XVI.

—Fuori… a quest'ora?—le domandò il Gandi.—E di dove vieni?

—Abbiamo passeggiato un poco… sentivo soffocarmi… non potevo dormire!—rispose Antonietta, che non aveva mai detto una menzogna al suo amante, e alla quale il sotterfugio, il primo che adoperasse con lui, spiaceva talmente, che essa tremava e balbettava.

Roberto aveva tanto rispetto, tanta fiducia, tanta passione per
Antonietta, che non osò ripetere.

Si mise a camminare accanto a lei, a capo chino, molto sconfortato da quella risposta.

Sentiva per la prima volta la diffidenza, il dubbio sorgere fra lui e
Antonietta.

Ma non stette molto che Antonietta posò una mano su un braccio di lui. Essa non poteva patire di vederlo così mesto, immaginava, conoscendone bene la indole, quanto egli dovesse soffrire in quel momento, e non voleva tener nulla celato al solo uomo che amava, che avesse mai amato.

Roberto, commosso da quell'atto, alzò il capo e la guardò.

Antonietta aveva preso una forte risoluzione: confessargli tutto, palesargli le sue relazioni col Tittoli, il motivo probabile che lo aveva indotto al suicidio, raccontargli tutte le confidenze, che aveva avuto da Lina sull'assassinio.

—Ho passato davvero una brutta nottata!—riprese Antonietta con un tuono dolcissimo di voce.—Se tu sapessi quanto ho sofferto!

—E io non mi sono mosso un istante dalla strada… Vedevo la tua finestra illuminata… Se avessi potuto farti sapere che ero là…. Tu però avresti dovuto immaginarlo…. Tu sai che quando soffri è per me il maggiore dei tormenti….

—Ah, lo so che tu sei sempre buono!—mormorava Antonietta.

—Ma tu hai pianto… tu piangi ancora?—domandava Roberto.

Antonietta infatti piangeva in un nuovo accesso di commozione, ripensando al cadavere, che aveva lasciato laggiù sulla tavola di marmo.

—Ti dirò tutto,—replicava Antonietta.—Ora andiamo a casa!…

Antonietta taceva, mentre Roberto era tutto intento a indovinare il segreto che le dava tanta ambascia.

La notte insonne, le emozioni provate in poche ore avevano lasciato sul volto delicato della giovane traccie spiccate.

Roberto si accorse che anche Lina piangeva.

Che cosa era dunque accaduto?

—Che c'è?—domandò a Lina con voce sommessa.

—Immense disgrazie!—costei rispose angosciata.

I più lugubri presentimenti si succedevano nell'animo di Roberto.

Il suicidio del Tittoli, l'abbattimento in cui aveva lasciato Antonietta già lo avevano predisposto alla malinconia, eccitando la sua sensibilità. Si era domandato fra sè e sè come mai il Tittoli fosse venuto a Venezia, avesse preso il partito di suicidarsi proprio al Teatro in mezzo ad una rappresentazione, mentre la sala era affollata, il pubblico, plaudente, allegro, sodisfatto.

Come mai aveva voluto morire con tanto clamore, circondare la sua morte di tanto apparato?

Questi pensieri da cui si era distratto per tornare ai pensieri del suo amore, che lo occupavano sempre, ora si facevano più insistenti.

L'uscita di Antonietta così per tempo doveva essere in qualche relazione col suicidio della sera precedente.

Essa aveva conosciuto il Tittoli, egli la aveva aiutata a fuggire dal
Ghetto… La gratitudine, la compassione…

Il mistero che già trapelava in questo affare, lo teneva sospeso e perplesso nelle più crudeli ansietà.

Arrivarono a casa, e Antonietta, Lina, Roberto si trovarono riuniti nella sala ove pochi giorni innanzi era stato ricevuto l'abate Pildani.

In quella sala ora non risuonavano più i canti, nè le voci liete, ma solo il pianto delle due donne.

Antonietta fu la prima a rompere il silenzio.

Roberto ascoltò impassibile tutte le penose rivelazioni.

Allorchè essa ebbe finito:

—Bisogna,—egli disse,—partir subito e tornare a Firenze… Dobbiamo ad ogni costo far rendere la libertà a quell'innocente… Dobbiamo risarcirlo del male, che ha patito, e del quale noi… noi siamo causa… Abbiamo taciuto anche troppo…

La sera appresso il cadavere del Tittoli era portato a seppellire.

Il trasporto fu quasi solenne; qualcuno, che si teneva nell'ombra, aveva pensato a tutto.

Sulla bara erano state deposte due grandi corone di fiori.

Tutta Venezia parlava del caso orrendo.

La leggenda popolare contro la bella cantante si ridestava più fosca che mai.

Nessuno poteva ora più trattenere la calunnia, neppure il buon abate
Pildani.

Il suicidio del Tittoli era collegato nel modo più strano dalla pubblica voce, sebbene inconsapevole, a qualche atto della vita passata di Antonietta.

La sera stessa in cui il cadavere del Tittoli fu condotto al cimitero,
Roberto prese in disparte Lina e le domandò molto concitato:

—E tuo fratello… l'assassino che mi ferì… è morto?