NOTE:
[1]. Storia dell'Architettura di Francesco Kugler. (La prima metà del volume IV, contenente l'Architettura e la Decorazione del Rinascimento italiano, è dell'Autore).
[2]. Machiavelli, Discorsi, L. I, c. 12.
[3]. I regnanti e la loro corte chiamansi insieme lo Stato, e questa parola sembra essere stata usata in seguito a significare l'esistenza di un intero territorio.
[4]. Höfler, Kaiser Friedrich II, pag. 39 e segg.
[5]. Cento Novelle antiche, Nov. 1, 6, 20, 21, 22, 23, 29, 30, 45, 56, 83, 88, 98.
[6]. Scardeonius, De urbis Patav. antiq. nel Thesaurus del Grevio, VI, III, pag. 259.
[7]. Sismondi, Hist. des Républ. italiennes, IV, pag. 420; VIII, pag. 1 e segg.
[8]. Franco Sacchetti, Novelle, (61, 62).
[9]. Petrarca, De Republ. optime administranda, ad Franc. Carraram (Opp. pag. 372 e segg.).
[10]. Solo cento anni più tardi anche la principessa è detta madre de' sudditi. Cfr. l'orazione funebre di Girolamo Crivelli per Bianca Maria Visconti, presso Muratori, XXV, col. 429. Un traslato ironico di ciò si ha nell'appellativo di mater Ecclesiae dato alla sorella di papa Sisto IV da Jacopo da Volterra (Muratori, XXIII, col. 109).
[11]. Esprimendo incidentalmente il desiderio che fosse impedita in Padova la circolazione degli animali suini, perchè disgustosa alla vista e pericolosa ai cavalli, che ne adombravano.
[12]. Petrarca, Rerum memorandar., l. III, pag. 460. — Si allude a Matteo I Visconti e a Guido della Torre allora regnante a Milano.
[13]. Matteo Villani, V, 81, dove parla della segreta uccisione di Matteo II Visconti operata da' suoi fratelli.
[14]. Filippo Villani, Istorie, XI, 101. Anche Petrarca trova i tiranni lindi e puliti «come altari in giorno di festa». — Il trionfo all'uso antico di Castracane in Lucca trovasi minutamente descritto nella sua vita scritta da Tegrimo, presso Muratori, XI, col. 1340.
[15]. De Vulgari Eloquio, I, c. 12... qui non heroico more, sed plebeo sequuntur superbiam ecc.
[16]. Ciò non si trova invero che in alcuni scritti del secolo XV, ma certamente dietro fantasie anteriori: L. B. Alberti, De re aedific., V, 3. — Franc. di Giorgio, Trattato, presso Della Valle, Lettere senesi, III, 121.
[17]. Franco Sacchetti, Nov., 61.
[18]. Matteo Villani, VI, 1.
[19]. L'ufficio de' passaporti in Padova intorno alla metà del secolo XIV, come anche quelli delle bullette, trovansi descritti da Franco Sacchetti, Nov. 117. Negli ultimi dieci anni di Federico II, quando prevaleva il più rigido controllo personale, l'istituzione de' passaporti doveva esistere nel suo pieno sviluppo.
[20]. Corio, Storia di Milano, fol. 247 e segg.
[21]. Anche, per esempio, a Paolo Giovio: v. Viri illustres, Jo. Galeatius.
[22]. Corio, fol. 272, 285.
[23]. Cagnola, nell'Archiv. Stor., III, p. 23.
[24]. Così Corio, fol. 286, e Poggio, Hist. Florent., IV, presso Muratori, XX, col. 290. — Di aspirazioni all'impero parlano il Cagnola, l. c., e un sonetto presso il Trucchi, Poesie italiane inedite, II, p. 118:
Stan le città lombarde con le chiave
In man per darle a voi... ecc.
Roma vi chiama: Cesar mio novello,
Io sono ignuda et l'anima pur vive;
Or mi coprite col vostro mantello ecc.
[25]. Corio, fol. 302 e segg. Cfr. Ammian. Marcellin. XXIX, 3.
[26]. Così Paolo Giovio: Viri illustr., Jo. Galeatius, Philippus.
[27]. De Gingins: Dépêches des ambassadeurs milanais, II, pag. 200 (N. 213). Cfr. II, 3 (N. 114) e II, 212 (N. 218).
[28]. Paul. Jovius, Elogia.
[29]. Questa riunione di forze e d'ingegno è quella che da Machiavelli vien detta virtù, e ch'egli trova compatibile anche con la scelleratezza, come per esempio nei Discorsi, I, 10, dove parla di Settimo Severo.
[30]. Intorno a ciò veggasi Francesco Vettori, Arch. Stor. VI, pag. 293 e segg. L'investitura fatta da un uomo che dimora in Germania e che d'imperatore romano non ha che il nome, non ha la forza di trasformare un ribaldo in vero signore di una città.
[31]. M. Villani, IV, 38, 39, 56, 77, 78, 92; V, 1, 2, 21, 36, 54.
[32]. Fu un italiano, Fazio degli Uberti (Dittamondo L. VI, cap. 5, intorno all'anno 1360) che avrebbe preteso da Carlo IV un'altra crociata in Terra Santa. Il passo è uno dei più belli del poema ed anche sotto altri punti di vista notevole. Il poeta viene allontanato dal Santo Sepolcro da un burbanzoso turcomanno:
Coi passi lunghi e con la testa bassa
Oltrepassai e dissi: ecco vergogna
Del crïstian che 'l saracin qui lassa!
Poscia al pastor (il papa) mi volsi per rampogna:
E tu ti stai, che sei Vicar di Cristo,
Co' frati tuoi a ingrassar la carogna?
Similimente dissi a quel sofisto (Carlo IV),
Che sta in Buemme a piantar vigne e fichi,
E che non cura di sì caro acquisto:
Che fai? perchè non segui i primi antichi
Cesari de' Romani, e che non siegui,
Dico, gli Otti, i Corradi e i Federichi?
E che pur tieni questo imperio in triegui?
E se non hai lo cuor d'esser Augusto,
Che no 'l rifiuti? o che non ti dilegui? ecc.
[33]. Più distesamente in Vespasiano fiorentino, pag. 54. Cfr. 150.
[34]. Diario ferrarese, presso Muratori, XXIV, col. 213 e segg.
[35]. Haveria voluto scortigare la brigata.
[36]. Annales Estenses, presso Murat. XX, col. 41.
[37]. Poggii, Hist. florent. pop. l. VII, presso Muratori, XX, col. 381.
[38]. Senarega, De reb. Genuens., presso Murat. XXIV, col. 575.
[39]. Sono numerati nel Diario ferrarese, presso Murat. XXVI, col 203. Cfr. Pii II Comment. II, pag. 102.
[40]. Marin Sanudo, Vite de' Duchi di Venezia, presso Murat. XXII, col. 1113.
[41]. Varchi, Stor. fiorent. I, p. 8.
[42]. Soriano, Relaz. di Roma 1533, presso Tommaso Gar. Relazione, pag. 281.
[43]. Per ciò che segue conf. Canestrini nella Introduzione al tom. XV dell'Arch. Stor.
[44]. Cagnola, Arch. Stor. III. pag. 28: et (Filippo Maria) da lei (Beatr.) ebbe molto texoro e dinari, e tutte le giente d'arme del dicto Facino, che obedivano a lei.
[45]. Infessura, presso Eccard, Scriptor. II, col. 1911. L'alternativa che Machiavelli pone al condottiero vittorioso, veggasi nei Discorsi. I, 30.
[46]. Se essi abbiano avvelenato anche l'Alviano nel 1516 e se sieno giusti i motivi addotti per ciò, veggasi uno scritto di G. Prato inserito nell'Arch. Stor. III, pag. 348. — Dal Colleoni la Repubblica si fece nominare sua erede, e dopo la sua morte avvenuta nel 1475 ordinò una formale confisca di tutti i suoi beni. Cfr. Malipiero, Annali veneti nell'Arch. Stor. VII, I, p. 224. Essa si mostrava assai soddisfatta, quando i condottieri depositavano il loro danaro in Venezia. Ibid. pag. 351.
[47]. Cagnola, nell'Arch. Stor. III, pag. 121 e segg.
[48]. Almeno presso Paolo Giovio nella sua Vita magni Sfortiae (Viri illustres), una delle più interessanti fra le sue biografie.
[49]. Aen. Sylvius: De dictis et factis Alphonsi, op. fol. 475.
[50]. Pii II Comment. I. p. 46. Cfr. 69.
[51]. Sismondi X, pag. 258. Corio, fol. 412, dove lo Sforza è detto complice, perchè dalla guerresca popolarità del Piccinino temeva pericoli pe' suoi propri figli. — Storia Bresciana presso Muratori XXI, col 902 — Come si tentò nel 1466 il gran condottiere veneziano Colleoni, ci è raccontato da Malipiero, Annali veneti, nell'Arch. Stor. VII, I, pag. 210.
[52]. Allegretti, Diarii Sanesi, presso Murat. XXIII, pag. 811.
[53]. Orationes Philelphi, fol. 9, nell'orazione funebre per Francesco.
[54]. Marin Sanudo, Vite de' duchi di Venezia, presso Murat. XXII, col. 1241.
[55]. Malipiero, Annali veneti, nell'Arch. Stor. VII, I, pag. 407.
[56]. Chron. Eugubinum, presso Muratori XXI, col. 972.
[57]. Vespasiano fiorent. pag. 148.
[58]. Arch. Stor. XXI, parte I e II.
[59]. Varchi, Storia fiorent. I. pag. 242 e segg.
[60]. Malipiero, Annali veneti, Arch. Stor. VII, I. pag. 498.
[61]. Lil. Greg. Gyraldus, De vario sepeliendi ritu. — Ancor nel 1470 era avvenuta in questa casa una catastrofe in piccolo. Cfr. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV. col. 225.
[62]. Jovian. Pontan. De liberalitate e de obedientia, l. 4. Cfr. Sismondi X. pag. 78 e segg.
[63]. Tristano Caracciolo: De varietate fortunae, presso Murat. XXII. — Jovian. Pontan. De prudentia, l. IV, de magnanimitate, l. I, de liberalitate, de immanitate. — Camillo Porzio, Congiura de' Baroni, passim. — Comines, Charles VIII, chap. 17, colla caratteristica generale degli Aragonesi.
[64]. Paul. Jov. Histor. I. p. 14, nel discorso di un inviato milanese. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 294.
[65]. Petri Candidi Decembrii Vita Phil. Mariae Vicecomitis, presso Murat. XX.
[66]. Furono ordinate da lui le 14 statue marmoree di Santi nel castello di Milano? — Historia der Frundsberge, fol. 27.
[67]. Ciò che lo angustiava era che aliquando «non esse» necesse esset.
[68]. Corio, fol. 400; — Cagnola nell'Arch. stor. III. p. 125.
[69]. Malipiero, Annali veneti, Arch. Stor. VII, I, p. 216, 221.
[70]. Chron. venetum, presso Murat., XXIV, col. 65.
[71]. Malipiero, Ann. veneti, (Arch. Stor., VII, I, p. 492). Cfr. 481, 561.
[72]. Il suo ultimo colloquio con lo stesso, genuino e notevole, presso Senarega, Murat. XXIV, col. 567.
[73]. Diario ferrarese, presso Murat., XXIV, col. 336, 367, 369. Il popolo credeva, che temesse pe' suoi tesori.
[74]. Corio, fol. 448. Gli effetti di questo stato di cose possono vedersi nelle Novelle e Introduzioni del Bandello, che si riferiscono a Milano.
[75]. Amoretti, Memorie storiche sulla vita ecc. di Lionardo da Vinci, pag. 35 e segg., 83 e segg.
[76]. Vedi i di lui sonetti presso Trucchi, Poesie inedite.
[77]. Prato, nell'Arch. Stor., III, p. 298. Cfr. 302.
[78]. Nato nel 1466, fidanzato ad Isabella sedicenne nel 1480, successe nella signoria nel 1484, si sposò nel 1490, morì nel 1519. Isabella morì nel 1539. I loro figli erano Federigo (1519-1540), innalzato a duca nel 1530, e il celebre Ferrante Gonzaga. Ciò che segue è tolto dalla corrispondenza di Isabella, con appendici, Arch. Stor. Append., tom. II, comunicate dal D'Arco.
[79]. Franc. Vettori, nell'Arch. Stor., Append., t. VI, p. 321. — Intorno a Federigo in particolare veggasi Vespasiano fiorent. p. 132 e segg.
[80]. Castiglione, Cortegiano, L. I.
[81]. Ciò che segue, specialmente dagli Annales Estenses presso Muratori, XX, e dal Diario ferrarese, presso Muratori XXIV.
[82]. Diario ferrarese l. c, col. 347.
[83]. Paul. Jovius: Vita Alphonsi ducis nei Viri illustres.
[84]. Paul. Iovius, l. c.
[85]. Borso edificò tuttavia, tra le altre costruzioni, la Certosa di Ferrara, la quale può sempre dirsi una delle più belle Certose dell'Italia d'allora.
[86]. In questa occasione è da menzionare anche il viaggio di Leon X, quand'era cardinale. Cfr. Paul. Iovii Vita Leonis X, libr. I. L'intendimento era meno serio e il viaggio era diretto a procurargli una distrazione e una conoscenza generale del mondo, proprio nel senso moderno. Ma nessuno d'oltr'alpe viaggiava allora con tali scopi.
[87]. Iovin. Pontan. De liberalitate.
[88]. Giraldi, Hecatommithi, VI, nov. I.
[89]. Vasari, XII, 166. Vita di Michelangelo.
[90]. Un primo esempio se ne ha in Bernabò Visconti, pag. 18.
[91]. V. Capitolo 19, e nelle Opere minori, ed. Le Monnier, volume I pag. 425, col titolo Elegia 17. Senza dubbio al poeta diciannovenne la causa di questa morte (v. pag. 62) era ignota.
[92]. Negli Hecatommithi del Giraldi trattasi di Ercole I, Alfonso I, Ercole II nel l. I. Nov. 8 e nel VI, Nov. 1. 2. 3. 4 e 10, il tutto essendo ancor vivi i due ultimi. — Anche nel Bandello si hanno molte narrazioni riguardanti principi suoi contemporanei.
[93]. Fra le altre nelle Deliciae poetar. italor.
[94]. Già menzionato ancora nel 1367, parlando di Niccolò il Vecchio, nel Polistore, presso Murat. XXIV. col. 848.
[95]. Burigozzo, nell'Arch. Stor. III. p. 432.
[96]. Discorsi, I, 17.
[97]. De incert. et vanitate scientiar. cap. 53.
[98]. Prato, nell'Arch. Stor. III. p. 211.
[99]. De casibus virorum illustrium. L. II. cap. 15.
[100]. Discorsi, III, 6. — Cfr. Storie fiorent. L. VIII. — La descrizione delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che per lo meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro contemporaneo del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina dai Saraceni, operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi chiamato (presso Baluz. Miscell. I, p. 184), offre l'occasione ad un racconto abbastanza caratteristico di questo genere (1060); per tacere anche del colorito drammatico, che si diede ai racconti del Vespro siciliano. La medesima tendenza si scorge notoriamente negli storici greci.
[101]. Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.
[102]. Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il motivo sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato ancora all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3.
[103]. Corio, fol. 422. — Allegretto, Diari sanesi, presso Muratori XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.
[104]. Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio, un periodo come il seguente: «quisque nostrum magis socios potissime et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos se facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul magis noctu edere, vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc.».
[105]. Vasari, III, 251. Nota alla vita del Donatello.
[106]. Inferno, XXXIV, 64.
[107]. Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, Arch. Stor. I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., Vita Leonis X, L. III, nei Viri illustres.
[108]. Presso Roscoe, Vita di Lorenzo de' Medici, vol. IV, Appendice 12. — Cfr. anche la Relazione, Lettere di Principi (edizione Venez. 1577) III. fol. 162 e segg.
[109]. Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, Vita di Ant. Giacomini, pag. 18.
[110]. Genetliacon, ne' suoi Carmina. — Cfr. Sansovino, Venezia, fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, Monum. IX, p. 5, 6, pone l'occupazione delle isole al tempo dei Longobardi, e quella di Rialto espressamente più tardi.
[111]. De situ venetae urbis.
[112]. Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove costruzioni dei primi anni del secolo XVI.
[113]. Benedetto: Charolus VIII. presso Eccard. Scriptores, II, col. 1597, 1601, 1621. — Nel Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 26, sono enumerate le virtù politiche dei veneziani: bontà, innocenza, zelo di carità, pietà, misericordia.
[114]. Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. Erasmi Colloq. ed. Tigur, 1553, pag. 215, miles et carthusianus.
[115]. Epistolae, lib. V, fol. 28.
[116]. Malipieri, Annali veneti, nell'Arch. stor. VII, I, p. 377, 431, 481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 57. — Diario ferrarese, ibid. col. 240.
[117]. Malipiero, nell'Arch. Stor. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713 e I, 535.
[118]. Marin Sanudo, Vite de' Duchi, Murat. XXII, col. 1194.
[119]. Chron. venetum, Murat. XXIV, col. 105.
[120]. Chron. venetum, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo dell'ammiraglio Antonio Grimani.
[121]. Chron. venetum, l. c. col. 166.
[122]. Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere in Marin Sanudo, Vite de' Duchi, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno 1426), col. 1088 (dell'anno 1440), presso Corio, fol. 435-438 (del 1483), presso Guazzo, Historie, fol. 151 e segg.
[123]. Guicciardini (Ricordi, n. 150) forse nota pel primo che il desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del proprio interesse.
[124]. Malipiero, l. c. VII, I, p. 328.
[125]. Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo è un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel Manipulus florum (presso Murat. XI, 711 e segg.) dell'anno 1288. Esso enumera le porte delle case, la popolazione, gli uomini atti alle armi, le logge dei nobili, le fontane, i forni, le taverne, le botteghe de' macellai, i pescatori, il consumo del grano, i cani, gli uccelli da caccia, i prezzi delle legne, del fieno, del vino e del sale, — ed inoltre i notai, i medici, i maestri di scuola, i copisti, gli armaiuoli, i maniscalchi, gli spedali di corte, i conventi, le fondazioni pie e le corporazioni ecclesiastiche. — Un altro, forse più antico, può vedersi nel Liber de magnatibus Mediolani, presso Heinr. de Hervordia, ed. Potthast. p. 165. — Cfr. anche la statistica di Asti dell'anno 1280, presso Ogerius Alpherius (Alfieri), De gestis Astensium, Hist. patr. Monumenta, Scriptorum t. III, col. 684 e segg.
[126]. Specialmente Marin Sanudo nelle Vite de Duchi di Venezia, Murat. XXII, passim.
[127]. Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio è riportato da Scherer, Allgem. Geschs. des Welthandels, I, 326, in nota.
[128]. Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non quelle soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime però rendevano talvolta moltissimo. Cfr. Vasari XIII, 83, Vita di Jac. Sansovino.
[129]. Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490 si ha alla col. 1245.
[130]. Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano Paolo II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli umanisti. Platina, Vita Pauli, p. 323.
[131]. Sanudo, l. c. col. 1167.
[132]. Sansovino, Venezia, l. XIII.
[133]. Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast).
[134]. Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di Santa Giustina di Padova, che credevano di possederlo, e l'autorità papale dovette decidere. Cfr. Guicciardini (Ricordi, n. 401).
[135]. Sansovino, Venezia, lib. XII.
[136]. Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per la Divina Commedia.
[137]. Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470, v. pag. 554.
[138]. Purgatorio, VI, sulla fine.
[139]. De Monarchia, L. I.
[140]. Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte. Come egli volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi la lettera a pag. 35, durante il conclave di Carpentras del 1314.
[141]. Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso il Baluz. Miscell. IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato. Anche qui la stessa attività generale: non est dives aut pauper in ea (civitate), qui de arte certa se nutrire non valeat et suos.
[142]. Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.
[143]. Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.
[144]. Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il Machiavelli, Stor. fiorent., lib. II.
[145]. Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una bianca per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.
[146]. In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.
[147]. Matteo Villani, III, 103.
[148]. Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul principio del Decamerone.
[149]. Giov. Villani, X, 164.
[150]. Ex annalibus Ceretani, presso Fabroni, Magni Cosmi Vita, ad not. 34.
[151]. Ricordi di Lorenzo, presso Fabroni, Laur. Med. magnifici Vita, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, Elog. Cosmus.
[152]. Di Benedetto Dei, presso Fabroni, ibid. adnot. 200. L'indicazione del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può vedersi in Roscoe, Vita di Lor. de' Medici, vol. II, append. 1.
[153]. Per es. nell'Arch. Stor., IV.
[154]. Libri, Hist. de sciences mathématiques, II, 162 e segg.
[155]. Varchi, Storie fiorentine, III, p. 56 e segg. sulla fine del lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo essere derivati da sviste di copisti o tipografiche.
[156]. Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni dati sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni si lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente i documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro, e lo scudo d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso, da undici a dodici franchi della nostra moneta.
In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476) con 170,000 ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII, II, p. 666).
Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino, con 200,000 ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani (Gasp. veronens. Vita Pauli JI, presso Murat., III, II, col. 1027). Altrove si hanno dati favolosi.
Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione di suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante gli si attribuiscono 100,000 ducati (Chron. venetum, Muratori, XXIV, col. 125).
Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia veggasi specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg., (Notizia del 1498).
Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città che passano per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile, perchè attestata da un Franc. Vettori: veggasi la di lui Storia, nell'Arch. Stor., append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34 e 42, fa menzione del più ricco mercante genovese del suo tempo, Ansaldo Grimaldi.
Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore del danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis).
In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani alla metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come di 3 ad 8 (Sacco di Piacenza, nell'Arch. Stor., append., tom. V; nota dell'editore Scarabelli).
In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano da 50 a 60,000 ducati. (Diario ferrarese, Murat., XXIV, col. 207, 214, 218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187).
Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono se non a conclusioni approssimative. Di questo genere sono quei prestiti, che figurano fatti da una sola o da poche case, ma che in fatto procedevano da grandi compagnie, e tali sono altresì quelle enormi contribuzioni imposte ai partiti che soggiacevano, come, per esempio, quelle che dall'anno 1430 al 1453 furono pagate da settantasette famiglie per l'ammontare di 4,875,000 fiorini d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.).
L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui morte (1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo e Lorenzo l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440), ben 235,137 (Fabroni, Laur. Medic., adnot. 2).
Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa testimonianza, per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le quarantaquattro botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio, rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. Vita di Taddeo Gaddi). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze, Florence et ses vicissitudes, vol. II) è pieno di dati, i quali però non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e il meschino valore del danaro.
Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano da tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli averi dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520 una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (Lettere pittoriche, I, append. 48).
[157]. Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni giudizio sulla loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole (di Gino Capponi) nell'Arch. Stor., I, p. 315 e segg. — Le lodi tributate a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle che principalmente provocarono una reazione (Sismondi, Histoire des républiques italiennes, fra molti altri).
[158]. Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. Arch. Stor., Append. tom. II, p. 176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle dal secolo XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato dispotico, è noto universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia de' Visconti nel 1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia superiore col rifiutare ricisamente una federazione di città con parità di diritti. Cfr. Corio, fol. 358 e segg.
[159]. Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò sul modo di attuare una costituzione come segue: le sedici compagnie della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri scegliere i quattro migliori, e da questi la Signoria l'ottimo! — Ma le cose poi andarono diversamente, e precisamente per l'influenza stessa del Frate.
[160]. Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, dopo la cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.
[161]. Machiavelli, Storie fiorent., lib. III. «Un savio dator delle leggi» poteva salvar Firenze.
[162]. Varchi, Storie fiorent., I, p. 210.
[163]. Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze, nelle Opere minori, p. 207.
[164]. La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in Montesquieu.
[165]. Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il giudizio spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione e sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, Lettere di Principi, III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577).
[166]. Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer, p. 701. — In modo simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.
[167]. Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto moderna ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti del 1535. V. Della Valle, Lettere Sanesi, III, p. 317. — Un certo numero di merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi di Machiavelli, pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre magistrature romane contro il mal governo dei nobili e della burocrazia.
[168]. Pierio Valeriano, De infelicit. literator., parlando di Bartolommeo Della Rovere.
[169]. Senarega, De reb. genuens., presso Murat. XXIV, col. 548. Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. V. il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, Archivio Stor. III, p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro e (più tardi) cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente dal quadro generale delle condizioni italiane.
[170]. Baluz. Miscell., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.
[171]. Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, Stor. fiorent. I, 57.
[172]. Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria. Cfr. Malipiero, Annali veneti, Arch. stor. VII, 1, p. 216 e segg. In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente a Venezia, benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di qualche tiranno, mentre Firenze è costretta a tener soggette colla forza le vicine repubbliche avvezze alla libertà, come osserva Guicciardini (Ricordi, n. 29).
[173]. In modo affatto speciale in una Istruzione dell'anno 1452 agli inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, Cosmus adnot. 107.
[174]. Comines, Charles VIII, chap. 10: si riguardavano i francesi come Santi. — Cfr. chap. 17. — Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, Cron. di Perugia, Arch. stor. XVI, II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze.
[175]. Pii II Commentarii, X, p. 492.
[176]. Gingins, Dépêches des ambassadeurs milanais etc. I, p. 26, 153, 279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. Carlo si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di Orléans.
[177]. Niccolò Valori, Vita di Lorenzo.
[178]. Fabroni, Laurentius magnificus, adnot. 205 e segg. Perfino in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: flectere si nequeam Superos, Acheronta movebo, ma è sperabile che non intendesse alludere ai Turchi (Villari, Storia di Savonarola, II, p. 48 dei Documenti).
[179]. Per es. Giov. Pontano nel suo Caronte. Sulla fine egli aspetta uno Stato unitario.
[180]. Comines, Charles, VIII, chap. 7. — Come Alfonso cercasse in guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, ci è narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli è il vero predecessore di Cesare Borgia.
[181]. Pii II Commentarii, X, p. 492. — V. una fiorita lettera di Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso Baluz. Miscell. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria. Cfr. Malipiero, Ann. veneti. Arch. stor. VII, I, 222. — Intorno a Boccalino vedi sopra a pag. 35.
[182]. Porzio, Congiura de' Baroni, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia avuto una mano è appena credibile.
[183]. Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.
[184]. Malipiero, l. c. p. 565, 568.
[185]. Trithem, Annales Hirsaug. ad an. 1490, tom. II, p. 535 e segg.
[186]. Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che esisteva una corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro e Bajazet, anche se dovessero essere soppressi i documenti riportati da Burcardo.
[187]. Bapt. Mantuanus, De calamitatibus temporum, sulla fine del secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.
[188]. Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 55.
[189]. Ranke, Geschichten der romanischen und germanirchen Völker. — L'opinione del Michelet (Réforme, p. 467), che i Turchi avrebbero finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade affatto. — Forse per la prima volta la missione riserbata alla Spagna trovasi indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami nel 1510 tenne alla presenza di Giulio II, per festeggiare la presa di Bugia operata dalla flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. Anecdota litteraria, II, p. 149.
[190]. Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo Sforza, fol. 329.
[191]. Nic. Valori. Vita di Lorenzo. — Paul. Jovius, Vita Leonis X, L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non senza rettorica.
[192]. Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva e giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna anche tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente con Angelo Catto.
[193]. Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.
[194]. Presso Villari, la Storia di G. Savonarola, vol. II, p. XLIII dei Documenti, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente presso il Baluzio, Miscellanea, ed. Mansi, vol. I.
[195]. Pii II Commentarii, L. IV, p. 190 ad a. 1459.
[196]. Paul. Jovius, Elogia. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino, che si sarebbe vergognato di tollerare nella sua biblioteca un libro stampato. Cfr. Vespas. fiorent.
[197]. Porcellii Commentaria Jac. Piccinini presso Murat. XX. Una continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.
[198]. Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende il vecchio Africano.
[199]. Simonetta, Hist. Franc. Sfortiae, presso Murat. XXI, c. 630.
[200]. Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, parte I, nov. 40.
[201]. Cfr. per es. De obsidione Tiphernatium nel 2.º volume dei Rer. ital. scriptores ex codd. florent., col. 690. Avvenimento molto caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III, p. 25. — Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è raccontato dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro il duello in generale. Sept. Decretal. V, tit. 17.
[202]. I particolari nell'Arch. Stor. Append. T. V., ed in una lettera presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello Sforza sono rappresentate come una delle più terribili orde di mercenari, che sieno mai state.
[203]. Una volta per sempre rimandiamo qui alla Storia dei Papi di Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim Sull'origine e lo sviluppo dello Stato della Chiesa.
[204]. Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni ecclesiastiche di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e segg.) e J. Manetti Vita Nicolai V (Murat. III, II, col. 923). — Sugli omaggi resi a Pio II, v. Diario ferrarese (Murat XXI. col. 205), e Pii Comment. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562. Anche assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa. — Le grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV, che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale (Jac. Volaterranus, Diarium, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della benedizione e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481 non volle dar la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono maledizioni e imprecazioni (Ibid. col. 133).
[205]. Machiavelli, Scritti minori, pag. 142, nel noto Discorso sulla catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i francesi si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr. presso Paul. Jov., Vita Leonis X (L. II) la scena che precedette la battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo di ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa, che ne pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che fecero i Francesi a Milano.
[206]. Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, i quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II, col. 1893) e dal Platina, pag. 317 ec.
[207]. L. B. Alberti: De Porcaria conjuratione, presso Murat. XXV, col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: omnem pontificiam turbam funditus extinguere. L'autore conclude: video sane, quo stent loco res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse omnia conducat.... Egli li chiama extrinsecos impulsores, e crede che il Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche le idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle di Cola di Rienzo.
[208]. Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris.... Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, pater ecclesiae etc.
[209]. Pii II, Commentarii, IV, pag. 208 e segg.
[210]. Platina, Vitae Paparum, p. 318.
[211]. Battista Mantovano, De calamitatibus temporum, L. III. L'arabo vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: venalia nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes, thura, preces, coelum est venale, Deusque.
[212]. Si veggano, per es., gli Annales Placentini, presso Murat. XX, col. 943.
[213]. Corio, Storia di Milano, fol. 416-420. Pietro aveva già aiutato a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato profetizzato, che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data presso Baluz. Miscell. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. Stor. fiorent. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo è che i motivi non sarebbero loro mancati.
[214]. Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127), incorporare l'Apulia come feudo devoluto a S. Pietro.
[215]. Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 130. Un referendario scriveva di ambedue: hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo.
[216]. Corio, fol. 450.
[217]. Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 217, e in estratto presso Ranke, Die römischen Päpste, I, p. 45.
[218]. E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar colle potenze estere veggasi a pag. 125.
[219]. Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, passim.
[220]. Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu data in moglie al principe Alfonso.
[221]. Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto (Charolus VIII, presso Eccard script. II, col. 1584), Carlo, offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo nel nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea de Italiae imperio deque pontificis statu mutando, ma subito dopo l'avrebbe abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente Alessandro. Il Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari da questo tempo in avanti presso Pilorgerie, Campagne et bulletins de la grande armée d'Italie 1494-1495 (Paris, 1866 8.º), dove si discorre della gravità del pericolo, in cui si trovò più volte Alessandro (p. III, 117 ecc.). Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) Carlo non pensava a fargli alcun male.
[222]. Corio, fol. 550. — Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un nipote viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le persone addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui possono mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare maggiore di una chiesa di Murano.
[223]. Ciò presso il Panvinio (Contin. Platinae, p. 359): insidiis Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre. Testimonianza certo autentica, contro la quale hanno poco peso le asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa a Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal Tevere, il Sannazzaro scrisse:
Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,
Piscaris natum retibus, ecce, tuum.
[224]. Machiavelli, Opere, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395, nella Legazione al duca Valentino.
[225]. Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 12 nella Relaz. di P. Capello. Letteralmente è detto: il Papa rispetta Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera che ella (la signoria di Venezia) protegga il figliuolo e dice voler fare tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria nostra. La parola suo non può riferirsi che a Cesare. Del resto delle incertezze cagionate dall'uso del pronome possessivo si ha un saggio nella questione oggidì ancor viva rispetto alle parole usate dal Vasari nella Vita di Raffaello: «a Bindo Altoviti fece il ritratto suo» ecc.
[226]. Strottii poetae, p. 19, nel poema sulla Caccia di Ercole Strozza, cui triplicem fata invidere coronam. Poi anche nell'Elegia per la morte di Cesare, p. 31 e segg.: speraretque olim solii decora alta paterni.
[227]. Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: affore Alexandri sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret, ecc.
[228]. Ibid: sacrumque decus majora parantem deposuisse.
[229]. Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una principessa francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma in qualche modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia. Non si sa s'egli abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio, quantunque (secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse calcolare sopra una prossima morte del padre.
[230]. Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: inoltre non si poteva prescindere dall'assenso della Francia.
[231]. Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, Cronaca di Perugia, Arch. stor. XVII. II, p. 137 e 221: egli voleva che i suoi soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che in tempo di pace guadagnavano più ancora, che in tempo di guerra.
[232]. Così Pierio Valeriano, De infelicitate literator., parlando di Giovanni Regio.
[233]. Tommaso Gar, l. c. p. 11.
[234]. Paulus Jovius, Elogia, Caesar Borgia. — Nei Commentarii urbani di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una caratteristica di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: Roma.... nobilis jam carnificina facta erat.
[235]. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 362.
[236]. Paul. Jovius, Historiar. II, fol. 47.
[237]. Panvinius, Epitome pontificum, p. 359. Il tentativo d'avvelenamento contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — Secondo Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez, cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, Röm. Päpste, I, p. 52, nota) anche il cardinale di Verona.
[238]. Prato, Arch. stor. III. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso il Baluz. Miscell. IV, p. 518 e segg.
[239]. Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 133.
[240]. Anshelm, Berner Chronik, III, pag. 146-156. — Trithem. Annales Hirsaug. II, 579, 584, 586.
[241]. Panvin., Cont. Platinae, p. 341.
[242]. Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati ancor vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.
[243]. In onta all'asserzione del Giovio (Vita Alphonsi ducis), resta sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia aragonese, che n'era stata cacciata.
[244]. Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, Leone X ed. Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel luglio del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto morto, le menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo Colonna ed Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al Campidoglio il popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo della tirannia papale, a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione, come narra il Guicciardini nel L. X.
[245]. Septimo decretal. l. I, t. 3, cap. 1-3.
[246]. Franc. Vettori, nell'Arch. stor. VI, 297.
[247]. Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. Chronicon Citicense) che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine de' Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso pure, ne pagò 30,000.
[248]. Franc. Vettori, l. c. p. 301.--Arch. stor. Appen. I, p. 293 e segg. — Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso Gar, l. c. p. 42.
[249]. Ariosto, Satire, VI, vs. 106:
Tutti morrete ed è fatal che muoja
Leone appresso. . . . . . . .
[250]. Una combinazione di questa specie può vedersi in un Dispaccio del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle Lettere de' principi I, 56.
[251]. Franc. Vettori, l. c. p. 333.
[252]. Presso Roscoe, Leone X, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. Egli teme che ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, et in te bellum a nostrae religionis hostibus ante audias geri, quam parari.
[253]. Lettere de' principi, I, Roma, 17 marzo 1523: questo Stato sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che noi non dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini dell'oceano. Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di questa spirituale monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo spacciati. — Se Adriano sia stato avvelenato o no, non si può ricavar con certezza da Blas Ortiz, Itinerar. Hadriani (Baluz, Miscell. ed. Mansi, I, p. 386 e segg.); tutto il male sta in questo che l'opinione pubblica lo supponeva.
[254]. Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, 11 aprile 1527.
[255]. Varchi, Stor. fiorent. I, 43, 46 e segg.
[256]. Paul. Jovius: Vita Pomp. Columnae.
[257]. Ranke: Deutsche Geschichte, II, 375 e segg.
[258]. Varchi, Storie fiorent. II, 43 e segg.
[259]. Ibid., e Ranke, Deutsche Geschichte II, p. 394, nota. Si credeva che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.
[260]. V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre 1527, negli Anecd. litterar. IV, pag. 335.
[261]. Lettere de' principi, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10 dicembre 1527.
[262]. Tommaso Gar, Relaz. della Corte di Roma, I, 1527.
[263]. I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, ma i Caraffa non vi riuscirono.
[264]. Petrarca, Epist. fam. I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio di esser italiano. Inoltre l'Apologia contra cujusdam anonymi Galli calumnias, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg.
[265]. Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed altri nel I vol. degli Scriptores dello Scardio; ai quali sono da aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (Hist. Svevorum), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (Germaniae exegesis, 1518).
[266]. Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad un inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa nel 1496, presso il Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 427.
[267]. Si notino le espressioni uomo singolare, uomo unico per esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale.
[268]. In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda prevalente nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi a modo proprio. Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: contro alle nuove foggie, nelle Rime pubbl. dal Poggiali, p. 52.
[269]. Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre osservazioni, fa il seguente confronto: «ils (les Italiens) ont plus communement des belles femmes, et moins des laides que nous; mais des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à pair. Et (je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune façon ils en ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est sans comparaison plus rare: d'âmes singulières et du plus hault estage, nous ne leur en debvons rien». (Essais, L. III, chap. 5, vol. III, p. 367 dell'edizione di Parigi del 1816).
[270]. Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella delle loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre famiglie regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle Clarae mulieres di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna Malatesta, Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda d'Este, e delle più importanti donne della famiglia Sforza. Fra esse c'è più d'una virago, cui non manca nemmeno l'ultimo perfezionamento della individualità, una elevata cultura umanistica.
[271]. Franco Sacchetti nel suo Capitolo (Rime pubb. dal Poggiali) pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini ragguardevoli dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. Per quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani veggasi più innanzi.
[272]. Trattato del governo della famiglia. È stata messa innanzi una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, ed. Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.
[273]. Trattato, p. 65 e seg.
[274]. Jov. Pontanus, De fortitudine, L. II. Sessant'anni più tardi Cardano (De vita propria, cap. 32) poteva chiedere amaramente: quid est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos imbelles timidos, et qui plerumque sunt innoxii?
[275]. De vulgari eloquio, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana ideale, cap. 17. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma anche il grido dell'esule nel celebre passo del Purg. VIII, 1 e segg. e Parad. XXV, 1.
[276]. Dantis Alligherii Epistolae, ed. Carolus Witte, p. 65.
[277]. Ghiberti, Secondo commentario, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier, I, p. XXIX).
[278]. Codri Urcei vita, in principio delle sue opere. — Veramente ciò confina col detto: ubi bene, ibi patria. — Le compiacenze morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a tutti gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. Del resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si scoprono nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde altrettanto in Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a detta di Niebuhr, non era un buon cittadino, e Senofonte ancor meno: Diogene si compiaceva addirittura del suo cosmopolitismo e si diceva egli stesso ἄπολις, come si legge in Laerzio.
[279]. Boccaccio, Vita di Dante, p. 16.
[280]. Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di Beatrice disegnò sopra una tavoletta (Vita nuova, p. 61), potrebbero essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da dilettante. Leonardo Aretino dice, che egli disegnava egregiamente e che amava grandemente la musica.
[281]. Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi la bella e istruttiva Vita Jannottii Manetti (nato nel 1396) presso Murat. XX.
[282]. Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle Opere del conte Perticari, Milano, 1823, v. II.
[283]. Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento a ciò Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al tempo stesso maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano Socini, se si presta fede alla caratteristica che ne dà Enea Silvio (Opera, p. 622, Epist. 112).
[284]. Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, Literaturgesch. der Araber, I, Introduz. p. 51.
[285]. Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum elegantia, id prope divinum ducebat.
[286]. Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181 nota).
[287]. Nella sua opera De re aedificatoria, L. VIII, cap. 1, si trova una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: si modo mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam rupem aut planitiem, modo nemus vallemque exhibebit.
[288]. Un autore per molti, Flavio Biondo, Roma triumphans, L. V, p. 117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date dagli antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo scritto di Cicerone De gloria, che il Petrarca possedeva, è andato perduto, come è noto universalmente.
[289]. Paradiso, XXV, sul principio: Se mai continga, ecc. Cfr. Boccaccio, Vita di Dante, p. 49. Vaghissimo fu d'onore e di pompa, e per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto.
[290]. De vulgari eloquio, L. I, c. I. In modo specialissimo De Monarchia, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia, non solamente per essere utile al mondo, ma anche ut palmam tanti bravii primus in meam gloriam adipiscar.
[291]. Convito, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6.
[292]. Paradiso, VI, 112 e seg.
[293]. Per esempio: Inferno, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127.
[294]. Purgatorio, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14.
[295]. Purgatorio, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano confusamente grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa nella Lettera di Giov. Pizinga (Opere volgari), vol. XVI, perpetuandi nominis desiderio.
[296]. Scardeonius, de urb. Patav. antiq. (Graev, Thesaur. VI, III, col. 260). È incerto se si debba leggere cereis, muneribus, o per avventura certis muneribus. — L'individualità alquanto spiccata del Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la sua Storia di Enrico VII.
[297]. Epistola de origine et vita ecc. al principio delle sue opere: Franc. Petrarca posteritati salutem. Certi critici moderni, che si scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo, come lui.
[298]. Opera, p. 117: De celebritate nominis importuna.
[299]. De remediis utriusque fortunae, passim.
[300]. Epist. seniles, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca ce la dà, per esempio, Biondo Flavio (Italia illustrata, p. 416) cento anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non ne saprebbe di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca non l'avesse così spesso e con tanto affetto ricordato.
[301]. Epist. seniles, XIII, 3, p. 918.
[302]. Filippo Villani, Vite, p. 19.
[303]. L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale del Boccaccio: Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di fuor sepolto a Certaldo giaccio ecc. — Cfr. Opere Volgari di Boccaccio, vol. XVI, p. 44.
[304]. Mich. Savonarola, De laudibus Patavii, presso Murat. XXIV, col 1157.
[305]. La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi presso Gay, Carteggio, I, pag. 123.
[306]. Boccaccio, Vita di Dante, p. 39.
[307]. Franco Sacchetti, Nov. 121.
[308]. La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda nel Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento nel 1411 v. Misson, Voyage en Italie, vol. I.
[309]. Vita di Dante, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi sarà stato trasportato a Parma il corpo di Cassio?
[310]. Nobilitatis fastu, ed anzi sub obtentu religionis, dice Pio II (Comment. X, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva dispiacere a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie.
[311]. Cfr. Keyssler, Neueste Reisen, p. 1016.
[312]. Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona.
[313]. Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: De laudibus Papiae (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale, ma nessuna gloria speciale ancora.
[314]. De laudibus Patavii, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg.
[315]. Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria dignos non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis sit consocia et pari emantur praetio.
[316]. Nei Casus virorum illustrium del Boccaccio solo il nono ed ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente ancor più tardi nei Commentari urbani di Raffaele da Volterra il solo vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo secondo e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e imperatori. — Nell'opera De claris mulieribus dell'agostiniano Jacopo Bergomense (intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor più la leggenda, ma poi seguono alcune preziose biografie di donne italiane. Presso lo Scardeonio, (De urb. patav. antiq. Graev. Thesaur. VI, III, col. 405 e segg.) vengono nominate soltanto donne celebri padovane: prima una leggenda del tempo delle invasioni barbariche: poi alcune scene tragiche delle lotte dei partiti nei secoli XIII e XIV; poi alcune ardite eroine, fondatrici di conventi, politicanti, medichesse, una madre di molti ed illustri figli, una letterata, una contadinella, che muore per salvare la sua innocenza, e per ultimo la bella e colta donna del secolo XIV, per la quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e la novellatrice. Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane si avrebbe potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di casa d'Este, nell'Ariosto, Orl. fur. XIII.
[317]. Viri illustres di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente non potei consultare.
[318]. Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. Carmina Burana, p. 76.
[319]. Boccaccio, Opere volgari, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido, vinto ecc.
[320]. Fra gli altri presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, IV, p. 203.
[321]. Angeli Politiani Epp. L. X.
[322]. Paul. Jovius, De romanis piscibus, Praefatio (1525), dove dice che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata non sine aliqua spe immortalitatis.
[323]. Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può avere la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la grandezza può tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo può onorevolmente essere un tristo, in contrapposto ad uno perfettamente buono.
[324]. Storie fiorent. l. VI.
[325]. Paul. Jov. Elogia, parlando di Mario Molza.
[326]. Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la satira non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed astratta, rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc., e quindi anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico. Il tipo generale di questa tendenza si ha principalmente nella favola del Reineke Fuchs, sotto tutte le forme con cui fu redatta presso i diversi popoli d'occidente. Per la letteratura francese di questa parte speciale veggasi l'eccellente nuova opera di Lenient: La satire en France au moyen-âge.
[327]. In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente, Nov. 37.
[328]. Inferno, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi con Dante, è Aristofane.
[329]. Un modesto principio nelle Opere, p. 421 e segg., e nel Rerum memorand. libri IV. Altro saggio si ha nelle Epp. Seniles, X, 2, p. 868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo dove si ricoverò nel medio-evo, il convento.
[330]. Nov. 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino.
[331]. La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per quanto sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele.
[332]. Ibid, Nov. 49. E tuttavia, secondo la Nov. 67, si credeva che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso fiorentino.
[333]. Agn. Pandolfini, Il governo della famiglia, p. 48.
[334]. Franco Sacchetti, Nov. 156: Nov. 24. Le facetiae del Poggio, quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del Sacchetti: burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte coll'oscenità più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che rivelano il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg.
[335]. Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui contenuto è tolto di là.
[336]. Secondo il Bandello, IV, Nov. 2, il Gonnella sapeva contraffare la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i dialetti d'Italia.
[337]. Paul. Jovius, Vita Leonis X.
[338]. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel professione gravibus ad insaniam impellendis. Ciò fa venire in mente lo scherzo che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi.
[339]. Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una lente per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da una notizia del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una processione di monaci mediante uno specillum (cfr. il Zuricher Taschenbuch del 1858, p. 177), e dal cristallo concavo menzionato dal Giovio, di cui Leone si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio Alessio (Baluz. Miscell. IV, 518): oculari ex gemina (gemma?) utebatur, quam manu gestans, signando aliquid videndum esset, oculis admovebat.
[340]. Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono tre scimmie a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte. Soltanto simili fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni a mano, dei quali taluni andarono anche distrutti. La caricatura è poi qualche cosa di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi grotteschi (Biblioteca Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto abbia in sè del comico, ed innalza con ciò questo carattere comico a suo talento.
[341]. Jovian. Pontan. De Sermone. Egli constata una speciale attitudine al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola.
[342]. Il Cortigiano, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente, nel fol. 76.
[343]. Galateo del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48.
[344]. Lettere pittoriche, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini del 1577. — Machiavelli, Storie fior. l. VII dice dei giovani signori di Firenze dopo la metà del secolo XV: gli studi loro erano apparire col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato.
[345]. Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico Podacataro (1505) negli Anecd. litt. I, 319. — Il raccoglitore di scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. Dialogus de viris litt. illustr. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631).
[346]. Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per quanto i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui, non hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi a suo riguardo.
[347]. In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che nel 1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche lontano convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000.
[348]. V. la sua orazione funebre negli Anecd. litter. IV, p. 315. Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini, che fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di Urbino. — I suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, Poesie ined. III, p. 123.
[349]. Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII v. nel Giraldi, Hecatommithi, VII, Nov. 5.
[350]. Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di Pasquino, presso P. Jov. Vita Hadriani, furono attribuiti ad Adriano e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle Lettere de' principi I, la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino aveva nel giorno di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì.
[351]. Per es. il Firenzuola, Opere, v. I, p. 126, nel Discorso degli animali.
[352]. Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora da Roma a Napoli, ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie pontificali con la contemplatione delle eccellenze imperiali»
[353]. Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo senso, che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare.
[354]. Per esempio, nel Capitolo all'Albicante, cattivo poeta di quel tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi relativi.
[355]. Lettere, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527.
[356]. Nel primo Capitolo a Cosimo.
[357]. Gay, Carteggio, II, p. 332.
[358]. V. L'imprudente lettera del 1536 nelle Lettere pittor. I, Append. 34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo.
L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano,
Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente,
E più colpi ha, che dita in una mano.
(Mauro, Capitolo in lode delle bugie).
[360]. Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena, Lettere, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche le lettere a Carlo V.
[361]. Perciò che segue veggasi Gay, Carteggio, II, p. 335, 337, 345.
[362]. Lettere, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529.
[363]. Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37), ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542 improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio.
[364]. Carmina Burana nella «Biblioteca della Società letteraria di Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le località italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo (pag. 145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un prato (pag. 156), l'uso ripetuto della parola bravium (p. 137, 144), e più ancora la forma Madii per Maji (p. 141) sembrano appoggiare la nostra ipotesi.[365] — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non giustifica le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano dei re d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si è creduto di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon. Veggasi Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands Geschichtsquellem im Mittelalter, pag. 431 e segg.
[365]. Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta singolarissima di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire nell'opinione quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti di essi inserite espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe credere piuttosto patrimonio di tutta Europa, come d'altra parte sarebbe anche espressamente indicato da ciò che vi si legge a pag. 252, che cioè l'ordine dei vaganti accoglie in sè uomini d'ogni nazione, teutoni e boemi, slavi e romani. Nota del Traduttore.
[366]. Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento in tutte le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi tratti Enea Silvio (Opp. p. 603 nella Epist. 105 all'arciduca Sigismondo).
[367]. Pei particolari rimandiamo a Roscoe: Lorenzo il Magnifico e Leon X, nonchè a Voigt: Enea Silvio, e a Papencordt: Storia della città di Roma nel Medio-Evo. — Chi vuol farsi un'idea dell'estensione, che si dava agli studi degli uomini colti sul principio del secolo XVI, consulti, prima d'ogni altro libro, i Commentarii urbani di Raffaele da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità costituiva la parte più sostanziale di ogni ramo dello scibile, dalla geografia e dalla storia locale sino alle biografie di tutti i potenti ed illustri personaggi, alla filosofia popolare, alla morale, alle singole scienze speciali e perfino all'analisi dell'intero sistema aristotelico, con cui l'opera si chiude. E per conoscere tutta l'importanza di quest'opera come fonte per la storia della cultura, bisognerebbe confrontarla con tutte le anteriori enciclopedie. Una trattazione circostanziata e completa di questo tema trovasi nell'eccellente opera di Voigt: Die Wiederbelebung des classischen Alterthums.
[368]. L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «Storia della città di Roma nel Medio-Evo», alla quale rimandiamo una volta per sempre.
[369]. Presso Gugl. Malmesb. Gesta regum Anglor. L. II, § 169, 170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354 e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma, e finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante, figlio di Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab Aquis, Imago Mundi (Hist. patr. Monum. Script. T. III, col. 1603), sull'origine della casa Colonna con riferimento all'invenzione di tesori nascosti. — Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury riporta tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo di Tours, che è uno degli esempi più singolari di entusiasmo umanistico nella prima metà del secolo XII.
[370]. Dante, Convito, Tratt. IV, cap. 5.
[371]. Epp. familiares, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma prima di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14.
[372]. Dittamondo, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico. — Secondo il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò ed Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, per vedere quelle magnificenze antiche, che al presente si possono vedere in Roma.
[373]. Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di marmi e di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140) cercava imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò in sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme di Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter, presso Duchesne, Scriptores, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno non aveva avuto pretese così esorbitanti.
[374]. Poggii Opera fol. 50 e segg. Ruinarum urbis Romae descriptio. Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di Martino V. — Le terme di Caracalla e di Diocleziano avevano ancora il loro rivestimento e le loro colonne.
[375]. Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare da una lettera riportata nella Vita Pogii, presso Muratori, XX, col. 177, e come raccoglitore di busti col. 183.
[376]. Fabroni, Cosmus, Adnot. 86. Da una lettera di Alberto degli Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto Martino V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio IV si consulti Vespasiano Fiorent. p. 21.
[377]. Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, Vita Pii II, presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — Pii II Commentarii p. 48, 72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove.
[378]. Boccaccio, Fiammetta, cap. 5.
[379]. Leandro Alberti, Descriz. di tutta l'Italia, fol. 285. — Secondo Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta, Argo ed Atene.
[380]. Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano nel Manipulus, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul principio della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani, secondo il quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole anti-romana e ribelle, mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente romani (I, 9, 38, 41, II, 2). — Dante, Inf. XV, 76.
[381]. Commentarii, p. 206, nel libro IV.
[382]. Mich. Cannesius, Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 993. L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere scortese nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: de quo rerum scriptores multa ac diversa commemorant. — Più singolare ancora parrà che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere dal grande Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso per nozze e ripeterlo poscia in un elogio del giurista Teodoro Plato, come altresì che un Giovannantonio Plato al ritratto in rilievo del filosofo da lui scolpito (nel cortile del palazzo Magenta in Milano) non esitasse a porre un'iscrizione, nella quale si leggeva: Platonem suum, a quo originem et ingenium refert.
[383]. Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094; e l'Infessura, presso Eccard Scriptores, II, col. 1951. — Matarazzo, nell'Arch. stor. XVI, II, p. 180.
[384]. Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione di trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, Vita di Giov. da Udine.
[385]. Quatremère, Storia della vita etc. di Raffaello, ed. Longhena, p. 531.
[386]. Lettere pittoriche, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542.
[387]. Egli voleva curis animique doloribus quacumque ratione aditum intercludere; le allegre riunioni e la musica lo attraevano moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. Leonis X vita anonyma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169.
[388]. Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I (Perch'ho molto ecc.) e la IV (Poichè, Annibale ecc.).
[389]. Ranke, Die röm. Päpste, I, 408 e segg. — Lettere de' principi, I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... tutti questi cortigiani esausti da Papa Leone e falliti.
[390]. Pii II Commentarii, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia di Sannazzaro in ruinas Cumarum, nel libro II.
[391]. Polifilo, Hypnerotomachia, senza numerazione di pagine. In estratto presso Temanza, p. 12.
[392]. Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non parlano che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo. Cfr. Sannazzaro, De partu Virginis, L. II.
[393]. Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello Spicileg. romanum del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo.
[394]. Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità. Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli concernenti Annio da Viterbo.
[395]. Vespas. Fior. p. 31: Tommaso da Serezana usava dire, che dua cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e murare. E l'una e l'altra fece nel suo pontificato. — Intorno a' suoi traduttori veggasi Aen. Sylv. De Europa, cap. 58, p. 459, e Papencordt, Gesch. der Stadt Rom, p. 502.
[396]. Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, Vita Nicolai V, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto III abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas. Fior. p. 284 e segg., coll'avvertenza del Mai.
[397]. Vespas. Fior. p. 617 e segg.
[398]. Vespas. Fior. p. 547 e segg.
[399]. Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 1185 e segg.
[400]. Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero, Ann. veneti, Arch. Stor. VII, II, p. 663, 655.
[401]. Vespas. Fior. p. 124 e segg.
[402]. Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma non posso indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il semplice estratto delle sentenze di Menandro (forse un duecento versi) con tutte le opere del medesimo, specialmente in una serie di codici tanto completi (fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali giunsero sino a noi). E non è neanche impossibile, che quel Menandro una volta o l'altra non torni a rivivere.
[403]. Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il prezzo delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più da occuparsi presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi), ciò non può intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi abbondavano ancor molto in Italia. — Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 156. Cfr. Adn. 154.
[404]. Gaye, Carteggio, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto Calisto III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da un francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, la Peinture tab. 78.
[405]. Vespas. Fiorent. p. 335.
[406]. Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di Aless. Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia.
[407]. Vespas. Fiorent. pag. 129.
[408]. Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis, in una poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, Rerum ital. scriptor. ex codd. florent. T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr. Libri, Hist. de sciences mathématiques, II, 278 e segg. — Sugli stampatori di Roma v. Gaspar. Veron. Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 1189.
[409]. Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti. V. Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della Cronaca del mondo di Zembino da Pistoja.
[410]. Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 212. — Ciò accadde rispetto al libello De exilio.
[411]. Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg.
[412]. La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio Valeriano, De infelicitate literator. parlando dei Lascaris. E Paolo Giovio sulla fine de' suoi Elegia literaria dice dei tedeschi.... quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae et hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint. (Intorno al 1540).
[413]. Ranke die Päpste, I, 486. — Si confronti la fine di questa parte del nostro lavoro.
[414]. Tommaso Gar, Relazioni della corte di Roma, I, p. 338, 379.
[415]. Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con centocinquanta ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, Arch. stor. VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. Arch. stor. XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio se vi si insegnasse il greco; cfr. Anecd. litter. II, p. 300.
[416]. Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio Camaldolese conosceva l'ebraico. Ibid. p. 320.
[417]. Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti dal latino, dal greco e dall'ebraico (librarios), v. Platina, Vita Sixti IV, p. 332.
[418]. Pierius Valerian. De infelicit. literat. parlando del Mongajo. — Intorno al Ramusio cfr. Sansovino, Venezia, fol. 250.
[419]. Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao Barbaro, presso Ang. Polit. epist. L. IX. — Cfr. Jo. Pici Oratio de hominis dignitate.
[420]. Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del Poggio (De Avaritia, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono dire di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini o ne tradussero qualcuno dal greco in latino.
[421]. Libri, Histoire des sciences mathém. II, 159 e segg., 258 e seguenti.
[422]. Purgatorio XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi: Maria s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e Fabrizio disinteressato: — In questa occasione è da far notare l'introduzione cronologica delle Sibille nell'antica storia profana, quale fu tentata nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo».
[423]. Poeta anche presso Dante (Vita nuova, p. 47) significa soltanto colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in italiano si usano le espressioni rimatore, dicitore per rima. Coll'andar del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono col fondersi reciprocamente.
[424]. Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato a vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (extremi fures). Nella finta lettera a Livio, Opera, p. 704 e segg.
[425]. Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle Opere volgari, vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia che quella dell'antichità, e ignora affatto i trovatori.
[426]. Boccaccio, Vita di Dante, p. 50: la quale (laurea) non scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento.
[427]. Paradiso, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, Vita di Dante, p. 50: sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare. Cfr. Paradiso, I, 25.
[428]. La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle Opere volgari, vol. XVI: si praestet Deus, concedente senatu Romuleo...
[429]. Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la città, nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono il poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato, ma non si sa dove, nè da chi.
[430]. Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185.
[431]. Vespas. Fior. p. 575, 589. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche vivo, era tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e uno spagnuolo si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel monumento di Guarino il magistrato di Ferrara decretò nel 1461 la somma, allora considerevole, di cento ducati.
[432]. Cfr. Libri, Hist. des sciences mathémat. II, p. 92 e segg. — Bologna, come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una fondazione di Lorenzo il Magnifico ad solatium veteris amissae libertatis, come dice Giovio, Vita Leonis X, L. I. — L'università di Firenze (cfr. Gaye, Carteggio, I, p. 251 sino a 580 passim; Matteo Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro annui, ma sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda volta. La cattedra per la spiegazione della Divina Commedia, fondata dietro domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito unita per lo più a quella di filologia e di rettorica, anche quando la tenne il Filelfo.
[433]. A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400 (Corio, Storia di Milano, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti giuristi.
[434]. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290.
[435]. Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 52, dell'anno 1491.
[436]. Allegretto, Diari Sanesi, presso Murat. XXIII, col. 824.
[437]. Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata, pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 41.
[438]. Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 531 e segg.
[439]. Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le biografie di Guarino e di Vittorino del Rosmini.
[440]. Vespas. Fiorent. p. 646.
[441]. All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: De liberorum educatione.
[442]. Ecco le parole di Vespasiano: a vederlo in tavola così antico com'era, era una gentilezza.
[443]. Ibid. p. 485.
[444]. Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove anche si disputava.
[445]. Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg.
[446]. Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che come una cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa ebbe luogo nel 1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al Concilio intorno all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone. Cfr. Enea Silvio, De Europa, cap. 52. (Opera, p. 450).
[447]. Presso Nicolò Valori, nella Vita di Lorenzo il Magnifico. Cfr. Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo furono gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi paragoni tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico. Ibid. 308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo. Ibid. 571: Singoli dialoghi di Platone già tradotti da Leonardo Aretino. Ibid. 298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo.
[448]. Varchi, Storie fiorent. L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente pittura del modo di vivere di Filippo.
[449]. Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino e al Guarino), come anche la Vita del Poggio dello Shepherd, debbono contenere molte notizie su questo riguardo.
[450]. Epist. 39, Opera, p. 526, a Mariano Socino.
[451]. Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (Eclog. V) ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti.
[452]. Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di brevità, rimandare alla conclusione della Storia della città di Roma nel medio-evo di Papencordt.
[453]. Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis, parlando di Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a tempo, e si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo. Sui magri emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer. De infelicit. literator., parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione degli umanisti dal cardinalato sotto i predecessori di Leone, reggasi l'orazione funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio. Anecd. litterar. IV, p. 307.
[454]. Il meglio nelle Deliciae poetarum italorum e nelle appendici alle diverse edizioni di Roscoe, Leone X.
[455]. Pauli Jovii Elogia, parlando di Guido Postumo.
[456]. Pierio Valeriane nella sua Simîa.
[457]. V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle Deliciae poetarum ital.
[458]. La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti d'oro di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano alla cieca, veggasi presso Giraldi, Hecatommithi, VI, nov. 8. E per converso gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi di staffile, qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta misura. Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis.
[459]. Roscoe, Leone X, ed. Bossi, IV, 181.
[460]. Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che Alfonso fece fare, p. 93. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: Dicta et facta Alphonsi, insieme alle Glosse di Enea Silvio.
[461]. Ovid. Amores, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. De principe.
[462]. Giorn. Napolet. presso Murat. XXI, col. 1127.
[463]. Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — Volle avere piena notizia di ogni cosa, così sacra come gentile. — Cfr. sopra pag. 59 e segg.
[464]. L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio, i Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti, che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama», di regola erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il Decembrio, presso Murat. XX, col. 1014.
[465]. Paul. Jov. Vita Alphonsi ducis.
[466]. Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro (figlio di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla morte, veggasi a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi di Forlì il posto era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti va annoverato anche Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488 dalla propria moglie, ed ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio di Bologna.
[467]. Anecd. literar. II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati parassiti, dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità di soldati, mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli umanisti, come i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi contro l'invasione sempre crescente della filologia greca).
[468]. Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, Neueste Reisen, p. 924.
[469]. Pii II Comment. L. II, p. 92. La parola historiae qui comprende l'intera antichità.
[470]. Fabroni, Cosmus, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro segretari, veggasi presso Enea Silvio, De Europa, cap. 54 (Opera pag. 454).
[471]. Cfr. pag. 293 e Papencordt, Geschichte der Stadt Rom, p. 512, sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio.
[472]. Anecdota literar., I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. — Le pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano sulla loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro lettere.
[473]. Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale sotto Federico III. Cfr. Epp. 23 e 105, Opera, p. 516 e 607.
[474]. Corio, Storia di Milano, fol. 449, la lettera d'Isabella di Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere del Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione, contenuta nelle Lettere pittoriche, III, 86 (Sebastiano del Piombo all'Aretino) del come Clemente VII, durante il sacco dì Roma, abbia chiamato a sè nel Castello i suoi dotti e ad ognuno abbia dato l'incarico separato di preparare una lettera per Carlo V.
[475]. Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223 e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora nel secolo XV.
[476]. Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico, Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti, Enea Silvio ecc.
[477]. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 198, 205.
[478]. Pii II Comment. L. I, p. 10.
[479]. Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna di colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva e perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento trovansi citati in Pietro Crinito, De honesta disciplina, V, cap. 3. Cfr. Vespas. Fior. p. 319, 430.
[480]. Pii II Comment., L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani, che lo aspettavano a Viterbo. Singuli per se verba facere, ne alius alio melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares. — Il fatto che il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere la parola per tutte le ambascerie mandate dagli Stati italiani al nuovo papa Alessandro VI, è annoverato dal Guicciardini (nel principio del I libro) fra le cause più serie, che contribuirono alle sventure d'Italia dell'anno 1494.
[481]. Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160.
[482]. Pii II Comment., L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta, arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. Archivio Storico IV, I, p. 452, nota.
[483]. De expeditione in Turcas, presso Murat. XXIII, col 68. Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius. — Oltre la ingenua compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi, veggasi il Campano, Vita Pii II, presso Murat. III, II, passim.
[484]. Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione una volta il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che sarei stato punito della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul. Jov. Vita Hadriani VI.
[485]. Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis, parlando del Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo di Como un discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno 1460.
[486]. Fabroni, Cosmus, Adnot. 52.
[487]. Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat. XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del Platina.
[488]. Anecd. literar., I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per tali uffici.
[489]. Di simili Prolusioni molte sono conservate nelle opere del Sabellico, di Beroaldo il vecchio, di Codro Urceo ecc.
[490]. La fama dell'eccellente modo di porgere del Pomponazzo è attestata da Paolo Giovio, Elogia.
[491]. Vespas. Fior. p. 103. Cfr. il racconto (p. 598) del come Giannozzo Manetti venne a lui nell'accampamento.
[492]. Arch. stor. XV, p. 113, 121, l'introduzione di Canestrini; p. 342 e segg. due allocuzioni militari stampate; la prima, di Alamanni, è veramente bella e degna della circostanza (1528).
[493]. Su ciò Faustino Terdoceo, nella sua satira De triumpho stultitiae, lib. II.
[494]. Due casi sorprendenti di questo genere in Sabellico (Opera, fol. 61-82), De origine et auctu religionis, discorso tenuto a Verona dinanzi al capitolo degli Scalzi: De sacerdotii laudibus, altro discorso tenuto a Venezia. — Cfr. pag. 312 nota 2.
[495]. Jac. Volaterrani Diar. roman. presso Murat. XXIII. passim. — Alla col. 173 viene menzionata una notevolissima predica tenuta alla corte, in assenza di Sisto IV: il padre Paolo Toscanella tuonò contro il Papa, la di lui famiglia e i cardinali; Sisto quando lo seppe, ne rise.
[496]. Filippo Villani, Vite, p. 33.
[497]. Georg. Trapezunt. Rhetorica, il primo trattato completo. — Aen. Sylvius: Artis rhetoricae praecepta, nelle Opere, p. 992; non si occupa a bello studio che della testura dei periodi e del nesso delle parole; del resto è assai caratteristico per la perfetta cognizione delle pratiche in uso. Egli cita parecchi altri trattatisti.
[498]. La di lui Vita, presso Murat. XX, è piena dei trionfi della sua eloquenza. — Cfr. Vespas. Fior. 592 e segg.
[499]. Annales Placentini, presso Murat. XX, col. 918.
[500]. Così si faceva col Savonarola, cfr. Perrens, Vie de Savonarole, I, p. 163. Ma gli stenografi non sempre erano in grado di tenergli dietro, come accadde anche con altri focosi improvvisatori.
[501]. E non è neanche uno dei migliori. Il punto più notevole è il fervorino della conclusione: Esto tibi ipsi archetypon et exemplar, teipsum imitare ecc.
[502]. Lettere e discorsi di questa specie scrisse Alberto da Ripalta: veggansi gli Annales Placentini scritti da lui, presso Murat. XX, col. 914 e segg., dove quel pedante descrive la propria carriera letteraria in modo molto istruttivo.
[503]. Pauli Jovii Dialogus de viris litteris illustribus, presso Tiraboschi, tom. VII, parte IV. — Ma un decennio più tardi, sulla fine de' suoi Elogia literaria, egli scrive: Tenemus adhuc (dopochè il primato della filologia era passato alla Germania) sincerae et constantis eloquentiae munitam arcem etc.
[504]. Un genere speciale costituiscono naturalmente i Dialoghi mezzo-satirici, che il Collenuccio e specialmente il Pontano imitarono da Luciano. Il loro esempio produsse più tardi quelli di Erasmo e di Hutten. — Pei trattati propriamente detti pare che in sul principio abbiano servito di modello alcuni brani delle opere morali di Plutarco.
[505]. Benedictus: Charoli VIII histor., presso Eccard, Scriptor II, col. 1577.
[506]. Pietro Crinito deplora questo disprezzo nel suo libro De honesta disciplina, L. XVIII, cap. 9. Gli umanisti in ciò somigliano agli autori della più tarda antichità, i quali ugualmente si discostavano dal loro tempo. — Cfr. Burckhardt, die Zeït Constantino des Grossen, pag. 285 e segg.
[507]. Nella lettera al Pizinga (opere volgari, vol. XVI). — Ancora presso Raffaello da Volterra, L. XXI, il risveglio intellettuale comincia col secolo XIV. Egli è quel medesimo scrittore, i cui primi libri contengono tanti prospetti, eccellenti per quel tempo, della storia speciale di tutti i paesi.
[508]. Come quelli, per esempio, che ottenne Giannozzo Manetti in presenza di Nicolò V, di tutta la Curia e di un gran numero di stranieri venuti da lontani paesi. Cfr. Vespas. Fior. p. 592, e la Vita Jann. Manetti, più volte citata.
[509]. Ciò potrebbe affermarsi anche rispetto al passato, parlando del Machiavelli.
[510]. Infatti fin d'allora si era trovato che in Omero, anche solo, si ha la somma di tutte le arti e le scienze antiche, e che esso è una vera enciclopedia. Cfr. Codri Urcei opera. Sermo XIII, la conclusione. — Vero è però che una simile opinione s'incontra anche in alcuni scrittori antichi.
[511]. Un cardinale sotto Paolo II fece perfino insegnare l'Etica di Aristotele a' suoi cuochi. Cfr. Gasp. Veron. Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 1034.
[512]. Per lo studio di Aristotele in generale è particolarmente istruttivo un discorso di Ermolao Barbaro.
[513]. Bursell. Annales Bonon., presso Murat. XXIII, col. 898.
[514]. Vasari, XI, p. 189, 257, Vite di Sodoma e di Garofalo. — S'intende da sè che alcune donne scostumate di Roma s'impadronirono dei più armonici fra i nomi antichi, come Giulia, Lucrezia, Cassandra, Porzia, Virginia, Pentesilea ecc., coi quali noi le vediamo nominate dall'Aretino. — Gli ebrei adottarono forse fin d'allora i nomi dei grandi nemici di Roma di razza semitica, Amilcare, Annibale, Asdrubale ecc., che ancor oggi s'incontrano così frequenti presso di loro a Roma.
Quasi che 'l nome i buon giudici inganni,
E che quel meglio t'abbia a far poeta,
Che non farà lo studio di molt'anni!
così scrive beffardamente l'Ariosto, il quale del resto ebbe la fortuna di ricevere un nome armonioso (Sat. VII, vs. 64).
[516]. O di quelli del Bojardo, che in parte sono anche i suoi.
[517]. Così i soldati dell'esercito francese del 1512 vengono omnibus Diris ad inferos evocati. Del buon canonico Tizio, che prendeva la cosa sul serio e scagliava contro le truppe straniere un'imprecazione tolta a prestito da Macrobio, torneremo a far menzione più sotto.
[518]. De infelicitate principum nelle Opere di Poggio, fol. 152: Cujus (Dantis) extat poema praeclarum, neque, si literis constaret, ulla ex parte poetis superioribus (agli antichi) postponendum. Secondo il Boccaccio (Vita di Dante, p. 74), ancora a quel tempo molti e saggi uomini agitarono la questione, perchè Dante non abbia poetato in latino?
[519]. Chi vuol conoscere tutto il fanatismo che c'era in questo riguardo, vegga Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis qua e là.
[520]. Veramente ci sono anche esercitazioni stilistiche confessate come tali, come per esempio nelle Orationes ecc. di Beroaldo il vecchio due novelle del Boccaccio tradotte in latino, ed una canzone del Petrarca.
[521]. Cfr. le lettere del Petrarca dal mondo di quassù ad alcune illustri ombre. Opera, p. 704 e segg. Oltre a ciò, a pag. 372 nello scritto De republ. optime administranda egli dice: «sic esse doleo, sed sic est».
[522]. Un'immagine buffa del purismo fanatico in Roma la dà Giov. Pontano nel suo Antonius.
[523]. Hadriani (Cornetani) card. S. Chrysogoni de sermone latino liber. Principalmente la introduzione. — Egli trova in Cicerone e ne' suoi contemporanei la latinità, quale essa veramente è in sè stessa.
[524]. Paul. Jov. Elogia parlando di Battista Pio.
[525]. Paul. Jov. Elogia, parlando del Navagero. Il loro ideale sarebbe stato: aliquid in stylo proprium, quod peculiarem ex certa nota mentis effigiem referret, ex naturae genio effinxisse. — Il Poliziano s'inquietava già, quando avea fretta, di scrivere le sue lettere in latino. Cfr. Raph. Volat. Comment. urban. L. XXI.
[526]. Paul. Jov. Dialogus de viris literis illustribus, presso Tiraboschi, ed. Ven. 1796, tom. VII, parte IV. Come è noto, il Giovio voleva per un certo tratto di tempo intraprendere lo stesso grande lavoro, che compì poi il Vasari. — In quel dialogo egli presente anche e deplora che l'uso dello scriver latino fosse assai prossimo a cessare del tutto.
[527]. Nel Breve del 1517 a Franc. de' Rosi, concepito dal Sadoleto, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi VI, p. 172.
[528]. Gasp. Veronens., Vita Pauli II, presso Murat. III, II. col. 1031. Oltre a ciò furono rappresentate forse le tragedie di Seneca e alcune traduzioni latine di produzioni drammatiche greche.
[529]. In Ferrara si rappresentava Plauto per lo più rifatto in veste italiana dal Collenuccio, da Guarino il giovane e da altri, per le cose che esso contiene. Ma Isabella Gonzaga si permetteva di trovarle molto noiose. — Intorno a Pomponio Leto cfr. il Sabellico, Opera, Epist. L. XI. fol. 56 e segg.
[530]. Per ciò che segue veggansi le Deliciae poetar. italor.; — Paul. Jov. Elogia; — Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis; le Appendici al Roscoe, Leone X, ed. Bossi.
[531]. Filippo Villani, Vite, pag. 5.
[532]. Franc. Aleardi oratio in laudem Franc. Sfortiae, presso Murat. XXV, col. 384. — Nel parallello tra Scipione e Cesare il Guarino stava per quest'ultimo, il Poggio pel primo (Opera, epp. fol. 125, 134 e segg.). — Scipione e Annibale nelle miniature dell'Attavante, v, Vasari, IV. 41. Vita del Fiesole. — I nomi di entrambi adoperati a designare il Piccinino e lo Sforza, v. pag. 135.
[533]. Le splendide eccezioni, in cui la vita campestre è trattata nella sua realtà effettiva, saranno anch'esse menzionate al luogo opportuno.
[534]. Ristampato dal Mai, Spicilegium romanum, vol. VIII. (Circa 500 esametri). Pierio Valeriano continuò a cantare ulteriormente su questo mito: veggasi il suo Carpio nelle Deliciae poetar. italor. — Gli affreschi del Brusasorci nel palazzo Murari a Verona rappresentano la favola intera del Sarca.
[535]. De sacris diebus.
[536]. Per esempio, nell'Egloga ottava.
[537]. Roscoe, Leone X, ed. Bossi VIII, 184: come anche una poesia di stile somigliante XII. 130. — E molta affinità si riscontra anche nella poesia di Angilberto della corte di Carlomagno. Cfr. Pertz, Monum. II.
[538]. Strozii poetae, p. 31 e segg. Caesaris Borgiae ducis Epicedium.
Pontificem addiderat, flammis lustralibus omneis
Corporis ablutum labes, Diis Juppiter ipsis etc.
[540]. È il posteriore Ercole II di Ferrara, nato il 4 aprile 1508, probabilmente poco prima o poco dopo la composizione di questa poesia. Nascere magne puer matri exspectate patrique, è detto verso la fine.
[541]. Cfr. le collezioni degli Scriptores dello Scardio, del Freher ecc.
[542]. Uzzano, v. Arch. stor. I, 296. — Machiavelli, I Decennali. — La storia di Savonarola sotto il titolo Cedrus Libani di fra Benedetto. — Assedio di Piombino, presso Murat. XXV. — Come riscontro a ciò, il Teuerdank ed altre opere rimate del nord a quel tempo.
[543]. Della Coltivazione di L. Alamanni cantata in versi sciolti potrebbe affermarsi, che tutti i passi veramente poetici che s'incontrano in essa e che possono gustarsi anche oggidì, sono tolti direttamente o indirettamente dagli antichi.
[544]. In questo caso dall'introduzione di Lucrezio e da Orazio, Od. IV, I.
[545]. L'uso di invocare un santo protettore anche in un'impresa essenzialmente profana l'abbiamo già veduto (pag. 78) in una occasione molto più seria.
Si satis ventos tolerasse et imbres
Ac minas fatorum hominumque fraudes,
Da, Pater, tecto salientem avito
Cernere fumum!
[547]. Andr. Naugerii orationes duae carminaque aliquot, Venet. 1530, in 4.º — I pochi Carmina trovansi anche per la maggior parte o completamente nelle Deliciae poetar. italor.
[548]. Per dare un'idea di ciò che Leone X si lasciava dire, basta citar la preghiera di Guido Postumo Silvestri a Cristo, a Maria ed ai Santi, affinchè volessero conservare ancor lungamente al bene dell'umanità questo nume, poichè il cielo ne ha già abbastanza. Ristampata da Roscoe, Leone X, ed. Bossi, v. 237.
[549]. Boccaccio, Vita di Dante, p. 36.
[550]. Il Sannazzaro si burla di uno, che lo importunava con tali falsificazioni: sint vera haec aliis, mï nova semper erunt.
[551]. Lettere de' principi, I, 88, 91.
[552]. Malipiero, Annali veneti, Arch. stor. VII, I, p. 508. Sulla fine, riferendosi al toro, come stemma dei Borgia, è detto:
Merge, Tyber, vitulos animosas ultor in undas;
Bos cadat inferno victima magna Jovi!
[553]. Intorno a questo affare veggasi Roscoe, Leone X, ediz. Bossi, VII, 211, VIII, 214 e segg. La collezione stampata, ora assai rara, di questi Goryciana dell'anno 1524 contiene soltanto le poesie latine. Vasari vide presso gli Agostiniani anche un libro speciale, dove si trovavano eziandio dei sonetti ecc. L'affiggere poesie era divenuta un'usanza così generale, che si dovette isolare il gruppo mediante un cancello, e perfino impedirne la vista. La trasformazione di Göritz in Corycius senex è tolta da un passo di Virgilio, Georg. IV, 127. La trista fine di quest'uomo, dopo il sacco di Roma, veggasi in Pierio Valeriano, De infelicitate literat.
[554]. Ristampato nelle appendici al Roscoe, Leone X, e nelle Deliciae. Cfr. Paul. Jov. Elogia, parlando di Arsillo. Inoltre, pel gran numero degli scrittori di epigrammi veggasi Lil. Greg. Gyraldus, l. c. Una delle penne più mordaci fu Marcantonio Casanova. — Fra i meno conosciuti merita di esser notato Giov. Tommaso Mosconi (v. le Deliciae).
[555]. Marin Sanudo, nelle Vite dei Duchi di Venezia (Murat. XXII), le riporta regolarmente.
[556]. Scardeonius, De urb. Patav. antiq. (Graev. Thesaur, VI, III, col. 270) nomina, come vero inventore del genere, un certo Odaxio da Padova, intorno alla metà del secolo XV. Ma versi misti di latino e della lingua di qualche paese se ne hanno molti anche prima e dovunque.
[557]. Non si dimentichi, che essi furono pubblicati assai per tempo corredati degli antichi scolii e di commenti nuovi.
[558]. Ariosto, Satira VII dell'anno 1581,
[559]. Di tali fanciulli se ne incontrano parecchi, ma io non posso fornire una prova di fatto di ciò che qui ho detto. Il fanciullo miracoloso Giulio Campagnola non è di quelli che furono portati in alto per viste ambiziose. Cfr. Scardeonius de Urb. Patav. antiq. presso Graev. Thesaur, VI, III, col. 276. — Il fanciullo miracoloso Cecchino Bracci, morto a quindici anni nel 1544, v. Trucchi, Poesie ital. ined. III, p. 229. — Come il padre del Cardano gli volesse memoriam artificialem instillare, e come lo istruisse, ancor fanciullo, nell'astrologia arabica, v. Cardanus, De vita propria, cap. 34.
[560]. Espressione di Filippo Villani, Vite, p. 5, in circostanza analoga.
[561]. Bapt. Mantuani, De calamitatibus temporum, L. I.
[562]. Lil. Greg. Gyraldus, Progymnasma adversus literas et literatos.
[563]. Lil. Greg. Gyraldus: Hercules. La dedica è una testimonianza parlante del primo insorgere minaccioso dell'Inquisizione.
[564]. De infelicitate literatorum.
[565]. In questo riguardo veggasi Dante, Inferno XIII.
[566]. Coelii Calcagnini Opera, ed. Basil, 154, pag. 101, nel libro VII delle Epistole. Cfr. Pier. Valer. De infelic. literat.
[567]. M. A. Sabellici Opera. Epist. L. XI, fol. 56, ed anche la relativa biografia negli Elogia di P. Giovio.
[568]. Jac. Volaterranus, Diar. Roman., presso Murat. XXII, col. 161- 171-135. — Anecd. litter. II, p. 168 e segg.
[569]. Paul. Jov. De romanis piscibus, cap. 17 e 34.
[570]. Sadoleti Epist. 106, dell'anno 1529.
[571]. Ant. Galatei Epist. 10 e 12, presso il Mai, Spicilegium roman. vol. VIII.
[572]. Questo ancor prima della metà del secolo. Cfr. Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis, II.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.