XI.
Antonietta aveva avuto davvero a Venezia splendido incontro.
E l'incontro più lieto le aveva sempre arriso dacchè calcava le scene.
Bella, acclamata, idolatrata; nel gesto, negli atteggiamenti, nella voce della giovane tutto rivelava l'abitudine del comando, tutto indicava un essere gentile, abituato a soprastare, sicuro di piacere, certo che nessuno oserebbe pensare ad opporgli resistenze.
—Voglio che tu mi ripeta,—disse l'abate,—quel pezzo… Al dolce guidami… L'ho già sentito dalla Pasta, che lo accentava così!
E l'abate, in piedi, agitando l'ombrello verde, che teneva sempre nella mano destra, canticchiava il pezzo con una voce assai fresca e intonatissima per la sua età.
—Dunque, ripetimelo!
Antonietta sedette al cembalo.
La sua veste color di rosa ricadeva in larghissime pieghe sul tappeto.
E la testolina bionda, un po' rovesciata all'indietro, in un'attitudine graziosissima, essa cominciò a cantare.
Il canto la trasfigurava, aumentava le seduzioni di quel visetto di sfinge, così perfetto nella tenue soavità delle sue linee. Le labbra vellutate non si contorcevano, ma pigliavano una movenza delle più leggiadre, come se appena le agitasse un sospiro armonioso. Le note uscivano così facili e folgoranti da una bocca così piccola, e così ben modellata, che davano l'illusione di un canto, che uscisse dal calice di una rosa.
Roberto ascoltava, puntellandosi con un ginocchio sull'orlo di una poltrona e i gomiti appoggiati alla spalliera.
Antonietta cantava.
Egli non poteva contemplarla, udirla senza estasi e senza fremiti nei momenti in cui, nel silenzio della sua casa, essa cantava per lui solo, tranquilla, dimentica della folla, degli applausi volgari, e prodigava per lui solo i prodigi del suo ingegno. Che cosa gl'importava di tutte quelle che aveva udito, lodato, applaudito, cercato sino allora?
E passava le intere giornate accanto a lei, amante, in un assoluto oblìo di tutto, beato di piacerle, di indovinare i suoi desiderii, beato di quello spontaneo sacrifizio che le faceva di tutto sè stesso in una abnegazione, in una devozione illimitata, accettata, professata con gioia, in una mite e attenta servitù che a lui era più cara di qualsiasi sovranità.
Universalmente conosciuto, ricco di amici, di aderenti; in tutte le città che visitava, il grande artista era veduto da pochi: viveva solo, silenzioso, rifuggente dai rumori, sempre come assorto in una interna visione. Si diceva di lui:—è innamorato!
Soltanto da poco tempo Antonietta e Roberto dimoravano nello stesso paese. La malattia di Roberto li aveva sempre tenuti disgiunti. Antonietta era andata a vederlo due o tre volte, nei periodi del riposo, che le lasciavano le sue rappresentazioni, quando egli non poteva uscire dalla sua camera, in una quieta campagna, vicino a Londra.
Aveva fatto tutti questi viaggi sola, accompagnata da Lina, che non vedeva se non per gli occhi di lei. In ogni città al suo arrivo aveva trovato adoratori già pronti ad umiliarsile, sospiranti, che rivelavano in bigliettini, fattile ingegnosamente recapitare, tutta la loro bestiale stoltezza. Ma la ragazza era tanto altera da non cedere a queste lusinghe, e le disprezzava, e aveva chiuso la sua porta a tutti gli oziosi, ai melensi, che calano a stormi, come le cavallette, egualmente molesti, dove apparisce una donna, giovane, bella, circondata di qualche mistero.
Naturalmente le era accaduto quello che accade a una donnina giovane, bella, che ride de' suoi presuntuosi pretendenti, che li pone in scompiglio col suo disprezzo. La calunnia aveva cercato di addentarla. Si ripetevano di lei quelle storielle con cui la canaglia elegante crede poter vendicarsi dei nobili orgogli che la sferzano, la puniscono, la respingono.
E le calunnie erano giunte a Roberto, avevano sibilato intorno a lui con la maggior energia, ma indarno. Tutte le volgarità della vita non potevano neppure sfiorarlo.
Insieme con Antonietta visitavano ora i monumenti, uscivano ad ammirare nelle giornate più miti gli splendori del cielo, della terra che si cuopriva di fiori. Contemperavano i loro entusiasmi, il loro affetto, le loro ammirazioni.
Che importava ormai a lui de' ritrovi, della società, che di tanto in tanto gli mandava le sue tentazioni, lo richiamava, cercava di riattirarlo a sè? Egli fuggiva tutto.
In quegli istanti, mentre ascoltava Antonietta, gli tornava alla mente tutta la storia della loro passione. Un solo punto in essa lo rattristava ogni volta che il suo pensiero ricorreva a certi tempi; la passione che Carlo Tittoli aveva avuto per la sua amante; passione generosa, esaltata, che aveva ispirato a quell'uomo infelicissimo i più duri sacrifizii.
Guarito della ferita, non pensava più al delitto di via della Luna; per lui e per Antonietta quel delitto aveva avuto un solo movente: il furto. Essi credevano Nello reo, e il Gandi era persuaso che Nello avesse tentato ucciderlo per derubarlo.
Lina non aveva osato fino allora di dire la verità, ma da anni aspettava, anelava le si presentasse il momento di palesarla, di liberarsi dal segreto orribile che la opprimeva.
Intorno a Roberto e a Antonietta, che vivevano così sereni e tranquilli, così contenti e sodisfatti del loro amore, si addensava, si preparava la più cupa tempesta.
Antonietta aveva finito di cantare il suo pezzo.
L'abate si profondeva in lodi, faceva le sue osservazioni estetiche.
Ma egli mandava in lungo la conversazione, non si decideva ad andarsene.
Era facile capire che era venuto con altro scopo che quello della musica.
Il celebre giornalista veneziano sapeva tutto quello che si diceva nella città, raccoglieva tutte le chiacchiere, tutti i pettegolezzi, che si mormoravano intorno a lui.
A que' tempi correvano facilmente sugli artisti le più strane leggende.
Non si raccontava, per esempio, che il Paganini aveva assassinato una donna; non si vendeva per le piazze un lamento, stampato in foglietti volanti, e le cui strofe erano sormontate da una grossolana incisione, che rappresentava il Paganini, affacciato alle inferriate della prigione?
Si aggiungeva che, carcerato, aveva ottenuto di poter suonare il violino per divertire la noia della prigionia, ma che il carceriere, per paura che si impiccasse, gli aveva lasciato soltanto allo strumento la quarta corda. Così egli aveva acquistato una delle sue più meravigliose abilità!…
Antonietta era giunta a Venezia, preceduta, accompagnata dalle calunnie, da una certa leggenda, che si era bisbigliata in certi piccoli crocchi per tutto dove era stata.
Naturalmente, come avviene in simili casi, si faceva una spaventevole confusione.
I mezzi di locomozione allora erano scarsi, lentissimi. Un fatto, accaduto a Firenze, arrivava per esempio a Venezia trasformato, modificato, abbellito, aggravato dalla fantasia, dai capricci, dalla malignità, dalla spensieratezza di tutti coloro per la cui bocca passava e, in certe congiunture, il numero di essi era davvero straordinario.
I giornaletti, che andavano per le mani de' più, non parlavano mai di delitti; reputati argomento troppo umile, o troppo abbietto. Ciò che oggi solletica tanto la curiosità, pareva indegno di attenzione.
Ma sul delitto del Vicolo della Luna si eran fatte chiacchiere anche a Venezia; il nome, notissimo, del pittore, che era stato vittima del latrocinio, dava al delitto una certa importanza.
Quando arrivarono a Venezia il Gandi e Antonietta, circa tre anni dopo, il nome del Gandi tornò ad essere ripetuto, unito a quello della cantante famosa; si fece il più strano accozzo di circostanze e, con la rapidità con cui si propalano le più ingiustificabili, le più inesplicabili voci, cominciò a serpeggiare la notizia più bislacca e più feroce.
La notizia giunse subito all'abate, lo tenne perplesso, gli parve assurda, divisò di parlarne subito con Antonietta.
Dopo essersi trattenuto più di un'ora, mandando in lungo la visita, dopo aver titubato, esitato, prese la ragazza in disparte, come se volesse parlarle in segreto.
Il Gandi si trovava all'altra estremità della sala, ed era tutto occupato a disegnare.
L'abate parlò alcuni minuti, facendo il suo esordio, insistendo sul mal vezzo delle calunnie, sulle accuse strampalate da cui erano spesso bersagliati gli artisti; alla fine soggiunse:
—Sai che cosa si dice di te?
—Che cosa?—domandò Antonietta, i cui occhi cercavano il Gandi in fondo alla sala, e che ascoltava l'abate con molta noncuranza.
—Si dice… si dice…—e l'abate non osava andare innanzi.
—Ma dunque?
—Si dice… che tu abbia ammazzato un uomo!
Con grande sorpresa dell'abate, Antonietta, invece di respingere la odiosa calunnia, di indignarsi, impallidì, si turbò.
In un attimo essa aveva compreso l'origine di quella voce: il delitto del Vicolo della Luna.
Non riflettè che essa non poteva esser coinvolta in quel delitto, che il suo nome non era stato mai pronunziato nel processo, che il vero reo, secondo lei, era stato riconosciuto. Non riflettè che ognuno aveva ignorato la sua presenza nella stanza misteriosa, mentre si compieva il delitto; non pensò che la leggenda poteva nascere tutt'al più dalla presenza del Gandi in Venezia, vicino a lei; che poteva essere uno di quei ciechi colpi, che dà l'ingiustizia popolare a coloro che l'ingegno, la bellezza, il valore, le ricchezze mettono in vista, al di sopra della folla.
No, una simile idea, così semplice, così facile, non le balenò neppure alla mente. Fu presa subito da uno spavento: che si fosse risaputo il suo convegno nella stanza dinanzi alla quale il delitto era stato commesso, che si sospettasse….
E da quel convegno, il primo, il solo che essa avesse dato all'amante, era uscita pura, vi era andata, forte della sua innocenza e del suo amore, per assistere ad una effusione di tenerezze, per avere, lontano da sguardi malevoli e curiosi, un colloquio con lui, interrogarlo seriamente sull'avvenire, discorrere insieme dei loro disegni di felicità.
Aveva arrischiato molto, come fanno spesso le donne virtuose, appassionate, guidate, sospinte dai loro sentimenti, che incaute si fabbricano i pericoli, a' quali sfuggono le abili, le accorte, che sono sempre vigilanti, e sanno preparare i loro convegni, lo svolgimento dei loro capricci con astuzie sottili. Invece le indoli buone, altere, sdegnose di ogni bassezza, rifuggono dalla ipocrisia, dagli avvilimenti della menzogna: affrontano il pericolo a fronte alta, trovano il coraggio, la fede nel loro amore indomito e nella loro coscienza.
Il colloquio fra l'abate e Antonietta durò poco.
L'abate la lasciò convinto che la voce popolare fosse ridicola, si aggirasse sopra un fatto insussistente, fosse una grottesca, immane esagerazione; ma il pallore della ragazza, alla domanda che egli le aveva mossa, non sapeva bene spiegarsi.
Antonietta rimase addolorata dopo quella conversazione.
Nella giornata essa uscì con Roberto,
Il sole splendeva pel cielo azzurro: l'aria era carica di tutti gli effluvii, di tutte le fragranze, di tutti gl'inebrianti tepori della primavera.
Ad un tratto Antonietta gettò un grido, e si rannicchiò nel fondo della gondola, accanto a Roberto.
In una gondola, che era passata quasi volando accanto a quella in cui essi si trovavano, aveva veduto un uomo, tutto vestito di nero, pallidissimo, col volto esprimente un'angoscia mortale.
In quell'uomo, che si teneva diritto, rigido, nell'atteggiamento di una statua sopra una tomba, appoggiato fuori del felze della gondola, essa aveva riconosciuto Carlo Tittoli!