CAPITOLO V. Crollo della fede in generale.

La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano.

In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle massime dell'antichità allora universalmente adottate era la fede nell'immortalità dell'anima. Ma questa questione, presa nel suo complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo dello spirito moderno in generale.

Una delle fonti principali d'ogni dubbio nell'immortalità era il desiderio di non dover essere obbligati in nulla ad una Chiesa universalmente abborrita, come era allora la romana. Vedemmo già come essa chiamasse col nome di epicurei coloro che la pensavano a questo modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel momento supremo della morte cercasse il conforto de' Sacramenti; ma questo era nulla in paragone dei moltissimi, che per tutta la loro vita, e specialmente poi negli anni della loro maggiore attività, non si curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso. Che da questa indifferenza poi parecchi fossero condotti ad una compiuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da sè, viene storicamente testificata d'ogni parte. Sono coloro dei quali l'Ariosto scriveva: non credono a nulla al di sopra del tetto della loro casa.[555] In Italia, e più specialmente a Firenze, si poteva senza pericolo alcuno vivere in una palese incredulità, purchè non si provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti era di uso, che il confessore chiamato ad assistere un delinquente, che dovesse subire l'estremo supplizio, prima d'ogni altra cosa lo interrogasse se credeva: «essendo corsa una falsa voce, ch'egli non avesse fede alcuna».[556]


Il povero peccatore, al quale qui si allude, quel Pierpaolo Boscoli, di cui già facemmo menzione (v. vol. I, pag. 79), e che nel 1513 ebbe parte in una cospirazione contro la famiglia dei Medici appena ristabilita, è divenuto in questa occasione l'espressione la più perfetta della confusione, che allora regnava nelle idee religiose. Devoto per tradizioni famigliari al partito del Savonarola, egli aveva poi concepito un certo entusiasmo per la libertà intesa al modo antico e per altre idee del vecchio paganesimo; ma, mentre egli langue nel carcere, i mistici partigiani del frate s'interessano nuovamente per lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia cristianamente e salvi l'anima sua. Il pio testimonio e narratore del fatto è uno della famiglia artistica dei Della Robbia, il dotto filologo Luca. «Ohimè, sospira il Boscoli, aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè io possa morire da buon cristiano!» — E Luca gli risponde: «purchè voi vogliate, ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete già che le imprese degli antichi romani non ci furono tramandate nella loro schietta genuinità, ma con arte accresciute». Allora quegli fa violenza a sè stesso per credere, e si rimprovera che la sua fede non sia spontanea. Se soltanto gli fosse concesso ancora di passare un mese in compagnia di buoni monaci, egli sarebbe certo di riformare il cuore e la mente a pensieri e sentimenti cristiani! — Da ciò che segue emerge poi con tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola conoscevano assai poco la Bibbia: il Boscoli non conosce altre preghiere che il Pater e l'Ave, e supplica istantemente Luca a voler dire agli amici, che studino la Sacra Scrittura, perchè nell'ora suprema non si trova se non ciò che s'è appreso durante la vita. Dopo ciò, Luca gli legge e gli spiega la Passione secondo il Vangelo di S. Giovanni: in modo veramente strano quell'infelice vede chiara la divinità di Cristo, mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e vorrebbe poter vedere anche quest'ultima con tale evidenza, «come se Cristo gli venisse incontro uscendo da un bosco»: allora l'amico lo esorta all'umiltà e lo avverte che i dubbi non sono che ispirazioni perverse dello spirito maligno. — Più tardi egli si risovviene di un suo voto giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggio alla Madonna dell'Impruneta, e Luca gli promette di compierlo in sua vece. Frattanto giunge il confessore, un frate del convento del Savonarola, come egli l'aveva chiesto, e gli dà innanzi tutto quegli schiarimenti, che altrove abbiamo accennato, intorno all'opinione di s. Tommaso d'Aquino sul tirannicidio, eccitandolo poscia a sostenere la morte con animo forte. Il Boscoli risponde: «padre, non perdete su questo punto il vostro tempo; a ciò mi bastano già i filosofi: aiutatemi a subire la morte per amore di Cristo». Le cose ulteriori, la comunione, il commiato e l'esecuzione, ci vengono narrate in modo assai commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento, «perchè egli, sin da quando ebbe l'annunzio della propria condanna, avea fatto ogni sforzo per unirsi con Dio, ma sempre indarno, ed ora voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue mani». Evidentemente egli ripeteva un'idea del Savonarola, che, intesa soltanto per metà, lo teneva inquieto ancora in quell'estremo momento.


Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di questo genere, avremmo un'immagine ben più completa della vita morale di quel tempo, di quello che non ci sia dato di raccoglierla da tanti trattati e da tante poesie. Noi vedremmo anche meglio quanto forte fosse l'innato istinto religioso, e quanto subbiettivi e vacillanti i rapporti d'ogni individuo colle verità religiose, e finalmente quali potenti nemici osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è cosa per sè evidentissima; ma la storia del pensiero degli occidentali sarebbe pur sempre incompiuta, se non si tenesse conto di quest'epoca di sommo fermento fra gli Italiani, che non s'incontra presso le altre nazioni, perchè queste non vi presero alcuna parte. Ma torniamo alla questione dell'immortalità.

Se l'incredulità a questo riguardo fece così rapide ed estese conquiste nella classe degli uomini più colti, ciò dipendette essenzialmente dalla circostanza che il compito affatto terreno di scoprire e riprodurre il mondo mediante la parola e le immagini assorbì in alto grado tutte le forze mentali e morali degli Italiani. L'esser mondano all'uomo del Rinascimento fu una necessità (v. pag. 298). Ma da ciò derivò anche che l'arte e la indagine scientifica apersero universalmente la via ad uno scetticismo, che, se non appare evidentissimo nella letteratura e se non s'accinse alla critica della storia biblica (v. pag. 311) in modo degno del tempo, tuttavia non può dirsi che non abbia esistito. Esso passò piuttosto inosservato in quel gran bisogno di dare a tutto forma e colore, che è lo stimolo positivo dell'arte; senza contare gl'impedimenti creati dal potere dispotico usurpato dalla Chiesa, che si sarebbe dichiarata mortale nemica di chiunque avesse osato sciogliere la questione teoricamente. Questo spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema dello stato dell'anima umana dopo la morte per motivi già per sè troppo evidenti, perchè abbiano bisogno di essere additati.


Ed ora sopravvenne l'Antichità ed influì su tutta questa questione in doppio modo. In primo luogo si cercò appropriarsi la psicologia degli antichi e si torturò minuziosamente Aristotele per averne una risposta definitiva. In uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel tempo[557] Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpellato Aristotele stesso, mentre lo tragittava sulla sua barca, intorno a ciò che egli pensasse intorno all'immortalità: il cauto filosofo, quantunque corporalmente fosse morto e tuttavia vivesse spiritualmente, non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e netta risposta: come adunque, dopo tanti secoli, potevano gl'interpreti essere più fortunati di lui? — Ma appunto perciò si questionava con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri antichi sulla vera natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua assoluta eternità, anzi anche intorno alle diverse sue trasmigrazioni, e tali questioni furono portate perfin sul pergamo.[558] La disputa assunse ancora nel secolo XV proporzioni assai larghe e s'accalorava ogni dì più: gli uni dimostravano che Aristotele senz'altro dà l'anima come immortale;[559] altri deploravano la durezza di cuore degli uomini, che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi sopra una sedia, per credere alla di lei esistenza:[560] Filelfo nella sua orazione funebre per Francesco Sforza adduce una serie di sentenze diverse di filosofi antichi ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza molto compatte in folio,[561] con due righe: «oltre a ciò abbiamo il Testamento vecchio ed il nuovo, che tengono il luogo di qualsiasi certezza ed autorità». In mezzo a ciò sopravvennero i Platonici colla dottrina dell'anima di Platone, e taluni anche, come per esempio il Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle dottrine del Cristianesimo. Ma gli avversari riempivano il mondo erudito delle loro opinioni. Al principio del secolo XVI lo scandalo, che ne risentì la Chiesa, era talmente grande, che Leone X nel Concilio Lateranense (1513) dovette pubblicare una costituzione[562] a difesa della immortalità e individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano non esser l'anima in tutti gli uomini che una sola. Pochi anni dopo però apparve il libro del Pomponazzo, dove si mostra l'impossibilità di una prova filosofica dell'immortalità, ed allora la lotta si svolse in confutazioni ed apologie, e non tacque se non di fronte alla reazione cattolica. La preesistenza dell'anima in Dio, più o meno conforme alle dottrine ontologiche di Platone, rimase a lungo come un'idea assai diffusa e tornò comoda specialmente ai poeti.[563] Evidentemente non si pensò più da vicino, quali conseguenze vi andassero connesse intorno al modo di esistere dopo la morte.


Il secondo influsso dell'Antichità venne principalmente da quel notevole frammento del libro sesto della Repubblica di Cicerone, che è noto sotto il nome di «Sogno di Scipione». Senza il commento di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso in innumerevoli manoscritti[564] e, quando nacque l'arte tipografica, in moltissime ristampe, e fu in più guise commentato. È la designazione della vita gloriosa, che aspetta i grandi uomini dopo la morte nel concento delle sfere celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel quale a poco a poco trovaronsi anche altre testimonianze antiche, si venne mano mano sostituendo al cielo promesso ai cristiani in quella stessa misura, nella quale l'ideale della grandezza storica e della fama gettò nell'ombra le idealità della vita cristiana, e, ciò non ostante, il sentimento non ne restava tanto offeso, come colla dottrina della morte definitiva di tutto l'uomo. Ancora il Petrarca cominciò a fondare le sue speranze principalmente su questo Sogno di Scipione, su altre espressioni che si riscontrano in Cicerone e sul Fedone di Platone, senza nemmeno menzionare la Bibbia.[565] «Perchè, esclama egli in qualche parte de' suoi scritti, non dovrei io come cattolico partecipare ad una speranza, che trovo accettabile presso i pagani?». Un po' più tardi Coluccio Salutati scrisse le sue «Fatiche d'Ercole» (che sussistono ancora manoscritte), dove nella conclusione si prova, che agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte straordinarie, di diritto appartiene un seggio sopra le stelle.[566] E se anche Dante confinò rigorosamente i grandi del paganesimo (ai quali certamente egli accordava il Paradiso) nel Limbo, ch'egli pone al limitare dell'Inferno,[567] ora invece la poesia si mostrò più corriva e diffuse idee molto più larghe intorno al mondo avvenire. Cosimo il Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci scritta in occasione della sua morte, era stato accolto in cielo da Cicerone, che al pari di lui fu detto «padre della patria», dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da molti altri, coi quali sarà un nuovo ornamento di quel coro, nel quale non cantano che le anime scevre d'ogni colpa e d'ogni rimprovero.[568]


Ma negli antichi autori c'era anche un altro concetto, e d'assai meno lusinghiero, del mondo futuro, vale a dire il regno delle ombre di Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò l'animo di taluni. Gioviano Pontano in qualche punto delle sue opere pone in bocca al Sannazzaro il racconto di una visione[569] avuta di buon mattino nel sonno. In essa gli appare un amico morto, Ferrando Gennaro, col quale egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima: egli lo interroga, se sia vera l'eternità e l'atrocità delle pene infernali? L'ombra, dopo qualche istante di silenzio, risponde al tutto nel senso della risposta di Achille ad Odisseo: «di questo ti faccio certo, che noi usciti dalla vita corporale portiamo il più grande desiderio di ritornare in essa». Poi saluta e scompare.

Non si può assolutamente disconoscere che simili idee implicavano affatto la distruzione dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. I concetti della prima caduta dell'uomo e della Redenzione devono essere scomparsi quasi del tutto. Nè bisogna lasciarsi illudere dall'effetto prodotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui s'è parlato altrove (v. pag. 264 e seg. e 290 e seg.); poichè, ammesso anche che v'abbiano partecipato, al pari di tutti gli altri, altresì gli uomini individualmente più colti ed istrutti, tale partecipazione non era tanto l'effetto di un vivo sentimento religioso, quanto è assai più un bisogno di cercar forti commozioni, una sensazione violenta degli spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un grido di disperazione lanciato verso il cielo, perchè mandasse un aiuto straordinario. Il risvegliarsi della coscienza non portava di necessità il sentimento della corruzione umana e del bisogno di una Redenzione, anzi anche una grande penitenza esteriore non implicava per sè un pentimento assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di una energia straordinaria, ci narrano che il loro principio era quello di non voler pentirsi giammai di nulla,[570] può ben essere che ciò si riferisca innanzi tutto a cose per sè stesse indifferenti, a viste o ad errori commessi nel campo della vita pratica, ma il passaggio da questo al campo morale è facilissimo, quando la sorgente di quel principio è universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza. Il Cristianesimo passivo e contemplativo, colle sue speranze in una vita migliore al di là della tomba, non aveva più alcun predominio su questi uomini. Il Machiavelli lancia espressamente l'ultima parola su esso, affermandolo dannoso allo Stato e inutile alla difesa delle sue libertà.[571]


Ora qual forma doveva dunque assumere negli uomini più serii il sentimento religioso, che, in onta a tutto questo, ancora esisteva? Il Teismo o Deismo, comunque lo si voglia chiamare. Quest'ultimo nome parrebbe convenir meglio a quel modo di pensare, che ha già abbandonato ogni credenza cristiana, senza cercare o trovare un ulteriore compenso per soddisfare ai bisogni del sentimento. Il Teismo invece si riconosce in una più elevata e positiva devozione verso l'Ente divino, che il medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può anche sussistere senza di esse.

Talvolta essa si manifesta con una ingenuità quasi infantile, anzi con un colorito mezzo pagano: in Dio essa vede l'Essere onnipotente, che è meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,[572] come, dopo le sue nozze, egli si sia ritirato colla propria consorte dinanzi all'altare domestico, dove era l'immagine di Nostra Donna, orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso un giusto uso dei beni di fortuna, una lunga convivenza in pace e in concordia, e molti discendenti maschi: «per me chiesi ricchezza, amicizie ed onori, per lei integrità e onestà e che fosse buona massaia». Se poi accade, che la preghiera abbia nella espressione un forte colorito d'antichità, si ha talvolta molta difficoltà a sceverare in essa lo stile, che è pagano, dal senso, che è pure sempre quello di un Teismo cristiano.[573]

Questo sentimento si manifesta qua e là con molta verità nella sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che giacque lungamente ammalato di febbre, ci restano alcune preghiere a Dio, nelle quali egli incidentalmente accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia ci appare imbevuto di sentimenti teistici i più pronunciati.[574] Egli non considera punto i suoi dolori come una conseguenza delle sue colpe o come una prova e preparazione alla vita avvenire; è un affare immediato tra lui e Dio solo, che fra l'uomo e la disperazione ha posto il potente amor della vita. «Io impreco, esclama egli, ma contro alla natura soltanto; imperocchè la tua grandezza mi vieta di nominarti.... dammi la morte, o Signore, io te ne supplico, dammi tosto la morte!»

Vero è che una prova evidente di un Teismo manifesto e sentito si cercherebbe indarno in questa e in simili espressioni; quelli che le emisero, credevano ancora in parte di essere cristiani e rispettavano, oltre a ciò, per motivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. Ma al tempo della Riforma, quando il pensiero fu costretto a manifestarsi in tutta la sua pienezza, questo modo di pensare acquistò una coscienza esplicita; un buon numero di protestanti italiani si dichiararono Anti-trinitarj, e i Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero perfino il notevole tentativo di costituire una Chiesa in questo senso. In ogni modo dal fin qui detto apparirà per lo meno evidentemente, che, oltre ai razionalisti della scuola umanistica, anche altri spiriti seguivano arditamente questa corrente.

Un centro di Teismo pronunciatissimo fu l'Accademia Platonica di Firenze, e in essa nessuno lo professò così apertamente come Lorenzo il Magnifico. Le opere dottrinali e perfino le lettere famigliari di quel circolo di dotti non ci danno che la metà dei loro sentimenti e del loro pensiero. Egli è vero che Lorenzo dalla sua gioventù sino alla fine della sua vita si dichiarò in fatto di credenze cristiano,[575] e che Pico fu anzi ligio alle idee del Savonarola e piegò a sentimenti di un ascetismo claustrale.[576] Ma negli inni di Lorenzo,[577] che siamo tentati di designare come il maggior prodotto dello spirito di quella scuola, parla aperto il Teismo, e precisamente nel senso, che riguarda il mondo come un gran Cosmo fisico e morale. Mentre gli uomini del medio-evo considerano questo stesso mondo soltanto come una valle di lagrime, che il Papa e l'Imperatore debbono guidare sino alla venuta dell'Anticristo, mentre i fatalisti del Rinascimento oscillano perplessi tra momenti di violenta energia e di cupa rassegnazione o di delirj superstiziosi, qui un'eletta schiera di spiriti superiori[578] coltiva l'idea, che il mondo visibile sia stato creato da Dio per solo amore, e che esso sia una riproduzione del tipo esistente in lui, e ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conservatore. L'uomo, riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua cerchia ristretta, ma amandolo può anche abbracciar l'infinito, e questa è la beatitudine, di cui è lecito goder sulla terra.

Qui gli ultimi accenti del misticismo del medio-evo si fondono colle dottrine platoniche e con idee e sentimenti al tutto moderni. Così si veniva maturando il miglior frutto di quella cognizione del mondo esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare il Rinascimento italiano alla testa di tutta la civiltà moderna.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.

[ INDICE E SOMMARIO] DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO

PARTE QUARTA.
Scoperta del mondo esteriore e dell'uomo.
I. Viaggi degli Italiani.
Colombo. — La Cosmografia nelle sue attinenze coi viaggi
[Pag. 7]
II. Le scienze naturali in Italia.
Tendenze all'empirismo. — Dante e l'astronomia. — Ingerenza della Chiesa. — Influenza dell'umanismo. — Botanica; i cultori del giardinaggio. — Zoologia; i Serragli. — Il seguito di Ippolito de' Medici; gli schiavi
[13]
III. Scoperta del Bello nel paesaggio.
Il paesaggio nel medio-evo. — Il Petrarca e le ascensioni alpine. — Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — La scuola fiamminga. — Enea Silvio e le sue descrizioni
[25]
IV. Scoperte sull'uomo.
Espedienti psicologici; i temperamenti
[41]
V. Rappresentazione dell'elemento spirituale nella poesia.
Valore intrinseco del verso sciolto, e del sonetto. — Dante e la sua «Vita nuova. — La Divina Commedia. — Il Petrarca pittore degli affetti e dei sentimenti. — Il Boccaccio e la Fiammetta. — Scarso sviluppo della tragedia. — La pompa della rappresentazione nociva al dramma. — Intermezzi e balli. — Commedia in genere e commedia dell'arte. — Epopea romantica. — Scoloriture necessarie nella pittura dei caratteri. — Il Pulci e il Bojardo. — Legge intima dei loro componimenti. — L'Ariosto e il suo stile. — Il Folengo e la parodia. — Il Tasso come antitesi
[45]
VI. Le Biografie.
Progresso degli Italiani di fronte al medio-evo. — Biografi toscani. — Biografi d'altre regioni d'Italia. — L'autobiografia: Enea Silvio. — Benvenuto Cellini. — Girolamo Cardano. — Luigi Cornaro
[73]
VII. Caratteristica dei popoli e delle città.
Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — Descrizioni del secolo XVI
[89]
VIII. Descrizione dell'uomo esteriore.
La Bellezza negli scritti di Boccaccio. — L'ideale della Bellezza del Firenzuola. — Definizioni generali di quest'ultimo
[93]
IX. Descrizione della vita reale ordinaria.
Enea Silvio ed altri. — Convenzionalismo bucolico dal Petrarca in avanti. — Condizione effettiva dei contadini. — Schietta rappresentazione poetica della vita campestre. — Battista Mantovano, Lorenzo il Magnifico, il Pulci. — Angelo Poliziano. — L'umanità e l'idea dell'uomo in generale
[101]
PARTE QUINTA.
La vita sociale e le feste.
I. Contrasto col medio-evo. — La convivenza nelle città. — Negazione teorica della nobiltà. — Contegno dell'aristocrazia secondo i paesi. — Sua posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura. — Posteriori influenze spagnuole. — Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. — I tornei e le loro caricature. — La nobiltà come requisito indispensabile a' cortigiani [113]
II. Raffinamento esteriore della vita.
Abbigliamenti e mode. — Articoli di toeletta delle donne. — Pulitezza esteriore. — Il galateo e la buona creanza. — Comodità ed eleganza
[127]
III. La lingua come base del vivere sociale.
Formazione di una lingua ideale. — Diffusione sempre crescente della medesima. — I puristi più rigidi. — Meschinità dei loro trionfi. — La conversazione
[139]
IV. La forma più elevata della vita sociale.
Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo
[149]
V. L'uomo perfetto di società.
Suoi amori. — Sue qualità esterne ed interne. — Gli esercizi corporali. — La musica. — Gl'istrumenti e i virtuosi. — Dilettanti in società
[155]
VI. Condizione della donna.
Sua educazione pari a quella dell'uomo. — Carattere virile delle sue poesie. — Sviluppo completo della sua personalità. — La donna-uomo (virago). — La donna nella società. — Cultura delle cortigiane
[163]
VII. Il governo della famiglia.
Contrasto col medio-evo. — Agnolo Pandolfini. — Le ville e la vita campestre
[173]
VIII. Le Feste.
Loro forme rudimentali, il Mistero e la Processione. — Pregi delle feste italiane su quelle d'altri paesi. — L'allegoria nell'arte italiana. — Rappresentanti storici dell'universalità. — Le rappresentazioni dei Misteri. — Il Corpusdomini in Viterbo. — Rappresentazioni profane. — Pantomime e ricevimenti solenni di principi. — Processioni; trionfi spirituali. — Trionfi profani. — Corse navali. — Carnevale a Roma e a Firenze
[179]
PARTE SESTA.
La Morale e la Religione.
I. La Moralità.
Canoni critici. — Coscienza della demoralizzazione. — Sentimento moderno dell'onore. — Predominio della fantasia. — Tendenza al giuoco ed alla vendetta. — Offese alla fede coniugale. — Situazione morale della donna. — L'amore spiritualizzato. — Tendenza generale al delitto. — Il malandrinaggio. — L'assassinio pagato, gli avvelenamenti. — Malfattori in senso assoluto. — La moralità in rapporto con lo sviluppo della vita individuale
[213]
II. La Religione nella vita quotidiana.
Difetto di una riforma. — Posizione degl'Italiani di fronte alla Chiesa. — Odio contro la gerarchia e le fraterie. — I frati mendicanti. — L'Inquisizione domenicana. — Gli ordini religiosi superiori. — Abituale ingerenza della Chiesa e de' suoi riti. — Apostoli di penitenza. — Girolamo Savonarola. — L'elemento pagano nelle credenze popolari. — La fede nelle reliquie. — Il culto di Maria. — Oscillazioni nel culto. — Grandi epidemie religiose. — Loro ordinamento poliziesco in Ferrara
[249]
III. La Religione e lo spirito del Rinascimento.
Soggettivismo necessario. — Tendenze mondane. — Tolleranza verso l'islamismo. — Legittime aspirazioni di tutte le religioni. — Influenza dell'antichità. — Pretesi epicurei. — Dottrina del libero arbitrio. — Umanisti devoti. — Indirizzo mediano degli umanisti in generale. — Primordii della critica religiosa. — Fatalismo degli umanisti. — Riti esterni pagani
[295]
IV. Innesto di antica e moderna superstizione.
L'astrologia. — Sua diffusione ed influenza. — Suoi avversari in Italia. — Confutazione di Pico e suoi effetti. — Superstizioni diverse. — Superstizione degli umanisti. Spettri di persone morte. — Credenza nei demoni. — La strega italiana. — Il paese classico delle streghe presso Norcia. — Fusione e rapporti colla stregoneria del nord. — Malìe delle meretrici. — L'incantatore e lo scongiuratore. — I demonii sulla via di Roma. — Singole specie di malìe: i telesmi. — Magia del getto dei fondamenti. — Il negromante presso i poeti. — Storiella magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. — Specie affini della stessa; l'alchimia
[317]
V. Crollo della fede in generale.
La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano
[365]