CAPITOLO IV. Innesto di antica e moderna superstizione.

L'astrologia. — Sua diffusione ed influenza. — Suoi avversari in Italia. — Confutazione di Pico e suoi effetti. — Superstizioni diverse. — Superstizione degli umanisti. Spettri di persone morte. — Credenza nei demoni. — La strega italiana. — Il paese classico delle streghe presso Norcia. — Fusione e rapporti colla stregonerìa del nord. — Malìe delle meretrici. — L'incantatore e lo scongiuratore. — I demonii sulla via di Roma. — Singole specie di malìe: i telesmi. — Magìa del getto dei fondamenti. — Il negromante presso i poeti. — Storiella magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. — Specie affini della stessa; l'alchimia.

Ma l'Antichità esercitò anche un altro impulso essenzialmente pernicioso e precisamente di indole dogmatica: essa comunicò al Rinascimento le proprie superstizioni. Qualcuna di esse si era già mantenuta viva attraverso tutto il medio-evo; e così tanto più facilmente ora risorsero tutte. S'intende da sè che in ciò ebbe una parte grandissima la fantasia. Essa sola poteva imporre silenzio allo spirito essenzialmente investigatore degli Italiani.

La fede nella divina Provvidenza era, come s'è detto, negli uni notevolmente scossa per il cumulo di mali e di violenze, che si vedevano; gli altri, come ad esempio Dante, abbandonavano la vita terrena in balìa al caso e a' suoi capricci, e se, in onta a ciò, mantennero viva in sè stessi la fiaccola della fede, ciò non proveniva se non dalla profonda persuasione, che era in loro, di una superiore destinazione dell'uomo in un mondo avvenire. Ma non appena cominciò a vacillare anche questa persuasione, il fatalismo guadagnò il sopravvento — o, viceversa, dove prevalse il fatalismo, mancò la fede nell'immortalità.

Nella lacuna per tal modo aperta entrò innanzi tutto la scienza astrologica degli antichi, e più tardi anche quella degli Arabi. Da ogni singola posizione dei pianeti fra loro e in relazione ai segni del zodiaco essa indovinava gli eventi futuri e intere vite d'uomini, e per tal modo influiva sulle più importanti deliberazioni. In molti casi il modo di agire, al quale taluno si lasciava indurre pel creduto influsso delle stelle, può non essere stato più immorale di quanto sarebbe stato se di tale influsso non si fosse tenuto conto veruno; ma assai di frequente le decisioni sembrano essere state prese a tutto pregiudizio della coscienza e dell'onore. Egli è sempre sommamente istruttivo il vedere, come nessun lume e nessuna cultura sieno stati in grado di vincere questo delirio, perchè esso aveva la sua radice nella fantasia estremamente facile a impressionarsi, e nel vivo desiderio di conoscere e di determinare anticipatamente il futuro, e perchè l'Antichità vi aggiungeva il suggello della sua autorità.

Col secolo XIII l'astrologia acquistò improvvisamente una notevole prevalenza nella vita degli Italiani. Federico II conduce sempre con sè il suo astrologo Teodoro, ed Ezzelino da Romano[450] addirittura un'intera corte, e assai lautamente stipendiata, di tali uomini, tra i quali il celebre Guido Bonatto e il saraceno Paolo di Bagdad (dalla lunga barba). Essi erano obbligati di prestabilire il giorno e l'ora di qualsiasi impresa importante, e le enormi carneficine, di cui egli si aggravò la coscienza, in non piccola parte possono benissimo non essere state, che non semplice conseguenza delle loro profezie. D'allora in poi nessuno si perita più di far interrogare le stelle; non solo i principi, ma anche i governi repubblicani[451] mantengono regolarmente degli astrologi, e nelle Università[452] dal XIV sino al XVI secolo vengono nominati appositi professori di questa pretesa scienza, accanto agli astronomi veri. La maggior parte dei Papi consentono che sieno consultati i pianeti,[453] e se Pio II forma tra essi una onorevole eccezione,[454] non curando neanche l'interpretazione dei sogni, dei prodigi e degl'incantesimi, Leone X invece sembra essersi gloriato che sotto il suo pontificato l'astrologia fiorisse,[455] e Paolo III non tenne mai nessun concistoro[456] senza che gli astrologi non gliene avessero indicato il momento.

Ora, quanto agli spiriti più illuminati, si può benissimo supporre che essi, oltre un certo limite, non si lasciassero nelle loro azioni determinare dai pianeti, e che vi fosse realmente un punto, al di là del quale la religione e la coscienza non permettevano di andare. Ma nel fatto uomini valenti e pii non solo parteciparono a questi delirii, ma se ne fecero perfino sostenitori e rappresentanti. Uno di questi fu maestro Pagolo da Firenze,[457] nel quale si vede presso a poco la stessa tendenza a moralizzare l'astrologia, che negli ultimi tempi di Roma si scorge in Firmico Materno.[458] La sua vita era quella di un santo anacoreta: non si cibava che assai scarsamente, disprezzava ogni bene mondano e non cercava d'arricchirsi d'altro, fuorchè di libri: dotto medico, egli limitava l'esercizio pratico della sua arte ai bisogni di alcuni amici, ponendo loro per condizione che prima si confessassero. Le persone colle quali trattava, erano quel ristretto, ma celebre circolo, che si raccoglieva nel convento degli Angeli intorno a frà Ambrogio Camaldolese (v. pag. 307), e Cosimo il vecchio, specialmente ne' suoi ultimi anni; imperocchè anche Cosimo faceva gran conto della scienza astrologica e se ne serviva, benchè soltanto per oggetti speciali e probabilmente d'ordine secondario. Del resto, Pagolo non dava responsi astrologici se non agli amici più intimi. — Ma, anche senza una tale rigidezza di costumi, l'astrologo poteva essere un uomo stimato e intervenire dovunque, e in Italia se ne aveva un numero senza paragone maggiore, che in qualunque altro paese d'Europa, dove non s'incontrano che nelle corti più ragguardevoli, e anche quivi a tempi determinati. Per contrario, chiunque anche tra i privati avesse una casa talqualmente considerevole in Italia non tralasciava, specialmente quando l'uso divenne generale, di avere anche il suo astrologo, il quale per altro era anche non di rado retribuito assai scarsamente.[459] Oltre a ciò, avendo questa scienza acquistato una grande diffusione ancor prima dell'invenzione della stampa, erano sorti in gran numero i dilettanti, che s'attennero quanto più facilmente potevano ai maestri di essa. La specie detestata degli astrologi era quella soltanto, che non prendeva in aiuto le stelle se non per congiungervi le arti della magìa, e che cercava di coprir queste all'ombra di quella scienza.


Ma anche senza questa deplorevole aggiunta l'astrologia è pur sempre un malaugurato elemento della vita italiana d'allora. Qual dolorosa impressione non fanno quegli uomini superiori, ricchi di tanta cultura e così tenaci nelle loro idee, quando la cieca smania di conoscere e di scongiurar l'avvenire obbliga la loro potente volontà individuale ad abdicare a se stessa! Vero è che talvolta, se le stelle presagiscono qualche cosa di veramente sinistro, essi sorgono risolutamente, agiscono indipendentemente da tali presagi e si consolano col motto: Vir sapiens dominabitur astris;[460] — ma tosto dopo noi li vediam ricadere nell'antico delirio.

Innanzi tutto si fa l'oroscopo di tutti i figli d'illustri famiglie, e dietro ciò si trascina mezza la vita, aspettando inutilmente avvenimenti, che non si verificano.[461] Poi vengono interrogati gli astri per ogni importante deliberazione dei potenti, specialmente per l'ora di cominciarla. I viaggi dei principi, i ricevimenti degli ambasciatori stranieri,[462] il getto delle fondamenta di qualche grande edificio si fanno dipendere da tali pronostici. Un esempio assai parlante se ne ha nella vita del già citato Guido Bonatto, il quale e per la sua grande attività e per una grande opera scritta su questo argomento[463] può dirsi il restauratore dell'astrologia del secolo XIII. Per porre un termine al parteggiare de' Guelfi e de' Ghibellini in Forlì egli persuase gli abitanti a ricostruire a nuovo le mura della città e a cominciare solennemente quel lavoro sotto una certa costellazione, che egli indicò, assicurando, che se alcuni rappresentanti di entrambi i partiti gettassero contemporaneamente una pietra nelle fondamenta, non vi sarebbe stata per tutta l'eternità più discordia alcuna a Forlì. Furono scelti un guelfo ed un ghibellino: giunse il solenne momento, ambedue tenevano la loro pietra in mano, i lavoratori stavano in attesa con gli strumenti alla mano, e Bonatto diede il segnale. — Il ghibellino fu pronto a gettare la sua pietra; ma il guelfo indugiò, e da ultimo si rifiutò affatto, perchè il Bonatto stesso passava per ghibellino e poteva sottintendere qualche cosa di misteriosamente nocivo ai guelfi. Allora l'astrologo gli fu sopra con queste parole: «Dio sperda te e il tuo partito e la vostra diffidente malignità! questo segnale non riapparirà più per lo spazio di cinquecento anni sopra la nostra città!» Infatti Dio disperse più tardi i guelfi di Forlì, ma ora (scrive il cronista intorno all'anno 1480) guelfi e ghibellini sono affatto riconciliati fra loro, e non si ode più neanche il nome dei due partiti.[464]

Ciò che più d'ogni altra cosa si fa dipendere dalle stelle, sono le risoluzioni relative alla guerra. Lo stesso Bonatto procurò al celebre capo dei ghibellini Guido da Montefeltro un gran numero di vittorie, indicandogli la vera ora segnata dalle stelle per uscire in campo: quando il Montefeltro non lo ebbe più presso di sè,[465] gli mancò affatto il coraggio di sostenersi ulteriormente nella sua tirannide e si rinchiuse in un convento di Minori Osservanti, dove sopravisse ancora lunghi anni. I Fiorentini nella guerra pisana del 1362 si fecero precisare dal loro astrologo l'ora della partenza per la spedizione;[466] e furono quasi in ritardo, perchè improvvisamente venne l'ordine di tenere una via diversa dalla solita, nell'attraversar la città. Le altre volte infatti erano sempre usciti per la via di Borgo S. Apostolo ed aveano avuto sempre un esito sfavorevole: evidentemente a questa via, quando si dovea marciar contro Pisa, si connetteva un sinistro augurio, e appunto per ciò le truppe furono ora condotte fuori per Porta Rossa; ma perchè quivi le tende distese al sole non erano state tolte, si dovette (e fu un nuovo sinistro augurio) portar le bandiere abbassate. In generale l'astrologia era inseparabile dall'arte della guerra pel fatto che tutti i Condottieri vi credevano. Jacopo Caldora, colpito da grave infermità, era tranquillo, perchè sapeva che sarebbe morto in campo, come in fatto gli accadde.[467] Bartolommeo Alviano era persuaso che le sue ferite alla testa gli fossero toccate, al par che il suo comando, per volere delle stelle:[468] Nicolò Orsini-Pitigliano per la conclusione del suo contratto con Venezia (1495) si fa indicare dal fisico ed astrologo Alessandro Benedetto[469] il momento astronomico favorevole. Allorchè i fiorentini nel primo di giugno del 1498 investirono solennemente della sua dignità il nuovo lor Condottiero Paolo Vitelli, lo scettro del comando, che gli fu presentato, era fornito di una copia della costellazioni e precisamente per desiderio del Vitelli stesso.[470]

Talvolta non è ben certo, se in circostanze politiche di gran rilievo sieno stati previamente consultati i pianeti, o se gli astrologi per sola curiosità a cose compiute abbiano calcolato la costellazione, che dovrebbe aver signoreggiato in quel dato momento. Allorchè Gian Galeazzo Visconti (v. vol. I, p. 18) con un tratto veramente astuto giunse a far prigioniero suo zio Bernabò e tutta la sua famiglia (1385), Giove, Saturno e Marte stavano nella costellazione dei Gemelli, dice un contemporaneo,[471] ma non si saprebbe dire se ciò abbia contribuito a fargli prendere quella risoluzione. Non di rado è probabile che un certo senso politico, più che l'andamento dei pianeti, abbia guidato l'astrologo nelle sue predizioni.[472]

Se l'Europa per tutta la seconda metà del medio-evo s'era lasciata terrorizzare dalle predizioni astrologiche, che da Parigi e da Toledo annunciavano pestilenze, guerre, tremuoti, inondazioni ecc., anche l'Italia in questo riguardo non si rimase in addietro degli altri paesi. Allo sventurato anno 1494, che aperse per sempre la Penisola alle invasioni straniere, precorsero innegabilmente delle predizioni assai tristi,[473] ma bisognerebbe sapere se tali predizioni non si tenessero già pronte per ogni anno qualunque.

Senonchè il sistema si estese nella sua piena, antica coerenza anche in regioni, dove meno si sarebbe creduto di dover poi incontrarlo. Se poi tutta la vita esterna ed interna dell'individuo è misteriosamente legata al fatto della sua nascita, anche la vita dei popoli e delle religioni si lega similmente colle loro primitive origini, e siccome le costellazioni di questi grandi fatti sociali sono variabili, variabili sono pure questi fatti in sè stessi. L'idea che ogni religione abbia il suo giorno di prevalenza sulle altre nel mondo s'insinua per questa via astrologica anche nella vita e nella civiltà degli Italiani. La congiunzione di Giove con Saturno, fu scritto,[474] produsse la religione ebraica, quella con Marte la caldaica, quella col Sole l'egiziana, quella con Venere la maomettana, quella con Mercurio la cristiana, e quella con la Luna produrrà quando che sia la religione dell'Anticristo. In modo affatto sacrilego Cecco d'Ascoli aveva già calcolato la nascita di Cristo e dedottane la sua crocifissione, e questa profanazione lo condusse nel 1327 al rogo in Firenze.[475] Dottrine simili finivano col portare nelle ultime loro conseguenze un'incertezza assoluta nel campo del soprannaturale.


Ma appunto per ciò in tanto maggior pregio è da tenersi la lotta, che il lucido spirito degli Italiani sostenne contro tutto questo tessuto di sogni e di delirii. Accanto alle grandi monumentali illustrazioni dell'astrologia, quali sono gli affreschi del salone di Padova[476] e quelli della residenza d'estate (Schifanoja) di Borso da Ferrara, accanto alle lodi impudenti, che si permette perfino Beroaldo il vecchio,[477] suona tanto più viva e solenne la protesta di quelli, che non si lasciarono traviare da simili follie. Anche in questo riguardo l'Antichità aveva in certo modo additato la via, ma quei saggi non parlano per imitare gli antichi, bensì per quel sano criterio naturale che era in essi e per le lezioni, che aveano raccolte dall'esperienza. Il Petrarca, che conobbe a fondo gli astrologi per contatti personali avuti con essi, non ha per loro che parole di derisione e di scherno,[478] dalle quali apertamente traluce quanto menzognero e fallace sia il loro sistema. Anche la novella sin dalla sua nascita, cioè sin dalle «Cento novelle antiche», è quasi sempre ostile agli astrologi.[479] I cronisti fiorentini poi levano energiche voci di protesta, quando sono costretti a menzionare quel delirio, perchè s'innesta nelle tradizioni patrie. Giovanni Villani ripetè più d'una volta:[480] «nessuna costellazione può sottoporre alla necessità il libero volere dell'uomo, nè il consiglio di Dio»; Matteo Villani biasima l'astrologia come un vizio, che i Fiorentini avrebbero ereditato dai loro antenati gentili, i Romani. Ma la questione non s'arrestò nel solo campo letterario, e divenne una vera questione sociale pei partiti, che a questo riguardo si formarono. Nella terribile inondazione dell'anno 1333, e di nuovo in quella del 1345, sorsero dispute accanitissime tra gli astrologi e i teologi intorno all'influsso delle stelle, e al volere di Dio, e alla sua giustizia retributiva.[481] Queste lotte non cessarono poi più del tutto per l'intero periodo del Rinascimento,[482] e si può crederle sincere, perchè presso i potenti sarebbe stato più facile e più utile il difendere, che non il combattere l'astrologia.


Fra i più illustri platonici che circondavano Lorenzo il Magnifico, regnava su questo punto un vero dissidio. Marsilio Ficino difendeva l'astrologia e fece l'oroscopo dei figli della casa regnante, e si vuole che a Giovanni (che fu poi papa Leone X) abbia presagito sin dalla nascita il Pontificato.[483] Per converso Pico della Mirandola scrisse la sua famosa confutazione, che fa veramente epoca nella storia dell'astrologia.[484] Nella fede che si presta all'influsso dei pianeti egli trova la radice di ogni empietà ed immoralità; se l'astrologo vuol credere a qualche cosa, dovrebbe piuttosto adorare i pianeti come divinità, dal momento che da essi fa derivare ogni felicità od infelicità; anche tutte le altre superstizioni troverebbero nell'astrologia una legittima espressione, mentre la geomanzia, la chiromanzia ed ogni altra specie d'incantesimi si rivolgono innanzi tutto ad essa per la designazione del momento fatale. Riguardo alla moralità egli dice: un maggiore incoraggiamento non può darsi al male, quanto col farne autore il cielo stesso, e in tal caso svanirà necessariamente ogni fede nell'eterna beatitudine o dannazione. Pico s'è dato perfin la pena di riveder le bucce agli astrologi in via empirica, e delle loro profezie climatologiche, su trenta giorni, egli ne trovò false più di venti. Ma la cosa più importante è questa, che egli (nel quarto libro) mise innanzi una teoria cristiana positiva sulla Provvidenza reggitrice del mondo e sul libero arbitrio, che su tutti gli uomini colti della nazione sembra aver fatto una maggiore impressione, che non tutte le prediche degli oratori popolari, alle quali questa classe di persone restava oggimai indifferente.

Innanzi tutto egli sconsiglia gli astrologi dalla pubblicazione delle loro dottrine,[485] e nel fatto coloro che sino a quel momento le aveano fatte stampare, ne restarono più meno svergognati. Gioviano Pontano, per esempio, aveva accettato nel suo libro «Del Fato» (v. pag. 312) tutta questa scienza erronea, e l'aveva poi esposta sistematicamente in una sua grande opera,[486] alla maniera di Firmico; ora nel suo dialogo «Egidio» non rinnega del tutto l'astrologia, ma gli astrologi, esalta il libero arbitrio e limita l'influsso dei pianeti alle cose corporali. Così la cosa continuò ad aver vigore praticamente, ma senza padroneggiar, come prima, tutti i rapporti della vita. La pittura, che nel secolo XV aveva illustrato con tutte le sue forze quel delirio, esprime ora un modo di pensare affatto diverso: Raffaello nella cupola della cappella Chigi[487] rappresenta tutto all'intorno le divinità dei pianeti e il cielo stellato, ma sotto la sorveglianza e la guida di splendide figure d'angeli e obbedienti al cenno dell'eterno Padre, che siede in alto. Anche gli spagnuoli, allor dominanti in Italia, non vollero mai sentir parlare dell'astrologia, e chiunque voleva mettersi in grazia dei loro generali non aveva a far altro che dichiararsi nemico aperto di questa scienza, ch'essi riguardavano come mezzo eretica, perchè in buona parte maomettana.[488] Ciò non ostante ancora nel 1529 il Guicciardini scrive: «quanto sono più felici gli astrologi che gli altri uomini! Quelli, dicendo tra cento bugie una verità, acquistano fede in modo che è creduto loro il falso: questi, dicendo tra molte verità una bugia, la perdono in modo che non è più creduto loro il vero».[489] E nemmeno è da credere che il disprezzo per l'astrologia conducesse necessariamente a credere nella Provvidenza, poichè molte volte accadde che i più s'accontentarono di adagiarsi in un vago ed indeterminato fatalismo.

L'Italia in questo, come in altri riguardi, non ha potuto usufruttare completamente l'impulso venutole dalla cultura del Rinascimento, perchè vi ostarono le conquiste straniere e la Contro-riforma. Senza di ciò essa avrebbe probabilmente rinunciato da sè a quelle pazze fantasie. Ora chi pensa che l'invasione e la reazione cattolica sieno state una necessità, di cui la colpa si deve unicamente apporre al popolo italiano, troverà anche giusta la pena dei danni intellettuali che ne derivarono. Peccato, che con ciò anche l'Europa intera abbia fatto una perdita immensa!


Di gran lunga più innocua che l'astrologia appare la fede nei pronostici. Tutto il medio-evo ne aveva ereditato un grande corredo dalle diverse antichità gentilesche, nè certamente l'Italia sarà rimasta neanche in ciò al di sotto delle altre nazioni. Ma ciò che dà qui alla cosa un colorito speciale è l'aiuto, che l'umanismo porge a questo delirio popolare: esso viene in soccorso ad una specie di paganesimo ereditario con un paganesimo d'indole letteraria.

Notoriamente le superstizioni popolari degli Italiani si riferiscono a presentimenti e conseguenze che si traggono dai pronostici,[490] e vi si aggiunge anche un po' di magìa, per lo più innocua. Quelli che innanzi tutti ce le fanno conoscere sono appunto taluni dotti umanisti, che le vengono enumerando per metterle in derisione. Quello stesso Gioviano Pontano, che scrisse quella grande opera astrologica, di cui già s'è parlato (v. pag. 330), nel suo «Caronte» nomina con senso di compassione tutti i pregiudizi, di cui son vittime i Napoletani: lo sgomento delle donne, se un pollo od un'oca soffrono di pipita; la profonda angustia di que' signori, se un falcone cacciatore tarda a tornare o se un cavallo si torce un piede; il motto magico dei contadini pugliesi, che essi pronunciano nella notte di tre sabbati consecutivi, quando cani rabbiosi mettono a pericolo il paese, e così via. In generale gli animali avevano il privilegio dei pronostici, come nell'antichità, e in modo particolare i leoni, i leopardi e simil fiere, che si mantenevano a spese pubbliche (v. pag. 19 e segg.), col loro contegno davano tanto più da pensare al popolo, in quanto involontariamente si era abituati a vedere in essi il simbolo dello Stato. Quando, durante l'assedio del 1529, un'aquila ferita volò dentro Firenze, la Signoria diede a colui che gliela portò un premio di quattro ducati, perchè era un favorevole augurio.[491] V'erano inoltre luoghi e tempi determinati per determinate ceremonie di buono o cattivo augurio od anche soltanto per prendere una decisione qualunque. I fiorentini credevano, testimonio il Varchi, che il sabbato fosse il loro giorno augurale, nel quale solevano compiersi tutti gli avvenimenti più importanti, favorevoli o sfavorevoli. Della loro superstiziosa ripugnanza di andare al campo passando per una strada determinata s'è già parlato (v. pag. 324). Presso i Perugini invece una delle loro porte, la così detta Porta Eburnea, avevasi in conto di fausta e propizia, tanto che i Baglioni in ogni spedizione facevano uscire le truppe per quella.[492] Aggiungansi le meteore e i segni celesti, che ora riguadagnarono il posto che aveano avuto per tutto il medio-evo, per cui da strani agglomeramenti di nubi la fantasia non tardò anche ora a creare eserciti di combattenti e credette di sentirne il fragore nell'aria.[493] E finalmente la superstizione divenne ancor più funesta quando ripeteva la sua origine da cose sacre, come quando, ad esempio, certe immagini della Vergine movevano gli occhi[494] o piangevano, o allorchè certe pubbliche calamità susseguivano immediatamente a qualche vero o preteso delitto, di cui il popolo domandava ad alta voce l'espiazione (v. pag. 284). Allorchè Piacenza nel 1478 ebbe a soffrire di piogge violente e continue, fu detto che queste non avrebbero cessato sino a che il corpo di un usuraio, che da poco era stato seppellito in san Francesco, non fosse stato di là trasportato a giacere in luogo non consacrato. E siccome il vescovo ricusava di lasciar disseppellire il cadavere, la gioventù popolana andò a prenderlo di viva forza, lo fece a brani per le vie in mezzo ad un tumulto che destava abbominio e ribrezzo, e lo gettò da ultimo nelle acque del Po.[495] Nè tali pregiudizi furono sempre un privilegio esclusivo del popolo, che noi vediamo parteciparne perfino un Angelo Poliziano, quando viene a parlare di Jacopo de' Pazzi, uno dei principali promotori della congiura denominata dal nome della sua famiglia, ordita a Firenze nello stesso anno 1478. Egli ci narra che quando costui si trovò avvinto dal capestro, con orribili imprecazioni consegnò l'anima propria a Satana. Ora anche quivi sopravvenne una pioggia tale, che il reddito dei grani minacciava di andar perduto, ed anche quivi una turba di popolo (per lo più del contado) disseppellì il cadavere dalla chiesa, e tosto scomparvero le nubi e tornò a splendere il sole: «tanto fu favorevole la fortuna all'opinione popolare» aggiunge il grande filologo.[496] Subito dopo il cadavere fu seppellito in terra non consacrata, ma il giorno susseguente fu tratto anche di là e, dopo un'orribile scorribanda per la città, fu gettato nell'Arno.


Questi e somiglianti tratti sono essenzialmente popolari e potrebbero essere avvenuti nel secolo X, ugualmente che nel XVI. Ma qui pure si scorge l'influenza della classica antichità. Degli umanisti si sa in modo certo ed esplicito, che essi credevano ai prodigii ed agli augurii, e ne recammo già qualche esempio (v. pag. 320). Ma se occorresse altra prova, basta il Poggio solo ad offrircela. Quel medesimo pensatore radicale, che nega ogni titolo di nobiltà e le disuguaglianze sociali (v. pag. 116), non solamente crede a tutte le apparizioni di spiriti e di demonii, che ebbero tanta voga nel medio-evo (fol. 167, 179), ma anche a tutti i prodigii d'indole antica, come, per esempio, a quelli, che furono annunciati in occasione dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze.[497] «Allora si videro nelle vicinanze di Como in sulla sera quattromila cani, che presero la via della Germania; a questi seguì una schiera di buoi, poi un esercito di armati a piedi e a cavallo, parte senza testa, e parte con teste appena visibili, e finalmente un gigante a cavallo, al quale seguiva un'altra truppa di buoi». Il Poggio crede anche ad una battaglia di piche e di mulacchie (fol. 180). Anzi, forse senza accorgersene, egli racconta un fatto che si direbbe tolto di pianta dall'antica mitologia. Sulle coste della Dalmazia apparve un tritone fornito di barba e di piccole corna, qual vero satiro marino, terminando colle parti inferiori nel corpo di un pesce ricoperto di squamme; esso rapiva in sulla spiaggia donne e fanciulli, sino a che cinque ardite lavandaie con pietre e verghe lo uccisero.[498] Un modello in legno di quel mostro, che si fa vedere a Ferrara, basta per rendere credibile al Poggio tutta la leggenda. Bensì non s'aveano più gli oracoli e non si potevano più interrogare gli Dei, ma in compenso tornò di moda il consultare Virgilio e l'interpretarne i passi augurali, che s'incontravano nelle sue opere (sortes virgilianae).[499] Oltre a ciò la credenza nei demonii, propria di tempi molto remoti, non rimase certamente senza un influsso su quella del Rinascimento. Gli scritti di Jamblico e di Abammone intorno ai misteri degli Egiziani, che potevano servire a quest'uopo, furono stampati già sin dal finire del secolo XV in una traduzione latina. Perfino l'Accademia platonica di Firenze non andò del tutto esente da un delirio simile e in generale da tutti i sogni neoplatonici del basso tempo romano. Ora egli è appunto di questa fede nei demonii, e della magìa che strettamente vi si connette, che qui dobbiamo dire una parola.


La credenza popolare in quello che si chiama il mondo degli spiriti,[500] in Italia è presso a poco la stessa, che negli altri paesi d'Europa. Innanzi tutto anche qui ci sono fantasmi, vale a dire apparizioni di morti, e se il modo di considerarle si discosta talqualmente da quello dei paesi settentrionali, ciò non si riduce in sostanza ad altro, fuorchè a questo che in Italia i fantasmi si chiamano coll'antica denominazione di ombre. Anche oggidì, se qualcuna di queste ombre si mostra, si fa celebrare un paio di Messe pel suo riposo. Che le anime dei reprobi appariscano sotto forma spaventevole, è cosa che s'intende da sè, ma quest'idea si associa ordinariamente ad un'altra, che i fantasmi dei morti in generale sono sempre maligni. «Molte fiate i morti guastano le creature» dice un cappellano presso il Bandello.[501] Probabilmente egli separa nel suo pensiero l'ombra dall'anima, perchè questa espia le sue colpe nel Purgatorio, e, se appare, d'ordinario non fa che supplicare e lamentarsi. Altre volte ciò che appare, non è tanto l'ombra di un uomo particolare, quanto un simbolo personificato di un avvenimento, di uno stato di cose già passato. Così i vicini spiegano l'apparizione del demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a Milano: infatti quivi una volta Bernabò Visconti avea fatto torturare e strozzare innumerevoli vittime della sua tirannide, e non era quindi meraviglia, se qualcosa vi si mostrava.[502] Ad un amministratore infedele della Casa dei poveri in Perugia una sera, mentre egli stava enumerando del danaro, apparve una turba di morti con fiaccole nelle mani e danzò la ridda intorno a lui; ma una figura più grande delle altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò, protettore delle case di Ricovero.[503] — Queste visioni erano così universalmente ammesse, che anche i poeti potevano trovarvi un tema ordinario alle loro poesie. Il Castiglione, per esempio, assai bellamente fa apparire sotto le mura dell'assediata Mirandola l'ombra dell'ucciso Lodovico Pico.[504] Del resto è un fatto che la poesia preferisce tali allusioni precisamente allorquando il poeta, ripudiando il comune pregiudizio, crede meno di ogni altro alla verità di quanto viene narrando.


In seguito l'Italia fu piena delle credenze popolari intorno ai demonii, quali regnavano presso tutti i popoli nel medio-evo. Si aveva la piena persuasione che Dio permetta talvolta agli spiriti maligni di qualsiasi specie una perniciosa influenza su alcune parti del mondo e della vita umana; soltanto si concedeva che l'uomo, al quale i demonii s'accostavano per tentarlo, era sempre libero di far uso della sua volontà per resistervi. In Italia specialmente il lato diabolico degli avvenimenti naturali assume nella bocca del popolo assai facilmente una certa grandezza poetica. La notte della grande inondazione della valle dell'Arno nell'anno 1333 uno dei santi eremiti dei dintorni di Vallombrosa udì dalla sua cella un tumulto infernale, si fece il segno della croce, s'affacciò alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri passare a cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro uno di essi si fermò e gli disse: «andiamo ad affogare la città di Firenze per le sue colpe, se Dio lo permette».[505] E con questa si può paragonare la quasi contemporanea apparizione, che si pretende accaduta a Venezia (1340), dalla quale poi un qualche grande maestro della scuola veneziana, probabilmente Giorgione, cavò un quadro maraviglioso, vale a dire, quella galera piena di demonii, che colla velocità di un uccello correva sulla tempestosa laguna per devastare la peccatrice città, sino a che i tre Santi, che non conosciuti erano saliti sulla barca di un povero pescatore, col loro scongiuro precipitarono i demonii e la loro nave negli abissi del mare.

Ora a questo credenze s'associa l'errore, che l'uomo, mediante lo scongiuro, possa avvicinarsi ai demonii ed usare del loro aiuto pe' suoi scopi mondani d'interesse, d'ambizione e di sensualità. In questo riguardo furono forse più gli accusati, che i veri rei; e precisamente quando si cominciarono ad ardere i pretesi maghi e le streghe, gli scongiuri o gl'incantesimi si fecero più frequenti. Dal fumo dei roghi, sui quali furono sacrificati quegli uomini sospetti, salì per la prima volta un vapore inebbriante, che animò un numero maggiore di uomini perduti ad abbracciar la magìa. Ad essi si unirono poi audaci impostori.


La forma popolare e primitiva, sotto la quale questi pregiudizi si mantennero forse senza interruzione sino dal tempo dei Romani, sono le malìe della strega.[506] Questa può protestarsi pressochè come completamente innocente sino a che si restringe alla sola divinazione,[507] ma il passaggio dal semplice pronostico alla cooperazione attiva per l'esecuzione di un fatto spesso può essere impercettibile, e tuttavia esercitare un'influenza decisiva sull'azione stessa. Trattandosi d'incantesimi attivi, alla strega vuolsi principalmente attribuire l'eccitamento all'amore o all'odio tra uomo e donna, o qualche maleficio tendente a nuocere e danneggiare, specialmente a far morire di consunzione teneri fanciulli, sebbene talvolta la causa di ciò apparisca più evidente nell'abbandono e nella stolta incuria dei loro parenti. Ma, anche prescindendo da ciò, come decidere quanto, dei danni recati dalla strega, sia da attribuire alle sue ceremonie, alle sue formole magiche e incomprensibili, ed anche alla volontaria invocazione del demonio, e quanto invece ai medicamenti ed ai veleni, che per avventura essa può aver somministrato con piena coscienza del loro effetto?

Come poi in modo molto più innocente anche alcuni frati mendicanti pretendessero di rivaleggiare con essa o di farle concorrenza, lo apprendiamo, in via di esempio, dalla strega di Gaeta, di cui ci parla il Pontano in uno de' suoi dialoghi.[508] Il suo Suppazio, viaggiando, arriva alla di lei abitazione appunto nel momento in cui ella dà udienza ad una giovane e ad una fantesca, che vennero con una gallina nera, con nove uova deposte in venerdì, con un'anitra e con filo bianco, attesochè è il terzo giorno dopo la luna nuova: pel momento esse vengono rimandate e invitate a tornare per l'ora del crepuscolo. Probabilmente non trattasi che di un pronostico: la padrona della fantesca è stata ingravidata da un frate; alla fanciulla l'amante s'è reso infedele e s'è chiuso in un convento. La strega si lagna: «dopo la morte di mio marito, io vivo di questi affari, e potrei star meglio, perchè le nostre donne di Gaeta sono molto credule; ma i frati mi rubano il mestiere, spiegando sogni, vendendo per danaro la protezione dei Santi, promettendo un marito alle fanciulle, un figlio maschio alle donne incinte, un figlio qualunque alle sterili, oltre che di notte, quando i mariti escono per la pesca, le visitano di soppiatto, dopo aver preso gli opportuni concerti nella chiesa». Suppazio l'avverte di non tirarsi addosso le ire del convento con simili discorsi, ma essa non ha paura di nulla, perchè il guardiano è un'antica sua pratica.

Ma il delirio cresce, e dà origine ad una specie ancor peggiore di streghe: quelle che con malefici tolgono agli uomini la salute e la vita. In questi casi, quando una maligna occhiata non basta, si ricorre innanzi tutto all'aiuto di spiriti superiori. La loro punizione, come vedemmo già parlando della Finicella (v. pag. 268), è il rogo; e tuttavia il fanatismo inclina ancora a qualche accordo: nello Statuto di Perugia infatti troviamo che, pagando quattrocento lire, possono riscattarsi.[509] Ciò vuol dire che in allora la cosa non si trattava ancora con quella logica inesorabile, che si adottò più tardi. Nel territorio della Chiesa, in un'altura dell'Appennino e precisamente nella patria di san Benedetto, a Norcia, pare che esistesse il centro di ogni stregoneria ed incantesimo. La cosa era universalmente nota. Quegli che ce ne dà contezza è Enea Silvio, in una sua lettera giovanile.[510] Egli scrive a suo fratello: «il latore di questa lettera è venuto da me per chiedermi se io conoscessi un Monte Venere in Italia, dove pretendesi che s'insegnino le arti magiche, delle quali è curiosissimo il suo padrone, un grande astronomo sassone.[511] Io risposi, che conosceva un Porto Venere non lungi da Carrara, sulla costa dirupata della Liguria, dove passai tre notti nel mio viaggio a Basilea: trovai altresì, che in Sicilia esiste un monte consacrato a Venere, l'Erico, ma non so che quivi s'insegni magìa. Tuttavia nel dialogo mi risovvenne, che nell'antico ducato (Spoleto), non lungi dalla città di Norcia, v'è un sito, dove sotto una scoscesa rupe trovasi una caverna, nella quale scorre dell'acqua. Quivi, come ben ricordo di aver udito, havvi un convegno di streghe (striges), di demonii e di ombre notturne, e chi ne ha il coraggio, può vedervi gli spiriti (spiritus), e parlar con loro e apprendere le arti magiche.[512] Ma io non l'ho veduto, nè mi sono interessato di vederlo, perchè ciò che non può apprendersi se non per via di peccato, meglio è non apprenderlo». Ciò non ostante, egli nomina la persona che lo informò e richiede suo fratello, che voglia condurre il latore della lettera da quella, se è ancora in vita. Come si vede, Enea per compiacere quell'illustre personaggio va tanto innanzi da compromettersi quasi egli stesso, eppure personalmente niuno era più lontano di lui da ogni credenza superstiziosa (v. pag. 285 e 319), e in questo riguardo ha sostenuto delle prove, che anche oggidì non tutte le persone colte sarebbero in grado di sostenere. Quand'egli, al tempo del Concilio di Basilea, giunse a Milano ammalato di febbre da ben settantacinque giorni, non fu possibile indurlo ad accettare consulti medici fatti col mezzo della magìa, quantunque gli sia stato condotto al letto un uomo, che poco prima si pretendeva avesse curato e guarito in modo maraviglioso dalla febbre ben duemila soldati nel campo del Piccinino. Egli invece ancor sofferente intraprese il disastroso viaggio delle montagne per recarsi alla sua destinazione, e guarì cavalcando.[513]

Oltre a ciò, noi apprendiamo qualche cosa dei dintorni di Norcia anche dal negromante, che cercò di aver nelle sue mani il grande artista Benvenuto Cellini. Trattavasi di far la consacrazione di un nuovo libro magico,[514] e il luogo più opportuno erano appunto quelle montagne. Bensì il maestro dell'incantesimo ne consacrò un altro nelle vicinanze dell'abbazia di Farfa, ma incontrò delle difficoltà, che non si sarebbero incontrate a Norcia; oltre a ciò, i contadini di Norcia erano gente sicura, avevano una certa pratica di tali cose, e, in caso di bisogno, potevano prestare un valido aiuto. Ma l'escursione non ebbe luogo; diversamente Benvenuto con molta probabilità avrebbe imparato a conoscere anche i manutengoli dell'impostore. In allora quella regione era affatto proverbiale. L'Aretino in qualche punto delle sue opere parla di una fonte ammaliata, dove abitavano la sorella della sibilla di Norcia e la zia della fata Morgana. E intorno al medesimo tempo il Trissino ebbe il coraggio di celebrare nel suo lungo poema[515] quelle località con tutta la pompa della poesia e dell'allegoria, come la sede delle vere profezie.

In seguito tutti sanno che, dopo la celebre Bolla di Innocenzo VIII (1482), le persecuzioni piovvero sulle streghe in modo veramente spaventevole.[516] Siccome poi i principali strumenti di quelle persecuzioni furono i domenicani tedeschi, così bisogna concludere che la Germania si risentisse più particolarmente di quella piaga, e in Italia quei paesi che erano più prossimi alla Germania. Infatti anche le ordinanze e le Bolle dei Papi si riferiscono in modo speciale alla Lombardia e più particolarmente alle diocesi di Brescia, di Bergamo e di Cremona.[517] Inoltre dal celebre Manuale di Sprenger, il Malleus Maleficarum, si apprende che a Como, ancor nel primo anno dopo la pubblicazione della Bolla, furono arse non meno di quarant'una streghe, e si sa altresì che numerosi drappelli di donne italiane si rifugiarono nel territorio dell'arciduca Sigismondo, dove credevano di trovar sicurezza. Per ultimo noi veggiamo la stregoneria stabilirsi in modo invincibile in alcune sventurate valli delle Alpi, segnatamente nella valle Camonica,[518] dove le popolazioni parvero avervi una predisposizione affatto particolare. Queste stregonerie d'origine essenzialmente tedesca costituiscono quelle diverse varietà, alle quali corre il pensiero nel leggere storie e novelle accadute in Milano, in Bologna ed altrove.[519] Se in Italia non ebbero una maggior diffusione, ciò dipendette forse dal fatto che qui si aveva già una stregoneria propria, che si basava essenzialmente sopra elementi al tutto diversi. La strega italiana esercita un vero mestiere ed ha bisogno di danaro, e sopra tutto di avvedutezza e buona memoria. Dei sogni isterici delle streghe del nord, di viaggi aerei, di incubi e succubi qui non si parla nemmeno: il compito della strega è quello di procurare altrui qualche piacere. Se anche di lei si suppone che possa assumere diverse forme e trasportarsi a volo da luogo a luogo, essa non vieta che lo si creda, in quanto anche ciò contribuisce a darle un credito sempre maggiore; ma la cosa le può tornare estremamente pericolosa, se il sentimento prevalente che ispira, è la paura, se la si suppone maligna e vendicativa e se le si attribuiscono specialmente de' maleficii a danno di fanciulli, di bestiami e di raccolti campestri. In tal caso gl'Inquisitori e le autorità possono guadagnarsi una grande popolarità, condannandola al rogo.


Ma il campo di gran lunga più importante per la strega sono e rimangono gl'intrighi amorosi, sotto il qual nome si comprende l'eccitamento all'amore ed all'odio, l'ordire inganni per ispirito di vendetta, il disperdere il frutto di un colpevole amore, e secondo le circostanze il premeditare anche la morte di chi tradisce la fede data con arti magiche o con bevande avvelenate.[520] Siccome in tali donne non si aveva che una fiducia assai condizionata, così cominciarono a pullulare i dilettanti, che, avendo appreso da esse ora un segreto, ora l'altro, esercitavano poi l'arte per conto proprio. Le meretrici romane, per esempio, cercavano di aiutare il prestigio della propria persona anche con apposite malìe, alla maniera della Canidia di Orazio. L'Aretino non solo ne sa qualche cosa,[521] ma è anche in grado di darne piena contezza. Egli enumera tutti gli spaventosi attrezzi, che si trovano raccolti nei loro armadii: capelli, cranii, costole, denti, occhi di persone morte, pelli d'uomini, umbilichi di piccoli fanciulli, suole da scarpe e vestimenti rapiti a cadaveri; nè contente di ciò, vanno esse stesse a disseppellire nei cimiteri le carni imputridite, e le danno mascheratamente a mangiare ai loro galanti, oltre ad altre nefandità impossibili a riferire. Di più, fanno bollire alla rinfusa nell'olio rubato alle lampade delle chiese capelli, spilli, frammenti d'unghie del loro amante. Dei loro scongiuri il più innocente è quello, con cui formano un cuore di cenere calda, e vi pungono dentro cantando:

«Prima che'l fuoco spenghi,

«Fa ch'a mia porta venghi:

«Tal ti punga il mio amore,

«Quale io fo questo cuore».

Del resto usano anche formole magiche allo splendor della luna, segni misteriosi sul terreno, figure in cera od in bronzo, che senza dubbio rappresentano l'amante, e di cui si servono secondo le circostanze.

Ma a tali cose si era talmente avvezzi, che una donna, la quale senza bellezza e gioventù esercitasse tuttavia un certo fascino sugli uomini, cadeva senz'altro in sospetto di stregoneria. La madre del Sanga,[522] segretario di Clemente VII, avvelenò la di lui amante, che era una di queste; ma sfortunatamente perì anche il figlio e con lui un'intera società d'amici, che mangiarono un'insalata avvelenata.


Ora si fa innanzi, non come aiutatore, ma come rivale della strega, il mago od incantatore, ancor più esperto di tutte le arti le più pericolose. Talvolta egli è altrettanto, od anche più astrologo, che mago: più spesso però sembra essersi egli spacciato per astrologo per non essere perseguitato come mago, molto più che quest'ultimo non poteva prescindere da un po' di astrologia, per conoscere le ore favorevoli e indicarle (v. pag. 321 e 328). Ma siccome molti spiriti sono buoni od indifferenti,[523] così anche il loro scongiuratore può godere di una abbastanza buona reputazione, e Sisto IV nel 1474 dovette con un Breve apposito[524] chiamare al dovere alcuni Carmelitani bolognesi, che dal pulpito predicavano non esservi alcuna colpa nell'interrogare i demonii sulle cose future. La cosa in sè non sembrava niente affatto impossibile a molti; una prova indiretta se ne ha in questo, che anche le persone le più timorate dal canto loro credevano a visioni di buoni spiriti, ch'esse stesse avevano ardentemente invocato. Il Savonarola è pieno di queste ubbie; i platonici fiorentini parlano di una mistica unione con Dio e Marcello Palingenio (v. vol. I, pag. 354 e segg.) lascia apertamente intendere, ch'egli ha che fare con degli spiriti dell'altro mondo.[525] Egli è anche persuaso dell'esistenza di un'intera gerarchia di maligni spiriti, che, dimorando negli spazi aerei tra la terra e la luna, insidiano alla vita dell'uomo e tentano sconvolgere le leggi della natura,[526] anzi egli dice di conoscerne taluni personalmente. Ora, siccome lo scopo del nostro libro non ci permette una esposizione diffusa e sistematica delle opinioni, che allora prevalevano intorno a queste credenze spiritistiche, così ci accontenteremo qui di riferire un sunto della relazione del Palingenio, a guisa di saggio od esempio.[527]


Egli s'è fatto istruire da un pio anacoreta del monte Soratte, a s. Silvestro, sulla nullità delle cose terrene e sul niun valore della vita dell'uomo, e poi sul far della notte s'è messo in via alla volta di Roma. Allora, splendendo la luna, egli s'abbatte in tre viandanti, che s'associano a lui, ed uno di questi, chiamandolo a nome, gli chiede da quale parte egli venga. Palingenio risponde: dal santo anacoreta del monte. «O stolto, rispose l'altro, credi tu che sulla terra vi sia qualcuno veramente saggio? La saggezza non è che privilegio degli esseri superiori (Divi), e del numero di questi siamo noi tre, quantunque rivestiti di forme umane: io mi chiamo Saracil e costoro Satiele e Jana: il nostro regno è precisamente in prossimità della luna, dove in generale dimora la grande schiera degli esseri intermediarii, che dominano sulla terra e sul mare». Palingenio domanda, non senza interno spavento, che cosa vanno a fare a Roma? E n'ha in risposta: «uno dei nostri compagni, Ammone, è trattenuto per forza d'incanto prigione di un giovane di Narni, del seguito del cardinale Orsini: ed anche in ciò voi, uomini, dovreste vedere una prova implicita della vostra immortalità, potendo avere tanta autorità sopra di noi: io stesso una volta, chiuso in un'ampolla, ho dovuto servire un tedesco, sino a che un monacello barbuto mi liberò. Ora noi vogliamo tentare di rendere in Roma un simile servigio al nostro compagno, e con questa occasione cercheremo di condurre con noi questa notte all'Orco un paio di ragguardevoli personaggi». A queste parole del demonio si leva un venticello, e Satiele dice: «udite, il nostro Remisses vien già da Roma; questo venticello lo annunzia». Infatti tosto dopo appare un quarto, che essi lietamente salutano, e lo interrogano sulle cose di Roma. Le sue risposte contengono una severa condanna contro il Papato: Clemente VII s'è nuovamente collegato con gli spagnuoli e spera di sradicare la dottrina di Lutero non più con buone ragioni, ma colle armi di Spagna: guadagno netto pei demonii, che nella grande carneficina che ne seguirà, condurranno all'inferno una turba d'anime innumerevole. Dopo tali discorsi, nei quali Roma vien dipinta come pienamente caduta in potere dello spirito maligno, per causa della sua immoralità, i demonii spariscono e lasciano solo il poeta a proseguir la sua via.[528]

Chi voglia formarsi un'idea della diffusione che presero questi rapporti coi demonii, che in allora potevansi ancora pubblicamente confessare, ad onta del Malleus Maleficarum ecc., non ha che a consultare il libro, del resto assai letto, «Della occulta filosofia» di Agrippa di Nettesheim. Bensì egli sembra originariamente averlo scritto prima di recarsi in Italia,[529] ma nella dedicatoria al Tritemio egli nomina, fra molte altre, anche delle importanti fonti italiane, sebbene soltanto per guastarle insieme con quelle. Trattandosi di uomini di genere tanto ambiguo, quale era Agrippa, e di furfanti e pazzi, quali possono dirsi gli altri per la maggior parte, non ci può interessare gran fatto neanche il sistema, sotto il quale essi si mascherano con una farraggine di formole, suffumigi, unguenti, pentacoli, ossa di morti e simili.[530] Ma in primo luogo questo sistema è ricchissimo di citazioni delle superstizioni antiche; poi l'influenza ch'esso esercita nella vita degli Italiani e nelle loro passioni, è talvolta grandissima e caratteristica. A prima vista si direbbe che soltanto i più corrotti fra i grandi debbono esservisi accostati, ma le passioni sfrenate conducono a consultar gli stregoni anche uomini di gran conto e di mente svegliatissima in qualsiasi condizione, e la persuasione, che nell'incantesimo ci sia un fondo di vero, toglie anche a quelli che se ne tengono lontani, un po' di quella fede che hanno in una Provvidenza suprema dispensatrice delle cose umane. Con un po' di danno e un po' di pericolo pareva che si potessero saltare a piè pari impunemente tutti gli ostacoli posti dal senso comune e dalla morale e trascurare tutte le gradazioni intermedie, che si frappongono tra l'uomo e i suoi scopi leciti o illeciti.


Consideriamo innanzi tutto un tratto di magìa un po' vecchio e già sul punto di sparire affatto. Dalle tenebre più fitte del medio-evo, anzi dall'Antichità stessa qualche città italiana conservò una ricordanza, che i suoi destini fossero inseparabili da quelli di certi edifici, di certe statue e simili. Gli antichi una volta avean parlato di sacerdoti addetti ai riti inaugurali, detti telesti, il cui ufficio sarebbe stato quello di assistere alla solenne fondazione di alcune città, garantendone la futura prosperità con appositi monumenti, ed anche col seppellire nelle fondamenta, ma in via segreta e misteriosa, oggetti determinati (telesmata). Se qualche cosa ancora sopravviveva per tradizione orale e popolare del tempo romano, erano appunto ricordi di questo genere: salvo che l'augure antico naturalmente nel corso dei secoli fu tramutato in un mago, perchè non si comprendeva più il lato religioso dell'opera sua, quale era nell'antichità. In alcuni prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio[531] sopravvive evidentemente la ricordanza antichissima di un teleste, il cui nome coll'andare del tempo fu sostituito da quello del sommo poeta. Altrettanto dicasi della ceremonia, colla quale si rinchiudeva una misteriosa immagine della città in una botte; o di quell'altra, per cui Virgilio passa pel fondatore delle mura di Napoli. La fantasia popolare esagerò, amplificandole, quelle tradizioni, sino a che Virgilio divenne anche l'autore principale del cavallo di bronzo, delle teste che sono sopra la porta Nolana, delle mosche pure di bronzo che figurano su qualche altra porta, della grotta di Posilipo e così via; — cose tutte, che fissano magicamente le sorti particolari di alcuni luoghi di Napoli, mentre quei due tratti primi sembrano stabilirne il destino in generale. Anche la Roma medievale aveva confuse ricordanze di questo genere. In sant'Ambrogio a Milano trovavasi un antico Ercole in marmo; si disse, che sino a che esso fosse rimasto al suo posto, avrebbe sussistito l'Impero, probabilmente quello di Germania, usando gl'Imperatori tedeschi di coronarsi in quella chiesa.[532] I Fiorentini erano persuasi[533] che il loro tempio di Marte (più tardi trasformato in Battistero) avrebbe perdurato sino alla consumazione dei secoli, conformemente a quanto segnava la costellazione, sotto la quale fu costruito al tempo di Augusto: è vero che essi tolsero di là la statua equestre di Marte in marmo, quando si fecero cristiani; ma, siccome la distruzione di essa avrebbe apportato grandi sventure alla città, — e ciò pure per l'influsso di una costellazione, — così la si collocò sopra una torre lungo l'Arno. Allorquando Totila distrusse Firenze, l'immagine cadde nell'acqua e non fu ripescata se non quando Carlomagno riedificò di nuovo la città: allora fu collocata sopra un piedistallo all'ingresso del Ponte Vecchio, — e quivi precisamente nel 1214 il Buondelmonte fu ucciso, e per tal guisa il risvegliarsi della gran lotta tra Guelfi e Ghibellini è un fatto, che si lega intimamente a quell'idolo tanto temuto. Nell'inondazione del 1333 però esso scompare per sempre.[534]

Ma lo stesso telesma s'incontra anche altrove. Guido Bonatto, già menzionato, nel gettar le fondamenta delle mura di Forlì non si accontentò di esigere quella scena simbolica della concordia de' Guelfi e dei Ghibellini, di cui parlammo (v. pag. 323); ma, per mezzo di una statua equestre di bronzo o di marmo, che egli con espedienti astrologici o magici giunse a procacciarsi e vi seppellì,[535] credette anche di aver guarentito quella città da ogni distruzione, anzi da ogni sorpresa o saccheggio per l'avvenire. Allorquando il cardinale Albornoz (v. vol. I, pag. 140), circa sei decennii più tardi, ebbe in suo potere la Romagna, scavando accidentalmente, fu trovata e mostrata quella statua, probabilmente per ordine del cardinale stesso, affinchè il popolo comprendesse, con quali mezzi il crudele Montefeltro s'era sostenuto contro la Chiesa. Ma di nuovo un secolo più tardi (1410), quando una sorpresa ostile fallì contro la città, si tornò a parlare dell'influenza miracolosa di quel telesma, che forse era stato salvato e nuovamente sepolto. Ma questa deve essere stata l'ultima volta che se ne parlò: poichè ancor nel secolo susseguente la città effettivamente fu presa. — Nelle fondazioni degli edifici prevale ancora per tutto il secolo XV un pregiudizio astrologico (v. pag. 322), ma si hanno anche indizi evidenti di sortilegi magici. Si sa infatti che lo stesso papa Paolo II fece seppellire una enorme quantità di medaglie d'oro e d'argento nei fondamenti degli edifici, ch'egli eresse,[536] e il Platina non è malcontento di poter riconoscere in ciò un omaggio fatto ai riti pagani. Ma certamente nè Paolo, nè il suo biografo non avevano una piena coscienza del significato religioso, che nel medio-evo s'attribuiva a tali consacrazioni.[537]

Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era per lo più che una tradizione popolare, non agguagliò di gran lunga l'importanza, che ebbe la magia segreta usata per iscopi puramente privati e personali.

Qual parte essa avesse nella vita ordinaria appare in modo speciale da una commedia dell'Ariosto intitolata «il Negromante».[538] Il suo eroe è uno dei molti ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli si spacci per greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente maschera e nome. Egli ha bensì il potere di far abbuiare co' suoi scongiuri il giorno e di rischiarare la notte, di far muovere la terra, di rendersi invisibile, di tramutar gli uomini in animali e così via, ma queste millanterie non sono che una mostra esteriore: il suo vero scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli infedeli, e le tracce che in queste pratiche egli lascia dopo di sè, somigliano alla bava di una lumaca e spesso anche al guasto, che lascia dopo di sè la procella. Per giungere a' suoi intenti egli porta le cose ad un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un amante, sia pieno di spiriti, o ch'egli possa far parlare un cadavere e simili. In mezzo a ciò egli è almeno un buon sintomo che poeti e novellieri possano versare su tali uomini a piene mani il ridicolo, essendo certi di trovar assenso ed approvazione da parte di tutti. Il Bandello non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come vere ribalderie, meschine nell'invenzione e spaventevoli talvolta nelle loro conseguenze,[539] ma mostra altresì, non senza un senso di indignazione, tutti i danni e le sciagure, cui si espongono coloro che vi prestano fede.[540] «Taluno con la clavicola di Salomone e con mille altri libri d'incantagioni spera ritrovare gli occulti tesori nel seno della terra, indurre la sua donna al suo volere, saper i segreti dei principi, andar da Milano a Roma in un atomo e far molti altri effetti mirabili. E quanto più l'incantatore si trova ingannato, più nel fare incantagioni persevera... Sovvengavi, signor Carlo, del tempo che quel nostro amico, per ottenere la sua innamorata, che mai non ottenne, fece della sua camera un cimitero, avendovi più teste ed ossa di morti, che non è a Parigi agli Innocenti». Gl'incanti si compiono talvolta con mezzi abbominevoli, per esempio, col cavare tre denti ad un cadavere, con lo strappargli un'unghia ecc., e se finalmente lo scongiuro riesce, gl'infelici, che lo fanno, ne restan vittime e muoiono talvolta di spavento.


Benvenuto Cellini non morì assistendo al noto grande scongiuro magico, che ebbe luogo (1532) a Roma nel Colosseo,[541] quantunque egli e i suoi compagni ne sieno usciti colmi di spavento: il prete siciliano, che probabilmente vedeva in lui un utile ausiliario per l'avvenire, lo lodò anzi del coraggio mostrato, dicendogli di non aver mai trovato un uomo d'animo così forte. Sull'avvenimento in sè stesso ogni lettore può formarsi quel concetto che crede; e forse più di tutto agirono i vapori narcotici che esalavano d'ogni parte e la fantasia già anticipatamente predisposta alle cose le più terribili, per cui anche il fattorino che Benvenuto condusse con sè, come il più giovine e il più impressionabile, vide o credette vedere più di tutti. Ma che principalmente si avesse in mira di guadagnar Benvenuto, si può facilmente presumerlo, in quanto che, diversamente, per un'impresa così pericolosa non ci sarebbe stato altro scopo, fuorchè la semplice curiosità. Infatti della bella Angelica Benvenuto non si ricorda se non quando è invitato dal negromante a chiedere agli spiriti qualche cosa, e questi medesimo gli dice poi espressamente, che gli intrighi amorosi sono vane pazzie in paragone del vantaggio, che può ritrarsi dal ritrovamento di qualche tesoro. Per ultimo non è da dimenticare, che anche la vanità poteva trovarsi lusingata, qualora si avesse potuto dire: i demoni mi hanno tenuto parola, ed Angelica fu in mio potere precisamente al tempo, in cui mi era stata promessa (cap. 68). Ma quand'anche Benvenuto si fosse a poco a poco indotto ad innestar qualche menzogna in tutto questo racconto, esso avrebbe però sempre un valore incontestabile, come saggio delle opinioni in questo riguardo allora prevalenti.

Del resto gli artisti italiani, anche «i più strani, capricciosi e bizzarri», non si occupano gran fatto di cose magiche; bensì uno di essi, in occasione di studi anatomici, si fece un giubboncello della pelle di un cadavere, ma dietro le ammonizioni di un frate, a cui confessò la cosa, la depose nuovamente in una tomba.[542] Non è improbabile, che appunto lo studio frequente dei cadaveri abbia contribuito a scemare sempre più la fede nella virtù magica di alcune parti dei medesimi, mentre al tempo stesso l'assidua contemplazione e riproduzione delle forme mostrava all'artista la possibilità di una potenza magica d'altro genere.

In generale la magia appare al principio del secolo XIV, in onta agli esempi addotti, in notevole diminuzione, e ciò vuol dire in un tempo, in cui fuori d'Italia toccava il colmo delle sue fortune, per modo che i viaggi dei maghi ed astrologi italiani nel nord sembrano cominciare soltanto, quando già in patria non trovavano più chi prestasse fede alle loro arti. Era il secolo XIV che trovava necessaria la sorveglianza del lago che è sul monte di Pilato presso Scariotto per impedire ai negromanti la consacrazione dei loro libri.[543] Nel secolo XV poi accaddero altri fatti, come per esempio, l'offerta di provocare forti acquazzoni, per mettere in fuga un esercito di assedianti; ma anche allora il comandante della città assediata — Niccolò Vitelli in Città di Castello — ebbe il buon senso di cacciare da sè gli autori della pioggia, come empi impostori.[544] Nel secolo XVI tali fatti sotto forma ufficiale non s'incontrano più, quand'anche nella vita privata si ricorra ancora in più guise alle imposture degli scongiuratori. Ora egli è per l'appunto questo il tempo, in cui la Germania ha il massimo de' suoi negromanti, il dottore Giovanni Faust, mentre il maggiore degli Italiani, Guido Bonatto, appartiene al secolo XIII.

Tuttavia anche qui bisogna soggiungere che lo scemare della fede negli scongiuri non si mutò necessariamente tutto ad un tratto nella credenza contraria in una Provvidenza ordinatrice e regolatrice delle cose umane; che anzi in alcuni non lasciò che un cieco fatalismo, nè più nè meno come avea fatto l'astrologia, quando scomparve.


Ma qui lasciamo completamente da parte la piromanzia e la chiromanzia[545] e simili specie secondarie di magìa, le quali non acquistarono un po' di voga se non quando scaddero la magìa propriamente detta e l'astrologia, e non crediamo nemmeno di occuparci della fisiognomia, che allora cominciava bensì a sorgere, ma priva affatto di quell'interesse, che il solo nome farebbe supporre. Infatti essa non appare già come strettamente affine all'arte figurativa ed alla psicologia pratica, ma più particolarmente come una specie nuova di sogno fatalistico, come una rivale dichiarata dell'astrologia, quale sembra essere stata presso gli Arabi. Bartolommeo Cocle, per esempio, autore di un Manuale fisiognomico, e che si pavoneggiava del pomposo titolo di metaposcopo,[546] la cui scienza però, giusta l'espressione del Giovio, rassomigliava piuttosto ad una delle maggiori arti liberali, non s'accontentava di spacciare le sue profezie per i pusillanimi, che giornalmente accorrevano a consultarlo, ma scrisse anche addirittura un «Prospetto delle persone, alle quali erano imminenti diversi gravissimi pericoli». Il Giovio, quantunque invecchiato nell'incredulità romana — in hac luce romana! —, confessa che le profezie contenute in quel Prospetto non fecero che verificarsi anche troppo esattamente.[547] Sta però di fatto altresì, che in tali occasioni quelli che erano colpiti da queste od altre simili profezie, si vendicavano terribilmente dei profeti: Giovanni Bentivoglio fece per ben cinque volte sfracellare alla parete Luca Gaurico appeso ad una fune, che era attaccata ad un'alta scala a chiocciola, perchè gli aveva predetto la perdita della signoria:[548] Ermete Bentivoglio fece inseguire il Cocle da un assassino, perchè l'infelice metaposcopo gli aveva, benchè a malincuore, profetizzato che sarebbe morto fuggiasco in una battaglia. L'assassino schernì, a quanto sembra, il morente, ripetendogli che anche a lui aveva predetto, che avrebbe vituperosamente commesso un assassinio! — Una fine ugualmente infelice ebbe il nuovo fondatore della chiromanzia, Antioco Tiberto da Cesena,[549] per volere di Pandolfo Malatesta da Rimini, al quale aveva presagito la cosa più dolorosa che possa toccare ad un tiranno, la morte nell'esiglio e nell'estrema miseria. Tiberto era un uomo di grande ingegno, che notoriamente dava i suoi responsi, non tanto servendosi della chiromanzia, quanto della profonda conoscenza che aveva del cuore umano: per le sue molte cognizioni egli era rispettato perfin da quei dotti, che non tenevano nessun conto delle sue divinazioni.[550]

L'alchimia finalmente, che nell'antichità non viene nominata se non assai tardi, cioè sotto Diocleziano, non ha nell'epoca più splendida del Rinascimento che un'importanza affatto secondaria.[551] Anche di questa malattia l'Italia era stata tocca molto tempo prima, nel secolo XIV, quando il Petrarca, nella sua polemica contro essa, confessava che il far bollire l'oro era un uso diventato universale.[552] Ma da quel tempo in poi s'era fatta sempre più rara in Italia quella specie particolare di fede, di entusiasmo e di isolamento, che si richiede per l'esercizio dell'alchimia, mentre i seguaci di essa, italiani e forestieri, cominciarono nel nord ad usufruttuare in larga misura la credulità dei grandi signori.[553] Sotto Leone X i pochi fra gl'italiani che ancora attendevano a questo studio,[554] passavano per uomini strani ed eccentrici (ingenia curiosa), ed Aurelio Augurelli, che dedicò a quel Papa dissipatore un poemetto sul modo di far l'oro, vuolsi n'abbia avuto in ricompensa una magnifica borsa, ma vuota. Il mistico fanatismo, che in seguito condusse gli alchimisti a cercare, oltre l'oro, anche la famosa pietra filosofale, nella quale doveva trovarsi ogni fortuna, non è che un tardo germoglio settentrionale, spuntato dalle teorie di Paracelso e di altri.