XVII.

La conversazione fra Roberto e Lina fu lunga. Non cessò fino al momento in cui Lina dovè andare ad aprire la porta. Un visitatore, a quanto pare molto vivace, aveva tirato giù tre o quattro scampanellate una dopo l'altra e con non piccola forza. Sembrava deciso, se non gli fosse subito aperto, a rimanere col campanello in mano piuttosto che desistere dal pensiero di entrare.

Era l'abate Pildani.

Lina lo fece subito passare nella sala dove si trovava Antonietta.

Roberto rimase in un salotto a confabulare con Lina.

—Buona sera, mia cara!—disse l'abate, tendendo la mano all'artista, che era quasi sepolta fra alcuni guanciali, in atteggiamento languidissimo.

—Buona sera, mio caro… maestro!—rispose Antonietta, con voce spenta.—Desiderava appunto di vederlo… Ho bisogno di lei!

—E io ti servirò volentieri, figliuola, in tutto quello che ti occorre. Ma come stai?…

—Oh, molto male… Non mi sono ancora riavuta dallo spavento dell'altra sera e credo che ne risentirò gli effetti per un pezzo…

—Conoscevi quel disgraziato!

—Sì, lo conoscevo!

—Però tu hai commesso una grande imprudenza.

—Quale?

—Presentandoti poche ore dopo, prima che facesse giorno, all'ospedale, insistendo per vedere il cadavere…

—E chi lo sa?

—A quest'ora tutta Venezia.

—Mio Dio!

—E non immagini quello che si dice?

—Oh, per me… mi è indifferente quello che si dice… io agisco sempre, secondo la mia coscienza.

—Belle, nobili parole—riprese l'abate—degne di te… ma che sono costate molti dolori ad anime molto generose, dolori che bastarono a scuotere fibre più forti della tua.

—Oh, se sapesse quanto sono forte io contro certe viltà, contro certe ingiustizie!—disse la ragazza, i cui bellissimi occhi lampeggiavano di sdegno.—Lei deve farmi un favore… Sarei obbligata a cantare altre due sere… La prego a adoperarsi perchè io sia sciolta subito dal mio contratto… Lei è onnipotente… ed io sono pronta a pagare tutto quello che vogliono, pur che mi lascino libera… Se avrò la forza di reggermi in piedi, domani voglio partire da Venezia…

—Va bene… Sebbene non sia facile, io otterrò che tu sii lasciata libera… ma a partire da Venezia ora… in questo momento… non ci pensare… Che cosa direbbe la gente?… No, no, tutti crederebbero che tu fossi fuggita… Tutto quello che io ho detto, che io ho fatto in questi giorni per te sarebbe inutile… E i maligni avrebbero ragione e si stropiccerebbero le mani!… No, no… spero mi ubbidirai… tu non devi partire!

L'abate era veramente concitato, poichè si alzò e andò a posare in un canto della sala il suo ombrello verde, separazione alla quale non si rassegnava che in ben solenni congiunture.

—Ma che cosa c'è di così terribile contro di me? Che cosa ho io fatto a questa gente, che mi calunnia?

—Che cosa hai loro fatto?… Tu sei giovane, tu sei bella, sei celebre… E la più parte di loro non sono nè giovani, nè belli; e, nonostante le vanitose cupidigie, le sordide ambizioni che li divorano, sono destinati a rimaner sempre oscuri… Che cosa c'è di terribile contro di te?… Le gagliofferie inventate dalla marmaglia… Non si contentano ora di dire che a Firenze tu hai ucciso un uomo… hai commesso un assassinio misterioso… ma aggiungono che questo Tittoli che si è suicidato, era stato mandato dalla polizia granducale per sorvegliarti… ma che egli è stato un tempo il tuo amante… e che si è ammazzato piuttosto che nuocerti…

—Stoltezze degne di chi le dice…

—E di chi le crede… siamo d'accordo… Ma il numero di coloro che sono disposti a credere il male, non è scarso… non sono pochi i codardi, che calunniano in segreto, che provano una gioia bestiale a contaminare tutto quello che vi è di puro, di nobile, di giovane, di gentile, di illibato, a contrariare gli sforzi che fa l'ingegno per riuscire, a contendere tutti i successi, i successi della grazia, della bellezza, dell'arte, dello studio… No, non voglio che tu parta da Venezia così.

—Ma che mi consiglia di fare?

—Ecco… tu hai chiesto un favore a me, io ne chiedo ora uno a te… Fra tre giorni è l'onomastico della principessa Calliraky. Questa gran dama già ti adora, senza conoscerti… Essa ha preso le tue difese contro i tuoi turpi e volgari nemici… Per la sera del suo onomastico, ha invitato il fiore della aristocrazia veneziana, poi gli artisti più eletti, una società sceltissima… Essa ti prega di voler cantare un pezzo in suo onore… Noi anderemo sul tardi, quando le sale saranno affollatissime. Tu entrerai, dando il braccio a me, a me, che ti rispetto, e che sarò orgoglioso di sfidare la calunnia al tuo fianco. Roberto ti accompagnerà anch'egli… Vedremo, se i calunniatori avranno il coraggio di alzare la testa, vedendoti in mezzo a due uomini d'onore, ciascuno de' quali è pronto a difenderti…

—Ma perchè darsi tanta pena?… Io non tengo che alla stima di coloro che amo… Che m'importa di quello che dicono di me certi oziosi… certi sciagurati?

Antonietta parlava con appena un filo di voce.

Un po' era sofferente, un po' obbediva ad un vezzo.

Una cantante, quando è oppressa da qualche sciagura, quando vuol esprimere un gran dolore, o un gran disgusto che la muove, abbassa la voce… anche se l'ha.

L'abbassamento della voce in lei è destinato a rappresentare il supremo limite dello sconforto e della prostrazione, l'abbandono di tutte le facoltà. Sta quasi a indicare che, almeno per il momento, il male è senza rimedio. In simili congiunture è rigorosamente richiesta negli astanti una costernazione profonda, come se davvero una gola d'oro avesse perduto il suo metallo meraviglioso, o l'onda di una voce avesse gettato l'ultima perla.

L'abate conosceva bene le capricciose, delicate e suscettibili divinità dei teatri di musica. Ristette dalle sue domande e cominciò a parlare della voce di Antonietta.

—Questo abbassamento di voce, che mostri stasera—egli disse ad un certo punto—non è naturale. Il dispiacere che provi ti fa discorrere con un accento così velato, ma credo che se tu cantassi un poco, la voce ridiverrebbe subito più limpida e più chiara… Non bisogna prendere l'abitudine di parlare con coteste velature… Stasera lo fai per stanchezza, per ispossatezza, perchè sei triste e svogliata. Domani tornerai a fare lo stesso e l'organo si vizia facilmente… Fammi sentire una scala…

Antonietta prese una o due note e mostrò al maestro che sapeva ritrovare la sua magnifica voce.

L'abate si trattenne un pezzo con lei, si diffuse in ragionamenti sull'arte, sulla musica.

La giovane artista lo ascoltava un po' distratta, immersa nelle tristezze, che le derivavano da tutto ciò che aveva saputo, sofferto nella notte, dopo il suicidio del Tittoli, un po' attirata dai discorsi che la solleticavano ne' suoi istinti di artista.

Alla fine l'abate, prendendola per una mano, e parlandole in tuono quasi paterno:

—Tu devi essere condiscendente col tuo vecchio Pildani—le disse in un impeto di affettuosa espansione—devi promettermi che canterai per l'onomastico della principessa.

Antonietta, dopo un istante di riflessione:

—Ebbene…—rispose—canterò… Lo prometto.

—Brava!—E il buon vecchio, chinandosi, le dette un bacio sulla fronte.—E ora ti lascio!

E, ripreso l'ombrello, con un gesto come se volesse fargli dimenticare il lungo distacco da sè a cui l'aveva condannato, si accomiatò.

Il giorno dopo, tutto il palazzetto era sossopra.

Fu fissato che Antonietta e Roberto partirebbero con Lina da Venezia la sera appresso a quella in cui dovevano trovarsi alla festa della principessa, e si sarebbero diretti a Firenze. Appena arrivati, Lina si sarebbe presentata al capo della polizia o all'avvocato fiscale della Rota per fare le sue rivelazioni.

Intanto essa aveva già subito dato mano a preparare i bauli.