CAPITOLO CXVII.

Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono abbandonati dalla Francia, e mal serviti dal duca d'Urbino; crudeltà degl'Imperiali in Lombardia. Clemente VII sorpreso nel Vaticano dai Colonna è forzato di acconsentire ad una tregua, che poi viene da lui violata.

1526.

L'Italia mai non erasi mostrata tanto disposta ad armarsi per la propria indipendenza come nell'istante in cui le fu noto il trattato di Madrid. L'espulsione dei barbari era il voto di tutti gli stati, di tutte le province, di tutte le condizioni: e di questo nome di barbari, che gl'Italiani davano allora ad una voce agli oltremontani, non eransi giammai in altri tempi renduti più meritevoli tutti i popoli che guastarono la bella Italia ne' trent'anni che precedettero quest'epoca. La civiltà aveva, a dir vero, fatti progressi nelle corti e nelle capitali dei principi oltremontani; ma la barbarie regnava tuttavia tra la generalità dei popoli, ed in particolare nelle armate. Giammai tanta cupidigia, tanta crudeltà, tanta perfidia non eransi a gara mostrate dalle diverse nazioni. Giammai le città non erano state più frequentemente e più inumanamente saccheggiate; giammai i contadini ridotti a tale eccesso di disperazione. Dall'una all'altra estremità d'Italia, ogni provincia aveva più d'una volta sperimentata l'asprezza de' comandanti stranieri, l'insolenza e la rapacità dei soldati. La Sicilia, la di cui antica costituzione non veniva più rispettata, dacchè il suo monarca regnava sopra la metà dell'Europa, era così insofferente del giogo spagnuolo, che il timore de' supplicj non bastava a frenare i cospiratori, tenuti ubbidienti soltanto dalla continua forza che gli opprimeva. Il regno di Napoli, dopo avere lungo tempo sofferto il giogo francese, era ridotto a desiderarlo, dacchè i soldati spagnuoli, accantonati senza paga nelle loro campagne, rifacevansi sugl'infelici contadini delle ruberie dei tesorieri reali; dacchè i vicerè opprimevano il commercio coi monopolj, moltiplicavano gli asili accordati ai facinorosi, e non si prendevano verun pensiero della giustizia. Lo stato della Chiesa, ruinato dall'inquieto carattere di tre pontefici che si erano succeduti con eguale ambizione, piagneva tuttavia le perfidie di Alessandro VI, quando Giulio II e Leon X vi chiamarono nuovi sciami di stranieri. La lunga guerra di Pisa aveva lasciata nella desolazione metà della Toscana; e nel sacco di Prato quest'industriosa contrada aveva imparato a conoscere l'avarizia e la crudeltà degli Spagnuoli. In tutta l'estensione degli stati veneziani non si trovava un piccolo distretto che non avesse avuto triste esperimento della brutalità de' Tedeschi, e che nelle guerre eccitate dalla lega di Cambrai non fosse stato più volte saccheggiato. Genova era stata di fresco abbandonata al sacco degli Spagnuoli dal marchese di Pescara. Gli stati di Ferrara, che sì lungo tempo aveano tentata l'ambizione di Giulio II e di Leone X, erano stati irrigati di sangue, e quelli di Mantova esposti ai medesimi guasti. Più sventurata di tutte le altre province, la Lombardia non aveva mai cessato d'essere il teatro della guerra dopo la prima spedizione di Carlo VIII; presa più volte e ripresa dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Tedeschi, dagli Svizzeri, non sapeva quale di questi barbari popoli dovesse più abborrire. Il Piemonte ed il Monferrato, senz'essere in guerra per proprio conto, n'erano ogni anno il teatro, e gli sventurati loro abitanti venivano puniti da un partito per essere stati esposti alle violenze di un altro. In questo universale stato di patimenti, di cui nulla presagiva il fine, gl'Italiani, poichè non potevano sperar pace, invocavano almeno una guerra nazionale, una guerra nella quale combattessero e soffrissero per la loro libertà, per la loro indipendenza, per un governo scelto da loro, e non per passare dalle mani di un padrone che detestavano a quelle di un altro egualmente abborrito.

Le circostanze presenti non sembravano meno favorevoli alla liberazione dell'Italia di quel che lo fosse questa generale disposizione degli spiriti. Lo spogliamento di Francesco Sforza aveva disvelata l'insaziabile ambizione di Carlo V e corrucciati tutti i sudditi di questo sventurato principe, allora assediato nel castello di Milano; e non ve n'era un solo che non si credesse chiamato ad impugnare le armi per difendere un sovrano riconosciuto da tutta l'Europa, ed in favore del quale erano stati conchiusi tanti trattati. In fatti universale era il fermento e le insurrezioni anche in Milano giornaliere, mentre l'armata dell'imperatore, indebolita dalle diserzioni, mancante di munizioni, mal pagata, e per le continue sue vessazioni diventata l'oggetto dell'odio universale, lungi dal poter resistere ad un attacco straniero, non sembrava pure in istato di potersi sostenere contro gli abitanti del paese.

Di quest'epoca Carlo V aveva sposata Isabella di Portogallo, che gli aveva recata in dote la prodigiosa somma di novecento mila ducati; vale a dire quanto abbisognava per mantenere un anno un'armata di venti mila uomini di milizia svizzera, che di tutte era la più dispendiosa; ma tale era il disordine delle finanze dell'imperatore, che anche in tale circostanza aveva trovata la maniera di essere senza danaro. La ribellione dei contadini che aveva cominciato nella Svevia, e che minacciava tutto l'impero, aveva acceso il fuoco nella Germania. La Spagna non si era per anco riavuta dall'ultima sua guerra civile, nè ancora mostravasi prontamente ed interamente ubbidiente al monarca. L'Ungheria, che ne' due precedenti secoli aveva presa tanta parte nelle cose dell'Italia, più non poteva abbadarvi, essendo costretta a sostenere sola, per la difesa della Cristianità, il terribile peso della guerra de' Turchi; ed il giovane Lodovico II, re d'Ungheria e di Boemia, diede il 29 di agosto di questo stesso anno la fatale battaglia di Mohacz, in cui perì colla maggior parte della sua nobiltà, porgendo così occasione a Ferdinando, fratello di Carlo V, di raccogliere quelle due corone, ma nello stesso tempo richiamando tutta la sua attenzione verso i confini de' Turchi[193]. Gli altri, potentati posti in guardia dall'ambizione di Carlo V, vedendolo nello stesso tempo minacciare col trattato di Madrid l'Italia e la Francia, desideravano che gl'Italiani si rendessero indipendenti, ed erano disposti a soccorrerli. Il re di Francia rinunciava a' suoi pretesi diritti sul Milanese e sul regno di Napoli; ed il re d'Inghilterra eccitava il papa a farsi capo di una lega, che assicurasse colla libertà del suo paese quella dell'Europa.

Ma perchè un paese possa liberarsi dal giogo degli stranieri, d'uopo è che i suoi popoli si accostumino alla milizia, e che i suoi capi non manchino di risolutezza: e queste due qualità mancavano agl'Italiani. La fanteria comune levata nel paese era universalmente riconosciuta inferiore alla tedesca, alla spagnuola, alla svizzera. Non è perciò che non si fossero veduti particolari corpi, formati da buoni capitani, uguagliare in valore le migliori truppe d'Europa: Federico da Bozzolo, Renzo di Ceri e Giovanni de' Medici, avevano dato alle loro bande italiane una riputazione confessata da tutte le nazioni; ma la maggior parte de' fanti, assoldati mensilmente e licenziati alla fine d'ogni campagna non potevano pareggiarsi a quelle truppe scelte. Altronde il carattere de' soldati non indicava quello della massa del popolo. Le persone di mala vita, i vagabondi, gli assassini, erano quasi i soli che si lasciassero persuadere ad entrare nelle armate; i contadini non avevano veruna abitudine al servizio, ed i borghesi erano ancora più timidi. Quasi in ogni luogo i sudditi dello stato erano disarmati; e se qualche governo aveva avuto la saviezza d'arrolare e d'esercitare le sue milizie, mancando lo spirito militare nei capi, non poteva diffondersi nella massa del popolo. Per tal modo l'ordinanza de' Fiorentini, ch'era forse la milizia d'Italia e la meglio organizzata, era diventata un continuo oggetto di ridicolo a cagione della sua viltà.

Ma più che il coraggio militare alle truppe, mancava il coraggio di spirito ai governi. Quello che in addietro animava i consiglj della repubblica fiorentina, più non trovavasi in veruna parte d'Italia. I Veneziani erano famosi per conto della loro prudenza, ma il loro sistema riducevasi a salvare il presente a spese dell'avvenire, a sottrarsi con destrezza alle difficoltà, e ad aspettare soccorso dal tempo. Dopo avere lungo tempo fatta buona prova, doveva all'ultimo necessariamente produrre disastri. Clemente VII, la di cui profonda politica era stata lungamente ammirata quando era consigliere di Leon X, e quando credevasi ch'egli avesse tutto calcolato e tutto preveduto, mancava essenzialmente di risoluzione. Nè egli sapeva prendere opportunamente un partito, nè sostenerlo con costanza; scioccamente sagrificava per avarizia i suoi mezzi di difesa; e quand'erasi in tal modo dato in mano de' nemici, era solito d'entrare per pusillanimità in impegni contrarj ai suoi interessi.

Non pertanto i Veneziani ed il papa erano le sole potenze che ancora conservassero in Italia il sentimento della loro indipendenza; e loro toccava il dirigere l'ultimo sforzo a pro della libertà italiana. Essi lo sentivano, e non abbandonarono i progetti formati in tempo della cattività di Francesco I; e quando lo seppero tornato ne' suoi stati, si affrettarono di spedire a Parigi i loro ambasciatori sotto colore di felicitarlo, ma in sostanza per iscandagliare le sue disposizioni, dissuaderlo dall'osservanza del trattato di Madrid, e piuttosto consigliarlo ad entrare con loro in una lega, che porrebbe limiti all'ambizione ed alle usurpazioni dell'imperatore[194].

Gli ambasciatori del papa e di Venezia non tardarono a conoscere le disposizioni del re. Lagnavasi egli altamente della violenza che gli si era fatta per costringerlo a sottoscrivere il trattato di Madrid, e dell'estrema durezza usata a suo riguardo. Andava replicando che il giuramento a cui era stato astretto, era meno valido assai e meno solenne che non quello della sua consacrazione, col quale erasi obbligato verso i suoi sudditi a non ismembrare la Francia. Sua madre e sua sorella, madama d'Alenson, le di cui negoziazioni in Ispagna erano tornate vane, professavano i medesimi principj. I grandi, non meno che il popolo, sembravano impazienti di lavare l'affronto ricevuto dal loro re; ed in pari tempo i ministri francesi si affrettavano di dichiarare agli ambasciatori italiani, che, rinunciando oramai ad un'ambizione ch'era riuscita fatale alla Francia, essi più non muovevano pretese nè sopra Milano, nè sopra Napoli, e soltanto desideravano che quelle province non ingrandissero i possedimenti d'un monarca rivale, ma che l'Italia tutta fosse libera e scuotesse ogni giogo straniero[195].

Queste assicurazioni sembravano proprie ad affrettare la conclusione della lega italiana, che, secondo i desiderj di Francesco I, trattavasi in Francia, affinchè gli ambasciatori inglesi vi potessero più facilmente intervenire: ma coloro che meglio penetravano nell'animo del re avrebbero potuto avvedersi che il suo coraggio, la confidenza nella propria fortuna e la sua ambizione erano stati domati dalla sventura: che oramai non desiderava che la pace; che si affretterebbe di ricuperare a qualunque altissimo prezzo i figliuoli dati in ostaggio; e che, quando Carlo V non gli chiedesse lo smembramento della Francia, e rinunciasse a privarlo della Borgogna, Francesco dal canto suo non farebbe difficoltà di sagrificare l'indipendenza d'Italia; di modo che quando stringeva gl'Italiani ad associarsi a lui, non facevalo che per potere trattare egli stesso poscia con maggior suo vantaggio, e vendere a più caro prezzo l'abbandono de' suoi alleati[196].

Francesco I aveva adunati a Cognacco i principi ed i notabili del regno; gli aveva consultati intorno al trattato che aveva sottoscritto, e ricevuta la loro dichiarazione, ch'egli non aveva il diritto di alienare la Borgogna. Gli stati di questa provincia avevano protestato contro la loro separazione dal regno; e Francesco, da che trovavasi in libertà, avea rifiutato al signore di Lannoi, vicerè di Napoli, che l'aveva seguito, di ratificare il trattato di Madrid. Poco dopo questo rifiuto, il 22 di maggio del 1526, sottoscrisse un trattato d'alleanza con Clemente VII, i Veneziani e Francesco Sforza, il quale trattato, per essere il papa capo della confederazione, fu chiamato la santa lega[197].

Lo scopo di questa lega era quello di far mettere in libertà i figli di Francesco I contro il pagamento di una taglia; di far restituire il ducato di Milano a Francesco Sforza, e la contea d'Asti colla sovranità abituale di Genova al re di Francia. Se Carlo V ricusava queste condizioni, i confederati, per costringerlo ad accettarle, obbligavansi ad unire in Italia a spese comuni un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri e trenta mila fanti, mentre due armate francesi penetrerebbero, una in Lombardia e l'altra in Ispagna. Nello stesso tempo i confederati dovevano attaccare il regno di Napoli con una flotta di ventotto galere veneziane e pontificie. Dopo averne cacciati gli Spagnuoli, il papa doveva disporre di questo regno a favore di un principe italiano, il quale pagherebbe al re di Francia, in tacitazione de' suoi diritti, un annuo canone di settantacinque mila fiorini[198].

I confederati sentivano la necessità di non perdere tempo a far avanzare le loro truppe in soccorso dell'infelice duca di Milano, che, assediato nel castello della sua capitale, aveva dichiarato di non avere vittovaglie per tutto il mese di giugno[199]. Le violenze esercitate in Milano dalle truppe spagnuole vi avevano eccitata una sollevazione; ma sebbene il duca ne approfittasse per fare una sortita, non aveva trovati apparecchiati nè soccorsi, nè munizioni, ed era stato forzato a rientrare nel castello senza avere ottenuto verun vantaggio. Dal canto suo il popolaccio si era trattenuto a saccheggiare la corte vecchia in cui risiedeva il tribunale criminale, e dato così tempo agli Spagnuoli di porsi sulle difese. Non pertanto Antonio di Leiva, che li comandava di concerto con Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, e cugino del Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, promise ai Milanesi per calmarli, che farebbe uscire di città tutte le truppe strettamente non necessarie all'assedio del castello[200]. Intanto altri Spagnuoli taglieggiavano gli stati di Parma e di Piacenza, e la stessa autorità del pontefice veniva o disprezzata o attaccata dagli agenti dell'imperatore[201].

In fatti il papa ed i Veneziani si affrettarono, anche prima che si conchiudesse la lega, di porsi in istato di agire. Il duca d'Urbino, generale dei Veneziani, si avanzò sull'Adda con tutti i suoi uomini d'armi, e sei mila fanti italiani; Guido Rangoni, generale del papa, si portò dal canto suo fino a Piacenza con altri sei mila fanti. Per rendere più formidabili queste due armate, sentivasi il bisogno di unirvi gli Svizzeri. L'istante era giunto di strignere le negoziazioni intavolate già da un anno coi cantoni dal vescovo di Veruli; ma gli si era così strettamente ordinato di non prendere verun positivo impegno, di non lasciar penetrare il segreto, di non compromettere il papa, che non potè far marciare gli Svizzeri colla desiderata prestezza. Gian Giacomo de' Medici, Milanese, che veniva contraddistinto col titolo di castellano di Musso, dal nome di un castello di cui si era impadronito in vicinanza de' Grigioni[202], e che cominciava a farsi nome colle armi e cogl'intrighi, promise al papa di assoldare sei mila Svizzeri ad un mezzo ducato l'uno d'arrolamento: Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, che pretendeva pure di avere grandissimo credito presso i cantoni, promise di levarne un egual numero pei Veneziani: ed i confederati si riposarono sulle promesse di questi raggiratori, cui affidarono il loro danaro in principio di giugno, raccomandando loro estrema diligenza[203].

Ma in questo tempo il re di Francia era entrato in nuove negoziazioni con Carlo V, cui aveva offerti due milioni di scudi d'oro per la taglia de' suoi figliuoli, purchè a tale prezzo potesse conservare la Borgogna; minacciandolo in pari tempo colla lega che si stava formando contro di lui. Per guadagnare tempo intanto coi confederati, ricusava di sottoscrivere il trattato di Cognacco, finchè non avesse ricevute le ratifiche del papa e dei Veneziani; e con tale pretesto non pagava i quaranta mila scudi promessi ogni mese per levare gli Svizzeri, nè faceva avanzare le sue truppe[204].

Gli alleati italiani avevano ordinato di cominciare le ostilità; mandavano ogni giorno rinforzi all'armata; Vitello Vitelli era giunto a quella del papa colle truppe fiorentine; vi si era recato ancora Giovanni de' Medici, dichiarato capitano della fanteria italiana, mentre che lo storico Guicciardini era stato nominato luogotenente del papa in tutti gli stati della Chiesa, ed era partito da Roma il giorno 7 di giugno per recarsi all'armata con una quasi illimitata autorità[205].

Ma in mezzo agli apparecchj di guerra si continuavano le negoziazioni. Ugo di Moncade, che vantavasi d'essersi formato alla scuola di Cesare Borgia, era stato mandato da Carlo V prima al re di Francia, poi a Milano, indi a Roma, per cercare di sciogliere la lega, e per trattare separatamente o cogl'Italiani, o coi Francesi. Il Moncade aveva rifiutati i due milioni offerti dal re in cambio della Borgogna. Aveva date buone speranze al duca di Milano; ma giudicando che questi non potrebbe lungamente difendersi, non aveva voluto far sospendere l'assedio del castello. Giunto presso Clemente VII, gli aveva press'a poco offerto tutto ciò che poteva desiderare per l'Italia, a condizione che egli ed i Veneziani rinuncierebbero al trattato col re di Francia. Clemente per onore e per politica aveva risposto che oramai vi si era obbligato, e che più accettare non poteva condizioni, che in addietro aveva inutilmente domandate all'imperatore. Tutto adunque disponevasi per la guerra, ed i capitani imperiali, che si trovavano in Milano con pochissime truppe, in mezzo ad una popolazione ridotta a disperazione dai loro cattivi trattamenti, e tra nemici più forti, risguardavano omai come pericolosissima la loro situazione[206].

Ma sgraziatamente per l'Italia e pel riposo d'Europa i Veneziani avevano affidato il comando della loro armata a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e siccome il rango di questo generale era di lunga mano superiore a quello del conte Guido Rangoni, comandante delle truppe pontificie, il primo dirigeva solo tutte le operazioni degli alleati. Non mancavano al duca d'Urbino talenti militari, nè fors'anco valore personale; ma prendendo per suo modello Prospero Colonna, egli ne aveva esagerato il metodo. Egli riduceva tutta la tattica militare a prendere inattaccabili posizioni, schivando sempre di venire a battaglia, per quanto le sue forze fossero più numerose di quelle del nemico: veruna circostanza sembravagli tanto stringente da determinarlo ad un'ardita azione, ed ostinandosi a non volere arrischiar nulla, giugneva alla certezza di perdere ogni cosa. Egli dichiarò che non si avvicinerebbe ai nemici finchè non sarebbero arrivati alla sua armata gli Svizzeri che gli erano stati promessi.

Ma questi mai non arrivavano: i due negoziatori, che dovevano arrolarli, non godevano presso quella nazione di tutta l'opinione che avevano millantata; altronde un'inopportuna economia non aveva lasciato che il papa vi pensasse a tempo. Gian Giacopo de' Medici ad altro quasi non pensava che a svolgere in suo profitto una parte del danaro che gli era stata affidata per quest'oggetto, e Vespasiano Sforza, vescovo di Lodi, uomo prosontuoso, che aveva menato tanto rumore intorno alle sue aderenze cogli Svizzeri, era loro appena noto[207]. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto, conoscendo che sarebbero attaccati tostocchè arriverebbero gli Svizzeri, vollero in prevenzione assicurarsi dei Milanesi, comprimerli col terrore, e rompere il trattato ch'essi avevano conchiuso con loro. Avevano segretamente fatti entrare nuovi Spagnuoli in città, cui avevano fatto occupare i luoghi più forti: contemporaneamente tutta l'armata ebbe ordine d'avanzare; ed in allora, desiderando che si eccitasse una sollevazione, fecero, per avere un pretesto di punire il popolo, uccidere in faccia sua il 17 di giugno un borghese che aveva ommesso di salutarli, ed immediatamente dopo tre di lui amici, che essi avevano veduti compiangere la di lui sorte. Come lo previdero, il popolo diede subito mano alle armi: ma le loro genti distribuite nelle case provvedute di feritoje, e ne' luoghi forti che signoreggiavano le principali strade, fecero subito fuoco addosso alla moltitudine. Moltissimi Milanesi caddero uccisi senza quasi poter danneggiare i nemici. Però la zuffa mantenevasi ancora, quando si sparse la notizia che il rimanente dell'armata si trovava già presso alle porte; onde i Milanesi si dispersero vinti da subito spavento. D'altra parte il Leiva non voleva abbandonare al saccheggio la capitale della Lombardia, che destinava ad essere più lentamente, più crudelmente, più regolarmente spogliata. Si fece una nuova convenzione col popolo, il quale acconsentì a lasciarsi disarmare, ed all'esilio di tutti i suoi capitani della milizia e di tutti suoi magistrati[208].

Le violenze degl'imperiali non si ristringevano alla sola Milano, ma si rinnovavano in tutte le città, in tutte le borgate della Lombardia, ed ovunque eccitavano il medesimo risentimento. Fabrizio Maramaldo, ufficiale calabrese, era stato posto a Lodi da Antonio di Leiva con settecento fanti italiani al soldo dell'imperatore, ai quali si permetteva la più sfrenata licenza. Lodovico Vistarini, gentiluomo lodigiano, che pure serviva nell'armata imperiale, non potendo più lungamente sostenere quest'oppressione della sua patria, nella notte del 24 di giugno sorprese una piccola torre sopra un bastione di questa città, ove stavano soltanto sei uomini di guardia, che furono da lui uccisi. Padrone d'una pusterla, prima che niuno fosse ancora informato della sua intrapresa, uscì di città per andare incontro al duca d'Urbino, che aveva prevenuto del suo disegno. Malatesta Baglioni entrò prima degli altri in Lodi per questa pusterla con tre in quattro mila fanti veneziani, ed il duca d'Urbino lo seguì poche ore dopo. Maramaldo, sorpreso, ritirossi non pertanto in buon ordine nella fortezza, ove venne bentosto da Milano a raggiugnerlo con tre mila Spagnuoli il marchese del Guasto; ma dopo un sanguinoso combattimento gl'imperiali non avendo potuto ricuperare la città, risolvettero altresì di evacuare la fortezza, e ricondussero tutte le loro truppe a Milano[209].

La conquista di Lodi poteva essere per la lega della più grande importanza; con ciò si assicurava il passaggio dell'Adda, era tolto ogni ostacolo all'unione dell'armata pontificia con quella di Venezia, e rotta la comunicazione tra Milano e Cremona, sicchè niente più impediva all'armata degli alleati di portarsi fin sotto le mura di Milano, dove il popolo invocava un liberatore, e dove lo sventurato Sforza, assediato nel castello, avendo consumate tutte le munizioni, sforzavasi non pertanto di tenersi fino all'arrivo degli alleati. Non contansi più di venti miglia da Lodi a Milano, ed altrettante da Lodi a Pavia: di modo che, essendo minacciata ancora questa seconda città, gl'imperiali, per difenderla, dovevano dividere le loro forze. L'armata alleata aveva più di venti mila fanti, una buona artiglieria, uomini d'armi e cavaleggieri in grosso numero, mentre che gl'imperiali non avevano che tre mila tedeschi, pochissimi cavalli, pochissime vittovaglie, ed erano affatto senza danaro[210].

Ma il duca d'Urbino, alla sua esagerata prudenza e ad una soverchia diffidenza delle truppe italiane, aggiugneva un segreto desiderio di vedere umiliato Clemente VII con tutta quella famiglia de' Medici, la di cui nimicizia gli era stata tanto funesta. Egli non volle mai piegarsi alle calde istanze che Francesco Guicciardini ed i capitani della Chiesa, che lo avevano raggiunto il 26 di giugno, gli facevano, di marciare rapidamente sopra Milano. Sarebbe un'imperdonabile imprudenza, egli loro diceva, il venire a battaglia cogl'imperiali prima d'avere ricevuti i soccorsi degli Svizzeri; e tutto quanto acconsentì di fare per compiacerli, fu di accostarsi lentamente a Milano facendo tre o quattro miglia un giorno e consumando l'altro nel campo per dar tempo agli Svizzeri di arrivarlo. Infatti il 6 di luglio giunse al suo campo a san Martino, lontano tre miglia da Milano, un corpo avanzato di cinquecento Svizzeri; ma le sue lentezze avevano dato tempo al duca di Borbone di arrivare da Genova a Milano con circa ottocento fanti spagnuoli, e cento mila scudi che recava di Spagna per pagare le truppe[211].

Malgrado questo rinforzo, estremamente pericolosa era la situazione dell'armata imperiale in Milano. Con meno truppe assai de' nemici, doveva continuare l'assedio del castello, contenere il popolo, in ogni luogo disposto a ribellarsi, e difendere o il troppo vasto ricinto de' sobborghi, o, abbandonandoli, quello della città che presentava infinite difficoltà. Per ciò i capitani della lega non dubitavano che l'armata imperiale non si ritirasse innanzi a loro. Lo stesso duca d'Urbino ebbe un giorno la stessa credenza, ed il 7 di luglio fece avanzare la sua armata fino ad un tiro di fucile, e fece tirare alcune cannonate contro le porte; ma scoraggiato nel trovare qualche resistenza, fece in principio di sera chiamare i capitani della Chiesa, e loro dichiarando d'avere ordinato alle truppe veneziane di ritirarsi, li consigliò di fare lo stesso se volevano evitare una sconfitta. I comandanti delle truppe della Chiesa, ed in particolare il Guicciardini, vivamente pregarono il duca a rivocare quest'ordine, non sapendo essi ravvisare verun pericolo nella loro posizione; ma il duca trattava il Guicciardini con affettato disprezzo, siccome uomo forense che non poteva comprendere le operazioni militari. Egli fu inflessibile, e la precipitosa ritirata della sua armata, nel cuore della notte, ebbe quasi un'apparenza di fuga; e se può darsi fede alle notizie che ricevette la corte di Roma, quando il duca d'Urbino prese così pusillanime risoluzione, i generali imperiali avevano di già ordinato d'abbandonare Milano[212].

Lo stesso giorno di questa vergognosa ritirata, l'otto di luglio, era stato prescelto dagli alleati per pubblicare solennemente la loro confederazione a Roma, a Venezia ed in tutta la Francia. E la notizia di questa ritirata, che tenne subito dietro a quella dell'alleanza, fu dal popolo risguardata come un cattivo augurio per la continuazione della guerra[213].

Pareva infatti che confermasse l'espressione proverbiale degl'Italiani, che le armi de' Veneziani e quelle della Chiesa non tagliavano. La diffidenza, che è cagione della ruina di quasi tutte le leghe, cominciava di già a manifestarsi in questa. Il re di Francia non aveva ancora fatto nulla, preferendo d'appoggiarsi piuttosto agli sforzi de' suoi confederati che ai proprj; e si appigliava a dispute di parole intorno agli articoli del trattato, onde protrarre la sua cooperazione. Pareva che il duca d'Urbino si fosse proposto soltanto di compromettere il papa, senza esporre l'armata veneziana da lui comandata; e Clemente VII, che lasciavasi ributtare da ogni difficoltà, spaventare da ogni pericolo e da ogni spesa, cominciava di già a lagnarsi amaramente d'essere entrato in questa guerra. Una piccola guarnigione spagnuola, che occupava Carpi, arrestava i corrieri nello stato di Parma e di Piacenza, e faceva poco sicuro quel paese. I Colonna ne' loro castelli, il duca di Sessa ed Ugo di Moncade ai confini del regno di Napoli minacciavano Roma e lo stato della Chiesa, e di già il danaro che il papa avrebbe dovuto apparecchiare per una lunga guerra, mancava nelle prime mosse delle armate[214].

Ma il dolore che la ritirata dell'armata cagionò a tutti i confederati non era in verun modo paragonabile a quello che provarono gli sventurati abitanti di Milano. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto li credevano abbastanza avviliti per non dover più nulla temere da loro, e se avevano ancora avuto qualche riguardo, qualche ombra di disciplina o di giustizia, vi rinunciarono affatto dopo quest'epoca. Essi non ricevevano danaro per pagare la truppa, e conoscevano abbastanza Carlo V per sapere che non dovevano da lui sperarne; ma Milano poteva ancora lungamente mantenere la loro armata, dacchè si arrogavano il diritto di disporre di tutte le ricchezze che aveva la città. Dopo avere diligentemente disarmati gli abitanti, di già ridotti a piccolo numero dall'ultima peste e dalla continua emigrazione, essi acquartierarono i loro soldati in ogni casa, obbligando gli abitanti a somministrar loro non solo i più dilicati cibi, ma tutto ciò che sapevano desiderare, o tutto il danaro che chiedevano per soddisfare ai loro desiderj. Tutte le botteghe erano chiuse, tutte le officine senza lavoratori, vuoti tutti i magazzini. I proprietarj avevano procurato di nascondere le loro merci, ma i soldati frugando in ogni luogo, sotto pretesto di cercar armi, prendevano a discrezione tutto quanto trovavano. Le donne ed i fanciulli erano sempre esposti alla loro libidine; e quando uno Spagnuolo aveva tutto consumato, e più non trovava cosa che gli convenisse nella casa del suo ospite, lo forzava con prolungati tormenti a provvedere nuovamente a' suoi bisogni. Molti di loro tenevano il principale della casa sotto custodia, e legato per essere sicuri di trovarlo qualunque volta avessero qualche nuova inchiesta da fargli. Una severa guardia impediva, alle porte della città, che gli abitanti fuggissero abbandonando ogni loro proprietà; perciò, sebbene il suicidio sia sempre stato presso gl'Italiani rarissimo, ogni giorno si sentiva che qualche sciagurato erasi precipitato ne' pozzi o strozzato, per sottrarsi a così atroce tirannide[215].

Quando giunse a Milano il duca di Borbone, lusingaronsi gli abitanti che sarebbe meno barbaro che gli altri capitani imperiali, in paesi, di cui dicevasi che Carlo V gli aveva promessa l'investitura. I gentiluomini milanesi gli mandarono una deputazione per ricordargli tutte le testimonianze di attaccamento date dalla nobiltà all'impero. Lo stesso Borbone n'era stato testimonio; sapeva che dalla mano dell'imperatore avevano ricevuto quel principe, al quale loro si rimproverava d'essere fedeli, mentre i supplicj che loro s'infliggevano per punirneli, sorpassavano in crudeltà quelli che le leggi riservavano ai più odiosi delinquenti[216]. Il Borbone parve compassionarli, scusò i suoi commilitoni a cagione della necessità de' tempi e dei bisogni dell'armata, e nello stesso tempo promise, che quando i Milanesi potessero dargli trenta mila ducati, onde saziare in parte l'avidità de' soldati, li farebbe uscire tutti di città. Invocò sul proprio capo tutte le vendette del cielo se mancava a questa promessa, ed i suoi giuramenti ottennero fede; ma nello stato di totale esaurimento in cui era caduta una così doviziosa città, trenta mila ducati diventavano un'enorme somma. Ad ogni modo tutti cercarono di contribuire, privandosi delle ultime monete che loro rimanevano; ed il Borbone, quand'ebbe ricevuto il danaro, mancando impudentemente alla parola, non ritirò i soldati dalla città, nè diede veruna salvaguardia agli abitanti[217].

Lo sventurato Sforza, chiuso nel castello di Milano, vedeva finalmente avvicinarsi l'istante in cui la mancanza di vittovaglie lo sforzerebbe a capitolare. Per risparmiare le poche munizioni che ancora gli restavano, risolse di far sortire trecento di coloro che si erano con lui chiusi in castello e non erano capaci di difenderlo. Siccome gli assedianti non vi si opposero, questi infelici attraversarono, nella notte del 17 luglio, le trincee che li circondavano, le quali avevano così poca profondità, che sebbene fossero tutti o vecchi, o donne, o fanciulli, le passarono senza difficoltà. Questi fuggiaschi, giunti al campo di Marignano, rappresentarono ai generali della lega, da un canto l'estremità cui era ridotto il duca di Milano, dall'altro la facilità di soccorrerlo, tenendo la medesima strada che essi avevano battuta[218].

Erano di già arrivati al campo del duca d'Urbino cinque mila Svizzeri con Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e sebbene il duca volesse sempre aspettare le truppe della stessa nazione che doveva somministrare il re di Francia, ma che mai non giugnevano, si lasciò strascinare dalle importunità di tutti i suoi luogotenenti, e si avanzò fino a due miglia da Milano; soltanto impiegò quattro giorni in un viaggio che un pedone fa in tre ore, ed andò ad accamparsi il 22 luglio tra l'abbadìa di Casaretto ed il Navilio. Fortissima era la posizione del suo campo, ma per liberare una guarnigione assediata trattavasi di attaccare, non già di difendersi. Tutti gli ufficiali del duca d'Urbino lo supplicavano di condurli alle trincee; il castellano di Musso e gli Svizzeri glielo chiedevano per l'onor loro; ma il duca differiva sempre d'uno in altro giorno, e stava ancora deliberando il 24 di luglio, quand'ebbe avviso che Francesco Sforza, non avendo più viveri, aveva capitolato. A tale notizia il duca d'Urbino disse in pieno consiglio, che ciò lo alleggeriva d'un gran peso, poichè il desiderio di soccorrere un alleato era in procinto di strascinarlo a commettere un'imprudenza[219].

Lo Sforza aveva resistito fino all'ultima estremità, e quando più non poteva tenere che alcune ore, aveva ancora ottenuta dal Borbone un'onorevole capitolazione, tanta era l'inquietudine che dava a questo l'assedio del castello di Milano in vicinanza di un'armata più numerosa della sua. Lo Sforza e tutti coloro ch'erano stati con lui assediati, potevano liberamente ritirarsi ovunque loro piacesse; i diritti del primo vennero conservati nella loro integrità, ed il Borbone gli promise di dargli il possesso della città di Como, che gli fu assegnata per sua residenza. Ma quando vi si recò, dopo aver fatto visita agli alleati nel loro campo, la guarnigione spagnuola di Como ricusò d'evacuare la città; e Francesco Sforza non volle porsi tra le mani degli imperiali. Egli tornò al campo degli alleati, ratificò la lega dal papa e dai Veneziani conchiusa in suo nome col re di Francia, e gli fu dato il possesso della città di Lodi, affinchè una piccola parte almeno del ducato di Milano riconoscesse la sua autorità[220].

Gli affari della lega non procedevano più felicemente in Toscana, dove il papa aveva trovato necessario di mutare il governo di Siena, perchè questo piccolo stato essendo solo che si fosse dichiarato pel partito imperiale, posto tra Firenze e Roma, poteva servire ai nemici della casa de' Medici per attaccare Clemente nell'una o nell'altra delle suddette città. Da principio il papa aveva tenuta qualche pratica con alcuni emigrati sienesi per tentare di sorprendere la loro patria; ma questi movimenti essendo stati scoperti e puniti, aveva poi voluto ricondurre quegli emigrati a forza aperta ne' loro focolari. Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, Luigi, conte di Pitigliano, Gentile Baglione ed altri capitani furono incaricati di adunare una piccola armata sulle rive dell'Arbia. Questi si presentarono il 17 di giugno sotto le mura di Siena con nove pezzi d'artiglieria, mille dugento cavalli e più di otto mila fanti; ma una parte di questi erano contadini adunati nello stato fiorentino, che non erano abituati alla guerra, e mancavano di disciplina e di coraggio. Erasi l'armata imprudentemente accampata in un lungo sobborgo, che non aveva veruna uscita laterale: ed i commissarj avevano permesso, che i vivandieri imbarazzassero coi loro banchi la sola strada che loro serviva di sfogo, di modo che non restavano a questa quindici piedi di larghezza. Tanto disordine regnava nell'armata, ed i soldati, de' quali molti disertavano ogni giorno, mostravansi così indisciplinati e vili, che Clemente, non potendo ripromettersi nulla di buono da questa spedizione, ordinò di ritirare l'artiglieria e di allontanarsi. Quest'ordine doveva eseguirsi il 26 di luglio, ma il 25 a due ore dopo mezzo giorno quattrocento soldati usciti di Siena vennero ad attaccare la guardia che copriva l'artiglieria, composta per la maggior parte di Corsi venuti col conte dell'Anguillara; questi si diedero subito alla fuga, e quando i vivandieri li videro ritirarsi sopra di loro, si fecero a raccogliere i loro effetti, ed ingombrarono talmente l'unica strada per cui i fuggitivi dovevano passare, con bestie da soma cariche di attrezzi e di barili, che più non restò luogo nè per combattere, nè per fuggire. La confusione accrebbe il terror panico: verun soldato più non ascoltò la voce de' capitani; pedoni, cavallieri, capitani e vivandieri più non formarono che un solo ammasso, il di cui terrore pareva andar crescendo a misura che si andavano allontanando dal pericolo. Otto mila uomini vennero disfatti da quattrocento soldati, e fuggirono per dieci miglia fino a Castellina, sebbene i Sienesi non gli avessero inseguiti più d'un miglio fuori della città; abbandonarono dieci cannoni dei Fiorentini e sette dei Perugini, che furono trasportati in trionfo a Siena con tutti i loro equipaggi: finalmente, giunti alla Castellina, sebbene a tanta distanza dai nemici, fecero chiudere le porte, come se fossero tuttavia esposti a vicino pericolo[221].

La vergognosa sconfitta dei Fiorentini forse in parte giustificava la risoluzione del duca d'Urbino di non avere confidenza nella fanteria italiana, e di evitare ogni battaglia. Parevagli che la lega avesse grandi mezzi pecuniari, mentre che i disordini delle finanze dell'imperatore esponevano sempre la di lui armata a disperdersi per mancamento di danaro. Pure avrebbe ancora dovuto pensare che per incoraggiare i popoli, attaccarli al suo partito e rannodare più strettamente i vincoli della lega, aveva bisogno di qualche luminoso fatto; che uno stato, che solo si difende contro molti, può salvarsi temporeggiando, perchè qualunque lentezza non può in esso eccitare la diffidenza; ma che le leghe, sempre esposte a sciogliersi, hanno altrettanti più rischj contro di loro, quanto è maggiore il tempo che richiedono le loro operazioni. Ogni rovescio può privarle di un confederato, e quando fanno conoscere la diffidenza nelle proprie forze, risvegliano ancora in oltre la diffidenza de' loro sudditi.

Infatti i confederati avevano di già gagliarde ragioni per diffidare gli uni degli altri, ed il papa particolarmente poteva a buon diritto lagnarsi d'essere abbandonato da que' medesimi pei quali era entrato nel pericolo. I re di Francia e d'Inghilterra si erano associati alla lega d'Italia, ma avevano lasciato passare più della metà del tempo opportuno ad entrare in campagna senza dare verun soccorso agl'Italiani. La corte di Roma ed il senato di Venezia non potevano omai più dubitare che tanta negligenza non ascondesse qualche segreto progetto. Il vescovo di Bayeux, ambasciatore di Francia a Venezia, scrisse egli stesso il 22 luglio al re Francesco I ed a sua madre, per domandare il suo richiamo, lasciando abbastanza chiaramente conoscere ch'egli credeva gl'Italiani traditi dalla corte di Francia, e che non voleva cooperare alla ruina della sua patria[222]. Giovan Battista Sanga, confidente del datario, ed uno de' più destri politici di Roma, fu mandato in Francia ed in Inghilterra, per far sentire a quelle due corti che il ritardo loro rendeva sicura la vittoria dell'imperatore, per iscandagliare e scoprire le segrete viste di quella di Francia, e per offrire a Francesco I il ducato di Milano, qualora fosse impossibile di farlo concorrere alla guerra disinteressatamente; imperciocchè se la corte di Roma ottenere non poteva il suo principale oggetto di cacciare i barbari fuori d'Italia, crederebbe non pertanto d'avere guadagnato qualche cosa, se faceva in modo che le forze loro vi fossero bilanciate[223].

La missione del Sanga in Francia convinse i confederati che il re era di buona fede, ma che per adesso aveva posto da banda ogni pensiero per rispetto all'Italia, e che sua madre ed i suoi consiglieri vivamente si opporrebbero a qualunque suo disegno di volervi nuovamente dominare: che l'inaudita lentezza de' tesorieri nel pagare il promesso danaro, de' generali per mettersi in marcia, de' marinai nel salpare, dipendevano dal disordinato gusto di Francesco I per i suoi piaceri, dalla sua non curanza e dall'estrema negligenza con cui era servito dai suoi ministri. Dopo avere con vivacità parlato intorno agli affari, il re ne rimetteva sempre la decisione al suo consiglio; questi faceva nuovamente consultare Francesco rispetto ad ogni articolo; ma il re si trovava alla caccia, o dava qualche festa, e perdevansi così sempre due o tre giorni per ogni articolo, intorno al quale avrebbe dovuto bastare una mezz'ora[224]. All'ultimo il Sanga ottenne che il marchese di Saluzzo si mettesse in viaggio per entrare in Piemonte con cinquecento lance francesi, mentre una flotta di sedici galere e quattro gallioni, sotto gli ordini di Pietro Navarro, salperebbe dai porti della Provenza per unirsi a quella degli alleati italiani[225].

Lo stesso nunzio ottenne ancora meno in Inghilterra, ove Enrico VIII ed il suo favorito, il cardinale Wolsey, ricusarono per quest'anno di prendere veruna parte negli affari d'Italia, e si ristrinsero a vane promesse di soccorrere il papa nel seguente anno, qualora l'ambizione dell'imperatore lo mettesse in reale pericolo[226]. Questo pericolo di già esisteva. Carlo V faceva armare nei porti della Catalogna una flotta di venticinque navi, destinate a ricondurre in Italia il signore di Lannoy, vicerè di Napoli, con sette in otto mila uomini di truppe veterane. Non poteva ancora sapersi con precisione nè quando il vicerè farebbe vela, nè dove contava di approdare sulle coste d'Italia. Ad ogni modo la lega, e particolarmente la corte del papa vedevano con estrema inquietudine che gl'imperiali avessero a loro disposizione i porti di Genova e quelli dello stato di Siena; perchè sbarcando ne' primi, mettevano in pericolo l'armata italiana di Lombardia, e scendendo ne' secondi minacciavano Firenze e Roma. Perciò il nunzio del papa e l'ambasciatore veneto affrettavano Pietro Navarro a mettersi in mare colla flotta francese, ed a unirsi alla loro, non solo per opporsi al passaggio del vicerè, ma ancora per assediare Genova e mutarne il governo[227].

L'attacco di Genova, cui di già si apparecchiava Andrea Doria con undici galere pontificie, e tredici veneziane, non poteva riuscire senz'essere secondato dall'armata di terra. Il duca d'Urbino, che non aveva voluto attaccare gli Spagnuoli a Milano, poteva ancora prendere questo partito per ristabilire la riputazione della sua armata; ed il Guicciardini mandò presso di lui il Macchiavelli per persuadernelo[228]. L'armata del duca era stata ingrossata da cinque mila Svizzeri, ed un mese più tardi, dopo infiniti indugi, erano arrivati ancora quelli promessi dal re di Francia, di modo che ne contava nel suo campo tredici mila. Ogni pretesto sarebbegli mancato per restarsene inattivo; ma invece di accingersi ad un'impresa veramente utile, il 6 agosto prese ad assediare Cremona. E quest'assedio fu pure condotto coll'ordinaria sua lentezza e timidità; il duca vi si ostinò malgrado le rimostranze del papa e del commissario generale Guicciardini, ed in tale maniera rese la sua armata inutile alla lega fino al 23 di settembre in cui Cremona capitolò[229].

Intanto le tre flotte della lega si erano finalmente riunite a Livorno, ed il 29 d'agosto Pietro Navarro assediò Genova dalla banda del mare. Le galere francesi avevano un sicuro rifugio in Savona, quelle del papa e de' Veneziani a Porto Fino; e perchè avevano ridotte sotto la loro ubbidienza la maggior parte delle due riviere, impedivano il commercio de' Genovesi, e facevano di già provare alla città grandissima penuria di vittovaglie, era a credersi che Genova non tarderebbe a capitolare, quando fosse attaccata ancora dall'armata di terra[230].

Ma in tale circostanza si potè pure comprendere quanto sia dannoso ad una lega il perdere il tempo, conciossiachè resta così esposta agli accidenti che possono separatamente sopraggiugnere all'uno o all'altro alleato. Il papa scoraggiato dai cattivi successi avuti in Toscana ed in Lombardia, e spaventato dai reclutamenti di soldati che don Ugo di Moncade ed il duca di Sessa andavano facendo ne' feudi dei Colonna, diede orecchio alle proposizioni d'accomodamento, che Vespasiano, figlio di Prospero Colonna, nel quale Clemente fidava assai, venne a fargli a nome di tutta la sua famiglia. Il ventidue agosto fu tra di loro sottoscritto un trattato, in forza del quale i Colonna si obbligavano ad evacuare Anagni ed a ritirare tutti i loro soldati nel regno di Napoli, che si riservavano espressamente di potere difendere contro qualunque potenza; il papa in contraccambio loro prometteva il perdono d'ogni offesa, e sopprimeva il monitorio pubblicato contro il cardinale Pompeo Colonna. Dopo la soscrizione di questi articoli, Clemente VII, che sempre pensava a moderare le sue spese, si affrettò di licenziare tutti gli uomini d'armi, e quasi tutti i pedoni che aveva levati per la propria difesa[231].

Ma Pompeo Colonna, che nudriva contro il papa un implacabile odio non aveva fatta intavolare con lui questa negoziazione che per sorprenderlo più sicuramente. Don Ugo di Moncade, degno allievo di Cesare Borgia, gli aveva consigliato questo tradimento, assicurandolo che Carlo V desiderava di far perire Clemente VII, o per lo meno di farlo deporre da un concilio; e che tutto il partito imperiale si adoprerebbe poscia perchè la tiara passasse sul capo del Colonna. Il duca di Sessa, ambasciatore ordinario dell'imperatore, era allora morto a Marino: Moncade ne faceva le veci; era l'anima di tutti gl'intrighi dei Colonna, e favoreggiava gli adunamenti di truppe che questi facevano ne' loro feudi intorno al lago Albano[232].

Questi militari movimenti non erano rimasti affatto ignoti ai ministri del papa: pure non prevedevano ancora vicina veruna ostilità, quando la mattina del 20 di settembre seppero, che nella precedente notte i Colonna avevano occupata la porta di san Giovanni di Laterano, che si erano innoltrati in que' quartieri disabitati senza incontrare resistenza, e che finalmente erano giunti alla piazza dei santi Apostoli, ove trovasi il loro palazzo. Il cardinale Pompeo, Vespasiano, cui il papa aveva data tanta confidenza, ed Ascanio Colonna erano alla testa di sette in otto mila uomini armati, quasi tutti levati ne' loro feudi[233].

Si mandarono due cardinali ai Colonna per sapere il motivo di questa loro ostile venuta in Roma, e per riclamare che fosse mantenuta la pace conchiusa un mese prima; ma i Colonna non vollero ascoltarli. Due altri cardinali furono mandati al Campidoglio per chiamare il popolo romano alle armi ed alla difesa della santa sede; ma il popolo, che dava colpa al papa di tutti i disordini dell'amministrazione, si rallegrava, in vece di prendere le armi, della di lui disgrazia, ed apriva senza diffidenza le finestre e le porte delle botteghe per veder passare le truppe dei Colonna[234].

Queste attraversarono il più popolato quartiere della città per giugnere a Ponte Sisto; poi, dal quartiere di Transtevere, seguirono il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII voleva aspettarli nel suo palazzo e sul suo trono; voleva sperimentare se la sua presenza imprimerebbe qualche rispetto, od affrontare la morte di cui lo minacciavano le sacrileghe loro grida. All'ultimo le istanze de' suoi cardinali lo persuasero verso il mezzo giorno a ritirarsi in Castel sant'Angelo, quando i soldati di già occupavano il suo palazzo ed il tempio di san Pietro, e trattenevansi a saccheggiare i suoi mobili e gli ornamenti sacri. Per lo spazio di tre ore la chiesa metropolitana della Cristianità, ed il palazzo del sommo pontefice furono in preda alla loro rapacità. In appresso i soldati si sparsero per le case de' cardinali e de' cortigiani; saccheggiarono altresì il terzo press'a poco di Borgo Nuovo; ma l'artiglieria di Castel sant'Angelo non permise loro di andare più avanti[235].

A notte assai innoltrata i Colonna ritirarono le loro truppe cariche di preda verso il quartiere dove hanno i loro palazzi. Frattanto Clemente VII fece invitare don Ugo di Moncade, luogotenente generale dell'imperatore, e che pareva capo di questa spedizione, ad un colloquio in Castel sant'Angelo. Questi si fece prima dare per ostaggio due cardinali nipoti del papa. Egli era ben lontano dal credere che l'avarizia o la malversazione degli ufficiali pontificj fossero state tali, da non aver provveduto Castel sant'Angelo di viveri per ventiquattro ore; di modo che avrebbevi potuto prendere il papa a discrezione. Perciò si limitò a chiedere al papa una separata tregua di quattro mesi, che fu bentosto conchiusa. Clemente VII doveva immediatamente ritirare tutte le sue truppe sulla riva meridionale del Po, fare che Andrea Doria abbandonasse colle sue galere l'assedio di Genova, perdonare ai Colonna ed a tutti coloro che lo avevano offeso, e dare ostaggi per l'osservanza di queste condizioni[236].

Pompeo Colonna ed i suoi amici si disperarono, perchè il Moncade avesse fatto un trattato che non solo rovesciava le loro speranze, ma che in avvenire li lasciava in balìa del papa, malgrado tutte le guarenzie che gli si domandavano: ma il ministro imperiale aveva ottenuto il suo scopo, e la lega era disciolta. Il Guicciardini, trovandosi nel campo sotto Cremona, ricevette il 24 settembre la notizia della tregua; il marchese di Saluzzo con le cinquecento lance francesi da tanto tempo aspettate, e così crudelmente ritardate, doveva giugnere all'indomani. Il Guicciardini offrì di fingere per due o tre giorni di non avere avute notizie da Roma, se in questo tempo si poteva tentare qualche importante fatto sopra Milano; ma trovò la consueta irrisoluzione e timidità nei capi cui era associato, onde il 7 di ottobre ricondusse le sue truppe a Piacenza sull'opposta riva del Po[237]. Giovanni de' Medici non volle per altro seguirlo; e dichiarando d'essere al soldo del re di Francia, continuò a tenersi nel campo de' confederati con quattro mila fanti[238].

Malgrado la partenza del contingente pontificio, l'armata della lega conservavasi sempre assai superiore di numero a quella degl'imperiali. Il marchese di Saluzzo vi aveva condotte cinquecento lance e quattro mila fanti; vi si contavano inoltre quattro mila fanti italiani di Giovan de' Medici, quattro mila Svizzeri, due mila Grigioni, e la fanteria veneziana che credevasi non minore di dieci mila uomini, sebbene molto al di sotto del numero che avrebbe dovuto avere; ma il duca d'Urbino, che ne aveva il comando, pareva che andasse in traccia di pretesti per non venire alle mani. Se si fosse solamente fatto vedere avanti a Genova, sempre bloccata, e che soffriva crudeli privazioni di vettovaglie, l'avrebbe persuasa ad arrendersi; ma in vece egli si trattenne nel suo campo presso Cremona fino all'ultimo giorno di ottobre. Passò in appresso a Pioltello, ov'ebbe una gagliarda scaramuccia col duca di Borbone; e contava ancora di fortificare Monza, poi Marignano, e forse Abbiategrasso, prima d'avvicinarsi a Genova[239].

Ma gl'imperiali non gli diedero abbastanza di tempo per condurre a termine così tardi progetti. Carlo V, a cui i confederati avevano denunciata la lega soltanto il 4 di settembre, dettandogli le condizioni sotto le quali avrebbe potuto esservi ammesso, le aveva rifiutate come vergognose. Continuava a far armare a Cartagena la flotta che doveva ricondurre il vicerè in Italia con sei mila fanti, e nello stesso tempo eccitava il fratello Ferdinando a mandargli soccorsi dalla Germania; ma perchè non gli mandava danaro, e Ferdinando era assai povero, oltrecchè la sconfitta degli Ungari a Mohacz apriva la Germania ai Turchi, questi ajuti avrebbero ancora potuto tardare lungamente. L'armata che difendeva il ducato di Milano, dopo avere consumato tutto il paese, sarebbe stata a vicenda distrutta dalla miseria, se lo stesso Giorgio Frundsberg, che aveva condotti i Tedeschi in soccorso di Pavia, non avesse supplito colle private sue sostanze e col suo credito a ciò che far non poteva Carlo V. Suo figliuolo Gaspare trovavasi allora chiuso in Milano, come lo era stato nel precedente anno in Pavia: Giorgio Frundsberg per liberarlo chiamò gli antichi suoi commilitoni; loro promise un nuovo ricchissimo bottino da farsi in quelle campagne d'Italia, che i generali più non proteggevano contro veruna depredazione; richiamò con vivi colori alla loro memoria quella licenziosa vita che avevano essi medesimi così lietamente menata, e che tuttavia gustavano i loro commilitoni; e li persuase a seguirlo con un solo scudo d'arrolamento, riponendo nella loro sola spada ogni speranza di più generosa paga, e d'abbondanti provvigioni ovunque si recherebbero. Adunò tra Bolzano e Marrano tredici in quattordici mila landsknecht, con cinquecento cavalli che gli erano stati regalati dall'arciduca Ferdinando, sotto gli ordini del capitano Zucker; ed in sul cominciare di novembre si pose in cammino per iscendere in Italia[240].

I Veneziani non seppero chiudere a Frundsberg la strada delle montagne: egli sboccò per Val Sabbia, Rocca d'Anfo e Salò, e giunse fino a Castiglione delle Stiviere nello stato di Mantova. Il duca d'Urbino, per chiudergli la via, aveva stabilito il suo quartiere a Vaprio sull'Adda, fra Trezzo e Cassano, di dove partì il 19 di novembre, non per attaccare i landsknecht, ma per istancheggiarli nella loro marcia con tutta la sua cavalleria leggiere, toglier loro le vittovaglie e far prigioni i soldati che si allontanavano dal corpo. Frundsberg pareva incerto nei suoi progetti, e non potevasi chiaramente argomentare, se voleva passare l'Adda e portarsi sopra Milano, o passare il Po e marciare alla volta di Modena e di Bologna. Quest'armata aveva di già sparso il terrore in Firenze ed in Roma, perciocchè si temeva, che, attirati dalle ricchezze di quelle capitali, i barbari che la componevano non andassero a saccheggiarle, sapendo che non troverebbero ostacoli. Il 24 di novembre Frundsberg si avvicinò a Borgo forte sul Po, ed entrò in quella doviziosa campagna, circondata di fiumi, che chiamasi il Serraglio di Mantova. Il duca d'Urbino lo seguì, e Giovanni de' Medici lo stringeva assai da vicino col suo consueto ardore. Questi, sapendo che i Tedeschi erano scesi in Italia senza artiglieria, credevasi al sicuro dal loro fuoco: ma il duca di Ferrara aveva loro prestati quattro falconetti, alla seconda carica de' quali Giovanni de' Medici perdette una coscia. Egli fu quindi trasportato in Mantova, ove morì il 30 di novembre[241]. Sebbene nella fresca età di trentanove anni, si era di già acquistata grandissima riputazione, ed era dagl'imperiali il più temuto di quanti capitani si trovavano nell'esercito del duca d'Urbino. Il suo valore, il suo impeto eransi comunicati a tutti i suoi soldati, che per la seconda volta continuarono a formare un corpo separato indicato col nome di bande nere, perchè di nuovo mutarono le loro bandiere di bianche in nere, in segno di dolore, come avevano fatto la prima volta in occasione della morte di Leon X[242].

Siccome vedevasi ogni giorno svilupparsi in Giovanni de' Medici la scienza militare, l'antiveggenza e la giustezza delle viste; siccome ogni giorno egli andava acquistando esperienza e maturità, gl'Italiani si lusingavano di vederlo superiore a tutti i generali del secolo, e da lui solo speravano di vedere restituite all'Italia l'antica gloria delle sue armi e la sua indipendenza. Il Macchiavelli mostravasi penetrato da tale speranza in una lettera scritta al Guicciardini il 15 marzo del 1525, per essere comunicata al papa. Avrebbe voluto che Clemente VII, invece di prendere parte direttamente in una guerra che tanto lo esponeva, e che gli riusciva così fatale, ajutasse segretamente Giovanni de' Medici a formare una compagnia di ventura, in sul fare di quelle del quattordicesimo secolo; e che il Medici, seguendo questa indipendente carriera, non contasse che sulla guerra per nutrire la guerra, e lavorasse all'espulsione dei barbari dall'Italia, onde formarne per sè medesimo una potente monarchia. Ma il papa troppo ardito giudicò questo progetto, e non volle adottarlo[243].

Dopo la morte di Giovanni de' Medici il duca d'Urbino cessò di seguire e d'inquietare i Tedeschi. Questi passarono il Po il 28 di novembre, e sparsero un grandissimo terrore a Modena, a Bologna e fino in Toscana. Ma il Frundsberg, dopo alcuni giorni d'incertezza, cominciò a rimontare a piccole giornate lungo le rive del Po, saccheggiando i territorj di Modena, di Reggio, di Parma e di Piacenza. Il Guicciardini, che a nome della Chiesa comandava in queste province, pregava invano il duca d'Urbino ad accorrere in suo ajuto; questi, dopo averlo lusingato alcuni giorni, si fece dare un ordine dal senato di Venezia di non passare il Po[244].

Frundsberg non attaccava veruna terra fortificata, ma invitava il contestabile di Borbone a venire ad unirsi a lui tra Piacenza ed Alessandria; ed infatti l'ultimo giorno dell'anno stabilì il suo campo tra la Nura e la Trebbia, mentre che il Borbone faceva vani sforzi per trarre fuori di Milano la sua armata. I suoi soldati, cui l'imperatore doveva immensi arretrati, non volevano, senz'essere pagati, lasciare una città abbandonata a tutte le loro esazioni, a tutti i loro capriccj. Il Borbone, per cavare qualche danaro dai Milanesi, adoperò nuove minacce e nuovi supplicj; fece condannare Girolamo Moroni a pena capitale; ma nello stesso giorno destinato all'esecuzione, gli vendette per venti mila ducati la libertà e la vita. Il Moroni, che dopo quest'avvenimento si trattenne presso il Borbone, non tardò ad acquistarsi, colla destrezza del suo spirito, e colle estese sue cognizioni, presso di lui grandissimo credito, e di prigioniero diventò il suo più intimo consigliere e l'arbitro di tutti i suoi movimenti[245].

Il papa aveva osservato, che nel trattato datogli il 21 di settembre in Castel sant'Angelo dal Moncade erano stati sagrificati gl'interessi dei Colonna a quelli dell'imperatore; egli suppose che sarebbero egualmente abbandonati anche in seguito. Sebbene avesse richiamata la sua armata dalla Lombardia, e la sua flotta dai mari di Genova in esecuzione di quella forzata convenzione, non differì che pochi giorni a manifestare la sua collera contro i Colonna. Aveva richiamato a Roma Vitello Vitelli con alcune centinaja di cavalli, due mila Svizzeri e tre mila fanti italiani[246]. Quand'ebbe adunata questa piccola armata, la mandò ne' feudi dei Colonna, con ordine di bruciare e distruggere tutti i loro villaggi. I ridenti colli che circondano il lago d'Albano, e tutto il paese che di là stendesi fino ai confini dell'Abruzzo, vennero allora ruinati così barbaramente, che se ne potrebbero ravvisare le tracce anche al presente. Furono bruciati Marino e Montefortino, spianati Gallicano e Zagarolo, saccheggiati o distrutti altri quattordici villaggi, onde tutto lo stato romano fu inondato da una moltitudine di vecchi, di fanciulli e di donne, costretti ad accattare il pane. In pari tempo un monitorio privò il cardinale Colonna della sua dignità, e condannò tutta la sua famiglia, come colpevole di ribellione e di tradimento. Subiaco, che era il castello favorito di Pompeo Colonna venne trattato con eccessiva crudeltà; e si usò alquanto meno di rigore verso Ghinazzano, ove Prospero Colonna aveva fabbricato un magnifico palazzo. La fortezza di Montefortino e di Rocca di Papa furono le sole che resistessero a tutti gli attacchi delle truppe della Chiesa[247].

Nello stesso tempo la flotta di Cartagena, di cui erasi temuto tanto tempo l'arrivo, uscì allora dal porto, col vicerè Lannoy, trecento cavalli, due mila cinquecento Tedeschi e tre in quattro mila Spagnuoli. Clemente VII ordinò tosto ad Andrea Doria di riprendere il mare colla flotta alleata, per disputare il passo agli Spagnuoli. Ma Luigi Armero, ammiraglio de' Veneziani, era entrato a Porto Venere colla metà delle sue galere: Pietro Navarro era stazionato avanti al promontorio di san Fruttuoso, che divide il seno di Genova da quello di Porto Fino, e non aveva con sè che diciassette galere, quando, avanti il tempo ch'egli credeva, vide comparire nel mese di novembre la flotta del vicerè composta di trentasei galere. Egli non lasciò d'attaccarla, chiamando a sè Luigi Armero; ma il mare burrascoso non permise a questi d'uscire dal porto, e sottrasse bentosto la flotta spagnuola agli attacchi del Navarro e di Andrea Doria; questa per altro perdè due galere, e n'ebbe altre tre così maltrattate, che poca speranza lasciavano di poter essere salvate[248].

Il vicerè andò a ripararsi dalla tempesta e dalla persecuzione de' suoi nemici nel porto di santo Stefano nello stato di Siena. Se colà avesse sbarcata la sua truppa, e presa la strada di Roma, vi avrebbe trovata poca resistenza, e la corte del papa aveva di già perduta ogni speranza[249]. Ma il Lannoy, che giugneva allora in Italia, non sapeva con precisione quale fosse lo stato degli alleati: aveva incontrata molta resistenza per mare, e poteva aspettarne un'eguale per terra; onde giudicò più conveniente di proseguire il suo viaggio alla volta di Gaeta, ove sbarcò le sue truppe. Colà il papa gli mandò il generale dei Francescani per entrare con lui in trattato; ed il Lannoy mostrossi assai inclinato a dare orecchio alle proposizioni del papa. Dall'altro canto Francesco Guicciardini negoziava a nome del papa col duca di Ferrara; gli offriva la restituzione di Modena e di Reggio contro il pagamento di dugento mila ducati, e nello stesso tempo il comando dell'esercito della lega; ma queste proposizioni si fecero troppo tardi, ed Alfonso d'Este, che lungo tempo era rimasto dubbioso a quale delle due parti si dovesse appigliare, si era di fresco aggiustato coll'imperatore[250].

Sembrava nuovamente risplendere la speranza d'una pace generale: pareva che l'imperatore declinasse dalle sue più alte pretese, e gli alleati erano stanchi di vedere i loro sforzi seguiti da avvenimenti di così piccola importanza. Ma sebbene sembrassero d'accordo rispetto a molti punti, la complicazione degl'interessi e la lontananza de' potentati, ritardavano e contrariavano le negoziazioni. Mentre che si andavano chiedendo istruzioni a Parigi, a Madrid ed a Londra per un trattato che si negoziava in Roma, gli avvenimenti succedevansi con rapidità: e colui che aveva avuto qualche vantaggio, si affrettava di ritirare ciò che prima aveva accordato. Così passava il tempo senza ottenere verun risultamento, e l'anno 1526, ch'era stato notato da tanti patimenti e miserie, lasciava, terminando, prevedere pel susseguente maggiori mali e disastri[251].