CAPITOLO II. Roma, la città delle rovine.

Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. — Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo.

Innanzi tutto Roma, la città delle rovine[368], gode anche presentemente una specie di venerazione che è ben diversa da quella del tempo in cui furono scritti i Mirabilia Romae e la storia di Guglielmo di Malmesbury. Se ora mancano i pellegrini che vadano a cercarvi tesori e miracoli[369], vi sono sempre gli storici e i patriotti, che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo senso vogliono essere intese anche le parole di Dante[370]: «le pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di reverenzia, e 'l suolo dov'ella siede, è degno, oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». La colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e Giovanni Villani non esita a dire, che il maggior frutto ch'egli ritrasse dal giubileo dell'anno 1300, fu la sua risoluzione di scrivere la storia di Firenze, surta in lui dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102). Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli avanzi di Roma pagana o quelli di Roma cristiana: e ci narra che di frequente salì con Giovanni Colonna sulle vôlte colossali delle terme di Diocleziano[371], e quivi nell'aria libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio fisso sulle rovine, ragionavano insieme non già d'affari, o di cose domestiche o d'interessi politici, ma di storia, evocando l'uno l'antichità pagana, l'altro la cristiana, o s'intrattenevano di filosofia o dei primi inventori delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino a Gibbon e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse argomento alle più gravi meditazioni!

La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel «Dittamondo» di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, fatta a guisa di visione (intorno al 1360), di un finto viaggio, nel quale il poeta è accompagnato dall'antico geografo Solino, come Dante da Virgilio. A quel modo che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche a Roma per risuscitarvi la tradizione leggendaria di Araceli e di S. Maria in Trastevere; ma la magnificenza profana di Roma antica esercita su essi un fascino prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento — è Roma stessa — narra loro la gloriosa sua storia e descrive minutamente gli antichi trionfi[372]: poi li conduce attorno per la città, addita ad essi i sette colli ed un gran numero di rovine, dalle quali (egli le fa dire) comprender potrai, quanto fui bella!


Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e scismatici non era più, rispetto alle memorie dell'antichità, ciò che era stata alcune generazioni prima. Una orribile devastazione, che ai più importanti edifici ancora esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere speciale, fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento di centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato dal senatore Brancaleone intorno al 1258, essendo certo che la nobiltà cercava di trincerarsi nelle rovine maggiori e meglio conservate[373]. Ciò non ostante, restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì, e in particolare molti avanzi devono a quel tempo aver avuto ancora il loro rivestimento marmoreo, le loro colonne all'ingresso degli edifici ed altri ornamenti, mentre ora di questi non sopravanza che il nudo scheletro in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di cose fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio[374] per la prima volta noi veggiamo congiunto intimamente lo studio delle rovine con quello degli antichi scrittori e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in mezzo all'erba[375] cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da quelle della Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro più esteso e corredato di disegni! Egli infatti trovò molte più cose conservate che non ottant'anni più tardi Raffaello: egli ha veduto la tomba di Cecilia Metella, nonchè il frontale a colonne di uno dei templi situati sul pendìo del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi mezzo distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era sembrato ancor buono ad essere fuso in calce: anche un imponente colonnato attiguo alla Minerva soggiacque a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno 1443 afferma che queste fusioni continuavano e soggiunge indignato, che erano: «una vera ignominia, poichè le nuove costruzioni sono meschine e il bello di Roma sta tutto nelle rovine»[376]. I romani d'allora, nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono dipinti dai forestieri come veri mandriani, ed infatti il bestiame pascolava sin dentro a' Banchi: riunioni sociali non si tenevano, se non in occasione delle visite alle chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali circostanze soltanto erano visibili anche le belle donne.


Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) Biondo da Forlì scrisse la sua Roma instaurata, servendosi omai di Frontino e degli antichi Libri regionali, come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. Il suo scopo non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente alla dedica al Papa, il libro si consola dell'universale desolazione enumerando le molte reliquie sacre, che Roma ancor possedeva.

Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi quel nuovo spirito monumentale, che è una delle caratteristiche dell'epoca del Rinascimento. Vero è che la smania ora sorta in tutti di abbellir la città di Roma, creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine, ma dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo di gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo per ogni cosa antica, e se nelle sue opere ci parla poco delle antichità di Roma in particolare, s'interessa invece moltissimo per quelle di tutto il resto d'Italia, e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed estesa degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli[377]. Vero è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico e di cosmografo, lo veggiamo compreso di uguale ammirazione tanto dinanzi alle antichità di Roma pagana, quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale; ma chi crederà alla sincerità delle sue parole, quando egli, per esempio, afferma che Nola ha maggior gloria dalla memoria di S. Paolino, che non dal combattimento eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma ognuno sa che le sue tendenze e i suoi studi lo portavano di necessità a prediligere l'investigazione della natura e dell'antichità e a interrogare la vita delle nazioni nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi suoi anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato dalla podagra, egli si fa lietamente portare in lettiga via per monti e valli a Tusculo, ad Alba, a Tivoli, ad Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive minutamente tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio abitato dalle antiche popolazioni finitime a Roma. In una escursione a Tivoli, fatta col grande Federigo da Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi animatissimi sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi e più particolarmente sull'impresa dei Greci contro Troja; perfino nel suo viaggio al congresso di Mantova (1459) egli cerca, benchè indarno, il labirinto di Chiusi, menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la così detta villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche dagli Abbreviatori della Curia un latino classico nella redazione degli atti, non farà meraviglia, quando, oltre a tutto questo, si sappia che una volta nella guerra contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè compatriotti di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei quali ricorre quivi frequentissimo anche nei registri battesimali. A lui solo, come a vero conoscitore e sincero fautore, poteva il Biondo dedicare la sua Roma triumphans, che è il primo grande tentativo di una esposizione generale delle antichità romane.


Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio delle antichità romane s'era fatto più vivo che mai. Già il Boccaccio[378], parlando delle rovine di Baja, le chiama «antiche macerie, ma pur sempre nuove per gli uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate come una delle più interessanti rarità dei dintorni di Napoli. Poco dopo sorsero collezioni di antichità di ogni specie. Ciriaco d'Ancona percorse non solo l'Italia, ma anche molti altri paesi dell'antico Orbis terrarum, e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni: interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per risuscitare i morti[379]. Le storie delle singole città da tempo antichissimo avevano accennato a rapporti veri o supposti con Roma, credendole o direttamente fondate o almeno colonizzate da essa[380]; e da lungo tempo altresì compiacenti compilatori di genealogie avean derivato alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste adulazioni tornavano così gradite, che non vi si rinunciò nemmeno nella luce della critica esordiente del secolo XV. Senza reticenza alcuna Pio II a Viterbo disse agli oratori romani, che lo pregavano di un sollecito ritorno[381]: «Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata da Roma a Siena, come lo prova l'uso dei nomi Enea e Silvio perpetuatosi in essa». Probabilmente non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser creduto un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un Barbo da Venezia — trovò lusingata la sua vanità nel veder derivata la sua famiglia, ad onta di un'opinione contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe degli Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti a Parma e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi trasferiti a Venezia[382]. Dopo ciò, non farà meraviglia che i Massimi pretendessero discendere da Fabio Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece strano che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia cercato di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri Ostrogoti (I. Nov. 23).


Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano del titolo di romani», accolsero con compiacenza i sentimenti di omaggio, che tributava loro il resto d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed Alessandro VI vedremo effettuarsi splendide feste carnevalesche, nelle quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani. L'antichità pervade tutti i sentimenti e somministra le forme, sotto le quali si manifestano. In mezzo a tali tendenze generali accadde, che il 18 aprile dell'anno 1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo, maravigliosamente bello e ben conservato, di una giovane romana del tempo antico[383]. Alcuni muratori lombardi, i quali stavano lavorando per dissotterrare un antico monumento in un podere del convento di S. Maria nuova, presso la via Appia, fuori della cerchia del sepolcro di Cecilia Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è il fatto; ma non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia, e si disse che i muratori erano immediatamente scomparsi coi tesori e colle pietre preziose poste nel sarcofago ad ornamento del cadavere; che questo era tutto rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale freschezza e flessibilità, da sembrar quello di una giovane quindicenne appena morta; e più tardi si aggiunse, che conservava ancora i colori vitali e gli occhi e la bocca semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori in Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita, e molti altresì per ritrarla, «imperocchè essa era bella oltre quanto si possa dire e scrivere, e se lo si dicesse o scrivesse, quelli che non la videro, no 'l crederebbero». Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo VIII, si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto fuori di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile de' Conservatori non rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente sul viso del cadavere era stata tirata una maschera colorata in cera o qualche cosa di simile, che stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha di singolare in tutto questo non è il fatto in sè stesso, ma il pregiudizio universalmente radicato che le forme corporee degli antichi, che qui finalmente si credeva di vedere nella loro realtà, fossero più belle di quelle dei moderni.


Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma cresceva mediante gli scavi: già sotto Alessandro VI si impararono a conoscere le così dette grottesche, vale a dire le decorazioni delle pareti e delle vôlte degli antichi, e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere: sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte, della Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra ed altre parecchie[384]; anche i palazzi dei grandi e dei cardinali cominciarono a riempirsi di statue e di frammenti antichi. Per Leone X Raffaello intraprese quella restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla la celebre sua lettera (o del Castiglione)[385]. In essa, dopo avere amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente sotto Giulio II, ancora duravano, egli supplica il Papa che voglia farsi protettore dei pochi avanzi rimasti a testificare la grandezza e la potenza di quei genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e sublimi. Poi, con senso quasi di divinazione, traccia le linee fondamentali di una storia comparata delle arti, e per ultimo accenna all'opportunità di quei «restauri», che poi furono nella mente di tutti, e a questo scopo esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare il piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo tempo in avanti, l'archeologia, tutta intesa ad illustrare la città eterna e la sua topografia, sia cresciuta in scienza speciale, e come l'Accademia vitruviana si sia sentita almeno da tanto di metter fuori un programma colossale[386], non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo il gusto per l'antichità si connette con tutte le altre tendenze di quel tempo e cospira a dare un'impronta affatto caratteristica alla vita romana d'allora. Il Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni si diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la cerchia di Roma, non ostante che Leone non sia riuscito con ciò nè a mettere in fuga le cure e i dolori, nè a prolungar l'esistenza[387], che gli fu tronca da una morte immatura. La splendida immagine della Roma di Leone, quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile, per quanto anche se ne conoscano i vizi e le piaghe, quali, ad esempio, il servilismo di chi agognava a salire, la miseria segreta dei prelati che, in onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente[388], la protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando i sommi, e finalmente l'amministrazione affatto rovinosa delle finanze pubbliche[389]. Lo stesso Ariosto, che conosceva sì bene queste magagne e ne parlava con amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno di Roma, dove non gli sarebbe mancata la compagnia di coltissimi letterati, che l'avrebbero accompagnato a vedere le rovine del tempo antico, e dove avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e mezzi di erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti nella Biblioteca del Vaticano. Questi, egli soggiunge, sarebbero i veri allettamenti che mi attirerebbero a Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato della corte di Ferrara, non già la protezione medicea, alla quale da gran tempo ho rinunciato.


Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti di solenne patriottismo, le rovine ebbero anche la forza di sviluppare, in Roma e fuori, manifestazioni di entusiasmo affatto elegiaco e sentimentale. I primi sintomi trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel Boccaccio (v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia quello di Castore e Polluce, dove una volta soleva radunarsi il Senato, e quivi si esalta alla memoria dei grandi oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo affatto sentimentale si esprime più tardi Pio II, specialmente nella descrizione di Tivoli[390], e poco dopo si ha la prima prospettiva di rovine accompagnata da una descrizione del Polifilo[391], dove figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati, circondati all'intorno da vecchi platani, allori e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed erba selvatica. Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce l'uso, non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in mezzo alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo[392]. Per ultimo scorgesi la manifestazione pratica di questo medesimo sentimento nella consuetudine invalsa di far entrare le rovine artificiali, come requisito indispensabile, in qualsiasi grandioso giardino.