XVIII.
La sera convenuta Antonietta si recò alla festa, accompagnata da
Roberto e dall'abate Pildani.
Aveva fatto un grande sforzo per lasciarsi abbigliare, per vincere un cupo presentimento, che l'angustiava.
Pure arrivò alla festa, più bella, più seducente, più poetica che mai non fosse stata, nel suo pallore, nel soave languore che traspariva da tutta la vaghissima persona.
La principessa, anch'essa giovanissima, e di una bellezza portentosa, l'aveva accolta come una sorella non vista da molto tempo.
Varii gentiluomini avevano fatto gruppo intorno alla celebre artista, staccandosi uno a uno dalle signore con cui avevano sino allora parlato. Molte fronti si imbrunivano, molte labbra femminili erano sfiorate da sorrisi di geloso disprezzo.
Quella donna, che trionfava in modo così splendido, con tanta grazia ed affabilità, irritava, aizzava contro di sè molti amor proprii.
Una feroce insidia le era preparata quella sera; doveva esser vittima di una trama infernale.
Ad un certo punto, Antonietta si sentì male, fu colta da una specie di deliquio.
Si sedette, o piuttosto cadde sopra un sofà.
Tutti le furono attorno, le furono fatti respirare dei sali.
Mostrò il desiderio di rimaner sola per alcuni minuti.
La principessa allora la condusse fino alla soglia della sua camera, le disse che vi restasse quanto voleva, e richiuse l'uscio.
Antonietta dieci minuti dopo tornava nelle sale, compiutamente rimessa.
Una signora armena, ricchissima, giunta tra le prime alla festa, si era, appena arrivata, tolta una collana di grosse perle nere di grandissimo prezzo.
La signora, nell'entrare, si era accorta che i fermagli della collana, allentatisi, alcune perle si sfilavano. Una delle più grosse perle nere era caduta anzi, mentre la signora traversava le sale, senza che essa se ne accorgesse.
La signora armena aveva consegnato la collana alla principessa, che l'aveva gettata nel cassetto di uno stipo nella sua camera, lasciando la piccola chiave d'argento nel cassetto.
Antonietta, dopo che ebbe cantato il suo pezzo, domandò di partire, allegando che aveva bisogno di riposo.
La principessa l'accompagnò sino all'anticamera e la baciò.
Dopo un istante anche la signora armena si accomiatava.
—Ti darò la tua collana!—disse la principessa.
E insieme andarono nella camera, e aprirono lo stipo.
La collana non c'era più!
Guardarono per tutto, frugarono i mobili, ma indarno.
Nessuno era entrato nella camera, fuorchè Antonietta.
Mentre le due signore erano dinanzi allo stipo, estatiche, senza sapere che dirsi, entrò nella camera con gran disinvoltura un'altra signora, magra come la fame, con una testa secca che pareva un teschio, con un corpo smilzo come un bastone, e ravvolta in un abito sfarzoso, coperto di ricche trine.
—Principessa—disse lo scheletro elegante con la sua disinvoltura—abbiamo trovato ora questa perla nera davanti al sofà su cui era seduta la signora Amieri!
La dama armena guardò la perla, poi la principessa.
—Ma questa—ella soggiunse tremando—è una perla della mia collana!…
Antonietta, giunta a mezza scala, si era volta all'abate che le dava il braccio, dicendogli:
—Mi sono dimenticata di prender la musica… e ho lasciato anche il velo che devo mettermi intorno al collo.
—Torniamo indietro!—rispose l'Abate.
E, mentre la cantante entrava di nuovo nelle sale, tutti parlavano della sparizione della collana.
L'abate sentì a un tratto tremare il braccio di Antonietta.
Un imprudente, che li aveva veduti, pronunziava ad alta voce il nome dell'artista, facendo un atto di sprezzo.
Ma, dati altri due passi, Antonietta impallidì, le si piegarono le ginocchia, l'abate potè a stento sorreggerla, e farla sedere sopra una poltrona.
Essa non rispondeva più alle domande, che le erano mosse. Gli occhi vitrei, immobili, le braccia penzoloni; le labbra bianche; sembrava più morta che viva.
Alcune parole pronunziate in un gruppo di persone che non si erano accorte della sua presenza, l'avevano avvertita della calunnia, ed essa ne aveva ricevuto un colpo tremendo.
—Che hai? che hai?—domandava l'abate, tutto premuroso, senza ricevere alcuna risposta.
Girò gli occhi intorno a sè, e con sua gran meraviglia vide che nessuno si accostava.
Le sofferenze della giovane non ispiravan alcuna pietà; tutti si erano discostati; i pochi che le passavano dinanzi, le gettavano occhiate che parve all'abate avessero una singolare espressione.
Roberto, con altri invitati, era sceso nel giardino e dal giardino saliva in quel momento un vecchio gentiluomo, il marito della signora strimizzita, che era andata a riferire di aver ritrovato la perla nera davanti al sofà, sul quale si era seduta Antonietta.
Il vecchio gentiluomo non sapeva nulla della sparizione della collana, delle ciarle, che volavano di bocca in bocca.
Veduto l'Abate solo, in un salotto, accanto ad Antonietta, subito si appressò.
—La ragazza sta male… molto male—gli disse in fretta l'abate—l'affido a voi per un istante… io vado a cercare la principessa.
Ma già la principessa, avvertita del ritorno di Antonietta, accompagnata dalla dama armena e da altre signore, veniva incontro all'abate, ed egli la raggiunse, quasi sull'uscio della camera.
—Principessa—disse l'abate, tutto affannato—sono tornato con la signorina Amieri perchè aveva lasciata qui la sua musica ed un velo… ma la signorina, appena ha rimesso il piede nelle sale, è stata presa da un nuovo deliquio… Principessa—soggiunse l'abate, sorpreso dal modo con cui la signora lo guardava, dai sorrisi maligni che vedeva su molte labbra—Principessa, che cosa è accaduto in questi pochi minuti?
—La ragazza—osservò una vedova di cinquant'anni, che si tingeva per parer giovane, e parlava continuamente di lumi di luna, di sentimenti incompresi, della rarità delle grandi passioni,—la ragazza mistifica il povero abate… È una commedia… a quest'ora la collana si è allontanata!…
Le parole furono accolte con molti segni di assentimento.
—La collana?—domandò l'abate Pildani, divenuto serio, e il cui carattere iroso e collerico già cominciava a ribollire.—Di che collana si tratta? Chi discorre di commedie, di mistificazioni?… Voglio sapere…
Si risovvenne però subito del luogo in cui si trovava, e abbassando la voce con umiltà, e inchinandosi in atto ossequioso:
—Principessa—riprese—io sono sui carboni ardenti: là ho lasciato la ragazza in preda ad un male improvviso, e che par grave, qui sento che qualcuno la morde nella reputazione… Però andiamo prima a soccorrerla.
L'abate tornò nel salotto, seguìto dalla padrona di casa. Essa era donna, e donna di sentire squisito; l'idea del trafugamento della collana l'aveva molto commossa; ma già dal suo bell'animo il sospetto si era dileguato, diceva a sè stessa che la ragazza non poteva esser colpevole… Una creatura così graziosa, di una bellezza così pura, a cui irraggiavano nel volto tutte le nobili alterezze di una natura generosa, tutte le affabilità di un cuore delicato, non poteva esser capace di un'azione così abietta… E poi essa soffriva… e doveva esser soccorsa.
La principessa si accostò alla ragazza insieme con l'abate.
Il vecchio gentiluomo le stava attorno con ogni cura, ma essa non aveva fatto più alcun movimento.
Teneva la sua testina seducente reclinata, quasi abbandonata sulla spalliera della poltrona; tutta la persona era irrigidita.
La signora, che aveva trovato la perla, lanciò al marito, vedendolo accanto alla giovane, una occhiata piena d'odio.
Pochi istanti dopo, Antonietta fu trasportata nella camera della principessa e adagiata sul sofà, ove essa si era seduta un'ora prima.
—È già la seconda volta, che stasera si fa venir male!—osservava inasprita la signora magra e stentata, col capo secco e schiacciato, divincolando fra le trine il suo corpo lungo e smilzo, di serpente.
La camera della principessa era piena di gente.
Vi si soffocava.
Fuori della porta, si accalcava altra gente.
I trenta o quaranta invitati erano tutti lì, salvo cinque o sei, che chiacchieravano e passeggiavano nel giardino.
In quel profondo silenzio spiccava la voce calda e robusta dell'abate.
Insieme con la principessa egli era in piedi dinanzi al sofà su cui giaceva Antonietta.
La vista di quel corpo inerte lo rendeva severo, implacabile.
—Ora—egli disse, dirigendosi alla principessa, mentre tutti tacevano—dobbiamo formar qui come un tribunale. Io domando, io supplico che mi sia raccontato il fatto di questa collana… a cui ho sentito alludere dianzi… Che cosa è la commedia, di cui si parlava?
Tutti tacevano, nessuno osava rispondere all'abate.
—Principessa, la scongiuro!—insistette il buon vecchio.—In nome della deferenza che ella mi ha sempre mostrato, per amore di questa ragazza, che soffre…
Antonietta si scuoteva sul canapè, punta da qualche spasimo. Si dichiarava in lei una crisi.
—Ebbene,—replicò la principessa,—ve lo dirò!
La principessa narrò come le fosse stata consegnata la collana, come si fosse accorta della sparizione… Nessuno era entrato nella camera, altro che la ragazza; non potevano esservi entrati i domestici.
—Ma la collana si ritroverà… ne sono certa-soggiungeva la principessa—non c'è che una falsa apparenza contro la ragazza, verso la quale vi giuro che avrei orrore di nutrire il menomo sospetto…
—Anch'io—riprese generosamente la dama armena, a cui apparteneva la collana…—Basta guardare quella ragazza, per escludere ogni accusa come un'infamia…
L'abate era livido nel volto, le tempie gli battevano, la sua ampia fronte era madida di sudore.
—È sicuro dunque che nessuno è entrato nella camera dopo la ragazza?—domandò l'abate in tuono solenne, volgendo attorno uno sguardo.
Alla signora secca crocchiaron le ossa.
—Questo è sicuro!—rispose la principessa,
—Ebbene, no!—esclamò con voce sempre più alta l'abate.—Un'altra persona è entrata in questa camera, dopo che la ragazza n'è uscita… e l'ho veduta entrare io… e se essa non lo confessa… se non domanda perdono a quella innocente, che ora soffre per causa sua… l'avverto che io debbo obbedire al mio dovere, alla mia coscienza di onest'uomo, e di sacerdote… e che io paleserò tutto.
Succedette un nuovo silenzio, che durò circa un minuto.
Tutti si guardavano, nessuno rifiatava.
—Parli! parli!—dissero alla fine alcuni signori, che si trovavano pigiati fra gli stipiti della porta.
—Parlerò… parlerò…—balbettava l'abate, e cavatosi di tasca un pezzolone di seta rosso a fiori gialli, si tergeva la fronte.
E rifletteva allo scandalo, che stava per accadere.
Alla fine, dirigendosi verso la signora impresciuttita, che agitava il suo capetto di vipera, l'abate, minaccioso, esaltato, stendendo un dito verso di lei:
—Voi,—disse,—voi siete entrata in questa camera, dopo Antonietta… e vi ho veduta io!
Tutti gettarono un grido di stupore.
La signora non seppe proferire una parola.
—E ora diteci—continuò l'abate—dove è la collana?
La signora si mosse di scatto, si accostò allo stipo, fece l'atto di aprire il cassetto, e lo trasse fuori tutto. Allora molte persone videro la collana, che era stata gettata dietro al cassetto, spinta verso la parete estrema del mobile.
L'abate allungò il braccio, prese la collana, e la porse alla principessa.
Essa era tutta accigliata, la sua nobile fisonomia rivelava l'interno sdegno, che la avvampava.
Esaminò la collana, e ad un tratto, accostandosela al volto, con voce vibrante di collera, disse alla proterva signora, che le aveva riportato la prima perla trovata:
—Ci avete lasciato anche il vostro profumo!
Un profumo acutissimo, penetrante, si era attaccato alle perle, il profumo di cui si serviva la calunniatrice.
Quella donna aveva conosciuto Roberto in Firenze, ne' primi tempi in cui egli vi era arrivato, si era immaginata di avergli inspirato una passione, ora credeva, in quel modo atroce, con perversità raffinata, vendicarsi della sua rivale.
Uscì dalla casa della principessa sopraffatta dall'onta, impaurita dall'atto nefando che aveva commesso, nell'empito di un furore geloso.
Mezz'ora dopo, Antonietta si svegliava dal suo torpore.
Era sempre nella camera della principessa.
Roberto le stringeva una mano, e l'abate le carezzava l'altra.
E la principessa, inginocchiata dinanzi a lei, le prestava le più amorevoli cure.