CAPITOLO III. Autori antichi risuscitati.
Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte all'antichità.
Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura e dell'arte in generale, erano i monumenti della parola rimasti dell'antichità greca e romana. Ciò è tanto vero, che in allora furono addirittura riguardati come la fonte d'ogni sapere nel senso il più assoluto. Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte sono state più volte e variamente esposte: noi non possiamo aggiungere qui che alcuni particolari men conosciuti[393].
Per quanto grande sembri essere stata da lungo tempo, e più specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza degli antichi scrittori in Italia, si potrebbe tuttavia dire che una tale influenza dipendeva piuttosto da una più larga diffusione delle opere già conosciute, che non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state fatte. I più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e gli epistolografi latini, insieme ad un certo numero di traduzioni latine di singole opere di Aristotele, di Plutarco e di pochi altri greci, costituivano in sostanza l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi la generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti che quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente un Omero greco, senza poterlo leggere. La prima traduzione latina dell'Iliade e dell'Odissea è dovuta al Boccaccio, che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia la grande serie delle nuove scoperte, la fondazione sistematica delle biblioteche creata colla moltiplicazione delle copie e il lavoro zelante delle traduzioni dal greco.[394]
Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che talvolta si videro per esso ridotti alle più dure strettezze, noi non ci troveremmo in possesso se non di una minima parte degli scrittori greci, che giunsero sino al nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar codici, e fin d'allora egli si confessava vinto dalle due grandi passioni, che prevalsero nell'epoca del Rinascimento, i libri e le fabbriche.[395] Divenuto Papa, mantenne la parola, stipendiando copisti per scrivere e mandando esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento ducati, il Guarino per quella di Strabone mille fiorini d'oro e doveva averne altri cinquecento, se il Papa non fosse morto precocemente. Morendo, egli lasciò ricca di cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di novemila volumi[396] quella biblioteca, che propriamente era destinata in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne l'elemento principale della celebre Biblioteca del Vaticano: essa doveva essere collocata nello stesso palazzo papale come il suo più bell'ornamento, a quel modo che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria. Quando il Papa, in occasione della peste, si ritirò con tutta la sua corte a Fabriano, vi condusse anche i suoi traduttori e compilatori, per essere sicuro che non gli morissero.
Il fiorentino Nicolò Niccoli,[397] uno degli eruditi che si raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo a tutto il suo avere a furia di acquistar libri; ma quando egli non ebbe più nulla, i Medici gli tennero aperte le loro casse per qualunque somma egli richiedesse per tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano Marcellino e del libro de Oratore di Cicerone, nonchè molte altre scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare altresì il bellissimo Plinio, che aveva già appartenuto ad un convento di Lubecca. Con una liberalità veramente generosa egli dava a prestito i suoi libri, o forniva ogni possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava ottocento volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo la sua morte, e per l'interposizione di Cosimo, passò al convento di S. Marco, sotto condizione però che fosse accessibile al pubblico.
Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il Poggio, l'ultimo,[398] in parte anche quale incaricato del Niccoli, fece, come è noto, importanti scoperte nelle abbazie della Germania meridionale, ch'ebbe occasione di visitare quando si recò al Concilio di Costanza. Egli trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo, che dicesi egli abbia copiato per intero e assai nitidamente in soli trentadue giorni. Trovò inoltre importanti frammenti, che ajutarono a completare Silio Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano, Columella, Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti altri; e per ultimo, insieme a Leonardo Aretino, fece conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, nonchè le Verrine di Cicerone.
Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia, raccolse, con sentimento di lodevole patriottismo[399] e non senza enormi sacrifici, seicento codici, contenenti opere pagane e cristiane, e stava appunto cercando un luogo sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice sua patria, se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà, sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura. La Signoria di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a costruire un locale apposito, ed anche oggidì la Biblioteca di S. Marco conserva una parte di quei tesori.[400]
La formazione della celebre biblioteca medicea ha una storia affatto speciale, della quale noi non possiamo occuparci qui: il raccoglitore principale per Lorenzo il Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno che questa raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici (Leone X).
La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu[401] in modo precipuo fondata dal grande Federigo di Montefeltro (v. pag. 60), che aveva già cominciato a raccogliere fin da fanciullo, e più tardi teneva costantemente a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che nel corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno di trenta mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente e completata specialmente coll'ajuto di Vespasiano, e ciò che questi ne riferisce è degno di particolare attenzione, perchè ci dà l'idea più completa di una biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di S. Marco di Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino di quella di Oxford, e si trovava, con senso di vero orgoglio, che la biblioteca urbinate, per ricchezza di testi completi di ogni singolo autore, le superava tutte di gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora i libri del medio-evo e specialmente le opere di teologia, quali, ad esempio, quelle di S. Tommaso d'Aquino, di Alberto Magno, di S. Bonaventura ecc.; ma la biblioteca comprendeva molti rami dello scibile, e, per citarne uno, vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di raccogliere in fatto di medicina. Fra i moderni primeggiavano i grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio, ad esempio, con tutte le loro opere; poi seguivano venticinque scelti umanisti, sempre con tutte le loro opere latine ed italiane, come altresì colle loro traduzioni. Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri della Chiesa, ma non mancavano neanche i classici antichi, a proposito dei quali nel catalogo incontransi i nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro con tutte le loro opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo deve essere assai presto scomparso da Urbino,[402] essendo fuor d'ogni dubbio che, in caso contrario, i filologi non avrebbero tardato a pubblicarlo.
Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo, con cui si moltiplicarono in allora i manoscritti e si vennero formando le biblioteche. L'acquisto diretto di un manoscritto un po' antico, che contenesse un testo raro, o il solo completo, od anche unico, esistente, restava naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano il greco, tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano coll'appellativo speciale di «scrittori»: il loro numero fu e rimase sempre scarso, ed erano retribuiti assai largamente.[403] Gli altri, detti semplicemente copisti, erano in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro lavoro, in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di qualche guadagno straordinario. Per una singolarità, i copisti di Roma al tempo di Nicolò V erano per la massima parte tedeschi e francesi,[404] individui probabilmente venuti a chiedere qualche grazia alla Curia e che, obbligati a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal modo il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo de' Medici volle in tutta fretta fondare una biblioteca per la sua prediletta abbazia al di sotto di Fiesole, chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di abbandonare l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè non avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì di servirsi dell'opera dei copisti; dietro di che Cosimo s'accordò con lui di un pagamento a giornate, e Vespasiano stipendiò quarantacinque scrivani, che in ventidue mesi gli fornirono duecento volumi completi.[405] La lista delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V, che la stese di propria mano.[406] (Naturalmente prevalevano su tutto il resto i libri ecclesiastici e il corredo necessario pel servizio del coro).
La forma della scrittura era quella nitida ed elegante introdottasi in Italia sin dal secolo precedente e che piace tanto ancora oggidì, vista nei libri di quel tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo Mannetti, Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le scritture veramente belle. Gli altri ornamenti, anche se non vi andava unita nessuna miniatura, portavano l'impronta del massimo buon gusto, come lo provano specialmente i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi fregi lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui si scriveva, se per grandi signori, era sempre la pergamena, e le legature nella Vaticana e ad Urbino uniformemente in velluto cremisino con fermagli d'argento. Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione che si aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza dei fregi esterni, non riescirà difficile a comprendere come ai libri stampati, che improvvisamente cominciavano ad apparir d'ogni parte, non si facesse in sulle prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare quello che i biografi narrano di Federigo da Urbino, che cioè «si sarebbe vergognato» di possedere nella sua biblioteca un libro stampato![407]
Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano il mestiere, ma i molti che dovevano copiare un libro per averlo, — giubilarono della invenzione tedesca.[408] Essa fu messa tosto a profitto in Italia per la moltiplicazione e diffusione dei classici latini e poscia anche dei greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto aspettarsi dall'universale entusiasmo, che esisteva per questi scrittori. Qualche tempo dopo cominciò a designarsi più nettamente la posizione reciproca degli autori e degli stampatori,[409] e sotto Alessandro VI sorse la censura preventiva, perchè non era più tanto facilmente possibile di distruggere un libro, come Cosimo aveva poco prima potuto pattuire col Filelfo.[410]
Come da questo tempo in avanti, in connessione con lo studio progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi venuta a poco a poco formando una critica dei testi, non è del nostro assunto il dimostrarlo, come non è nostro compito neanche di dare una storia dell'erudizione in generale in un libro, che non mira tanto a mettere in luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia, quanto a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse nella vita e nella letteratura del secolo, di cui si parla. Tuttavia ci sia permessa ancora una osservazione sugli studi considerati in sè stessi.
L'erudizione greca si concentra essenzialmente in Firenze e nel secolo XV, nonchè nei primordj del XVI. Ciò che il Petrarca e il Boccaccio aveano fatto al loro tempo[411] per promoverla non accenna che ad un entusiasmo da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti venuti da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo studio del greco,[412] e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali (Erasmo, gli Stefani e Buddeo) se ne sieno frattanto impadroniti. Quella colonia avea cominciato con Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca della presa di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo, Teodoro Gaza, Demetrio Calcondila (che allevò anche i propri figli Teofilo e Basilio a valenti grecisti), Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia dei Lascaris, con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento della Grecia per opera dei Turchi fu completo, non vi fu più nessun dotto superstite, ad eccezione dei figli dei fuggiaschi e forse qualche condiotto o cipriotto. Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide presso a poco anche il primo scadimento degli studi greci, si spiega bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze generali[413] e colla sazietà relativa, che avea cominciato a manifestarsi rispetto al contenuto sostanziale della letteratura classica, ma certamente non vi rimase estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti venuti dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra gl'Italiani gli anni, in cui lo studio del greco massimamente fiorì, furono quelli più prossimi al 1500, che potrebbe dirsi in questo riguardo l'anno normale; e fu appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano ancora dimenticato, quali ad esempio i papi Paolo III e Paolo IV.[414] Ma un tale fervore non si spiega se non col presupporre rapporti con uomini veramente venuti dalla Grecia e greci di nascita.
Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre, e Bologna, Ferrara, Venezia, Perugia, Pavia ed altre città di quando in quando, maestri stipendiati di greco.[415] Moltissimo poi deve questo studio al coraggio di Aldo Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il primo stampò in greco i più importanti e voluminosi autori. Egli arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu in generale tale tipografo, cui ben pochi anche più tardi possono essere paragonati.
Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche gli studi orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole, e noi dobbiamo qui farne menzione almeno con una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto il sapere israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che ebbe a sostenere Giannozzo Mannetti,[416] grande erudito e politico fiorentino (morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare suo figlio Agnolo allo studio non del latino e del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più tardi ebbe l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente tutta la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo consigliava ad abbandonar la volgata.[417] Ma anche parecchi umanisti accolsero, molto tempo prima di Reuclino, nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della Mirandola possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un dotto rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo furono i medici, che non si accontentavano più delle traduzioni latine alquanto invecchiate dei grandi maestri arabi: l'occasione forse fu data dai consoli veneziani stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici italiani. Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune traduzioni dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo da Belluno,[418] innamorato di Avicenna, dimorò lungamente a Damasco per apprendervi l'arabo e fece poi alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra d'arabo all'università di Padova.
Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima di passare a dir degli effetti dell'umanismo in generale. Egli è l'unico che a voce alta e con vero coraggio difese i diritti della scienza e della verità in tutti i tempi, di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità greco-romana.[419] Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici del medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo eternamente, non nelle scuole dei compilatori di sillabe, ma nella cerchia elevata dei dotti, che non discutono più sulla madre di Andromaca o sui figli di Niobe, ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni cosa umana e divina: chi si avvicinerà un poco, vedrà che anche i Barbari avevano lo spirito (Mercurium) non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile vigoroso e non del tutto disadorno e con una esposizione nitida e serrata egli combatte il pedantesco purismo e l'esagerata venerazione per una forma non naturale, ma imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto esclusivismo e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. In lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso la filosofia in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse soffocato ogni libero slancio del pensiero.