CAPITOLO XII. La nuova poesia latina.
L'epopea tratta dalla storia antica; l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica.
Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la nuova poesia latina. Noi dobbiamo toccare anche di questa, almeno per quanto essa può esserci di aiuto a dare una caratteristica completa dell'umanismo.
Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto vicina fosse la sua definitiva vittoria, è stato già mostrato più sopra (v. pag. 237). Ora si può anche in anticipazione andar persuasi, che la nazione più colta e più civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva, aver rinunciato ad una lingua quale era l'italiana. Se dunque vi rinunciò, deve esservi stata spinta da una causa ben più forte e potente.
Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni schietta e sincera ammirazione, essa produsse necessariamente l'imitazione. Questa non manca, è vero, anche in altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia soltanto verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a dire, una favorevole disposizione di tutta la parte più colta della nazione, ed un parziale risveglio dell'antico genio italico nei poeti stessi, quasi eco prolungato di un'antica armonia. Ciò che di meglio nasce in tal modo, non è più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi o non apprezza l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente inarrivabile e inimitabile, chi finalmente non si sente disposto di usare nessuna indulgenza con poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a cercare da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità sillabiche, non si metta allo studio di questo genere di letteratura. Anche le produzioni le più perfette non sono fatte per affrontare gli attacchi di una critica assoluta, ma solo per procurare un'ora di sollievo al poeta e a molte migliaia de' suoi contemporanei.[530]
Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni o leggende antiche. Le condizioni essenziali per una vera poesia epica non si riscontrano nemmeno, per consenso di tutti, negli antichi epici romani, anzi neppure nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? Ciò non ostante, l'Africa del Petrarca sembra aver trovato lettori e ammiratori in tal numero, da lasciarsi addietro in questo riguardo qualsiasi epopea del tempo moderno. Per verità lo scopo e il movente del poema non potevano non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV riconobbe assai giustamente nella seconda guerra Punica il momento più splendido della grandezza e potenza romana, e questo appunto fu ciò che si propose di cantare il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma non conoscendosi ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione Africano il vecchio pareva sì bel tema agli uomini del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi della Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto mano, quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, per sentimento di rispetto a questo grande se ne ritrasse.[531] Se il poema dell'Africa avesse avuto bisogno di una giustificazione, questa le si aveva nel fatto, che in quel tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione era tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di Pompeo e di Cesare.[532] Quante fra le moderne epopee possono gloriarsi di un soggetto pel loro tempo così popolare, così nella sostanza storicamente vero e tuttavia rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, del resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. Perciò che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo rinviare i lettori alle storie letterarie propriamente dette.
Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva a trattare qualche mito o leggenda antica, per riempire qualche lacuna lasciatavi da altri. A ciò si accinse assai presto la poesia italiana e propriamente per la prima volta colla Teseide del Boccaccio, che è riguardata come il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, e poscia si ha un buon numero di tentativi minori, ad imitazione specialmente di Claudiano, quali una Meleagriade, una Esperiade ecc. Ma in ispecial modo notevoli sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono le più belle regioni d'Italia di una moltitudine di divinità, di ninfe, di genii ed altresì di pastori, appunto perchè a quest'epoca era invalso di accompagnar sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca in poi, nelle egloghe, tanto di forma narrativa, che dialogica, la vita pastorale sia rappresentata quasi sempre[533] in modo affatto convenzionale, e come espressione di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui non se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede origine. E questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano il doppio significato che ebbero nell'epoca del Rinascimento le antiche divinità, le quali da un lato rappresentano le idee generali e rendono quindi inutili le figure allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento affatto libero ed indipendente di poesia, un tipo di bellezza neutrale, che può essere innestato in ogni creazione poetica e passare per mille e sempre nuove combinazioni. Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio col suo mondo immaginario di Dei e di pastori dei dintorni di Firenze nel Ninfale d'Ameto e nel Ninfale fiesolano, ch'egli cantò in poesia italiana. Ma il capolavoro in questo genere sembra essere stato il Sarca di Pietro Bembo,[534] nel quale si narrano gli amori del dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito nuziale, che ebbe luogo in una grotta del Monte Baldo, i vaticinii di Manto, figlia di Tiresia, sulla nascita di un figlio, il Mincio, sulla fondazione di Mantova e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi invero, ma propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida cornice di versi, che si chiudono con un apostrofe a Virgilio, che ogni miglior poeta accetterebbe per sua. — Comunemente tutto ciò si riguarda come nulla più che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole di scherno: noi non intendiamo d'intavolare polemiche a questo riguardo; diremo soltanto: è questione di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su di essa un'opinione sua propria.
Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti poemi epici in esametri di argomento biblico e religioso. Non è da credere che con questi gli autori avessero sempre in mira di promovere l'incremento della Chiesa o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi ultimi va certamente annoverato Battista Mantovano, autore di un poema intitolato Parthenice), sieno stati animati da un sentimento, lodevole invero, di servire colle dotte loro poesie latine alla religione, ciò che era veramente in piena armonia col modo quasi pagano, che allora prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina un numero ragguardevole, ma tra essi emergono di gran lunga il Vida colla sua Cristiade e il Sannazzaro co' suoi tre libri De partu Virginis. Il Sannazzaro sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel quale egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, col vigore plastico delle descrizioni, colla squisitezza perfetta del lavoro; nè certamente egli avea motivo di temere il paragone, quando nel canto dei pastori al presepio innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio. Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli spiriti, egli ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti danteschi, quale è, per esempio, il canto e la profezia del re Davidde nel Limbo de' patriarchi, o la pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel suo gran manto tempestato delle figure elementari di tutti gli esseri, in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre volte egli non si perita di innestare al suo soggetto l'antica mitologia, senza per questo cader nel barocco, perchè le divinità pagane non sono per lui che come la cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna parte principale nel suo poema. Chi desidera formarsi un concetto intero e adeguato di quanto abbia potuto l'arte a quel tempo, non deve trascurar di leggere un lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà tanto maggiore anche per questo, che d'ordinario la mescolanza di elementi pagani e cristiani stuona assai più facilmente nella poesia, che nelle arti figurative: queste ultime infatti ponno del continuo compensar l'occhio colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, e in generale non sono così schiave del contenuto sostanziale dei soggetti che trattano, come la poesia, mentre l'immaginazione in esse s'arresta piuttosto alla forma, nella poesia invece penetra direttamente nella sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario festivo»[535] avea tentato un altro espediente; che era appunto quello di porre gli Dei e i Semidei del paganesimo in pieno contrasto colla storia sacra, come facevano i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far parte della medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio si stacca dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne il saluto sul limitare della cella benedetta; vola quindi ad informare gli Dei raccolti in solenne radunanza e li induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma anche con questo metodo egli si trova altre volte costretto[536] a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente s'arrendano a riconoscere la superiorità della Vergine.
La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, l'omaggio tributatogli dei più grandi dell'epoca sono circostanze, che mostrano ad evidenza quanto egli fosse caro e necessario al suo secolo. Anche in servigio della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul cominciare della Riforma, il problema: se fosse possibile poetare cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso alle tradizioni classiche; e tanto Leone, quanto Clemente gliene attestarono altamente la loro riconoscenza.
Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche la storia contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora a guisa di panegirico, e d'ordinario sempre in lode di qualche principe o di qualche famiglia principesca. Così ebbero origine una Sforziade, una Borseide, una Borgiade, una Triulziade e simili, ma veramente nessuna raggiunse il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero celebri ed immortali nella storia, non dovettero certo la loro celebrità a questa specie di poemi, contro i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale avversione, anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto diverso produssero invece alcuni poemetti minori, stesi senza pretensione alcuna a guisa di episodi della vita di qualche uomo celebre, come per esempio la descrizione delle «Cacce di Leone X» presso Palo[537] e «il Viaggio di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra molti altri, Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole che i lettori moderni ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati da quel fondo di adulazione che ci sta sotto e che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del lavoro e la importanza storica, talvolta non piccola, di queste poesie assicurano ad esse una vita più lunga di quella, cui possono aspirare parecchie poesie del nostro tempo ora abbastanza in voga.
In generale queste composizioni sono di tanto migliori, quanto meno contengono di elementi patetici ed ideali. Vi sono taluni poemetti epici di celebri maestri, che, sotto un cumulo enorme di allusioni mitologiche, producono un effetto altamente ridicolo e comico, certamente contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, è «l'Epicedio» di Ercole Strozza[538] per la morte di Cesare Borgia (v. pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, che aveva posto tutte le sue speranze nei papi spagnuoli Calisto III ed Alessandro VI e poi aveva riguardato Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono le gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. Poscia il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento fosse stato l'alto consiglio dei Dei[539], ed Erato narra che nell'Olimpo Pallade si era dichiarata per gli spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue abbracciarono le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, le pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino ordito dalle Parche, ma che, ciò non ostante, le promesse degli Dei s'adempirebbero per opera del fanciullo nato dall'unione delle due case Borgia ed Este[540]; e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa di ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare il dono dell'immortalità, come non potè darlo una volta, in onta ad autorevoli preghiere, nè a Memnone, nè ad Achille; conclude però col dire, quasi a conforto del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto grande strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte scende a Napoli e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta a Nepi e appare quivi all'infermo Cesare sotto la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo ammonito a rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a guisa di uccello».
Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un piacere talvolta assai grande se si respinge a priori tutto ciò che, più meno a proposito, contiene qualche sprazzo di mitologia, poichè anche la poesia non poche volte ha saputo nobilitare questo elemento, al pari della pittura e della scultura. E pei dilettanti del genere non mancano neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati nella «Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa degno riscontro la «Festa degli Dei» di Giovanni Bellini.
Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici esercitazioni o rifacimenti di relazioni in prosa, che il lettore probabilmente preferirà ogni qualvolta le trovi. E da ultimo si finì, come è noto, col mettere in versi ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti tedeschi dell'epoca della Riforma.[541] Ma si andrebbe molto errati, se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di ozi agiati ed a soverchia smania di poetare. Negli Italiani almeno c'è sempre troppa cura di ripulire e perfezionare la forma, della quale essi avevano un senso squisito e profondo, come lo prova la moltitudine enorme che si ha contemporaneamente di relazioni, di storie e di opuscoli in terzine. Appunto come Nicolò da Uzzano, per produrre maggiore effetto, fuse in questo metro non facile del verso italiano il suo manifesto per una nuova costituzione politica, e il Machiavelli il suo prospetto della storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, e un quarto l'assedio di Piombino per opera di Alfonso il Magnanimo,[542] non deve far meraviglia che altri potessero aver bisogno dell'esametro, per incatenar meglio l'attenzione di un pubblico al tutto diverso.
Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare o ad esigere, scorgesi con piena evidenza dalla poesia didattica. Questa nel secolo XVI ebbe uno sviluppo straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia, la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono da aggiungere anche parecchi estesi poemi italiani. Oggidì è moda di condannar tali poemi senza neanche darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi non sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente di esser letti.[543] Ad ogni modo però egli è certo, che epoche senza paragone superiori alla nostra per retto senso del bello, quali appunto furono la greca (dei tempi più tardi) e la romana, nonchè questa del Rinascimento, non credettero di poter far senza neanche di questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche rispondere, che non la mancanza dì gusto estetico, bensì una maggiore serietà nella trattazione delle materie scientifiche è quella che ne tien lontana oggidì la forma poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo miglior partito lasciare ad ognuno la propria opinione.
Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì qua e colà ristampata, ed è lo Zodiaco della vita di Marcello Palingenio, segreto seguace delle dottrine protestanti in Ferrara. Alle più sublimi questioni intorno a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore congiunge la trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da questo lato un'autorità non dispregevole per la storia della morale. Nel complesso però il suo poema si distacca da tutti gli altri congeneri dell'epoca del Rinascimento, come anche, in ordine al suo scopo seriamente istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la mitologia.
Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, più che in qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in modo speciale poi l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma.
Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino sugli Italiani. Più di un elegante madrigale latino, e non poche brevi invettive o maliziosi biglietti potrebbero dirsi vere trascrizioni da lui senza quasi mutamenti di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di pensieri, con cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi sono anche altre brevi poesie, che, pur mantenendosi originali nel concetto, potrebbero trarre in inganno il più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le dimostrasse indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI.
Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. non se ne troverebbe forse una sola, che in un modo o nell'altro non rivelasse come che sia la sua origine moderna. Ciò accade per lo più in causa di una certa loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non s'incontra se non per la prima volta in Stazio e per una mancanza assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato da questa specie di poesia. In una ode qualunque potranno, è vero, incontrarsi singoli tratti, talvolta anche due o tre strofe di seguito, di tal fattura da crederle frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va più in la, e il colorito muta subito dopo. E se non muta, come per esempio nella bella ode a Venere di Andrea Navagero, vi si riconosce tosto una copia di qualche capolavoro antico.[544] Alcuni scrittori di odi prendono a soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con molto gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di Catullo di genere somigliante. Tale è il Navagero nell'ode all'arcangelo Gabriele, e tale in modo particolare il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto pagano va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni altro il suo santo onomastico,[545] al quale aveva dedicato un tempietto nella sua splendida villa di Posilipo, «colà dove i fiotti del mare si confondono colle acque che sgorgano dalla rupe, e si frangono alle mura del piccolo santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui in questo giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo tempio, figurano nella sua fantasia gli antichi sacrifici. Anche fuggiasco in compagnia dell'espulso Federigo d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci della Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di appendere al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande sempre verdi di bosso e di quercia, e rammentando con desiderio gli anni trascorsi, nei quali tutta la gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar quella festa, fa voti pel suo ritorno.[546]
Antiche al punto da produrre una perfetta illusione sono poi più specialmente alcune poesie di metro elegiaco, od anche in semplici esametri, ma che appartengono pel loro contenuto a questo genere, passando dall'elegia in giù per tutte le possibili gradazioni sino all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati colla lettura dei poeti elegiaci romani, così si sentirono anche incoraggiati ad imitarli preferibilmente ad ogni altro. L'elegia del Navagero «alla Notte» ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli antichi esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito che seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi tutto molto accurato nella scelta di concetti veramente poetici,[547] e poi li traduce, non servilmente, ma con una certa disinvoltura e maestria, nello stile dell'Antologia, di Ovidio, di Catullo od anche delle Egloghe di Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in qualche preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. Un saluto alla patria, ritornando dalla sua missione in Ispagna, non fu che cominciato; ma ne sarebbe uscita una splendida composizione, se il resto avesse corrisposto a questo principio:
Salve, cura Deûm, mundi felicior ora,
Formosae Veneris dulces salvete recessus;
Ut vos post tantos animi mentisque labores
Aspicio lustroque libens, et munere vestro
Sollicitas toto depello e pectore curas!
La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano le forme di ogni elevato sentimentalismo, e vi si adattano bellamente tanto il più nobile entusiasmo patriottico (v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto la pomposa apoteosi dei regnanti,[548] e quanto anche la tenera e delicata melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue adulazioni a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con Stazio e Marziale, in una elegia «ai Compagni», scritta dal letto de' suoi dolori, ha dei pensieri sulla morte che si crederebbero propri di un antico qualunque, e tuttavia non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico. Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero spirito dell'elegia romana e seppe imitarla più perfettamente fu il Sannazzaro, il quale anche è il più copioso e svariato scrittore di questo genere di poesie. — Di altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè ci cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle medesime.
Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben fatte, scolpite sopra un monumento o portate di bocca in bocca a provocare un sorriso, potevano benissimo creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido da Polenta voleva innalzare sulla tomba di Dante un monumento, affluirono da tutte le parti le iscrizioni,[549] inviate «da tali che o volevano mettersi in vista, od onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi il favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo Giovanni Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora nel Duomo di Milano, sotto trentasei esametri leggesi: «il signor Gabrio de Zamorer di Parma, dottore in ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco a poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne formando anche una letteratura speciale dell'epigramma; e questo raggiunse il colmo della sua gloria, quando lo si potè credere antico o copiato da qualche antica lapide,[550] quando parve di tanto buon gusto, che tutta Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del Bembo. Così quando il governo di Venezia, per l'elogio fattegli in tre distici dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo con un regalo di seicento ducati, a nessuno parve questa una generosità troppo spinta, perchè tutti stimarono l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione dei dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve per esprimere la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto potente, che sgradisse di vedersi onorato con tal genere di componimenti, ed anche i grandi cercavano con molta sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, un qualche dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali destinate a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia[551] e l'epigrammatica si tenevano strettamente por mano; la prima si basava sopra uno studio accuratissimo delle antiche iscrizioni lapidarie.
La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo affatto speciale fu e rimase Roma. Non esistendo nello Stato pontificio l'ereditarietà del trono, ognuno doveva pensare da sè al modo di perpetuare la propria memoria: al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in poesia diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora Pio II enumera con compiacenza i distici, che il suo maggior poeta, il Campano, compose per qualche fortunata circostanza del suo governo. Sotto i Papi seguenti fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. Il Sannazzaro componeva i suoi in una posizione relativamente sicura, ma altri affatto in prossimità della corte ebbero ardimenti estremamente pericolosi (v. pag. 153). Per otto distici minacciosi, che erano stati affissi alla porta della biblioteca,[552] Alessandro fece una volta rinforzare la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può immaginare come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse riuscito di averlo. Sotto Leone X gli epigrammi latini erano il pane quotidiano: sia che si volesse adulare al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi di nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in generale ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o immaginario si voleva scagliare un motto, o malignare, od esprimere un sentimento di pietà o d'ammirazione, la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma. Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo della Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea Sansovino scolpì per la chiesa di s. Agostino, non meno di centoventi furono gli epigrammi latini, che piovvero per la circostanza, non tanto per sentimento di pietà religiosa, quanto por piacenteria verso il mecenate, che aveva commesso all'artista quell'opera.[553] Egli era quel Giovanni Goritz di Lussemburgo, referendario papale alle suppliche, il quale ogni anno per la festa di S. Anna non solo faceva celebrare un servizio divino, ma dava anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma ne' suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In allora parve anche che valesse la pena di passare in rassegna tutta la schiera de' poeti, che cercavano fortuna alla corte di Leone, come fece con un grande poema de poetis urbanis[554] Francesco Arsillo, uomo che non avea bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di chicchessia, e che all'occorrenza sapeva parlar francamente anche contro i propri colleghi. — Dopo Paolo III l'epigramma decade e non sopravvive che in qualche saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por soverchia gonfiezza.
Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla quale possiam tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco Sansovino nel suo libro «sulla Topografia veneziana». Un argomento perenne lo si aveva nell'uso invalso di apporre un'epigrafe (Brieve) ad ogni ritratto di doge collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe che non oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava compendiare le gesta più importanti di ciascuno.[555] Oltre a ciò, le tombe dei dogi del secolo XIV portano laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a qualche fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia a curare di più lo stile, e nel secolo XVI questo tocca alla sua ultima perfezione, dopo la quale comincia la vana antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare sentenzioso, in una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche il caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare sotto la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di un vivo. Molto più tardi torna a ricomparire nella primitiva sua semplicità qualche epitaffio, ma in via puramente eccezionale.
Anche le opere architettoniche e monumentali eran sempre disposte in modo da poter far luogo ad iscrizioni, talvolta ripetute in più guise, e ciò è tanto più notevole in quanto si sa che gli edifici del nord a stento lasciano un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, e nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata nei punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature.
Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto di avere persuaso il lettore del valore intrinseco di questo genere di poesia risorto presso gl'Italiani del Quattrocento. Ma non si tratta neanche di ciò, bastando al nostro scopo di aver designato la necessità della stessa e la posizione che le compete nella storia della cultura italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura nella così detta poesia maccaronica,[556] il cui capolavoro è l'Opus macaronicorum cantato da Merlin Coccai (Teofilo Folengo di Mantova). Del contenuto sostanziale di questo poema avremo occasione di parlare ancora qua e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti di latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il lato comico di essa sta essenzialmente in questo, che simili mescolanze vi figurano per entro come tanti lapsus linguae e come espettorazioni di un improvvisatore latino, che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. Delle imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino e il tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, che è nel lavoro del poeta italiano.