XX. IL PADRONE D’AMORE.
Erano passate ventiquattr’ore dacchè Zanna Bianca era stato liberato; ora la mano che gli aveva concesso la libertà era avvolta in una benda, medicata e sostenuta da una sciarpa, per impedire l’afflusso del sangue.
Scott s’avvicinò a lui, ed egli fece udire un brontolìo che significava che non voleva sottostare al castigo meritato. Giacchè questo era il suo pensiero fisso, dal giorno prima.
Già nel passato aveva avuto dei castighi ritardati; ora, poichè aveva compiuto un vero e proprio sacrilegio, affondando le zanne nella carne sacra di un dio, d’un dio dalla pelle bianca, superiore agli altri, era naturale e proprio del costume degli dei, che egli dovesse scontare terribilmente quella colpa.
Il dio, avanzatosi, sedette, a qualche passo di distanza, e in quell’atto non c’era nulla di pericoloso, giacchè, quando gli dei puniscono, sono sempre in piedi. D’altra parte, il dio non aveva nè bastone nè frustino, nè arma da fuoco, ed egli stesso, d’altra parte, era libero, non avendo nè catena, nè un bastone che lo trattenessero. Cosicchè se il castigo avesse dovuto avverarsi, era facile a lui scappare e mettersi al sicuro.
Il dio era rimasto tranquillo e non aveva accennato ad alcun movimento e Zanna Bianca fermò il ringhio che gli rifluiva alla gola.
Allora il dio parlò, e il pelo del collo di Zanna Bianca s’arruffò e il ringhio sgorgò. Ma il dio non faceva alcun gesto ostile e seguitava a parlare pacificamente; parlava senza sosta, con dolcezza, senza fretta. Nessuno aveva mai parlato così a Zanna Bianca; così, con tanto fascino di voce; ed egli sentì qualche cosa che non sapeva che fosse, agitarglisi dentro, e, nonostante l’asprezza dell’istinto di diffidenza, si sentì spinto verso il dio da una certa fiducia come se si sentisse sicuro in compagnia di lui.
Dopo un certo tempo, il dio si alzò ed entrò nella capanna; quando uscì, Zanna Bianca lo esaminò minuziosamente e si sentì ripreso da timore. Ma il dio, come prima, non aveva nè arma, nè bastone; teneva nascosta la mano ferita dietro la schiena e nell’altra mano un pezzetto di carne.
Il dio era tornato a sedersi allo stesso posto di prima. Zanna Bianca drizzò le orecchie e guardò con sospetto, alternativamente, il dio e la carne, pronto a balzar lontano, al minimo allarme.
Ma il castigo veniva ritardato; il dio si limitava a tendergli presso il muso il pezzetto di carne che pareva che non celasse nulla di pericoloso. Pure, siccome gli dei sono onnipotenti, poteva darsi che un tranello sapiente si nascondesse in quella carne apparentemente innocua, cosicchè, sebbene la carne gli venisse offerta con gesto amichevole, era prudente non toccarla; l’esperienza del passato gl’insegnava che, presso le donne degl’indiani, carne e castigo spesso si mescolavano in modo deplorevole.
Il dio finì col gettare la carne sulla neve, ai piedi di Zanna Bianca, che la fiutò con precauzione, senza guardarla, perchè aveva gli occhi sempre rivolti al dio. Il dio gli offrì un secondo pezzetto, ed egli rifiutò nuovamente di prenderla, e nuovamente il dio gliela gettò.
Questo fu ripetuto un gran numero di volte; ma giunse un momento in cui il dio rifiutò di gettargli il boccone, che egli teneva nella mano e glielo presentò con fermezza.
La carne era buona, e Zanna Bianca aveva fame: a passo passo, con infinite precauzioni, egli si accostò, e si decise, seguitando a tener gli occhi fissi su lui, colle orecchie abbassate, il pelo involontariamente drizzato sulla cresta del collo. e un sordo brontolìo nella gola, per avvertire che stava sempre in guardia e non voleva essere gabbato, allungò la testa, prese il boccone e lo inghiottì.
Nulla accadde; così, un boccone dopo l’altro, egli mangiò tutta la carne, e nulla accadeva; il castigo era ancora differito.
Zanna Bianca si leccò le labbra e attese. Il dio si avanzò e parlò nuovamente, con bontà, poi allungò la mano. La voce ispirava fiducia, ma la mano destava timore.
Zanna Bianca, che si sentiva combattuto da due impulsi opposti, si decise per una via di mezzo, e, pur brontolando, abbassò le orecchie e non morse. La mano seguitò a discendere, sino a toccare l’estremità del pelo tutto irto. Zanna Bianca indietreggiò e la mano lo seguì, premendo di più; egli fremeva e voleva sottomettersi, ma non poteva dimenticare in un giorno tutte le sofferenze inflittegli dagli dei.
Poi la mano si alzò e ridiscese, alternativamente, in atto di carezza. Egli seguì quei movimenti, ora tacendo, ora brontolando, giacchè le vere intenzioni del dio non erano chiare. La carezza divenne più dolce. La mano che gli frugava la base delle orecchie, gli faceva provare un piacere crescente.
In questo momento Matt usciva dalla capanna, con una casseruola contenente acqua sporca che egli veniva a vuotare fuori.
— Rimango sbalordito — esclamò egli scorgendo Scott.
E mentre questi seguitava ad accarezzare Zanna Bianca:
— Voi siete certamente un bravissimo ingegnere, ma avete sbagliato carriera; dovevate, da piccolo, far pratica di domatore in un serraglio!
Come udì la voce di Matt, Zanna Bianca indietreggiò immediatamente, ringhiando verso di lui, non già verso Scott, che gli andò vicino, rimise la mano sulla testa dell’animale e lo accarezzò come prima.
Era il principio della fine, per Zanna Bianca, dell’antica vita e del regno dell’odio: un’altra vita, immensamente bella, gli si schiudeva davanti. Certo, occorrevano, da parte di Weedon Scott molte cure e pazienza, giacchè Zanna Bianca non era il lupetto uscito dal Wild selvaggio e sottopostosi a Castoro Grigio come a padrone, e perciò plasmabile come argilla nella forma che le si vuol dare; egli era stato formato e indurito nell’odio, era diventato una creatura ferrea, piena di prudenza e di astuzia. Bisognava che si riformasse interamente sotto la pressione d’una potenza nuova ch’era l’amore.
Weedon Scott s’era assunto il compito di redimere Zanna Bianca, anzi di redimere l’umanità dalle colpe e dai torti usati al lupetto.
Era Scott, un caso di coscienza; il debito dell’uomo verso l’animale doveva essere pagato.
Dapprima Zanna Bianca non vide in lui che un dio preferibile a Beauty-Smith, perciò, sebbene liberato, rimase; e per dar prova della sua fedeltà, si costituì guardiano dei beni del padrone.
Mentre i cani della slitta dormivano, egli vegliava e girava attorno alla casa. Il primo visitatore notturno che si presentò per parlare con Scott, dovette battagliare con Zanna Bianca e difendersi con un bastone, sinchè non arrivò Scott a soccorrerlo. Ma in breve, Zanna Bianca imparò a giudicar la gente; l’uomo che se ne veniva dritto e risoluto verso la porta della casa, poteva essere lasciato passare, pur sorvegliandolo sino al momento in cui, apertasi la porta, avesse ricevuto il saluto del padrone, ma l’uomo che si presentava senza far rumore, con un’andatura obliqua e incerta, guardando con precauzione, come se spiasse un segreto, costui non valeva niente, e non doveva far altro che prendere il largo alla svelta e zitto.
Scott seguitava, tutti i giorni, a trattare con dolcezza e ad accarezzare Zanna Bianca, che prese gusto, sempre più, a quelle carezze.
Quando la mano lo toccava, egli brontolava, è vero, ma pel fatto che quel brontolìo era l’unico suono, l’unica nota che la sua gola potesse emettere. Egli avrebbe voluto addolcirne il tono, ma non riusciva; eppure quel brontolìo, l’orecchio attento di Scott percepiva come un ronron.
Quando il dio era presso di lui, Zanna Bianca provava una gioia viva: se il dio si allontanava, si sentiva nuovamente irrequieto, come se gli si aprisse davanti un vuoto, e il nulla l’opprimeva.
Nella vita passata, egli non aveva avuto altro scopo che il proprio benessere, e l’assenza di ogni sofferenza; ora le cose procedevano diversamente; dallo spuntar del giorno, anzichè rimanere disteso nel suo cantuccio ben caldo e riparato, dove aveva passato la notte, egli veniva ad attendere, per ore intere, sulla soglia gelida della capanna, la felicità di vedere la faccia del suo dio, d’essere amichevolmente toccato dalle dita di lui, di ricevere un’affettuosa parola.
Ora, non badava a disagi; persino la carne era diventata per lui cosa secondaria, al punto che tralasciava il pasto già incominciato per accompagnare il padrone, se lo vedeva partire per la città.
Egli aveva incontrato un vero dio, un dio d’amore, e s’apriva ai caldi raggi di lui, in un’adorazione silenziosa e senza espansione, giacchè era stato troppo lungo tempo disgraziato, e senza gioia, ora; ed era stato troppo tempo raccolto in sè, perchè potesse espandersi, ora.
Talvolta, quando il dio lo guardava e gli parlava, pareva che una specie d’angoscia opprimesse Zanna Bianca, l’angoscia di non poter esprimere il suo amore e tutto ciò che sentiva.
Egli non tardò a comprendere che doveva lasciare in pace i cani del padrone; dopo aver fatto valere la sua padronanza su di essi e la sua superiorità d’antico capofila, non si sentì più turbato. Ma essi dovevano apparirgli davanti quando passava, e obbedirgli in tutto e per tutto. Così, egli sopportava Matt, sapendolo proprietà del padrone.
Era Matt che di solito gli dava il cibo; ma Zanna Bianca intuiva che quel cibo gli veniva dal padrone. Lo stesso Matt tentò per primo di mettergli addosso i finimenti e di attaccarlo alla slitta assieme ad altri cani, ma non riuscì.
Zanna Bianca si sottomise solo all’intervento personale del padrone. Poi accettò, con la mediazione di Matt, la legge del lavoro, come voleva il padrone; ma non rimase soddisfatto se non quando ebbe ripreso, a dispetto di Matt che ignorava la capacità di lui, le sue funzioni di capofila.
— Se è lecito, — disse Matt un giorno, — ispettorare il mio parere, io ritengo per certo, signor Scott, che fu una buona ispirazione la vostra, quando pagaste per questo cane il prezzo sborsato. Gliel’avete fatta a Beauty-Smith, a prescindere dai cazzotti che gli avete regalati.
Weedon Scott non rispose, ma mostrando negli occhi grigi un lampo della collera d’allora, mormorò fra sè: «Bruto!».
La primavera che seguì, Zanna Bianca ebbe una gran commozione; il padrone amoroso era scomparso, preceduto nella partenza, da diversi imballaggi e pacchi. Ma Zanna Bianca ignorava il significato di quelle cose delle quali solo in seguito si rese conto.
Quella notte aspettò invano, sulla soglia della capanna, il ritorno del padrone. A mezzanotte, il vento glaciale che soffiava, lo costrinse a cercare, indietro, un ricovero; sonnecchiò un po’ ma verso le due del mattino fu sopraffatto da nuova ansietà.
Tornò a distendersi sulla soglia gelata, con le orecchie tese, intente al passo familiare. Al mattino, Matt, apri la porta ed uscì; egli lo guardò penosamente.
Matt non aveva modo di spiegare all’animale ciò che voleva sapere, e i giorni passavano, intanto, e il padrone non tornava. Zanna Bianca non era stato mai malato: s’ammalò, ed in modo tale, che Matt dovette trascinarlo nell’interno della capanna; poi nella prima lettera che scrisse a Scott, aggiunse un post-scriptum, in argomento.
Weedon Scott ricevette a Circle City (Città del Cerchio Artico) questa notizia: «Questo dannato d’un lupo non vuol lavorare nè mangiare. Non so che fare. Vorrebbe sapere di voi, ma non so come dirglielo. Credo che stia per morire».
Le informazioni erano giuste: Zanna Bianca, quando gli accadeva di uscir fuori, si lasciava picchiare, a uno a uno, da tutti i cani della muta; nella capanna giaceva sul pavimento presso la stufa e rifiutava il cibo; e comunque lo trattasse Matt, con dolcezza o bestemmiando, il risultato era sempre lo stesso.
Zanna Bianca si limitava a rivolger verso l’uomo i suoi occhi tristi, poi lasciava ricadere la testa sulle sue zampe anteriori e non si muoveva più.
Allora, una notte, mentre Matt leggeva sottovoce, muovendo le labbra, sussultò: Zanna Bianca aveva emesso un sordo lamento, poi s’era drizzato, e, con le orecchie tese verso la porta, ascoltava intensamente. Poco dopo s’udì un rumore di passi, la porta si aprì e Weedon Scott entrò. I due uomini si strinsero la mano, poi Scott si guardò intorno.
— Il lupo dov’è? — domandò.
E scorse Zanna Bianca che s’era ricoricato presso la stufa e non gli era balzato incontro, come avrebbe fatto un cane comune.
— Santi numi! — esclamò Matt. — Guardate se muove la coda! Non si decide.
Weedon Scott chiamò Zanna Bianca, che accorse subito, ma senza slancio, con occhi spalancati, come pieni d’una luce immensa.
Scott s’accoccolò all’altezza del cane, e incominciò ad accarezzargli la base delle orecchie, il collo, le spalla, tutta la schiena.
Zanna Bianca emise un dolce brontolìo, poi, spinta bruscamente la testa, l’affondò fra le braccia e le costole del padrone, nascondendo la sua felicità e scodinzolando.
Ritornato l’amato padrone, Zanna Bianca riacquistò rapidamente la salute. Per due notti e due giorni egli non uscì dalla capanna; quando riapparve fuori, gli altri cani che avevano dimenticato la sua forza naturale, non ricordando che la debolezza ultima, si gettarono su di lui, ma sbaragliati in poco tempo, fuggirono urlando, e ritornarono la sera, a uno a uno, strisciando umilmente per manifestargli la loro sottomissione.
Parecchio tempo dopo, Scott e Matt erano, una notte, seduti l’uno di fronte all’altro, intenti a una partita a carte, delle solite, prima di coricarsi, quando udirono fuori un grand’urlo e dei ringhi selvaggi.
— Il lupo dà addosso a qualcuno! — fece Matt.
I due uomini presero un lume e si lanciarono. Trovarono un uomo disteso colle spalle sulla neve; egli teneva le braccia incrociate e se ne serviva per proteggersi la faccia e la gola; e la difesa era urgente perchè Zanna Bianca, in un accesso di folle rabbia, combatteva perfidamente e lanciava il suo attacco nei punti vulnerabili.
Dalla spalla al polso, le maniche erano lacerate, e la camicia di flanella turchina era ridotta come un cencio; dalle braccia stese, orribilmente squarciate, scorrevano fiotti di sangue.
Weedon Scott afferrò Zanna Bianca pel collo, e lo trascinò, mentre la bestia si dimenava come un ossesso. Intanto, mentre Matt aiutava l’uomo a rialzarsi, costui, abbassate le braccia, scoprì la ferocia bestiale di Beauty-Smith. Matt indietreggiò, come se avesse toccato un carbone ardente; Beauty-Smith con gli occhi abbagliati dalla luce della lampada, si guardò intorno, e scorgendo Zanna Bianca che Scott tentava di calmare, manifestò nuovi segni di terrore.
Matt, intanto, avendo scorto degli oggetti caduti sulla neve, li esaminò e riconobbe la catena d’acciaio e il grosso bastone. Li mostrò a Scott che scosse il capo in silenzio. Poi posò una mano sulla spalla di Beauty-Smith, tutto tremante, e gli fece fare una piroetta.
Neppure una parola fu scambiata.
Quando il dio dell’odio fu partito, il dio dell’amore accarezzò Zanna Bianca e gli parlò:
— Hanno tentato di rubarvi, eh? E non avete voluto. Bene, bene. S’era ingannato, vero?
— Dall’accoglienza ricevuta, gli dev’esser parso d’essere assalito da una legione di demonii! — ghignò Matt.
Zanna Bianca, ancora agitato, e col pelo irto, seguitava a brontolare; poi, a poco a poco, il pelo si riabbassò e un dolce ronron gorgogliò dalla bocca del cane.