IV. Crepuscolo.

L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori, la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite.

Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta.

Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce.

Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel chiarore nivale si legge su quella lastra: Pax.