CAPITOLO XIII. Caduta degli umanisti nel secolo XVI.

Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie.

Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente: di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di un'empia incredulità.

Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire, perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità, era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori, i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza distinzione alcuna i buoni e i cattivi.

Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti, oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro, si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che, vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano e più ancora il suo famoso dialogo Antonius, nel quale egli scherza oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a piene mani il disprezzo.[558]

Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano realmente colpevoli.

Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale, senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto esclusiva, con cui si verificò.

La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi, «per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria, e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali, implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale. Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione. L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato a priori: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo, che per eccesso di forze trabocca.

Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato, assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata, per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere. Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo, e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità, caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione, di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara, perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto neutrale.


Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane «Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare in modo speciale questi uomini per causa del loro genio, ma narra senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana. Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi, non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna, che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza, visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò, che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile, nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa; ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.

In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe «come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche, come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli, che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato. Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?


Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v. pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest. Valete. Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci, vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava, attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca, od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa; ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa, i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università, dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.


Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag. 342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto: oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360), e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).

Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati, anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina. Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia, coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

[ INDICE E SOMMARIO] DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO

Prefazione del Traduttore [Pag. v]
Dedica dell'Autore [1]
PARTE PRIMA.
Lo Stato come opera d'arte.
I. Introduzione.
Condizioni politiche d'Italia nel secolo XIII. — La Monarchia normanna sotto Federigo II. — Ezzelino da Romano
[5]
II. La Tirannide Nel Secolo XIV.
Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo
[11]
III. La Tirannide Nel Secolo XV.
Interventi e viaggi degl'Imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I Condottieri quali fondatori di Stati. — Loro rapporti coi propri Signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei Condottieri
[21]
IV. Le Tirannidi Minori.
I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci
[37]
V. Le maggiori case principesche.
Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della Corte urbinate. — Gli Estensi di Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici ufficj, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere
[47]
VI. Gli avversari della tirannide.
Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassinj nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinarj. — Opinione dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori
[73]
VII. Le Repubbliche.
Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato
[83]
VIII. Ancora delle Repubbliche.
Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della Statistica; i Villani. — La Statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca
[101]
IX. Politica estera degli Stati Italiani.
Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanza coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica
[121]
X. La guerra come opera d'arte.
Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi
[133]
XI. Il Papato e i suoi pericoli.
Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinj. — Gli ultimi anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il Papato della Contro-riforma
[139]
XII. L'Italia de' patriotti [173]
PARTE SECONDA.
Lo svolgimento dell'individualità.
I. Lo Stato e l'individuo.
L'uomo nel Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni e i loro sudditi. — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo
[177]
II. Perfezionamento dell'individualità.
Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti
[186]
III. La Gloria nel senso moderno.
Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria universale. — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria come passione
[193]
IV. Il motto e l'arguzia nel senso moderno.
Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione
[209]
PARTE TERZA.
Il Risorgimento dell'antichità.
I. Osservazioni preliminari.
Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV
[231]
II. Roma, la città delle rovine.
Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo
[239]
III. Autori antichi resuscitati.
Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte all'antichità
[253]
IV. L'umanismo nel secolo XIV.
Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione dei poeti
[267]
V. Le Università e le Scuole.
L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione dei principi
[277]
VI. I fautori dell'umanismo.
Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: i Papi da Niccolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta
[285]
VII. Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.
La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare
[303]
VIII. L'eloquenza latina.
Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza
[309]
IX. I trattatisti latini [323]
X. La Storiografia.
Necessità relativa del latino. — Studi sul Medio-Evo; il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia italiana
[325]
XI. Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.
Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina
[333]
XII. La nuova poesia latina.
L'epopea tratta dalla storia antica; l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana; il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica
[313]
XIII. Caduta degli umanisti nel secolo XVI.
Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie
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