II. Meriggio.

Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa. Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite spirate in un’ultima parola di passione.

La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe, e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in un baleno d’amore.

Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte; ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando.