Crisantèmi

Il giardiniere entrò senza troppi riguardi nella stanzaccia di sgombero che non aveva divani nè tappeti; ma appena vide che c’era la signorina, si fermò impacciato e confuso d’essersi arrischiato fin là con gli scarponi motosi e la giacca di bordato. Credeva di non trovare nessuno, tutt’al piú la cameriera. Si scusò.

— Chè, chè, vieni pure, Cencio! — disse allegra la signorina, da quella buona figliuola che era. — M’hai portato i fiori, eh? bravo! — E gli levò di mano senza tanti complimenti il gran paniere di vimini, dove s’affastellavano malinconici e stillanti i crisantemi. E il giardiniere non aveva ancora richiuso l’uscio dietro di sè, che le sue mani impazienti li avevano già sparpagliati sulla tavola quadrata, nel vano della finestra, in una tepida ondata di sole.

— Così — mormorò, arrampicandosi più che sedendosi sull’enorme seggiolone di cuoio usato, da cui scappavano bioccoli di crine; e cercò le forbici e il gomitolo sotto i fiori.

Quel seggiolone rococò e la tavola quadrata a bordi rialzati, intorno a cui correva una laminetta d’ottone arrugginita, avevano appartenuto alla nonna; poi, lei morta, erano stati relegati fra i vecchiumi nella stanzaccia di sgombero nuda e bianca, sempre inondata di sole; dove la signorina sgusciava spesso per frugare nei cassettoni zoppi o nei ripostigli dell’armadietto dalle tendine verdi, in cui scopriva sempre nuove bricciche curiose. Aveva trovato un vecchio almanacco che conteneva qualche sonetto del nonno; un passaporto ingiallito, dov’erano i connotati della nonna giovine; un pettine istoriato, qualche centimetro di trina antica, qualche ritaglio di damasco per i suoi lavorucci; perfino un ricamo a fiamme sbiadito, di cui aveva rivestito la cartella della sua scrivania. Intanto nella stanzaccia poteva cantare a pieni polmoni, e non quelle stucchevoli romanze a cui la condannava la mamma; cantare come piaceva a lei; musica e parole di sua fantasia, secondo le salivano dall’anima alle labbra; melodie e pensieri appassionati o gioiosi in una limpida e bizzarra vena inesauribile di rosignuolo. Anche, perchè negarlo? ci veniva volontieri per la ragione che dalla grande finestra, spalancata sempre all’aria e al sole, si scorgeva benissimo il lembo verde d’un giardino signorile, dove, a certe ore del giorno, si vedevano eseguire esercizi ginnastici sulle sbarre o sull’altalena due o tre monellucci snelli e agili come funamboli. Erano i cugini della signorina.

Però in quel momento il lembo di giardino rimaneva deserto col suo gruppo di semprevivi cupi che dondolavano le vette nella mitezza del sole autunnale, come vecchioni crogiolantisi a un tepore di stufa semispenta; nè la signorina pareva curarsene menomamente, intenta come era a raggruppare i crisantemi, non sollevando mai il capo, se non per lanciare qualche occhiata fuggevole contro la parete dirimpetto, dove fra due o tre gabbie rotte, un paravento, uno scaffale e una vecchia bandiera c’era una seggiola sfondata e su quella un ritratto a olio della nonna, che la guardava, voltando un poco il capo, col suo sorriso tranquillo e indulgente di vecchietta buona. La fanciulla proseguiva lesta l’opera gentile in quell’onda calda, abbagliante, di sole, che pareva insultare alla rovina austera del suo seggiolone rococò e stemperare nella fulgidezza aurea la personcina di lei, così tenue e delicata, quasi diafana, col visino e le mani trasparenti di biancore anemico, i capelli luminosamente biondi, le ciglia d’oro, come raggi sottili, intorno all’azzurro intenso dei suoi occhi in cui vagava sempre e solamente un riso gaio ed inconscio di giovinezza. I crisantemi smorti, i tristi figli della vecchia stagione vizza e stanca, rifiorivano sotto la carezza del sole, sotto le agili dita che li avvincevano sapientemente. E i piccoli mazzi s’allineavano lungo i bordi rialzati della vecchia tavola; il bianco dominava, ma un bianco gialliccio e senza profumo, che faceva pensare a una zitellona in veste di sposa. Accanto al bianco il rosso, cupo, vellutato, un rosso arcigno di tappezzeria; poi i crisantemi gialli, fiore e colore giapponese, alla cui vista balena alla mente un Mikado grottesco, adorato come un dio fra gli splendori del paese più fantasioso del mondo. Infine i crisantemi rosa, i più piccini e i più graziosi; il rosa d’un bottone di margheritina, il rosa antico dell’abito della fanciulla nascosto dal grembiule di batista che s’allacciava sulle spalle sotto due voluminose coccarde di nastro e di trina, fra cui sortiva esile il suo collo nudo e bianco di adolescente.

Il saliscendi della vecchia porta, sollevato con un colpo secco, smorzò uno stornello in gola alla signorina, che ebbe paura di vedersi comparire la mamma o l’istitutrice, e trasalì.

Invece comparì uno dei suoi cuginetti, i ginnastici.

— Miracolo che ti si scova qui, Noemi! — esclamò con un gesto largo il giovinetto, mingherlino e biondo come lei. — Dovresti addirittura battezzarla per tuo salotto questa stanzaccia... Se i topi non ti facessero la concorrenza, quasi, quasi... eh?

Noemi sorrise tutta accesa, nel volto; nel collo e persino nelle mani, da una vampata di sangue.

— ... Si può sapere che cosa fai in quel seggiolone, dinanzi a quei brutti fiori? Mi sembri una maga che distilli qualche filtro per le sue stregherie...

La signorina gli diede un buffetto sulle mani, che si stendevano minacciose verso i crisantemi.

— Sarebbe meglio che tu m’aiutassi, Aldo...

— Che onore! E a far che?

— È una ghirlanda per la povera nonna, — disse Noemi a mezza voce, come gli confidasse un segreto; ma il cuginetto la guardò con le sopracciglia inarcate in comica sorpresa.

— Che vuoi che se ne faccia la nonna della tua brutta ghirlanda? La sua tomba è piena di fiori! Stamattina le nostre mamme ne hanno mandato al Camposanto una carrozza piena...

— Fiori comperati, — osservò Noemi. — Non è la stessa cosa. Voglio che la buona nonnetta abbia i fiori del suo vecchio giardino, intrecciati da me. E glieli porterò io con miss Annie domattina... Sono tanto brutti poi? Ti ricordi? la nonna amava i crisantemi...

Aldo non rideva più. Prese un fiore e lo lasciò; poi un mazzetto, e odorandolo guardò lei in un certo modo che la fece ammutolire. Ed ella si vendicò di quella confusione e di quel nuovo rossore con una spallucciata, come se Aldo la canzonasse. Intanto non finiva più di avvoltolare il filo sugli steli riuniti d’un gruppo di crisantemi.

— Dunque? — chiese il giovinetto con la voce tutta mutata e raddolcita improvvisamente; — posso aiutarti?

— Ma... sì! — rispose la signorina alzando gli occhi un po’ sorpresa. — Cercati una seggiola...

— Non è facile, non è facile... — canticchiò Aldo, girandosi da tutti i lati. Intanto, ritto, sulla sedia sfondata, scorse il ritratto della nonna, che guardava anche lui.

— Ve’, ve’... chi ha messo là quel ritratto della nonna?

— L’ho posato io là, ma per un momento. Scenderà nella mia camera. Era in quel canterano carico di polvere e di ragnatele...

— Somiglia poco... — osservò il cuginetto che s’affaticava a sbarazzare uno sgabello da una cassetta di vecchi ferramenti e di utensili da cucina fuori d’uso. — Ecco, guarda, Noemi... Ora tu sei la castellana, io il tuo paggio, — le disse accomodandosi sull’alto sgabello di legno scolpito, che aveva nettato alla meglio col fazzoletto.

Erano una graziosa cosa quei due fanciulli nel sole che inondava libero metà della cameraccia ingombra di vecchiumi, lei piccina e sottile, una figurina a toni delicati che occupava poco spazio nel gran seggiolone severo di cuoio; lui esile, aristocratico, sull’alto sgabello, con la testa bionda, ondulata, curva sui fiori: lo stesso colore dei capelli di lei, meno leggieri e più lucenti, la stessa tinta di carnagione diafana, la stessa magrezza gentile delle membra adolescenti. Parevano fratello e sorella.

Dites, la jeune belle, — Où voulez vous aller?... — cominciò a cantare Aldo per rompere il silenzio.

— Se ti figuri d’avere una bella voce... — mormorò la signorina, dando una forbiciata agli steli troppo lunghi.

Aldo riunì due fiori: — Così? — chiese umilmente; — va bene, così?

— Copia quelli e non mi seccare! — rispose Noemi additandogli i mazzetti allineati; — non sciupare tanto cotone e non tagliare i gambi troppo corti...

Ancora quello sguardo intenso, strano, quasi furtivo di lui, ed ella riavvampò chinando il capo sui crisantemi. Poi, ad un rumore di carrozza giù nella strada, Noemi balzò alla finestra.

— Chi è, Noemi?

— La contessa Sangiorgi.... Quante visite ha oggi la mamma!

Aldo schiuse le labbra. Voleva dire: — Meglio! — ma si trattenne.

— Com’è che non ti chiama in salotto?

— L’ho pregata di lasciarmi in pace oggi, perchè dovevo fare la lezione inglese di due giorni.

— Ah! — Aldo le lanciò un’occhiata di sottecchi, sorridendo maliziosamente con una dolcezza segreta, come se quella bugia li riunisse in una complicità ch’egli vagheggiò satura dei romanzeschi misteri d’un convegno d’amore.

Noemi tornò al suo posto sul seggiolone respirando con un — ah! — prolungato, il sole e la luce.

— .... perchè, se la mamma sapesse che sono qui, — continuò come scusandosi del suo sotterfugio, — mi sgriderebbe di perdere il tempo, di tenere spalancata la finestra, di stare al sole.... io che l’adoro il sole! Vediamo che fai.... Sì, non c’è male, non credevo.... Ora continua tu a fare i mazzi, io comincerò a riunirli in ghirlanda.

Aldo continuò a fare i mazzi senza parlare. Sentiva il cuore traboccargli di soavità, e quella soavità scorrergli per tutte le fibre in una vita nuova che gli donava slanci, aspirazioni, desiderii indefiniti, ma alti e grandiosi. Nulla gli pareva impossibile o difficile nella mite ebbrezza di quell’ora; rinveniva in sè l’entusiasmo d’un apostolo e la stoffa d’un eroe, e non gli riusciva di spiegarsi perchè. Noemi canterellava o lo stuzzicava motteggiandolo. Ma anche lei quel giorno aveva certi turbamenti strani negli atti e nella voce, e molti rossori importuni. Poi, nel suo intimo, un eccitamento insolito, come quando si aspetta una felicità promessa e desiderata; un lieve eccitamento ricascante ad intervalli in una specie di melanconia che le dava voglia di piangere. Soffriva; pure non avrebbe rinunziato al diletto segreto di quella sofferenza, che le rivelava vagamente e nebulosamente il perchè della vita.

Presto i mazzolini furono tutti pronti e la ghirlanda arrivò a metà fra le sue dita destre; Aldo, rimasto in ozio, si mise a incidere colla punta delle forbici una iniziale sul tavolino.

— Ma che passatempi da monello! — sgridò Noemi debolmente, poichè aveva indovinato e veduto quel bell’enne che si sviluppava. Egli sorridendo imperterrito lo compì e vi intrecciò bizzarramente un A. La signorina seguitò zitta e mogia la sua ghirlanda, ascoltando i battiti violenti del suo piccolo cuore.

— È la tavola vecchia della nonna, questa tavola, dì.... Noemi?....

— .... Sì. — Aveva tardato a rispondergli, perchè le si dilagava ancora nel cuoricino palpitante la dolcezza inattesa che le aveva procurato il suo nome profferito da lui.

— Me ne ricordo.... — sospirò Aldo continuando sempre nella sua artistica barbarie, che ora gli ispirava un cuore passato da un dardo. — Quante volte, da piccoli, vi abbiamo ruzzolato su i gomitoli, te ne ricordi, Noemi? La nonna ci lasciava fare, poichè i gomitoli non cadevano, imprigionati fra i bordi rialzati. A noi pareva una tavola dà bigliardo.

— .... Sì — disse ancora dolcemente lei. Poi esitando gli domandò le forbici, che Aldo le presentò con un atto cavalleresco, un riso luminoso ed eloquente negli occhi e sulle labbra schiuse. — Aspetta, aspetta, son qua per aiutarti, — soggiunse con un’adorabile inflessione di protezione affettuosa nella voce, vedendo che le proporzioni della ghirlanda incominciavano ad impicciarla sul serio. E ne sollevò un lembo reggendolo. — Quasi, ti soffoca, — mormorò col medesimo sorriso e sullo stesso tono.

— Grazie, — aveva detto Noemi. — È quasi finita, — aggiunse ora, malinconica; ed Aldo trasse un sospirone che le carezzò tepidamente il viso. Non parlavano quasi più, assorti nella loro vita interna tutta di sensazioni così rapide e nuove e intense, ch’era divenuta una pena. Egli stava rubando furtivamente alla ghirlanda un crisantemo rosa, piccino, dal cuore giallo come una margherita, poi con un atto riguardoso e delicato passò il fiore fra le trine del grembiule di lei.

A Noemi ricascarono le mani in grembo. Seria, muta, tremante, ella seguì con lo sguardo le dita di Aldo, e negli azzurri occhi, non più ridenti, vagava una soave tristezza come se l’anima sua fosse conscia di sprigionarsi dall’ombra della queta notte senza sogni, e per sempre. Nel silenzio affannoso, pieno di palpiti, ella alla sua volta trasse dalla ghirlanda un altro crisantemo rosa, per lui. Ma mentre le sue manine un po’ tremanti tentavano di fissarlo al colletto dell’abito del suo compagno, Aldo le prese i polsi, la attirò, e un bacio innocentemente ardente riunì i loro capelli biondi su quei fiori dei morti, nella tepida ondata di sole.

La nonna li guardava dal ritratto sorridendo.