CAPITOLO CXIX.
Il Lautrec conduce un'armata francese sotto Napoli, e lo blocca; vittoria ottenuta dalla sua flotta su quella degli Spagnuoli; malattia nel suo campo, sua morte, e capitolazione della sua armata. Andrea Doria passa al partito imperiale, e cambia il governo di Genova.
1527 = 1528.
Nel quattordicesimo secolo, mentre i papi tenevano la loro corte in Avignone, dessi erano i soli tra i potentati che non temessero d'avvilupparsi in perpetue guerre. Qualunque si fossero le disgrazie delle loro armate, essi non soffrivano nulla dalla desolazione de' loro popoli, dal saccheggio delle loro città, o anche della loro capitale; stando in Avignone, non si accorgevano de' patimenti intollerabili dell'Italia; le grida del popolo non giugnevano fino a loro per isforzarli a fare la pace; e sempre erano circondati da cortigiani, da ministri, da interessati adulatori, i quali, non potendo migliorare la propria fortuna che colla guerra, sforzavansi di far loro credere, che l'onore, la religione, gl'interessi della fede e quelli della Chiesa richiedevano la continuazione delle ostilità. Ciò che nel quattordicesimo secolo era una particolare condizione della Chiesa Romana, in principio del sedicesimo era quella di tutti i monarchi della Cristianità, ad eccezione del solo papa. Dopo che gli stati eransi molto aggranditi, la guerra non oltrepassava mai i loro confini, e non metteva mai in pericolo l'esistenza de' re.
Carlo V, in età di ventisette anni, aveva di già fatto prigionieri il re di Francia, quello di Navarra, ed il papa; pure fin allora mai non si era posto alla testa di veruna delle sue armate; egli non conosceva il terribile spettacolo di un campo di battaglia, nè la miseria o la desolazione di una città presa d'assalto, nè i prolungati tormenti de' borghesi presso i quali acquartierava senza pagarla un'armata. I suoi cortigiani si davano ogni cura per celare all'invincibile Augusto le particolarità che avrebbero potuto affliggerlo; lo andavano intrattenendo intorno agl'interessi della sua gloria: Carlo V teneva dietro a' progetti della sua ambizione; e quando la prodigalità della sua corte, o l'assurdo sistema delle sue finanze facevano mancare il danaro necessario ai generali per terminare un'intrapresa, tutti facevansi un dovere di dissimulare le calamità d'una lontana provincia, o le rappresentavano quale necessaria conseguenza d'una magnanima politica. In appresso Carlo V condusse egli stesso le sue armate; allora sentì meglio la necessità della pace, e la sua ambizione dovette spesso piegare in faccia alle circostanze. Ma i di lui successori, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, che mai non uscivano dalle solitudini dell'escuriale, ed erano inaccessibili agli occhi di tutti, sordi a tutte le lagnanze, a tutti i gemiti, mai non rinunciarono ai loro ambiziosi progetti nè per timore, nè per compassione. Perchè mai non videro la guerra, la fecero continuamente; mai non conobbero le calamità che cagionarono pel corso di un secolo, oppure non vollero aver pietà mai delle altrui miserie. Furono visti protrarre d'uno in altro anno il sacco delle città, i guasti delle campagne, pel possedimento d'una miserabile provincia, per una sterile prerogativa, per una contesa d'etichetta, o talvolta ancora per infingardaggine, perchè non sapevano prendere una risoluzione.
Enrico VIII, re d'Inghilterra, che nella stessa epoca aveva in Europa acquistata una così grande preponderanza, era ancora più che i monarchi di casa d'Austria lontano da' pericoli della guerra; il di lui popolo non ne conosceva il peso che per l'accrescimento delle sue spese; e la vanità d'Enrico VIII veniva lusingata dall'importanza militare che si era acquistata. Figuravasi, secondo il comune errore de' re, che, sebbene non si mostrasse mai alle armate, poteva non pertanto raccogliere gloria dalle battaglie vinte in suo nome, sebbene non vi avesse dato veruna prova nè di talento, nè di valore.
Fino alla battaglia di Pavia, Francesco I era stato egualmente sordo alle lagnanze de' popoli, ed insensibile alle loro calamità. Gloriavasi d'avere liberati i re di Francia dalla tutela de' paggi (hors de pages), ossia di essersi condotto a seconda delle sue fantasie senza ascoltare le rimostranze, o senza consultare gl'interessi de' suoi sudditi. Egli non era insensibile, e la vista de' patimenti da lui cagionati avrebbero potuto commoverlo, se l'estrema sua leggerezza e la sua estrema inclinazione per i piaceri non avessero sempre distratta la sua attenzione da' suoi doveri. Mentre le sue armate si disperdevano per non essere pagate; che le sue città mal provvedute e peggio difese venivano prese d'assalto; che le requisizioni de' suoi generali facevano che in Italia si avesse in orrore il nome della Francia; egli prodigalizzava alle sue amanti il danaro dello stato, dissipava in feste inutili i tesori che sarebbero bastati per difendere l'indipendenza e la gloria nazionale. Finalmente la cattività aveva tutt'ad un tratto manifestato a Francesco I, e l'esistenza della sventura, e i pericoli del suo regno, ed il bisogno che i suoi popoli avevano della pace. Dopo quest'epoca aveva perduta l'antica sua confidenza nella propria fortuna, il suo allegro carattere aveva sentito gli effetti della calamità; ed egli, obbligato a continuare la guerra, lo aveva fatto senza ardore, e sempre desiderando, sempre cercando una pace che gli restituisse i suoi figliuoli, e facesse cessare quello stato d'inquietudine e di timore in cui si trovava.
Ma una dura esperienza può cambiare un carattere debole ed incostante, senza per altro riformarlo. Francesco I nella sua prosperità intraprendeva la guerra con leggerezza, ed in appresso la trascurava per instabilità di carattere: dopo avere provata la disgrazia, ascoltò i consiglj di una timidità fin allora a lui sconosciuta; prima di tutto più non volle esporsi; e desiderando la pace, non seppe vedere che uno de' mezzi di ottenerla era quello di spingere vigorosamente la guerra nel momento favorevole. Egli mai non seppe risolversi a dare agl'Italiani quegli ajuti che gli avrebbero fatto infallibilmente trionfare; lasciò che fossero oppressi, prima di muoversi di buona fede, e le loro perdite, cagionate dalle sue lentezze, gli costarono assai più sangue e danaro che non abbisognavano due anni prima per ottenere le più luminose vittorie. Le afflizioni, abbattendo il suo coraggio, non distrussero il suo gusto per i piaceri, l'abitudine del dissipamento era inveterato in lui; la distrazione sembravagli tanto più necessaria, quanto maggiori erano le sue inquietudini; ed una continuata applicazione era per lui diventato un insopportabile peso. I suoi amori, la sua galanteria non lo occupavano meno che avanti la prigionia, e la loro influenza non gli fu dopo quest'epoca meno funesta[324].
Giammai le calamità della guerra non avrebbero dovuto far desiderare più vivamente la pace ai sovrani, che dopo la presa di Roma. Gli è il vero che l'imperatore aveva fatta un'insperata conquista, ma l'aveva ottenuta con un'armata che da molto tempo egli non era più in istato di pagare, e che in certo modo non era più dipendente da' suoi ordini. I suoi soldati ben potevano ruinare affatto i suoi nemici; ma essi più non conoscevano i di lui ordini, nè ubbidivano ai di lui generali, nè gli davano veruna guarenzia per l'avvenire. Così Carlo V dopo il sacco di Roma si trovava tanto lontano dal compimento de' suoi progetti, quanto lo era prima della guerra. Dal canto loro gli alleati avevano sperimentato quanto poco dovessero fidarsi gli uni degli altri; avevano veduto che ognuno di loro cercava di rigettare sui suoi alleati il peso della guerra, e di sottrarsi all'adempimento delle più positive obbligazioni; avevano veduto che il loro generale, il duca d'Urbino, giugneva sempre a tempo per essere testimonio delle calamità delle loro province, giammai per prevenirle; e ben potevano essere persuasi che il generale esaurimento, che la vicendevole diffidenza, e che lo scoraggiamento delle truppe, andrebbero ogni anno crescendo senza ch'essi potessero apporvi rimedio.
La notizia della presa e del sacco di Roma comprese d'orrore e di spavento tutta l'Europa. Lo stesso Carlo V non volle agli occhi de' suoi sudditi rendersi risponsabile delle atrocità commesse in suo nome. Fece sospendere le feste che erano state ordinate in Ispagna per la nascita di suo figlio Filippo; ordinò preghiere per la libertà del papa, come se non fosse in sua mano l'accordarla; e scrisse il 2 di agosto al re d'Inghilterra ed a tutti gli altri sovrani, per giustificarsi di una violenza, che protestava essere stata commessa contro il suo volere[325].
Ma d'altra parte i re di Francia e d'Inghilterra, partecipando ai sentimenti de' loro sudditi e di tutta l'Europa, sembravano disposti a vendicare il papa ed a rendergli colla forza delle armi una libertà ch'egli non aveva perduta che per essere stato da loro abbandonato. Il cardinale Wolsey partì da Londra il 3 di luglio per venire ad abboccarsi in Amiens con Francesco I. Cammino facendo, ricevette le proposizioni che Carlo V avea fatte per la pace generale dopo la notizia degli affari d'Italia, e sebbene le sue proposizioni si avvicinassero alle domande di Francesco I, i due re non vollero accettarle. Il 18 di agosto sottoscrissero un trattato d'alleanza, il di cui scopo era di far rimettere in libertà il papa ed i due figli del re di Francia, fissando il prezzo del riscatto degli ultimi due a due milioni di scudi d'oro, lasciando la Borgogna a Francesco I, ed il ducato di Milano alla casa Sforza. Domandò Enrico VIII che il comando dell'armata francese che scenderebbe in Italia si confidasse al signore di Lautrec, e promise di pagare trentadue mila ducati al mese per le spese della guerra[326].
Nello stesso tempo il cardinale Cibo invitava i cardinali suoi confratelli, che non si trovavano in potere degli Spagnuoli, a riunirsi a Bologna o a Parma, sebbene il re di Francia preferisse Avignone, per occuparsi della liberazione del capo della Chiesa, e per impedire che gli atti che gli si potessero strappare colla violenza in tempo della sua prigionia, non riuscissero pregiudicievoli alla Cristianità. Dopo qualche dubitazione il collegio de' cardinali si adunò a Parma, e di là cominciò a trattare in nome della Chiesa romana cogli alleati[327].
La peste erasi aggiunta a tutti gli altri flagelli che avevano fin allora desolata l'Italia. L'universale miseria, il cattivo alimento de' poveri, i martirj dell'animo che si accoppiavano ai patimenti del corpo avevano preparato il popolo a contrarre la contagione. Dessa era scoppiata nella parte settentrionale dell'Italia, e si era in appresso sparsa di città in città per mezzo delle licenziose armate che trascuravano ogni pulizia, e ricusavano di assoggettarsi ad ogni regolamento sanitario.
I mali trattamenti che i Romani aveano sofferti dall'armata imperiale non gli avevano che troppo disposti a ricevere la comunicazione di questo flagello. Infatti non si fu appena la peste manifestata in Roma, che vi prese un carattere ancora più spaventoso che in tutte le altre parti d'Italia. Il marchese del Guasto e don Ugo di Moncade avevano condotte in questa città le truppe che stavano nel regno di Napoli; ma bentosto l'indisciplina de' loro soldati gli aveva costretti a fuggire per porre in salvo la propria vita. Così pure il principe d'Orange aveva abbandonata l'armata per recarsi a Siena, sotto pretesto di calmare i movimenti sediziosi di quella città. Finalmente il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, che si era pure allontanato, morì in Aversa in sul declinare di settembre, mentre tornava a Napoli[328].
I soldati, rimasti senza capi, si fecero più formidabili ai loro ospiti. Roma non era già stata esposta al sacco per pochi giorni, ma per più mesi; e le stesse estorsioni, i medesimi orrori che avevano accompagnato il primo ingresso degl'imperiali, si andavano rinnovando ogni giorno. Il timore della peste persuase all'ultimo le truppe spagnuole ed italiane a spargersi per le campagne romane, mentre che i Tedeschi credevano di preservarsene vivendo in una continua dissolutezza. Allora gl'imperiali saccheggiarono Terni e Narni e sforzarono Spoleti a riscattarsi con una contribuzione, mentre che il duca d'Urbino, il quale colla sua armata avrebbe dovuto coprire questa provincia, andava sempre rinculando in faccia a qualunque corpo nemico che si avanzasse[329].
Il papa, chiuso in castel sant'Angelo con tredici cardinali, sotto la guardia di Alarcone, aveva di già veduta la peste penetrare in quella fortezza, e privarlo di alcuni suoi famigliari. Egli riponeva ogni sua speranza nella generosità di Carlo V, cui erasi raccomandato. Aveva schivato di essere tradotto a Gaeta, come volevano prima farlo i luogotenenti dell'imperatore; si sottrasse altresì di essere trasportato in Ispagna, siccome era segreto desiderio di Carlo V. Ma intanto si rendeva ancora più terribile la presente sua condizione, di trovarsi prigioniero in una fortezza in cui si era introdotta la peste[330].
Con estrema difficoltà riuscì a pagare pel suo riscatto i primi cento cinquanta mila ducati, parte de' quali gli fu prestata da alcuni mercanti genovesi a condizione di riaverli sulle decime del regno di Napoli, sulla vendita dei sali a Benevento, e su tutto ciò che il papa poteva ipotecare di più liquido: ma i Tedeschi domandavano guarenzie per le altre somme promesse dal pontefice, e questi stando in prigione, non le poteva in nessun modo trovare. Aveva dati per ostaggi il suo datario G. Matteo Ghiberti, i cardinali Trivulzio e Pisani, e due suoi parenti, Giacomo Salviati, e Lorenzo Ridolfi; uno padre, l'altro fratello de' cardinali dello stesso nome. Tre volte questi ostaggi furono condotti in Campo Fiore ad una forca loro apparecchiata dai forsennati Tedeschi; di già il carnefice gli aspettava; ma i medesimi soldati che minacciavano queste vittime, loro in appresso accordavano un nuovo respiro, per non perdere il solo pegno di cui si credessero sicuri. Finalmente un giorno, dopo una lunga prigionia, questi ostaggi riuscirono in un lauto banchetto ad ubbriacare tutte le loro sentinelle, e fuggendo di notte a piedi e travestiti arrivarono fino al campo del duca d'Urbino[331].
La fuga di questi ostaggi rendette i Tedeschi più trattabili. Il marchese del Guasto tornò a Roma per riordinare l'armata, e dando due scudi ad ogni soldato, cominciò a richiamarli sotto le loro bandiere: ma la peste e la diserzione ne avevano talmente scemato il numero in una sola stagione, che invece di quaranta mila, entrati in Roma col duca di Borbone, più non se ne trovavano che dieci mila[332]. D'altra parte don Francesco Angelio, generale dei Francescani, e Verrei de Milhaud, ciambellano di Carlo V, erano arrivati a Roma con piena autorità dell'imperatore per negoziare col papa. Avevano commissione di trattarlo oramai con rispetto; ma di tenersi in guardia contro il suo risentimento e di non accordargli veruna confidenza[333]. Dopo lunghi contrasti, all'ultimo sottoscrissero con lui il 31 di ottobre una nuova convenzione, che allargava alquanto più il tempo per pagare il suo riscatto. Clemente VII doveva essere posto in libertà dopo un secondo pagamento d'altri cento dodici mila ducati da farsi alle truppe imperiali. Nel corso dei tre susseguenti mesi doveva pagarne altri dugento trent'otto mila; dare in pegno molte fortezze, ed i suoi due nipoti, Ippolito ed Alessandro, come ostaggi; accordare i prodotti d'una crociata e d'una decima ecclesiastica in Ispagna all'imperatore, e finalmente obbligarsi a tenersi neutrale nella guerra che stava per iscoppiare, sia nel ducato di Milano, sia nel regno di Napoli[334].
Ma assai prima che a così dure condizioni ricuperasse la sua libertà Clemente VII, era cominciata la guerra che i re di Francia e d'Inghilterra avevano determinato di portare in Italia. Il Lautrec, che da Francesco I era stato di mal animo nominato generale della sua armata dietro le istanze d'Enrico VIII, e che con estremo rincrescimento aveva ancor esso accettato una commissione non accompagnata dal favore del suo padrone, partì dalla corte il 30 di giugno per recarsi all'armata che si andava adunando nell'Astigiano. Doveva questa essere composta di novecento uomini d'armi, di dugento cavaleggieri e di ventisei mila fanti, sei mila de' quali erano landsknecht sotto il conte di Vaudemont, sei mila Guasconi sotto il conte Pietro Navarro, quattro mila Francesi e dieci mila Svizzeri[335]. Ma tutti questi corpi mai non si mettevano a numero; le rimesse di danaro già procedevano lentamente, ed era facile lo scorgere che con questa ostentazione di grandi forze, Francesco I pensava assai più ad affrettare le negoziazioni intavolate colla corte di Madrid pel riscatto de' suoi figliuoli, che a fare grandi imprese. I Veneziani dal canto loro avevano lasciato ridurre tanto l'armata di terra che di mare in così misero stato, che non potevasene sperare verun servigio. I soli Fiorentini, che ricuperando la loro libertà, avevano sentito risvegliarsi nel cuor loro tutto l'antico affetto per la casa di Francia, somministravano di buona fede all'armata della lega i contingenti cui si erano obbligati[336].
Mentre aspettava che la sua armata si adunasse interamente, il Lautrec, avendo avviso che il conte Luigi di Lodrone levava contribuzioni nell'Alessandrino con un grosso corpo di landsknecht, lo sforzò nel mese d'agosto a gettarsi nel castello di Bosco, ove lo assediò, e dopo dieci giorni di vivissimi attacchi lo costrinse ad arrendersi a discrezione[337]. In pari tempo Andrea Doria, allora ammiraglio della flotta francese, uscì dal porto di Marsiglia con diciassette galere e ricominciò il blocco di Genova, che, sebbene più volte interrotto, aveva omai ridotta quella città in estrema miseria. Egli aveva costrette nove galere imperiali, che portavano a Genova un grosso approviggionamento di frumento, a rifugiarsi nella rada di Porto Fino, ove le tenne alcun tempo chiuse, finchè una burrasca, allontanandolo dalla costa, loro diede opportunità di salvarsi. Pure quest'avvenimento, che pareva dovere assicurar Genova dagli attacchi del partito francese, produsse un effetto affatto contrario, perchè incoraggiò il doge Antoniotto Adorno a tentare la sorte della battaglia. Agostino Spinola, comandante della guardia, dopo avere ottenuto qualche vantaggio sulle truppe da sbarco di Andrea Doria a Porto Fino, fu mandato contro Cesare Fregoso, che staccatosi da Lautrec si era avanzato con un corpo d'armata fino a san Pier d'Arena. Incoraggiato dai precedenti vantaggi, lo Spinola non dubitò di venire a battaglia, e fu sconfitto e fatto prigioniero. I Genovesi, che da molto tempo soffrivano per la causa imperiale, non vollero esporsi a nuovi blocchi; la fazione fregoso prese in città le armi, e fu ingrossata da tutti coloro che desideravano il riposo; due deputati, Ferrari e Lomellini, furono mandati a Cesare Fregoso per offrirgli di riceverlo in città, e di mettere la repubblica sotto la protezione della Francia, purchè egli si obbligasse a non fare proscrizioni, nè vendette. Lo stesso Antoniotto Adorno, che in principio del tumulto erasi ritirato nel Castelletto, prese parte al trattato, e promise di evacuare la fortezza; in tal modo si fece la rivoluzione ne' primi giorni d'agosto senza spargimento di sangue, senza disordine, senza violenza, mercè la moderazione de' capi dei due partiti ai quali il senato decretò in comune rendimenti di grazie. L'Adorno si ritirò a Milano presso Antonio di Leyva, ove morì pochi mesi dopo senza lasciare figliuoli, e Teodoro Trivulzio, mandato a Genova da Lautrec, vi fu riconosciuto come governatore e luogotenente generale del re[338].
Intanto Lautrec stringeva d'assedio Alessandria, ove il conte Battista Lodrone aveva il comando d'una guarnigione tedesca. Il Lodrone sentivasi debole per la prigionia di suo fratello, e pel distaccamento perduto a Bosco; ma Alberico da Barbiano, conte di Belgiojoso, gli condusse cinquecento uomini a traverso alle colline dell'Alessandrino senza che i Francesi se ne accorgessero, e con questi la città si difese finchè giunsero al campo di Lautrec artiglierie e munizioni da Venezia. Gl'imperiali non capitolarono, che quando diverse brecce furono aperte nelle mura[339].
Il Lautrec volle da prima lasciare in Alessandria una guarnigione francese, sembrandogli questa città importantissima per la comunicazione della sua armata colla Liguria e la Francia. Ma Francesco Sforza riclamò contro questa violazione dei trattati, che segnava i primi passi dei Francesi in Lombardia, dovendo tutte le città del ducato di Milano a misura che venivano prese, in conformità dell'alleanza, essere consegnate al duca. I Veneziani s'interposero pel mantenimento del trattato, e Lautrec cedette. Pure non era difficile il conoscere la diffidenza che di già divideva i confederati: temevano gl'Italiani che il re non volesse appropriarsi il Milanese, o conservarsene almeno i mezzi per sagrificarlo poscia onde riavere a tale prezzo i suoi figliuoli. Dal canto suo il Lautrec teneva dalla sua corte segreti ordini di non ridurre gli affari di Lombardia ad una pronta decisione, per paura che i Veneziani, più non avendo che temere dall'imperatore, non prendessero ulteriore interessamento nel rimanente dell'impresa[340].
Dopo la sommissione d'Alessandria l'armata di Lautrec, essendosi unita con quella de' Veneziani in Lombardia, si avanzò fino ad otto miglia da Milano. Antonio di Leyva, che vi comandava, non dubitando d'essere bentosto attaccato, e non avendo per difendersi bastanti forze, richiamò all'istante quattrocento fanti della guarnigione di Pavia; e questo appunto voleva il Lautrec, che ripiegò bruscamente sopra Pavia il 28 di settembre, e non diede tempo di rientrarvi al rinforzo che n'era uscito. Luigi da Barbiano, conte di Belgiojoso, che aveva il comando di quest'ultima città, sebbene non avesse che ottocento uomini, volle pure difendersi. Il quarto giorno dopo l'attacco furono aperte nelle mura alcune brecce, onde il Belgiojoso si lasciò muovere dalle preghiere degli abitanti, ed offrì di capitolare; ma non era più tempo: la città fu presa d'assalto ed abbandonata al furore delle truppe francesi. Il nome di Pavia loro ricordava la prigionia del re e la distruzione della loro armata: ufficiali e soldati, tutti erano animati dallo stesso spirito di vendetta; e gli sventurati abitanti, che non avevano presa la più piccola parte nelle vittorie degl'imperiali furono trattati con un rigore che pareggiava la crudeltà dei Castigliani. Soltanto dopo otto giorni d'eccessi d'ogni genere il Lautrec richiamò le sue truppe alla disciplina e fece cessare il saccheggio[341].
Dopo presa Pavia i Veneziani ed il duca di Milano sollecitavano il Lautrec a terminare la conquista della Lombardia; gli rappresentavano che Antonio di Leyva era infermo, che le sue truppe erano scemate assai e scoraggiate dalle recenti vittorie de' Francesi; ma che, se gli si dava tempo, il Leyva riceverebbe i rinforzi che per lui si levavano in Germania, ed allora opporrebbe un'insuperabile resistenza. Conveniva il Lautrec che questo piano di campagna sarebbe il più conveniente; ma egli vi oppose gli espressi ordini dei re di Francia e d'Inghilterra, i quali non avevano formato la sua armata che per liberare il papa, e proseguì il suo cammino verso il mezzodì dell'Italia[342].
Il Lautrec incontrò a Piacenza gli ambasciatori di Alfonso d'Este, duca di Ferrara, e di Federico, marchese di Mantova, che, come vuole il destino dei piccoli principi, venivano ad ingrossare il partito più forte. Alfonso d'Este, malgrado gli ajuti dati di fresco al duca di Borbone, fu da Francesco I trattato con parzialità. Renata di Francia, figlia di Lodovico XII e cognata del re, fu promessa in matrimonio a suo figliuolo Ercole, portandogli in dote i ducati di Chartres e di Montargis. Il sacro collegio, adunato a Parma sotto la presidenza del cardinale Cibo, rinnovò a nome del pontefice prigioniero l'investitura di Ferrara a favore della casa d'Este, e rinunciò ad ogni sua pretesa sul Modenese. Nello stesso tempo fu promesso il cappello di cardinale ad Ippolito, secondo figlio d'Alfonso, e questi si obbligò invece a somministrare all'armata della lega cent'uomini d'armi e sei mila scudi al mese[343].
Dal canto suo la repubblica di Firenze fu chiamata a rinnovare la sua alleanza colla Francia e coi Veneziani. Il gonfaloniere Niccolò Capponi vedeva con rincrescimento i suoi concittadini prendere parte in questa guerra. Egli avrebbe giudicato più prudente consiglio il tenersi amici i due sovrani che minacciavano l'Italia; e Luigi Alamanni, che aveva di già gran nome come poeta, e che dopo la congiura contro il cardinale Giulio dei Medici era sempre vissuto in Francia, pareva avere conosciuto a quella corte quanto la repubblica dovesse poco contare sulla di lei amicizia; e perciò vivamente esortava i suoi concittadini a collegarsi con Carlo V, piuttosto che con Francesco I. Ma Firenze trovavasi in allora divisa in due partiti, dei grandi e del popolo; di già spargevasi il sospetto che i primi pensassero a richiamare i Medici, e si suppose che il Capponi e l'Alamanni non si opponessero al rinnovamento dell'alleanza che per segretamente favorirli. Tutto il partito popolare dichiarossi vivamente per la Francia; fu rinnovata l'alleanza, e le bande nere che la repubblica aveva da poco tempo prese al suo servizio, e ch'erano state portate a cinque mila uomini sotto gli ordini d'Orazio Baglioni, furono promesse al signore di Lautrec[344]. Dopo queste negoziazioni il rinnovamento della lega si pubblicò a Mantova il 7 dicembre: doveva questa comprendere papa Clemente VII, i re di Francia e d'Inghilterra, le repubbliche di Venezia e di Firenze, i duchi di Milano e di Ferrara, ed il marchese di Mantova[345].
Il papa veniva sempre nominato alla testa della santa lega destinata essenzialmente a fargli ricuperare la libertà. Pure nell'epoca press'a poco in cui si pubblicava questa lega in Mantova, egli ancora usciva dalla sua lunga prigionia di Castel sant'Angelo. Per ragunare il danaro promesso alle truppe imperiali egli era stato obbligato di porre in vendita sette cappelli di cardinale, ed altre principali dignità della Chiesa romana; aveva fatte aprire agl'imperiali le fortezze ch'erano tuttavia in suo potere; aveva dati nuovi ostaggi per guarentire il resto del suo debito; ed il giorno 10 di dic. era finalmente stato fissato per aprirgli le porte della sua prigione. Alarcone per sei interi mesi che l'ebbe in sua custodia aveva adempiuto al suo ufficio colla più rigorosa puntualità; ma l'ultimo giorno, o sia che realmente trascurasse la consueta vigilanza, o che avesse segrete istruzioni di permettere che il papa si sottraesse alle nuove domande che gli potessero essere fatte dall'armata, egli lo lasciò fuggire. Il papa presentossi il 9 di dicembre alla porta di castel sant'Angelo, come un espresso mandato dal suo proprio maestro di palazzo per apparecchiargli viveri ed alloggio; non fu riconosciuto, o le guardie finsero di non riconoscerlo, ed egli passò liberamente coperto il capo con un cappello grandissimo, ed avviluppato il corpo in un grossolano mantello; uscì quindi a piedi da Roma per la porta di un orto, poi trovato fuori delle mura un cavallo spagnuolo che lo stava aspettando, andò tutto solo ad Orvieto dove allora trovavansi accampati gli alleati[346].
Clemente VII, abbattuto da tanti patimenti e da così lunga prigionia, disperando di miglior fortuna, e rinunciando a' suoi vasti progetti, cui aveva fatti fin allora tanti sagrificj, parve, quando giunse presso gli antichi suoi confederati ad Orvieto, non avere oramai altro desiderio che quello di soddisfare al trattato conchiuso cogl'imperiali, e di tornare la pace all'Italia. Supplicò gli alleati a ritirare la loro armata dagli stati della Chiesa, poichè i generali di Carlo V gli avevano promesso di ritirare nello stesso tempo anche la loro armata da Roma; e questa sventurata capitale, esposta sette mesi continui alle ruberie d'una barbara armata, non poteva più a lungo sostenere così crudele calamità. Ma quando in principio del 1528 gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra si presentarono al papa e gli fecero calde istanze perchè si unisse alla loro lega, egli fu visto ritornare all'irrisoluzione, alle simulazioni e alla mala fede che avevano per lui avuto così fatali conseguenze, e lusingare nuovamente tutti i partiti[347].
Sebbene le ostilità si fossero ricominciate da alcuni mesi, solamente il 21 gennajo del 1528 gli ambasciatori di Venezia e d'Inghilterra si presentarono a Carlo V a Burgos per riepilogare in una pubblica udienza le lagnanze de' loro padroni, per intimargli di porre in libertà il papa ed i reali figli di Francia, e per domandare in caso di rifiuto il loro congedo, poichè delle tante proposizioni di pace che si erano discusse nel precedente anno niuna aveva potuto ottenere il vicendevole aggradimento. Agli ambasciatori tennero dietro immediatamente due araldi d'armi, che a nome dei re di Francia e d'Inghilterra dichiararono formalmente la guerra. Questo clamoroso apparato dato alla rottura delle negoziazioni irritò l'imperatore, il quale, sotto colore di provvedere alla sicurezza de' proprj ambasciatori, fece ritenere in distanza di trenta miglia gl'inviati di Francia, di Venezia e di Firenze, e non permise all'inviato del duca di Milano d'abbandonare la sua corte[348].
Francesco I fece, per rappresaglia, arrestare l'ambasciatore dell'imperatore, ed ottenne con tale mezzo che fossero posti in libertà i suoi inviati, i quali, essendo tornati in Francia, gli dissero che l'imperatore l'aveva pubblicamente chiamato mancatore di parola: Francesco rispose il 28 di marzo a Carlo V con un cartello di sfida a singolare duello per provargli che aveva mentito accusandolo: Carlo V rispose il 24 di giugno accettando la disfida, ed offrì per campo di battaglia lo stesso luogo sulla sponda dell'Andaya, ove Francesco I era stato cambiato coi suoi figliuoli. Queste disfide appagarono l'animosità dei due principi, senza che veruno di loro pensasse poi di dare effetto alla disfida[349].
Frattanto Lautrec, quando vide perduta ogni speranza di pace, mosse la sua armata per tentare la conquista del regno di Napoli. Era partito il 9 di gennajo da Bologna, tenendo la strada della Romagna e della Marca per entrare negli Abruzzi; ed infatti passò il Tronto il 10 di febbrajo[350]. Francesco I gli aveva assegnati cento trenta mila scudi al mese pel mantenimento dell'armata; e di già aveva lasciato accumulare un arretrato di dugento mila scudi, quando, dimenticando che aveva fatto perdere il Milanese allo stesso Lautrec per non avergli somministrate le somme necessarie al mantenimento dell'armata, ridusse tutt'ad un tratto a sessanta mila scudi la promessa sovvenzione, facendolo in pari tempo avvisare che non potrebbe continuarla più di tre mesi[351].
Questa notizia fu un colpo di fulmine pel Lautrec, che fin allora aveva fatto più che non erasi sperato. Tutte le città degli Abruzzi gli avevano aperte le porte, e la maggior parte, ricevendolo come loro liberatore, gli avevano mandate le loro chiavi in distanza anche di venticinque e di trenta miglia. I Veneziani gli avevano somministrato, sotto gli ordini di Pietro Pesaro e di Camillo Orsini, un'armata, la di cui cavalleria leggiere, levata nelle montagne dell'Epiro, era la migliore di quante altre allora servivano in Europa[352]. I Fiorentini, cui Lautrec aveva soltanto domandato danaro, preferirono di somministrare il loro contingente in uomini. Sentivano essi la necessità di tornare ad essere militari per difendere la loro indipendenza; avevano prese al loro servigio le bande nere formate quasi interamente di Toscani, e ne avevano affidato il comando ad Orazio, figliuolo di Gian Paolo Baglioni di Perugia; e questa truppa di quattro mila uomini era annoverata tra le più valorose e più temute dell'armata francese[353].
Se Francesco I avesse saputo approfittare dello zelo dei popoli, se con un solo sforzo avesse bastantemente provveduta la sua armata d'uomini e di danaro, avrebbe potuto nel corso d'una breve campagna scacciare gl'imperiali dall'Italia; ma l'armata di Lautrec, che stando ai ruoli mostravasi numerosissima, non fu mai portata a numero, nè vicina ad esserlo. Il Lautrec aveva consumato molto tempo nella Marca d'Ancona, aspettandovi ora gli Svizzeri, ora i Tedeschi, ora i Guasconi. Prima che uno dei corpi ch'egli doveva comandare avesse raggiunte le sue bandiere, un altro aveva di già terminato il tempo del suo servigio; perciò la sua marcia nulla aveva di quell'impeto che era stato il carattere distintivo de' Francesi nelle prime loro campagne in Italia; egli avanzavasi lentamente lasciando tempo ai suoi alleati di scoraggiarsi; e in breve il bisogno di danaro lo costrinse ad alienarsi colle sue estorsioni que' popoli che prima l'avevano ricevuto a braccia aperte[354].
Sebbene il Lautrec fosse di già entrato nel regno di Napoli, il principe d'Orange potè a stento trarre fuori di Roma l'armata imperiale per andare a combatterlo. Questa sfrenata soldatesca non voleva rinunciare alle spoglie ed alle delizie che trovava ancora nella capitale della Cristianità. Nel corso di otto mesi veruna protezione era stata accordata nè alle persone, nè alle proprietà, e siccome andavano di pari passo crescendo l'insolenza de' militari e la miseria degli abitanti, i mali della vigilia erano sempre superati da quelli del susseguente giorno. Bisognava dare danaro all'armata per persuaderla ad ubbidire di nuovo: il principe d'Orange ne domandò al papa, che colla sua corte trattenevasi tuttavia in Orvieto; e questi, malgrado la miseria cui era ridotto, malgrado i voti che faceva per la causa della lega, malgrado il timore di offendere i Francesi, diede ancora quaranta mila ducati al principe d'Orange perchè facesse uscire da Roma la sua armata, la quale infatti entrò in campagna il 17 di febbrajo. Ma sebbene i disertori fossero stati rimpiazzati dai malviventi che da ogni banda dell'Italia affrettavansi di venire a prendere parte nello spoglio della capitale della Cristianità, quest'armata, che otto mesi prima contava per lo meno quaranta mila uomini, si trovò ridotta a mille cinquecento cavalli, quattro mila Spagnuoli, due in tre mila Italiani, e cinque mila Tedeschi; essendo gli altri rimasti tutti vittima della peste[355].
Il principe d'Orange ed il duca del Guasto, avendo preso colla loro armata la strada della Campania, passarono in seguito le montagne presso Serra di Capriola e scesero nella Puglia, ove si accamparono presso le mura di Troja. Dal canto suo il Lautrec invece di portarsi con diligenza sopra Napoli, il di cui possedimento aveva quasi sempre decisa la sorte delle guerre del regno, si era trattenuto nella Puglia per riscuotere la gabella del transito de' montoni, la quale nel mese di marzo produce dagli ottanta ai cento mila scudi, e che in allora formava la principale entrata della corona. Aveva fatta la rassegna delle sue truppe a Sanseverino, ed aveva contati circa trenta mila uomini sotto i suoi ordini; era in appresso andato a Luceria, ove lo aspettava Pietro Navarro; e finalmente le due armate francese ed imperiale si trovarono in vista l'una dell'altra. Le rive d'un ruscello, che scorre tra Luceria e Troja, vennero attaccate e difese con diverse belle scaramucce di cavalleria, ma con poco spargimento di sangue, perchè i fucilieri non entrarono in battaglia[356].
Lautrec offrì più volte la battaglia al principe d'Orange ne' sette giorni che le due armate si tennero a vista l'una dell'altra; ma gl'imperiali non vollero accettarla. Per altro Lautrec non osò di attaccare i loro alloggiamenti, perchè non istimava la sua fanteria abbastanza ferma per un tale assalto; stava però tuttavia aspettando i quattro mila uomini delle bande nere al soldo de' Fiorentini, che conduceva Orazio Baglioni. Quando il principe d'Orange ebbe avviso del loro avvicinamento, risguardandole ancor esso come le migliori truppe di fanteria che in allora guerreggiassero in Italia, giudicò conveniente di ritirarsi sopra Napoli: approfittò d'una densa nebbia per uscire dal suo campo il 21 di marzo, lasciandovi, per ingannare i Francesi, alcuni fuochi accesi; e mentre attraversava le gole di Crevalcuore per rientrare nella Campania, lasciò a Melfi ser Gianni Caraccioli, principe di quella città, colla sua compagnia d'uomini d'armi, due battaglioni spagnuoli e quattro battaglioni italiani, onde trattenere i Francesi[357].
Il Lautrec, accortosi della fuga de' nemici, ed essendo entrato in Troja, ove trovò che avevano ancora molte vittovaglie, adunò un consiglio di guerra per deliberare intorno alle future operazioni. Rappresentavano Guido Rangoni, Renato di Vaudemont, Valerio Orsini, e quasi tutti i capitani, che omai niun oggetto poteva trattenere utilmente l'armata nella Puglia, ave la gabella de' montoni non aveva, a cagione della guerra, prodotto più della metà di ciò che si sperava; che per lo contrario tenendo dietro da vicino al principe d'Orange, era facile di raggiugnere l'armata nemica tuttavia imbarazzata dal bottino fatto in Roma; che questa attaccata nella sua marcia sarebbe sicuramente distrutta, tanto più che il principe d'Orange, essendo apertamente disgustato con Ugo di Moncade, succeduto al Lannoy nella carica di vicerè di Napoli, non otterrebbe da questi verun soccorso. Ma Pietro Navarro, che, come il Lautrec, consigliava sempre diversamente dagli altri, e riponeva in appresso tutto il suo orgoglio nel sostenere acremente le proprie opinioni, insistette perchè l'armata non si lasciasse alle spalle veruna fortezza, ed in particolare Melfi, piazza d'armi di ser Gianni Caraccioli, uno de' più potenti e de' più valorosi baroni del partito imperiale. Si adottò il suo consiglio; fu attaccato Melfi dallo stesso Navarro colle bande nere e colla fanteria guascona; e dopo due sanguinosissimi assalti la città fu presa il 23 di marzo, ed il castello si arrese poco dopo a discrezione: i soldati furibondi per le perdite che avevano fatte, non vollero accordare quartiere; e ad eccezione dello stesso principe di Melfi e di pochi suoi ufficiali, tutti gli altri prigionieri furono uccisi in numero di oltre tre mila, parte in città e parte nella rocca[358].
Il ritardo cagionato dall'assedio di Melfi ebbe le più funeste conseguenze per l'armata francese. Il principe d'Orange ebbe tempo di eseguire la sua ritirata sopra Napoli senza perdere un sol uomo; ebbe agio di calmare una sollevazione de' suoi soldati spagnuoli che gli domandavano i loro soldi arretrati, e di provvedere alla difesa di Napoli. Distribuì nella stessa città la sua armata, malgrado le istanze del marchese del Guasto, che voleva risparmiare ai suoi concittadini così formidabili ospiti, e farli accampare in una forte posizione fuori delle mura. Intanto il Lautrec occupava Barletta, Venosa, Ascoli e tutte le città della Puglia, tranne Manfredonia; e Gio. Moro, che aveva il comando della flotta veneziana a cagione dell'assenza dell'ammiraglio Pietro Lando, scorrendo colle sue galere le coste della terra di Bari e della terra d'Otranto, aveva di già ricevuta la capitolazione di Monopoli e di Trani, ed assediava il castello di Brindisi, dopo avere presa la città. Tre altre città ancora erano state promesse ai Veneziani in forza delle condizioni della lega; cioè Otranto, Pulignano e Molo, ed in tutte tre i popoli manifestavano altamente il loro desiderio di tornare sotto il dominio veneto. Sgraziatamente il provveditore degli Stradioti, Andrea Civran, il più valoroso, il più attivo di tutti i capitani veneziani, venne colpito, nell'assedio di Manfredonia, da una malattia che lo condusse al sepolcro; subito dopo la flotta veneziana fu da Lautrec chiamata innanzi a Napoli, per secondare le operazioni della sua armata[359].
Il Lautrec verso la metà d'aprile aveva lasciata la Puglia per accostarsi a Napoli. Aveva ricevute le capitolazioni di Capoa, di Nola, di Acerra, d'Aversa e di tutte le principali città di terra di Lavoro; per altro avanzavasi con estrema lentezza, a cagione delle grandi piogge che avevano allagato il paese, e per la difficoltà di trovar vittovaglie per una così grande armata; conciossiachè per una imperdonabile negligenza egli aveva permesso che a' suoi soldati si unisse forse il doppio numero di servitori e d'operai. Finalmente il 29 d'aprile arrivò in faccia a Napoli, ed il primo di maggio si accampò sul Poggio Reale[360].
Napoli era in allora riputata fortissima città, e le montagne lungo le quali si stendevano le sue fortificazioni si difendevano facilmente; oltrecchè al presente aveva entro le sue mura piuttosto un'armata che una guarnigione, la quale era tutta composta di soldati invecchiati nella guerra, e de' più esperti ufficiali di tutta l'Europa. Credevasi che la città non fosse sufficientemente approvvigionata; ma la più parte degli abitanti eransi ritirati ad Ischia, a Capri, e nelle altre vicine isolette, onde le loro provvigioni erano rimaste ai soldati. Lautrec, invece d'aprire le sue batterie contro Napoli, e di approfittare con un ardito attacco del naturale impeto de' Francesi, che a dir vero egli aveva di già lasciato intiepidire, si propose di affamare la città con un blocco. Gli fu inutilmente rappresentato, che mai non otterrebbe di chiudere affatto il mare agli assediati, che non sarebbe meno in pericolo di mancare di vittovaglie la sua armata che quella de' nemici, e che cominciando il caldo della state l'aria della campagna di Napoli riuscirebbe fatale ai suoi soldati. Lautrec si faceva un punto d'onore di decidere ogni cosa da sè senz'abbadare agli altrui consiglj. Faceva così grande fondamento sui bisogni degli assediati, che da prima vietò ai suoi soldati di entrare in veruna scaramuccia; ma fu bentosto forzato di rivocare quest'ordine, affinchè l'ozio e la noia non facessero perdere alla sua gente il coraggio e la salute[361].
Le due armate ricominciarono dunque ad intrattenersi ogni giorno in piccole zuffe, che spesso riuscivano sanguinose assai perchè l'infanteria leggiere armata di carabine vi prendeva parte colla cavalleria, e gli Spagnuoli da una banda, ed i Toscani delle bande nere dall'altra, erano assai destri fucilieri. Pure l'armata che difendeva Napoli, avvezza in Roma all'abuso della vittoria ed all'indisciplina, opprimeva crudelmente i Napolitani. Questi fuggivano dalla città qualunque volta potevano farlo, e si rifugiavano in Caprea, in Ischia, in Procida, o sul promontorio di Sorrento. La maggior parte de' fuggiaschi, credendo i Francesi sicuri della vittoria, o desiderando ardentemente di scuotere il crudel giogo degli Spagnuoli, passavano di là al campo di Lautrec, e si affrettavano di giurare fedeltà al re di Francia. Vincenzo Caraffa fu il primo a darne l'esempio, e fu bentosto seguito dal Caraccioli, conte di Murcone, da Ferdinando Pandoni, da Federico Gaetani e da Francesco d'Aquino. Lo stesso ser Gianni Caraccioli, fatto prigioniere a Melfi, di cui era principe, non avendo potuto ottenere d'essere riscattato dal principe d'Orange, dichiarossi pel partito angioino, e ricevette da Lautrec un comando nell'armata[362].
Gli assediati cominciavano di già a provare grandi privazioni, perchè quantunque avessero abbondante approvvigionamento di granaglie, tutti i loro mulini erano in mano de' nemici, ed erano costretti di macinare essi medesimi il frumento. Il vino, che avevano prodigalizzato ne' primi giorni dell'assedio, cominciava pure a mancare: i landsknecht visitavano tutte le cantine de' privati per trovarne, e spinsero l'insolenza loro fino a saccheggiare quelle del marchese del Guasto, uno de' loro generali[363]. Dall'altro canto i Francesi avevano di già moltissimi ammalati nel loro campo; e fu per loro una grave perdita quella d'Orazio Baglioni, colonnello delle bande nere, ucciso il 22 di maggio in una grossa scaramuccia. Gli fu sostituito il conte Ugo de' Pepoli[364].
Sperava Lautrec che il porto di Napoli verrebbe interamente chiuso agli assediati dalle flotte francese e veneziana; ma Andrea Doria, ammiraglio della flotta francese, già da gran tempo disgustato della condotta che tenevano a suo riguardo i generali, e di quella della corte di Francia verso la sua patria, non aveva voluto servire egli medesimo, e si faceva rimpiazzare da Filippino Doria, suo nipote, nel comando delle otto galere genovesi mandate all'assedio di Napoli. Dal canto suo Pietro Lando, ammiraglio dei Veneziani, non sapeva determinarsi ad abbandonare l'assedio del castello di Brindisi, e le conquiste che andava facendo sulle coste della Puglia per la sua repubblica; ad ogni modo, siccome ne aveva ricevuto positivi ordini in sul finire di maggio, gli assedianti cominciarono ad aspettare, e gli assediati a temere la di lui venuta. Don Ugo di Moncade lusingossi di poterlo prevenire, sorprendendo nel golfo di Salerno Filippino Doria, prima che gli si unisse la flotta veneziana: meditava di attaccarlo a bordo colle sue vecchie bande spagnuole, e d'impadronirsi delle sue otto galere, malgrado la superiorità de' marinaj genovesi nel manovrare. Teneva nel porto di Napoli sei galere, quattro fuste e due brigantini, sulle quali navi imbarcò mille archibugieri spagnuoli, il fiore dell'armata; andò a bordo egli stesso con quasi tutti i capitani, ed i più distinti ufficiali che si trovavano in Napoli, e si fece seguire da molte barche pescarecce, che pure caricò di soldati. Aveva sperato di trovare le galere del Doria senza guarnigione; ma questi era stato prevenuto dei progetti del nemico, ed aveva avuto tempo di far passare sulle sue galere trecento archibugieri domandati a Lautrec[365].
Filippino Doria, quando gl'imperiali si mossero per attaccarlo, incrociava nel golfo di Salerno, lungo la costa d'Amalfi, in faccia al piccola promontorio di Capo d'Orco. Non ricusò la battaglia; ma prima di farsi incontro al nemico, staccò tre galere sotto gli ordini di Niccola Lomellini, per prendere il vento a qualche distanza, e tornare in seguito, quando sarebbe attaccata la battaglia, ad urtare ne' fianchi ed in poppa le navi imperiali con tutta la forza del movimento acquistato.
Il marchese del Guasto ed Ugo di Moncade, essendo partiti la mattina del 28 maggio da Posilippo, avevano voluto incoraggiare i loro soldati a questo genere di battaglia, cui non erano accostumati, col far loro apparecchiare un pranzo nell'isola di Caprea, e farli esortare nel medesimo luogo da un eremita spagnuolo a combattere valorosamente per liberare i molti prigionieri della loro nazione che il Doria teneva incatenati nelle sue galere. A questo ritardo l'ammiraglio genovese dovette il vantaggio d'essere prevenuto dell'imminente attacco. Più non rimanevano che tre ore di giorno, quando gli Spagnuoli scoprirono le cinque galere che Filippino s'era tenute. I due vascelli ammiraglj vennero fra di loro a battaglia; ma il Doria si affrettò di far fuoco il primo onde coprirsi col proprio fumo, ed uccise colla prima scarica quaranta uomini sul ponte della galera nemica. I Genovesi, accostumati al servigio di mare, sapevano chinarsi combattendo, e tenersi nascosti dietro alla pavesata; gli Spagnuoli invece conoscevano d'essere inferiori finchè non potessero venire all'abbordaggio, che i loro nemici evitavano. Essi non avevano pavesata, ed erano maltrattati assai dal fuoco che i loro avversarj facevano dall'alto degli alberi. Ad ogni modo due navi genovesi, attaccate da tre imperiali, erano in pessimo stato condotte, e già stavano per arrendersi, quando quelle del Lomellini col vento in poppa tornarono a piene vele contro la flotta di Moncade. L'albero maestro del vascello montato dal Moncade, cadde fracassato nell'urto; Moncade stesso fu ferito in un braccio, e mentre continuava ad incoraggiare i suoi soldati fu ucciso dai sassi e dai fuochi d'artificio che si gettavano sulla sua nave dall'alto delle gabbie nemiche. In sul finire della battaglia la sua nave fu colata a fondo, e lo stesso accadde della galera montata da Cesare Fieramosca. Filippino Doria scelse appunto quest'istante per rompere le catene di tutti gli schiavi barbareschi che teneva sulle sue galere, esortandoli a meritarsi la libertà col fare aspra vendetta degli Spagnuoli loro crudeli nemici. Allora venne all'arrembaggio che aveva prima evitato; ed i barbareschi mezzo ignudi si precipitarono colla sciabola in mano nei vascelli spagnuoli. Quelli del marchese del Guasto e di Ascanio Colonna avevano preso fuoco, spezzati erano i loro remi, ed i loro equipaggi o ribellati o distrutti, quando pensarono di arrendersi. Furono prese anche le fuste, non essendosi salvate fuggendo che due galere imperlali in pessimo stato. Per gastigo di questa sconfitta il principe d'Orange fece appiccare, appena arrivato, uno de' capitani di quelle due galere; l'altro, atterrito da quest'atto di crudeltà, riprese il largo e si arrese a Filippino Doria[366].
La flotta imperiale era distrutta, ucciso il vicerè Moncade, cui i Mori, circondando il suo cadavere, chiedevano con feroce sorriso se pensava tuttavia di fare una seconda discesa sulle coste dell'Africa e di rinnovarvi le spaventose sue crudeltà. Il marchese del Guasto, Ascanio Colonna, Francesco Hijar, Filippo Cerbellione, Giovanni Caietani, e Sernone, erano prigionieri, e nel susseguente giorno lo storico Paolo Giovio, ch'era stato spettatore della battaglia dalle coste d'Ischia, andò a nome della marchesana del Guasto a portare ai prigionieri danaro e conforti sulla galera di Filippino Doria. Questi li mandò poi a suo zio Andrea colle tre galere che aveva prese[367].
Poco dopo questa vittoria, che sembrava accertare la buona riuscita delle intraprese di Lautrec, il 10 di giugno sopraggiunse nel golfo di Napoli con ventidue galere l'ammiraglio veneziano Pietro Lando, il quale chiuse affatto per alcun tempo il mare agli assediati[368]. Gl'imperiali per altro avevano ancora una ragguardevolissima cavalleria leggiere, mentre il Lautrec quasi non ne aveva; ed invece di assoldarne, come veniva consigliato di fare, acconsentì che gli uomini d'armi, che facevano il suo servigio, andassero ad acquartierarsi a Capoa, ad Aversa ed a Nola. Il principe d'Orange, rimasto solo nel comando di Napoli, seppe approfittare di questa inavvedutezza del Lautrec per istancheggiare con frequenti sortite gli assedianti, e far entrare più vittovaglie in città. La fanteria leggiere delle bande nere, che da prima aveva combattuto con molto zelo in ogni scaramuccia, vedendosi costantemente sagrificata, per non esservi più i cavalli a coprirla nelle sue ritirate, si era disgustata di quelle zuffe sempre svantaggiose. Ma quanto più calde erano le istanze che si facevano a Lautrec perchè adoperasse il danaro ricevuto dalla Francia nell'assoldare cavalleria leggiere, tanto più a questo generale pareva ingiurioso che altri pretendesse dargli consiglj, e perciò si ostinava a non seguirli[369]. Omai più non accadevano intorno a Napoli scaramucce di qualche importanza, e tanto gli assediati come gli assedianti erano travagliati dalla fame e dalle malattie. I primi erano condannati a dure privazioni; in città si era manifestata la peste, e molti corpi di fanteria tedesca e di cavaleggieri trattavano segretamente con Lautrec per passare nel campo francese; nel quale per altro frequentissime pure erano le malattie, e tanto guasto avevano fatto tra i zappatori, che più non si potevano terminare le trincee; perciò il Lautrec era ridotto a tale stato di non avere più operaj per continuarne i lavori, nè soldati per custodirle quando fossero terminate. Cotali trincee, rompendo il corso delle acque, erano state cagione che queste si spargessero per le campagne, se restassero stagnanti in più luoghi con grave pregiudizio della salubrità dell'aria. Del resto la campagna che circonda Napoli è sempre micidiale ne' calori estivi, ed oggi un'armata non potrebbe tenervisi ne' mesi in cui Lautrec vi accampò colla sua, senz'andare ugualmente soggetta a febbri pestilenziali. Il primo loro sintomo era un'enfiagione alle gambe che in appresso stendevasi a tutto il corpo, e l'infermo moriva tormentato da crudelissima sete. Tra le prime vittime di questo flagello si contarono il nunzio del papa presso l'armata della lega, Pietro Paolo Crescenzio, e Luigi Pisani, provveditore veneziano, morti entrambi il giorno 15 di giugno. In appresso non passò giorno che non fosse funestato dalla morte di qualche capo dell'armata, sebbene l'epidemia non giugnesse al colmo che il 15 di luglio[370].
L'imperatore ed il re di Francia, informati che l'assedio di Napoli non terminerebbe così presto, ed eccitati dai loro generali a mandare soccorsi, risolsero ambidue di spedire nuove truppe in Italia. Il primo scelse per tale spedizione Enrico il giovane, duca di Brunswick; l'altro Francesco di Borbone, conte di San-Paolo. Doveva il Brunswick condurre rinforzi ad Antonio di Leyva, e poichè avesse ritornata la superiorità agl'imperiali in Lombardia, avanzarsi verso l'Italia meridionale per costringere il Lautrec a levare l'assedio di Napoli. Per lo contrario il San-Paolo, doveva opporsi al passaggio del primo, scacciare da Milano Antonio di Leyva, e dopo avere ridotti gl'imperiali a sgombrare la Lombardia, raggiugnere il Lautrec per terminare con lui la conquista del regno di Napoli[371].
Il duca di Brunswick coll'assistenza di Ferdinando, re d'Ungheria, fratello dell'imperatore, fu il primo a scendere in Italia. Partì da Trento il 10 di maggio con seicento cavalli e dieci mila fanti; passò l'Adige e s'avanzò fino in Lombardia, senza che il duca d'Urbino, generale de' Veneziani, gli si avvicinasse mai tanto da venire a qualche scaramuccia. Aveva questi dichiarato al senato veneto, che, per quanto la sua armata potesse superare di numero la nemica, giammai la sua cavalleria sosterrebbe l'urto della tedesca, nè la sua fanteria quello dei landsknecht; onde, non deviando dalla consueta sua tattica, aveva difese le città e le fortezze, lasciando tempo agli oltremontani di consumare la loro furia[372].
I Tedeschi condotti dal duca di Brunswick avevano abbandonato il loro paese per la speranza d'un saccheggio somigliante a quello che nel precedente anno aveva arricchito i loro compatriotti; e quando trovarono le pianure della Lombardia ruinate da una disastrosa guerra, le terre desolate dalla fame e dalla peste, e le città contro di loro difese non meno dai nemici che dagli amici, non tardarono a disgustarsi d'un faticoso servigio, del quale non erano pagati. Mai non giugneva danaro all'armata imperiale, nè dalla Spagna nè dalla Germania; onde Antonio di Leyva, che aveva da principio persuaso il duca di Brunswick ad assediare Lodi, vedendo che quest'assedio non avanzava, cercava di scoraggiarlo per non avere in Lombardia compagni nel comando o nei rubamenti. Il Brunswick vendicossi di questa opposizione con una crudeltà senza pari; egli non si accontentava di saccheggiare ogni cosa, ma faceva oltre a ciò passare a filo di spada tutti gli uomini che gli venivano tra le mani; bruciava tutte le case isolale, volendo che il suo passaggio fosse contrassegnato da una totale desolazione. Per giustificare tante atrocità, pretendeva il Brunswick che tutti gl'Italiani fossero ribelli all'autorità imperiale, e diceva d'essere venuto a distruggere coloro che i suoi predecessori non avevano saputo castigare. Il duca d'Urbino usò lo stesso trattamento verso i prigionieri tedeschi; onde il 13 di luglio i landsknecht si ammutinarono, e poco dopo il duca di Brunswick tornò per la strada di Como in Germania co' deboli avanzi di un'armata, i di cui soldati erano per la maggior parte disertati, o passati sotto le bandiere d'Antonio di Leyva[373].
Questi continuava a conservare Milano ubbidiente col terrore. Abbandonato dall'imperatore, senza danaro per pagare i soldati, erasi impossessato di tutte le vittovaglie che si trovavano in città, di tutte quelle che giugnevano dalla campagna, e, fattone monopolio, le vendeva tre o quattro volte più dell'ordinario loro prezzo. I poveri, ruinati da tre anni d'estorsioni, ai quali erano preceduti vent'anni di guerra, morivano di fame per le strade, non potendo comperare il pane all'alto prezzo fissato dell'avarizia del generale; i ricchi, prigionieri de' soldati alloggiati presso di loro, erano esposti ad ogni genere d'oltraggi, e spesso alla tortura, qualunque volta tardavano a soddisfare i capriccj de' loro tiranni. Le sentinelle trattenevano alle porte tutti coloro che cercavano di fuggire di città; e se a taluno riusciva di scalare le mura, o di uscire dalle porte travestito, gli si confiscavano i beni, ed annunciavasene la vendita con avvisi stampati in tutti i capi strada[374].
L'armata che il signore di San-Paolo conduceva in Lombardia per liberarla dal giogo degli Spagnuoli, doveva essere composta di cinquecento uomini d'armi, e di cinquecento cavaleggieri sotto il comando del signore di Boisì, di sei mila avventurieri capitanati dal signore di Lorges e di tre in quattro mila landsknecht guidati dal signore di Montejan. Ma colla consueta sua negligenza Francesco I lasciò dissipare il danaro destinato a quest'impresa; i corpi non furono ridotti a numero, non giunsero che lentamente ed a lunghi intervalli al luogo dell'unione, ed il conte di San-Paolo era tuttavia sulle Alpi, quand'ebbe notizia che il duca di Brunswick era tornato in Germania per mancanza di danaro[375]. I Francesi eransi lasciati togliere per sorpresa Pavia, conquista del signore di Lautrec; il conte di San-Paolo l'attaccò di nuovo col duca d'Urbino, ed in sul finire della campagna la riebbe d'assalto[376]; ma trovavasi bastantemente occupato da Antonio di Leyva che gli contrastava l'acquisto delle città di Lombardia, onde non potesse innoltrarsi verso Napoli, dove il signore di Lautrec lo andava invano chiamando.
Malgrado i patimenti di quest'ultimo, che andavano a dismisura crescendo, non potevasi ancora facilmente prevedere quale delle due armate di Lautrec o il principe d'Orange avrebbe dovuto soggiacere la prima alla peste ed alla fame ond'erano egualmente travagliate, quando un'importantissima diserzione, cagionata dalla inconsiderata politica di Francesco I, trasse con sè la ruina dell'armata francese. Andrea Doria, che veniva riputato il più grand'uomo di mare del suo secolo, e che, fino dalla sua gioventù trovandosi al soldo di stranieri potentati, aveva creato una flotta che non aveva ricevuta dalla sua patria, lagnavasi da gran tempo della gelosia e degl'intrighi de' ministri del re di Francia. Era stato associato a Renzo di Ceri in una spedizione da principio destinata contro la Sicilia, poscia contro la Sardegna, la quale era andata a male a cagione della loro malintelligenza[377]. In tempo della spedizione del Borbone in Provenza aveva fatto prigioniero il principe d'Orange; ma la ricca taglia di questo prigioniero gli era stata ritenuta dal re; gli erano inoltre ritenuti ragguardevoli arretrati pel soldo delle sue galere; e Francesco della Rochefoucault, signore di Barbesieux, era stato in di lui pregiudizio nominato ammiraglio dei mari del Levante[378].
Ma queste personali offese non erano la principale cagione che alienasse Andrea Doria dal partito della Francia. Sebbene questo grand'uomo non avesse quasi mai vissuto in patria, era teneramente attaccato alla libertà, ed alla prosperità della medesima. Il sacco di Genova eseguito dall'armata imperiale gli aveva inspirata un'altissima avversione contro gli Spagnuoli; onde dopo tale epoca non volle per alcun tempo a qualsifosse prezzo rilasciare i prigionieri di quella nazione, e li faceva remare incatenati sulle sue galere; non cominciò a perdere forza nell'animo suo tanta avversione, che quando lo sprezzo di Francesco I pei privilegj de' Genovesi, per la loro capitolazione, ed ancora per la privata loro prosperità, lo chiamò a vendicare le fresche offese ad ogni costo, e foss'anche coll'ajuto di coloro medesimi che erano stati autori delle più antiche. Il re si ostinava a tenere Genova come una provincia del regno, non già come una repubblica postasi volontariamente sotto la sua protezione; egli risguardava tutti i privilegj dei popoli, i diritti dei cittadini, e le restrizioni della sua autorità, come altrettante offese fatte alla maestà reale; perciò si compiaceva di emettere ordini che umiliassero lo spirito ribelle de' Genovesi. A tal fine si propose di trasportare a Savona, per quanto poteva da lui dipendere, tutto il commercio di Genova. Accrebbe le fortificazioni di questa città, e volle che dipendesse immediatamente dalla corona; vi traslocò la gabella del sale: e sebbene avesse formati questi progetti ne' tempi in cui Savona gli si era conservata fedele, e quando Genova era passata sotto il dominio dell'imperatore, non volle punto rinunciarvi allorchè ebbe ricuperata questa capitale. Nell'esecuzione di questi progetti, i Genovesi vedevano apertamente il totale esterminio della loro città; implorarono quindi l'ajuto dell'illustre loro concittadino, il quale promise: «di fare pel suo paese tutto quanto l'onor suo gli acconsentirebbe di fare»[379].
Il servizio del Doria col re di Francia spirava coll'ultimo giorno di giugno del 1528. Prima di acconsentire a rinnovarlo, mandò un gentiluomo alla corte di Francesco I per chiedergli giustizia tanto sulle taglie de' prigionieri e sugli arretrati dovutigli, che intorno ai privilegj della sua patria; intanto si rimase in Genova ozioso, ordinando a Filippino, suo nipote, di non usare soverchio rigore nel blocco di Napoli. Il Lautrec, avvedutosi che il Doria pensava ad abbandonare l'alleanza della Francia, e fattone più certo dagli avvisi di Clemente VII, sentì il pregiudizio grandissimo che da ciò ne verrebbe alla sua armata. Spedì dunque al re Guglielmo di Bellay per supplicarlo a ritenere il Doria a suo servizio. Il Bellay, passando per Genova, andò a trovare il Doria che era suo amico; ed udite le sue inchieste, cercò di appoggiarle presso il re; ma il cancelliere Duprat impedì che il re le accettasse. Fu spedito a Genova Barbesieux per prendere il comando della flotta di Andrea, e impadronirsi non solo delle galere del re, ma ancora di quelle del Doria, e se gli riusciva, ancora della persona di lui. L'ammiraglio genovese non aspettò che giugnesse chi era destinato a rimpiazzarlo. Ritirossi colla sua flotta a Lerici, e dichiarò a Barbesieux, che andò a visitarlo: essergli noti gli ordini del re, ed essere non pertanto apparecchiato a rilasciargli le di lui galere; ma determinato però a ritenere le altre come una sua proprietà; e non solamente non essere per darne conto a chicchessia, ma per valersene anzi come meglio crederebbe[380].
Intanto il Doria aveva intavolato un trattato coi prigionieri fatti da suo nipote sotto Napoli, ed in particolare col marchese del Guasto, che cercava di ridurlo ai servigj dell'imperatore. Per mezzo di quest'ultimo il Doria, il 20 di luglio, mandò in Ispagna un segretario incaricato di esporre le condizioni sotto le quali si obbligherebbe a servire l'imperatore con dodici galere, per l'annuo stipendio di sessanta mila ducati. Domandava che Genova fosse posta in libertà e dorinnanzi governarsi come repubblica indipendente; che le fossero di nuovo assoggettate Savona e le altre città della Liguria; che a lui ed a tutto il suo equipaggio l'imperatore condonasse le offese fatte alla sua corona; che per ogni spagnuolo ch'egli rilascerebbe gli si desse un altro uomo egualmente robusto e capace di remare[381]. Tutte queste condizioni furono all'istante accettate, e la flotta di Genova, che il 4 di luglio aveva abbandonata la baja di Napoli, passò al servizio dell'imperatore[382].
Giova sommamente a coloro che possono disporre di tutti gli onori e di tutte le ricompense, di far risguardare la costanza nell'ubbidienza militare come il principale dovere di un soldato, e di dissimulare che tutti gli obblighi essendo reciproci, la violazione del contratto per parte di colui che comanda, scioglie dal giuramento quegli che aveva promesso di ubbidire. La posterità fu giusta verso Andrea Doria; non vide nella condotta di lui che eroismo, e non lo accusò di mancanza di fede verso Francesco I. I suoi contemporanei furono talvolta più severi, e l'eroe genovese, che aveva passata la sua vita in mezzo ai soldati, non poteva egli stesso liberarsi da tutti i pregiudizj militari. Il fiorentino Luigi Alamanni, celebre egualmente come patriotto e come poeta, disse un giorno ad Andrea Doria: «Certo, Andrea, che generosa è stata l'impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe, se non vi fosse non so che ombra d'intorno, che non la lascia interamente risplendere.» Affermò Luigi allo storico Segni che Andrea a tali parole mosse un sospiro, e stette cheto, e poi con buon volto rivoltosi, disse: «Egli è gran fortuna d'un uomo, a chi riesca di adoperare un bel fatto con mezzi ancorchè non interamente belli. So, che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che, essendo sempre stato della parte di Francia e venuto in alto grado co' favori del re Francesco, io l'abbia ne' suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi ad un suo nemico; ma se il mondo sapesse quanto è grande l'amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla grande altramente, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo' già raccontare che il re Francesco mi riteneva i servizj e non mi attendeva la promessa di restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di rimutar uno dall'antica fede: ma ben puote aver forza la certezza che io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè che ella mancasse d'un suo governatore, nè della fortezza; le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritrarmi dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro, senza alcun'ombra che gl'interrompa la luce»[383].
La flotta veneziana di Pietro Lando era così male equipaggiata, e tanto sprovveduta di soldati e di buoni marinai, che difficilmente avrebbe potuto, dopo la partenza di Filippino Doria, chiudere il porto di Napoli alle piccole navi siciliane: ma d'altronde anche questa s'allontanò il 15 di luglio per andare a provvedersi di vittovaglie in Calabria, e non tornò che ne' primi giorni d'agosto. Vero è che Barbesieux era giunto il 18 di luglio colla flotta francese; ma non conduceva a Lautrec che ottocento fanti, ed un branco di giovani gentiluomini che volevano fare a Napoli le prime loro campagne: anche il danaro che aveva per l'armata non era che una piccola parte delle somme dal re promesse a Lautrec. Pure avendo il Barbesieux sbarcati i suoi pochi soldati col danaro consegnatogli, questi si avanzarono fino a Nola. Ma il principe di Navarra, che ne aveva il comando, trovandosi colà troppo debole per andare più avanti, mandò a chiedere un rinforzo a Lautrec. In fatti, quando ritornava al campo, dopo averlo ricevuto, gl'imperiali fecero una così gagliarda sortita, che il signore di Candalles, ed Ugone Pepoli, che avevano condotto il rinforzo, rimasero prigionieri, e furono uccisi dugento de' nuovi venuti. Vero è che il danaro arrivò al campo senz'alcuno accidente, ed il Pepoli fu ricevuto in cambio di un altro prigioniero; ma Candalles morì in conseguenza delle ricevute ferite[384].
Fino a quest'epoca Lautrec aveva sostenuto il coraggio dell'armata francese colla fermezza del suo carattere: ma fu ancor esso sorpreso dalla febbre pestilenziale nello stesso tempo in cui Vaudemont era omai agonizzante. Anche sotto il peso di questa malattia Lautrec oppose sempre l'irremovibile costanza del suo carattere a tutti i mali che lo affliggevano. Destinò il danaro mandatogli dalla Francia per far leve in Italia di fanteria e di cavaleggieri: Renzo di Ceri partì per assoldarne nell'Abruzzo, mentre i Fiorentini mandavano due mila uomini per rimpiazzare i soldati perduti dalle bande nere in questa campagna. Ma questa risoluzione era di già troppo tarda. Il Lautrec, bloccato ancor esso nel suo campo da quella stessa armata ch'egli aveva tenuta tanto tempo assediata, perdeva ogni giorno i saccomani, i convoglj, gli equipaggi. Le vittovaglie che faceva venire cadevano quasi sempre in mano del nemico; e mentre che i suoi soldati, sfiniti dalle fatiche e dalla malattia, mancavano ancora di pane, Napoli abbondava d'ogni cosa, e i soldati tedeschi più non pensavano a disertare[385].
In sul declinare di luglio la malattia che infestava il campo francese, vestì un carattere assai più spaventoso. Di venticinque mila uomini che vi si contavano un mese prima, il 2 agosto quattro mila soltanto erano in istato di adoperare le armi, e di ottocento uomini d'armi più non eranvene che cento. Erano ammalati Pietro Navarro, Vaudemont, Camillo Trivulzio, ed i due maestri di campo; Lautrec, che credevasi guarito, era ricaduto; tutti gli ambasciatori, ed i personaggi distinti, ad eccezione del marchese di Saluzzo e del conte Guido Rangoni, erano ammalati. La fanteria soffriva nello stesso tempo la fame e la sete; tutte le cisterne erano senz'acqua, ed i soldati non potevano procurarsene a Poggio reale, che attaccando i nemici, dal che fare venivano sconsigliati dalla presente loro debolezza. L'estensione del campo era affatto sproporzionata al numero de' suoi difensori, i quali erano perciò continuamente spossati da quasi non interrotte fazioni. Prima di partire alla volta degli Abruzzi Renzo di Ceri aveva fatto istanza a Lautrec d'accamparsi altrove, o di acquartierare le sue truppe nelle città della Campania, facendogli osservare che intorno al campo le acque stagnavano in ogni luogo, e che l'erba foltissima cresceva anche nelle tende dei soldati; ma il Lautrec, con un'insuperabile ostinazione, dichiarò di essere apparecchiato a morire in quel luogo piuttosto che dare un tale trionfo ai nemici[386]; egli credeva egualmente compromesso il suo onore nel ristringere i suoi alloggiamenti, e quantunque infermo, si faceva portare da un posto all'altro, per vedere se i suoi ordini venivano eseguiti, e se si mantenevano i corpi di guardia da lui stabiliti. Ma lungo tempo non sostenne tanta fatica, e morì la notte del 15 al 16 agosto: e come la sua virtù, la sua costanza, erano stati fin allora il più solido sostegno dell'armata, così la sua morte distrusse ogni speranza di salvezza[387].
Era morto ancora il conte di Vaudemont, onde prese il comando dell'armata francese il marchese di Saluzzo, il quale non aveva nè talenti, nè riputazione convenienti a tanto peso. Altronde le difficoltà crescevano ogni giorno, perciocchè Andrea Doria era giunto a Gaeta con dodici galere al soldo dell'imperatore, ed aveva costretta la flotta francese a prendere il largo. Maramaldo, Ferdinando Gonzaga ed altri capi imperiali, cessando di starsi chiusi in città, attaccavano e sorprendevano i corpi staccati de' Francesi a Canoa, a Nola, ad Aversa, tagliando quasi ogni comunicazione tra l'armata e le città ancora ubbidienti alla Francia; onde ogni speranza de' Francesi era omai riposta in Renzo di Ceri, che in allora trovavasi all'Aquila, e di cui il marchese di Saluzzo affrettava la tornata, non più per prendere Napoli, ma per ritirarsi egli medesimo con sicurezza[388].
La ritirata era omai indispensabile, ed il marchese di Saluzzo approfittò di una gagliarda pioggia, accompagnata da lampi e tuoni, che cadde la notte del 29 agosto per eseguirla senza saputa dei nemici. Egli si pose con Guido Rangoni in capo alla vanguardia, affidò la battaglia a Pietro Navarro, mentre che Pomperani, Camillo Trivulzio e Negro Pelisse comandavano la retroguardia; lasciando sulle batterie i cannoni da breccia, ed abbandonando i più grossi bagaglj, l'armata partì senza che si battessero i tamburi o si suonassero le trombe: ma non si erano i Francesi scostati molto dal campo, quando cessò la pioggia, in sul fare del giorno. La cavalleria imperiale, avvisata della partenza de' Francesi, si diede tutta in corpo ad inseguirli. La banda nera dei Toscani la ricevette con una scarica di tutta la moschetteria; ma perchè camminava per una strada stretta e chiusa, nella quale non poteva allargarsi, la cavalleria, facendo una nuova carica, riuscì a romperne le ultime file, ed a disordinare tutta la colonna. La resistenza non poteva essere lunga, perchè i soldati ammalati appena avevano forza che bastasse per alzare i loro fucili o le spade, e rovesciati dal primo urto, domandavano ed ottenevano facilmente la vita. Fu in questa circostanza preso Pietro Navarro, che sopra un picciol mulo cercava di fuggire per una rimota strada. Intanto l'avanguardia era giunta sotto Aversa; ma l'angusta porta che le era stata aperta venendo ogni tratto ingombrata, si consumarono tre ore prima che tutti i fuggiaschi, ammucchiati nella fossa, potessero entrare in città[389].
Le sventure de' Francesi non terminavano giugnendo in Aversa: essi rispinsero a dir vero l'irregolare attacco della cavalleria, che gli aveva inseguiti fin sotto le mura di quella città; ma sopraggiunse il principe d'Orange coll'infanteria e coi cannoni dagli stessi Francesi lasciati nell'abbandonato campo. In breve venne aperta una breccia, mentre il marchese di Saluzzo, ferito in un ginocchio da un pezzo di pietra, era portato alla sua casa fieramente tormentato dalla ferita. Per colmo di sventura Capoa, la più vicina città per cui doveva passare l'armata continuando a ritirarsi, aveva aperte le porte a Fabrizio Maramaldo, dopo che vi erano stati portati la maggior parte degli ammalati dell'armata. Aveva il comando di Capoa il conte Ugo Pepoli, ma egli medesimo era pressochè moribondo; gli abitanti consigliarono la guarnigione a fare una sortita per provvedere la città di buoi e di pecore, ed approfittarono della lontananza di quasi tutti i soldati capaci di trattare le armi per ricevere entro le mura Fabrizio Maramaldo coi suoi Calabresi; questi con estrema crudeltà spogliarono gli ammalati ne' loro letti, e lo stesso Ugo de' Pepoli, morto in quell'istante, sul proprio feretro. Gli abitanti d'Aversa, informati di quest'avvenimento che toglieva ai Francesi ogni speranza di salute, supplicarono il marchese di Saluzzo a non esporli agli orrori di un assalto; e questi, di già vinto dal dolore della sua ferita, incaricò il conte Rangoni di passare al campo nemico per capitolare[390].
La capitolazione portava che il marchese di Saluzzo aprirebbe agl'imperiali la città e la fortezza; che loro lascerebbe l'artiglieria, le munizioni, le bandiere, le armi, i cavalli e gli equipaggi; ch'egli medesimo rimarrebbe prigioniero con tutti i capitani dell'armata; ma che tutti i soldati, tanto quelli chiusi in Aversa, che quelli ch'erano stati fatti in avanti prigionieri, sarebbero rinviati in Francia dopo di essersi obbligati a non servire per sei mesi contro l'imperatore. Il marchese di Saluzzo promise d'interporsi caldamente, perchè tutte le guarnigioni francesi del regno di Napoli accettassero la stessa capitolazione. Il solo conte Guido Rangoni fu dal principe d'Orange lasciato libero in ricompensa dell'avere egli negoziato questo trattato[391].
Per tal modo una delle più belle armate che la Francia avesse fin allora poste in campagna, perì interamente, o sotto il ferro de' nemici, o oppressa dalla malattia, o nella cattività. Gli Spagnuoli con una fredda crudeltà chiusero i prigionieri, quasi tutti infermi, nelle reali scuderie della Maddalena. Il principe d'Orange diede licenza al senato di Napoli di somministrar loro i viveri; ma fu questa la sola cura che egli acconsentì di prenderne. Gli sciagurati, ammucchiati gli uni su gli altri nel fango e tra i cadaveri, perirono ancora più rapidamente che non facevano nel campo. Pochissimi rividero la loro patria; e le loro malattie comunicarono a Napoli una terribile peste, che continuò a devastare la città molto tempo ancora dopo di loro[392].
Cotesta capitolazione pose fine alle bande nere, quasi interamente composte di Toscani, che, formate la prima volta da Giovanni de' Medici, erano riputate la migliore fanteria dell'Europa. Gli è il vero che le bande nere si erano colle loro crudeltà e ruberie rendute ancora più formidabili ai paesi in cui facevano la guerra, che ai loro nemici. Orazio Baglioni, il capo loro dato dalla repubblica fiorentina, era morto sotto Napoli; Ugo de' Pepoli, che gli era succeduto, era perito in Capoa, e Giovan Battista Soderini e Marco del Nero, i due commissarj fiorentini che le accompagnavano, terminarono i loro miseri giorni nelle prigioni di Napoli. Più non rimaneva verun capo che prendesse cura di questo corpo di milizia, che aveva il primo fatto riverberare qualche gloria sui Fiorentini. Molti soldati erano prigionieri, altri morti, altri ammalati; il rimanente si disperse, e più non si riunì[393].
Il marchese di Saluzzo morì bentosto in prigione; e perchè l'afflizione si aggiunse all'infermità per opprimerlo, si credette che volontariamente si affrettasse colle proprie mani la morte. Pietro Navarro fu condotto a Napoli, in quella stessa fortezza ch'egli aveva presa ai Francesi ai tempi del gran capitano, e chiuso in quella stessa prigione in cui il re di Spagna l'aveva dimenticato per tre anni. Fu scritto a Madrid per sapere come dovesse essere trattato, Carlo V ordinò che fosse decapitato; ma il governatore del castello, Francesco Hijar, compassionando quest'illustre vecchio, che dalla condizione di palafreniere del cardinale di Arragona erasi innalzato con tante luminose azioni, e tanti talenti a tanta gloria, andò egli medesimo, affinchè non perisse per mano del carnefice, a strozzarlo in prigione, o, secondo altri, lo fece soffocare sotto le coltri del suo letto[394].
La capitolazione dell'armata francese ad Aversa non fece immediatamente cessare le calamità del regno di Napoli. Il principe d'Orange, che comandava i residui di quelle compagnie avvezzate all'assassinio ed alla crudeltà nel sacco di Roma, era sempre dall'imperatore lasciato senza danaro, e soltanto col terrore colle confische e coi supplicj poteva di nuovo riempiere il suo tesoro. I suoi soldati, che avevano saccheggiata Aversa nell'istante in cui i Francesi l'avevano ceduta, chiedevano tuttavia il pagamento di otto mesi di soldo. Altro mezzo non restava al principe d'Orange per soddisfarli che la confisca de' beni di que' signori che si erano dichiarati pel partito d'Angiò: fece decapitare in Napoli, sulla piazza del mercato, Federico Cajetano, figlio del duca di Trajetto, Enrico Pandone, duca di Goviano, figlio d'una figlia di Ferdinando seniore, re di Napoli, ed altri quattro principali signori napolitani[395]. Ogni città del regno fu insanguinata da somiglianti esecuzioni. E dopo di avere in tal modo sparso il terrore tra i partigiani della Francia, il principe d'Orange si fece a trattare con loro vendendo loro la grazia per una somma di danaro proporzionata alla loro ricchezza. Per altro molti, piuttosto che assoggettarsi a così crudeli ed avidi padroni, preferirono di continuare la guerra, e per qualche tempo furono secondati dai Francesi e da' Veneziani. Federico Caraffa, il principe di Melfi ed il duca di Gravina, continuarono nella Puglia i loro guasti; ed il Romano Simone Tebaldi ottenne qualche vantaggio in Calabria[396]. Ma questi fatti d'armi, piuttosto che come una guerra regolare, devono risguardarsi come il cominciamento di quello stato di violenza e di anarchia, che si prolungò nel regno di Napoli per tutto il tempo del dominio spagnuolo. Al governo avido, oppressivo, perfido e crudele dei vicerè deve ascriversi l'impossibilità che provasi anche al presente di stabilire un regolare andamento di giustizia, di polizia, di pubblica sicurezza in queste provincie tanto favorite dalla natura.
Andrea Doria aveva colla sua flotta contribuito alla ruina dell'armata francese; ma tosto che la capitolazione d'Aversa rendette inutile il suo servigio a Napoli, fece vela verso Genova per raccogliervi il prezzo ch'egli aveva posto alla sua mutazione di partito, e per liberare la sua patria. Allora in Genova infieriva la peste, e Teodoro Trivulzio che vi comandava a nome di Francesco I, non avendo sotto i suoi ordini che una debole guarnigione, aveva inutilmente domandato un rinforzo di due mila uomini; questi non vollero entrare in città per timore del contagio; e il Trivulzio, vedendosi abbandonato, si ritirò nel Castelletto. Ma egli sperava di potere difender Genova colla flotta del signore di Barbesieux, ch'entrava in allora nel porto con alcune compagnie francesi, imbarcate al campo sotto Napoli dopo la rotta dell'armata. Ma ciò fu invano; perciocchè essendosi il 12 di settembre presentato il Doria con tredici galere in faccia a Genova, il Barbesieux ritirossi con tutta la sua flotta nel porto di Savona. Il Doria non aveva che cinquecento uomini di sbarco: li fece di notte scendere sulle scialuppe, e li mandò verso la città sotto il comando di suo nipote Filippino e di Cristoforo Palavicini. I Genovesi, cui aveva preso cura di dare avviso del suo trattato coll'imperatore, trovarono, malgrado la peste, tanto vigore da prendere le armi, assecondare lo sbarco, respingere tutti i Francesi nel castello, ed occupare tutte le fortezze della città[397].
Teodoro Trivulzio, maravigliato della debolezza de' nemici cui aveva in allora ceduto, si volse al conte di San-Paolo, che aveva il comando dell'armata francese in Lombardia, e che aveva di fresco ricuperata Pavia, chiedendogli soltanto tre mila uomini, co' quali confidava di potere di nuovo sottomettere Genova al re di Francia. Ma il duca d'Urbino ricusò di prendere parte in questa spedizione; ed il San-Paolo da lui ritardato, non potè arrivare a Genova che il primo di ottobre con cento lance e due mila fanti. Era di già troppo tardi, i passaggi delle montagne erano custoditi, e San-Paolo non ottenne pure d'introdurre qualche rinforzo nel castello. Ritirossi dopo avere dato ordine al suo luogotenente Montejean di condurre trecento uomini a Savona, in rinforzo di quella guarnigione; ma Montejean non fu di lui più fortunato, e non potè penetrare fino a Savona. I Genovesi, condotti dal Doria, stringevano l'assedio di Savona e del Castelletto. La prima di queste piazze capitolò il 21 di ottobre, l'altra pochi giorni dopo; ed i Genovesi, per assicurare la loro libertà, e soddisfare la loro gelosia, si affrettarono di distruggere la fortezza del Castelletto che li signoreggiava, e di colmare il porto di Savona, di cui avevano tanto temuta la rivalità[398].