XIX. L’INDOMABILE.

— Ne dispero, — dichiarò Weedon Scott.

Egli era seduto sulla soglia della capanna di legno che abitava, presso Dawson, e guardava Matt, il guidatore dei suoi cani, che scosse le spalle in atto di scoraggiamento. Tutt’e due osservavano Zanna Bianca che, col pelo tutto arruffato, tirando la catena alla quale era attaccato, ringhiava ferocemente e si dimenava, per gettarsi nel tiro del nuovo possessore.

I cani del tiro, ai quali Matt aveva dato delle buone lezioni insegnando loro a colpi di bastone, di lasciare in pace Zanna Bianca, stavano in quel momento coricati, a una certa distanza, dimentichi, in apparenza, persino dell’esistenza del loro astioso compagno.

— È un lupo, e non c’è modo di addomesticarlo! — aggiunse Weedon Scott.

— Guardiamoci dall’affermare, circa questo punto, delle conclusioni assolute, — obbiettò Matt. — Forse, nonostante il vostro parere contrario, c’è una parte di cane in lui. Comunque, ciò che è certo, è che io non temo d’affermare...

Qui, Matt si fermò e scosse la testa con aria saputa, guardando la Mooschide MountainMontagna di pelle d’alce»), come per confidarle il suo segreto.

— Be’, non siate avaro della vostra scienza — disse Scott, con voce un po’ aspra, dopo qualche minuto di attesa. — Che ne pensate? Su, sputatelo fuori.

Matt rivolse il pollice verso Zanna Bianca.

— Lupo o cane che sia, comunque, quello lì, è stato già domato.

— No!

— Vi dico di sì. Non ha portato già dei finimenti? Guardate lì, a quel punto del petto, e troverete il segno che vi hanno lasciato.

— Matt, avete ragione. Era un cane di slitta, prima che Beauty-Smith comperasse l’animale.

— E non vedo difficoltà perchè non lo ridiventi.

— Da che lo arguite? — domandò Scott con vivacità.

Ma, dopo aver osservato Zanna Bianca, proseguì, con aria desolata:

— Lo abbiamo già da due settimane, e ha progredito, semmai, in selvatichezza.

— Bisognerebbe che mi lasciaste fare: rimane ancora un tentativo che non abbiamo fatto: lasciarlo libero un po’.

Scott fece un gesto d’incredulità.

— Sì, lo so, — riprese Matt. — Voi avete tentato già di staccarlo e non siete neppure riuscito ad accostarvi. Ma, ecco, non avevate il bastone.

— Allora, provate voi.

Il guidatore di cani prese un solido bastone, e s’avanzò verso Zanna Bianca incatenato, che osservò subito il bastone con quell’attenzione che un leone in gabbia rivolge al frustino del domatore.

— Guardate i suoi occhi, — fece Matt. — È un buon segno. Non è poi tanto bestia, e si guarda bene dal lanciarsi su di me. No, no, non è uno sciocco.

E, poichè l’altra mano dell’uomo si accostò al collo di Zanna Bianca, questi arruffò il pelo, ringhiò, ma finì col coricarsi per terra, seguitando a fissar la mano con lo sguardo, senza però perder di vista l’altra che gli teneva il bastone sospeso e minaccioso sulla testa. Matt staccò la catena dal collare e indietreggiò.

Zanna Bianca, quasi, quasi, non credeva di esser libero. Da parecchi mesi apparteneva a Beauty-Smith, e non aveva goduto un momento di libertà, giacchè lo staccavano solo al momento di condurlo al combattimento, terminato il quale, veniva nuovamente incatenato.

Egli, ora, non sapeva che fare della sua libertà; probabilmente, qualche nuova diavoleria stavano ordendo gli dei, a suo danno.

Cominciò a camminare lentamente, con precauzione, mantenendosi vigile, in guardia. Ciò che accadeva gli era assolutamente nuovo. Come se andasse incontro a un gran rischio, egli si scostò dagli uomini che l’osservavano e si diresse, a passi contati, verso la capanna, dove entrò. Nulla accadde, e la perplessità di Zanna Bianca aumentò. Uscito di lì, egli fece una dozzina di passi avanti e guardò i suoi dei intensamente.

— Non iscapperà? — domandò Scott.

Matt scosse le spalle.

— Bisogna rischiare; è il solo modo per potersi regolare.

— Povera bestia, — mormorò Scott con pietà, — forse aspetta un segno di umana bontà! — E così dicendo, andò alla capanna, vi prese un pezzo di carne, e, ritornato, lo gettò a Zanna Bianca, il quale si scostò con un balzo sospettoso e attento.

A questo punto, uno dei cani vide la carne e si precipitò su di essa.

— Qua, Maior! — gridò Scott.

Ma l’avvertimento giunse tardi. Già Zanna Bianca s’era lanciato e aveva colpito. Il cane rotolò al suolo; rialzatosi, il sangue gli colava, a goccia, a goccia, dalla gola, e lasciava una striscia rossa sulla neve.

— Troppa cattiveria, — fece Scott, — ma la lezione è buona.

Matt s’era avanzato per punire Zanna Bianca: avvenne un nuovo balzo, delle zanne luccicarono, risuonò un’esclamazione, e Zanna Bianca, seguitando a ringhiare, indietreggiò di parecchi metri, mentre Matt, che s’era fermato, si osservava una gamba.

— Ha toccato il segno, — annunziò mostrando il calzone lacerato, la mutanda anch’essa lacerata, e una macchia di sangue che ingrandiva.

— Non v’è speranza su di lui, ve l’ho detto, — esclamò Scott, con tristezza. — Dopo aver tanto pensato e meditato, al riguardo, l’unica conclusione possibile è questa...

E così parlando, come con rimpianto, presa la rivoltella, ne aveva aperto il tamburo e si era assicurato che l’arma fosse carica.

— Questo cane è vissuto nell’inferno, Mister Scott; non possiamo pretendere da lui che diventi a un tratto un bell’angelo bianco. Aspettiamo.

Matt si interpose.

— Mah!

Matt si voltò verso il cane che giaceva nella neve, in una pozza di sangue e agonizzava.

— La lezione è buona, come avete detto, Mister Scott. Major ha tentato di rubar la carne a Zanna Bianca, ed è morto per ciò. Era fatale. Io non darei gran che per un cane che non salvaguardasse i suoi diritti, in un caso simile.

— Va bene il diritto, ma c’è un limite!

Matt si ostinò:

— Anch’io ho meritato il castigo. C’era bisogno di batterlo? Lasciamolo vivere, questa volta. Se non migliora, m’incarico io stesso di ucciderlo.

— Ve lo concedo, — fece Scott, riponendo la rivoltella. — Dio sa se non desidero punto ammazzarlo o vederlo ammazzare! Ma è indomabile. Lasciamolo correre liberamente e vediamo che cosa farà, trattato così, e speriamo.

Scott s’avanzò verso Zanna Bianca e incominciò a parlargli con gentilezza.

— Voi fate male così, — obbiettò Matt. — Non vi arrischiate senza bastone.

Ma Scott scosse il capo, risoluto a conquistare la fiducia di Zanna Bianca che rimaneva sospettoso. Quale avvenimento si preparava? Egli aveva ucciso il cane del dio, che era suo compagno; dunque non poteva mancare un castigo terribile, e, col pelo arruffato, mostrando le zanne, con gli occhi pronti, rimaneva vigile, in guardia.

Gli dispiacque il fatto che il dio gli si accostasse così vicino; il dio era senza bastone e gli abbassava la mano sul capo.

Egli si curvò e tese i muscoli: non era quello il pericolo che prendeva corpo? un tradimento che si preparava? Egli conosceva le mani degli dei, la loro potenza soprannaturale, la loro prontezza nel colpire; eppoi non gli era mai piaciuto che lo toccassero; perciò ringhiò in modo più minaccioso, mentre la mano seguitava a scendere.

Pure, non aveva desiderio di mordere, e lasciò che il pericolo ignoto s’accostasse ancora, ma l’istinto di conservazione fu più imperioso della sua volontà, e lo trascinò.

Weedon Scott si credeva abbastanza svelto e accorto per evitare un morso; egli ignorava la rapidità sbalorditiva con la quale, come un serpente che si stende, Zanna Bianca colpiva. Quando sentì d’essere stato colpito, lanciò un grido e prese la mano ferita con l’altra mano.

Intanto, Matt, entrato nella capanna, ritornava con un fucile.

— Qui, Matt, gridò Scott. — Che vorreste fare?

— Poco fa, vi ho data una promessa, — rispose Matt, freddamente. — E la mantengo: ho detto che lo avrei ammazzato, al primo misfatto.

— No, non l’uccidete.

— Lo ammazzerò, non vi dispiaccia! Guardate...

Ora toccava a Scott chiedere indulgenza per Zanna Bianca. Come poteva il lupacchiotto modificarsi in un tempo così breve?

Non si doveva gettare il manico dietro la scure. Era stato lui, Scott, a mostrarsi imprudente; era lui il solo colpevole.

Zanna Bianca durante questo colloquio, rimaneva rigido e aggressivo, deciso più che mai a difendersi contro il castigo sempre più terribile che aveva coscienza di meritare. Senza dubbio era imminente una pena simile a quella che gli aveva inflitto, un giorno, Beauty-Smith. Tuttavia la sua minaccia era rivolta non a Scott, ma a Matt.

— Se vi dò retta, corro il rischio di essere divorato io.

— Niente affatto, egli è contro il vostro fucile, non contro di voi. Vedete come è intelligente? Egli conosce, come voi e me, l’effetto d’un’arma da fuoco. Abbassate il fucile!

Matt ubbidì.

— È sorprendente infatti — esclamò. — Ora è tranquillo. Bisogna rinnovar l’esperimento.

Matt riprese il fucile che aveva posato nella capanna, ed ecco subito Zanna Bianca ricominciare a ringhiare. Matt posò nuovamente il fucile, fece finta di andarsene, e le labbra di Zanna Bianca si riabbassarono sui denti.

— Ora, — disse Scott — fate finta di servirvi dell’arma.

Matt ritornò col fucile, lo prese e lo imbracciò, lentamente. Il ringhio e l’agitazione ricominciarono, e divennero addirittura parossistiche quando la canna dell’arma incominciò ad abbassarsi e Zanna Bianca la vide appoggiata alla guancia del tiratore.

Quando l’arma fu al suo livello, egli diede un balzo di fianco e fuggì nella capanna. Matt cessò l’esperimento; abbandonando il fucile, e voltandosi verso il padrone, egli disse con solennità:

— Sono del vostro parere, signor Scott; questo cane è troppo intelligente, perchè si possa ucciderlo.