XIII.
I primi ad entrar nel palco, dal quale cadeva la pioggia di sangue, videro un uomo con la testa tutta sfracellata, appoggiata al davanzale del palco e il cui corpo si era ripiegato nell'angustia dello spazio, cadendo, dopo la spaventevole ferita.
Le persone entrate proferivano grida di orrore.
Sulla parete del palco, in faccia alla scena, e alla quale l'uomo era appoggiato nel momento in cui aveva attentato alla sua vita, sulla parete si vedevano schizzati e rappresi piccoli frammenti di cervello.
Il sangue usciva dalle labbra dell'infelice, e gli bruttava le vesti.
Chi era?
Il volto del cadavere appariva irriconoscibile, nessuno sapeva ravvisarlo.
Nel Teatro l'eccitazione aumentava di istante in istante.
La folla invadeva i corridoi.
Tutti nei palchi restavano in piedi.
Si scambiavano dialoghi ad alta voce da una parte all'altra del
Teatro.
Udito il colpo, poi le prime grida, la parola si ghiacciò sulle labbra di Antonietta; quindi essa cadde svenuta.
Il contralto, impaurito, fuggì subito fra le quinte.
Accorsero altre persone e sollevarono Antonietta, e la trasportarono nel suo camerino.
Un secondo appresso, il Gandi accorato, sopraffatto dalla passione, dallo sbigottimento era accanto a lei.
Il dramma d'amore, cominciato pochi anni innanzi in Piazza degli
Amieri aveva un ben orrido fine.
A poca distanza l'uno dall'altro erano il cadavere di Carlo Tittoli, il corpo affralito, scosso da terribili convulsioni, di Antonietta.
Il Commissario della polizia austriaca accompagnato da un medico, seguito da varii suoi agenti, salì al palco, e mostrando i segni del suo grado, con le ripetute intimazioni, riuscì a farsi luogo fra la folla.
La identità del Tittoli fu facilmente e presto riconosciuta, mediante le carte che egli aveva indosso.
Nella sala continuavano le grida, la effervescenza.
Il Commissario intimò ad uno de' suoi agenti di recarsi sul palcoscenico, e tornar subito a riferirgli quello che avesse veduto.
Tutti gl'impiegati della polizia, presenti in teatro, in un momento furono nel palco.
L'agente mandato sulla scena tornò immantinente e conferì col
Commissario.
—Ho capito!—egli disse, dopo averlo ascoltato.
Si rivolse ad altri agenti, e scambiò con essi in furia alcune parole.
Costoro facevano rapidi segni di assentimento.
Allora il Commissario, guardando la folla, alzò una mano, come se volesse far cenno agli spettatori di acquietarsi, di tacere.
—Zitti! zitti!—gridarono più voci.—Parla il Commissario.
—Psss…. psss….—si mormorava da ogni parte.
Tornò a regnare quel profondo silenzio in mezzo al quale era stato intuonato il bel duo del Donizetti.
—Signori!—esclamò il Commissario, sporgendo dal palco la sua testa calva, e tenendosi con un ginocchio sopra uno sgabello, accanto al cadavere—la rappresentazione non può continuare…. La prima donna è stata presa da violente convulsioni…. La polizia ha bisogno di quiete per trasportare il cadavere…. In nome della legge v'invito a sgombrare la sala!
Successe un gran tumulto.
Tutti si affrettavano ad uscire.
Tutti erano impauriti, impressionati dalla grande catastrofe.
Uscirono e si sparsero per Venezia dove propalarono la triste notizia.
Molte signore, appena arrivate a casa, si misero in letto con la febbre, il dì appresso alcune erano ammalate.
La bella e sensibilissima principessa Calliraki la notte tenne sempre sveglie le sue cameriere, essendo in preda ad un'agitazione, che pareva delirio.
Un'ora dopo che il pubblico aveva lasciato il teatro, il cadavere sformato del Tittoli era trasportato sino in riva all'acqua e adagiato nella barca dei pompieri; di lì a non molto si trovava steso sopra una tavola di marmo nella stanza mortuaria dello spedale.
Là fu spogliato, un medico, sebbene convinto di adempiere una inutile formalità, procedette alla ascoltazione del cuore.
Ma il cuore di Carlo Tittoli non batteva più.
La morte gli era sembrata l'unica riparazione al disonore, che credeva ricaduto sul suo nome dal vile impiego che aveva accettato, l'ultimo balsamo alle ferite di un amore non corrisposto, che era stato la sola, la più grande, la infelice passione di tutta la sua vita!
Più volte si era detto nei giorni del dolore, quando si sentiva soverchiato dal peso de' suoi affanni:—«se non fosse mia madre!»—Sua madre morta, composta nel sepolcro, tributate alla sua memoria tutte le cure estreme dell'affetto, che sopravvive ad un essere adorato, egli era venuto a Venezia per compiere la ferale promessa.
Aveva voluto morire dinanzi alla donna che egli considerava come sleale, aveva voluto colpirla in mezzo a' suoi trionfi: lasciarle il ricordo della sua morte come un atroce rimorso.
Mentre il cadavere del Tittoli era lentamente trasportato allo spedale nella barca di servizio, Antonietta riavutasi, sorretta da Roberto e da Lina, scendeva verso la gondola, che doveva condurla a casa.
Entrarono tutti e tre nel felze, tutti e tre muti, costernati, e tutti e tre in quel momento i soli in Venezia che capissero i veri motivi di quella disgrazia.
Nessuno di loro osava parlare.
Arrivarono dinanzi al palazzetto.
Senza proferir verbo, Antonietta tese la mano a Roberto che la baciò, e poi la strinse fra le sue.
E ambedue silenziosi, tremanti, si accomiatarono.
Antonietta e Lina non chiusero mai occhio, durante la notte.
Lina si era sdraiata in un lettuccio accanto al letto della padrona, e di tratto in tratto l'una sentiva i singhiozzi dell'altra.
—Voglio andare a vederlo!—disse Antonietta prima che albeggiasse.—Voglio andare ad ogni costo!
—Andiamo pure,—rispose Lina in tuono piuttosto severo.—Anche questa sarà un'espiazione!