comunicassero direttamente con quelli della repubblica; di prendere in comune al loro soldo dieci mila Svizzeri, e d'invitare la reggente di Francia ad aggiugnere alla loro armata il duca d'Albanì, e le quattrocento lance che il duca d'Alenson aveva ricondotte da Pavia. Gli rappresentavano i Veneziani, che i generali imperiali, non meno poveri che prima della battaglia, e sprovveduti d'artiglieria di munizioni e di carriaggi, non potevano essere gran fatto formidabili, se le potenze d'Italia si mettevano subito in situazione di opporre loro una valida resistenza; che se per lo contrario si dava loro tempo, i più deboli potentati farebbero la pace pagando contribuzioni, e somministrando col danaro italiano il mezzo di soggiogare l'Italia[149].
Ma mentre il papa dava orecchio a queste proposizioni, e che di già occupavasi di far entrare nella stessa lega il re d'Inghilterra, ch'egli conosceva geloso di Carlo V[150], Niccolò di Schomberg, suo segretario e consigliere, che aveva mandato in Ispagna, tornò presso di lui con proposizioni del vicerè di Napoli. I generali imperiali, che volevano cavare danaro da Clemente VII e da' Fiorentini, avevano poste le loro truppe ai quartieri d'inverno negli stati di Parma e di Piacenza, abbandonando que' vassalli della Chiesa a tutte le vessazioni d'una sfrenata soldatesca. Mentre che i deputati di Piacenza imploravano la protezione del papa, il vicerè offriva la sua alleanza e la garanzia dell'imperatore per la casa de' Medici contro una somma di danaro. Clemente VII, sempre irresoluto, sempre privo di vigore, accettò queste proposizioni che lo liberavano da una difficoltà presente, e sospendevano il pericolo. Il 1.º di aprile segnò in Roma, senza l'intervento de' Veneziani, un'alleanza tra l'imperatore ed il duca di Milano da una parte, e la Chiesa ed i Fiorentini dall'altra, per la quale i Fiorentini dovevano pagare cento mila ducati ai generali dell'imperatore, ed altrettanti il papa, ma quest'ultimo soltanto dopo che sarebbe rimesso in possesso di Reggio e di Rubbiera, che il duca di Ferrara aveva rioccupate in tempo dell'interregno[151].
Tostocchè il papa si fu ricomperato a prezzo d'oro, la predizione de' Veneziani si trovò giustificata. I generali imperiali, più non temendo gl'Italiani riuniti, pretesero da cadauno stato spaventose contribuzioni per pagare la loro armata. Domandarono cinquanta mila ducati al duca di Ferrara, quindici mila al marchese di Monferrato, dieci mila ai Lucchesi, quindici mila ai Sienesi, ma in cambio autorizzavano questi ultimi a scuotere la tirannide del monte de' Nove e della famiglia Petrucci: mentre ancora numeravasi il danaro, Girolamo Severini, uno de' capi del partito della libertà, ch'era stato mandato ambasciatore presso il vicerè, uccise Alessandro Bichi, capo dell'ordine de' Nove, che il papa aveva indicato per presiedere al governo[152]. Verso lo stesso tempo arrivarono per mano dei banchieri genovesi ai generali imperiali dugento mila ducati da lungo tempo promessi; e l'armata fu pagata, perchè tuttociò che mancava per saldare gli arretrati venne somministrato dal duca di Milano[153].
Tostocchè le truppe furono pagate, i generali imperiali cercarono di riandare i contratti, in forza de' quali avevano ottenuto il danaro. Riclamarono da' Fiorentini venticinque mila fiorini oltre i promessi. Invece di ritirare le loro guarnigioni dallo stato della Chiesa, spedirono altri soldati nel Piacentino per vivere a discrezione presso gli abitanti; avevano prese contraddittorie obbligazioni col papa e coi duchi di Ferrara e di Milano. Avevano promesso al primo la restituzione di Reggio e di Rubbiera, di cui avevano guarentito il possedimento al secondo; e dopo avere con quest'esca tratto Clemente VII ad alienarsi un principe, la cui alleanza poteva riuscirgli vantaggiosissima a motivo della posizione dei di lui stati, della di lui ricchezza e della di lui potente artiglieria, ricusarono poi di sagrificarglielo. Avevano pure promesso al papa, che in avvenire il ducato di Milano consumerebbe il sale delle saline di Cervia; ma in seguito ricusarono d'accordare questa specie di gabella nel ducato di Milano agli intraprenditori delle saline della Chiesa. Frattanto, dopo avere dichiarato che l'imperatore ricusava di approvare questi due articoli, non vollero restituire al papa il danaro che aveva loro pagato in corrispettivo di tali vantaggi[154].
Nè Carlo V mostravasi di migliore buona fede, nè dopo la vittoria mostravasi più moderato de' suoi generali. Vero è che nel primo istante in cui ricevette il 10 di marzo a Madrid la notizia della battaglia di Pavia ed una lettera scritta di proprio pugno da Francesco I, vietò con ipocrita umiltà di festeggiare un così straordinario avvenimento con tripudj e con fuochi di gioja, dichiarando che questi segni d'allegrezza dovevano riservarsi per le vittorie contro gl'infedeli. Nello stesso tempo aveva manifestato il suo ardente desiderio di ristabilire la pace nella Cristianità, ed aveva protestato, che ciò che più lo lusingava in questa vittoria accordatagli era la certezza di fare bentosto cessare lo spargimento del sangue cristiano[155].
Ma d'altra parte le proposizioni che Carlo V fece fare da Buren, signore di Roeux a Francesco I, mentre che questi era tuttavia tenuto in Pizzighettone, mostravano l'assoluta mancanza di generosità, di compassione o di moderazione pel suo rivale. Domandava non solo la rinuncia di tutte le pretese del re sull'Italia e su la Fiandra, ma inoltre la cessione della Borgogna alla casa d'Austria, e quella della Provenza e del Delfinato al duca di Borbone, per farne, coi feudi che di già aveva, un regno indipendente. Per quanto Francesco I fosse ansioso di uscire di prigionia, rispose di essere contento di rimanervi finchè vivesse, piuttosto che acconsentire allo smembramento della Francia[156].
In pari tempo Carlo V cessò di mostrare al cardinale di Wolsey i riguardi che gli aveva fin allora usati. E per tal modo si alienò quest'orgoglioso ecclesiastico, che non tardò ad accrescere in Enrico VIII una gelosia, che la grandezza di Carlo V aveva di già fatta nascere nel di lui animo. Dall'altro canto i generali imperiali insistevano presso i Veneziani per avere da loro cento mila ducati in compenso de' sussidj cui si erano obbligati per la difesa del ducato di Milano, e che non avevano pagati nella precedente guerra. I Veneziani ne avevano offerti ottanta mila; ma perchè l'offerta loro non fu accettata, ed ebbero più sicuri indizj del malcontento del re d'Inghilterra, si troncò la negoziazione, e le due parti rimasero in libertà[157].
Quando il duca d'Albanì conobbe il trattato di Clemente VII coll'imperatore, giudicò inutile il trattenersi più lungamente negli stati della Chiesa. Coll'assenso del vicerè si fece prestare le galere del papa, e vi si imbarcò per passare in Francia con Renzo di Ceri, coll'artiglieria che si era fatta dare da' Sienesi e dai Lucchesi, con quattrocento cavalli, mille Landsknecht e pochi Italiani, essendosi sbandato il restante della sua armata[158]. Ma nello stesso tempo erasi pure indebolita assai l'armata del marchese di Pescara. A misura che questi aveva pagati i Landsknecht, gli aveva quasi tutti licenziati; e perchè in Italia più non aveva nemici da combattere, e non si sentiva abbastanza forte per tentare un'invasione in Francia, aveva voluto sollevare il tesoro imperiale da uno, quanto esorbitante, altrettanto inutile dispendio[159].
Frattanto tutta l'Italia fermentava; l'armata imperiale sì sbandava, e forse avvicinavasi l'istante in cui un vigoroso sforzo de' partigiani della Francia poteva mettere Francesco I in libertà. Ma il vicerè di Napoli, signore di Lannoi, che aveva saputo acquistarsi la confidenza di Francesco, voleva approfittarne per condurlo in Ispagna, sperando di attribuirsi in tal maniera l'onore principale della vittoria di Pavia. Fece sentire al re che le esorbitanti condizioni presentategli da Adriano di Buren erano state concertate per accontentare il contestabile di Borbone; ma che se Francesco poteva direttamente trattare coll'Imperatore lontano dal suo proprio suddito ribelle, troverebbe in Carlo quella stessa generosità, ch'egli medesimo avrebbegli mostrata, se Carlo si fosse trovato nella presente sua condizione. Accrebbe così il di lui desiderio d'avere un abboccamento coll'imperatore, e lo persuase a tenere il progetto affatto segreto. Il Lannoi ottenne il consentimento de' suoi due colleghi, perchè Francesco I fosse tradotto a Napoli; e a questo fine Francesco medesimo somministrò sei galere francesi per trasportarvelo. Il 7 di giugno Lannoi s'imbarcò col re a Porto Fino presso di Genova, ed otto giorni dopo lo sbarcò a Roses sulle coste della Catalogna, senza che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avessero nemmeno sospettato che si volesse sottrarre alla loro dipendenza il prigioniere, che agli occhi stessi dell'armata era il pegno delle sperate ricompense[160].
Quando gli stati d'Italia seppero che Francesco I era stato condotto in Ispagna, e che aveva egli stesso desiderato di andarvi, ben conobbero che nuovi pericoli minacciavano la loro indipendenza. Il re di Francia, con tanta premura di recarsi presso il suo rivale, mostrava l'estremo suo desiderio di trattare con lui. Bentosto si seppe quali condizioni aveva fatte proporre a Carlo V dal signore di Buren. Offriva di sposare la regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, accontentandosi per dote de' diritti che Carlo V poteva avere sopra la Borgogna. Voleva in contraccambio dare la propria sua sorella, la duchessa d'Alenson, a Carlo, e con questa tutti i suoi diritti sul regno di Napoli e sul ducato di Milano. Dicevasi apparecchiato a pagare al re d'Inghilterra enormi somme per farlo rinunciare alle proprie pretese, ed a Carlo, per sua taglia, la stessa somma che aveva pagata il re Giovanni prigioniere degl'Inglesi; finalmente offriva di far accompagnare l'imperatore da una flotta e da una possente armata francese, allorchè questi andrebbe a Roma a prendere la corona dell'impero; ciò che in altri termini tornava lo stesso che promettergli d'ajutarlo ad assicurarsi la sovranità d'Italia[161].
Non eravi un solo principe in Italia, il quale, dopo avere provata l'insolenza e le vessazioni de' ministri imperiali, potesse contemplare senza terrore il giogo sotto cui stava per cadere la comune patria. Giunto era l'istante di fare un estremo sforzo per l'indipendenza italiana, che più non potrebbesi salvare quando i due monarchi avessero riunite a di lei danno le loro forze. Ma prima che il re di Francia avesse trattato, pareva facil cosa il far sentire a lui, alla reggente, ed ai principi che con lei governavano, che tornava meglio impiegare tutti i tesori del regno per liberare il re colla forza delle armi, di concerto con tutti gli stati d'Italia, gli Svizzeri ed il re d'Inghilterra, che prodigare quei medesimi tesori a titolo di taglia al più costante nemico della Francia, e somministrargli così i mezzi d'incatenarli tutti quanti. Il papa e la repubblica di Venezia, a nome di tutti gli stati italiani, invitarono adunque la reggente a mostrare fermezza ai negoziatori di Carlo V, ed a rifiutare ogni vergognosa condizione, accertandola che in breve l'unione di tutta l'Europa basterebbe forse, senza venire all'esperimento delle armi, per costringere Carlo V a porre il di lui figlio in libertà, purchè dal canto suo ella volesse riconoscere e garantire la libertà dell'Italia[162].
Effettivamente non era la libertà dei soli stati che dicevansi tuttavia indipendenti, ma quella di tutta l'Italia che i ministri di Clemente VII, di concerto col senato di Venezia, lusingavansi di far riconoscere. Tutta l'Italia abborriva egualmente il giogo di coloro che chiamava barbari; tutta l'Italia sentivasi oramai legata da un medesimo interesse, e pareva disposta a fare unanimi sforzi per la propria indipendenza. Francesco II Sforza, a nome del quale era stato conquistato il ducato di Milano, non aveva altro raccolto dal sovrano potere che il triste privilegio d'ascoltare il primo le lagnanze de' suoi popoli, al quali egli non poteva in verun modo apportare rimedio. Gli sgraziati Lombardi, abbandonati a tutta la licenza militare, dovevano a vicenda pagare enormi contribuzioni, e ricevere a discrezione nelle proprie case i soldati spagnuoli, il di cui carattere avaro, dissimulato, orgoglioso, era loro in particolar modo antipatico. Ricorrevano al loro duca, di cui avevano così ardentemente desiderato il ritorno; ma questi, ben lungi dall'esercitare l'autorità di un sovrano, era il primo schiavo de' ministri e de' generali dell'imperatore[163].
Sapeva Francesco Sforza che l'imperatore, non abbastanza pago di averlo ridotto al rango di semplice governatore di provincia, aveva più volte posto in deliberazione, se non dovesse levargli il ducato di Milano per farne un dono a suo fratello, l'arciduca Ferdinando d'Austria, il quale desiderava di unire questo stato ai suoi possedimenti di Germania. Sapeva che questo progetto era senza dubbio in cagione dell'affettata dilazione che apportavasi nella corte di Madrid alla spedizione dell'investitura del suo ducato; e perchè trovavasi di già infermiccio, e non aveva figliuoli, sembrava che, se l'imperatore permettevagli di regnare, egli era soltanto perchè sperava di raccogliere in breve, dopo la sua morte, l'eredità. Quindi tosto che il duca di Milano ed il suo confidente e principale ministro, il cancelliere Moroni, si furono assicurati che la reggente rinuncierebbe a nome di suo figliuolo alle sue pretese sulla Lombardia, che riconoscerebbe la casa Sforza, e si obbligherebbe a mantenerla nella sua sovranità, il duca entrò nella lega italiana, ed il suo cancelliere ne diventò uno dei più caldi promotori[164].
Infatti fu Girolamo Moroni che s'incaricò di una difficile e dilicata negoziazione, che doveva guadagnare alla lega italiana un possente difensore. Egli era stato testimonio dell'indignazione con cui il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avevano ricevuta la notizia della soperchieria di Lannoi; egli conosceva la loro gelosia verso questo favorito ministro di Carlo V, e gli aveva uditi accusare con impeto il loro padrone d'ingratitudine e d'ingiustizia. Il Borbone si era affrettato di andare in Ispagna per contrastare al vicerè il merito della vittoria, che pareva volersi attribuire[165], ed il Pescara era rimasto solo in Italia, incaricato del supremo comando. Sebbene avesse questi adottati i costumi ed i pregiudizj spagnuoli, che quasi sempre parlasse castigliano, e si dolesse frequentemente di non essere nato in Castiglia, il Pescara era Italiano. La sua famiglia, quella degli d'Avalos, erasi stabilita nel regno di Napoli da quasi un secolo; perciò il Moroni suppose che avesse conservati i sentimenti d'un Italiano, il desiderio di vedere la sua patria indipendente, e che tale desiderio si risveglierebbe in lui, se al risentimento, che di già provava, vi si aggiugnesse un'offerta così luminosa da superare d'assai tutte le sue più ambiziose speranze[166].
Il Moroni, dopo avere incoraggiato il Pescara ad esalare tutta la sua indignazione contro l'imperatore, gli fece travedere che non dipendeva che da lui di dare compimento al voto, da tanto tempo formato da tutta l'Italia, di cacciare tutti i barbari dalla penisola; e che, in ricompensa della sua cooperazione, il papa ed i Veneziani erano pronti ad unirsi per porre sul suo capo la corona di Napoli. Il Pescara era violentemente irritato, smisurata era la sua ambizione, il suo carattere artificioso e non facilmente accessibile agli scrupoli: egli accolse con ardore le proposizioni del Moroni, o perchè si abbandonasse alla speranza che gli si presentava, o perchè avesse di già in animo di farsi un merito presso l'imperatore col tradire i suoi socj. Chiese schiarimenti intorno alla trama in cui volevasi farlo entrare, ed il Moroni, con una confidenza contro la quale Giovan Matteo Ghiberti, datario apostolico, l'aveva invano posto in guardia, comunicò al Pescara tutti i progetti de' congiurati[167].
L'armata imperiale, che occupava la Lombardia, era pochissimo numerosa; tutti i Tedeschi erano stati licenziati; degli Spagnuoli molti si erano dispersi per porre in luogo sicuro la preda fatta nell'ultima campagna; altri avevano seguito in Ispagna il vicerè, ed altri vi avevano accompagnato il contestabile di Borbone. Altre truppe non restavano in Italia che quelle d'infanteria spagnuola comandate da Antonio di Leiva, e pochi fanti italiani. Il marchese di Pescara, supremo comandante dell'armata imperiale, poteva facilmente acquartierarla, in modo che riuscisse facile il sorprendere separatamente tutti que' soldati di cui crederebbe di non potersi fidare, e disarmarli o disfarsi di loro. Quando avrebbe esclusi così gli stranieri dalla penisola, dovevano bastare le forze d'Italia per chiuder loro per sempre le porte: pure non si sarebbero adoperate queste sole, perchè la Francia e l'Inghilterra si dichiaravano garanti della di lei indipendenza, e la Svizzera aveva promessi i suoi soldati per difenderla[168].
A questi progetti il Pescara oppose alcuni scrupoli, mostrandosi desideroso di vederli dissipati. Come feudatario del regno di Napoli, riconosceva, diss'egli, che il papa era il supremo suo signore, e che l'imperatore non era che il suo signore diretto; tuttavolta bramava d'essere assicurato dall'autorità de' canonisti e de' giureconsulti, se gli ordini di chi aveva la suprema signoria bastavano a dispensarlo dall'ubbidienza al signore diretto; e se il papa lo poteva sciogliere da un giuramento militare, come da un ordinario giuramento di vassallaggio; per ultimo se il suo onore sarebbe in salvo, ed in riposo la sua coscienza, quando avesse preso parte alla trama che gli veniva proposta contro il suo padrone. Per avere tali schiarimenti spedì a Roma il genovese Domenico Sauli, uno de' più caldi partigiani dell'indipendenza italiana, incaricandolo di abboccarsi col papa e col suo datario. La corte di Roma sapeva con quanta facilità poteva dissipare gli scrupoli del Pescara; ma stava ancora dubbiosa sul conto della di lui buona fede; onde gli mandò il romano Menteboni, uno de' confidenti del Datario, per iscandagliarlo ancora, mentre il cardinale Accolti ed il giureconsulto Angelo Cesi scrivevano a nome del papa dei trattati per tranquillizzare la coscienza del generale[169].
Nello stesso tempo gli agenti della corte di Roma lavoravano in ogni parte per dare esecuzione ad un progetto così bene concertato. Enrico VIII, re d'Inghilterra, aveva fatte a Carlo V le più esorbitanti domande dopo la battaglia di Pavia: egli ne voleva per sè quasi tutti i frutti, e chiedeva che gli si dessero la maggior parte delle province di quella Francia di cui i suoi predecessori, dopo Enrico V, chiamavansi re. Queste esagerate domande non si facevano da Enrico VIII, che per ottenere un rifiuto dall'imperatore, e aver così un pretesto di corrucciarsi con lui[170]. In fatti egli aveva di già accolte le proposizioni della corte di Roma, che voleva ravvicinarlo alla Francia, e renderlo favorevole alla indipendenza italiana; egli era entrato ne' progetti comunicatigli da Girolamo Ghinucci, auditore apostolico, e nunzio alla sua corte: aveva mandato a Roma il vescovo di Bath ed il cavaliere di Casale, per trattare col papa; onde i confederati tenevansi sicuri del di lui appoggio[171].
Il vescovo di Veruli, Ennio Filonardo, nunzio del papa nella Svizzera, fino dall'undici giugno, ma più apertamente il primo di luglio, fu incaricato di scandagliare la dieta elvetica, ed ogni cantone in particolare intorno all'universale desiderio degl'Italiani di armarsi per la propria indipendenza; di far sentire agli Svizzeri in quale pericolo si troverebbero essi medesimi, se la casa d'Austria, venendo a stabilirsi in Lombardia, circondasse quasi da ogni lato i loro confini; di esortarli a non perdere l'occasione di riparare il loro onore militare, crudelmente compromesso dalla cattiva condotta delle loro truppe nelle quattro ultime campagne; finalmente di porsi in istato, di potere, quando ne avrebbe l'ordine, far entrare otto o dieci mila Svizzeri in Lombardia, col patto di portarsi, ove il bisogno lo richiedesse, anche nel regno di Napoli[172].
Finalmente Luigia di Savoja, reggente di Francia, fece dichiarare a Venezia, il 24 di giugno, per bocca di Lorenzo Toscano, suo inviato segreto, che riconosceva Francesco Sforza come duca di Milano; che somministrerebbe all'Italia possenti ajuti, ove questa si determinasse a scuotere il giogo; e che pagherebbe agli alleati, come sussidio, quaranta mila scudi al mese fin che durerebbe la guerra. A fine di proseguire queste negoziazioni, ella mandò ambasciatore a Venezia il conte Luigi di Canossa, vescovo di Bayeux, uno de' più destri diplomatici fra gl'Italiani ch'erano allora ai servigj della Francia, e presso la santa sede, Alberto Pio, conte di Carpi, fratello del conte di Canossa. Nè l'uno nè l'altro di questi negoziatori erano muniti di pieni poteri onde conchiudere, e per più settimane minuziose difficoltà impedirono la soscrizione degli articoli convenuti. Sigismondo Sanzio, segretario del conte di Carpi, fu spedito in poste a Parigi con tutti i trattati, onde farli approvare dalla corte; ma Sanzio venne assassinato da alcuni ladri, mentre, attraversando il territorio di Brescia, si dirigeva per la Svizzera alla volta della Francia. Non ricevendo da lui nessuna notizia, la corte di Roma credette alcun tempo che gli Spagnuoli, fattolo arrestare, non si fossero impadroniti di tutta la sua corrispondenza, e ne fu altamente atterrita; ciò per altro non era la sola causa de' suoi timori. Il Ghiberti temeva molto più ancora di essere tradito dalla reggente; rincrescevagli oltremodo che le fosse stato confidato il segreto della cooperazione del Pescara, e pensava che questa madre, impaziente di ridonare la libertà a suo figliuolo, facilmente potrebbe minacciare gli Spagnuoli di una insurrezione generale dell'Italia, far loro conoscere quanto vicino fosse il momento dell'esplosione, ed ottenere da loro, in vista di cotale imminente pericolo, che suo figliuolo, il quale era già apparecchiato di far loro grandissimi sagrifizj, venisse riposto in libertà sotto moderate condizioni[173].
Sembra cosa fuori di dubbio che questo timore del Ghiberti si verificasse. La duchessa d'Alenson, sorella di Francesco I erasi recata in Ispagna per negoziare un trattato di pace, una delle cui basi doveva essere il suo proprio matrimonio con Carlo V, e quello di Francesco I con Eleonora di Portogallo. È probabilissimo che a fine di meglio riuscire, la duchessa non temette di compromettere il segreto delle potenze italiane; almeno seppesi in Roma, verso la metà di settembre, che Carlo V aveva avuto avviso delle offerte fatte al marchese di Pescara, come pure di tutte le particolarità della negoziazione intavolata colla Francia. La corte di Roma sospettava successivamente tutti i suoi alleati, e tutti forse potevano a buon diritto esserle sospetti: aveva sentito a dire che il Moroni ed il Pescara non aveano mostrato d'entrare nella cospirazione, se non per mettere a prova i principi italiani; ma la corte di Roma comprendeva assai bene che il Pescara, onde conservarsi la confidenza dell'imperatore, e condurre a buon fine i suoi progetti, era stato egli medesimo costretto di dare alla sua corte quegli avvisi, che altri pure nel medesimo tempo le davano; e finchè tali avvisi erano confusi, finchè non erano seguiti da niuna misura di precauzione, si potevano assai bene conciliare colla condotta d'un cospiratore. La condotta tenuta dalla Francia era molto più sospetta; e il datario, in parecchie lettere dirette al vescovo di Bayeux, ne manifestò vivissimo risentimento[174].
Egli è impossibile di sapere se il Pescara siasi da principio impegnato di buona fede nella cospirazione italiana, oppure se, come lo asserì poscia egli medesimo, non vi entrasse che per isvelarla all'imperatore. Diversi avvenimenti, occorsi durante la negoziazione, furono causa forse che cangiasse divisamento; egli prese gran parte all'agitazione cagionata dalla repentina sparizione di Sigismondo Sanzio, e potè credere alcun tempo che le sue carte fossero venute alle mani di Antonio de Leiva; ebbe contezza dell'andata della duchessa d'Alenson a Madrid, e dei progetti della Francia: oltre a ciò fu avvisato forse delle prime rivelazioni fatte dalla duchessa, ed approfittò, per passare dalle parti di cospiratore a quelle di spia, delle confuse e mal certe informazioni, che, per sua propria sicurezza, aveva di già date all'imperatore. Finalmente circa alla medesima epoca Francesco Sforza infermò gravemente; e nel mentre che gli stati italiani chiedevano alla Francia di riporre in libertà Massimiliano, fratello di Francesco, e di assicurargli il possedimento del ducato di Milano, che voleano guarentire alla casa Sforza, il Pescara si lusingò forse d'ottenere egli medesimo dall'imperatore, in guiderdone di un eminente servigio, questa sovranità, che la morte allora toglieva al presente possessore. Egli è certo almeno che giunse a tanta bassezza, di eccitare alla ribellione, per poscia tradirli, coloro stessi che offrivano d'esporre gli averi e la persona per servirlo. Dopo avere comunicato all'imperatore, per mezzo del suo segretario Giovanbattista Castaldi, il segreto della congiura, egli continuò le sue conferenze col Moroni, coi ministri del papa e de' Veneziani, onde impegnare ciascuno de' socj a compromettersi separatamente[175].
Francesco II Sforza ricevette frattanto, nel mese d'agosto, l'investitura del ducato di Milano, spedita da Carlo V; ma vincolata ad onerosissime condizioni. Egli doveva versare nel primo anno cento mila ducati alla camera imperiale, ed obbligarsi a pagarne altri cinquecento mila a termini più lontani; oltre a che doveva costringere d'ora innanzi tutto il Milanese a provvedersi di sale alle saline dell'arciduca Ferdinando d'Austria, e ciò era un abbandonare a questo principe straniero la gabella più importante degli stati di Milano[176]. Francesco Sforza accettò questa investitura, e oltre alle somme enormi ch'egli aveva già consegnate ai generali imperiali, pagò ancora cinquanta mila ducati a conto di quella che gli era recentemente domandata; ma la sua malattia, che peggiorò molto in breve tempo, e manifestavasi con sintomi tali che davano assai da temere, ritardò tutte le misure degli alleati. Alla morte di Francesco Sforza, la quale era da tutti creduta imminente, il di lui feudo doveva cadere all'imperatore. Il Pescara mostrò ai congiurati, che, in vista di cotale avvenimento, egli non si potea dispensare dal raccorre le guarnigioni spagnuole sparse in Lombardia, e dal chiamarvi inoltre due mila landsknecht; per cui era forza d'abbandonare il pensiero di opprimere a un tratto l'armata imperiale. Il Moroni, cui erasi cercato di rendere sospetto il Pescara, aveva fino allora risposto, ch'egli sarebbe stato sempre padrone di arrestarlo nel castello di Milano con tutti i capitani imperiali, ove quel generale avesse voluto abbandonare la causa italiana[177].
Un altro avvenimento ancora teneva sospesi i congiurati; seppesi bentosto che Francesco I, cruciato oltremodo di non avere potuto nel corso di due mesi ottenere un abboccamento con Carlo V, era caduto gravemente ammalato nel castello di Madrid, e pareva, anche a dire dei medici, non dovere ormai vivere che pochi giorni. La di lui morte avrebbe privato a un tratto Carlo V di tutti i vantaggi ch'egli avea creduto ritrarre dalla battaglia di Pavia; perciò l'imperatore, temendo per la vita del suo prigioniero, erasi affrettato di visitarlo, aveagli dato le più lusinghiere speranze, e s'era mostrato vicinissimo a riconciliarsi con lui. Da un momento all'altro un trattato di pace poteva essere sottoscritto fra questi due monarchi, e desso avrebbe rotte tutte le precauzioni della lega, ponendo, per quanto era da supporsi, l'Italia nell'assoluta dipendenza dell'imperatore[178].
Ma i due ammalati, della vita de' quali omai disperavano tutti, risanarono; ed il Pescara fu assalito dalla malattia che dovea prima di due mesi strascinarlo al sepolcro. Egli però non volle aspettare più tardi a levarsi la maschera dal volto; la sua lentezza e la sua apparente irresoluzione aveano di già inquietato non poco gli alleati italiani[179]. Dal canto loro gli ufficiali spagnuoli s'erano accorti delle pratiche che si andavano maneggiando intorno a loro; e Antonio di Leyva aveva pubblicamente minacciato di fare uccidere il Moroni, che i suoi compatriotti odiavano a morte[180].
Il 14 d'ottobre, il marchese di Pescara, che sentivasi già oppresso da grave malattia, invitò il cancelliere Moroni a venirlo a trovare nel castello di Novara, dove risiedeva. Il Moroni, tenuto da tutti pel più astuto, pel più diffidente, pel più doppio degli Italiani, non istimava il marchese, ed avealo più volte rappresentato come il più perfido e crudele fra gli uomini: diceva che qualora avesse dovuto arrestarlo, avrebbe approfittato dell'istante in cui questo generale visitava il duca ammalato nel castello di Milano; pure si lasciò prendere egli medesimo in simigliante insidia. Venne al marchese, che giaceva ammalato nel castello di Novara; entrò di bel nuovo in tutte le particolarità del suo progetto per disperdere i soldati spagnuoli, sorprenderli, svaligiarli o assassinarli. Il Pescara, che lo interpellava, aveva fatto nascondere Antonio di Leyva dietro una tappezzeria, onde potesse udire la loro conversazione. Quando il Moroni uscì dalla stanza, fu arrestato e condotto nel castello di Pavia, ove si recò in breve anche il Pescara per interrogarlo come giudice intorno ad una cospirazione, nella quale era fino allora egli medesimo entrato come complice[181].
Il Pescara, coll'arrestare il Moroni e col cominciare con pubblicità il di lui processo, aveva soprattutto in vista di compromettere il duca di Milano, e di somministrare occasione all'imperatore di dichiararlo scaduto dal suo feudo. Egli aveva di già guarnigione in Lodi ed in Pavia; ma, onde porre in sicurezza l'armata ch'egli comandava, chiese ancora al duca la consegna di Cremona, di Trezzo, di Lecco e di Pizzighettone. Il duca, gravemente ammalato, e che aveva perduto col suo grande cancelliere Moroni il più fermo appoggio del suo carattere, e tutta la prudenza del suo consiglio, cedette senza resistenza. Il Pescara, dopo essersi fatte consegnare queste piazze, dimandò ancora che gli fosse data in mano la fortezza di Cremona, e che il duca, al quale concedeva per abitazione la fortezza di Milano, non gl'impedisse di circondare la medesima con opportuni trinceramenti, e di cominciare tutte le fortificazioni necessarie a metterlo in grado di eseguire senza ritardo gli ordini che riceverebbe dall'imperatore. Francesco Sforza ricusò queste nuove domande, e non volle nè anche dare in consegna al Pescara nè il suo proprio segretario, Giannangelo Ricci, nè Poliziano, segretario del Moroni. Non aveva avuto tempo di raccorre se non che pochi viveri nel castello di Milano; nulla meno vi si rinchiuse coraggiosamente con ottocento fanti scelti, e quando gli Spagnuoli cominciarono ad aprire le trincee per assediarlo, fece fuoco sopra i lavoratori[182].
L'occupazione del ducato di Milano sbigottì tutti i consiglj delle potenze d'Italia; le pratiche loro col Moroni erano palesi, ed esponevanli a tutta la vendetta dell'imperatore, nel tempo ch'essi non erano ancora apparecchiati a fargli la guerra. A quest'epoca il protonotaro Caraccioli, ambasciatore di Carlo V a Venezia, offriva di accettare, sotto condizione che la repubblica rientrasse nell'alleanza imperiale, gli ottanta mila ducati che il senato erasi mostrato disposto di pagare in compenso di que' sussidj che la repubblica medesima avrebbe dovuto somministrare nell'ultima guerra. Ma per grande che fosse il pericolo in cui trovavasi la repubblica di Venezia, ella non si potè risolvere a fabbricarsi in tal modo da se stessa le proprie catene, e il senato ricusò di sottoscrivere, infino a tanto che il ducato di Milano sarebbe occupato dagl'Imperiali; conciossiachè, soggiugneva esso, era appunto per impedire la riunione di questo ducato agli stati di un altro sovrano, già padrone del regno di Napoli, che s'era impegnato per trent'anni continui in tante guerre diverse. La malattia del Pescara, che andava peggiorando ogni giorno, impedì che le ostilità tenessero dietro a questo rifiuto[183].
Nel medesimo tempo due uomini che aveano macchiati coi tradimenti i più rari talenti e un carattere che non era privo di nobile grandezza, conobbero a prova che il favore dei principi non è sufficiente risarcimento alla perdita della pubblica stima sagrificata per compiacer loro. Il contestabile di Borbone era giunto a Toledo il 14 novembre presso all'imperatore. Egli era stato accolto da lui colle maggiori dimostrazioni di stima e d'amicizia, ed onorato siccome quegli che doveva sposare la sorella del monarca ed ascendere un giorno sul trono; ma quanto erano grandi e molte le carezze che Carlo V prodigavagli, altrettanto era umiliante il dispregio in cui i nobili castigliani mostravano di tenerlo. Quest'uomo, che aveva venduto agli stranieri il proprio suo re e la sua patria, non pareva loro potere con nessuna virtù con niuno servigio cancellare cotanta infamia; e quando Carlo V dimandò al marchese di Villena che volesse prestare il suo palazzo al contestabile, questi rispose che non poteva ricusar nulla al suo sovrano, ma che, appena partito il Borbone, egli incendierebbe colle sue proprie mani il palazzo, siccome quello che sarebbe stato infamato dalla presenza di un traditore[184].
Dall'altro canto il Pescara, che, per conciliarsi più sicuramente il favore di Carlo V, erasi avvilito a ciò che v'ha di più abjetto nella condotta d'una spia, a corrompere egli medesimo coloro che voleva denunciare, era divenuto bersaglio dell'orrore e del disprezzo di tutti gl'Italiani che aveva traditi. Nato nel casato catalano d'Avalos, già venuto nel regno di Napoli e domiciliatovisi con Alfonso I, egli aveva cominciato i suoi primi fatti d'armi alla battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero. D'allora in poi erasi trovato presente a tutte le guerre d'Italia, e benchè non oltrepassasse i trentasei anni, aveva acquistata grandissima esperienza; erasi distinto col suo ingegno inventore, la sua attività, il suo coraggio, i suoi stratagemmi; avea saputo rendersi caro all'infanteria spagnuola, cui comandò lungo tempo, e soleva dire che gli rincresceva di non essere nato piuttosto in Ispagna che in Italia. In quell'epoca medesima egli era oppresso da una malattia che non aveva diligentemente curata, e morì in Milano il 30 di novembre, nel mentre che Vittoria Colonna, sua moglie, celebre nella letteratura, era partita in tutta fretta da Napoli per venirlo ad assistere, e non aveva ancora oltrepassato Viterbo[185].
La morte del Pescara accrebbe il coraggio de' Veneziani, e di tutti coloro che in Italia volevano assicurare coll'armi la propria indipendenza: supponevano che l'armata imperiale fosse tanto più indebolita da una perdita così grande, che il contestabile di Borbone e il vicerè Lannoy erano assenti entrambi; perciò sollecitavano il papa di sottoscrivere, mentre Francesco Sforza era ancora padrone del castello di Milano, una lega necessaria per salvare l'Italia dall'assoluta schiavitù che la minacciava. La reggente di Francia prometteva di sovvenir loro cinquecento lance francesi e quaranta mila ducati al mese, i quali bastavano ad assoldare diecimila Svizzeri; e nel medesimo tempo doveva cominciare la guerra sulle frontiere della Spagna per impedire a Carlo V di mandare soccorsi in Italia. Enrico VIII, che verso il finire di agosto aveva sottoscritta colla reggente un'alleanza difensiva, e che aveavi messa per condizione ch'ella non abbandonerebbe nessuna provincia del regno per riscattare suo figliuolo, facevasi mallevadore delle promesse cui si obbligava il governo francese. Il papa e i Veneziani, de' quali il primo trattava anche a nome de' Fiorentini, ed i secondi a nome anche del duca di Ferrara, dovevano somministrare a spese comuni mille ottocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e venti mila fanti; la flotta veneziana, unita alla francese, doveva attaccare contemporaneamente Genova o il regno di Napoli[186].
Ma un progetto così difficile e così pericoloso da eseguirsi avrebbe incusso timore anche ad un uomo di carattere più fermo e deciso, che non lo era Clemente VII. Questi, dacchè era salito sul trono, avea delusa l'aspettazione di tutti coloro che credevano conoscerlo; e dava allora a divedere che se l'amministrazione sua era stata gloriosa durante il regno di suo cugino Leon X, ciò doveasi attribuire molto più alla fermezza e risoluzione di Leone, che all'abilità sua nel servirlo. Sempre indeciso, e pronto a disdirsi, sbigottito sempre dagli ostacoli quando s'appigliava ad una risoluzione, e dimenticandosi allora di tutti quelli per cui aveva abbandonata la risoluzione contraria, egli fluttuava sempre fra partiti estremi, lasciava passare il momento d'agire, e quand'era poi costretto a decidersi, ora si abbandonava da disperato a ciò che riguardava come una fatalità, ora cedeva alle sollecitazioni dei suoi ministri, senza essere per altro persuaso di quelle ragioni che per avventura gli allegavano. Questa irrisoluzione veniva accresciuta ancora dalla scissione manifestatasi nel suo più intimo consiglio. Erano confidenti di Clemente VII frate Nicola di Schomberg, dominicano tedesco, creato dal papa arcivescovo di Capoa, e Giovan Matteo Ghiberti, che occupava la carica di datario apostolico; Clemente operava il più delle volte dietro i consiglj di costoro. Ma il Schomberg aveva abbracciato con zelo il partito dell'imperatore; e il Ghiberti, quantunque riponendo poca fiducia nella Francia, ed amaramente lagnandosi del difetto di discrezione e di fede di questa corte, voleva unirsi a lei per difendere l'indipendenza italiana; costoro non temevano di dare la maggiore pubblicità alle loro contese, e le loro alternative vittorie scemavano il credito del papa. Questi erasi finalmente risolto a sottoscrivere la lega proposta; tutti gli articoli erano già convenuti, ed era pure giunto il giorno fissato alla conclusione, quando sentendo egli arrivato a Genova il commendatore Errera con muove proposizioni dell'imperatore, sospese ogni cosa per sentirle[187].
Questi articoli erano tali da lusingare Clemente, e ciò s'era procurato a bella posta per distorlo da un'alleanza che Carlo V temeva. Gli si promettevano la restituzione di Reggio e Rubbiera, il mantenimento di Francesco Sforza nel ducato di Milano, ed ove questi morisse senza eredi, la cessione del ducato medesimo al contestabile di Borbone, che Clemente VII aveva imprudentemente proposto egli stesso, sebbene poscia si fosse di leggieri avveduto che questo ducato non sarebbe meno dipendente dall'imperatore, qualora venisse tra le mani del Borbone, di quello che lo sarebbe se governato fosse da un vicerè; ma presto si potè conoscere che questa proposizione artificiosa era un'insidia tesa al papa. Benchè Carlo V avesse avuto avviso già da due giorni dell'arresto del Moroni e della spogliazione del duca di Milano, egli però non ne faceva alcun cenno negli articoli che presentava, onde aver campo di potere dichiarare in seguito, che tali avvenimenti, venuti posteriormente alla sua saputa, cambiavano lo stato degli affari, e che il prevaricamento del duca di Milano, dovendo essere dietro le leggi imperiali punito almeno colla morte civile, lasciava aperta la successione del duca, e piena libertà all'imperatore d'investirne immediatamente il duca di Borbone[188].
Gli ambasciatori imperiali promettevano di far correggere quest'ommissione, e stipulare la guarenzia del ducato di Milano in que' termini stessi che il papa vorrebbe dettare; ma chiedevano due mesi di tempo per ricevere risposta dalla Spagna, e volevano che fino a quell'epoca Clemente VII non s'impegnasse in nessun modo coi loro nemici. Il papa comprese di leggieri non esser altro cotale dimanda se non che un'astuzia diretta a guadagnar tempo; ma dimostrò a' suoi consiglieri che poteva accordare senza nulla perdere il termine richiesto. Egli giudicava con molta accortezza che un trattato, da lui sottoscritto prima che il re di Francia fosse posto in libertà, non sarebbe che uno spauracchio di cui la reggente approfitterebbe per ottenere dall'imperatore la libertà di suo figliuolo, e ch'ella porrebbe sempre fra le sue prime offerte l'abbandono de' suoi nuovi alleati d'Italia. Ma s'egli invece lasciava che la reggente trattasse come potrebbe coll'imperatore, non eravi quasi più dubbio che le condizioni di questi non fossero intollerabili, e non fossero in conseguenza quasi immediatamente violate. Dall'abuso della vittoria doveva necessariamente nascere una nuova guerra; e tornava assai più conto agl'Italiani trattare con Francesco impaziente di vendicarsi, anzi che con Francesco mercanteggiante ancora per la propria libertà[189].
Tale era lo stato delle negoziazioni al principio del 1526. Carlo V poteva a sua scelta o, trattando con moderazione Francesco I, obbligarselo coi benefizj, e lasciandogli la Francia intatta, persuaderlo ad abbandonare l'Italia alle armi imperiali; o al contrario, accontentando gli stati italiani, tranquillandoli intorno ai suoi progetti di monarchia universale, e sciogliendo così la loro lega, ed assicurandosi dell'amicizia loro, spingere poscia i suoi vantaggi contro la corona di Francia e spogliarla di alcune province. Ognuno di questi progetti era suggerito ed appoggiato da alcuno de' consiglieri di Carlo: ma egli, che per più capi somigliava al suo avo Massimiliano, che, siccome usava quest'ultimo, non misurava giammai i suoi progetti colle sue forze, e dimenticavasi che il denaro gli veniva meno quasi sempre nel primo mese di ogni campagna, s'appigliò egli solo a un terzo partito più gigantesco degli altri due: ciò era di stendere contemporaneamente il suo scettro sull'Italia e sulla Francia, di assicurarsi del ducato di Milano, di ridurre all'ubbidienza il papa e i Veneziani, chiusi entrambi allora nei suoi stati, e di strappare nel medesimo tempo di mano a Francesco I alcuna delle migliori province del di lui regno[190].
Formato cotale divisamento, l'imperatore, a malgrado dell'opposizione costante del suo gran cancelliere Mercurio Gattinara, dettò al suo prigioniero il trattato di Madrid, che fu sottoscritto il 14 di gennajo del 1526. Il re, impaziente della sua cattività, e riguardandosi a cagione della violenza che gli si faceva, sciolto da quegli impegni cui si obbligava, acconsentì a quasi tutto ciò che gli venne dimandato. Abbandonò all'imperatore il ducato di Borgogna, il contado di Charolois, le signorie di Noyers e di Castel-Chinone, il viscontado d'Ausonna e la terra di san Lorenzo; rinunciò alla signoria della Francia sui contadi di Fiandra e d'Artois; s'obbligò pure a rendere al duca di Borbone, e a tutti i ribelli che lo avevano seguito, le loro terre, i loro feudi e le signorie loro. Nel mentre ch'egli sagrificava in questo modo diritti così importanti della corona di Francia, abbandonava anche i suoi alleati alla cupidigia dell'imperatore. Prometteva di ridurre Enrico d'Albretto, fatto ancor egli prigioniere alla battaglia di Pavia, ma sottrattosi poscia alla cattività in grazia dell'ardimento del suo paggio, a rinunciare al nome e alle armi di re di Navarra; cedeva all'imperatore tutte le sue pretese sul regno di Napoli, il ducato di Milano, Genova ed Asti, e prometteva di somministrargli truppe di terra e di mare, che l'accompagnassero in Italia, quando andrebbe a pigliare la corona imperiale; con che esprimeva chiaramente che lo ajuterebbe a soggiogare il papa, i Veneziani, i Fiorentini, i duchi di Milano e di Ferrara, nuovi alleati del re, che soli potevano, colla resistenza che avessero per avventura voluto opporre, far nascere il bisogno di un'armata imperiale in Italia all'istante dell'incoronazione. A guarenzia di questo trattato Francesco I doveva sposare Eleonora, regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, e il Delfino sposare Maria, figliuola di Carlo V. Ad onta però di questa unione delle due famiglie, il re dovea consegnare come ostaggi all'imperatore due de' suoi figliuoli, onde assicurare l'osservazione del trattato, che egli medesimo oltre a ciò era tenuto di ratificare, tostocchè sarebbe libero, nella prima città del suo regno[191].
A tali condizioni Francesco I fu rilasciato in cambio de' suoi due figliuoli, il giorno 18 marzo 1526, in una barca legata nel mezzo del fiume Andaye, il quale divide Fontarabia da Bajonna. L'Italia, consapevole delle clausole e dell'esecuzione di questo trattato, stette tutta tremante in aspettazione delle prime operazioni del re di Francia, onde vedere se egli aveva in animo di osservare le sue promesse, e di condannarla così a perpetua schiavitù[192].