XII.

E che faceva a Venezia Carlo Tittoli?

Era forse tornato alla sua antica utopia, traeva a cercare nuove afflizioni vicino alla donna, per la quale già aveva versato lacrime e sangue?

Perchè era egli venuto a Venezia, che gli ricordava l'onta della sorella: a Venezia ove sua sorella aveva commesso l'atto vituperoso, dopo il quale, per salvarla da una condanna infamante, aveva dovuto immolare sè stesso, ed egli, così buono, di sentimenti così puri e così elevati, era precipitato nella geldra dei delatori?

Antonietta, non disse nulla quel giorno, nè il giorno appresso, a Roberto, volle tenergli il segreto sull'incontro, che forse a lui poteva spiacere.

Ma, nel momento in cui vide il Tittoli così severo, così cupo, così contraffatto dall'angoscia, da tutte le torture cui aveva dovuto andar incontro, si era sentita tutta rabbrividire.

Le era entrato in cuore il più funesto presentimento.

—Torniamo a casa!—aveva detto a Roberto—Ho freddo….

—Come! hai freddo in questa bella giornata?—Ma l'amante, prima che ella avesse finito di pronunziare queste parole, si era già avvicinato ad uno dei gondolieri e gli aveva ordinato di tornare dinanzi al palazzo.

—Ah!… mi sento male!… mi sento male!—ripeteva Antonietta.—Non so se stasera potrò cantare.

—Così ad un tratto!—mormorò Roberto, sul cui volto si dipingeva la più sincera desolazione.—Ma che cosa ti senti?

—Non te lo so dire….

E la ragazza rimaneva pensosa, mentre Roberto con la cura più amorevole le accomodava uno scialletto intorno alle spalle, chiudeva le finestruole del felze, le domandava se volesse un medico, se desiderava che egli le portasse a casa qualche medicina, smaniava di sgomento per quella subita indisposizione.

Antonietta era avvezza a vederlo così affaccendato, così premuroso in quelle occasioni, e, in mezzo alle sue pene, sorrideva di tenerezza.

Arrivati alla porta del palazzetto, Roberto la aiutò ad entrare, e domandatole reiteratamente se le occorreva alcuna cosa, le baciò la mano, rispettoso, e si accomiatò.

—Non sarà nulla…. Ho bisogno di un po' di riposo…. e sono sicura che tutto passerà…— essa gli susurrava con piccoli gesti e con inflessioni adorabili.

Roberto, come gli accadeva ogni volta che si separava da lei, fosse pure per breve spazio di tempo, cadde in una grande mestizia.

Gli era sembrato che la mano, che egli aveva baciato, fosse troppo calda.

Se avesse la febbre!

L'idea lo martellava, lo teneva sulle spine.

Un quarto d'ora dopo Roberto tirava di nuovo il campanello del palazzetto.

Lina veniva ad aprire. Le domandava notizie. Antonietta era un po' agitata. Egli le lasciava un piccolo involto, e le scriveva in un biglietto che vi avrebbe trovato rimedio infallibile al suo male.

Dopo una mezz'ora un uomo portava al palazzetto un libro. Roberto lo mandava ad Antonietta perchè lo leggesse, si distraesse, immaginandosi che doveva già star meglio.

Un'ora appresso un ragazzetto saliva le scale portando un grosso mazzo.

Fiori, che Roberto mandava ad Antonietta!

Essa gli era gratissima di tali premure, a cui l'aveva abituata, e con le quali l'innamorato gli rivelava che pensava a lei, che si occupava di lei ad ogni istante.

Antonietta, appena tornata in casa, se n'era andata in camera, dopo che Lina le aveva tolto il cappello e il mantello, e là, gettatasi sopra una poltrona, si era ingolfata ne' suoi pensieri.

Cercava d'illudersi: forse l'uomo, che aveva veduto, non era il Tittoli…. Ma no, lo aveva veduto troppo bene…. aveva dinanzi agli occhi quella fisonomia così triste…. Gli sguardi di lui si erano incontrati co' suoi, e avevano una tale espressione di rammarico, avevano gettato lampi di gelosia nel vederla accanto al rivale fortunato!

Le lacrime le venivano agli occhi ripensando alla sua oscura casa di Piazza degli Amieri, in Firenze, a' suoi poveri vecchi, agli anni della sua infanzia, a quelle sere in cui Carlo Tittoli andava a vederla, accompagnato dalla propria madre.

Fu colpita a questo punto delle sue riflessioni da un'idea più straziante di tutte quelle che l'avevano assalita.

Carlo Tittoli era vestito a lutto, certo aveva perduto sua madre!

Egli aveva dunque bisogno di consolazioni.

Due lacrime calde, grosse, le rigarono le guancie, uno spasimo interno le contraeva il volto. Si morse il labbro inferiore, chinò la sua bella testina fra le mani, i singhiozzi la soffocavano.

Pianse, pianse senza ritegno: il cuore le scoppiava a tutte quelle rimembranze della sua infanzia, de' suoi vecchi, dell'amico fedele.

Quando si alzò, si vide nel grande specchio, che aveva dinanzi.

Era lei, lei la cantante applaudita, la donna celebre, amata, per cui delirava la folla, lei che quella sera stessa doveva comparir sulla scena coperta di gemme, scintillante di bellezza, per rappresentare la parte della Regina? Era lei con gli occhi gonfi di lacrime, arrossati dal pianto, col volto bianco per la commozione, lei, non più artista, non più commediante, ma la povera ragazza di Piazza degli Armieri, la povera figliuola di Agatina e di Enrico, che piangeva!

Stette sola, affranta, oppressa dai ricordi, lacrimando, per alcune ore.

Verso le 7, quando già cominciavano a cadere le prime ombre della sera, Lina venne a chiamarla.

Era l'ora di andare al teatro.

Come sempre, Lina l'accompagnava. La aiutava a vestirsi nel camerino: poi, mentre cantava, la aspettava tra le quinte per gettarle addosso lo scialle, quando usciva di scena: le teneva pronta una sedia, allorchè doveva trattenersi fra le quinte soltanto alcuni minuti, per ricomparire subito dinanzi al pubblico; le offriva da bere, le porgeva il ventaglio, le stava attorno come se l'adorasse.

Quella sera il teatro era affollatissimo: la platea stipata: nei palchi il fiore dell'aristocrazia veneziana: uno splendore di spalle bianche, un folgorio di sguardi, di gemme, un ondeggiar di ventagli variopinti.

Antonietta ebbe un applauso di sortita, unanime, fragoroso, un applauso da far crollare il teatro, e che durò alcuni secondi.

Tutta Venezia aveva saputo della gran festa popolare, che le era stata fatta due notti innanzi all'uscire dal teatro. Le signore erano curiose di vedere la donna sulla quale correvano così strane leggende, leggende che anche in quel momento si ripetevano sotto i ventagli. E poi quella sera al teatro si raccontava una cosa di più, che eccitava le fantasie, che dava l'aìre alle supposizioni…

Carlo Tittoli non aveva potuto più oltre nascondere la professione a cui apparteneva. Egli era conosciuto ormai anche in Firenze come uno degli uomini più ragguardevoli, più intelligenti, che contasse la polizia toscana. Se avesse voluto, avrebbe potuto arrivare ai primi gradi. La profezia che gli aveva fatto in un momento terribile per lui, il Presidente del buon Governo, si avverava.

Arrivato a Venezia con altri viaggiatori, le parole scambiate con l'ufficiale, che riceveva i passaporti, gli atti d'ossequio e di deferenza degl'impiegati subalterni, richiamarono l'attenzione su di lui. All'albergo dove andò ad alloggiare si trovava un fiorentino, che lo riconobbe. Subito si seppe che un alto impiegato della polizia del Granduca di Toscana era giunto nella città.

Ne' due giorni fu veduto spesso vicino al palazzetto dove abitava la cantante.

Era forse venuto a sorvegliarla?

A poco a poco il forse sparì: il fatto fu affermato, ripetuto co' soliti ornamenti, si inventarono circostanze, particolari, perfino parole pronunziate dall'agente superiore della polizia.

E la gente bisbigliava, commentava quelle fiabe sinistre, quella storia di sangue, di sospetti, di orrori.

—Così giovane!—dicevano le signore più benevole, e tutte tenevano i canocchiali fissi sulla leggiadra artista, e non la perdevano d'occhio un minuto—così giovane e già vi è un tal mistero nella sua vita!

Era appunto quel mistero, nato dalle calunnie, dalle cupe, contradittorie e spaventevoli voci, che serpeggiavano, che sorvolavano di labbro in labbro, era quel mistero che agitava, scuoteva, attirava la folla: la rendeva più commovibile ai canti strazianti, che udiva.

Nel palco della principessa Calliraki, bellissima dama greca, che si trovava da un mese a Venezia, l'abate Pildani dopo il primo atto declamava, gestiva con in mano il suo ombrello verde.

—Dica, signor Abate… lei che conosce questa grande artista…. crede sia possibile che essa abbia commesso un delitto?…—domandava la principessa.

—No… Eccellenza… no—rispondeva l'abate—non è possibile!… E' una leggenda, una leggenda infame… come quella che raccontano sul sublime violinista, sul mio amico Paganini… L'ingegno della ragazza ha del prodigioso… la sua voce è un miracolo musicale. La folla crede difficilmente ai prodigi, ma quando ci crede, quando si è formato un idolo, dopo le prime pazze adorazioni cerca il punto debole, la fragilità, che possono avere questi esseri, che vede, con invidia, tanto superiori a sè, dopo averli essa stessa inalzati freneticamente a quelle altezze… E se può trovare il punto debole… se può scoprire un pretesto, un appiglio a queste fragilità… come è contenta! Le mille bocche briache, che urlavano l'osanna, che facevano intorno alla donna, all'uomo d'ingegno un tal baccano da divezzarli dal comprendere il valore della lode vera, onesta, temperata, immutabile perchè senza esagerazioni… le mille bocche, su cui tuonava l'iperbole, allora diventano bocche di vipere, e di vipere mai sazie di spargere il loro veleno… E' la folla cieca, ilota, che ha avvelenato così le più nobili esistenze, le reputazioni più gloriose, le fame più intemerate… Ciò che si racconta di questa ragazza è mostruoso….

—Bravo, signor Abate!—esclamava la Principessa, tendendo al principe della critica la sua mano delicata.—Gli occhi, tutta la fisonomia della ragazza confutano da sè le infami calunnie… Le si legge nel volto, negli atteggiamenti, la bontà, la generosa fierezza dell'animo.

La Principessa era giovane, ricca, corteggiata indipendente, e come abbiamo detto bellissima: non prendeva quindi alcun piacere alle calunnie: le era anzi molto a grado che la sfuriata dell'Abate le avesse dato modo di umiliare le tre o quattro creature meschine, spigolistre, che si trovavano nel suo palco, e che avevano lacerato fino allora il nome della artista.

Le parole dell'Abate furono, entro un quarto d'ora, riportate di palco in palco, e anch'esse cresciute, aumentate, a favore della ragazza: e del resto, prima che il secondo atto fosse a mezzo, l'ombrello verde dell'Abate aveva fatto la sua comparsa in varii palchi; egli aveva ripetuto da sè il suo giudizio, e con la sua solita chiarezza.

La calunnia si andava dissipando rapidamente, come era sorta.

Antonietta riceveva feste come una sovrana.

Ad ogni sua frase la salutavano grida entusiastiche, prorompeva l'applauso, immenso, alto, fragoroso, e sotto quell'onda sonora, vibrante nell'aria, la bella testolina bionda s'inchinava, in atto di ringraziare gli spettatori, senza però perder nulla della sua alterezza, della sua compostezza dignitosa.

Il pubblico aspettava con grande ansietà il duo fra il soprano e il contralto.

Le due donne si avanzarono verso la ribalta.

Regnava un silenzio profondo: tutti rattenevano perfino il respiro.

Anna Bolena intuonava il duo famoso con le parole rivolte a Giovanna
Seymour:

Sul suo capo aggravi Iddio…

Era arrivata alle cadenze del primo tempo sulle parole: fia la scure a me concessa: dove, copiando una puntatura della Pasta, levava un do acuto di effetto meraviglioso.

In quell'istante si udì il rumore dello sparo d'un'arma da fuoco.

Vi fu un panico.

Tutti erano rimasti sbigottiti.

La gente si alzava in piedi, le signore si spenzolavano dai palchi; conturbate, esterrefatte.

In alcuni palchi del terz'ordine si vedevano spettatori, che gesticolavano in modo furibondo.

—Fermi tutti—gridò una voce robusta—si tratta di un suicidio!

Da un palco del terz'ordine veniva già una gora di sangue, che aveva spruzzato gli abiti, il volto di signore, che si trovavano nei palchi sottoposti.

Il sangue cadeva nella platea, sotto que' palchi, e la gente, essendosi ritirata per raccapriccio, da quel punto si scorgevano sul pavimento le goccie rosse.