CAPITOLO X. La Storiografia.

Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia italiana.

Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile che cadesse nelle mani degli umanisti. Questo fatto non può non essere deplorato altamente, non appena si istituisca un paragone, sia pur rapido e superficiale, tra le storie di questo tempo e le cronache anteriori e specialmente quelle dei Villani così splendide, così ricche di vita e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto a queste, non sembri affatto sbiadito, convenzionale e artificioso tutto ciò che fu scritto dagli umanisti e in modo particolare dai loro immediati e più celebri successori nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si prova, pensando che sotto alle frasi liviane e cesariane di un Facio, di un Sabellico, di un Foglietta, d'un Senarega, d'un Platina (storia di Mantova), di un Bembo (annali di Venezia) e perfino di un Giovio (storie) se ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una esposizione nitida e chiara degli avvenimenti! La sfiducia poi cresce, quando si scorge che si cercò di imitar Livio appunto in ciò, in cui era men degno di imitazione, vale a dire,[505] nell'aver voluto «rivestire di forme splendide e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per ultimo si resta compiutamente disillusi, quando s'incontra la strana confessione, che la storia debba per proprio istituto allettare, eccitare e scuotere il lettore mediante tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno, come se essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se anche il disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi umanisti talvolta apertamente professano,[506] non abbia per avventura esercitato una dannosa influenza sul loro modo di trattare la storia? Certo è che il lettore involontariamente presta maggiore attenzione e fiducia ai modesti annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di Ferrara, e più ancora ai migliori fra i cronisti propriamente detti che scrissero in italiano, quali un Marin Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero a quella schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV.

E veramente la storia contemporanea acquistava senza contrasto un più libero movimento nella lingua del paese, di quello che se costretta nelle spire dell'artificioso periodare latino. Se poi anche al racconto delle cose antiche, e alle questioni erudite convenisse meglio la lingua italiana, è una questione, che per quel tempo ammette più d'una risposta. Il latino in allora era la lingua usata dai dotti non solo in senso internazionale, vale a dire tra francesi, inglesi, italiani, ecc., ma anche più strettamente in senso interprovinciale, cioè tra lombardi, veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel loro modo di scrivere italiano toscaneggiassero e non conservassero quasi più traccia alcuna del loro dialetto, non giunsero però mai a guadagnarsi il suffragio, in questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di questo si poteva facilmente far senza quando si trattava di scrivere una storia contemporanea locale, che trovava lettori bastanti nel luogo stesso dov'era scritta, ma non altrettanto facilmente in una storia dei tempi passati, per la quale si domandava un circolo molto più esteso di lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare l'interesse locale del popolo a quello più generale dei dotti. E infatti qual celebrità avrebbe acquistato il Biondo da Forlì, se avesse scritto le dotte sue opere in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola? Certamente queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi al disprezzo de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono una grandissima influenza su tutti i dotti dell'occidente. E ciò è così vero, che tra i fiorentini stessi nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano ad una più facile diffusione delle loro opere.

Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia contemporanea, che non la cedono in nulla alle più eccellenti storie italiane. Non appena si abbandonò la esposizione oratoria degli avvenimenti fatta al modo di Livio, vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi appaiono come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che nelle loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a seguire, mostransi ad un tratto eccellenti nel trattar la forma biografica. Di Tristano Caracciolo, delle Biografie del Facio, della Topografia veneziana del Sabellico abbiamo già avuto occasione di parlare altrove; su altri torneremo più tardi.


Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi innanzi tutto e naturalmente all'antichità classica; ora, ciò che indarno si crederebbe trovare presso questi stessi umanisti, e che pur si trova, sono singoli lavori di una certa importanza intorno alla storia generale del medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia dove finisce quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a caso aprisse le Decadi di Biondo da Forlì, stupirebbe di trovarvi una storia universale ab inclinatione Romanorum imperii, come in Gibbon, piena di studi fatti sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime trecento pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo sino alla morte di Federigo II. E tutto questo facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi si era ancora alle note Cronache papali e imperiali e al Fasciculus temporum. Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente di quali scritti il Biondo si sia giovato e dove li abbia trovati tutti riuniti; ma nella storia della moderna storiografia converrà pure che gli sia resa quando che sia piena giustizia. Già anche per questo libro soltanto si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità fu quello, che rese possibile anche lo studio dei medio-evo, abituando per la prima volta le menti alla considerazione obbiettiva della storia. Certamente s'aggiungeva anche il fatto che il medio-evo era veramente passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente non si potrebbe dire con altrettanta verità, che esso sia stato giudicato con giustizia e molto meno con pietosa venerazione; poichè nelle arti si insinua un ostinato pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli umanisti non riconoscono il principio di un'êra nuova, se non dal tempo in cui essi poterono esclusivamente prevalere.

«Io comincio, dice il Boccaccio,[507] a sperare ed a credere, che Dio abbia avuto pietà del nome italiano, dopochè veggo che la sua inesaurabile bontà mette nel petto degli Italiani anime, che somigliano a quelle degli antichi in quanto cercano la gloria per altre vie, che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire sul sentiero della poesia, che rende immortali». Ma questo modo di vedere ristretto ed ingiusto non impediva agli uomini più altamente dotati di approfondire l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto d'Europa non se ne parlava nemmeno; e si formò pel medio-evo una critica storica appunto per questo, che la trattazione razionale di qualsiasi argomento doveva tornar buona agli umanisti anche per questa materia storica. Nel secolo XV essa penetra ormai in tutte le storie delle singole città per guisa tale, che le posteriori leggende favolose della storia primitiva di Firenze, Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi innanzi colle loro narrazioni fantastiche inventate sino dal secolo XIII e prive per la maggior parte di qualsiasi valore.

Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento di gloria, che era sì profondo nel secolo XV, abbiamo già toccato più sopra, parlando di Firenze (pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e, come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino[508] un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò il suo governo a spedire anch'esso un proprio oratore, così ora i veneziani sentirono il bisogno di una storia, che potesse reggere al paragone di quelle di Leonardo Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che nacquero nel secolo XV le Decadi del Sabellico, e nel XVI la Historia rerum venetarum di Pietro Bembo, opere che furono scritte ambedue per espresso incarico della Repubblica, l'ultima quale continuazione della prima.


Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini del principio del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini affatto diversi dai latinisti Giovio e Bembo. Essi scrivono in italiano, non solamente perchè non possono più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, presentare sotto una forma viva ciò che essi hanno appreso da una osservazione immediata e personale,[509] e perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il Varchi e la maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar le cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando essi scrivono per un numero ristretto d'amici, come fece Francesco Vettori, sentono un bisogno irresistibile di dichiarare la parte che presero negli avvenimenti, e di giustificare così il loro interessamento per gli uomini e le cose, che vengono ricordando.

Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere proprio e speciale della loro lingua e del loro stile, essi appaiono talmente compenetrati dello spirito dell'antichità, che senza di essa non si potrebbero neanche immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano un'impronta molto più spiccata, che non la maggior parte dei latinisti seguaci di Livio: son cittadini, che scrivono pei loro concittadini, a quel modo che facevano gli antichi.