CAPITOLO CXVIII.
Il contestabile di Borbone conduce l'armata imperiale verso la Toscana: Clemente VII, dopo avere riportato qualche vantaggio nel regno di Napoli, tratta col vicerè. Presa e sacco di Roma, Firenze torna in libertà.
1527.
L'Italia, da lungo tempo abbandonata ai guasti delle barbare nazioni, provava sempre nuove più grandi calamità. I suoi abitanti erano di già pervenuti al più alto grado d'incivilimento, avevano di già ottenuta tutta la gloria che le lettere, le arti, le scienze dovevano loro ottenere, conoscevano omai tutti i godimenti che la vita sociale può promettere, e trovavansi intanto immersi in un abisso di miserie, che dai progressi fatti fin allora erano rendute più dolorose. Pure tutti i precedenti mali erano piccola cosa a canto a quelli che apportare doveva l'anno 1527; anno di vergogna per coloro che gli oppressero, e di desolazione per loro; anno nel quale i flagelli della peste, della guerra, della fame si combinarono per istraziarli, e nel quale ognuno di loro venne aggravata da circostanze fin allora inaudite.
Quasi tutte le calamità che affliggono gli uomini s'addolciscono prolungandosi; le une sono rendute sopportabili dall'abitudine; l'esperienza insegna a prevenire le altre; gli sforzi riuniti di quelli che governano e di quelli che sono governati, ristabiliscono in breve tempo qualche ordine, anche dove tutto sembrava prima confusione ed anarchia. Ma la guerra si rende tanto più crudele per lo sventurato paese che n'è il teatro, quanto più lungamente dura. I bisogni sono i medesimi, la consumazione non diminuisce, mentre gli approvvigionamenti sono esauriti, e la riproduzione cessata. L'esazioni del precedente anno sembrano un titolo per cercarne altre simili; mentre appunto perchè si è molto pagato, mancano i mezzi di pagare ancora. Nello spirito de' soldati l'onore delle armi si va sempre più separando dalle antiche nozioni di giustizia, di morale, di umanità. Coloro che uscendo dalla casa paterna avrebbero ancora arrossito di ogni non necessaria violenza, di ogni attentato contro la proprietà, oltre a quelli che sono giustificati dalle leggi della guerra, si accostumano dopo alcune campagne a non riconoscere altra legislazione che la forza, a non curarsi del dolore e della miseria degli altri, e ad insuperbirsi della propria insensibilità. Spesso, senza che il cuor loro sia corrotto, adottano come spirito del loro stato lo spirito del più feroce loro commilitone, e l'opinione del loro corpo, invece di essere il sostegno della loro morale è un abisso nel quale vanno a cadere inavvertiti tutti i delitti. Allora essi distruggono per distruggere, maltrattano per godere degli altrui patimenti, ed il loro cuore, chiuso alla compassione, più non conserva alcuno di que' pietosi sentimenti che vi avevano fatti nascere gl'insegnamenti delle loro madri.
A tale stato di ferocia erano in allora giunti i soldati che divoravano l'Italia. Quelli che in Milano ubbidivano al Borbone avevano vissuto tutto un anno a discrezione presso gli sventurati abitanti abbandonati a tutti i loro cattivi trattamenti. Essi li tenevano legati nelle loro proprie case per istrappar loro coi tormenti tutto ciò che poteva soddisfare a' loro capricci. Facevansi giuoco di disonorare in loro presenza le consorti e le figlie: le loro orecchie eransi indurite alle disperate grida di quegli sventurati; e quando l'ospite prigioniero poteva fuggire dalle loro mani per precipitarsi da una finestra o gettarsi in un pozzo, onde mettere fine alla sua miseria, l'avaro castigliano se ne consolava, pensando che probabilmente non aveva più nulla da perdere, e prendeva un altro milanese per assoggettarlo ai medesimi tormenti.
I Tedeschi che Frundsberg conduceva in Italia, se per anco non si erano macchiati colle medesime crudeltà, erano per lo meno usciti dalla loro patria, allettati dal racconto che delle medesime era stato loro fatto. Si erano persuasi a formare un'armata non pagata, soltanto a condizione che verrebbero abbandonati alla loro discrezione i ricchi abitanti delle città. Essi conoscevano il disordine del loro imperatore, e la povertà del generale; ma si erano loro promessi i vini e le donne d'Italia, e toccava alle loro avide mani il procurarsi di per sè il pagamento de' loro servigi.
Pure questo soldo, che non era mai pagato, era loro dovuto: i mesi passavano, ed il debito riconosciuto dai loro generali si andava sempre ingrossando. Sapevano i soldati che mai non sarebbero pagati, ma non rinunciavano perciò alle loro pretese. Per lo contrario se ne formavano un diritto per iscuotere affatto il giogo di ogni disciplina. Se un capitano più umano voleva intromettersi in favore di qualche sventurato abitante, il soldato subito gli chiedeva il soldo arretrato; lo domandava pure se veniva destinato ad un servigio faticoso o disaggradevole; se riceveva ordine di uscire da un accantonamento di sua soddisfazione. Colla risposta, pagatemi, era sicuro di far tacere i suoi superiori, e cominciava di già a rendersi non meno formidabile ai suoi capi che a' suoi ospiti.
La venuta di Frundsberg faceva sperare ai generali imperiali di potere approfittare per qualche strepitoso fatto d'un'armata così formidabile come la loro, ed il proprio interesse più ancora che la compassione loro faceva desiderare di metter fine ai patimenti de' Milanesi. Ma gli Spagnuoli non vollero uscire da una città ove si erano trovati così bene, e domandavano ad alte grida i loro soldi arretrati; e volevano che i generali qualora non li potessero pagare cacciassero fuori di Milano tutti gli abitanti, che, secondo loro, gli affamavano, non ritenendo in città che le donne ed i domestici per servirli. Nello stesso tempo accorsero affollati alle chiese ed ai luoghi fin allora rispettati, e li saccheggiarono[252]. Non vi volle meno di tutta l'arte del Borbone, e di tutto il credito d'Antonio di Leiva e del marchese del Guasto per far partire alla volta di Pavia, uno dopo l'altro, i battaglioni cui potevansi pagare cinque mesi di soldo arretrato. Le tratte sopra Genova che Carlo V aveva mandate, i tributi estorti all'Italia, le somme prese a prestito o esatte sul credito di tutti i generali, tutto fu impiegato nel pagare questi cinque mesi di soldo; e il 30 di gennajo le truppe condotte da Borbone passarono il Po. Ma nell'atto che intraprendevasi questa spedizione niente rimaneva nella cassa militare nè per le spese necessarie de' trasporti, nè per pagare le truppe di Frundsberg, cui si dovevano unire quelle di Borbone[253].
Quando i due corpi d'armata si furono uniti in riva alla Trebbia, il duca di Borbone trovò d'avere sotto i suoi ordini tredici in quattordici mila Tedeschi condotti da Frundsberg, cinque mila Spagnuoli, due mila Italiani, cinquecento uomini d'armi, e circa il doppio numero di cavaleggieri[254]. La prima città che incontravano sulla strada era Piacenza. Il Borbone si trattenne in quelle vicinanze una ventina di giorni, forse sperando che gliene fossero aperte le porte dalla viltà delle truppe pontificie; o forse perch'era ancora incerto su ciò che dovesse fare. Frattanto stringeva Alfonso d'Este, duca di Ferrara, colle più calde istanze a voler dimostrare il suo attaccamento alla causa imperiale, nella quale aveva preso parte, somministrandogli artiglieria e danaro. Alfonso non temeva forse meno la vicinanza di così formidabile truppa amica, che se fosse stato in guerra coll'imperatore. Si sforzò dunque di persuadere al Borbone, che il solo partito che gli restava a prendere era quello di andare avanti, di sorprendere i suoi nemici nel centro della loro potenza o a Firenze o a Roma, e di alimentare le sue truppe in un paese sempre nuovo. Gli rappresentò che quando ancora gli riuscisse di prendere Piacenza, i vantaggi di questa conquista non sarebbero una sufficiente ricompensa del danaro, della gente e del tempo perduto per acquistarla. Il Borbone sentì l'importanza di questo consiglio, e siccome veniva accompagnato da una sovvenzione somministrata dal duca di Ferrara, il Borbone con questo danaro pagò due scudi ad ogni Tedesco di Frundsberg: questo era il primo pagamento che ricevevano i Tedeschi dopo essere entrati in Italia[255].
Il Borbone s'avviò alla volta di Bologna ma assai lentamente. La sua situazione era pericolosissima, perchè non avendo danaro per far condurre le vittovaglie, e pochissima cavalleria per procurarsene a qualche distanza, era costretto di distribuire la sua truppa sopra una vasta estensione di paese perchè potesse alimentarsi con quello che trovava. Ma il Borbone aveva che fare con un generale troppo lento e troppo cauto per temere qualche sorpresa. Il duca d'Urbino, dopo essersi lungamente consigliato se passerebbe il Po coll'armata veneziana, aveva in ultimo adottato il bizzarro progetto di tenere continuamente il duca di Borbone fra due armate, che sempre ricuserebbero di venire a battaglia. L'una davanti anderebbe sempre rinculando di mano in mano che il Borbone avanzerebbe, lasciando guarnigione in tutte le città, presso alle quali doveva passare il Borbone; e quest'armata comandata dal marchese di Saluzzo era composta di Francesi, di Svizzeri e di soldati della Chiesa. L'altra, alle spalle, comandata dal duca d'Urbino, doveva essere formata da tutte le truppe veneziane, e tenere dietro agl'imperiali a trenta miglia di distanza per inquietarli nella loro marcia, tagliar loro le comunicazioni, ed impedir loro di ricevere rinforzi[256].
Un tale progetto non era altrimenti fatto per mettere coraggio ai paesi minacciati dal Borbone, ed in particolare alla Toscana e allo stato del papa[257]. Imperciocchè l'armata del marchese di Saluzzo doveva ogni giorno indebolirsi per le guarnigioni che lascerebbe nelle città, e conoscevansi abbastanza il duca d'Urbino ed i Veneziani, onde tenere per certo, che il primo non si allontanerebbe troppo da' confini della repubblica. Ma il duca d'Urbino fermo nel suo sistema di non venire mai a battaglia, per conservarsi la riputazione d'invincibile, non era troppo facile a persuadere. Altronde aspettava per sè medesimo qualche vantaggio dallo spavento di Clemente VII e de' Fiorentini; era per lui un mezzo di ottenere la restituzione di san Leo e della contea di Montefeltro; e pretestò una leggiere febbre che lo assalì il 3 di gennajo a Parma, per farsi portare a Casal Maggiore, indi a Gazzuolo, ove si trattenne fino alla metà di marzo, lasciando libero il campo agli imperiali[258].
Mentre che il Borbone si andava lentamente avanzando verso Bologna, altre armate combattevano ne' contorni di Roma, e Clemente VII a seconda de' loro progressi regolava tali negoziazioni che ammorzavano il coraggio de' suoi generali. Il re di Francia, che incoraggiava sempre il papa colle più splendide promesse, non s'adoperava però mai perchè giugnessero in tempo nè i soldati nè i sussidj da lui promessi. Renzo di Ceri, che si era fatto un illustre nome nell'armata francese colla difesa di Marsiglia, era giunto il primo di dicembre del precedente anno a Savona con due galere francesi, e tre giorni dopo era stato raggiunto dal restante della flotta francese, ch'erasi subito portata sotto Genova colle galere del papa e di Venezia per ricominciare il blocco di quella città[259]. Renzo era poscia giunto a Roma col conte di Vaudemont, cui pensavasi ad assicurare il regno di Napoli, facendogli sposare Catarina de' Medici, nipote del papa, ch'ebbe poi sì gran nome come regina di Francia[260]. Il conte di Vaudemont era fratello del duca di Lorena, e perchè Francesco primo rinunciava ai suoi diritti alla corona di Napoli, si pensava a far rivivere nella casa di Lorena gli antichi diritti trasmessile dalla casa d'Angiò.
L'arrivo di un principe francese all'armata destinata a far l'impresa di Napoli, fece supporre al papa che il re manterrebbe finalmente le sue promesse tante volte rinnovate, e che i pattuiti sussidj, gli Svizzeri, gli uomini d'armi francesi, tutto finalmente arriverebbe. Infatti gli si diceva, che il danaro ch'egli aspettava gli sarebbe a giorni portato da messere Martino di Bellay, signore di Langei, quello che ci lasciò le più accurate memorie francesi di quest'epoca[261]. A ciò fidandosi il papa, l'armata della Chiesa sotto gli ordini di Agostino Trivulzio e di Vitello Vitelli si adunò a Ferentino, mentre che il vicerè trovavasi a Cepperano con quella di Napoli[262].
Quest'ultimo aveva raccolti circa dodici mila uomini; ma appena la metà di questo numero era di truppe di linea venute con lui dalla Spagna; le altre erano milizie del regno di Napoli, delle quali facevasi poco conto. In sul finir del precedente anno, egli le aveva condotte all'assedio di Frusolone, borgata senza mura, ma posta in una situazione naturalmente forte. Il Lannoi vi si lasciò sorprendere l'ultimo giorno di gennajo, e fu costretto di rientrare entro i confini del regno dopo avere perduta molta gente[263].
Questo vantaggio, e le istanze e le promesse dell'ambasciatore di Francia, e le speranze che dava Russel, ambasciatore d'Inghilterra, mossero Clemente VII a tentare la conquista del regno di Napoli. Renzo di Ceri con sei mila uomini doveva entrare negli Abruzzi, ravvivare il partito del conte di Montorio, ed occupare l'Aquila, che infatti gli aprì le porte: l'armata principale doveva portarsi dalla banda di san Germano sopra Napoli; e la flotta alleata, sotto gli ordini di Pietro Navarro, cui il papa fece abbandonare il blocco di Genova, doveva minacciare le coste della Campania[264].
Queste diverse spedizioni si cominciarono contemporaneamente a metà di febbrajo con non infelice successo: il vicerè, poco fidandosi de' suoi mezzi di difesa, ritirossi a Gaeta e don Ugo di Moncade a Napoli. La flotta saccheggiò Molo di Gaeta, prese Castellamare, Stabbia, Torre del Greco, Sorrento, e Salerno; Renzo di Ceri non ebbe dal canto suo minori vantaggi nell'Abruzzo, ove occupò Siciliano e Tagliacozzo[265]. Se la guerra si fosse continuata collo stesso vigore con cui fu cominciata, avrebbe potuto avere un felice fine. Ma bastava che i soldati sapessero di ubbidire a prelati, perchè pretendessero assai più che le truppe degli altri potentati, e rendessero molto minori servigi. Niun'altra armata era tanto incomoda ne' paesi amici; niun'era meno ubbidiente ai suoi capi o meno disciplinata; niuna consumava tante munizioni, o più facilmente saccheggiava i proprj convoglj; niuna era meno disposta a combattere; niuna rifiutavasi con maggiore ostinazione alla fatica ed al pericolo, nè aveva l'orgoglio di volere che i suoi capi credessero che tuttociò ch'era difficile fosse impossibile. Dall'altro canto il papa non poteva vincere nè la sua avarizia nè la sua irrisolutezza. Atterrito dalle grandi spese cui doveva supplire, lasciava che l'armata principale mancasse di vittovaglie e di danaro; ed essa per ciò nei primi giorni di marzo di già cominciava a sbandarsi. In pari tempo egli era sempre apparecchiato ad ascoltare le proposizioni di accomodamento che gli si facevano; onde l'imperatore ed il vicerè tenevano sempre alcuni loro negoziatori presso di lui. La flotta s'indeboliva a cagione delle guarnigioni che doveva lasciare nelle città che aveva occupate. Il cardinale Trivulzio ed il Vitelli, mancando di viveri e spaventati dall'insubordinazione dell'armata, si ritirarono da san Germano sopra Piperno; e Renzo di Ceri, abbandonato da una parte de' suoi soldati, lasciò gli Abruzzi per tornare a Roma. Così alla metà di marzo, la spedizione di Napoli che aveva avuto così prospero principio, non lasciava più sperare nessun felice fine[266].
Dalla banda della Lombardia i generali della Chiesa erano costretti a seguire i piani del duca d'Urbino, sebbene in lui non avessero veruna fiducia. Gli Spagnuoli del duca di Borbone, essendosi ammutinati il 17 di febbrajo in occasione di domandare il loro soldo, uccisero il loro sergente maggiore (ufficiale di un grado assai più elevato che non lo è a' dì nostri), perchè cercava di calmarli. Non pertanto il Borbone aveva potuto ricondurli all'ubbidienza, facendo loro comprendere che non avevano altri mezzi di trovare danaro che quello di continuare a seguirlo. Il 22 di febbrajo alloggiarono a san Donnino, che fu da loro saccheggiato; ed il giorno susseguente, il marchese di Saluzzo, il Guicciardini e Niccolò Macchiavelli, inviato dai Fiorentini presso al secondo, si ritirarono da Parma sopra Modena con undici in dodici mila uomini, che formavano l'armata della Chiesa[267].
Il Borbone tenne dietro all'armata che si ritirava; e come aveva attraversato lo stato parmigiano senz'entrare in veruna città, attraversò ancora i territorj di Reggio e di Modena; e di già stava per entrare nello stato di Bologna, quando l'armata veneziana passò il Po il 5 di marzo per trovarsi alle spalle de' nemici. Il duca d'Urbino non raggiunse i suoi soldati che il giorno 18 di marzo, dopo avere assicurato il senato veneto del più felice esito. Egli appoggiavasi non al valore della sua armata, di cui non voleva fare pericoloso esperimento, ma bensì all'imbarazzo de' suoi avversarj. Infatti il 14 di marzo era scoppiata una nuova sedizione fra i Tedeschi dell'armata di Borbone. Avevano tentato di ucciderlo; ed egli non si era sottratto al loro furore che col darsi ad una pronta fuga, mentre essi uccidevano un suo gentiluomo, saccheggiavano i suoi equipaggi. Il Marchese del Guasto calmò i sediziosi con qualche danaro che fece loro dare dal duca di Ferrara. Tre giorni dopo Giorgio Frundsberg, colpito da apoplessia, abbandonò l'armata[268]. Credevasi che i soldati ch'egli aveva adunati col suo credito, e che non vedevano effettuarsi le sue promesse, si disperderebbero, ma si mantennero fedeli ai loro stendardi[269].
Clemente VII trovavasi estremamente angustiato dalle difficoltà della sua posizione. Francesco I l'aveva spinto alla guerra colle più magnifiche promesse; ma non avevane attenuta una sola. Da principio non aveva mandate all'armata della lega le cinquecento lance, ed i quaranta mila ducati al mese, che si era obbligato di somministrare. Non aveva pure mandati i ventimila ducati di più al mese per la guerra di Napoli. Il papa aveva sostenuto solo per tre mesi tutto il peso di questa guerra, ed il primo pagamento mensile non era ancora terminato. Il danaro, che sapevasi trovarsi per istrada, non giugneva mai, e niuna delle tante promesse fatte si verificava. La flotta francese, incaricata di secondare l'impresa di Napoli, non era mai portata a numero. Dodici galere leggieri eransi unite alla flotta pontificia, ma erano assai male approvvigionate anche queste e senza truppe da sbarco. Tra le grosse navi che dovevano raggiugnere la flotta, le une mai non abbandonarono le coste della Provenza, altre non si avanzarono oltre Savona. Eppure tra gli alleati del papa, non trovavasene un altro che meritasse maggiore confidenza. I soccorsi dell'Inghilterra erano troppo incerti e troppo tardi; pareva che i Veneziani non pensassero che a sè medesimi; ed il duca d'Urbino non voleva adottare veruna misura che potesse salvare gli stati di Roma o di Firenze. Il Borbone omai toccava i confini della Toscana. Siena era zelante pel partito imperiale; Firenze, stanca di soffrire il giogo de' Medici, desiderava una rivoluzione. Vero è che nel regno di Napoli la lega da principio aveva ottenuti alcuni vantaggi; ma il papa più non aveva danaro per continuare una così disastrosa guerra, ed opponeva uno scrupolo di coscienza sconosciuto dai suoi predecessori alla proposizione fattagli più volte di vendere alcuni cappelli di cardinale. Il suo datario Ghiberti rispondeva il 17 di dicembre al vescovo di Bayeux, che, senza entrare in disamina intorno a ciò che vi era di vergognoso in questo mezzo, si era assicurato che non basterebbe, potendosene tutt'al più ricavare cento cinquanta mila ducati, che sarebbero bentosto consumati[270].
In tanta perplessità Clemente VII acconsentì all'ultimo alle proposizioni di accomodamento che gli aveva più volte fatte il vicerè; e malgrado il pericolo di separarsi da' suoi alleati, e di mettersi in balìa de' suoi nemici, il 15 marzo sottoscrisse con Cesare Fieramosca e Sernone, ministri del vicerè, una tregua di otto mesi, per prezzo della quale doveva pagare agli imperiali sessanta mila ducati, destinati per l'armata del duca di Borbone; oltre a che dovevano essere restituite le conquiste fatte dalle due parti, abolite le censure fulminate contro i Colonna, il cardinale Pompeo ristabilito nella sua dignità, ed il vicerè doveva venire a Roma per meglio guarentire il papa contro l'armata del contestabile. Se i Veneziani ed il re di Francia accettavano la tregua, durante la quale speravasi di negoziare un trattato di pace, tutte le truppe tedesche dovevano abbandonare l'Italia; se la rifiutavano, queste dovevano ritirarsi solamente dallo stato della Chiesa[271].
Clemente VII abbandonato dai suoi alleati quando la più formidabile armata si avanzava contro di lui, era, non v'ha dubbio, in pieno diritto di provvedere alla sua salvezza con un parziale trattato. Ma sembra che nè il papa, nè il datario Ghiberti, suo principale consigliere, nè altra persona della sua corte, abbia saputo apprezzare il pericolo dell'avvicinamento del Borbone; essendosi Clemente ridotto a trattare piuttosto per l'impazienza che gli cagionava la cattiva condotta delle sue truppe, e per l'imbarazzo delle sue finanze, che per timore degli imperiali. Da principio erasi in Roma dubitato che il Borbone non fosse per accettare la tregua sottoscritta dal vicerè, e seppesi poco dopo, che infatti l'aveva rifiutata. Pure il papa non volle ravvisare in questo rifiuto che una millanteria militare, o uno stratagemma per avere una maggior somma[272]. Avrebbe dovuto meglio conoscere la disordinata truppa con cui aveva che fare, composta di soldati non pagati, disubbidienti, indisciplinati, i quali parevano piuttosto condurre i loro generali che essere condotti da loro. Egli sapeva non meno che tutta l'Italia quale fosse stata pel corso di un anno la loro tirannia in Milano; doveva sapere che Giorgio Frundsberg detestava le superstizioni della Chiesa romana con un odio avvelenato dalle controversie religiose della Germania, e che portava in seno una funicella dorata, destinata, siccom'egli diceva, ad appiccare il papa colle sue mani[273]; non doveva ignorare che una parte de' di lui soldati era stata strascinata sotto le di lui bandiere non meno dal fanatismo della riforma che dall'amore della licenza militare; che gli Spagnuoli, fatti più avidi dalle rapine loro permesse a Milano, aspiravano a mettere la mano sulle ricchezze della più commerciante città d'Italia, e che solevano giurare pel glorioso sacco di Firenze[274]. Fu dunque improvvidissimo consiglio quello di disarmarsi nell'istante in cui fu sottoscritta la tregua e scrivere al cardinale Trivulzio che licenziasse la maggior parte de' suoi soldati; di rallegrarsi perchè quelli di Renzo di Ceri si erano dissipati spontaneamente; e di non ritenere per sua difesa che cento cavaleggieri, e circa due mila fanti delle bande nere formate da Giovanni de' Medici[275].
Il papa ed il vicerè avevano trattato di buona fede, e l'uno e l'altro soddisfecero alle reciproche convenzioni; ma il Borbone, forse non voleva, e certamente non poteva trattenere la sua armata. Dava non pertanto a credere che accetterebbe l'armistizio, se gli veniva assicurata una più ragguardevole somma di danaro da distribuirsi ai suoi soldati in pagamento di due mesi di soldo; e perchè a tale effetto ricominciavano le negoziazioni, negli ultimi otto giorni di marzo fece alcuni lavori intorno a Bologna, come se avesse voluto assediarla. Ma il 31 di marzo dichiarò al Guicciardini che non poteva più oltre contenere i suoi soldati, ed andò ad accamparsi a Ponte a Reno. Un messo del vicerè, che veniva ad intimargli l'ordine d'osservare la tregua, corse pericolo di essere ucciso dai Landsknecht, e dovette salvarsi con una pronta fuga; ed il marchese del Guasto, che si era separato dal duca di Borbone per non disubbidire al vicerè, ed aveva presa la strada di Napoli, fu con una militare sentenza bandito dall'armata[276].
Per altro i progetti del Borbone sembravano tuttavia difficilmente eseguibili: la primavera era assai tarda, ed era caduta molta neve sugli Appennini che l'armata imperiale doveva attraversare per entrare nella Toscana. Dessa trovavasi accampata tra Ferrara e Bologna in terreni fangosi e quasi affatto inondati. Per mancanza d'artiglierie e di munizioni non aveva potuto prendere veruna città, ond'era sempre sprovveduta di magazzini come di danaro, e viveva a giorno per giorno con quello che trovava nelle campagne. Attraversando un paese così sterile come gli Appennini, dove poteva supporre d'incontrare qualche resistenza, doveva necessariamente portare vittovaglie per più giorni; ed appunto per questo motivo il Borbone si trattenne lungo tempo ai confini del Bolognese e della Romagna, mostrando di voler prendere ora l'una ora l'altra strada, sempre minacciando e non avanzando mai[277].
Intanto continuavano con lui le negoziazioni; ma queste non contribuivano che a rendere diffidenti il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo, che, vedendo il papa tanto sollecito di abbandonarli, erano sempre apparecchiati a ritirarsi. Lo stesso vicerè si pose in cammino per avere un abboccamento col Borbone, ed offrirgli, per soddisfare al debito verso l'armata, oltre il danaro promesso dal papa, altre somme da prendersi sulle entrate di Napoli o sulle straordinarie contribuzioni dei Fiorentini, i quali, trovandosi esposti prima degli altri, dovevano altresì essere i primi a riscattarsi. Ma egli non osava di avventurarsi in mezzo a quella sfrenata soldatesca, e si fermò a Firenze per trattare di colà col Borbone. Dal canto suo il Guicciardini, luogotenente generale della Chiesa in tutte le province della Lombardia, faceva istanze al senato di Venezia, al duca d'Urbino ed al marchese di Saluzzo acciò che l'armata alleata tenesse dietro al Borbone; loro rappresentando, che, quand'anche fosse vero che il papa fosse intenzionato di trattare separatamente, era del loro interesse d'impedire che non venisse oppresso; perciocchè quanto più grande sarebbe la di lui paura, tanto maggiore sarebbe la quantità del danaro che da lui tirerebbe il Borbone, danaro che poi verrebbe tutto impiegato contro la lega[278].
Prima di avanzarsi negli Appennini, il Borbone ingannò i suoi nemici con nuove negoziazioni, e mentre che dal 15 al 25 d'aprile egli si avanzava per Meldola, santa Sofia e val di Bagno, fino a Pieve santo Stefano in val d'Arno superiore, lasciò che i suoi deputati presso il vicerè sottoscrivessero una nuova convenzione, in forza della quale prometteva d'allontanarsi per una grossa somma di danaro. Dall'altro canto il Guicciardini, non essendo tranquillo intorno alla di lui equivoca condotta, aveva persuasi il marchese di Saluzzo ed il duca d'Urbino in compagnia de' quali trovavasi allora in Mugello, a passare ancor essi l'Appennino. I confini del ducato d'Urbino non erano lontani dall'armata imperiale, e questo a non dubitarne, fu il principale motivo che fece risolvere il duca ad avanzarsi[279].
Ma il Guicciardini non poteva riuscire ad ispirare al papa la medesima diffidenza; quanto più grande e più spaventoso era il pericolo, tanto più Clemente VII era determinato di chiudere gli occhi per non vederlo. Quando seppe che a Firenze era stata firmata una nuova convenzione, licenziò subito il rimanente delle sue bande nere, quasi che la conservazione di questo piccolo corpo potesse servire di pretesto all'armata imperiale per venire ad attaccarlo a Roma[280]. Nello stesso tempo rimandò per mare il signore di Vaudemont a Marsiglia, e parve dopo ciò credersi in seno alla più perfetta pace.
Ciò null'ostante poco mancò che una impensata rivoluzione non salvasse Roma a spese di Firenze. Mentre che l'armata della lega doveva acquartierarsi all'Ancisa per coprire quest'ultima città, i Fiorentini, non meno spaventati de' soldati che venivano per difenderli, che di quelli che venivano ad attaccarli, domandarono delle armi al loro governo. Questa domanda venne apertamente e caldamente appoggiata da' più riputati cittadini, quali erano Niccolò Capponi, Matteo Strozzi, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini, fratello dello storico; mentre che i partigiani dei Medici, sebbene conoscessero l'avversione de' loro concittadini pel giogo che sostenevano, non osavano di far palese la loro opposizione ad un così legittimo desiderio. Essi promisero che i sedici gonfalonieri, che avevano parte nel governo, distribuirebbero il 26 d'aprile le armi alle loro compagnie; ma perchè il popolo si affollava intorno al palazzo per riceverle, essi furono atterriti dall'ardore con cui quest'armi erano domandate, e non tennero parola[281]. Nello stesso tempo i tre cardinali che in allora si trovavano a Firenze, Cortona, Cibo e Ridolfi, de' quali i due ultimi vi erano stati mandati dal papa in sul finire del 1526 onde sostenere il credito del primo, si apparecchiavano ad uscire di città col giovane Ippolito de' Medici per rendere visita ai generali dell'armata alleata, acquartierata all'Olmo, non lontano da Firenze: ciò bastò perchè il popolo supponesse, che costoro, risguardando i loro affari come disperati, abbandonassero la città. L'accidente fece nascere questo rumore tra un popolaccio ignorante; ma tutta la città era così stanca del governo de' Medici e di quello de' preti, ogni cittadino sentivasi così umiliato dalla considerazione che una repubblica coperta di tanta gloria fosse ridotta nella dipendenza di un fanciullo e di prelati stranieri, che ognuno avidamente abbracciava la speranza di mettere fine a questa tirannide. Quelli ancora che ciò non credevano, s'infingevano di crederlo, per far nascere l'occasione di scuotere il giogo. La gioventù accorse verso il palazzo, gridando, viva il popolo e la libertà! La guardia loro fece pochissima resistenza, conciossiachè si posero di mezzo i più assennati cittadini, e la persuasero a ritirarsi. Gl'insorgenti si presentarono alla signoria, capo della quale era in allora Luigi Guicciardini, gonfaloniere, fratello dello storico; la costrinsero a decretare che tutti coloro che i Medici avevano condannati per delitti di stato, verrebbero ristabiliti nelle loro prerogative; che il governo verrebbe costituito come al tempo del gonfaloniere Soderini, e che i Medici sarebbero esiliati e dichiarati ribelli[282].
I cardinali, con Ippolito de' Medici, avevano imprudentissimamente continuato il loro viaggio verso l'Olmo, sebbene avessero avviso di ciò che accadeva in Firenze. Coloro che avevano apparecchiata la sollevazione, alla testa de' quali osservavasi Pietro Salviati, che le sue ricchezze e le sue parentele chiamavano ai principali onori della città, sentivano la necessità di porre immediatamente una forte guardia alle porte, di occupare gli arsenali, di far dare il giuramento ai soldati, e di trattare colla lega per procurare il di lei appoggio alla repubblica; ma loro non fu possibile di calmare abbastanza la popolare effervescenza per ottenere attenzione ed ubbidienza; e mentre che il popolo era ancora ne' trasporti della gioja, gli altri cominciavano di già a tremare per le conseguenze d'un'insurrezione, che non si trovavano più in caso di dirigere[283].
Il Salviati ed i suoi amici avevano bensì ordinato che si suonasse campana a stormo; ma i tre cardinali erano di già tornati col duca d'Urbino, il marchese di Saluzzo e mille cinquecento fanti, avanti che si fossero chiuse le porte; questi s'incamminarono subito verso la piazza e cominciarono l'assedio del palazzo, diventato la cittadella degl'insorgenti. Forse Firenze non erasi mai trovata in più grave pericolo; imperciocchè se i Medici fossero stati obbligati a far entrare nella città l'armata alleata per impadronirsi della sede del governo, avrebbero difficilmente potuto contenere i soldati, sempre avidi di saccheggio, ed ancora più difficilmente avrebbero potuto in appresso opporli all'armata del Borbone che si avvicinava. Il Guicciardini, che sentiva tutto il pericolo della sua patria, s'interpose tra le due parti; cercò di atterrire gli uni e gli altri mettendo loro sott'occhio le conseguenze della loro ostinazione, e li ridusse ad un accordo in forza del quale gl'insorgenti abbandonarono il palazzo e lo resero ai Medici, dopo avere in contraccambio ottenuta da questi un'intera amnistia, che non fu però perfettamente osservata[284].
Il duca d'Urbino prese motivo da quest'insurrezione, che abbastanza manifestava le disposizioni de' Fiorentini rispetto al papa, per domandare che questa repubblica prendesse parte in suo proprio nome nella lega con Venezia e colla Francia; di modo che più non si trovasse compresa nelle negoziazioni che Clemente VII proseguiva anche allora cogl'imperiali. Infatti la signoria si obbligò a non conchiudere verun trattato di pace coll'imperatore senza il consentimento di tutti i confederati; ed i cardinali, luogotenenti del papa, furono costretti di aderire a questo trattato che fu sottoscritto il 28 di aprile nel palazzo de' Medici[285]. Il duca d'Urbino non approfittò meno per la lega che per sè medesimo della sua presenza in Firenze con un'armata. Egli non volle partire finchè non gli furono dalla repubblica restituite la forte piazza di san Leo, principale luogo della contea di Montefeltro, e la fortezza di Majolo. Egli le riebbe in qualche modo colla forza, senza pubblica deliberazione, e senza l'approvazione dei consigli, cui soli apparteneva il dare così fatti ordini[286].
L'insurrezione di Firenze aveva avuto principio e fine in un solo giorno; pure fu cagione agli alleati di gravissimo pregiudizio, avendo impedito alla loro armata di prendere posto all'Ancisa, e potere così più facilmente tener d'occhio il duca di Borbone; accrebbe la diffidenza del duca d'Urbino e de' Veneziani, i quali, vedendo come lo stato di Firenze era poco sicuro, temettero più che mai di allontanarsi dalle proprie province; finalmente fece loro perdere un tempo prezioso, di cui il Borbone seppe approfittare[287].
Infatti questi partì il venti di aprile, dai contorni di Arezzo, alla volta di Roma, senza artiglieria, senza carri, senza munizioni; e non si lasciò trattenere nè dalle piogge, che in quella stagione furono grandissime, nè dalla mancanza di viveri. Ottenne a Siena, in allora attaccata al partito imperiale, alcuni soccorsi, che lo ajutarono a proseguire il cammino; ma non si trattenne in quello stato, come erasene lusingato Clemente VII[288]. Nel suo cammino saccheggiò Acquapendente a san Lorenzo alle Grotte; fu introdotto in Viterbo da alcuni emigrati di quella città; occupò in appresso Ronciglione, e finalmente arrivò il 5 di maggio sotto alle mura di Roma, prima che il papa avesse voluto persuadersi della sua partenza dalla Toscana[289].
Clemente VII aveva cercato una seconda volta in quegli ultimi istanti di mettersi in su le difese; ordinò nuove leve per rimpiazzare i soldati che aveva con tanta imprudenza licenziati; vendette tre cappelli di cardinale, ma non ebbe neppure il tempo di riceverne il danaro. Domandò una contribuzione volontaria ai più ricchi abitanti di Roma; ma questi, ritenendo con avara mano effetti che presto dovevano perdere, non diedero che pochi scudi, quando trattavasi di difendere tutto il rimanente de' loro beni, l'onor loro e la vita[290].
Renzo di Ceri, della casa Orsini, era stato incaricato dal papa della difesa di Roma. Quest'uomo, che in tempo della guerra della lega di Cambrai erasi renduto illustre sostenendo l'assedio di Crema, aveva veduto la sua riputazione scemare ogni giorno. In particolare Clemente VII faceva di lui pochissimo capitale; pure, per un'imbecillità che pareva strascinarlo alla sua ruina, egli gli accordò in tale occasione la più grande confidenza. Il signore di Bellay, che arrivò in poste da Firenze per avvisare il papa della marcia del Borbone, divise con Renzo di Ceri le cure di provvedere alla difesa di Roma[291]. Per rimpiazzare gli antichi soldati, che tutti erano stati di fresco licenziati, arrolarono tra i servitori de' prelati ed i bottegai di Roma, una truppa senza coraggio e senza disciplina, ed aggiunsero alcune fortificazioni dalla banda di Borgo. Questi lavori inspirarono a Renzo tanta fiducia, ch'egli si figurò di potere opporre la più ostinata resistenza all'armata di Borbone; perciò scrisse al conte Guido Rangone, che accorreva per difendere Roma con cinque mila fanti ed un piccolo corpo d'artiglieria, che farebbe meglio di andare a raggiugnere l'armata della lega, poichè la capitale aveva tutt'al più bisogno di un ajuto di sette in ottocento archibugieri[292].
Questa lettera, scritta soltanto il 4 di maggio, non trattenne in cammino il Rangone, che aspirava alla gloria di liberare la capitale della Cristianità. Aveva calcolato di giugnervi prima del Borbone, ove questi si fosse caricato di un treno d'artiglieria; e che sarebbe sempre in tempo di unirsi ai difensori della città, ove il Borbone arrivasse prima di lui per non avere condotti cannoni. Ma il 5 di maggio il Borbone presentossi ne' prati sotto Roma, e fece da un trombetta intimare la resa alla città. Clemente VII, che in diverse circostanze aveva mostrato un'eccessiva timidezza, e che anche ultimamente aveva voluto fuggire quando l'armata napolitana si avanzava sopra Frusolone, mostrò in questa circostanza un'inesplicabile fermezza. Rimandò il trombetta con disprezzo; non volle permettere di tagliare i ponti della città, per difendersi al di là del Tevere se il Borgo veniva preso; e per non ispargere il terrore, ordinò alle guardie delle porte di non permettere che si trasportassero fuori di Roma ricchezze o mercanzie[293].
La mattina del 6 di maggio il Borbone condusse le sue truppe all'assalto contro le mura di Borgo tra il Gianicolo ed il Vaticano. Qualunque si fosse lo splendore che lo accompagnava, come generale della più potente armata che allora fosse in Europa, pare che tutta sentisse la vergogna ed il pericolo della propria situazione. Principe del sangue e ribelle al suo re; francese e traditore della sua patria; cattolico e conducente contro il papa un'armata, che era nemica della religione medesima; cavaliere ed associato ad una banda di masnadieri, non poteva dissimulare a sè medesimo che meritava il disprezzo che gli avevano manifestato gli Spagnuoli, e che gli esprimevano tutti coloro che non lo temevano. Una luminosa vittoria poteva sola coprire tanti torti a' suoi proprj occhi o agli occhi degli altri; egli voleva ottenerla, o morire combattendo; e perchè, montando all'assalto, vide che i suoi fanti tedeschi lo seguivano freddamente, prese una scala, l'appoggiò egli stesso contro il muro per incoraggiarli colla propria intrepidezza; ma appena aveva incominciato a salire, che fu colpito nelle reni da una palla di moschetto tirata dall'alto delle mura, che gli passò il fianco e la coscia destra[294]. Sentì subito che il colpo era mortale; pure conservò tanta presenza di spirito da domandare a quelli che gli stavano intorno di coprire il suo corpo col suo mantello, onde i soldati non si accorgessero della sua caduta; così egli spirò ai piedi delle mura, mentre che continuava l'assalto[295].
La morte del Borbone non si potè tenere lungamente nascosta ai soldati; ma invece di scoraggiarli, parve eccitarli alla vendetta. Gli Svizzeri della guardia del papa avevano difese le mura valorosamente, ed una batteria posta sull'alto del colle, che prendeva di fianco gli assedianti, loro uccideva molta gente; ma una densa nebbia, che si levò dopo che il sole apparve sull'orizzonte, impedì agli artiglieri di ben dirigere i loro colpi. Gli Spagnuoli ne approfittarono onde entrare in città per alcune piccole case attigue alle mura; dall'altro canto i Tedeschi superarono le trincee, e s'impadronirono del baluardo. Prima di riuscirvi gli assalitori avevano avuto un migliajo d'uomini uccisi, ma ne fecero orribile vendetta su quella parte della gioventù romana che combatteva sotto le insegne de' proprj caporioni, e che trovavasi chiusa tra gli Spagnuoli ed i Tedeschi. Fu uccisa tutta senza pietà, sebbene la maggior parte di questi giovani avesse gettate le armi, e domandasse la vita in ginocchioni[296].
Durante la battaglia, Clemente VII stava pregando innanzi all'altare della sua cappella in Vaticano. Quando le grida de' soldati gli annunciarono la presa della città, fuggì dal suo palazzo in castel sant'Angelo pel lungo corridojo che, innalzato su doppia muraglia al di sopra delle più alte case, attraversa tutta la città Leonina, e dà comunicazione al Vaticano colla fortezza. Lo storico Paolo Giovio, che seguiva Clemente VII, teneva rialzata la di lui lunga veste perchè potesse più speditamente camminare, e l'aveva coperto col suo cappello e col suo mantello violetto, per timore che il papa, attraversando il ponte che lo lasciava vedere a discoperto, non fosse riconosciuto pel suo rocchetto bianco, e preso di mira da qualche furibondo soldato. Da tutta la lunghezza del corritojo Clemente VII vedeva al di sotto di sè la miserabile fuga de' suoi, ed i barbari che inseguendoli gli assassinavano a colpi di picche e di alabarde. Sette in otto mila romani vennero uccisi in questo primo giorno[297].
Dopo essere entrato in castello, il papa aveva ancora tempo di fuggire pel ponte degli angeli che era sotto la protezione della sua artiglieria, di attraversare le strade di Roma sotto la scorta della sua cavalleria, e mettersi in salvo. La fresca memoria della sua cattività in Castel sant'Angelo doveva fargli sentire quanto quest'asilo fosse mal sicuro; ma lo spavento ond'era compreso non gli permise di passare più avanti; egli si lasciò chiudere coi cardinali ed i prelati del suo seguito in castel sant'Angelo; ove Filippo Serbelloni collo spagnuolo Mendanez lo assediarono[298].
L'armata che si precipitava in Roma, contava in allora quaranta mila uomini. È bensì vero che Frundsberg non aveva condotti che quattordici mila landsknecht, ai quali si erano uniti in Lombardia sei mila Spagnuoli; ma vi si era in appresso aggiunta l'infanteria italiana del Calabrese Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga, chiamato il Rodomonte. Inoltre aveva quest'armata raccolti lungo il cammino moltissimi cavaleggieri, il di cui comando era stato dato a Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ed a Ferdinando Gonzaga; erasi ingrossata coi disertori dell'armata della lega e coi soldati licenziati dal papa, coi banditi e coi vagabondi, erranti prima per tutti i paesi che aveva attraversati, e chiamati sotto le sue bandiere dall'allettamento del saccheggio[299].
Il Borgo di Roma ed il quartiere del Vaticano furono subito saccheggiati; ed in quella prima ebbrezza della vittoria il sacrilego furore de' soldati parve meno ributtante, sebbene non avesse risparmiati nè i conventi, nè le chiese, nè il palazzo del papa, nè il tempio di san Pietro, cattedrale del mondo cristiano. Ma i soldati, non contenti delle ricchezze di questi due quartieri, presero ancora d'assalto quello di Transtevere, e perchè i ponti non erano stati tagliati, trovaronsi padroni di tutta Roma, ove Luigi Gonzaga fu il primo ad entrare per ponte Sisto alla testa dell'infanteria italiana[300].
Forse giammai nella storia dell'universo si troverà che una grandissima capitale sia stata abbandonata a più atroce abuso della vittoria; giammai una potente armata si formò di soldati più feroci, e più intolleranti del giogo d'ogni militare disciplina; nè mai il sovrano, nel di cui nome cotesta armata combatteva, era stato più indifferente alle calamità dei vinti. Non bastò già il lasciare in balìa della rapacità de' soldati tutte affatto le ricchezze sacre e profane dalla pietà dei popoli o dalla loro industria adunate nella capitale del mondo cristiano, che ancora le persone degl'infelici abitanti furono abbandonate al capriccio, e alla brutalità di sfrenata soldatesca. Mentre che le donne di ogni condizione erano vittima dell'incontinenza de' vincitori, coloro che rendevansi sospetti di avere ricchezze nascoste, o credito presso gli altri, erano posti alla tortura, ed obbligati con prolungati tormenti a vuotare le borse degli amici che potevano avere in altri paesi. Molti prelati morirono in mezzo ai tormenti; molti altri, dopo essersi riscattati, morirono in conseguenza de' sofferti strapazzi, della loro afflizione, o del loro spavento. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali senza che i soldati volessero distinguere i guelfi dai ghibellini, o accordare una salvaguardia a coloro ch'erano conosciutissimi pel loro attaccamento al partito imperiale. Soltanto fu ad alcuni permesso di riscattarsi col danaro; e perchè i mercanti avevano deposti i proprj effetti nelle loro case supponendo di porli in luogo sicuro, questi mercanti pagarono spesso enormi somme per sottrarle ai soldati. La marchesa di Mantova riscattò il suo palazzo per cinquanta mila ducati, e si dice che suo figlio ne toccasse per la parte sua dieci mila. Il cardinale di Siena, dopo avere pagata la propria taglia agli Spagnuoli, fu fatto prigioniero da' Tedeschi, spogliato d'ogni avere, battuto e forzato di riscattare nuovamente la sua sola persona con cinque mila ducati. La stessa sventura toccò ai cardinali della Minerva e di Ponzetta. Nè i prelati tedeschi o spagnuoli furono da' loro compatriotti risparmiati più che gl'Italiani. Udivansi eccheggiare in tutte le case le grida ed i pianti degl'infelici esposti alla tortura; le piazze avanti a tutte le chiese erano sparse d'arredi d'altari, di reliquie e di tutte le cose sacre, che i soldati buttavano in terra dopo averne strappato l'oro e l'argento. I luterani tedeschi, aggiugnendo alla cupidigia il fanatismo religioso, si sforzavano di mostrare il loro disprezzo per le pompe della chiesa romana, e di profanare tuttociò che rispettavano que' popoli ch'essi dicevano idolatri. Per altro passati i primi giorni di furore, ne' quali essi avrebbero voluto uccidere tutti coloro che avevano impugnate le armi, i Tedeschi più non isguainarono la spada; anzi si addolcirono in modo, che i loro prigionieri si poterono riscattare a bassissimo prezzo. Allora ad altro più non pensarono che a bevere, ad ammassare danaro ed a distruggere i quadri e le statue che loro sembravano monumenti d'idolatria. Ma infinitamente più avidi e più crudeli erano gli Spagnuoli; la loro sete dell'oro mai non iscemava, e perchè il loro cuore era affatto chiuso alla pietà, andavano moltiplicando i tormenti per costringere i loro prigionieri ad iscuoprire tuttociò che tenevano nascosto. Gl'Italiani e specialmente quelli dell'Abruzzo imitavano i vizj delle due nazioni cui si erano associati, e senza pareggiarli nel valore, cercavano se non altro di essere egualmente crudeli ed empj[301].
Il cardinale Pompeo Colonna entrò in Roma due giorni dopo presa la città, per godere dell'umiliazione di Clemente VII. Fu seguito da una folla di contadini dei suoi feudi, che poco prima erano stati barbaramente saccheggiati per ordine del papa, e che si vendicarono saccheggiando tutte quelle case di Roma, ove restavano ancora i meno preziosi effetti che non avevano tentata l'avidità de' soldati. Per altro Pompeo fu compreso da profondo dolore, quando vide la miseria in cui aveva contribuito a precipitare la sua patria; aprì la sua casa a tutti coloro che vi si vollero rifugiare, riscattò col suo danaro i cardinali prigionieri senza distinzione di partito amico o nemico, e salvò la vita a tanti miserabili, che, avendo ogni cosa perduta, sarebbero senza di lui periti di fame[302].
Lo stesso giorno in cui l'armata imperiale era entrata in Roma, il conte Guido Rangone era giunto fino a Ponte Salario co' suoi cavaleggieri ed ottocento archibugieri. Se la città avesse resistito soltanto ventiquattr'ore, sarebbe arrivato a tempo per difenderla e per salvarla. Quando seppe l'accaduto si ritirò fino ad Otricoli per riunirvisi al restante della sua truppa. Il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo camminavano assai più lentamente: erano partiti soltanto il 3 di maggio da Firenze, ed il marchese non arrivò ad Orvieto che il giorno 11, di dove fece un tentativo per cavare di notte il papa da castel sant'Angelo; ma non riuscì, perchè Federigo da Bozzolo, che conduceva il distaccamento, si ferì cadendo di cavallo. Il duca d'Urbino giunse ad Orvieto cinque giorni più tardi, perchè, in passando, volle fare una rivoluzione in Perugia, di dove scacciò Gentile Baglioni, partigiano de' Medici, per darne il governo ai figliuoli di quel Gian Paolo Baglioni che Leon X aveva fatto morire[303].
Pretese il duca d'Urbino di non poter tentar nulla, perchè, avendo allora passata in revista la sua armata, non trovò che diciassette mila combattenti invece di trenta mila che doveva averne. Pure sotto qualunque altro capo quest'armata sarebbe bastata per iscacciare gl'imperiali da Roma, perciocchè i soldati spagnuoli e tedeschi, perduti nelle dissolutezze d'ogni maniera, più non ubbidivano alla voce de' loro capitani, e non avevano verun rispetto per Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ch'essi avevano eletto loro capo invece del contestabile di Borbone. Non si volevano a nessun patto staccare dal saccheggio per soddisfare a verun ufficio militare, e quando un falso allarme faceva chiamare al campo i soldati, niuno veniva a porsi sotto le bandiere[304].
Ma il duca d'Urbino, costante nel suo sistema di non esporre la sua armata ad una battaglia, non aveva nemmeno avuto mai il pensiero di attaccare gl'imperiali; ed apertamente diceva che non penserebbe a farlo, se non che quando potrebbe aggiugnere alla sua armata sedici mila Svizzeri, levati con licenza de' cantoni; e che ne abbisognerebbero anzi ventiquattro mila, se in quest'intervallo di tempo l'armata imperiale riceveva i soccorsi che poteva facilmente tirare dal regno di Napoli[305]. Egli pareva non sentire compassione degli sgraziati Romani, e nel consiglio di guerra adunato ad Orvieto, trattò soltanto intorno al modo di cavare Clemente VII da castel sant'Angelo, ov'era assediato. Quest'impresa, sotto la protezione di così numerosa armata, non sembrava altrimenti difficile; i Francesi ardentemente la desideravano per l'onore del loro re, ed il consiglio dei Pregadi di Venezia aveva dati pressanti ordini al suo generale di soccorrere il suo alleato. Soltanto il duca d'Urbino, il di cui odio e rancore contro la casa de' Medici andavano avidamente in traccia di pretesti nel suo timido sistema di tattica, faceva ogni momento nascere nuovi ostacoli. Il papa lo faceva invitare a venire ad accamparsi alla croce di Monte Mario, fortissima posizione in faccia a castel sant'Angelo, di dove avrebbe a tutte l'ore potuto facilmente intendersi cogli assediati per mezzo di segni, ma egli non volle mai passare al di là di Tre-Capanne. Tuttavolta il suo avvicinamento fece sì che Clemente VII ricusasse di capitolare a condizioni quasi già acconsentite. Allora il duca d'Urbino, dopo avere date agli assediati vane speranze, appunto come aveva praticato nel precedente anno col duca di Milano, s'allontanò da Roma il 1.º di giugno, ed andò ad accamparsi a Monterosi[306].
Il vicerè di Napoli erasi affrettato di portarsi a Roma dietro gl'inviti dello stesso papa, che lusingavasi di avere da lui migliori condizioni; ma questi, accorgendosi che l'armata lo vedeva assai di mal occhio, ripartì alla volta di Napoli. Cammin facendo incontrò il marchese del Guasto, Ugo di Moncade ed Alarcone, che lo persuasero a tornare a dietro, onde conservare qualche autorità sopra un'armata che omai quasi sottraevasi all'imperatore. Tornò infatti; ma non gli si lasciò prendere veruna parte negli affari della guerra o della pace[307].
La capitolazione del papa venne sottoscritta il 6 di giugno, press'a poco alle medesime condizioni rifiutate sei giorni prima. Egli si obbligava di pagare all'armata quattrocento mila ducati; cento mila immediatamente, cinquanta mila entro venti giorni, e gli altri dugento cinquanta mila nel termine di due mesi. Fino all'intero pagamento de' primi cento cinquanta mila ducati, doveva restare prigioniero in castel sant'Angelo, unitamente ai tredici cardinali che lo avevano seguito. In appresso potrebbe recarsi a Napoli o a Gaeta, per aspettare colà gli ordini dell'imperatore. Si obbligava di consegnare alle truppe imperiali le città di Parma, Piacenza e Modena, ed a ricevere guarnigione ne' castelli di sant'Angelo, di Ostia, di Cività Castellana, e di Cività Vecchia. Prometteva di assolvere i Colonna da tutte le censure ecclesiastiche, e di dare ostaggi per l'osservanza di tutte queste condizioni. Dopo aver firmato questo trattato, quello stesso capitano Alarcone, che aveva custodito Francesco I in tempo della sua prigionia, entrò in castel sant'Angelo con tre compagnie spagnuole e tre tedesche, per prendere il papa sotto la sua guardia[308].
La capitolazione fu religiosamente eseguita in tuttociò che spettava al papa; ma il governo della Chiesa pareva disciolto dalla prigionia del suo capo, e le più lontane piazze ricusarono di ubbidirgli. Cività Castellana era custodita dalle truppe della Lega, Cività Vecchia da Andrea Doria che la riteneva come pegno di 14,000 scudi di soldo a lui dovuti, Parma e Piacenza, detestando il governo spagnuolo, non vollero aprire le loro porte al commissario imperiale che si presentò per prenderne possesso. Modena, difesa dal conte Luigi Rangoni, fratello di Guido, con soli cinquecento fanti, fu attaccata in principio di giugno dal duca di Ferrara con dugento lance, sei mila fanti e molta artiglieria, e fu forzata a capitolare il 5 di giugno[309]. Gli stessi alleati del papa vollero approfittare della sua disgrazia; i Veneziani occuparono Ravenna e Cervia perdute in tempo della lega di Cambray, e Sigismondo Malatesta s'impadronì della città e della fortezza di Rimini, antico principato della sua famiglia[310].
Clemente VII non considerava la sua sovranità nello stato della Chiesa che come vitalizia, mentre che la grandezza ereditaria della casa de' Medici era attaccata all'ubbidienza de' Fiorentini. Sebbene non avesse nè figliuoli, nè parenti prossimi, era però tutto intento a perpetuare il potere della sua famiglia, e disposto a sagrificare all'orgoglio del suo nome assai più che Leon X, suo cugino. Ma quantunque volesse conservare Firenze, poca cura prendevasi di risparmiarla; perciocchè quanto preferiva il bene de' suoi eredi a quello della sua patria, altrettanto preferiva sè stesso agli eredi; onde, nelle guerre in cui strascinava la repubblica senza che questa vi avesse verun diretto interesse, tutte le volte che rendevasi necessario un prestito, o che una spesa straordinaria richiedeva una contribuzione di guerra, ne faceva sempre cadere il peso sui Fiorentini, i quali, avendo assolutamente cessato di avere un'importanza politica, di essere contati tra le potenze d'Europa, e di avere un diretto interesse negli avvenimenti, vedevansi non pertanto ruinati dall'ambizione della casa de' Medici. La conquista e la difesa del ducato d'Urbino aveva loro costato cinquecento mila fiorini; indi al primo pericolo erano stati costretti di restituire al duca la fortezza di san Leo, e la contea di Montefeltro, che loro erano state date in compenso delle fatte sovvenzioni[311]. Avevano inoltre spesi cinquecento mila fiorini nella guerra intrapresa da Leon X contro la Francia, ne avevano pagati trecento mila ai capitani imperiali ed al vicerè durante l'amministrazione del cardinale Giulio dei Medici, e dopo che questo stesso Giulio era diventato papa, avevano dati altri sei cento mila fiorini per la guerra ch'egli faceva contro l'imperatore[312]. Da troppi mali erano simultaneamente oppressi; avevano perduta la libertà, e continuavano a portare un peso d'imposte che doveva schiacciare qualunque popolo che non fosse libero. Perciò i Fiorentini avevano quasi tutti lo stesso desiderio di cogliere il momento in cui verrebbe loro fatto di scuotere il giogo de' Medici.
La presa di Roma e la prigionia del papa in castel sant'Angelo distruggevano la potenza di questa casa. I tre cardinali che Clemente VII teneva in Firenze come amministratori della repubblica e tutori dei due bastardi, Ippolito ed Alessandro, non potevano dubitarne. Avevano essi ricevuta la notizia della catastrofe l'undici di maggio; cercarono di tenerla celata, spargendo contrarie voci; ma già da molto tempo il popolo erasi avvezzato a non dar loro credenza[313].
Tutti i più riputati uomini della città, tutti coloro che discendevano da illustri antiche famiglie si recarono presso Silvio Passerini, cardinale di Cortona, nel palazzo de' Medici, non più in abito militare, come nella precedente insurrezione, ma col lucco e col capuccio, abito civile proprio de' Fiorentini che accresceva loro gravità, e gli domandarono di restituire pacificamente alla patria una libertà, alla quale egli più non poteva porre impedimento[314]. Vedevasi alla loro testa Niccolò Capponi il più zelante degli amici della libertà, che di già risguardavasi come il ristauratore del nuovo governo, e con lui Filippo Strozzi suo cognato, che aveva sposata Clarice de' Medici, sorella di Lorenzo II, e figliuola di Pietro. Filippo Strozzi era stato da Clemente VII dato per ostaggio ad Ugo di Moncade in occasione della sua prima prigionia e del primo suo trattato coi Colonna; ma in appresso Clemente non aveva voluto nè dare esecuzione alle condizioni del trattato, nè prendersi cura del riscatto degli ostaggi. Vedendo il Moncade quanto lo Strozzi fosse sdegnato per quest'abbandono, lo pose spontaneamente in libertà, onde nuocere col di lui mezzo al potere pontificio in Firenze[315].
Clarice de' Medici, moglie di Filippo, non era meno irritata dello sposo. Lagnavansi ambidue di Clemente, perchè avendo egli promesso il cappello di cardinale al loro figlio Pietro, ed avendolo con tale lusinga persuaso a vestire l'abito ecclesiastico, aveva ricusato poi costantemente di dare effetto alla sua promessa. Clarice, che pel sesso e per la sua parentela coi Medici non era esposta al risentimento di quel partito, non si guardava dal ricordare a tutti coloro che lungamente erano stati attaccati alla sua famiglia, che al presente non sagrificavano altrimenti pei veri Medici la libertà della loro patria, ma per uno de' loro sudditi di provincia, il cardinale di Cortona, e per due bastardi Ippolito ed Alessandro[316].
Il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, era di carattere debole ed irrisoluto; altronde temeva di perdere in una rivoluzione il suo tesoro personale, e difficilmente ascoltava altri consigli che quelli dell'avarizia. Il cardinale Niccolò Ridolfi, sebbene riconoscente verso la famiglia de' Medici, cui andava debitore della porpora, era non pertanto affezionato alla libertà, come lo era tutta la sua famiglia. Onofrio di Montedoglio, comandante la guarnigione di Firenze, che aveva circa tre mila uomini sotto i suoi ordini, era il solo che si mostrasse zelante per la difesa dell'autorità de' Medici. Bastava, diceva egli, di spargere un poco di danaro tra i soldati, e col mezzo loro sarebbesi sicuramente mantenuta la città ubbidiente; ma il tesoriere del comune si era nascosto perchè non si potesse forzarlo a fare una spesa pregiudicevole alla salute della patria; il cardinale Passerini non volle mettere mano al suo particolare peculio, ed il coraggio di coloro che volevano difendersi mancando col danaro con cui desso coraggio doveva essere pagato, in breve altro partito non rimase a' Medici che quello di cedere[317]. Perciò il 16 di maggio si fece una convenzione tra i principali cittadini del partito repubblicano ed il cardinale di Cortona, quale rappresentante de' Medici. Prometteva questi d'uscire di Firenze coi due giovinetti Ippolito ed Alessandro, nel mentre che i Fiorentini in contraccambio guarentivano a' Medici il godimento di tutti i loro beni, ed inoltre l'esenzione per dieci anni da ogni contribuzione straordinaria. In pari tempo si convenne che si richiamerebbe in vigore la costituzione, colla quale era stata regolata la repubblica fino al 1512[318].
Infatti il 17 di maggio i giovani Medici, accompagnati dal cardinale di Cortona, da Filippo Strozzi e da molti loro amici, partirono da Firenze senza strepito e senza violenza, e si trattennero la prima notte a Poggio a Cajano, magnifica villa fabbricata da Cosimo de' Medici. Nel susseguente giorno andarono a Pisa, la di cui fortezza avevano promesso di consegnare alla signoria con quella di Livorno. Veramente in allora sentirono qualche dispiacere di un accomodamento, che i loro amici tacciavano di debolezza, e per non essere forzati ad eseguire la convenzione, si sottrassero a quelli che gli accompagnavano, e ritiraronsi a Lucca[319]. Ad ogni modo i comandanti delle fortezze non tardarono a consegnarle ai commissarj della repubblica[320].
Questa repubblica risorgeva dopo un lungo letargo. La balìa, creata da' Medici nel 1512, e che sotto la loro direzione aveva fin allora governato lo stato, adunò il consiglio de' cento, e gli propose di ordinare il ristabilimento della costituzione popolare, qual era nel 1512; cosicchè la rivoluzione si fece ne' modi voluti dalle leggi, e venne sanzionata dalla legittima autorità; dopo ciò la balìa abdicò spontaneamente l'autorità che le era stata affidata[321].
La signoria che allora sedeva, il consiglio de' cento, e tutti i magistrati erano stati nominati da' Medici, e generalmente si conservavano affezionati a quella famiglia. Ma l'intera città, desiderosa di rientrare nel godimento della sua libertà, affrettava co' suoi voti il giorno in cui sarebbe governata da cittadini da lei scelti. I più ardenti, tra i quali distinguevasi come loro capo Anton Francesco degli Albizzi, avrebbero voluto che con aperta forza si cacciassero fuori di palazzo Antonio Nori, uomo affezionatissimo a' Medici, e tutta la signoria. Non sarebbero queste, dicevano costoro, che giuste rappresaglie delle violenze usate contro il perpetuo gonfaloniere Pietro Soderini; ma altri più saggi cittadini persuasero il popolo ad aspettare, ed in pari tempo fecero sentire al consiglio de' cento la necessità di affrettare il giorno in cui il gran consiglio sarebbe legittimamente adunato. La sala delle adunanze di questo consiglio era stata da' Medici destinata ad uso di caserma pei soldati, e bisognava distruggere le interne muraglie che vi si erano alzate. Tutta la nobile gioventù fiorentina (che tale nome erasi di già sostituito a quello più glorioso di cittadini) diede mano al lavoro. Ognuno aspirava all'onore di contribuire ad atterrare questo monumento della schiavitù della patria. La sala del supremo consiglio fu ripristinata e ripulita; indi da' preti aspersa di acqua santa, e consacrata con una messa solenne; sicchè il 21 di maggio vi si potè finalmente ragunare il consiglio generale, nel quale si contarono due mila dugento settanta cittadini fiorentini[322].
In tale consiglio i liberi suffragj del popolo elessero gonfaloniere di giustizia Niccolò Capponi, il quale doveva restare in carica tredici mesi, e dopo questo termine poteva essere riconfermato. Fu eletta una nuova signoria per restare tre mesi in funzione, perchè si volle che col primo giugno subentrasse in luogo delle creature de' Medici, invece di aspettare fino al primo di luglio. Lo stesso gran consiglio elesse ancora i decemviri della libertà e gli otto signori della guardia; creò di nuovo il consiglio degli ottanta, destinato a mantenere l'equilibrio tra il governo ed il popolo. Tutti questi magistrati, veri rappresentanti de' loro concittadini, vennero installati nelle loro funzioni, ed il 2 di giugno una solenne processione di tutti i membri del governo e di tutto il clero, seguita dalla folla de' cittadini, andò in tutte le principali chiese a ringraziare Iddio della ricuperata libertà[323].