CAPITOLO XI. Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.
Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina.
A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle altre scienze speciali; ognuna di esse ha la sua storia particolare, nella quale gli archeologi italiani di questo tempo, specialmente per la sostanzialità delle cose antiche da essi scoperte,[510] segnano un momento affatto nuovo e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, gli ulteriori progressi di ciascuna scienza nel tempo moderno. Anche per ciò che riguarda la filosofia, noi dobbiamo rinviare alla sua storia speciale. L'influenza degli antichi filosofi sulla cultura italiana appare talvolta immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha luogo specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele, principalmente quelle contenute nell'Etica,[511] assai per tempo diffusa, e nella Politica, erano divenute un patrimonio comune di tutti i dotti d'Italia, e come tutta la speculazione filosofica fosse padroneggiata da lui.[512] Il secondo per contrario si verifica ogni volta che si voglia tener conto della scarsa influenza dogmatica degli antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che si scambia comunemente per una tale influenza, non è, nel più dei casi, se non un effetto della cultura in generale, una conseguenza delle forme sociali di svolgimento dello spirito italiano. Parlando della religione, avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione su questo argomento. Ma nella massima parte dei casi non trattasi neppure della cultura in generale, bensì soltanto delle manifestazioni di singole persone o di dotte società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe fare una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche dottrine ed una semplice adozione portata dalla moda. Infatti per molti il culto e l'imitazione dell'antichità non era che una moda, perfino per taluni, che in essa avevano cognizioni molto serie e profonde.
Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, che ha un tal quale aspetto di affettazione nel nostro secolo, lo avesse realmente anche a quel tempo. L'uso di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre più bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente femminili) attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo per gli eroi dell'antichità era maggiore che non pei santi del cristianesimo, non può parere strano, che le famiglie illustri preferissero di chiamare i loro figli Agamennone, Achille e Tideo,[513] e che il pittore imponesse il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva a sua figlia.[514] Nè si troverà neanche fuor di ragione che, invece di un nome di casato, dal quale in generale non si voleva chiamarsi, si adottasse un nome antico ben risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti di un dato luogo, senza essere ancora diventati nomi di famiglia, vi si rinunciava assai volentieri, specialmente ogni volta che il luogo si denominasse da un qualche santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, seppe conquistarsi da sè una posizione al di fuori mediante la sua dottrina, avea ben diritto, fosse anche stato un Sanseverino, di ribattezzarsi orgogliosamente in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice traduzione di un nome di lingua greca o latina (uso che fu poi adottato quasi esclusivamente in Germania) può ben essere perdonata ad una generazione, che parlava e scriveva in latino, e che tanto in prosa, quanto in verso usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, introdotto più tardi, di mutare un nome di persona o di casato solo per metà sino a dargli una cadenza classica od anche un nuovo senso, come quando di Giovanni si fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, Lucio Crasso, e così via. L'Ariosto, che di queste debolezze ride così amaramente,[515] ebbe ancor tanto di vita da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle sue eroine ad alcuni fanciulli.[516]
Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale, nomi di uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non deve giudicarsi con troppa severità. Sino a che si stava contenti ad un latino semplice e facile, come forse era il caso di tutti i latinisti, che vissero tra il tempo del Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò a volere un latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora le cose moderne non poterono più nella loro totalità essere espresse nello stile antico, se non ribattezzandole artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero di chiamare i consiglieri municipali col nome patres conscripti, le monache con quello di virgines vestales, ogni santo con quello di divus o deus, mentre scrittori di gusto più raffinato, come Paolo Giovio, probabilmente non ricorrevano a simili travestimenti se non quando era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna speciale importanza, in lui offende meno che in altri il sentir chiamare senatores i cardinali, princeps senatus il loro decano, Dirae la scomunica,[517] Lupercalia il carnevale, e così via. Egli è appunto da questo autore principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche dedurre troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo generale del pensiero d'allora.
Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla storia dello stile latino considerato in sè stesso e nelle varie fasi del suo sviluppo. Basterà dunque che sia notato come gli umanisti, per due secoli di seguito, abbiano continuato a condursi in modo, come se la lingua latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare l'unica degna di essere scritta. Il Poggio deplora[518] che Dante abbia steso il suo grande poema in lingua italiana, e d'altra parte è noto universalmente che egli avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima scritto in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire della poesia italiana dipendette dal fatto, che egli abbandonò poscia questo suo primo pensiero; ma anche il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria dalle sue poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta in sulle prime altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide maggiore di questa non s'è vista mai nel campo della letteratura;[519] ma, ciò non ostante, la poesia seppe in gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire, anche senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un bene, che la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione due lingue, poichè in entrambe essa ha dato frutti diversi ed eccellenti, e precisamente tali dal mostrar chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto anche della prosa: la posizione e la fama mondiale della cultura italiana era vincolata a questa condizione, che alcuni argomenti dovessero essere trattati nella lingua allora universale — urbi et orbi, —[520] mentre la prosa italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro, i quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere in latino.
Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza contrasto come il modello più perfetto della prosa latina, era Cicerone. Ciò non era soltanto l'effetto di un'intima persuasione che egli fosse unico nell'arte di scegliere le parole, di disporre i periodi e di ordinare le varie parti di una composizione, ma discendeva anche naturalmente dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la magniloquenza dell'oratore e la nitida perspicuità del filosofo mirabilmente si confacevano coll'indole dello spirito italiano. Già ancora al suo tempo il Petrarca aveva riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come uomo e come politico,[521] ma egli nutriva per esso troppa venerazione, per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e dal suo tempo in poi, l'epistolografia in prima e in seguito tutti gli altri generi di composizione, eccettuato soltanto il narrativo, non avean preso altro modello, fuorchè Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non si permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse nei libri del grande maestro, non comincia che verso la fine del secolo XV, dopochè gli scritti grammaticali di Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta Italia, e dopochè si erano già vedute e raffrontate le testimonianze degli storici della letteratura latina.[522] Allora soltanto si cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le diverse gradazioni dello stile nella prosa degli antichi, e si finì pur sempre colla beata persuasione che Cicerone solo fosse il modello perfetto, o, se si voleva abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi celeste».[523] Fu allora che si videro un Pietro Bembo, un Pierio Valeriano e molti altri non preoccuparsi d'altro, fuorchè di imitare un sì grande esemplare: fu allora che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni dei più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando gli autori più antichi;[524] fu allora che Longolio, dietro i consigli del Bembo, per cinque interi anni non lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia fe' voto di non usare nessuna parola che non fosse stata usata da quel sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che poi diede origine alle grandi dispute letterarie, che arsero tra Erasmo e Scaligero il vecchio e i loro seguaci.
Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non erano poi tutti così esclusivi da riguardarlo come l'unica fonte della lingua. Ancora nel secolo XV il Poliziano ed Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato tentare una forma tutta loro propria e particolare,[525] naturalmente basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale», e a questa stessa meta aspirò pure colui, che ci narrò i loro tentativi. Paolo Giovio. Egli ha pel primo e con uno sforzo indicibile espresso in lingua latina una quantità di pensieri moderni, specialmente in argomenti d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le difficoltà, gli si deve però assai di frequente la lode di una certa vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà dei grandi pittori e scrittori di quel tempo,[526] contengono spesso tratti di una finitezza perfetta accanto ad altri informi e pessimamente riusciti. Anche Leone X, che riponeva tutta la sua gloria in questo, ut lingua latina nostro pontificatu dicatur facta auctior,[527] inchinò ad una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto esclusiva, come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto sensuale di tutta la sua vita; a lui bastava che tutto ciò, che dovea udire o leggere, avesse un colorito di schietta, vivace ed elegante latinità. Infine Cicerone non poteva servire di modello per la conversazione latina, e sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto a lui, altri idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata dalle rappresentazioni abbastanza frequenti in Roma e fuori di Roma delle commedie di Plauto e di Terenzio, le quali agli attori offrivano un esercizio utilissimo nel latino, come lingua di società. Ancora sotto Paolo II il dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra da Pistoia) è lodato[528] per essersi accinto alla lettura dei lavori di Plauto allora molto imperfetti e mancanti perfino dell'elenco dei personaggi, e per aver chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori di lingua che vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia partito il primo impulso alla rappresentazione di quelle commedie. Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo fautore in Pomponio Leto, che non disdegnò di far le parti di direttore della scena, quando negli atrii dei palazzi dei grandi prelati le stesse commedie venivano rappresentate.[529] L'essersi poi intorno al 1520 smesse tali rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo (p. 320), una della cause dello scadimento dell'eloquenza.
Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura corse le stesse vicende che il vitruvianismo nel campo dell'arte. E in ambedue ì casi si manifesta quella legge generale dell'epoca del Rinascimento: che il moto nella cultura di regola precede il moto analogo nell'arte. La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro potrebbe per avventura calcolarsi di due decennii, non più, se si computa dal cardinale Adriano da Corneto (1505?) sino ai primi vitruviani assoluti.