III. Vespro.

Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o sgradevole.

Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria; mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla chiusa finalmente in una stanca rassegnazione.

Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario; una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze.

Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno, previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico, in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna, è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata.

Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani.

Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera.