CAPITOLO CXX.

Nuove costituzioni delle repubbliche di Genova e di Fiorenza. L'indipendenza italiana viene sagrificata da Clemente VII, e da Francesco I ne' trattati di Barcellona e di Cambray. Coronazione di Carlo V a Bologna e servitù dell'Italia.

1528 = 1530.

Press'a poco nell'epoca in cui l'Italia perdeva la sua indipendenza, eransi vedute risorgere due delle più antiche sue repubbliche. Firenze e Genova, non si lasciando scoraggiare dalle spaventose calamità che opprimevano tutta la penisola, sforzavansi di riformare le loro costituzioni. La peste diminuiva la loro popolazione, la fame ne esauriva i mezzi, e la guerra minacciava ad ogni istante la medesima loro esistenza, quando, sottraendosi l'una e l'altra alla tirannide da cui erano state lungamente oppresse, cercavano di non ricadere nello stesso infortunio colla combinazione di nuove leggi. Ma nello stato di miseria cui trovavasi l'Italia ridotta da così lunghe e disastrose guerre, non le bastavano le proprie forze per fissare i nuovi suoi destini da sè medesima; ed i piccoli stati ond'era composta potevano ancora meno guarentire co' loro proprj sforzi la loro esistenza e la loro indipendenza. Essi dovevano soggiacere o sostenersi a seconda della sorte de' loro alleati, piuttosto che della propria; e se Firenze e Genova ebbero diverso destino, procedette dall'avere una di queste seguito il partito imperiale, l'altra il partito francese, e non perchè fosse migliore la costituzione dell'una o dell'altra.

Anche prima che il Doria si presentasse innanzi a Genova, i capi de' contrarj partiti, che si erano così lungamente e con tanto accanimento battuti, e che, vittime de' vicendevoli loro odj, trovavansi tutti ridotti in eguale servitù, avevano finalmente conosciuto che non potevano trovare salvezza che in una sincera riconciliazione. Avevano avute fra di loro alcune conferenze, alle quali avevano chiamati tutti coloro che avevano in Genova opinione di conoscere le leggi e gli affari dello stato. Tutti avevano manifestato un conforme desiderio di concordia, tutti eransi mostrati disposti a grandi sagrificj. Teodoro Trivulzio, in allora luogotenente del re di Francia in Genova, non aveva concepito verun sospetto di tali adunanze; conciossiachè il loro apparente scopo di procurare una pace generale ad una città divisa in tanti partiti, pareva troppo legittimo.[399]. Egli aveva trovati in città dodici magistrati, creati nel precedente anno col titolo di riformatori, i quali dovevano occuparsi della riforma delle leggi, e della riunione delle diverse fazioni. Il Trivulzio aveva lasciato questi che si occupassero liberamente intorno alle funzioni della loro carica; e i riformatori poterono sotto il di lui governo maturare i loro progetti di legislazione, senza prendere veruna misura per mandarli ad effetto[400].

Ma quando Andrea Doria, nel 1528, ebbe costretto Barbesieux ad uscire colla sua flotta dal porto di Genova, e Teodoro Trivulzio a rifugiarsi nella Cittadella, il senato adunato incaricò i riformatori di dare alla patria una nuova costituzione, ed in particolare di fare sparire radicalmente tutti i segni delle fazioni che l'avevano così lungamente lacerata[401]. Pure il senato ignorava tuttavia se il Doria, ad esempio di tutti i suoi predecessori, non vorrebbe raccogliere per sè solo tutti i frutti della sua vittoria e farsi sovrano della sua patria. Infatti Carlo V, che non amava le repubbliche, ed a cui lo zelo a pro della libertà ricordava i freschi torbidi de' suoi regni di Spagna, aveva offerto ad Andrea Doria di riconoscerlo principe di Genova, e di mantenerlo nel possedimento di quello stato; ma questo grand'uomo ricusò costantemente d'innalzarsi con danno della sua patria; si ostinò a chiedere che venisse riconosciuta la di lei costituzione repubblicana, ed altro per sè non volle che la gratitudine dei suoi concittadini[402].

Non era quasi mai per interessi loro proprj, per diritti, o per privilegj contesi tra le varie classi de' cittadini, che le fazioni di Genova avevano prese le armi. Fino dalla metà del XIV.º secolo la prima dignità dello stato era stata dalle leggi riservata ad un plebeo ghibellino, e le fazioni guelfa e patrizia, eransi senza mormorare assoggettate a questa costante esclusione. Ad ogni modo l'una e l'altra aveva continuato ad esistere ed a prendere parte nelle violenti rivoluzioni dello stato. Ma il punto d'onore di cadaun cittadino trovavasi bizzarramente associato piuttosto ad un nome che ad un vero interesse, appoggiandosi le fazioni ad odj personali, non ad opinioni. Erano in Genova Guelfi e Ghibellini, nobili e cittadini, grandi e piccoli borghigiani, partigiani degli Adorni e partigiani dei Fregosi: ogni cittadino si era collocato in alcuna di queste parti, ognuno trovavasi gravemente offeso nelle prerogative, o nell'onore della propria fazione; fors'anche era per sè stesso indifferente rispetto alla cosa che doveva ferirlo, ma se non se ne fosse mostrato offeso, i suoi concittadini lo avrebbero creduto senz'onore e senza coraggio. Era dunque il più delle volte l'immaginazione, era un fatale pregiudizio, e non già reali offese, che avevano tante volte poste le armi in mano di questo popolo focoso, e precipitatolo d'una in altra rivoluzione. Perciò i riformatori si trovarono in dovere di mutare piuttosto i nomi che le cose. Se potevano sopprimere i nomi delle antiche fazioni e quegli ancora delle antiche famiglie, che erano un pegno dell'attaccamento di ogni famiglia ad ogni fazione, confidavano di potere spegnere con que' nomi, anche quelle passioni prive di reale alimento, e tenute vive soltanto dal pregiudizio.

In ogni tempo le potenti famiglie avevano in Genova avuta la costumanza di accrescere la potenza loro coll'adottare altre meno ricche famiglie, meno illustri, meno numerose, cui comunicavano i loro nomi, i loro stemmi, obbligandosi in pari tempo a proteggerle, e facendo in cambio che queste prendessero parte a tutte le loro liti. Le case nelle quali si entrava in tal guisa per adozione, si chiamavano alberghi, ed eranvi poche illustri famiglie che non si fossero aggrandite coll'unione di straniere famiglie. Questa costumanza apparecchiò un nuovo regolamento, col quale i dodici riformatori riformarono la repubblica[403].

Prima di tutto soppressero la legge che assegnava le più eminenti magistrature a' soli cittadini dell'ordine popolare ed ai Ghibellini, volendo che tutti gli antichi Genovesi contribuenti e proprietarj venissero considerati come eguali in diritto: e per uniformarsi alla crescente vanità del secolo, invece di chiamarli cittadini, loro diedero il nome di gentiluomini. Onde meglio cimentare fra di loro l'eguaglianza, vollero che tutti questi gentiluomini fossero classificati in un ristretto numero di case; dichiararono che tutte le famiglie che in allora tenevano in Genova sei case aperte, sarebbero considerate per alberghi, ad eccezione soltanto degli Adorni e dei Fregosi, de' quali volevano sopprimere i nomi, come quelli che rammentavano troppe guerre civili. Le famiglie, che avevano tali requisiti, trovaronsi in numero di ventotto[404]. Essi le obbligarono ad adottare tutto il rimanente de' cittadini genovesi che potevano partecipare agli onori dello stato; in maniera per altro che frammischiarono e confusero tutto quello ch'era prima stato oggetto di distinzione; fecero entrare i Guelfi nelle case anticamente Ghibelline, e i Ghibellini in quelle dei Guelfi; vollero che in ogni albergo vi fossero e nobili e plebei, e partigiani degli Adorni, e partigiani de' Fregosi; in pari tempo risvegliarono la vanità di tutti, legandola al nuovo loro nome di famiglia; e riuscirono così felicemente, che coloro che la legge aveva associati insieme, cominciarono fino d'allora a risguardarsi come parenti[405].

Questa singolare divisione di tutta la repubblica in ventotto famiglie durò quarant'otto anni. Questa aveva fatte cessare le antiche divisioni; ma ne lasciò scoppiare delle altre tra l'antica e la nuova nobiltà, e tra queste due classi che governavano ed il popolo escluso dal governo. Per mettere fine a questa dissensione, che aveva degenerato in guerra civile, il papa, l'imperatore ed il re di Spagna, cui i Genovesi avevano deferito l'ufficio di mediatori, credettero di dovere distruggere l'opera fatta ne' tempi del Doria. Colla legge che pubblicarono il 17 marzo del 1576, furono soppressi i nomi degli alberghi, e fu invitata ogni famiglia a riprendere l'antica sua denominazione[406].

Tutti i gentiluomini genovesi ammessi a partecipare degli onori dello stato dovettero essere ammessi nel senato, nel quale era riposta la sovrana autorità. Questo senato nel 1528 fu formato di 400 membri, che si rinnovavano a vicenda, e che non sedevano che un anno. Quando in seguito l'aristocrazia si andò ristringendo, si trovò più giusto e più conveniente di chiamare tutti ad un tempo in senato i gentiluomini che avevano diritto alla sovranità. Erano in allora ridotti al numero di circa 700, ed entrarono nel gran consiglio tutti coloro che avevano compiuto l'anno 22.mo[407].

A questo primo senato o gran consiglio spettava l'elezione di un altro senato, composto di cento membri, che posteriormente fu portato a dugento, e che rinnovavasi tutti gli anni. Al primo spettava pure la nomina del doge, degli otto consiglieri della signoria e degli otto procuratori di comune, il di cui ufficio durava due anni, e che formavano tra di loro il governo. La nuova costituzione, sopprimendo le distinzioni de' natali, apriva ad Andrea Doria la strada alla dignità ducale, in addietro chiusa ai gentiluomini; ed infatti pareva che la pubblica riconoscenza gliela destinasse. Ma questo generoso cittadino credeva cosa essenziale di conservare alla sua patria la protezione di Carlo V, continuando a servirlo come comandante delle sue flotte; ed un tale impiego era incompatibile colla rappresentanza della sovranità. Perciò il Doria ricusò la corona ducale; e soltanto a motivo di questo suo rifiuto le funzioni di doge furono ridotte a soli due anni, e strette le prerogative entro angusti confini. Il primo nominato doge fu Uberto Lazario Catani. Si volle che tra gli otto signori che formavano il suo più intimo consiglio, due risiedessero a vicenda nel palazzo ducale; e si accordò a tutti coloro che sarebbero in appresso stati dogi, il diritto di prendere posto nel consiglio de' procuratori del comune. Per ultimo si volle che cinque supremi censori o sindaci conservassero una certa quale ispezione su tutte le magistrature, sull'andamento costituzionale di tutte le autorità, e sulle vicendevoli relazioni fra di loro. Andrea Doria fu il primo di questi sindaci; e per una eccezione personale si volle che egli conservasse a vita tale dignità, mentre i suoi colleghi non dovevano restare in carica che quattro anni[408].

La costituzione di Genova, a seconda della nuova riforma, era puramente aristocratica. Stabiliva bensì l'eguaglianza, ma soltanto tra i nobili; limitava ad un numero proporzionatamente assai piccolo d'individui e di famiglie una sovranità che stendevasi non solo sopra una grandissima città, ma inoltre sopra le due Riviere e su tutta la provincia della Liguria. Il popolo genovese, senza influenza sulla casta che si era arrogato il diritto di governarlo, non potevasi in verun modo risguardare come rappresentato; vero è che le lunghe abitudini di una democrazia, la pubblica opinione ed il rispetto per le antiche memorie impedirono all'aristocrazia genovese di rendersi esclusiva come quella di Venezia, o di Lucca. Fino alla fine della repubblica s'introdussero frequentemente nel consiglio, e con una tal quale regolarità, uomini nuovi, tanto della città, che delle due riviere[409]. Venivano in tal modo associati alle prerogative de' governanti; ma non si davano con ciò difensori al popolo. Altronde le antiche famiglie, o spegnevansi interamente, o producevano un minor numero d'individui; il circolo in cui si chiudevano tutti i poteri andava ogni giorno sempre più ristringendosi, e la repubblica, invecchiando, s'andava maggiormente allontanando da quella libertà, di cui conservava tuttavia il nome.

Dal canto suo la costituzione fiorentina partecipava di quello spirito d'aristocrazia, che suole generarsi dall'orgoglio, e che non tarda ad introdursi in quelle medesime famiglie che si sono rese illustri fondando la libertà. Il primo sentimento che diresse i Fiorentini nell'organizzazione dell'antica loro repubblica, era stato il desiderio di far concorrere tutte le volontà e tutte le forze, così alla difesa dello stato come alla sua amministrazione. Pure di mano in mano che la libertà rendeva la città più prospera, il commercio, le manifatture, il solo sentimento della sicurezza, facevano sorgere nella repubblica uomini nuovi, che dalla campagna venivano a stabilirsi in città, o che vi si rifugiavano dagli stati vicini, o finalmente che sorgevano di mezzo alle classi affatto povere, e la di cui esistenza era quasi del tutto ignota. Gli antichi cittadini non avevano deposta ogni gelosia verso coloro che venivano in tal modo a dividere con loro le proprie prerogative; ed il mantenimento degli esclusivi diritti alla sovranità, che gli uni pretendevano, e che gli altri non volevano ammettere, era stato cagione di molte dissensioni.

Quando la repubblica venne nuovamente costituita nel 1527, il principio di limitare il diritto di cittadinanza a coloro che lo avevano ricevuto per eredità dai loro antenati fu riconosciuto da tutte le parti. Non si risguardarono come cittadini fiorentini che coloro i quali poterono provare che i loro antenati erano stati ammessi ai tre maggiori ufficj, della signoria del collegio, e del buoni uomini. E non si tenne pur conto di quest'ammissione, s'era stata accordata dal governo de' Medici, dal 1512 al 1527, perchè si diceva che in questo spazio di tempo molti uomini nuovi avevano ottenuto l'ingresso al collegio col danaro, mentre che niuno era stato dichiarato abile agl'impieghi per mezzo dello scrutinio di una libera magistratura[410]. Per tal modo, in nome dell'aristocrazia e della libertà, i Fiorentini pronunciarono una severa esclusione contro quanti non appartenevano ad una classe poco numerosa. Effettivamente gli abitanti del territorio fiorentino non avevano parte alcuna alla sovranità, riservata ai soli cittadini della capitale. Tra questi ancora non tenevasi verun conto di coloro che non pagavano le imposte dirette, e che venivano indicati col nome di non sopportanti. Rispetto a coloro che trovavansi inscritti nel libro del comune, e che pagavano la decima, quando toccavano l'età di ventiquattro anni, prima della quale non potevano entrare nel gran consiglio, dovevano provare che il nome del loro padre o dell'avo loro era stato posto nelle borse dalle quali si estraevano a sorte le tre supreme magistrature, ed in appresso dovevano essere approvati dalla signoria a scrutinio segreto; locchè loro dava il rango di statuali ossia di cittadini attivi. Tutti i cittadini erano finalmente divisi tra i quattordici mestieri inferiori, ed i sette superiori. I primi, ossiano le arti minori avevano avuto per parte loro il quarto degli onori pubblici, e le arti maggiori i tre quarti; ma questa divisione, che sembra ineguale, era favorevole ai mestieri inferiori. Più non restava che un piccolo numero di antichi cittadini immatricolati nelle arti inferiori; e se fossero stati posti allo stesso livello che gli altri, non avrebbero ottenuto quel quarto degl'impieghi che veniva loro accordato[411].

Sebbene la popolazione dello stato fiorentino non fosse lontana dal milione, non vedevansi giammai sedere nel grande consiglio più di due mila cinquecento cittadini; la quale assemblea propriamente non rappresentava il rimanente della nazione, ma era sovrana di proprio diritto, piuttosto che a nome del popolo: ad ogni modo bastava che la suprema autorità venisse esercitata da un corpo così numeroso, per interessare l'intera nazione alle sue deliberazioni, e per dare ai Fiorentini i vantaggi di un governo popolare.

Ma tutti i membri del gran consiglio non avevano egualmente cara questa popolarità. Vi si distinguevano due fazioni. Capo della prima, ossia di quella de' magnati, era il gonfaloniere Niccolò Capponi. Questi uomini renduti orgogliosi dalle immense loro ricchezze, dal fasto onde si vedevano circondati ne' loro palazzi, dalle eminenti cariche ottenute nella chiesa, dai cappelli cardinalizj, vescovadi, e governi di province ond'erano decorati i loro figli o fratelli, sdegnavano di riconoscere altri uomini loro eguali nella massa dei cittadini fiorentini, e si studiavano di ravvicinare la repubblica alla costituzione oligarchica di Venezia, in allora oggetto dell'universale ammirazione. Alla testa della fazione popolare opposta a questa stava Baldassare Carducci, dottore di legge, che aveva grandissima riputazione, e che, esiliato già da' Medici, aveva alcun tempo risieduto in Padova, ov'era stato arrestato per ordine di Clemente VII. Malgrado la sua assai avanzata età il Carducci si rendeva ancora oggetto della pubblica attenzione, non meno per l'impetuosità del suo carattere, e pel suo odio verso il Capponi e verso tutti i grandi, che per i suoi talenti[412]. Fu un trionfo pel partito aristocratico lo avergli fatto dare l'ambasceria di Francia, che lo allontanava dalla sua fazione. Egli morì durante la sua legazione, in tempo dell'assedio di Firenze[413].

Primeggiava nello stesso partito Dante di Castiglione, il quale assai più nemico de' Medici che dell'aristocrazia, sforzavasi di aprire tra di loro e la sua patria una così larga breccia, che in verun tempo non si potesse più chiudere. Un giorno con un branco d'uomini mascherati, ma ch'erano stati conosciuti sotto la loro maschera, egli entrò a forza nella Nunziata, una delle più ricche chiese di Firenze, e vi rovesciò co' suoi compagni le statue di Lorenzo, di Giuliano, di Leon X e di Clemente VII. Questi forsennati, dopo averle spezzate con disprezzo, passarono a distruggere gli stemmi dei Medici nelle chiese di san Lorenzo, di san Marco e di san Gallo, edifizj eretti o ristaurati da quella famiglia; essi risguardavano questi emblemi come monumenti di una servitù che volevano far dimenticare; disprezzavano la politica di Niccolò Capponi, che temeva di offendere troppo Clemente VII; e sebbene fossero stati conosciuti, il governo non ardì di punire questa violazione dell'ordine pubblico[414].

Niccolò Capponi era sinceramente attaccato alla libertà; ma la dolcezza del suo carattere unita a qualche debolezza, lo portavano ad avere de' riguardi per il papa, e per gli uomini ch'erano stati potenti sotto il governo mediceo, quali erano Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi: egli avrebbe voluto che la repubblica, scuotendo il loro giogo, non lasciasse di rispettarli, onde non provocare il loro risentimento; e così aveva ingrossato il suo partito con tutti coloro che mantenevansi segretamente attaccati ai Medici, o che temevano le vendette del popolo. Contava pure tra i suoi aderenti un'altra classe di uomini, che non avevano veruna relazione co' precedenti: erano costoro gli antichi piagnoni, ossia i settatori di Girolamo Savonarola. Lo stesso Capponi era stato discepolo di quel frate, e non aveva interrotte l'esagerate sue pratiche di divozione nemmeno sotto il precedente governo poco favorevole ai bigotti. I partigiani de' Medici, che dicevansi Palleschi o bigi, avevano lungo tempo conservata la più marcata avversione verso i fautori del Savonarola, da loro detti piagnoni ed ipocriti; ma un interesse comune li riunì sotto le insegne del Capponi, e bentosto sentirono la segreta alleanza che suole unire gli uni agli altri i partigiani del dispotismo dell'aristocrazia e della superstizione.

Le calamità che travagliarono Firenze il primo anno del governo del Capponi, contribuirono ad accrescere il di lui credito, ed a sviluppare in lui l'entusiasmo religioso. La peste era stata portata da Roma a Firenze nel 1522 da un uomo del basso popolo che si era sottratto alle guardie sanitarie. Sebbene in allora il contagio non si estendesse oltre alcune strade, che vennero cautamente separate dal rimanente della città, lo spavento fu in tutti gli abitanti estremo, e la maggior parte de' ricchi cittadini si rifugiarono nelle loro ville o in lontani paesi. La peste, cessata nel caldo della state, ricomparve nel susseguente anno dopo alcune prediche che avevano riunito una grandissima quantità di popolo. All'ultimo ricomparve nel 1527 con maggiore violenza di prima, dopo una processione ordinata per rendere grazie a Dio della ricuperata libertà. In così lungo intervallo il contagio non si era mai spento del tutto, e ne' sei anni che si protrassero i suoi guasti, si calcolò che rapisse sessanta mila uomini a Firenze, e press'a poco altrettanti nel territorio[415].

L'emigrazione ch'era stata nel primo anno grandissima, non si era rinnovata ne' susseguenti, perchè gli uni si erano accostumati al pericolo, gli altri non si trovavano abbastanza ricchi per sostenere così grave dispendio. Ma nel 1527, quando si vide in sul cominciare di luglio morire in Firenze circa dugento persone al giorno, poi tre in quattrocento al giorno in agosto, e più di cinquecento in tre successivi giorni, lo spavento costrinse tutte le persone doviziose a fuggire nuovamente[416]. Allora si rendettero impossibili le adunanze de' consiglj o dei collegj della signoria, e tutte le risoluzioni rimasero ineseguite per non essere sanzionate da sufficiente numero di suffragj. Per uscire da questo stato di anarchia la signoria fece intimare un ordine di recarsi al loro luogo nel gran consiglio a tutti i membri del consiglio degli Ottanta, ed a tutti i cittadini esercenti una qualunque magistratura. Voleva essere autorizzata a poter trascurare in tempo della peste le ordinarie forme della legislazione: ma quest'adunanza non si formò che di novanta cittadini, i quali, dispersi nell'immensa sala del consiglio, tenevansi possibilmente il più lontano che potevano gli uni dagli altri per timore di ogni comunicazione. Varj amici e parenti, che dal principio della malattia fino al presente più non si erano trovati assieme, si rivedevano per la prima volta in questa sala, e apprendevano gli uni dagli altri la morte delle più care persone; perciò si udivano qua e là sospiri e gemiti muovere da quelle quasi deserte panche. L'autorità domandata dal gonfaloniere gli fu in tale circostanza di buon grado accordata da quest'assemblea, ed in appresso la signoria, finchè durò la peste, amministrò la repubblica senza consultare i consiglj. La vigilia della festa dell'Assunta la malattia parve sensibilmente diminuita, ed era quasi affatto cessata il dì d'ogni Santi[417].

Non era gran tempo che la peste più non infieriva, quando in una delle prime sedute del gran consiglio, il 9 febbrajo del 1528, Niccolò Capponi si animò in parlando de' gastighi di Dio e della sua compassione; tenne arringando quasi i termini medesimi adoperati già dal padre Savonarola in pulpito, e terminò la sua allocuzione gettandosi in ginocchioni ed implorando ad alta voce la divina misericordia. Il consiglio, strascinato dal suo esempio, replicò, stando pure in ginocchio, il grido di misericordia e decretò in appresso, dietro proposizione fatta dal Capponi, che Cristo sarebbe dichiarato perpetuo re di Firenze, e fece collocare alla porta principale del palazzo pubblico un'iscrizione che attestava questa nomina. Ma que' medesimi che non si erano opposti al Capponi nelle sue estasi religiose, per timore di cadere in sospetto d'empietà, lo motteggiavano in appresso per la città come imbecille, o lo accusavano d'ipocrisia[418].

Malgrado l'alienamento che avevano pel Capponi tutti gli amici più ardenti della libertà, il 10 giugno del 1528, egli fu confermato per esercitare la seconda volta l'ufficio di gonfaloniere, e tale elezione riuscì universalmente gradita al popolo, che trovava nel capo dello stato moderazione, disinteresse ed amore del ben pubblico[419]. Durante la sua amministrazione egli aveva cercato di riformare i tre più importanti rami del governo, la giustizia, la finanza e la guerra; ed aveva se non altro ottenuto di rendere più tollerabili diverse istituzioni assai viziose.

Erasi fin allora sperimentato che i delitti politici non erano mai in Firenze giudicati imparzialmente; e sebbene alternativamente portati al tribunale del podestà, della signoria, degli otto di balìa e del gran consiglio, le sentenze erano sempre state il trionfo di un partito sull'altro. In giugno si pubblicò una legge che accordava l'interposizione dell'appello di tutti i delitti politici e militari ad un nuovo tribunale detto la quaranzia. Fu composto detto tribunale di quaranta membri estratti a sorte per ogni caso particolare nel consiglio degli ottanta; e vi si trovò il vantaggio d'avere giudici originariamente nominati dal popolo, e preventivamente non conosciuti dai delinquenti. Nello stesso tempo la legge che stabiliva la quaranzia, assicurava la pronta decisione delle cause portate alla sua decisione[420].

La maniera di distribuire le imposte era stata d'ogni tempo quasi affatto arbitraria, ed era forse impossibile l'evitare tale inconveniente in una repubblica mercantile, dove il maggior peso doveva gravitare sul fruttato del commercio, e dove ogni dichiarazione del proprio stato di fortuna; intaccando il credito de' mercanti, non poteva non riuscire odiosa. L'imposta territoriale appoggiavasi ad un catastro fatto con grandissima diligenza. Le imposte indirette sono di loro natura apparentemente volontarie, e non alterano punto la libertà; ma l'imposta diretta sulle ricchezze mobiliari o sopra gli sconosciuti profitti del commercio era la più difficile a regolarsi, ed era riservata soltanto per gli urgenti bisogni e per le straordinarie sovvenzioni. Il gran consiglio, dopo avere ordinata la somma da levarsi in questo modo, sceglieva venti cittadini, cui dava il carico di ripartire la fissata somma fra tutti i contribuenti. Richiedeva, sotto severe pene, che l'operazione loro si terminasse entro un determinato numero di giorni, e stabiliva un minimum ed un maximum per ogni quota di contribuzione. Questi commissarj facevano tutti i loro lavori separatamente, ed in appresso rimettevano ai monaci di qualche convento, designato con pubblico decreto, il proprio ruolo de' contribuenti colla somma che gli era arbitrariamente imposta. I monaci, per determinare la contribuzione di un cittadino, riunivano le venti proposizioni dei commissarj a suo riguardo, levavano preventivamente le sei più alte e le sei più basse, siccome quelle che potevano essere state dettate da odio o da favore, indi addizionavano le otto medie, e dividevano la somma per otto. Questi monaci erano obbligati con giuramento al segreto per tutto questo lavoro; e dopo averlo ultimato ne bruciavano tutti i materiali[421].

Per ultimo la terza riformagione, procurata da questo governo alle leggi di Firenze, tendeva a dare alla repubblica abitudini più militari; e questa era, meno che le altre, opera del gonfaloniere. Nicolò Capponi, sia pel suo carattere pacifico e per l'età sua, o sia per economia, erasi opposto all'accrescimento delle fortificazioni di Firenze, ed aveva tentato d'impedire che si adottasse il dispendioso progetto seguito da Clemente VII quand'era tuttavia cardinale. Soleva frequentemente ripetere che una piccola armata non sarebbe capace di prendere Firenze, e che una grande non potrebbe tanto tempo mantenersi nella campagna fiorentina per intraprendere l'assedio della capitale[422]. Ma non potè interamente resistere all'ardore marziale, che aveva allora invasa la nazione. Un corpo di trecento giovani, appartenenti alle principali famiglie, si era volontariamente formato per guardia del palazzo; era composto de' più caldi partigiani della libertà, cui il Capponi si rendette in breve sospetto a cagione de' suoi riguardi verso i Medici. Il gonfaloniere, ch'erasi lungamente opposto all'armamento del popolo fiorentino, finì col farne egli medesimo la proposizione, onde procurarsi un appoggio contro la guardia del palazzo. Tale proposizione fu riconosciuta come legge il 6 novembre del 1528[423].

La guardia urbana doveva essere formata di quattro mila cittadini dell'età de' diciotto ai quarantacinque anni, tutti di famiglie che avessero diritto di sedere nel gran consiglio. Dividevasi questa guardia in sedici compagnie sotto gli ordini dei sedici gonfalonieri che formavano il collegio della signoria. Ella prestò giuramento di fedeltà alla repubblica in mezzo ad un popolo orgoglioso di ricevere nuovamente le armi, e riconobbe per suo capo Stefano Colonna di Palestrina, che fu incaricato di ordinarla. La ricchezza de' suoi abiti e de' suoi equipaggi le inspirava una confidenza in sè medesima affatto nuova pei Fiorentini. Finalmente dopo la sua creazione il consiglio decise, contro il parere del gonfaloniere, di terminare le fortificazioni di Firenze; ma per impiegare minor numero di gente nel custodirle, se ne ristrinse il circuito. Michel Angelo Buonarotti non isdegnò di farne il piano, dopo avere consultati varj sperimentati militari; ed il più grande artista consacrò i suoi talenti alla prima delle arti, quella della difesa della patria[424].

Ma mentre che la repubblica apparecchiavasi con tanto ardore a difendere la sua libertà, per una singolare circostanza si trovava implicata in una stessa lega con quel principe medesimo, ch'ella doveva più d'ogni altro temere. Lo scopo principale della sua alleanza con Francesco I, Enrico VIII e la repubblica di Venezia, era di costringere Carlo V a riporre in libertà Clemente VII; e non pertanto Clemente VII era colui che la repubblica Fiorentina doveva più d'ogni altro temere. Fin dal principio della rivoluzione, nel 1527, i Fiorentini avrebbero potuto essere tentati di attaccarsi all'alleanza dell'imperatore, che in allora teneva prigioniere il papa loro nemico, e che tanto accanimento mostrava contro la casa de' Medici; ma essi conservavano per la nazione francese la più tenera affezione: avevano potuto fare confronto di questa nazione coi Tedeschi, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri, che tanto tempo avevano guerreggiato in Italia, e l'avevano costantemente trovata umana, leale e generosa. Invano i loro politici, Macchiavelli, Guicciardini, Vettori e Capponi, loro avevano rappresentato che non dovevano confondere la nazione col capo; che quanto questa era, generalmente parlando, valorosa e fedele, altrettanto il suo governo si faceva giuoco senza scrupolo della data fede, come l'avevano essi medesimi sperimentato nella guerra di Pisa, in quella della lega di Cambrai, e nelle negoziazioni colla Spagna. Le maniere ed i cavallereschi discorsi di Francesco I rendevano inutili tutti questi avvertimenti. I Fiorentini avevano in lui tutta riposta la loro fiducia[425]; eransi essi spogliati del necessario per pagargli sussidj, e per portare a numero la di lui armata a Napoli, mentre ch'essi medesimi si trovavano oppressi dalla peste e dalla fame. Le loro bande nere, che gli avevano mandate, erano state lungo tempo il nervo delle di lui armate, ed erano state totalmente disperse trovandosi al di lui servigio. Quando seppero il disastro di Lautrec sotto Napoli, ed in appresso la rivoluzione di Genova, estremi erano stati il loro dolore e lo spavento loro. Pure risguardavano come cosa impossibile che un eroe, pel quale si erano sagrificati, gli abbandonasse: ma l'avvenimento fece vedere che Macchiavelli, Capponi ed Alamanni avevano conosciuto il re assai meglio che non avevano saputo conoscerlo i loro concittadini.

Luigi Alamanni era amico di Andrea Doria; aveva veduto con piacere stabilirsi in Genova un governo libero; ed egli medesimo, proscritto per avere congiurato contro Clemente VII, allora cardinale dei Medici, non doveva cadere in sospetto di parzialità per questo pontefice. Dall'altro canto Andrea Doria vivamente desiderava la libertà fiorentina; egli profondamente paventava per la sua patria la gelosia degli stati dispotici, e calcolava tutti i pericoli che correva Genova se sopravviveva quasi sola alle distrutte repubbliche dell'Italia. Fece perciò sentire all'Alamanni quanto poco poteva sperarsi che i Francesi rimanessero vittoriosi, quanto rischio correvano in particolare i Fiorentini d'essere da Francesco I abbandonati nelle prime trattative di pace; l'avvisò confidenzialmente, che Clemente VII consentiva a riconciliarsi coll'imperatore, se in compenso gli venivano ceduti i Fiorentini, mentre che Carlo V per dare il suo assenso altro non aspettava che di vedere se i Fiorentini gli farebbero qualche offerta. Luigi Alamanni dietro queste prime aperture venne spedito dalla signoria a Barcellona. Tornò in breve per annunciare al governo, che, se voleva prevenire la conclusione del trattato del papa, non aveva un solo istante da perdere; che ad ogni modo Andrea Doria, valendosi del favore che godeva altissimo presso l'imperatore, prometteva ancora di far guarentire la libertà e la sicurezza della repubblica, purchè si affrettasse di trattare. In tale occasione si tennero molte deliberazioni e consulte segrete, tanto fra i membri componenti il governo, come cogli uomini di stato che non erano attualmente in carica; all'ultimo il gonfaloniere assoggettò cotale deliberazione alla signoria, ai dieci della guerra, ed a quelli che dicevansi la pratica segreta, persone da lui medesimo scelte per tenergli luogo di consiglieri. Anton Francesco Albizzi espose in una scrittura i vantaggi della riconciliazione coll'imperatore, la di cui lettura fu ascoltata di controgenio. Tommaso Soderini, rispondendogli, risvegliò l'antico amore de' Fiorentini verso la Francia, e tutti a sè trasse i suffragj; di modo che le trattative si ruppero, e lo stesso Alamanni credette essere prudente cosa l'allontanarsi[426].

Dopo la rottura del trattato di Madrid Francesco nulla aveva avuto più a cuore che di rinnovare le negoziazioni, onde liberare i suoi figliuoli. Si era alcun tempo lusingato di riuscirvi colle vittorie di Lautrec; ma bentosto aveva privato questo generale de' fondi che gli aveva promessi, e ruinata in tal modo la sua armata. La sua negligenza, i suoi dissipamenti, erano stati la prima cagione del disastro de' Francesi sotto Napoli; e questo disastro terminò di scoraggiarlo interamente, e lo dispose ad accettare tutte le condizioni che potrebbero condurre ad una pace di cui sentiva così vivamente il bisogno.

Omai altre armate non restavano al re in Italia, che quella di Francesco di Borbone, conte di San-Paolo, la quale era più debole assai di quello che si diceva, e composta di più cattive truppe che le precedenti: inoltre il re le mandava meno danaro di quello che aveva promesso, e perchè il Borbone era prodigo e negligente, s'appropriava parte di questo danaro, lasciando che i suoi subalterni rubassero il rimanente. Si disgustò col duca d'Urbino, che dal canto suo rifiutavasi ad ogni fatto alcun poco pericoloso. Egli non seppe nè soccorrere Genova, nè assediare Milano, sebbene Antonio di Leyva più non avesse che un pugno di soldati. Gli andò a male un attentato poco onorevole per sorprendere Andrea Doria nella sua casa di campagna[427]; e non seppe impedire a due mila Spagnuoli, di quelli cui l'estrema nudità aveva fatto dare il nome di Bisogni, di passare a Milano, sebbene avessero preso terra a Genova, senza abiti, senza scarpe, senz'armi, senza paga e senza vittovaglie; tutte le sue intraprese si ristrinsero alla presa de' tre castelli di Serravalle, sant'Angelo e Mortara[428].

La campagna del 1529 era di già cominciata, ed i Milanesi si erano trovati doppiamente oppressi, perchè i due mila Bisogni erano giunti a Milano in aprile, ed era stato forza di provvederli d'ogni cosa. Frequentemente costoro fermavano di bel mezzogiorno i cittadini nelle strade per farsi dare le loro vesti, scarpe, cappelli ec.; e quando facevasi di ciò lagnanza ad Antonio di Leyva, non si avevano da lui per tutta risposta che motteggi[429]. In questo tempo il San-Paolo aveva unita la sua armata a quella del duca d'Urbino ed a quella di Francesco Sforza; ma tutti tre insieme si erano trovati più deboli assai che non lo avevano annunziato i loro generali; tutti i reggimenti erano incompleti, non contando che la metà degli uomini che avrebbero dovuto avere. Dopo essersi alcun tempo trattenuti in vicinanza di Milano per privare di vittovaglie quella vasta città, i tre capi sentirono la necessità di separarsi; e partirono da Marignano, i Veneziani per Cassano, il duca di Milano per Pavia, ed il conte di San-Paolo per Landriano[430].

Il conte di San-Paolo era giunto il sabbato sera, 19 giugno, a Landriano, grossa borgata lontana dodici miglia da Milano, e poco meno da Pavia. Questa viene attraversata da un ramo del fiume Olona, che d'ordinario porta pochissima acqua, ma che in quell'istante era così gonfio a cagione di una dirotta pioggia, che si trovò impossibile di farlo guadare all'artiglieria. Il San-Paolo vi si trattenne tutta la domenica, ed Antonio di Leyva, avutone avviso a Milano, risolse di sorprenderlo. Il lunedì mattina, 21 giugno, quando il generale francese aveva già fatta partire la sua vanguardia sotto gli ordini di Guido Rangoni, e faceva passare il fiume all'artiglieria con circa mille cinquecento landsknecht ed un piccolo corpo d'artiglieria, che gli erano rimasti, venne all'improvviso attaccato da Antonio di Leyva, il quale, trovandosi gravemente preso dalla gotta, era costretto di farsi portare sopra una seggiola da quattro uomini alla battaglia. Gli uomini d'armi francesi fecero una valorosa resistenza; ma i Landsknecht si difesero assai debolmente, sicchè all'ultimo il San-Paolo fu fatto prigioniere con Giovan Girolamo Castiglione, Claudio Rangoni, Lignacco, Carbone, ed altri ragguardevoli personaggi. Dopo quest'ultima disfatta, l'armata francese si disperse, e quasi tutti i soldati tornarono in Francia[431].

Intanto a Cambrai si andava trattando la pace. Fino dal mese di maggio Carlo V e Francesco I avevano convenuto di mandare in quella città, il primo sua zia, l'altro sua madre. La prima, Margarita d'Austria, già duchessa di Savoja, sorella del padre dell'imperatore, era governatrice de' Paesi bassi; la seconda, Luigia di Savoja, duchessa di Angouleme, madre di Francesco I, aveva in ogni tempo esercitata grandissima influenza sul suo figlio, che le aveva dato il titolo di reggente. Queste due signore, pienamente informate de' segreti della loro corte, che avevano l'intera confidenza de' sovrani che rappresentavano, ch'erano unite in istretto nodo di parentela, che avevano molto spirito, abilità ed attitudine al maneggio degli affari, furono concordemente di avviso d'escludere dalla loro negoziazione tutte le formalità che tanto ritardo sogliono portare agli affari diplomatici. Recaronsi il 7 di luglio a Cambrai; alloggiaronsi in due vicine case, tra le quali fecero praticare una riservata comunicazione: conferirono ogni giorno senza testimonj, adoperandosi per la pace de' due imperj con una costante attività e con un impenetrabile segreto[432].

Ad ogni modo era di somma importanza per Francesco I di presentarsi sempre a Carlo V come capo di una potente lega, ponendo sulla bilancia tutto il peso de' suoi alleati d'Italia; perciò non lasciò mai, finchè durarono le negoziazioni, di dare ai suoi alleati le più costanti assicurazioni di difendere gl'interessi loro collo stesso zelo de' proprj. Promise replicatamente, ed ancora con giuramento, a Baldassare Carducci, ambasciatore di Firenze, ed a molti di lui concittadini, che mai non abbandonerebbe la repubblica, nè passerebbe a verun trattato senza comprendervela[433]. A ciò aggiunse positive proteste di essere apparecchiato a rinnovare la guerra, e ad entrare personalmente in Italia, ove ciò riuscisse necessario ai suoi alleati; prometteva pure di condurre con sè due mila quattrocento lance, mille cavaleggieri e ventimila fanti, e sollecitava i suoi alleati, i Veneziani, i Fiorentini, ed i duchi di Milano e di Ferrara, a promettergli dal canto loro mille cavaleggieri e venti mila fanti. Egli continuava queste negoziazioni con tanto maggior zelo, quanto meno pensava a dare esecuzione alle sue promesse; e cercava in ogni modo di accrescere la confidenza dei suoi alleati nella costanza e lealtà del suo carattere[434].

Ma mentre il re tentava con tali pratiche d'ingannare i suoi alleati, Clemente VII con una politica non diversa cercava d'ingannare lo stesso re. Voleva il papa vendere a caro prezzo la sua alleanza all'imperatore, facendosi a lui vedere sostenuto da tutta la potenza della santa lega, e mentre dava agli stati, che avevano prese le armi per la sua liberazione, manifeste prove della sua riconoscente fedeltà, mercanteggiava con Carlo V la misura del prezzo pel quale gli avrebbe abbandonati[435].

Nella santa lega Clemente VII trovavasi associato a stati che non odiava meno di Carlo V, o a dir meglio, l'opinione della quasi irresistibile potenza di questo sovrano aveva pressocchè interamente fatto tacere il suo rancore, mentre non sapeva perdonare a più deboli stati altre più leggieri offese. Nel tempo della sua prigionia avevano i Veneziani occupate Ravenna e Cervia, sotto colore di custodirle per la santa sede; ma in seguito avevano rifiutato di restituirle, e per quante istanze loro ne facesse il papa direttamente, e per mezzo del re di Francia, unendovi anche le minacce, le due città continuarono ad avere guarnigione veneziana[436]. Il duca di Ferrara aveva a mano armata riprese le sue terre di Reggio, Modena e Rubbiera, sulle quali la santa sede non aveva altro diritto che quello che poteva darle la violenta occupazione fattane da Giulio II, poi da Leone X. Pure Clemente VII risguardava come un'usurpazione la riconquista fattane dalla casa d'Este; rivolgevasi alternativamente a tutti i sovrani, perchè le facessero restituire alla santa sede, e si maravigliava che il duca Alfonso fosse da loro protetto dopo avere ricuperati i proprj stati[437]. Ma i più odiati dal papa erano per altro i Fiorentini. Egli non poteva perdonar loro il ristabilimento della loro libertà, nè lo scacciamento della sua famiglia, nè il rovesciamento delle sue statue, nè la persecuzione de' suoi partigiani; domandava che gli fosse restituita sua nipote Cattarina de' Medici, figliuola di Lorenzo duca d'Urbino; e malgrado l'interposizione della Francia, non aveva ancora potuto riaverla[438]. Perciò, dopo avere ricuperata la libertà. Clemente VII non aveva voluto con verun atto pubblico violare la neutralità, sebbene dichiarasse ai Francesi che il solo motivo che lo ritraeva dall'entrare apertamente nella lega, era lo stato di miseria e di debolezza cui trovavasi ridotto[439].

Dal canto suo Carlo V, sebbene prendesse co' suoi nemici il contegno di conquistatore, segretamente desiderava di mettere fine ad una guerra che ruinava le sue finanze, e che, riducendo i suoi popoli alla disperazione, poteva alla fine ridondare in suo danno e grave pericolo. Altronde era sommamente agitato dai progressi della riforma in Germania, e da quelli de' Turchi in Ungheria. Egli non poteva lusingarsi che la costante sua prosperità si mantenesse ancora; perciocchè, sebbene le sue truppe mancanti di danaro, di armi e di munizioni, e spesso mal disciplinate, avessero trionfato di numerose popolazioni, ricche ed agguerrite, in una nuova guerra potevano pure restar perdenti. Perciò Carlo desiderava di staccare dalla lega alcuni de' membri che la componevano, persuadendosi che, quando la lega fosse una volta rotta, gli altri individui temerebbero per se medesimi, e si disporrebbero ad abbandonare i loro alleati. Ma più che tutt'altro egli desiderava l'alleanza del papa; voleva cancellare lo scandalo della di lui prigionia; e dopo avergli fatto sentire tuttociò che poteva temere, credeva giunto il propizio istante di affezionarselo coi beneficj.

Per giugnere al suo intento Carlo V accordò a Clemente VII vinto, spogliato e di fresco uscito di carcere, tali condizioni che appena Clemente avrebbe potuto pretendere se fosse stato costantemente vittorioso. La negoziazione cominciatasi in Roma dall'ambasciatore imperiale Mussetola si terminò in Ispagna dal nunzio del papa, Niccola di Schomberg, arcivescovo di Capoa; ed il trattato di pace e di alleanza tra l'imperatore ed il papa fu sottoscritto a Barcellona il 20 di giugno del 1529[440].

Col trattato di Barcellona Clemente VII prometteva a Carlo V la corona imperiale, che questi disponevasi a venire a prendere in Italia; gli accordava l'investitura del regno di Napoli pel solo tributo d'una cavalla bianca, e la licenza di levare contribuzioni sul clero de' suoi stati. Più variati assai erano gli obblighi di Carlo V; dessi risguardavano la santa sede, la casa de' Medici, ed il ducato di Milano. L'imperatore prometteva al papa di fargli restituire Ravenna e Cervia dai Veneziani, e Modena, Reggio e Rubbiera dal duca di Ferrara. La casa de' Medici più non era rappresentata che dal bastardo Alessandro, perciocchè il papa, sorpreso da grave malattia in principio del 1529, per non lasciare i suoi nipoti senza appoggio nel mondo, aveva il 10 di gennajo dato il cappello di cardinale ad Ippolito da lui sempre prediletto, e cui aveva avuto già prima intenzione di unire in matrimonio all'erede di Vespasiano Colonna, sua pupilla[441]; Carlo V prometteva di rimettere Firenze in potere della casa de' Medici, e di maritare sua figliuola naturale Margarita con Alessandro, che il papa destinava al governo di quella repubblica; all'ultimo l'imperatore prometteva di rimettere alla decisione di un giudice non sospetto la sorte di Francesco Sforza e del ducato di Milano[442].

La notizia del trattato di Barcellona portata a Cambrai, vi affrettò la conclusione del trattato delle Dame, che così fu chiamato quello che negoziavano Luigia di Savoja e Margarita d'Austria. Queste dal canto loro sottoscrissero il 5 agosto del 1629 la convenzione che doveva rendere la pace all'Europa. Ma per quanto fosse grande la diffidenza che aveva potuto eccitare la politica delle corti, l'Europa non era apparecchiata allo scandaloso scioglimento di tutti gl'intrighi che per lo spazio di trent'otto anni avevano occupato il gabinetto di Francia. Col trattato di Cambrai Francesco I sagrificava tutti i suoi alleati, senza nemmeno raccomandarli alla clemenza dell'imperatore, cui li lasciava in balìa. Egli abbandonò coloro che avevano prese le armi in tempo della sua prigionia, che avevano fatto tremare gl'imperiali dopo la vittoria di Pavia, che lo avrebbero anche liberato se egli non avesse tanto affrettata la sua andata in Ispagna, che dopo tale epoca avevano costantemente per lui combattuto, sagrificandogli i loro tesori, i loro soldati, le loro province. Niente stipulò a favore di Firenze, la quale dietro i di lui eccitamenti aveva provocata la collera di Carlo V, e rifiutato più volte vantaggiose offerte di neutralità; niente per Venezia, che dal principio del di lui regno fino al presente erasi mantenuta fedele alleata della Francia, e verso la quale egli aveva recentemente assunti più formali impegni. Vero è che i Veneziani ed i Fiorentini trovavansi nominati nel trattato, ma soltanto per esserne esclusi con un'indegna soverchieria. Diceva uno degli articoli: «Inoltre il detto signore re cristianissimo procurerà che il comune di Firenze si convenga coll'imperatore entro tre mesi da contarsi dalla data del presente trattato, e ciò fatto desso comune sarà compreso nel presente trattato, e non altrimenti.» Un altro articolo nominava i Veneziani per obbligarli ad evacuare tutte le piazze del regno di Napoli nel termine di sei settimane[443]. Ma le pretese intorno alle quali dovevano andare d'accordo, i sagrificj che dovevano fare, o i giudici delle loro liti non erano altrimenti indicati; onde questi alleati erano del tutto abbandonati all'arbitraria volontà dell'imperatore, ed erano, fin che questi non avesse loro accordata la pace, esclusi dal trattato.

Parimenti il re di Francia nulla aveva convenuto pel duca di Milano, al quale aveva guarentiti gli stati col trattato dell'ultima alleanza; nulla pel duca di Ferrara, cui, come pegno d'indissolubile amicizia, aveva dato in matrimonio sua cognata, figliuola del suo predecessore; nulla per i baroni Romani, ed in particolare per gli Orsini, che, col loro attivissimo zelo e co' moltiplici loro servigj a favore della Francia, avevano posta in compromesso la propria esistenza, nulla per i Fregosi a Genova, che fortunatamente trovarono maggiore riconoscenza presso la repubblica di Venezia, nulla pel partito d'Angiò in tutto il regno di Napoli, il quale, mosso dalla memoria d'un'antica fedeltà, aveva prese le armi a di lui favore, e trovavasi oramai respinto verso i patiboli; anzi Francesco si obbligò vergognosamente a non dare asilo ne' proprj stati a nessuno di coloro che avessero portate le armi contro Carlo V, privandosi in tal modo della possibilità di poter dare qualche soccorso a quelli, ch'egli aveva spinti alla loro ruina[444].

Quest'abbandono di tutti gli alleati della Francia era tanto più scandaloso in quanto che Carlo V nello stesso trattato dava un esempio tutt'affatto contrario. Egli non dimenticò gl'interessi di coloro che si erano per lui sagrificati. L'art. 35 ristabiliva in tutti i loro beni gli eredi del duca Carlo di Borbone, come se questi mai non avesse abbandonata la Francia; i susseguenti articoli volevano il mantenimento o il ristabilimento de' diritti ed interessi del conte di Pont-de-Vaux, del principe d'Orange, della duchessa di Vandome, del conte di Gavre, del marchese d'Arschott, finalmente di tutti coloro che, pel loro zelo verso l'imperatore, avevano compromessi i loro diritti o le sostanze da loro possedute in Francia[445]. Vero è che Francesco non si curò di rispettare gl'impegni che assumeva, e tosto che riebbe i suoi figli, fece di nuovo sequestrare i beni di tutti i ribelli francesi[446].

Col sagrificio de' suoi alleati, de' suoi impegni, del suo onore, Francesco I aveva ottenuto grandi modificazioni al trattato di Madrid: egli più non rendeva a Carlo V il ducato di Borgogna, il territorio d'Auxerre, il Maconnese, Bar sulla Senna, la viscontea d'Auxonne, e le dipendenze di San Lorenzo, siccome si era obbligato per ricuperare la sua libertà. Soltanto rinunciava a tutti i diritti di supremazia sopra le province della Fiandra, che restavano all'imperatore; come pure ad ogni diritto sopra tutti gli stati d'Italia da' quali obbligavasi a ritirare le sue truppe prima che spirassero sei settimane. In iscambio gli venivano restituiti i suoi figliuoli a condizione di pagare due milioni di scudi, e di sposare Eleonora, sorella dell'imperatore, e regina vedova di Portogallo, siccome era stato convenuto nel trattato di Madrid[447].

Questo trattato, forse il più fatale all'onore della Francia di qualsiasi altro sottoscritto da verun monarca francese, si pubblicò il 5 di agosto nella chiesa di Cambrai. Pochi dì prima, e quando tutti gli articoli erano di già convenuti, Francesco I aveva protestato agli ambasciatori degli alleati, che mai non gli abbandonerebbe, ed aveva rifiutato ai Fiorentini l'assenso loro accordato dal suo predecessore nel 1512 di fare una pace parziale coll'imperatore, assenso caldamente ricercato allora di bel nuovo dal loro ambasciatore[448].

Il re, che in tempo delle negoziazioni si era recato fino a Compiegne, andò a Cambrai per vedere Margarita subito dopo la sottoscrizione degli articoli; ma perchè sostenere non poteva la vista degli ambasciatori che aveva ingannati, ricusò loro udienza sotto diversi pretesti. Finalmente quando si vide costretto a ricevere Baldassare Carducci, ambasciatore dei Fiorentini, gli volle far credere che il trattato di Cambrai non fosse che uno stratagemma necessario per riavere i suoi figliuoli; protestò non essere altrimenti mutate le sue disposizioni, e se ad onta di qualsiasi impegno ch'egli avesse preso, essere sempre pronto ad assistere i Fiorentini, che incoraggiò pure a fare una vigorosa resistenza[449].

Carlo V non aveva aspettato che si conchiudesse il trattato di Cambrai per prendere la strada d'Italia. Aveva spedito Andrea Doria a Barcellona per assumere il comando delle sue galere; lo aveva onorato più che verun altro monarca non avesse fatto mai un cittadino; aveva voluto che si coprisse alla sua presenza, e lo aveva investito del principato di Melfi[450], confiscato a danno di Ser Gianni Caraccioli. Tostocchè si fu accordato col papa, egli infatti recossi a Barcellona, ed il 29 di luglio andò a bordo della flotta genovese, risguardando di già come sicura la pace colla Francia[451]. Il tragitto fu assai penoso; ed egli non arrivò a Genova che il 12 di agosto, ove ricevette gli articoli della pace di Cambrai. Colà trovavasi alla testa d'un'armata appositamente adunata per dare esecuzione alla pace. Prima di lui erano giunti a Genova due mila Spagnuoli; conduceva sulla sua flotta mille cavalli e nove mila fanti, e doveva essere raggiunto in Lombardia dal capitano Felice di Virtemberga, che gli conduceva otto mila Landsknecht. Nello stesso tempo il principe d'Orange radunava all'Aquila il resto dell'armata che aveva presa Roma e difesa Napoli. Vi si trovavano tre mila Tedeschi, in addietro arruolati sotto il contestabile di Borbone e sotto Giorgio Frundsberg, e quattro mila Italiani che servivano senza paga sotto il comando di Fabrizio Maramaldo di Calabria. Una piccola armata spagnuola, composta degli avanzi delle vecchie bande che si erano sottratte a quelle micidiali campagne, spingeva con poca apparenza di buon esito l'assedio di Monopoli in Puglia, sotto gli ordini del marchese del Guasto, e faceva testa ai Veneziani, che in questa provincia avevano ottenuti alcuni vantaggi[452].

Carlo V era entrato in Italia, intenzionato di valersi di tutti i diritti che aveva acquistati colla vittoria e colla rinuncia di Francesco I; e per verità la di lui armata era abbastanza numerosa ed agguerrita per fargli credere agevole l'esecuzione de' suoi progetti. Ma gli alleati d'Italia, sebbene abbandonati dal re di Francia, non mostravansi del tutto scoraggiati. I Fiorentini spedirono a Genova ambasciatori a Carlo; ma essi ostinatamente rifiutavano di trattare con Clemente VII. L'armata de' Veneziani non era per anco stata attaccata; Malatesta Baglioni tratteneva sotto Perugia quella del principe d'Orange; ed il vescovo di Tarbes, ambasciatore di Francia, non lasciava di persuadere gli alleati a fare resistenza, anche dopo pubblicata la pace, facendo loro sperare i soccorsi di una potente armata francese, che diceva essere di già in cammino[453].

D'altra parte l'urgente pericolo del fratello di Carlo V e di tutto l'impero stesso germanico richiamava a sè l'attenzione dell'imperatore. Solimano con un'armata, che facevasi ascendere a cento cinquanta mila uomini, aveva invaso e guastato tutto il regno d'Ungheria, ed il 13 di settembre aveva posto l'assedio a Vienna. Il tradimento del Visir di Solimano, o la destrezza di Ferdinando, costrinsero veramente il turco a levare l'assedio il 16 di ottobre; ma quel superbo monarca, ritirandosi sdegnato, minacciava tuttavia, ed il terrore incusso dal suo prossimo ritorno era proporzionato alla violenza della sua collera. Altronde la Germania, divisa dalle dispute religiose, vedeva lo spirito d'indipendenza andar crescendo cogli avanzamenti della riforma; e l'imperatore sentiva il bisogno di fissarvi per alcun tempo la sua residenza, onde ristabilirvi l'autorità imperiale; finalmente sperimentava egli stesso quella penuria, che spesse volte aveva lasciata provare ai suoi generali. Aveva tutti esauriti i suoi mezzi per equipaggiare la flotta e trasportare la sua armata, ed in principio della campagna si trovava di già senza danaro. Non pertanto egli non aveva cuore di risolversi a far esercitare sotto i proprj occhi le orribili esazioni con cui Antonio di Leiva ed il principe d'Orange avevano tanto tempo mantenute le loro armate[454].

Per tutti questi motivi Carlo V s'impose, trattando cogli stati d'Italia, una moderazione che non potevasi da lui sperare, e che infatti non si accordava col suo carattere. I soli ai quali non volle accordare veruna indulgenza furono i Fiorentini, non perchè avesse qualche particolare motivo di odio contro di loro, ma perchè credeva per sè vantaggioso di soddisfare pienamente a Clemente VII, e perchè era sollecito di togliere ai popoli il pericoloso esempio d'uno stato che la libertà rendeva prospero[455].

Il 30 di agosto era partito da Genova alla volta di Piacenza, e gli ambasciatori fiorentini che l'avevano seguito, non avendo potuto ottenere pieni poteri, dei quali egli voleva che fossero muniti, per trattare col papa, non vennero ammessi alla sua udienza[456].

Frattanto Antonio di Leiva manteneva viva la guerra contro il duca di Milano; ed il marchese di Mantova, che a prezzo d'oro aveva ottenuto di rientrare nell'alleanza dell'imperatore, era stato posto al comando di un'armata che doveva attaccare i Veneziani. Vero è che queste due guerre trattavansi assai mollemente. Il duca di Milano ed i Veneziani, che egualmente cercavano di negoziare coll'imperatore, temevano d'inasprirlo approfittando de' loro vantaggi. Gli ultimi avevano rinunciato all'attacco di Brindisi, e ritirata la loro flotta a Corfù, evitando una battaglia. Il primo aveva lasciato sorprendere Pavia, che Annibale Picinardo, suo governatore, aveva per tradimento venduta ad Antonio di Leiva; ma sperava tuttavia di potere difendere Cremona e Lodi, ed ambidue si erano vincolati a non trattare separatamente l'uno dall'altro[457].

Clemente VII e Carlo V erano d'accordo di avere un abboccamento in Bologna. Il primo vi si recò in sul finire di ottobre, per ricevere l'illustre suo ospite[458]. Carlo, dietro le calde istanze di Alfonso duca di Ferrara, attraversò i ducati di Modena e di Reggio per passare da Piacenza a Bologna; venne accolto ai confini da Alfonso, che da lungo tempo negoziava per riavere la di lui grazia, e che, mai più non abbandonandolo per molti giorni, riuscì finalmente a guadagnarsi il di lui favore. L'imperatore fece il suo ingresso in Bologna il 5 di novembre, ed il restante dell'anno fu consacrato alle negoziazioni, che dovevano finalmente fissare la sorte dell'Italia[459].

Il papa non aveva cessato di proteggere Francesco Maria Sforza, e non aveva pure voluto dare orecchio ad alcune proposizioni che gli si erano fatte di stabilire la casa de' Medici a Milano piuttosto che a Firenze[460]. Ottenne per lo Sforza un salvacondotto, munito del quale questi si recò a Bologna il 22 di novembre. Appena giunto, l'infelice stato della sua salute diede subito a conoscere che non vivrebbe lungo tempo, e che Carlo V nulla arrischiava trattandolo favorevolmente, poichè con lui spegnevasi la di lui famiglia, ed il ducato di Milano ricadeva all'imperatore. Dopo un mese di negoziazioni, delle quali il papa si fece mediatore, il 23 dicembre del 1529 furono sottoscritti il trattato di pace dello Sforza e quello de' Veneziani[461].

Francesco Sforza venne rimesso nel ducato di Milano, e ne ottenne l'investitura imperiale, o piuttosto, ottenne la conferma di quella che aveva già ricevuta molt'anni prima. Ma egli staccò da questo ducato la contea di Pavia, che cedette ad Antonio di Leiva, il quale ne doveva conservare la sovranità per tutto il tempo della sua vita. Lasciò inoltre in mano dell'imperatore la città di Como ed il castello di Milano come guarenzia dei pagamenti che prometteva di fargli nel susseguente anno. Infatti prima che quell'anno terminasse, prometteva di pagare all'imperatore quattrocento mila ducati per prezzo di quest'investitura; e nei dieci successivi anni, doveva ogni anno pagarne cinquanta mila, che in tutto formavano la somma di novecento mila ducati, pel quale prezzo Carlo V gli vendeva il suo ristabilimento nell'eredità de' suoi antenati. Ma per formare così enorme somma in un paese sventurato, guastato da trent'anni di atroci guerre, dalla carestia e dalla peste, d'uopo era di aggravare la mano sui contribuenti con crudeli imposizioni.

Perciò i Milanesi non trovarono sotto Francesco Sforza quel riposo e quella prosperità che da tanto tempo desideravano. Ne' pochi anni che ancora passarono sotto il di lui governo, poterono appena cicatrizzare le profonde piaghe che loro aveva fatte la guerra, e più volte ebbero a dolersi dell'eccessivo prezzo che pagavano pel ritorno del loro principe[462]. Per affezionare Francesco alla sua casa, Carlo V gli fece sposare sua nipote Cristierna, figlia del re di Danimarca, la quale principessa arrivò a Milano in aprile del 1534. Ma questo matrimonio inspirava poca confidenza ai principi ed ai popoli vicini. La salute di Francesco Sforza era a tale termine ridotta, che non potevasi avere lusinga di vederlo godere una lunga vita, nè avere speranza che lasciasse figliuoli dopo di lui. Infatti egli morì il 24 ottobre del 1535, senza posterità, chiamando con suo testamento erede l'imperatore[463].

Per ottenere la pace i Veneziani restituirono al papa le città di Ravenna e di Cervia, ed all'imperatore i porti sull'Adriatico ch'essi avevano conquistati nella Puglia. Essi ad ogni modo richiesero un assoluto perdono per tutti coloro che gli avevano serviti, e che tornavano sotto gli antichi loro sovrani. Dal canto loro accordarono pure il perdono ad una parte de' loro esiliati, e fissarono sui loro beni una pensione a favore di coloro cui non vollero permettere di tornare in patria. Inoltre i Veneziani promisero di pagare a certi termini i dugento mila ducati di cui andavano tuttavia debitori verso l'imperatore, e si obbligarono di aggiungerne altri cento mila come prezzo della pace. Fecero ricevere il duca d'Urbino, loro generale, sotto la protezione dell'imperatore, e finalmente si obbligarono a guarentire i possedimenti dell'imperatore in Italia, e del duca di Milano, ma soltanto contro i principi cristiani, non volendo sottoscrivere verun trattato che potesse strascinarli in una guerra contro i Turchi[464].

Il trattato di pace di Alfonso, duca di Ferrara, fu assai più che non i precedenti difficile a conchiudersi; negli altri due il papa aveva fatte le parti di mediatore, mentre che era ostacolo egli medesimo alla conchiusione di questo. Aveva lungamente cercato d'impedire che Alfonso non fosse ammesso in Bologna, ed a stento acconsentì di accordargli un salvacondotto il 20 marzo del 1530. Dopo tale epoca Alfonso trattò i suoi affari personalmente; ma egli doveva difendere contro il papa la totalità de' suoi stati. Clemente VII riclamava per la santa sede Modena e Reggio, conquistate dai suoi predecessori, e Ferrara che pretendeva avere Alfonso perduta coll'avere egli fatta la guerra al papa, suo supremo signore. Carlo V non desiderava di rendere tanto potente lo stato della Chiesa; egli si riprometteva assai più dell'ubbidienza all'impero di un duca di Ferrara, che di un futuro papa; e soltanto egli voleva aggiustare queste vertenze prima di abbandonare l'Italia, per non lasciare dietro di sè alcun seme di guerra; in conseguenza stimolava Alfonso di prenderlo arbitro di tutti i suoi interessi. Alfonso, che conosceva il trattato di Barcellona, col quale l'imperatore si era obbligato a far restituire alla santa sede Modena, Reggio e Rubbiera, aveva paura di acconsentirvi; Clemente VII dal canto suo non diffidava meno di assoggettare alla disamina de' giureconsulti i diritti totalmente immaginarj della santa sede sopra Modena e Reggio. Per persuaderlo, Carlo V segretamente gli promise, che, dopo l'esame de' reciproci diritti, se i giureconsulti decidevano a favore della santa sede, pubblicherebbe e farebbe eseguire la loro sentenza, che, se accadesse il contrario, la sentenza non sarebbe mai pubblicata, e che, spirato il termine del compromesso, le due parti rientrerebbero ne' rispettivi diritti. Dopo quest'iniqua convenzione, il papa ed il duca di Ferrara si assoggettarono all'arbitramento della camera imperiale con un compromesso sottoscritto il 20 di marzo, e le terre contestate furono depositate in mano dell'imperatore[465].

Carlo V, che tacitamente aveva ritornato in sua grazia Alfonso d'Este, volle dargliene una prima dimostrazione il 25 di marzo, accordandogli l'investitura della città e della contea di Carpi, che aveva confiscata a pregiudizio di Alberto Pio in gastigo del di lui attaccamento alla Francia. Vero è che Alfonso pagò sessanta mila ducati in effettivo danaro per questo favore, promettendo di pagarne altri quaranta mila a lungo termine. I rispettivi diritti dell'impero, della santa sede e della casa d'Este furono in seguito discussi con molte scritture da varj giureconsulti, i quali conchiusero che le città di Modena, Reggio e Rubbiera non erano state altrimenti comprese nella donazione dell'esarcato di Ravenna, fatta ai pontefici da Pipino, o da Carlo Magno; e che perciò queste città non avevano mai cessato di far parte del dominio dell'impero. Per tal modo, piuttosto che riconoscere o i diritti delle popolazioni di essere governate pel loro maggiore vantaggio, o quelli de' trattati, o quelli che dà il possesso, si ricorse ad un'apocrifa transazione di un secolo barbaro, senza farsi carico di sette secoli di successive rivoluzioni. Carlo V, trovandosi in Colonnia il 21 dicembre del 1530, pronunciò la sua arbitramentale sentenza a favore della casa d'Este; soltanto il papa riuscì ad impedirne la pubblicazione fino al 21 aprile del 1531. Con questa si obbligava la santa sede a conferire al duca Alfonso l'investitura di Ferrara, contro il pagamento di cento mila ducati d'oro da farsi alla camera apostolica; mentre che la camera imperiale, la quale dal canto suo si era fatta lautamente pagare, accordò allo stesso duca l'investitura di Modena, Reggio e Rubbiera, come feudi dell'impero[466].

Il duca d'Urbino era stato presentato in Bologna all'imperatore ed al papa dagli ambasciatori veneziani, ed era stato egualmente ben accolto dall'uno e dall'altro[467]. Federico Gonzaga, marchese di Mantova, era stato uno de' primi tra i piccoli potentati a fare la sua pace coll'imperatore, cui apparecchiava uno splendido ricevimento nella sua capitale, ottenendo in contraccambio da lui il 25 di marzo un diploma, col quale il marchesato di Mantova veniva eretto il ducato[468]. Il duca Carlo III di Savoja ed il marchese Bonifacio di Monferrato recaronsi pure personalmente a Bologna per fare la loro corte al monarca diventato il solo arbitro dell'Italia. Il primo era cognato dell'imperatore, essendo sua moglie Beatrice, siccome pure quella di Carlo V, figlia del re di Portogallo; ed era in pari tempo zio di Francesco I, perchè Luigia d'Angoleme, di lui madre, era sua sorella. Questo doppio parentado aveva senza dubbio contribuito a farlo rispettare dai due rivali monarchi in tempo delle guerre che avevano fino allora guastata l'Italia. I suoi stati avevano sofferto assai pel continuo passaggio delle armate, ma per altro erano sempre stati risguardati come neutrali: ma Luigia, duchessa d'Angoleme, morì nel susseguente anno, e Carlo III, perdendo la sua protettrice alla corte di Francia, credette più prudente consiglio di attaccarsi totalmente all'imperatore cui vedeva salito all'apice della potenza; e questo cambiamento di politica trasportò ne' suoi stati le guerre che bentosto si riaccesero tra i due rivali[469].

La repubblica di Genova occupava in allora un altissimo grado nel favore di Carlo, ed il liberatore di lei Andrea Doria aveva ricevuto dal monarca nuove distinzioni. Nella Toscana due altre repubbliche, Siena e Lucca, conservavano nell'oscurità la loro indipendenza: erano da lungo tempo affezionate al partito Ghibellino, e venivano considerate quali feudatarie dell'impero; avevano continuamente somministrati sussidj alle armate imperiali, ed il solo favore che domandavano in contraccambio, era di venire dimenticate; effettivamente al primo aspetto i loro rapporti cogli altri stati non parvero cambiati; ma il consolidamento della potenza imperiale in Italia le faceva sempre più di mano in mano decadere dal rango e dall'importanza di stati indipendenti.

La sola repubblica di Firenze non era compresa in questa pace universale: Carlo V aveva promesso al papa di sagrificargliela; e sul di lei territorio egli andava ragunando tutte le armate che successivamente richiamava dalle diverse province cui rendeva la pace. Tutta questa gente, nudrita nel sangue e ne' delitti, che aveva pel corso di trent'anni spogliate senza pietà ed avvolte nel dolore tutte le contrade dell'Italia, si adunava adesso in Toscana. Ma Carlo V preferiva di non essere testimonio dello sterminio di quell'industre ed illuminato popolo, che tanto aveva contribuito ai progressi delle lettere, delle arti, delle scienze, e che in faccia sua non aveva verun demerito. Egli si era legate le mani col papa, obbligandosi a non avere pietà dei Fiorentini; perciò non volle trovarsi a portata di sentire le loro preghiere, quando dovrebbe ricusar loro ogni compassione; e questo motivo si aggiunse a tutti gli altri sovraccennati, che già lo affrettavano a prendere la strada della Germania.

Carlo V si era proposto di ricevere in Italia le due corone della Lombardia e dell'impero. Secondo l'antica costumanza, avrebbe dovuto cingere la prima a Milano nella chiesa di sant'Ambrogio, e la seconda a Roma nella basilica di san Giovanni Laterano. Ma pare che troppo non desiderasse di vedere queste due città, le quali erano state barbaramente trattate da' suoi generali: pretestò lettere di suo fratello Ferdinando, re d'Ungheria, che lo affrettavano a recarsi in Germania, ed ottenne dal papa che le due coronazioni si facessero in Bologna. Queste cerimonie ebbero dunque luogo, la prima il 22 di febbrajo nella cappella del palazzo pontificio, la seconda il 24 di marzo nella cattedrale di san Petronio. Da ottant'anni a quella parte l'Italia più non aveva veduto coronarsi verun imperatore, e questa fu pure l'ultima coronazione. Tutto adunque contribuì a rendere questa cerimonia magnifica, ed il fasto e la pompa che si spiegarono in tale occasione, ed il rango de' personaggi che in tale circostanza corteggiarono l'imperatore, ed il terrore che inspiravano le vittoriose legioni che lo circondavano, e la gloria militare de' loro capi[470].

Ma la coronazione di Carlo V a Bologna è ancora più notabile, siccome l'epoca della nuova potenza cui erasi l'imperatore innalzato, e dell'intera servitù dell'Italia. Nè Carlo Magno, nè il primo Ottone, non avevano ottenuto in mezzo a tutta la gloria delle loro conquiste un così illimitato potere su tutta l'Italia come quello che vi esercitava Carlo V. I primi erano stati contenuti dalle prerogative della Chiesa, da' privilegj de' principi e delle città, e per quanto si estendessero le loro pretese, scontravano dovunque delle barriere che non potevano superare. Ma nell'istante in cui venne coronato Carlo V, più non eravi alcuna parte d'Italia che potesse chiamarsi indipendente. Il popolo che così lungamente aveva occupata la storia colle sue alte imprese, colle sue virtù, co' suoi talenti e colla sua politica, aveva cessato di esistere come nazione. Al mezzodì i due regni di Sicilia e di Napoli riconoscevano l'immediata sovranità di Carlo V. Lo stato della chiesa, che veniva dopo quelli co' suoi piccoli principi feudatarj, era stato talmente domo dalle vittorie dell'armata imperiale, che il papa aveva perduta ogni confidenza nelle proprie forze, ed ogni idea di resistenza. La Toscana, invasa dalle armate di Carlo, era vicina ad essere convertita in un principato feudale dell'impero. I duchi di Ferrara, di Mantova, di Milano, di Savoja, ed il marchese di Monferrato dovevano l'esistenza loro al beneplacito dell'imperatore, ed in questi ultimi mesi essi medesimi avevano confessate e più strettamente rannodate le loro catene. La repubblica di Genova, libera soltanto entro il recinto delle sue mura, si era colle sue esterne relazioni compiutamente assoggettata alla politica spagnuola. Quella di Venezia si era sottratta tremando ai pericoli che la minacciavano, ma non lasciava perciò di sentire tutta la sua debolezza: ella calcolava l'infelice suo stato meglio assai che non facevano i suoi vicini, e di già si assoggettava a quella timida e sospettosa condotta, con cui protrasse la sua esistenza per lo spazio di quasi tre secoli, rinunciando all'influenza che aveva fin allora esercitata su tutta l'Europa. Dall'una all'altra estremità dell'Italia la potenza dell'imperatore era del tutto illimitata. Colui che avesse avuto la disgrazia d'incontrare il suo risentimento, colui che ardito avesse, nei suoi discorsi, nelle sue scritture, di giudicare liberamente le di lui azioni o quelle de' generali o de' ministri di lui, non avrebbe trovato asilo contro la formidabile di lui collera, nè alla corte dei principi, nè in seno delle repubbliche. Tutti gl'Italiani tremavano ed ubbidivano; e quando Carlo V partì per recarsi in Germania, ne' primi giorni d'aprile del 1530, non aveva verun motivo d'inquietudine rispetto alle province che si lasciava alle spalle[471].

FINE DEL TOMO XV.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XV.]

Capitolo CXIV. Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta dei Francesi alla Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI. 1521-1523 [pag. 3]
I destini d'Italia si decidevano in forza di una guerra tra gli stranieri [3]
Debolezza de' potentati italiani in confronto alle quattro monarchie che in allora disponevano dell'Europa [4]
Ingrandimento della potenza territoriale dei papi [5]
Leon X mantenendosi neutrale avrebbe accresciuta la sua possanza e protetti i suoi compatriotti [6]
La sua inconsideratezza compromette la potenza temporale e spirituale della Chiesa [6]
1517-1521 Principj della riforma cui presta poca attenzione [7]
La riforma risveglia in Italia inquietudine, non curiosità [8]
La fede religiosa era somma; ma la religione non occupava gli animi [9]
Prodigalità di Leon X che l'avrebbe posto in grande imbarazzo, se fosse vissuto più a lungo [10]
1517-1521 L'armata di Lombardia, abbandonata dalla Chiesa, si discioglie [10]
Il signore di Lautrec non sa, o non può approfittare della debolezza de' suoi avversarj [11]
Sollevazione negli stati della Chiesa. Francesco Maria della Rovere ricupera il ducato d'Urbino [12]
1522 5 gennajo. I Baglioni sono di bel nuovo ricevuti in Perugia [12]
Rivoluzioni a Camerino, a Todi, e tentativo sopra Siena [13]
Il duca di Ferrara ricupera tutto ciò che aveva perduto [14]
1521 26 di dicembre. Apertura del conclave; credito del cardinale Giulio de' Medici [16]
Rivalità di Prospero Colonna, che impedisce che sia eletto [16]
1522 9 gennajo. Inaspettata elezione d'Adriano Florent, che si fa chiamare Adriano VI [17]
Governo della Chiesa durante la lontananza del papa [18]
21 gennajo. Il card. de' Medici torna a Firenze [19]
Lusinga la società de' giardini Rucellai colla speranza di rendere la libertà alla sua patria [20]
Non avendo più che temere per parte de' Francesi, si leva la maschera [22]
7 di luglio. Fa perire due repubblicani fiorentini per avere cospirato contro di lui, ed altri ne bandisce [22]
Dissipazioni di Francesco I, che fanno mancare le imprese sulla Lombardia [23]
1522 Funeste conseguenze di ciò ch'egli soleva chiamare, aveva liberati i re dalla tutela de' loro famigliari [24]
Funeste conseguenze della sua diffidenza dei comuni, che priva la Francia d'una infanteria nazionale [24]
1.º di marzo. Il Lautrec passa l'Adda e si avvicina a Milano [26]
Attività di Prospero Colonna e de' generali imper. nel difendere Milano [26]
Morte di M. A. Colonna e di Camillo Trivulzio [28]
Il Lautrec prende Novara, ed è respinto sotto Pavia [28]
Gli Svizzeri della sua armata chiedono che si avvicini ad Arona [29]
Le due armate soffrono egualmente pel ritardo del loro soldo [29]
Gli Svizzeri domandano ad alta voce il congedo o la battaglia [30]
Crequì, signore di Pondormì, si avanza per riconoscere Prospero Colonna alla Bicocca [31]
Gli Svizzeri, malgrado il suo rapporto, sforzano il Lautrec a venire a battaglia [32]
29 aprile. Disposizioni del Lautrec per la battaglia della Bicocca [33]
Gli Svizzeri attaccano prima che gli altri corpi giungano sulla linea [34]
Gli Svizzeri che attaccano di fronte le batterie vengono respinti, dopo avere perduti tre mila uomini [35]
1522 Sono pure respinti il maresciallo di Foix ed il Lautrec [36]
Gli Svizzeri si ritirano ne' loro paesi, e Lautrec passa alla corte [37]
Giustificazione di Lautrec, cui Luigia di Savoja aveva intercettati i sussidj destinatigli dal re [38]
Sorpresa di Lodi e dedizione di Pizzighettone agl'imperiali [39]
26 di maggio. Convenzione di Cremona, in forza della quale Lescuns promette di evacuare la Lombardia [40]
6 di luglio. La convenzione si eseguisce, ed i Francesi si ritirano [40]
Prospero Colonna si avanza verso Genova per iscacciarne Ottaviano Fregoso [41]
30 maggio. Genova viene sorpresa e saccheggiata dagli Spagnuoli [42]
Il duca di Lungavilla, giunto essendo fino a Villanuova d'Asti, si ritira [43]
L'Italia oppressa dall'armata imperiale [43]
Gli stati indipendenti assoggettati ad arbitrarie contribuzioni [44]
Gl'Italiani aspettano con impazienza l'arrivo del papa [45]
29 agosto. Adriano VI giugne a Roma dopo essersi sottratto ad un abboccamento con Carlo V [46]
Scienza e virtù monastiche di Adriano VI [46]
I Romani ravvisano in esso un barbaro, nemico delle arti e delle lettere [47]
1522 Progetti di riforma di Adriano VI, tutti dannosi ai Romani [47]
Peste in Roma ed in Firenze disseminatasi per la negligenza d'Adriano VI [48]
25 dicembre. Solimano il magnifico occupa Rodi [48]
1523 Adriano VI riconcilia alla Chiesa i duchi d'Urbino e di Ferrara [49]
Il card. Soderini, ministro del papa, propende a favore della Francia [50]
Disgrazia del Soderini, per cui il papa entra nel partito imperiale [52]
14 aprile. Il castello di Milano si arrende a Prospero Colonna [52]
La repubblica di Venezia ufficiata ad abbandonare l'alleanza francese [53]
I Veneziani non vogliono esporsi ad una guerra coi Turchi [54]
Fine di luglio. Loro alleanza coll'imperatore, con suo fratello, e con Francesco Sforza [55]
Condizioni di questa nuova alleanza [55]
3 di agosto. Confederazione del papa, dell'imperatore, del re d'Inghilterra, dell'arciduca d'Austria, di Milano, Firenze, Genova, Siena e Lucca [57]
25 agosto. Tentativo di Bonifacio Visconti per assassinare il duca di Milano [58]
Rivoluzione di Valenza che viene compressa da Antonio di Leyva [59]
Possente armata adunata da Francesco I per attaccare l'Italia [60]
1523 Segreto malcontento del Borbone contro di lui [61]
Cospirazione del Borbone contro la stessa esistenza della Francia [62]
Il Borbone inganna il re, e fugge da Moulins a Besanzone [64]
Moltissimi gentiluomini implicati nella congiura del Borbone [65]
Francesco I rinuncia al comando della sua armata, e lo trasferisce all'ammiraglio Bonnivet [65]
Prospero Colonna, cui era affidata la difesa dell'Italia, trovavasi infermo d'animo e di corpo [66]
Timidità ed affettati indugj del duca d'Urbino [67]
Debolezza dell'armata imperiale, che vuole difendere il Ticino [68]
14 di settembre. L'armata francese passa il Ticino per portarsi verso Milano [69]
Papa Adriano VI muore lo stesso giorno dopo breve malattia [69]
I Romani risguardano la di lui morte come una liberazione [70]
Capitolo CXV. Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che è fatto prigioniero nella battaglia di Pavia. 1523-1525 [72]
1523 Lealtà di Adriano VI [72]
Questa lo rende intollerante in materia di religione; sua condotta verso Lutero [73]
1523 Sua severità verso i Marrani, Giudei e Mori convertiti [74]
Lasciava ai cardinali gli affari secolari, senz'avere fidanza in loro [75]
1.º ottobre. Entrano in conclave trentasei cardinali [75]
Molti aspirano alla tiara [76]
Il sacro collegio diviso tra Giulio de' Medici e Pompeo Colonna [76]
Pompeo Colonna, per timore del cardinale Orsini, si unisce al Medici [78]
18 novembre. Elezione di Giulio dei Medici sotto il nome di Clemente VII [78]
Fede dei Romani e dei letterati in Clemente VII [79]
29 di settembre. Alfonso d'Este occupa Reggio, ma depone le armi dopo l'elezione di Clemente VII [80]
Clemente manda a Firenze i bastardi Ippolito ed Alessandro col card. di Cortona per governare la repubblica [82]
14 settembre. L'ammiraglio Bonnivet passa il Ticino, e comincia la campagna in Lombardia [83]
Bonnivet perde tre giorni in riva al Ticino e dà tempo al Colonna di fortificare Milano [85]
20 settembre. Il Bonnivet si avanza sotto Milano, e fa occupare Lodi, Monza e Caravaggio [85]
Molte piccole perdite costringono Bonnivet a riunire le sue truppe [87]
27 novembre. È forzato di ritirarsi ad Abbiategrasso [89]
Maravigliosi talenti di Prospero Colonna per la guerra difensiva [89]
1523 30 dicembre. Questi muore dopo otto mesi di malattia [90]
1524 Bonnivet licenzia una parte della sua fanteria [91]
Il contestabile di Borbone giugne a Milano con sei mila landsknecht [91]
Febbrajo. Bajardo si lascia sorprendere a Robecco [93]
2 marzo. Il Pescara fa passare il Ticino all'armata imperiale per tener dietro ai Francesi [94]
Bonnivet si chiude in Novara, e gli imperiali tentano di circondarlo [95]
Rinforzi che arrivano a Bonnivet dalla Francia, dalla Svizzera e dai Grigioni [95]
Gio. de' Medici sforza i Grigioni a tornare ne' loro paesi [96]
I Milanesi prendono Abbiategrasso, ma vi contraggono la peste [97]
Bonnivet risolve di unirsi agli Svizzeri che erano venuti fino a Gattinara per liberarlo [98]
Principio di maggio. Bonnivet conduce di notte la sua armata da Novara a Romagnano sulla Sesia [98]
Passa la Sesia, ma resta ferito, e Vandenesse ucciso [99]
Affida il comando a Bajardo, che rimane ucciso [100]
Eseguisce la sua ritirata per Ivrea, Val d'Aosta e san Bernardo [102]
I Francesi abbandonano Alessandria e Lodi, ed evacuano l'Italia [103]
Voti degli Italiani dopo la vittoria, e loro malcontento dei ministri dell'imperatore [103]
1524 Il Borbone sollecita Carlo V ed Enrico VIII ad attaccare la Francia [105]
Luglio. Il Borbone ed il Pescara entrano in Provenza con sedici mila uomini [106]
Assedio di Marsiglia in parte difesa dagli Italiani [107]
Settembre. Il Borbone ed il Pescara levano l'assedio di Marsiglia e si ritirano precipitosamente [109]
Invece d'inseguire i fuggiaschi Francesco I vuole precederli in Lombardia [110]
Francesco I, come Bonnivet, non conosceva l'arte della guerra [112]
26 ottobre. I Francesi entrano in Milano nell'atto che escono gli imperiali [113]
Disordine dell'armata imperiale che ritirasi a Lodi [114]
Francesco I non l'insegue a cagione di certe bizzarre sue opinioni dell'onore della corona [115]
28 ottobre. Francesco I comincia l'assedio di Pavia [117]
Tenta di deviare le acque del Ticino, ma le piogge guastano il suo lavoro [118]
Gli alleati dell'imperatore cominciano a staccarsi da lui [119]
Clemente VII manda il suo datario a Francesco I per trattare con lui [119]
Il papa ed il senato veneto si obbligano a mantenersi neutrali [121]
Francesco I manda il duca d'Albanì con un'armata contro Napoli [122]
1524 Il Pescara si oppone al progetto di mandar gente in difesa di Napoli [123]
L'Albanì richiama all'alleanza francese il duca di Ferrara, Lucca e Siena [124]
4 dicembre. Giovanni de' Medici colla banda nera passa al partito francese [125]
1525 gennajo. Il Borbone riconduce dalla Germania 12,000 landsknecht [126]
Angustie degli imperiali per mancanza di danaro; provvedimento del Leyva in Pavia [127]
L'armata del Pescara non ha sufficiente danaro per mettersi in campagna [128]
Pescara ottiene dai soldati la promessa di servire ancora un mese senza soldo [129]
25 di gennajo. L'armata imperiale si incammina alla volta di Pavia [130]
Tutti i generali consigliano il re a levare l'assedio [131]
Il Bonnivet lo persuade a rimanere nelle sue linee [132]
Francesco I ristringe i suoi alloggiamenti e li fortifica [133]
Posizione de' Francesi tra il parco di Mirabello ed il Ticino [133]
30 gennajo. Il Pescara prende d'assalto la rocca di sant'Angelo [135]
Disfatta del marchese di Saluzzo e di Gian Luigi Palavicino [135]
Gian Jacopo Medici, attaccando Chiavenna, sforza le linee a richiamare 6,000 Grigioni dell'armata del re [136]
3 febbrajo. L'armata imperiale si alloggia un miglio lontano dai Francesi [137]
1525 Il Pescara cerca, scaramucciando, di tirare i Francesi in un fatto generale [137]
20 febbrajo. Giovanni de' Medici ferito si fa trasportare a Piacenza [138]
Il Pescara si propone d'entrare nel parco, e di avanzarsi sopra Mirabello [139]
25 febbrajo. La sua armata entra nel parco due ore prima di giorno [140]
Il re, vedendo passare gl'imperiali avanti di lui, entra in battaglia [141]
I Francesi in principio della battaglia hanno il vantaggio [142]
Gli uomini d'armi vengono disordinati dagli archibugieri spagnuoli [143]
Gli Svizzeri fuggono, ed i landsknecht sono uccisi [144]
Il re vien fatto prigioniere; i suoi principali signori si fanno uccidere [145]
Perdita de' Francesi tra morti e prigionieri [146]
Il rimanente dell'armata francese si ritira dal Milanese [147]
Capitolo CXVI. Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto d'una lega fra di loro per difendere la propria indipendenza; vi si associa il Pescara, in appresso li tradisce e spoglia de' suoi stati il duca di Milano. Francesco I ricupera la libertà in forza del trattato di Madrid. 1525-1526 [149]
1525 Le potenze d'Italia conoscono d'essere in balìa del vincitore di Pavia [149]
1525 Armata de' Veneziani sotto il duca d'Urbino [150]
Indebolimento della repubblica di Venezia [151]
Conformità e differenze tra il governo della Chiesa e quello di Venezia [152]
I preti incapaci d'amministrare [153]
Rapida ruina di tutti gli stati soggetti alla Chiesa [154]
Difficoltà in cui trovavasi Clemente VII a cagione delle prodigalità di Leon X [154]
Sordida e mal intesa economia di Clemente VII [155]
Odio del popolo romano verso Clemente VII [156]
Malcontento de' Fiorentini, e rammarico d'avere perduta la libertà [157]
Pentimento del papa e de' Veneziani d'aver fatto dipendere la loro sorte da un uomo, non da una nazione [158]
La battaglia di Pavia costava alla Francia poco più della prigionia del re [158]
Un re cessa di essere sovrano nell'istante che è fatto prigioniere [159]
L'armata imperiale non è in istato di approfittare de' suoi vantaggi [160]
Costante penuria dell'imperatore; conseguenza dei disordini della di lui amministrazione [161]
Francesco I risguarda la causa della Francia come perduta, perchè egli è prigioniere [163]
Il duca d'Albanì si ritira ne' feudi degli Orsini [164]
I Veneziani propongono una lega a Clemente VII per difesa della indipendenza italiana [165]
Ascolta di preferenza le proposizioni de' generali imperiali [167]
1.º aprile. Sottoscrive in Roma un trattato tra l'imperatore, il duca di Milano, i Fiorentini e la Chiesa [167]
Spaventose contribuzioni levate dai generali imperiali sugli stati d'Italia [168]
Dopo avere ricevuto il danaro del papa, i generali imperiali ricusano di eseguire il trattato fatto con lui [169]
Umiltà ipocrita di Carlo V nell'istante della vittoria [170]
Esorbitanti proposizioni che fa a Francesco I [171]
Disgusta il cardinale Wolsey, e con lui il re d'Inghilterra [171]
Il duca d'Albanì s'imbarca a Cività Vecchia cogli avanzi dell'armata [172]
7 giugno. Il Lannoy persuade Francesco I ad imbarcarsi per la Spagna, senza saputa del Pescara e del duca di Borbone [173]
Francesco, impaziente di riavere la libertà, offre di sagrificare l'Italia all'imperatore [174]
Gl'Italiani invitano la Francia ad una lega per obbligar Carlo a mettere Francesco in libertà [176]
Oppressione di Francesco Sforza sotto i ministri imperiali [177]
Francesco Sforza ed il suo cancelliere Moroni entrano nella lega d'Italia [178]
1525 Il Moroni cerca di trarre nella stessa lega il marchese di Pescara [179]
Gli offre a nome della lega la corona di Napoli [180]
Progetto del Moroni comunicato al Pescara per sorprendere l'armata imperiale [181]
Il Pescara fa consultare alcuni teologi intorno a' suoi scrupoli [182]
Negoziazioni della corte di Roma con Enrico VIII d'Inghilterra [183]
1.º luglio. Negoziazioni del vescovo di Veruli cogli Svizzeri [184]
24 giugno. Promessa della reggente di Francia di secondare gli sforzi degl'Italiani per difendere la loro indipendenza [185]
La duchessa d'Alenson compromette i disegni degl'Italiani, da lei conosciuti [187]
Il Pescara risolve di tradire gli alleati che volevano farlo re di Napoli [189]
Agosto. Francesco Sforza riceve l'investitura del ducato di Milano ad onerosissime condizioni [190]
Malattia dello Sforza che ritarda le misure degli alleati [191]
Malattia di Francesco I a Madrid, che ravviva le di lui negoziazioni coll'imperatore [192]
14 ottobre. Il Pescara cava la maschera e fa arrestare il Moroni nel castello di Novara [193]
Il Pescara si fa consegnare tutte le fortezze del ducato di Milano [195]
1525 Circonda di trincee il castello di Milano e ne comincia l'assedio [196]
Il senato di Venezia ricusa di trattare coll'imperatore finchè il ducato di Milano è occupato dalle di lui truppe [196]
14 novembre. Disprezzo manifestato dai Castigliani verso il contestabile di Borbone [198]
Gl'Italiani hanno in orrore il marchese di Pescara [198]
30 nov. Il Pescara muore in Milano [199]
Condizioni della lega progettata tra la Francia, l'Inghilterra ed i principi italiani [200]
Irrisoluzione di Clemente VII nel sottoscriverla [201]
Opposizione tra Niccolò di Schomberg ed il datario Ghiberti [202]
Nuove proposizioni dell'imperatore al papa, che protraggono la conclusione della lega [203]
Acconsente ad una dilazione di due mesi prima di obbligarsi [204]
Smisurata ambizione di Carlo V nel trattare colla Francia [206]
1526 14 gennajo. Trattato di Madrid, sagrificj imposti a Francesco I [206]
18 marzo. Francesco viene posto in libertà e cambiato co' suoi figli [208]
Capitolo CXVII. Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono abbandonati dalla Francia e mal serviti dal duca d'Urbino; crudeltà degl'imperiali in Lombardia. Clemente VII, sorpreso nel Vaticano dai Colonna, è forzato ad acconsentire ad una tregua che poi viene da lui violata. 1526 [210]
1526 Tutti gl'Italiani bramano ardentemente l'espulsione dei Barbari [210]
Crudeltà degli oltremontani in tutte le province d'Italia [211]
Gl'Italiani, non isperando la pace, desideravano almeno una guerra nazionale [213]
Frequenti insurrezioni nel Milanese [213]
Spossamento di Carlo V, disordine delle sue finanze [214]
I re di Francia e d'Inghilterra disposti a secondare gl'Italiani [215]
Alla nazione italiana mancava lo spirito militare [215]
Ed ai governi italiani mancava il coraggio morale [217]
Il papa ed i Veneziani mandano ambasciatori a Francesco I [218]
Francesco I loro dichiara, che non credesi legato dal trattato di Madrid [218]
Ma il suo coraggio ed ambizione erano compressi dalla disgrazia [219]
22 maggio. Francesco I si unisce a Clemente VII, ai Veneziani ed a Francesco Sforza per la libertà d'Italia [221]
Insurrezione a Milano, e convenzione tra gli Spagnuoli ed il popolo [222]
Giugno. Le truppe di Venezia e della Chiesa si avanzano verso l'Adda ed il Po, nel mentre che gli alleati ordinano leve di Svizzeri [223]
1526 Lentezza e sutterfugj di Francesco I, che negozia coll'imperatore [225]
Ugo di Moncade cerca invano di staccare Clemente VII dalla Francia [226]
Il duca d'Urbino capo dell'armata della lega, suo carattere e suo timido sistema di guerra [227]
Tardanza degli Svizzeri aspettati all'armata del papa [228]
17 di giugno. I generali spagnuoli eccitano avvertitamente una sollevazione in Milano per aver motivo di punire il popolo [229]
Intollerabili vessazioni degl'imperiali a Lodi [230]
Luigi Vistarini, per liberarsene, apre la città all'armata alleata [230]
26 giugno. L'armata della Chiesa si unisce a quella del duca d'Urbino, ed i generali di lei lo affrettano ad avanzarsi verso Milano [232]
7 luglio. Scaramuccia del duca d'Urbino alle porte di Milano [234]
8 luglio. Si ritira a precipizio in tempo di notte [235]
Nello stesso giorno si pubblica la lega in Francia, a Roma, a Venezia [235]
Principio delle diffidenze, e de' malcontenti fra gli alleati [236]
Miseria de' Milanesi, e loro spaventosa oppressione sotto gli Spagnuoli [237]
I Milanesi implorano la protezione del duca di Borbone che giugneva allora dalla Spagna [239]
1526 Il Borbone gl'inganna, e prende il loro danaro sulla parola che non attiene [239]
17 luglio. Il duca di Milano fa uscire dal castello 300 bocche inutili [240]
22 luglio. Il duca d'Urbino si accampa a due miglia da Milano [241]
24 luglio. Francesco Sforza è forzato a capitolare per assoluta mancanza di vittovaglie [242]
Il duca di Milano raggiugne gli alleati che gli danno il possesso di Lodi [243]
Il papa vuole mutare il governo di Siena devoto all'imperatore [243]
17 di giugno. Armata pontificia e fiorentina sotto Siena [244]
25 luglio. Quest'armata è posta in fuga da quattrocento soldati [244]
Cattiva politica di temporeggiare del duca d'Urbino [246]
Gl'Italiani diffidano del re di Francia; G. B. Sanga viene spedito presso di lui in qualità di nunzio apostolico [247]
La lentezza del re di Francia era cagionata dalla sua non curanza, e dal suo gusto pei piaceri [248]
Flotta spagnuola armata a Cartagena per portare truppe in Italia [250]
Il duca d'Urbino eccitato ad attaccare Genova per terra, mentre la flotta della lega l'attaccava dalla banda del mare [251]
6 agosto, 23 settembre. Assedia e prende Cremona [251]
29 agosto. Pietro Navarro comincia l'assedio di Genova colla flotta della lega [252]
1526 22 agosto. Il papa si rappatuma coi Colonna, soscrive con loro un trattato di pace, e licenzia le sue truppe [253]
Pompeo Colonna non aveva firmato il trattato che per sorprendere il papa [254]
20 settembre. Pompeo Colonna con otto mila uomini entra in Roma per la porta di san Giovanni Laterano [254]
I Romani ricusano d'armarsi per difendere il papa [255]
Il Vaticano ed il tempio di san Pietro saccheggiati dai Colonna [256]
Clemente VII rifugiato in Castel sant'Angelo tratta con Ugo di Moncade [257]
Il papa si obbliga ad una tregua di quattro mesi [257]
7 ottobre. Il Guicciardini colle truppe del papa abbandona l'armata della lega, e si ritira sull'opposta riva del Po [258]
31 ottobre. Il duca d'Urbino lascia il suo campo di Cremona per avvicinarsi a Milano [259]
Giorgio Frundsberg mette i Tedeschi in movimento per soccorrere l'armata imperiale a Milano [260]
Novembre. Entra in Italia con 13,000 landsknecht [261]
24 novemb. Gio. de' Medici ferito mortalmente presso Borgoforte [263]
Progetto del Macchiavelli di far combattere Gio. dei Medici per l'indipendenza d'Italia con una compagnia di ventura [264]
1526 28 novembre. Frundsberg passa il Po, e lo rimonta sulla riva destra [265]
Il Borbone vende la libertà al Moroni e lo crea suo consigliere [266]
Tutti i villaggi dei Colonna saccheggiati dall'armata del papa [267]
La flotta del vicerè passa avanti Genova, e combatte quella del Navarro [269]
Il Lannoy sbarca le sue truppe a Gaeta, e tratta col papa [270]
Negoziazioni delusorie colle quali finisce l'anno [271]
Capitolo CXVIII. Il contestabile di Borbone conduce l'armata imperiale verso la Toscana: Clemente VII, dopo avere ottenuti alcuni vantaggi nel regno di Napoli, tratta col vicerè; presa e sacco di Roma. Firenze si dichiara libera. 1527 [272]
1527 I progressi degl'Italiani nella civiltà ingrandivano i loro patimenti sotto il giogo degli oppressori [272]
La guerra si rende più crudele in ragione della lunga sua durata [273]
Ferocia dei soldati comandati dal Borbone [274]
La domanda del soldo arretrato autorizzava ogni loro eccesso [275]
Difficoltà incontrate dal Borbone nel trarre fuori di Milano le sue truppe, e far loro passare il Po [276]
30 gennajo. La guarnigione di Milano passa il Po e si riunisce a Frundsberg [277]
1527 Dimora dell'armata di Borbone sotto Piacenza, e consiglj del duca di Ferrara [278]
20 febbrajo. Borbone s'incammina di bel nuovo alla volta di Bologna [278]
Progetto del duca d'Urbino di tenere il Borbone tra due armate [279]
3 gennajo, 18 marzo. Il duca d'Urbino si allontana dalla sua armata sotto pretesto di malattia [281]
Renzo di Ceri ed il conte di Vaudemont persuadono il papa ad attaccare il regno di Napoli [282]
31 gennajo. Lannoy è sorpreso e sgominato a Frusolone dall'armata del papa [284]
15 febbrajo. Successi dell'armata e della flotta della lega nel regno di Napoli [284]
Indisciplina dell'armata della Chiesa [285]
Avarizia ed imbarazzo delle finanze di Clemente VII [286]
15 marzo. Viene abbandonata la spedizione contro Napoli [286]
17 febbrajo. Ammutinamento nell'armata del Borbone, ch'egli riconduce all'ubbidienza [287]
5 marzo. L'armata veneziana passa il Po per seguire il Borbone [288]
14 marzo. Nuovo ammutinamento dell'armata imperiale calmato col danaro del duca di Ferrara [288]
Francesco I manca a tutte le promesse fatte al papa [289]
1527 Angustie cui trovasi ridotto il papa [290]
15 marzo. Clemente VII soscrive una tregua di otto mesi col vicerè [291]
Clemente VII non conosce il pericolo ond'è minacciato dal Borbone [292]
Sua estrema imprudenza nel licenziare le sue truppe mentre si avvicina il Borbone [294]
31 marzo. Il Borbone dichiara che non accetta la tregua, e muove l'esercito alla volta di Roma [295]
Incertezza del Borbone prima di passare l'Appennino [296]
Il vicerè viene fino a Firenze per trattenere il Borbone [297]
15, 25 aprile. Il Borbone attraversa l'Appennino, ed entra in Val d'Arno di sopra [298]
26 aprile. I Fiorentini chiedono armi al loro governo [300]
Sollevazione de' Fiorentini [301]
Gl'insorgenti non s'impadroniscono a tempo delle porte [302]
I Medici rientrano in città col duca d'Urbino e col marchese di Saluzzo [303]
Gl'insorgenti si sottomettono, ed ottengono un'amnistia [303]
Il duca d'Urbino esige che i Fiorentini prendano parte in proprio nome nella lega, e che gli restituiscano Montefeltro [304]
20 aprile. Il duca di Borbone parte a grandi giornate dai contorni d'Arezzo alla volta di Roma [306]
1527 5 maggio. Giugne colla sua armata sotto Roma [306]
Renzo di Ceri e Martino di Bellay incaricati della difesa di Roma [307]
5 maggio. Fidanza di Clemente VII nel ricevere l'intima del Borbone [309]
6 maggio. Il Borbone viene ucciso nell'atto di montare all'assalto presso il Gianicolo [310]
Il borgo di Roma preso d'assalto dai Tedeschi e dagli Spagnuoli [311]
Clemente VII fugge dal Vaticano in castel sant'Angelo [312]
Saccheggio del Borgo di Roma, del Vaticano e di Transtevere [315]
L'armata imperiale passa il Tevere, e comincia il saccheggio di Roma [315]
Atrocità commesse dall'armata vittoriosa [316]
3 maggio. Arrivo di Pompeo Colonna co' suoi vassalli [318]
6 maggio. Arrivo del Rangoni al Ponte Salario per soccorrere Roma [319]
16 maggio. Il duca d'Urbino giunge ad Orvieto coll'armata veneziana [320]
Ricusa d'attaccare gl'imperiali a meno che non riceva potenti rinforzi di truppe svizzere [321]
Si avvicina a Roma, poi subito si ritira [322]
6 giugno. Capitolazione del papa che resta prigioniere degl'imperiali [323]
Le province e le città lontane ricusano d'eseguire la capitolazione del papa [324]
5 giugno. Modena presa dal duca di Ferrara, Ravenna e Cervia dai Veneziani [325]
1527 Clemente VII più attaccato alla sua sovranità di Firenze che a quella dello stato della Chiesa [326]
Prodigiose spese cui Clemente VII sforzava i Fiorentini [326]
12 di maggio. La nuova della presa di Roma giugne a Firenze [328]
16 maggio. I grandi cittadini di Firenze intimano al cardinale di Cortona di rendere la libertà alla repubblica [328]
Filippo Strozzi e sua moglie, Clarice dei Medici, si associano al partito della libertà [329]
Il cardinale di Cortona capitola col partito repubblicano [331]
17 di maggio. I Medici escono da Firenze [331]
La balìa ristabilisce la costituzione popolare, ed abdica i suoi poteri [332]
21 maggio. S'aduna di nuovo il gran consiglio, ed elegge magistrati popolari [334]
Morte di Niccolò Macchiavelli [335]
Capitolo CXIX. Il Lautrec conduce un'armata francese sotto Napoli, e blocca quella città; vittoria della sua flotta sopra quella degli Spagnuoli; malattia nel suo campo; sua morte e capitolazione della sua armata. Andrea Doria passa al partito imperiale, e muta il governo di Genova. 1527-1528 [337]
1527 Nel sedicesimo secolo i re non vedevano meglio le guerre in cui s'impegnavano di quello che i papi le vedessero nel quattordicesimo [337]
Carlo V non conosceva la desolazione da lui cagionata nelle province ed in Italia [338]
Enrico VIII non prendeva parte nelle guerre, che somministrando contribuzioni [340]
Francesco I, fino alla battaglia di Pavia, aveva egualmente chiuse le orecchie alle lagnanze dei popoli [340]
La disgrazia aveva cambiato il suo carattere senza riformarlo [341]
La pace egualmente desiderabile per l'imperatore e per gli alleati [342]
2 agosto. Carlo V cerca di giustificarsi del sacco di Roma e della cattività del papa [343]
18 agosto. Trattato d'Amiens tra Francesco I ed Enrico VIII per costringere l'imperatore a mettere in libertà il papa ed i figli di Francia [345]
I cardinali, rimasti liberi, si adunano a Parma per trattare intorno al modo di liberare il loro capo [346]
La peste scoppia in Italia, e soprattutto affligge Roma [346]
Fine di settembre. Morte di Carlo di Lannoy; l'armata imperiale resta in Roma senza capo [347]
Quest'armata si disperde nella campagna di Roma e nell'Ombria [348]
1527 La peste penetra in castel sant'Angelo tra le guardie del papa [349]
Gli ostaggi del papa maltrattati e minacciati riescono a fuggire [349]
31 ottobre. Nuova convenzione col papa, che gli accorda qualche respiro per pagare la sua taglia [351]
30 giugno. Il Lautrec parte dalla corte di Francia per porsi alla testa della nuova armata in Italia [352]
Agosto. Il Lautrec prende la rocca di Bosco nell'Alessandrino [353]
Andrea Doria riprende colla sua flotta il blocco di Genova [353]
Principio d'agosto. Genova si assoggetta al re di Francia [355]
Il Lautrec prende Alessandria, e la rimette al duca di Milano [355]
28 settembre. Il Lautrec inganna Antonio di Leyva, ed attacca Pavia [357]
1.º ottobre. I Francesi prendono e saccheggiano Pavia [358]
Il Lautrec rifiuta di terminare la conquista della Lombardia, e s'incammina verso il mezzogiorno dell'Italia [358]
Riconciliazione del duca di Ferrara colla Francia; suo figlio sposa Renata, figlia di Lodovico XII [359]
La repubblica di Firenze rende più intima la sua alleanza colla Francia [360]
7 dicembre. Rinnovazione della lega a Mantova [361]
9 dicembre. Il papa fugge dal castel sant'Angelo la vigilia del giorno in cui doveva essere posto in libertà [362]
1528 Gennajo. Clemente VII riceve ad Orvieto gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, e dà speranze a tutti i partiti [363]
21 gennajo. Gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra dichiarano a Burgos la guerra a Carlo V, e vengono arrestati [364]
28 marzo, 24 giugno. Vicendevoli sfide fra il re di Francia e l'imperatore [365]
10 febbrajo. Il Lautrec passa il Tronto, ed entra negli Abruzzi [366]
Prosperi successi di Lautrec ajutato negli Abruzzi dai Veneziani e dai Fiorentini [367]
L'armata di Lautrec resta incompleta, ed il re non le rimette il promesso danaro [368]
17 di febbrajo. Il principe d'Orange trae fuori di Roma l'armata imperiale col danaro mandatogli dal papa [369]
Metà di marzo. Le due armate in presenza fra Troja e Luceria [371]
21 marzo. Il principe d'Orange si ritira da Troja a Napoli [372]
Pietro Navarro si oppone a chi consigliava d'inseguire gl'imperiali prima di prendere Melfi [372]
23 marzo. Melfi preso e saccheggiato dai Francesi [373]
Conquiste di Lautrec e de' Veneziani nella Puglia [374]
Metà d'aprile. Il Lautrec entra nella Terra di Lavoro e prende molte città [375]
1528 1.º maggio. Si accampa presso Napoli al Poggio reale [376]
Il Lautrec risolve di bloccare Napoli [377]
Molti Napolitani si dichiarano pel partito francese [378]
Gli assediati mancano di vini e di farine [379]
22 maggio. Orazio Baglioni, colonnello delle bande nere, è ucciso, ed è rimpiazzato da Ugo di Pepoli [379]
Ugo di Moncade vuole sorprendere la flotta genovese che stava avanti Napoli [380]
28 maggio. Battaglia navale in faccia a Capo d'Orco nel golfo di Salerno [381]
La flotta imperiale distrutta da Filippino Doria [383]
10 giugno. L'ammiraglio veneziano, Pietro Lando, giugne avanti Napoli [385]
Malattie tra gli assedianti e gli assediati [386]
15 giugno. Morte del nunzio del papa e del provveditore veneziano [387]
Il re di Francia e l'imperatore apparecchiano soccorsi per le loro armate d'Italia [388]
10 di maggio. Il duca di Brunswick parte da Trento ed entra in Lombardia con dieci mila landsknecht [388]
Luglio. Dopo avere commesse spaventose crudeltà la sua armata si disperde e torna in Germania [390]
Intollerabile oppressione dei Milanesi sotto Antonio di Leyva [391]
1528 Agosto. San Paolo entra in Lombardia con circa dieci mila uomini [392]
Settembre. Riprende d'assalto Pavia, che i Francesi avevano lasciato sorprendere [393]
Malcontento d'Andrea Doria rispetto a' suoi rapporti colla Francia [393]
Disprezzo di Francesco I pei privilegj dei Genovesi [395]
30 giugno. Andrea Doria termina il servigio convenuto colla Francia, e più non vuole rinnovarlo [396]
Luglio. Andrea Doria si ritira a Lerici colle sue galere, mentre Barbesieux prende il comando di quelle della Francia [397]
20 luglio. Il Doria offre i suoi servigj all'imperatore a condizione che sarebbe assicurata la libertà della sua patria [398]
Opinione del Doria intorno alla propria defezione [399]
18 luglio. Il Barbesieux giugne in faccia a Napoli colla flotta francese [401]
Il Lautrec cade infermo: spedisce Renzo di Ceri a far levare per lui soldati negli Abruzzi [402]
2 agosto. Estrema debolezza cui l'armata francese viene ridotta dalla malattia [403]
16 agosto. Morte di Lautrec; il marchese di Saluzzo prende il comando dell'armata [405]
29 agosto. Il marchese di Saluzzo vuole ritirarsi sopra Aversa [406]
1528 La metà dell'armata è sgominata dalla cavalleria imperiale [407]
30 agosto. Il principe d'Orange attacca i Francesi ritirati in Aversa [408]
Capoa apre le sue porte a Fabrizio Maramaldo ed ai Calabresi [409]
Il marchese di Saluzzo capitola in Aversa pei resti dell'armata [409]
Gli Spagnuoli lasciano perire i prigionieri francesi nelle stalle della Maddalena [410]
Le bande nere distrutte dall'assedio di Napoli e dalla capitolazione d'Aversa [410]
Morte del marchese di Saluzzo e di Pietro Navarro [411]
Supplicj ordinati dal principe d'Orange a Napoli e nelle province [412]
La guerra si continua per qualche tempo in Puglia ed in Calabria [413]
Andrea Doria colla sua flotta fa vela alla volta di Genova per liberare la sua patria [414]
12 settembre. Le truppe del Doria sono ricevute in Genova, e si eseguisce la rivoluzione senza spargimento di sangue [415]
21 ottobre. Il Castelletto e Savona si arrendono ai Genovesi, che spianano il primo, ed empiono il porto della seconda [416]
Capitolo CXX. Nuove costituzioni delle repubbliche di Genova e di Firenze. L'indipendenza italiana viene sagrificata da Clemente VII e da Francesco I ne' trattati di Barcellona e di Cambrai. Coronazione di Carlo V a Bologna, e schiavitù dell'Italia. 1528-1530 [418]
Le nuove costituzioni di Genova e di Firenze si dettarono in mezzo a crudeli calamità [418]
I dodici riformatori di Genova incaricati di pacificare la città e di conciliare i partiti [420]
1528 Il senato loro commette di rifondere la costituzione [420]
Andrea Doria ricusa la sovranità di Genova offertagli da Carlo V [421]
Il punto d'onore genovese associato a' nomi che perpetuavano gli odj [422]
Adozione d'una in altra famiglia, praticata in Genova sotto il nome d'Alberghi [423]
I riformatori dichiarano tutti i cittadini genovesi attivi gentiluomini ed uguali in diritto [424]
Li distribuiscono in 28 alberghi o famiglie adottive [424]
La divisione dei Genovesi in alberghi fu soppressa dalla legge di mediazione del
17 di marzo 1576, dopo avere durato quarantotto anni [425]
Gran consiglio de' gentiluomini genovesi, corpo elettorale [426]
Formazione dell'annuale senato del doge e della signoria [426]
La costituzione di Genova puramente aristocratica [428]
Pure quest'aristocrazia era meno esclusiva di quella di Venezia [429]
1528 La costituzione fiorentina dal canto suo pende verso l'aristocrazia [429]
Il diritto di città ristretto a coloro che lo avevano ricevuto per eredità dai loro antenati [430]
Divisione degli abitanti dello stato in più classi, una sola delle quali era sovrana [432]
Due mila cinquecento cittadini governavano un milione di sudditi, ma se non altro con forme popolari [432]
Niccola Capponi coi grandi vuole ristringere l'oligarchia [433]
Baldassare Carducci gli si oppone alla testa del partito popolare [433]
Dante di Castiglione rompe le statue e gli stemmi dei Medici [434]
Niccola Capponi riunisce la fazione Medici, o de' Palleschi, ai discepoli di Savonarola, ossia Piagnoni [435]
1522-1527 Peste a Firenze [436]
1527 Agosto. Riesce impossibile il ragunare il gran consiglio [438]
1528 9 febbrajo. Niccola Capponi fa dichiarare Gesù Cristo re perpetuo di Firenze [439]
10 giugno. Il Capponi confermato gonfaloniere per un altro anno [440]
Formazione della quarantia per i giudizj politici [441]
L'imposta diretta sul capitale mobiliare regolata da venti commissarj [441]
Formazione della guardia del palazzo di trecento giovani [443]
6 novembre. Formazione della guardia urbana di quattro mila cittadini [444]
1528 Attaccamento de' Fiorentini alla nazione francese, il quale li fa persistere nella santa lega [446]
Negoziazioni di Andrea Doria con Luigi Alamanni per riconciliare Firenze coll'imperatore [447]
I Fiorentini rifiutano le sue proposizioni [449]
Disordine dell'armata di Borbone, conte di San Paolo in Lombardia [450]
1529 San Paolo coi duchi d'Urbino e di Milano s'avvicina a Milano, ma si trova troppo debole per attaccarlo [451]
21 giugno. San Paolo sorpreso a Landriano è fatto prigioniere da Antonio di Leyva [453]
7 luglio. Luigia di Savoja e Margarita d'Austria si riuniscono a Cambrai per negoziare la pace [453]
Francesco I cerca di persuadere agli alleati che difenderà i loro interessi [455]
Anche Clemente VII tenta d'ingannare Francesco I [456]
Irritamento di Clemente VII contro i Veneziani, il duca di Ferrara ed i Fiorentini [456]
I progressi de' Turchi, e quelli dei protestanti in Germania, fanno desiderare la pace a Carlo V [458]
20 giugno. Trattato di pace e di alleanza di Barcellona tra l'imperatore ed il papa [460]
10 gennajo. Ippolito de' Medici creato cardinale, ed Alessandro disegnato capo della casa de' Medici [460]
1529 5 agosto. Trattato di Cambrai, o delle dame, tra Francesco I e Carlo V [461]
Francesco I abbandona i Fiorentini ed i Veneziani all'intera vendetta dell'imperatore [462]
Sagrifica ugualmente i duchi di Milano e Ferrara, gli Orsini e Fregosi, e tutti i partigiani della casa Angioina nel regno di Napoli [463]
Carlo V in questo trattato guarentisce al contrario gl'interessi di tutti i suoi alleati [464]
Pel sagrificio de' suoi alleati Francesco I ottiene condizioni più vantaggiose per sè medesimo [465]
Francesco I cerca fin all'ultimo d'ingannare i Fiorentini [466]
Carlo V manda a Barcellona Andrea Doria per far passare le sue galere in Italia [467]
29 luglio. Carlo V s'imbarca a Barcellona, e sbarca a Genova il 12 di agosto [468]
Grossa armata dell'imperatore destinata a dare esecuzione al trattato di pace [468]
Gli alleati si pongono in istato di trattare con lui colle armi alla mano [470]
La guerra d'Ungheria ed il suo proprio spossamento persuadono Carlo V a trattare con loro [470]
Egli esclude i soli Fiorentini dalla pacificazione [471]
Gli alleati schivano ogni battaglia coll'imperatore, e continuano a difendersi [472]
1529 5 di novembre. Abboccamento del papa e dell'imperatore a Bologna [473]
22 novembre. Francesco Sforza si reca pure a Bologna per trattare [474]
23 di dicembre. Trattato di pace di Carlo collo Sforza, ed onerose condizioni con cui gli rende il ducato di Milano [474]
1529-1535 Sgraziato regno di Francesco Sforza, che muore senza figli [476]
25 dicembre. Trattato di pace dell'imperatore coi Veneziani [477]
1530 2 marzo. Alfonso d'Este si reca pure a Bologna per trattare [478]
21 marzo. Il papa ed il duca di Ferrara si assoggettano all'arbitramento della camera imperiale [479]
1531 21 aprile. Sentenza di Carlo V, che accorda alla casa d'Este Ferrara, come feudo della Chiesa, e Modena e Reggio come feudi dell'impero [480]
1530 25 marzo. Il marchesato di Mantova cambiato in ducato a favore di Federico Gonzaga [482]
Il duca Carlo III di Savoja si attacca unicamente all'imperatore [482]
Le repubbliche di Genova, Siena e Lucca si assoggettano ad un'assoluta dipendenza dall'imperatore [482]
Tutte le armate di Carlo V, evacuando il rimanente dell'Italia, riunisconsi intorno a Firenze [484]
22 di febbrajo, 24 marzo. Carlo riceve a Bologna dalle mani del papa le due corone di Lombardia e dell'impero [484]
1530 Fin da quest'epoca la potenza di Carlo V fu più assoluta in Italia che non era stata quella di Carlo Magno e di Ottone [486]
Gl'Italiani avevano cessato di esistere come nazione indipendente [486]
Aprile. Carlo V va in Germania, e lascia l'Italia in ischiavitù [488]

Fine della Tavola.